Architettura e impegno sociale Emilia-Romagna 2000|2020 Quale architettura? Tendenze dell’architettura italiana del XXI secolo COMITATO SCIENTIFICO Federico Bucci (Politecnico di Milano), Claudia Conforti (Università di Roma Tor Vergata), Giovanni Leoni (Università di Bologna), Tommaso Manfredi (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Fabio Mangone (Università di Napoli Federico II), Francesco Moschini (Politecnico di Bari), Marco Nobile (Università di Palermo), Sergio Pace (Politecnico di Torino).
MOSTRA Architettura e impegno sociale Emilia-Romagna 2000 | 2020 Neviano degli Arduini (PR), MuSe Collezione Civica d’Arte Contemporanea Sella di Lodrignano, Ottobre-Novembre 2021 a cura di Giovanni Leoni.
con il patrocinio di
Comune di Neviano degli Arduini
PUBBLICAZIONE Architettura e impegno sociale Emilia-Romagna 2000 | 2020 a cura di Giovanni Leoni Con saggi di: Matteo Agnoletto, Dario Costi, Massimo Ferrari, Gabriele Lelli, Giovanni Leoni, Giorgio Liverani, Andrea Luccaroni, Massimo Magnani, Tommaso Manfredi, Annalisa Trentin, Michele Vasumini, Andrea Zamboni. Collaborazione editoriale: Andrea Fanfoni, Marco Negri, Emanuele Ortolan In apertura: piccolo polo didattico a Compiano. Fotografia © C. Gardini Il presente volume rientra nella iniziativa Quale architettura? Tendenze dell’architettura italiana del XXI secolo coordinata da Tommaso Manfredi.
Indice
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Quale architettura? L’essenza di una domanda nell’Italia di oggi Tommaso Manfredi
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Un campo esteso per il progetto d’architettura Giovanni Leoni
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Piacenza Architetture per la cultura Massimo Ferrari
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Parma Memoria progettuale di crisi Dario Costi
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Reggio Emilia Riscrivere la città Andrea Zamboni
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Modena Progetti di pianura Matteo Agnoletto
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Bologna Riuso e città Annalisa Trentin
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Ferrara Architettura e benessere ambientale Gabriele Lelli
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Imola | Faenza | Ravenna Il luogo comune Andrea Luccaroni
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Forlì | Cesena | Rimini Lo spazio condiviso: il fermento dei margini romagnoli Giorgio Liverani, Michele Vasumini
Quale architettura? L’essenza di una domanda nell’Italia di oggi I
La rigenerazione urbana e architettonica del sistema monumentale delle città in chiave culturale e sociale. Recupero del complesso monumentale dei Chiostri di San Pietro. Progetto Zamboni Associati. Vista del Chiostro Grande. Fotografia © A. Chemollo
l ciclo di convegni Quale architettura? Tendenze dell’architettura italiana del XXI secolo, iniziato nel 2018, si propone come una riflessione critica a vasto raggio sulla produzione architettonica più recente dell’intero panorama nazionale, nella chiave interpretativa più ampia della domanda coincidente con il titolo. Sulla base della peculiare policentricità della cultura progettuale architettonica del Paese, l’attenzione è di volta in volta posta alle sue realtà regionali, prendendo spunto dalla ormai ventennale ricognizione delle architetture italiane dal 1945 a oggi promossa dal MiC (già MiBACT e MiBAC) - Direzione Generale Creatività Contemporanea (già Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane). Al di là di sistematiche classificazioni valutative, gli esiti estetici e culturali delle nuove architetture sono interpretati in base al loro valore rappresentativo, considerato da molteplici punti di vista tematici, intrinseci ai processi di riqualificazione urbana, territoriale e paesaggistica caratterizzanti la situazione italiana nell’ambito internazionale: la sostenibilità ambientale, l’innovazione tecnologica, la funzionalità di sistemi e modelli
Tommaso Manfredi
abitativi, il recupero del patrimonio edilizio storico e, più in generale, la relazione del progetto con l’eredità del Novecento. In tale prospettiva, i primi due convegni svoltisi a Reggio Calabria, presso l’Università Mediterranea, a cura dello scrivente, e a Roma, presso l’Accademia Nazionale di San Luca, a cura di Francesco Moschini, hanno riguardato, rispettivamente, le regioni dell’Italia meridionale e insulare e dell’Italia centrale, coinvolgendo nell’esposizione e nell’interpretazione i responsabili dei relativi censimenti ministeriali. Nel quadro della programmazione progressiva dei vari appuntamenti di Quale architettura?, il terzo, curato da Giovanni Leoni, introduce l’Italia settentrionale focalizzando l’attenzione sulla regione Emilia Romagna anche mediante l’integrazione di una mostra e della presente pubblicazione. Come manifestato dal suo titolo, Architettura e impegno sociale. ER 2000 | 2020, questo appuntamento prosegue l’indagine a scala nazionale e, al contempo, la approfondisce fino alla dimensione provinciale, evidenziando le concertazioni amministrative e progettuali messe in atto nell’ultimo ventennio nelle principali città emiliano-romagnole in funzione
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D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili
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Piacenza
Massimo Ferrari
Architetture per la cultura
S Progetto Klimt L’intervento di recupero dello spazio più rappresentativo della Galleria D’Arte Moderna Ricci Oddi è stato realizzato sul disegno originale dell’architetto Giulio Ulisse Arata grazie al contributo del Rotary Piacenza e al progetto del Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Mantova. Ripartire dalla cultura dopo la pandemia: il nuovo allestimento del Salone d’Onore della Ricci Oddi per il ritorno in Galleria del Ritratto di Signora di Gustav Klimt. Novembre 2020, Progetto di Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia. Fotografia © F. Mazza
e si dovesse riassumere in un unico termine il comune denominatore delle più significative trasformazioni di valore che la Città di Piacenza ha accolto o avrebbe potuto ancor di più accogliere negli ultimi vent’anni, senz’altro dovremmo eleggere il termine cultura – nel suo significato più profondo che a partire dall’etimo, dal suo riferimento agricolo, ci riporta a “prendersi cura” – come reale orizzonte di un’insistente, anche se timido, unico progetto che ha immaginato la città simile alle tante rappresentazioni cinque-sei-settecentesche dei centri italiani che, nella descrizione omogenea senza accenti del tessuto urbano, sottolineano con la tridimensione solo quegli edifici rivolti a descrivere il carattere più autentico dello stratificarsi urbano attraverso le architetture preminenti. Una delle declinazioni piacentine di queste rappresentazioni, datata “prima del 1561” (Anonimo sec. XVI, Pianta planimetrica di Piacenza, prima del 1561) alterna bi e tridimensione nel racconto sintetico di una città il cui carattere sembra compresso tra topografia e architetture: una descrizione sintetica disegnata fatta di vie, rivi, cinte murarie e monumenti – per lo più chiese e complessi religiosi – raffigurati in alzato, ad eccezione di
Palazzo Farnese, mostrato rigorosamente nella sua planimetria Vignolesca. Ma è forse la più nota traduzione di Genesio Bressani della fine del XVI secolo Pianta planimetrica di Piacenza ad imprimere ai nostri occhi quell’indelebile temperamento di una città solida che da sempre distribuisce – a partire dal suo nucleo murato – centralità rade ed equidistanti, sufficienti a generare la vita urbana di una collettività mai così affabile ne socievole. E se fosse ancora necessario sottolineare che il carattere di una città, il rapporto stratificato che lega la sua storia, i fatti e gli eventi, le contingenze che cronologicamente la definiscono, al carattere della gente che la abita, è certo che queste rappresentazioni – che mai rinunciano all’incidenza delle fortificazioni come motore di una primigenia e incancellabile introversione della città – confermerebbero senza dubbio questa dipendenza stretta. Una città fatta di opposti. Una città così come l’inclinazione della “sua” gente capace di passare dalla noncuranza all’esaltazione, dall’oblio alla provocazione, dall’introversione all’estroversione con una naturalezza silenziosa capace di far saltare i nervi a chiunque. Un’incertezza sobria ed
Spazio XNL Piacenza Contemporanea L’ultimo piano dell’edificio immaginato come luogo di incontri e spettacoli. Progetto architettonico di musealizzazione e degli arredi interni Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Mantova, Massimo Ferrari, Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia. Il progetto luce di tutto l’edificio è di Davide Groppi con Daniele Sprega. Fotografia © M. Introini
Spazio XNL Piacenza Contemporanea Gli spazi recuperati dell’ingresso con il bookshop, la biglietteria e il guardaroba. Progetto architettonico di musealizzazione e degli arredi interni Politecnico di Milano - Polo Territoriale di Mantova, Massimo Ferrari, Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia. Il progetto luce di tutto l’edificio è di Davide Groppi con Daniele Sprega. Fotografia © M. Introini
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Massimo Ferrari
La Pisana di Arturo Martini Un nuovo luogo espositivo come vetrina affacciata alla città: La Pisana (1928) di Arturo Martini arriva alla Galleria Ricci Oddi. Un progetto su iniziativa del Consiglio di Amministrazione della Galleria Ricci Oddi in collaborazione con il Comune di Piacenza. Progetto di allestimento Politecnico di Milano Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia, Renato Righi. Progetto luce Davide Groppi. Fotografie © M. Introini
Volumnia Recupero e progetto di musealizzazione dell’Ex Chiesa di Sant’Agostino. Un progetto di Enrica De Micheli. Progetto architettonico e conservazione Enrico De Benedetti. Progetto luce Davide Groppi. Nelle immagini la mostra “Giorgio Milani. La scrittura come enigma”, progetto dell’allestimento Politecnico di Milano - Polo Territoriale di Mantova, Massimo Ferrari, Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia. Fotografia © F. Mazza
Architetture per la cultura
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L’educazione alla collettività
«[…] Ma col tempo la città cresce su sé stessa, essa acquista coscienza e memoria di sé stessa. Nella sua costruzione permangono i motivi originari ma nel contempo la città precisa e modifica i motivi del proprio sviluppo».
Il cuore della trasformazione urbana a Piacenza che negli ultimi 20 anni ha inaugurato il nuovo millennio ha certamente una relazione stretta, una direzione sempre confermata con il mondo della cultura, con il tema cardine del vivere in comunità se immaginiamo gli spazi che viviamo nel loro essere dedicati alla conoscenza del bello. Un afflato che attuandosi diventa rivoluzione nel continuo rinnovare, alle diverse scale che proponiamo, una lettura degli spazi e delle architetture della città dedicati a questo mondo intellettuale che hanno addirittura la forza di rivolgersi a tutto il territorio. Motore di trasformazione sono le architetture e gli spazi che nella loro adeguatezza al tema che interpretano riescono ad
innescare processi virtuosi capaci di definire possibili continuità ed usi adeguati costruendo ad ogni passo differenze e vicinanze con un percorso che sempre ci precede. A Piacenza l’attenzione mai esibita ad un patrimonio storico-artistico importante e sconosciuto, lungo diverse centinaia di anni, riaffiora nella svolta del millennio con una ricercata attenzione per le discipline che da sempre incidono sul piacere della nostra vita, del nostro cuore ancora una volta: arti figurative, teatro, musica e scienza diventano rinnovati attori della scena urbana attraverso architetture e spazi dedicati che rianimano una città che aveva dimenticato se stessa nel passato prossimo. Luoghi aperti e raffinati interni ma certamente nuovi spazi espositivi come rinnovati spazi teatrali sono riusciti a costruire una attenzione felice di una città che caratterialmente vive apparentemente tranquilla e certamente schiva e lontana da una ribalta nazionale che neppure immagina in una declinazione turistica. Piazze per mettersi in gioco, musei e gallerie per esibire, senza esibizione naturalmente, parlando di
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Massimo Ferrari
Aldo Rossi, L’Architettura della città
Piazza Sant’Agnese Uno spazio della socialità disegnato dalla celata memoria del luogo. Riqualificazione urbana di piazza Sant’Agnese, 2004. Progetto di Massimo Ferrari con Marco Iacopini, Pierluigi Montani, Mario Ugolotti, Francesco Brasi. Intervento dell’artista Giuseppe Tirelli. Comune di Piacenza. Fotografia © M. Introini
Piacenza, ma anche riconferme storiche e antiche o spazi di educazione hanno messo un seme di trasformazione che ha definito le nuove geografie urbane, quartieri o distretti, come meglio si addice a questi temi, che con le proprie architetture hanno catalizzato e catalizzeranno per diverso tempo questa città che desidera rinascere. Ma allora è possibile parlare di centralità urbana solo attraverso i suoi “monumenti” nell’accezione ereditata dalla lucida lettura delle nostre città da Aldo Rossi? È possibile capire la direzione di uno sviluppo possibile attraverso l’investimento culturale che cerca di ritrovare il piacere della collettività? La trasformazione degli spazi urbani, la conoscenza e l’evoluzione dei manufatti, la scelta dei valori che permettono la crescita e il rinnovamento sono da sempre compito dell’architettura, così come la capacità di rinnovare la relazione tra il patrimonio di ciascuna città e i suoi abitanti. Le scelte che si compiono, anche ad una scala minuta come quella per il progetto di una piccola piazza o di uno spazio interno, definiscono le proprie ragioni seguendo logiche conoscitive e sottendono L’educazione alla collettività
il valore culturale della ricerca applicata alla città costruendo il senso nuovo degli spazi. Temi, necessità, luoghi, sono affrontati, o così dovrebbe essere, in ciascun progetto d’architettura con uguale profondità. La volontà comune sottesa ad ogni progetto urbano è di ricostruzione e ri-identificazione di un nuovo scenario, sottolineando i diversi aspetti della città che si manifestano di volta in volta in ognuno di questi. Il senso vero di un progetto comune, generale e condiviso è quello di difendere le diverse memorie, di attribuire un valore contemporaneo alla scelta delle qualità e di raccontarle in nuove composizioni capaci di camminare in equilibrio tra la più radicata tradizione e il più profondo orizzonte futuro. In questo senso, i progetti di nuovi spazi urbani, di piazze pubbliche, di piccoli luoghi della socialità, di edifici collettivi dovrebbero costruire le loro ragioni sulla ricerca di nuove funzioni per questi brani di città, attraverso la rappresentazione della sua storia ovvero dei suoi valori e del suo carattere.
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Il luogo di lavoro come giardino nella sede della Pinko a Fidenza. Progetto di Canali Associati. Fotografia © F. Castagna Il Bistrot, lo specchio d’acqua e il giardino al centro del Village Davines a Parma. Progetto di Matteo Thün. Fotografia © M. Zambelli 54
Dario Costi
I nuclei della didattica universitaria al centro della rampa espositiva per le automobili del museo alla Dallara Academy. Progetto di Atelier(s) Alfonso Femia. Fotografia © S. Anzini Il Centro Ricerche della Chiesi Farmaceutici si sviluppa intorno agli spazi collettivi interni utilizzati ai dipendenti, progetto di EFA-Esperienze Forme Architettura. Fotografia © M. Buzzoni Memoria progettuale di crisi
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Se la città sovrascrive sé stessa, è altrettanto vero che in ogni sua parte è un eterno non-finito
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Reggio Emilia
Andrea Zamboni
Riscrivere la città
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Recupero del complesso monumentale dei Chiostri di San Pietro. Progetto Zamboni Associati. Vista del nuovo edificio dei Laboratori Aperti Urbani in connessione con l’antica scuderia anch’essa restaurata come parte integrante degli spazi dei Laboratori. Fotografia © A.Chemollo
urante le ricerche per il volume L’architettura del Novecento a Reggio Emilia ci imbattemmo in un fascicolo sepolto tra altri documenti negli archivi comunali. Si trattava di un insieme di prospettive raccolte in forma di quadernetto accuratamente rilegato. Il titolo riportava “Piano Regolatore e di ampliamento della città. Studi prospettici di alcune sistemazioni previste dal Piano Regolatore”. Questi documenti altro non erano che gli allegati al Piano di Risanamento del Centro Storico del 1933, dei quali fino a quel momento non si conosceva l’effettiva consistenza e il livello di approfondimento, con tanto di prefigurazioni architettoniche. Le prospettive raffiguravano scorci del centro storico trasformati attraverso gli interventi previsti nel Piano Regolatore di Getulio Artoni, con il contributo dei due consulenti che lo affiancarono per il centro storico, Cesare Chiodi e Giuseppe Vaccaro1. Al di là del fatto che da questa visione inedita del centro cittadino una minima parte ha seguito le previsioni, prendendo forme differenti e solo nel Dopoguerra, colpisce in queste prefigurazioni la commistione tra preesistente e nuovo, con riscritture che interpretano in
modo innovativo le sostituzioni edilizie previste dal piano di risanamento. In particolare, dove è riconoscibile la mano di Vaccaro, spicca un’idea di città che si trasforma attraverso un bilanciato connubio tra contrapposizione e continuità. Desidero partire da questa immagine di città che sovrascrive sé stessa a partire dal suo centro e dall’iniziativa pubblica, per tracciare una linea che riconnette gli interventi architettonici più significativi portati avanti nella città e nel territorio reggiano negli ultimi anni, in una possibile continuità culturale con gli autori che avevano operato in questo stesso territorio qualche generazione prima, tra professione e ricerca operativa: Enea Manfredini, la Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia2 - tuttora attivi - Carlo Lucci3, Eugenio Salvarani. Se la mappatura delle opere di architettura del Novecento in terra reggiana è già stato oggetto di una pubblicazione che abbracciava i due periodi prebellico e postbellico (1930-1975)4, in un’ideale prosecuzione di tale mappatura dal 2000 ad oggi - obiettivo di questo volume - è opportuno qui citare di passaggio alcune opere di rilievo che agganciano, cronologicamente
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Questi luoghi sono anche il mio luogo
Modena
Matteo Agnoletto
Progetti di pianura
N Riqualificazione di Piazza Marconi, , Solara, 2020, MAA studio di architettura (Maria Luisa Cappelli, Daniele Febbraro, Stefano Davolio) con la consulenza di Matteo Agnoletto. Resa celebre da una nota fotografia di Luigi Ghirri, il progetto reinterpreta la cultura rurale della pianura emiliana. In vista dei futuri potenziamenti delle reti ciclabili annesse ai corsi d’acqua e delle tratte ferroviarie dismesse destinate a divenire corridoi ciclistici per il turismo europeo, la piazza è riconnessa al retrostante argine del fiume Panaro, mettendola al centro di strategici collegamenti. I materiali prescelti sono coerenti al luogo: ghiaia di fiume mescolata con calcestruzzo per garantire fruibilità e durabilità nel tempo. Fotografia di © G. Pradelli
ella sua colta disamina sull’architettura romanica, Arturo Carlo Quintavalle riconosce un carattere prettamente emiliano nelle fabbriche innalzate dai capomastri medioevali, definito da specifici modi di operare e da congeniate soluzioni progettuali. E’ l’atto di fondazione di una tradizione, che ha resistito pressoché immutata fino alla metà dello scorso secolo. Un perdurare di temi e di narrazioni comuni, che si sono riversate anche nell’edilizia minore, fatta di poderi, case rurali, piccoli oratori, torri colombaie, a contraddistinguere questo paesaggio di pianura.1 Più facile è allora scovare tracce mitiche tra gli spazi agricoli della campagna, piuttosto che altrove, specialmente nella miseria della contemporaneità. Le architetture più sorprendenti di queste terre sono quelle costruite dai contadini e dai mezzadri: figure del tutto incolte e meno scolarizzate rispetto ai progettisti odierni, capaci di concepire spazi superiormente suggestivi e al tempo stesso funzionali alle proprie esigenze. Come ha evidenziato Gianni Celati per la letteratura, è indubbiamente vero anche per l’architettura anonima di questo pezzo di pianura, che “la scolarizzazione di massa ha
fatto dimenticare tutto ciò che l’analfabetismo portava con sé”.2 Perduto un “istinto” progettuale, disceso da quella speciale sensibilità al fare, che gli abitanti dell’entroterra hanno avuto per secoli, è svanito un modo di costruire rigoroso, ripetitivo, in armonia con il creato, capace di modellare un patrimonio architettonico vasto e diffuso, certamente di maggiore interesse di quello attuale, dove prevale la ricerca dell’inconsueto, l’originalità, la straordinarietà, il distacco e la perdita della tradizione. L’accumulo vistoso di edifici insignificanti che domina il recente panorama emiliano obbliga ad individuare una formulazione alternativa della prassi compositiva, con radici ben piantate nella storia. Fissando l’attenzione su questi “monumenti padani”, apparizioni poco studiate e trascurate sia dalla ricerca accademica che dalla tutela normativa istituzionale, l’operazione attuata per allontanarsi dal “regno dell’indifferenziato”, tipico del costruito contemporaneo, individua segni precisi, ricombinati in questo racconto per progetti. Contro il culto dell’attualità, che costringe a porre una sorta di esclusività alla eterogeneità, all’uso improprio di materiali e di processi
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Il riuso di aree strategiche sembra aver superato la logica della nuova costruzione
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Bologna
Annalisa Trentin
Riuso e città
I Opificio Golinelli, diverserighestudio La città dentro l’involucro si sviluppa secondo innumerevoli forme, costituendo ambienti sempre differenti per percezione degli spazi, colori ed atmosfere; ribadendo la veridicità della metafora. Dei tre principi che hanno guidato la progettazione degli interni il più evidente, in questo caso, è la strategia del non finito. Secondo essa, la superficie interna non viene occupata interamente, ma solo parzialmente dai cluster colorati. Così facendo si permette all’Opificio di essere flessibile nel tempo, ossia implementabile. Grande attenzione viene posta sul carattere di adattabilità che l’Opificio Golinelli dovrà assumere, non potendo pre-stabilire nuovi possibili usi e scoperte
l panorama dell’architettura del Novecento nella città di Bologna è costellato da innumerevoli presenze autoriali che hanno contribuito ad arricchire il già importante e consolidato patrimonio architettonico della città. Le opere architettoniche di Giuseppe Vaccaro, di Piero Bottoni, di Saverio Muratori, fino ai più recenti interventi di Pier Luigi Cervellati o Aldo Rossi, sono state in grado di confrontarsi con il compatto e complesso tessuto urbano cercando sempre di porsi in continuità con la storia, nel rispetto del contesto culturale all’interno del quale sono state ideate. Da ormai più di un decennio sembra che dalle ‘opere’ ci sia stato uno spostamento verso azioni e strategie di salvaguardia della città e del suo patrimonio pubblico. Le azioni, che oggi danno forma al pensiero, legato alle trasformazioni nell’ambito della città metropolitana di Bologna, sono caratterizzate da un forte legame tra amministrazione pubblica, Università e imprenditori locali, ad evidenziare lo stretto nesso tra architettura e politica, dove le politiche urbane hanno acquisito un forte accento di impegno sociale. Il riuso e il recupero di aree strategiche, un pensiero diffuso sullo spazio pubblico, la
progettazione di spazi utili alla collettività sembrano aver superato la logica della ‘nuova costruzione’, portando le azioni di architetti e urbanisti verso un orizzonte di partecipazione e inclusione. Una selezione di quattro progetti evidenzia le diverse strategie e le diverse modalità di collaborazione tra i differenti attori impegnati nell’ambito delle trasformazioni urbane. Gli esempi selezionati illustrano il tema del riuso e della rigenerazione, dagli spazi pubblici ai luoghi industriali, dove gli ultimi rappresentano un terreno fertile per la sperimentazione e l’innovazione sociale, tesi ad un processo di modificazione di usi e di spazi che, una volta ripensati, tornano in vita riutilizzando quello che esiste già. Il progetto ROCK (Regeneration and Optimisation of Cultural Heritage in creative and Knowledge cities - G.A. 730280) finanziato nel 2017 nell’ambito del programma Horizon dell’UE nell’asse “Climate Action, Environment, Resource Efficiency and Raw Materials”, “Greening the Economy” in risposta al bando Cultural Heritage as a driver for sustainable growth (Call ID: H2020 - SC52016-2017) guidato dal Comune di Bologna
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Ferrara, la prima città moderna d’Europa
Ferrara
Gabriele Lelli
Architettura e benessere ambientale L
Piano di recupero ALC. ESTE, vista lungo il canale Boicelli
a lontananza dalla Via Emilia, rispetto le altre città capoluogo, il suo decentramento rispetto le linee di sviluppo, ha connotato e connota il carattere di Ferrara. Il riferimento principale, ordinatore, del tessuto urbano ferrarese è il rapporto con l’acqua del fiume Po e del Delta del Po. Il paesaggio e la città sono disegnati in relazione a questi ambienti. “Ferrara, la prima città moderna d’Europa”, come la definì lo storico del Rinascimento, Jacob Burckhardt nel 1860, ha nella sua struttura urbana un suo specifico dialogo con il paesaggio. L’orografia condiziona i principi insediativi degli insediamenti umani e così è anche per Ferrara, soprattutto per la struttura storica dei primi insediamenti e delle addizioni. Questo particolare rapporto con l’ambiente rappresenta una possibile lettura della città e della sua architettura. Ne emerge la particolare sensibilità di un’identità urbana, che rappresenta una direzione, una ricerca dell’architettura a Ferrara. Anche il monumento storico più conosciuto di Ferrara, il Castello, costruito nel 1385, non è un oggetto architettonico isolato, ma legato al tessuto delle reti dell’acqua e all’ambiente
circostante. Ippolito Pizzetti, paesaggista e poeta, negli ultimi anni di insegnamento a Ferrara, descriveva con passione gli originari paesaggi ferraresi. Diceva di immaginare Ferrara, circondata dalle mura di mattoni e immersa in un disteso paesaggio d’acqua dove emergevano solo grandissime magnolie. Il paesaggio del Delta del Po intorno a Ferrara ora è coltivato e l’acqua è regimentata, ma la sensibilità all’ambiente naturale nei progetti di architettura ferrarese resta un carattere peculiare. La relazione con l’ambiente naturale è ravvicinata, diretta, non solo di paesaggi soffici immersi nella nebbia. La materia naturale si mescola con la matericità del mattone, del legno e di mescole contemporanee. Questa attualissima ricerca di convivenza con la natura si espande nella ricerca di benessere ambientale ritrovabile nei paesaggi urbani, soprattutto nello sviluppo dello spazio pubblico, dove troviamo insieme presenze storiche, contemporanee e natura. Un paesaggio urbano in trasformazione già molto vissuto dai ferraresi con il loro lento muoversi in bicicletta. Lo spazio pubblico definisce una città è il suo principale tessuto connettivo.
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Ogni processo di rigenerazione è un fatto comunitario
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Imola | Faenza | Ravenna
Andrea Luccaroni
Il luogo comune
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Riconoscimento del valore di memoria e apertura alle molteplicità del presente sono alla base del progetto, pensato allo stesso tempo come allestimento e come micro progetto urbano, di Davide Cristofani, Valentina Mazzotti, Elisa Grossi, Andrea Casali (Studio MAGAZÈ) per il recupero di Casa Maccolini e palazzo Don Bosco, complesso ex Salesiani, Faenza, 2015-18. Fotografia © Studio Magaze
gni processo di rigenerazione è un fatto collettivo. È tale per la potenzialità generativa che vi trova espressione, poiché il divenire delle cose non rappresenta di per sé un cambiamento se non è promosso dall’interagire di energie, pulsioni e istanze multiple che nel divenire aspirano a trovare una composizione. È tale per la sua dimensione processuale, che inevitabilmente comporta una continua negoziazione con la complessità delle condizioni al contorno e con l’incertezza del possibile. L’idea di cambiamento riguarda certamente i risultati attesi, ma prima ancora essa accompagna il percorso nel costante divenire delle condizioni e delle sollecitazioni, costituisce contemporaneamente la finalità del processo e la forza propulsiva che lo guida, implica una costante riconsiderazione degli obiettivi e necessita di un continuo coinvolgimento degli attori che ne sono toccati. Da questo punto di vista, ogni processo di rigenerazione è un fatto comunitario. I progetti raccolti nella selezione dedicata al territorio della Romagna faentina, ravennate e imolese raccontano un “ritorno alla comunità” intesa come soggetto (collettivo) in grado
di rendere attuale e concreta un’idea di rinnovamento centrata sulla relazione, piuttosto che sulla trasformazione in sé dell’ambiente fisico. Sarebbe a dire che la qualità dell’ambiente urbano, certamente frutto della capacità strategica di chi lo amministra e della sensibilità progettuale di chi ne delinea forme e contenuti, non può comunque e per alcun motivo essere scissa dalla qualità delle relazioni che vi trovano e che si suppone vi troveranno svolgimento. Delle dimensioni indicate, è chiaramente la terza a partire in svantaggio. La partecipazione pubblica è un principio che diamo per naturalmente acquisito: da oltre quarant’anni, muovendo dal Laboratorio di quartiere di Piano e Rice per il centro storico di Otranto (1979), è venuto consolidandosi e strutturandosi quanto a obiettivi, strumenti e metodologie, fino a giungere alle formalizzazioni più recenti e ampie delle legislazioni regionali. Ciò che rileva allo stato attuale, è piuttosto la necessità di mettere a fuoco approcci in grado di interloquire in modo critico con la predeterminazione dell’atto progettuale tradizionalmente inteso, nel quale alla “domanda” programmatica segue generalmente una trasformazione
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Il valore dell’architettura non risiede unicamente nell’oggetto progettato in sé, ma in ciò che essa genera: azioni, cambiamenti, relazioni, modelli e forme aperte
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Forlì | Cesena | Rimini
Lo spazio condiviso: il fermento dei margini romagnoli
Il filandone, Modigliana, 2012-2014. Progetto ellevuelle architetti. Fotografia © ellevuelle architetti. Il fronte scandito dalle portefinestre. Il recupero porta luce sul fondamentale tema del “riuso ragionato”. La complessa operazione di rigenerazione non è solamente confrontarsi con il degrado dell’edificio, ma anche con ciò che esso rappresenta i cittadini: un luogo una volta destinato al lavoro si trasforma, grazie a nuove destinazioni in grado di coinvolgere diversi tipi di fruitori, a tutte le ore del giorno. Tutto le nuove funzioni sono messe a sistema dal cuore dell’intervento: l’atrio di distribuzione accoglie il visitatore con la scala centrale che distribuisce alle varie attività, divenendo cerniera tra antico e nuovo.
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l grande asse della via Emilia caratterizza la nostra regione sin dalle sue origini romane. Si tratta di un forte segno organizzatore, di gestione del territorio e di bonifica dello stesso, ma anche una linea di demarcazione tra un territorio “facile”, quello della pianura, ed uno “complesso” quello collinare-appenninico. L’intervallo costante, di non più di venti chilometri, dei capoluoghi e delle città poste sulla grande arteria viaria tra Piacenza e Rimini, nel tempo è mutato da elemento puntuale di controllo del territorio, a “città lineare”, quasi interamente costruita, e a forte elemento di attrazione e densificazione della popolazione, causando inevitabilmente un progressivo allontanamento dalle aree collinari da un lato e di quelle intermedie (prima della fascia costiera) dall’altro. Il degrado conseguente alla non fruizione e al graduale abbandono degli spazi pubblici, degli edifici e delle architetture un tempo erano i simboli veri e propri della comunità, pur evidente anche all’interno delle città in pianura, vengono acuiti nei territori marginali a causa della scarsità di risorse economiche, energie e (spesso) di volontà amministrative. I diversi piani strategici e di rilancio messi in
Giorgio Liverani Michele Vasumini
campo a livello politico per il sostegno ai territori montani e alle aree depresse, risultano spesso non adeguatamente finanziati e rischiano di trasformarsi in sola propaganda politica o tentativi di rilancio poco chiari, senza avere alcuna incidenza reale sul tessuto sociale e culturale di queste comunità. La situazione critica pandemica da cui stiamo faticosamente tentando di uscire, ma con cui dovremo convivere ancora anni, può aiutarci ad aprire gli occhi sulla fragilità di queste realtà, facendoci riscoprire l’importanza degli spazi pubblici, anche privati e fruibili dal pubblico, all’aperto, del legame tra architettura e territorio, della necessità di riappropriarsi e ripopolare i territori interni, extraurbani, sopra e sotto l’asse viario “accentratore”. Forse la “rivoluzione urbanistica” attorno alle città è solo una parte della soluzione per l’Italia, che dovrebbe passare attraverso un’importante transizione ecologica, ritrovare una significativa identità nel paesaggio ed un equilibrio tra aree forti (urbane) e marginali (paesi, borghi, centri minori), nuove esperienze progettuali di “città nella natura”, come sostiene Pino Scaglione in un’intervista al Sole24 ore del Giugno del 2020: «Il legame tra le città e i centri minori – in molte