Indice 07 Nella linea interrotta 13 Introduzione 29 47 57 69 77 83 91 99 107 110
Terragni dopo Terragni Celebrazione, ridimensionamento, oblio Una nuova sensibilità urbana Relazioni semantiche, relazioni sintattiche Immedesimazione e mimesi Sei progetti per Como Adattamento Ricucitura Incorporazione Dialogo a distanza Sostituzione Continuazione
Nella linea interrotta Marco Navarra «Ricordo quando ragazzo, camminando lungo la riva, mi incantavano i colori e le forme delle conchiglie. Ne raccoglievo manciate e me le mettevo in tasca. Tornato a casa, non ritrovavo niente di ciò che avevo raccolto: nient’altro che miseri gusci di lumaca. Da ciò appresi che la composizione, il contesto è più importante della bellezza delle forme individuali. Sulla riva esse giacevano in solidarietà col cielo e col mare»1. Questa citazione tratta da Each and All di Ralph Waldo Emerson chiudeva il testo critico scritto da Manfredo Tafuri per il libro di Peter Eisenman dedicato a Terragni, e veniva usata per riconoscere, in entrambi gli architetti, la tendenza a collezionare «miseri gusci di lumaca» afasici come prova tangibile della «formalizzazione e matematizzazione del mondo». Tafuri utilizzava un versante del racconto di Emerson per annodare Eisenman e Terragni con la robusta corda di un’aristocraticità che «a nulla serve giudicare» in quanto «i suoi limiti sono troppo evidenti perché sia necessario commentarli». L’“inattualità” di Terragni per 1. Citato da Tafuri in Tafuri M., Il soggetto e la maschera. Una introduzione a Terragni, in “Lotus International”, n. 20, settembre 1978, p. 28.
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Terragni dopo Terragni
Celebrazione, ridimensionamento, oblio Nel saggio che introduce la monografia realizzata nel 1996 in occasione della mostra alla Triennale di Milano, ripercorrendo alcuni temi sui quali fino a quel momento il dibattito si era concentrato, Giorgio Ciucci esordisce chiedendosi chi sia veramente Giuseppe Terragni e sostenendo, vista la pluralità delle critiche formulate da colleghi, storici e studiosi, la difficoltà di individuare un’interpretazione univoca e condivisa sul suo lavoro. Emblematica di questo aspetto, secondo Ciucci, è la comparazione tra i punti di vista espressi qualche anno prima da Massimo Bontempelli e Mario Labò sulla Casa del Fascio di Como. Mentre per il primo, infatti, qui «tutto nasce dall’esterno, dalla piazza, dall’aria» e, considerando anche il contesto a una scala più ampia, «anche nel punto più interno della casa rimangono attivi gli elementi di spazio più lontani», come quelli «che nascono dalla vista della vetta di Brunate»1, per il secondo l’architetto comasco impone una compenetrazione tra interno ed esterno che porta a un suo 1. Bontempelli M., Interpretazione (1936), in Id., L’avventura novecentista, Vallecchi, Firenze, 1974, p. 337.
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La città murata di Como e il Quartiere satellite di Rebbio. Confronto dimensionale,5morfologico e 2funzionale. 1 3 1. Chiesa; 2. Casa del Fascio; 3. Mercato; 4. Stadio; 5. Tessuto residenziale.
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Relazioni semantiche, relazioni sintattiche Un punto di vista molto differente è quello che Peter Eisenman esprime in un articolo su Casabella del 1970, in una fase di rinnovata attenzione della cultura statunitense verso l’architettura moderna europea della quale l’esperienza degli stessi Five Architects (con Eisenman anche Michael Graves, Charles Gwathmey, John Hejduk e Richard Meier) rappresenterà una declinazione emblematica. Lo scritto, in esplicita polemica verso gli esiti del convegno a Villa Olmo del 1968, propone un’interpretazione della Casa del Fascio fondata su una «variazione di accento critico» che sposta l’attenzione dall’oggetto alle sue relazioni spaziali e «dall’aspetto semantico a quello sintattico»54. Parafrasando la distinzione tra spazio ideale e spazio reale codificata da Colin Rowe e Robert Slutzky55, Eisenman dimostra due livelli di corrispondenze, quello della percezione totale e quello del punto di vista frontale e obliquo, evidenziando come ogni facciata 54. Eisenman P., Dall’oggetto alla relazionalità..., cit., p. 38. 55. Rowe C., Slutzky R., Trasparenza letterale e fenomenica (1955-1956), in “Perspecta”, Yale School of Architecture Magazine, 1964. Ora in Rowe C., La matematica della villa ideale e altri scritti, Zanichelli, Bologna, 1993, p. 164.
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componenti siano stati decisi con questo principio da Terragni con Cattaneo e Lingeri, estendendo l’invito a urbanisti come Bottoni e Dodi per rafforzare la credibilità del raggruppamento. Il progetto, interpretabile come «un manifesto metodologico del razionalismo italiano»3, nasce come applicazione dei principi formulati al IV ciam del 1933, durante lo storico viaggio sul Patris II da Marsiglia ad Atene. Bottoni, che aveva aderito con Terragni, racconta l’entusiasmo che la «svolta completa nell’urbanistica mondiale»4 prefigurata dalla Carta di Atene aveva suscitato. Le proposte con cui il gruppo intende forgiare il nuovo volto della città mirano a risolvere problematiche di diversa natura. Per il miglioramento della viabilità, effettuato sulla base delle indagini sulla pendolarità e sul traffico, il Piano prevede l’arretramento della stazione delle Ferrovie Nord, il trasferimento dello scalo merci, la zonizzazione e una nuova strada a ponte per collegare il Monumento ai Caduti al lungolago. Per la ridefinizione qualitativa del centro storico il progetto propone lo studio dei nuovi quartieri di Camerlata e Tavernola, la riorganizzazione delle zone residenziali di Monte Olimpino e Ponte Chiasso e il decentramento industriale, promuovendo 3. Consonni G., Progetto del piano regolatore di Como, Concorso, 1933-34, in Consonni G., Meneghetti L., Tonon G. (a cura di), Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano, 1990, p. 215. 4. Bottoni P., Intervento, in “L’architettura. Cronache e storia”, n. 163, cit., p. 10.
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Giuseppe Terragni (con P. Bottoni, C. Cattaneo, L. Dodi, G. Giussani, P. Lingeri, M. Pucci, R. Uslenghi), Progetto di concorso per il piano regolatore di Como, 1933-1934. Tavola 10 – Sistemazione della città murata. (Per concessione dell’Archivio Terragni).
determinare un preciso assetto morfologico è evidente nella strategia di trasformazione della città, dei borghi e delle nuove direttrici di espansione. Come altri progetti di questa selezione, il percorso del Piano Regolatore non ha un epilogo felice. Tre anni dopo la sua stesura, infatti, l’Ufficio Tecnico del Comune presenta un piano alternativo, che riprende alcune scelte del progetto vincitore integrandole con quelle del secondo classificato (di Raimondo Campanini, Saul Venturini, Rubens Magnani e Luciano Trolli). Con questo atto il Comune si riappropria della gestione del territorio e della possibilità di deliberare su qualunque ipotesi strategica, sottraendo in questo modo agli architetti la facoltà di dar seguito alla loro proposta. Questo non intacca il valore di una proposta di sviluppo urbano razionale e lungimirante, che ha prodotto un momento di discontinuità rispetto alle politiche imperanti in quegli anni e ha costituito la matrice di riferimento per alcune fondamentali opere successive, dal risanamento del quartiere Cortesella alla conservazione di Casa Vietti.
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Ricucitura Risanamento del quartiere Cortesella (1937-1940) Il progetto di risanamento del quartiere Cortesella rappresenta un caso esemplare delle politiche di intervento del regime finalizzate alla sistemazione di ampi brani di città attraverso operazioni di demolizione e sventramento, collocandosi storicamente a fianco di una serie di analoghi interventi di quegli anni che vanno dall’apertura di via dell’Impero a Roma alla sistemazione di via Roma a Torino di Giuseppe Pagano, Umberto Cuzzi, Gino Levi Montalcini, Ottorino Aloisio e Ettore Sottsass8. Il quartiere del vecchio angiporto, pur nello stato problematico in cui versava negli anni Trenta, era di notevole importanza storica. Costituito da edifici di origine medioevale, più volte ristrutturato e trasformato in epoche successive, ospitava palazzi signorili, fortificazioni e spazi commerciali spesso porticati. La configurazione semicircolare del quartiere, inoltre, derivava dall’impianto del teatro romano che, secondo la ricostruzione di Gianfranco Caniggia, era qui 8. Cfr. Mantero E., Bruni C., Alcune questioni di pratica professionale nel ventennio fascista, in Danesi S., Patetta L., Il razionalismo e l’architettura in Italia durante il fascismo, La Biennale di Venezia, Electa, Milano, 1976, p. 35.
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