R I S V O LT I DELL'ABITO
RIMINI 2 0 1 7
Rimini I S V O L Tdell’abitoI 2
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TRAME del CORPO
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risvolti dell’abito
Art Exhibition
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18 / 06 MUSEO DELLA CITTÀ RIMINI
Via Tonini,1
www. m us e i c o m una l i r i m i n i . i t
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Risvolti dell’Abito trame del corpo 6 maggio - 18 giugno 2017 Organizzazione a cura di / Comune di Rimini Assessorato alle Arti Mostre a cura di /
Anna Bertozzi . Sabrina Foschini . Massimo Pulini . Silvia Scorcella . Ines Tolic
Testi di /
Veronika Aguglia . Anna Bertozzi . Sabrina Foschini . Mariano Marini Chiara Pompa . Massimo Pulini . Anna Rossi . Silvia Scorcella Mariafrancesca Stella . Ines Tolic
Catalogo a cura di /Anna Bertozzi Partners /
Comune di Rimini Assessorato alle Arti Gruppo Maggioli ZoneModa Design Alma Mater Studiorum Università di Bologna Campus di Rimini. Corso di Laurea in Culture e Tecniche della Moda Uni Rimini. Società consortile per l’Università nel riminese Lazagne Art Magazine Birrificio Agricolo Baladin
Ringraziamenti / Nicoletta Mainardi di “ma-nifattura” Rimini Maria Gabriella Vulpinari di “Vulpinari” Rimini
Credits fotografici / © Miriam Dessì / Lucia Nanni © Paola Blondi / Romina Dorigo © Anna Bertozzi / Lamberto Petri La Maison du Couturier © Gianni Donati / Compagnia teatrodanza Il Tempo Favorevole
Stampato da / Gruppo Maggioli con il patrocinio di:
partners:
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[ risvolti ] [ri-ʃvòl-ti] p. m.
1 Lembo di un indumento, rivoltato, rovesciato, ripiegato in fuori; 2 In un libro, ciascuno dei due lembi della copertina o della sovraccoperta, ripiegati verso l’interno ‖ estens. Il testo stampato su tale lembo, generalm. contenente informazioni sull’opera e sull’autore ‖ Il risvolto di una busta, il lembo che si incolla per chiuderla; 3 fig. Aspetto secondario, non palese ma non trascurabile, di una questione, di un problema: i risvolti sociali di un provvedimento del governo; un atteggiamento dai risvolti psicologici contraddittori
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risvolti dell’abito
DISPOSIZIONI DELL’ABITO di Massimo Pulini
S
e ricorriamo all’etimologia il termine abito viene dal latino Habere, ma il primo significato è legato ad un atteggiamento espressivo, alla disposizione d’animo. Vestirsi di un sentimento dunque è quello che facciamo ogni giorno, disponendo il nostro volto al sorriso o al cipiglio. Il linguaggio del corpo è di certo il primo vestito che indossiamo e questo rapporto col sentimento si lega anche a quei surrogati della pelle, fantasiosi o severi, che chiamiamo indumenti. Sin dal titolo di questa rassegna si dovrebbe comprendere la stratificazione, tra aspetti oggettivi e metaforici, tra simbolo e funzione, che il mondo dell’abbigliamento offre a chiunque voglia indagarlo. Il taglio che ha caratterizzato le due edizioni già compiute ed anche la terza, della quale siamo alla vigilia, ha privilegiato le relazioni col mondo artistico, con quello educativo e con gli archivi dedicati alla storia dell’abito. Le sequenze espositive e performative, unite agli approfondimenti che ogni biennio hanno accompagnato il progetto, restituiscono un preciso fondale antropologico all’azione, inarrestabile e talvolta convulsa, che caratterizza l’ambiente della moda. Osservare il risvolto di una veste, il soppanno screziato di un tessuto, significa indagare, in forma traslata, dietro le quinte dell’abbigliamento, ripercorrere la trama e l’ordito di questo settore che nel nostro territorio si è conquistato un ruolo di rilievo.
svolti 8
L’abito è un sentimento estetico, che ha codici storici e trasgressioni, una sua grammatica formale al pari di un’opera d’arte e l’arte è indubbiamente il primo mondo al quale gli inventori di vestiti fanno riferimento. È proprio in quel tratto di strada che sta tra la creazione artistica e quella sartoriale che l’iniziativa riminese si colloca. Tra risvolti estetici e riverberi sociali, tra le pieghe della storia e le cuciture di senso si dipana il filo del nostro discorso collettivo.
SOMMARIO
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Alma Mater Studiorum Università di Bologna Campus di Rimini. Corso di Laurea in Culture e Tecniche della Moda
ZONEMODA DESIGN
> bodyscapes ] pag. 66
COMPAGNIA TEATRO DANZA IL TEMPO FAVOREVOLE RIMINI
>estratti naturali ] pag. 62
BUCOBIANCO
>buco nero ] pag. 56
ANNA ROSSI
>gli umori della famiglia r. ] pag. 52
LAMBERTO PETRI / LA MAISON DU COUTURIER
>pietra viva ] pag. 48
ROMINA DORIGO
>the human body game ] pag. 44
MARIANO MARINI
>camera 6x6 ] pag. 40
LUCIA NANNI
>annotazione prima ] pag. 36
BEBHAUS
>andata e ritorno. anatomia con tacco ] pag. 32
PAOLA GANDOLFI
>vertigine ] pag. 24
Museo della Città > Ala Nuova
DEL BIANCO LOMBARDELLI
>tapestries ] pag. 12
Museo della Città > Manica Lunga
risvolti dell’abito
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MUSEO DELLA CITTÀ MANICA LUNGA
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“tapestries” / del bianco ∙ lombardelli [ succhi d’erba ] [suc-chi-der-ba]
Arti figurative, s. d’erbe, genere di pittura imitante l’arazzo, eseguito su traliccio di canapa naturale spinata, con colori ad acqua di origine vegetale; apparsa in Francia nel ’600, la tecnica fu in voga nel ’700 e decadde nell’800.
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TAPESTRIES del bianco ∙ lombardelli decorazione italiana 14
s u c c h i d ’ e r b a
Succhi per un Dejeuner sur l’herbe di Massimo Pulini
In fondo la Pittura non è che un raffinato gioco di prestigio. La danza delle carte da ramino nelle mani di un illusionista è analoga a quella del pennello di certi artisti. Anche la qualità del segno si esprime in un’apparente distrazione sia sulla tela che sul palcoscenico; il ricercato senso di meraviglia è simile e pure gli osservatori sembrano quelli, accettano allo stesso modo l’inganno che davanti ai loro occhi si manifesta. Ma se forse tutta la Pittura può dirsi una finzione, c’è uno specifico e dichiarato tema dell’inganno che si dipana come un filo rosso lungo l’intera storia dell’arte.
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del bianco lombardelli
Illusionismi prospettici o falsificazioni temporali, gare mimetiche con la natura e figure nascoste negli anfratti di un paesaggio, sono stilemi che spesso ricorrono nei dipinti di ogni secolo. Personalmente però ho sempre detestato quei pittori che si limitano a falsificare il loro tempo, ostentando virtuosismi di mano o anacronismi compiaciuti. Non ho mai amato l’enfasi del mestiere che contiene quasi sempre un nostalgico richiamo all’ordine, a quanto si dipingeva bene una volta...
Quasi la stessa ragione mi spinge a detestare l’abito e i modi del prestigiatore da serata di gala, ingessato nel suo frack, affettato e fasullo in ogni gesto. Mentre ho amato invece, da bambino, quelle rare apparizioni italiane di Mac Ronay, un mago muto, allampanato e un po’ ubriaco a cui non riusciva alcun gioco di prestigio. Quello straordinario attore ungherese prendeva in giro se stesso e la propria categoria, con una leggerezza che, proprio dal rovescio della maestria riusciva a toccare i vertici di un’arte spettacolare.
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Ecco, con lo stesso trasporto affettivo e col medesimo piacere amo queste opere di Anna Maria Del Bianco e Stefano Lombardelli, questi succhi d’erba che giocano sul rovescio del tempo e dei generi, che grazie a un magistrale mimetismo di tecniche riescono a comunicare un’ironia critica di prima statura. In gergo tecnico si chiamano succhi d’erba e, storicamente, lo stesso loro procedimento costituisce un alto esercizio di finzione. Parliamo di pitture realizzate su una particolare tela grezza, che imitavano, tra Sette e Ottocento, gli stilemi, l’aspetto e la funzione degli arazzi parietali. Realizzati con rapidi e determinati guazzi di pennello, con colori liquidi che smorzano di tono al primo assorbimento, in quella tela a larga trama, sembrano ricami antichi se solo si sta alla distanza di un passo e nacquero per offrire un risultato simile ai più nobili arazzi, abbattendone il costo e il tempo di esecuzione.
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Le grandi tele di Anna Maria e di Stefano giocano sapientemente con la grammatica decorativa di quei precedenti d’epoca, ma allo stesso tempo congegnano un ulteriore livello illusorio, elevando alla potenza l’inganno contenuto al loro interno. Nelle pittoresche scene di boiserie, che fanno il verso all’Arcadia classicita, se non direttamente ai giardini dipinti ad encausto delle case pompeiane, sono in bella mostra alcune figure retoriche del mondo contemporaneo. Un labirintico scivolo in stile Mirabilandia si ritrova contornato di verzure, tra pagode cinesi e simboli mitologici. La gigantesca mano dalle dita mozzate che Maurizio Cattelan ha posto a sberleffo, davanti alla Borsa di Milano, si ritrova ora tra capre e pastori, entro le rovine di una via Appia da salotto. Sono alcuni esempi del raffinato cortocircuito temporale e formale operato da questo progetto artistico che, attraverso un carotaggio di generi e stili, di alfabeti simbolici e scarti di destinazione, riesce a cucire e a tenere legati mondi diversissimi tra loro, trovando anche la sintesi e la leggerezza di un aforisma filosofico.
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del bianco lombardelli
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risvolti dell’abito
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MUSEO DELLA CITTÀ ALA NUOVA
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“vertigine”/ paola gandolfi a cura di Sabrina Foschini
[ mèmbra ]
[mèm-bra] ■ p. m. [lat. mĕmbrum]
Ciascuna delle parti in cui si articola il corpo dell’uomo e degli animali superiori, con riferimento soprattutto agli arti.
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[ Vertigine IV ] cm 190x190 olio su tela 1996 collezione galleria Giovanni Tiboni
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di Sabrina Foschini
P
er Paola Gandolfi il corpo è un alfabeto, composto di lettere singole, che sono braccia, gambe, busti, seni o dita, teste e piedi. Staccati dal tutto, hanno vita propria e movimenti aerei che eludono la gravità. Raggruppati insieme in nuove collane e congiunzioni, formano la parola unica per dire nuovamente persona; a volte compongono una frase, che di quell’essere arrivi a raccontare la storia, la radice prima. La sua pittura concreta e incarnata, anche quando abbraccia la visione più onirica e allucinata, s’impasta di metafisica, cambia collocazione alle cose, le fa migrare in altri regni, in materie aliene che della carne conservano solo lo stampo, così come il vestito si riempie delle sue forme, le lambisce, le asseconda e le sottolinea. La metamorfosi a cui sottopone i suoi corpi, non è quella del mito, che attiene alla natura, ma tocca il regno altrimenti inanimato delle oggetti, così le trasformazioni della carne prendono materie impensate, il duro del ferro, il dinamismo elettrico di una macchina.
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Altrove invece cambiano elemento; troviamo allora teste cadute quali mele mature, dita piovute come gocce oblique, il ventre che si gonfia nel mantice di un fuoco privato, gli occhi guizzanti come pesci, fuoriusciti dallo specchio d’acqua del viso. Si potrebbe pensare al manichino, alla bambola martoriata dal fratellino, che strappa arti dal tronco, con lo stesso lucido sadismo di chi stacchi le zampe ad un insetto, se non fosse che i monconi dell’artista romana, accumulati raddoppiati, ingigantiti, trovano il modo di affrancarsi.
[ Umbilicus Urbis ] cm 190 x 190 olio su tela 2005 collezione dell’artista
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[ Recherche de ma mere ] di Paola Gandolfi, frame video
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Allo stesso modo delle braccia tentacolari e onniscienti delle divinità indiane assumono un nuovo movimento: spesso è quello ritmico del batacchio di una campana, delle lancette, di pendoli, metronomi o sestanti, e finiscono per regolare le rotazioni del cosmo, si legano al tempo, l’orientano, lo dirigono. Negli anelli ancora aperti delle generazioni, nelle premonizioni del futuro, nei solchi tracciati sulla terra da altri passi, il corpo non riesce mai ad essere integro, a ricomporsi in un destino finito, ma ha comunque il dono della moltiplicazione, della partenogenesi, della lucertola che da sola ripete la sua coda, lasciando sulla strada o nello spazio, parti staccate di sÊ, che aderiranno ad altre storie, pronunceranno parole nuove.
paola gandolfi
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Oggetti indossabili / [ Abbracci ] Collana argento e bronzo 2005
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paola gandolfi
Oggetti indossabili / [ Scappa ] Collana argento e bronzo 2002
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“andata e ritorno” anatomia con tacco)/ bebhaus a cura di Anna Bertozzi
[anatomìa]
[a-na-to-mi-a] ■ s. f. [dal lat. tardo anatomĭa, der. del gr. ἀνατομή «dissezione», a sua volta der. di ἀνατέμνω «tagliare, sezionare»]
Scienza biologica che studia la forma e la struttura degli esseri viventi.
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ANATOMIA CON TACCO WORK IN PROGRESS
[ Andata e Ritorno ] “Anatomia con tacco” particolare, 2017
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andata e ritorno di Sabrina Foschini
L
a formazione di Bebhaus appartiene al mondo scientifico, a quella strada del disegno che si fa occhio fedele, registro impassibile e che riesce, col suo umano miracolo, a superare l’ottica mimetica della macchina fotografica, a riprodurre distintamente, ogni singolo tendine, ogni rilievo e fascio della carne rivelata. Questa applicazione del disegno ha origini più che illustri, essendo il metodo d’indagine prediletto di artisti come Leonardo, che tra scienza e pittura, parteggiava contro tutti noi, per la prima. Bebhaus si è ora allontanata dalla pratica certosina del disegno anatomico, prendendo il mare aperto dell’arte contemporanea, ma ha conservato il gusto di uno sguardo interiore, di un occhio a forma di bisturi che oltrepassi la pelle. Per questo nuovo ciclo di lavori, chiamato “Andata e ritorno”, l’artista ha scelto di “scorticare” il mondo della moda, di partire da scatti patinati che riproducono la perfezione fisica delle modelle e di ricondurle alla loro nuda essenza. In sostanza dal mondo dell’apparenza, dell’estetica infallibile, un solo particolare è salvato e sopravvive nel colore di una scarpa sensuale, di una borsetta o una collana, così come resta immutato il movimento, mentre il corpo torna alla carne viva, che è poi come dire, a quella morta. Natura viva e natura morta danzano un balletto di sovrapposizione, di scambio di ruoli. Le gambe perfette delle indossatrici disegnate a matita, continuano a camminare spedite, ma come uno strumento aperto, rivelano il loro meccanismo strutturale, tolgono il velo ad una vanitas che parla della fugacità della vita. I feticci della bellezza, continuano a brillare e a stridere nei loro colori accesi sull’indagine impietosa e monocroma della matita, che come il bambino della favola, rivela a tutti quanto il re sia nudo.
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bebHaus
[ Andata e Ritorno ] “Anatomia con tacco� particolare, 2017
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“annotazione prima”/ lucia nanni a cura di Sabrina Foschini foto di Miriam Dessì
[ricamo]
[ri-ca-mo] ■ s. m. [der. di ricamare]
1. L’operazione, l’attività, l’arte del ricamare: il r. d’un fazzoletto, d’un parato; dedicarsi al r.; i varî punti di r. (r. su tela, su seta, su velluto; r. in bianco, a riporto, ad arazzo). 2. Il lavoro stesso eseguito con l’ago sul tessuto, il disegno ricamato.
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CRISTIFICAZIONE ANNOTAZIONE PRIMA
[ Cristificazione, Annotazione prima ] macchina da cucire, filo di cotone su canapa; 120 x 150 cm
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Cristificazione, Annotazione prima di Sabrina Foschini
Il tessere appartiene alla donna. Il destino dell’uomo è sempre stato assimilato ad un filo e forse Lucia Nanni, delle tre Moire o Parche, sceglierebbe Lachesi, quella che il filo lo dipana e nella sua misura decide la sorte, la lunghezza della vita, il percorso. Dal principio dei tempi, il ricamo, l’arazzo, la tela, sono stati metafora del vivere e del durare, intreccio che lega gli accadimenti in un panno compiuto ed ha nel suo finale il gesto estremo di essere squarciato, aperto, oltrepassato, così come accade al velo del tempio nella tradizione cristiana. Al telaio si lega il tempo, l’inganno di Penelope che nell’oscurità arriva a guastare quanto aveva pazientemente annodato di giorno, per non sciogliere il voto di fedeltà, ad un eroe che ha come unica radice, quella d’ulivo del letto nuziale. Nella mitologia Aracne, che darà il suo nome alla famiglia dei ragni, vince Minerva nell’arte della tessitura e la dea la punisce con una metamorfosi ripugnante. Non si può perdonare a mani mortali di aver superato l’abilità divina, in un arte così simile al ciclo della vita, in una pratica paziente che accarezza la durata, che segue un ritmo costante e nasconde nei suoi disegni messaggi di scrittura, lettere sotto forma di arabeschi. Lucia Nanni ha da alcuni anni scelto il ricamo come campo del proprio pensiero artistico e lo ha fatto dopo vari percorsi in cui aveva già cercato di aggirare il contatto diretto del pennello, tra la mano e il supporto, ad esempio grazie al gocciolamento, con cui realizzava grandi insetti nervosi e vibranti. Adesso, tra le dita e le tele di canapa sopravvissute a remoti corredi, che stanno alla base delle sue opere, ha frapposto la mediazione pungente dell’ago e della macchina da cucire. Nel ciclo appena inaugurato, dedicato a Santa Maria Egiziaca, alla mistica anacoreta, alla Madre del deserto e della meditazione selvatica, il filo che torna costantemente, sui segni che delimitano la carne, diventa materia organica. C’è una trasmutazione del filamento che si addensa come una cicatrice e che si coagula nei punti di un ostinato ritorno, capace di affratellarlo alla natura. Una identificazione tra filo e rizoma, radice aerea di
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una pianta anomala che rivela la natura di corteccia del corpo essiccato al sole, mortificato nella penitenza e punito delle precedenti abbuffate di carne. Come nella favola greca l’incontro con Dio, converte il mortale in vegetale o arbusto. Inoltre i bandoli lasciati liberi alla fine del punto, i lunghi capi che emergono dal tessuto sono per loro stessa natura, gemelli di quei capelli che lasciati liberi di fluire senza governo, finiscono per coprire la santa del loro abito ferino. Lucia si muove in maniera ritmica tra l’alchimia di queste sostanze e si attarda sul pube con movimenti scomposti che creano il gorgo naturale di una semina incolta, o tinge di un unico rossore l’aureola preziosa del capezzolo, che si staglia accesa, sul nero della pelle intorno. È una religiosità selvaggia quella che l’artista descrive, per cui corpo e natura divengono campi di battaglia, ostili impedimenti alla vertigine, carichi gravi per l’imminente volo, zavorra di un mondo che nella santità si è determinati a superare.
[ Cristificazione, Annotazione prima ] “particolare viso“ macchina da cucire, filo di cotone su canapa
lucia nanni
[ Cristificazione, Annotazione prima ] “particolare seno“ macchina da cucire, filo di cotone su canapa
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“camera 6x6”/ mariano marini a cura di Anna Bertozzi
[perìmetro]
[pe-rì-me-tro] ■ s. m. [dal fr. périmètre, e questo dal lat. perimĕtros, gr. περίμετρος,]
1. In geometria, la somma dei suoi lati, o anche, più spesso, la somma delle loro misure. 2. In oculistica, strumento usato per determinare l’ampiezza del campo visivo, identificando i punti dai quali l’occhio comincia a distinguere gli oggetti.
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[ Camera 6x6 ] 2003
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camera 6x6 di Mariano Marini
Una camera. Oggetti improbabili, trame di corpi femminili che cedono al peso drammatico di pensieri insani. Per sollevarsi e sollevare. Forse per uscire dal perimetro del tempo, per nasconderlo o strapparlo con forza in pezzetti di carta, fotografie. 6x6 le dimensioni di una camera magica, piena di segreti.
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mariano marini
[ Camera 6x6 ] 2003
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“the human body game” / romina dorigo a cura di Sabrina Foschini foto di Paola Blondi
[ soma ]
[sò-ma] ■ [greco. σωμα. soma, somatos e significa “corpo, aspetto, composizione”]
Con questa accezione viene variamente utilizzato in campo scientifico, (cromosoma, somatotropina, eccetera). 1. In biologia e medicina soma ha vari significati, ma generalmente indica il corpo del neurone; 2. In musica il soma è un segno della notazione musicale bizantina; 3. la soma è il carico che si pone in groppa ad una bestia da trasporto 4. la soma indica due tipi di antica unità di misura italiana, uno per il volume di aridi e liquidi e l’altro per la superficie di un terreno.
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U
n corpo che si porta addosso, un vestito che non è abitato dall’uomo, ma che si sovrappone ad esso con la sua anatomia pesante. È questo il primo movimento del lavoro della giovane Romina Dorigo, che costruisce il suo: “The Human body game”, coi tasselli scomposti di un colosso antico, i frammenti anatomici che i giardini archeologici raggruppano in blocchi di marmo, a formare la memoria di corpi impossibili, di proporzioni inesatte, di innesti che mai daranno la somma armonica di una figura intera. L’abito compete con il corpo, ne ruba la scena, si affranca fino a mimarne la carne e le forme, fino ad assumere identità propria. Partendo da un tessuto drappeggiato, dal movimento impresso casualmente ad una stoffa neutra, si ritrovano tra le pieghe arrotondate, frammenti d’umano, il rilievo di una palpebra, la mappa di un volto, con la curva della guancia o la pienezza di labbra smisurate. Questa carne riflessa, ma costituita dal panno, queste ombre concrete che hanno dato vita a nuovi arti, a nuove porzioni dell’architettura umana, vengono a loro volta addossate al corpo reale, che ne diviene l’ossatura, il trasportatore, il supporto. Il corpo che in greco era chiamato “soma”, è nei tronconi di questi abiti surreali un vero e proprio fardello, un carico inatteso, un puzzle da gigante, dove le membra perdono il loro contesto, ma finiscono comunque per ricongiungersi alla persona, per entrare in competizione sul ruolo di abito e di abitato, di realtà e immaginazione. Prendendo in prestito le parole maggiori di Pavel Florenskij possiamo dire che davvero con questo gioco delle parti di Romina, il vestito che per sua natura è un’estensione del corpo, una sua manifestazione, un megafono che ne amplifica il messaggio, entra finalmente a far parte dell’organismo, lo colonizza come uno schiavo ribelle e innamorato, si mette letteralmente, “nei suoi panni”.
THE HUMAN BODY GAME
di Sabrina Foschini
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romina dorigo
"L'abito compete con il corpo, ne ruba la scena, si affranca fino a mimarne la carne e le forme, fino ad assumere identitĂ propria." 47
“pietra viva” / lamberto petri LA MAISON DU COUTURIER a cura di Anna Bertozzi foto di Anna Bertozzi
[ piètra ]
[piè-tra] ■ s.f. [lat. pĕtra, prestito del gr. πέτρα, entrato in concorrenza con saxum (sasso)]
Nome che si dà comunem. ad alcune rocce compatte; 1. p. viva, roccia allo stato naturale, solida e nuda.
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di Anna Bertozzi
Freud in una lettera a Groddeck del 1921.
La questione dunque diventa la necessità di dare un abbigliamento alla Psiche. . E Lamberto Petri de La Maison du Couturier è capace di farlo. Partiamo da un esercizio di stile. La costruzione di un giardino. Non un giardino qualsiasi. Il Giardino Giusti di Verona.
Nella seconda metà del Cinquecento Agostino Giusti, configurò questo luogo, così come lo potete vedere oggi, raccogliendo in esso la propria collezione di epigrafi e statue romane. Un equilibrio tra corpi e natura. Corpi statici in uno spazio dalle geometrie naturali prestabilite. L’abilità di Petri si manifesta attraverso l’adozione di luoghi e forme, trasportandole stilisticamente nella sua collezione. La staticità delle statue decade, come così pure la geometria del luogo. Il giardino fotografato magistralmente da Pino Dal Gal diventa trama dell’abito. E così la donna “Lamberto Petri” attraverso i suoi gesti e i suoi passi diventa testimone della passione di Giusti e de La Maison du Couturier.
la maison du couturier
L’
inconscio è ancora qualcosa di fenomenico, un segno distintivo, in mancanza di una conoscenza migliore, come se dicessi: “...il signore nel cappotto di loden, di cui non riesco a vedere chiaramente il viso, che cosa faccio se un giorno mi compare senza questo indumento?”
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lamberto petri
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“gli umori della famiglia r.” / anna rossi [ umóre ]
[u-mó-re] ■ s.m. dal lat. (h)umōre(m), deriv. di (h)umēre ‘essere umido’
1. Liquido presente in alcune cavità o organi di animali e vegetali 2. Indole, temperamento; qualità costante o passeggera dell’animo.
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GLI UMORI DELLA FAMIGLIA R. di Anna Rossi Gli umori della famiglia R. 2015-2017
L
a casa dove io e i miei due fratelli siamo cresciuti era un insieme di innumerevoli colori, svariate fantasie e moltissime forme. Tra le tante cose, insostituibile e immancabile durante tutta l’infanzia, c’era sempre il fazzoletto. Fare il nodo al fazzoletto per non dimenticare. Il nostro corpo aveva continuamente bisogno del suo intervento nell’emergenza di soffiarsi il naso, pulire la bocca, rinfrescare la fronte calda di febbre, togliere il sangue o coprire i graffi sulle ginocchia. Un fazzoletto riusciva ad asciugare le lacrime e il sudore, a riparare la testa dal sole; annodato al collo scongiurava i colpi d’aria e sull’abat-jour attenuava il buio della notte. Sul tavolo il fazzoletto di poco conto per imparare a stirare. Un fazzoletto bianco fuori dal finestrino dell’auto per segnalare un’emergenza. Rifletto sulla sovrapposizione consequenziale del dna dei componenti della mia famiglia. A casa nostra il fazzoletto non è mai stato un oggetto personale, bastava infilarlo in tasca velocemente e lì scompariva. Mai avrei pensato, nell’attimo in cui aprivo il cassetto e ne sceglievo uno, di perpetuare la quotidiana sedimentazione di umori su questo pezzetto di tessuto. Un fazzoletto lasciato cadere, con finta distrazione, per farsi notare. Il fazzoletto non è altro che un minuscolo luogo circoscritto in paziente attesa, composto da tessuto decorato, stampato, ricamato, oppure ornato da delicati disegni, iniziali in rilievo. Le fantasie bizzarre servono a rendere più nobile dei gesti così umani? Per resistere al dolore lo si infila in bocca, stringendo forte i denti. Accogliendo su di sé le conseguenze fisiche e emotive i fazzoletti altro non sono che piccole sindoni silenziose, testimoni delle nostre reazioni al vivere. Il saluto diviene movimento e il fazzoletto sventola nelle mani di chi rimane sulla banchina, mentre il treno inizia a muoversi.
A
vete preso il fazzoletto?» ha ripetuto mia madre per anni mentre eravamo sulla porta di casa, pronti per uscire. Che fosse uno strumento magico, un prolungamento della sua cura, capace, anche nella lontananza, di lenire e proteggere? Mentre riordino i vecchi fazzoletti, lavati e stirati senza tregua per decenni, capisco che sono le uniche cose in grado di rimandarmi il ricordo più vero della mia famiglia. 53
[ Anna ] stampa a colori su tessuto di cotone, dimensioni cm 26 x 27,5
Installazione n.250 vecchi fazzoletti, n.5 stampe a colori su tessuto di cotone, legno e materiali vari
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[PapĂ ] stampa a colori su tessuto di cotone, dim. cm 28,5x 29
[Mamma] stampa a colori su tessuto di cotone, dim. cm 30x 30
anna rossi
[Armando] stampa a colori su tessuto di cotone, dim. cm 28 x 27,5
[Andrea] stampa a colori su tessuto di cotone, dim. cm 27x 27,5
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“buco nero” / bucobianco a cura di Silvia Scorcella
[ buco nero]
[bù-co né-ro] ■ s.m. buco da buca lat. tardo būca(m), deriv. di bucca ‘bocca’. nero lat. nĭgru(m)
Corpo celeste, avente un campo gravitazionale così intenso da non lasciare sfuggire né materia, né radiazione elettromagnetica. In un b. nero, la forza di gravità domina su qualsiasi altra forza, sicché si verifica un collasso gravitazionale continuo, che tende a concentrare la materia in un punto di singolarità di densità infinita.
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Grafica Bucobianco
buco bianco
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UCO NERO di Silvia Scorcella
Si consiglia prima un assaggio d’insegnamenti astronomici, per figurarsi i moti possenti con cui una coppia di fenomeni sospesi nel cosmo si diletta nei confronti della materia galattica: i buchi neri, pozzi insondabili atti ad ingurgitare corpi celesti riducendoli in miriadi di particelle, e i buchi bianchi a loro opposti, i quali, s’ipotizza, siano luoghi che i corpuscoli li ricompongono in una massa da distribuire nello spazio con il vigore entusiasta di un’esplosione luminosa. Questa, infatti, è la cosmogonia di un universo tanto vero quanto visionario, plasmato con la fantasia anticonformista e sublimato in storie fatte, nel senso letterale shakespeariano del termine, della stessa sostanza dei sogni. All’ingresso del buco nero si affacciano Barbara Branciforti e Giacomo Nee: artisti, progettisti e abili esploratori di quel che nel vortice misterioso viene risucchiato e ridotto in frammenti. Dal lato opposto del tunnel oscuro si apre il varco di Bucobianco: un universo immaginato fondato dall’incontro delle loro abilità di fantasticheria, uno spazio illuminato dall’energia positiva che sorge dalla missione di restituire a noi, individui invischiati nella piatta realtà sensibile, la stessa spensieratezza “straordinaria”di cui godiamo mentre viviamo nei sogni.
Bucobianco è un’avventura estetica:
qui tutto ha origine nella materia onirica, frantumata in visioni enigmatiche che appaiono come un alfabeto interiore sillabato dalla mente quando si slega dalla realtà esterna per immergersi nella libertà assoluta, felicemente sciolta da qualsivoglia forma di cliché massificante. Bucobianco è un luogo di creazione: di mondi nuovi, dove il gesto d’artista elabora le fantasie in geografie grafiche metafisiche, concepite per annullare i punti di riferimento evidenti così da sbrigliare l’immaginazione invitandola a divertirsi con itinerari inaspettati; e di una moda spontanea che accade per effetto di questa stessa idea artistica. Così, come un filo appeso tra la potenza impalpabile dell’immaginazione e la sensualità della creazione di stile, il corpo si rivela lo strumento prediletto attraverso il quale ognuno è accolto a narrare la propria storia interiore. Un racconto libero, tracciato su abiti invasi da campiture cromatiche che sono una dimensione spazio-tempo altra, pervasa dai ritmi caleidoscopici con cui giocano quelle entità surreali divenute ora immagini tangibili.
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Bucobianco è, infine, un invito a sperimentare nuove realtà racchiuse in una stanza formulata come un’esperienza sensoriale totalizzante, un’esortazione costante e imprevedibile a lasciare il proprio centro libero di perdersi, per ritrovarsi scomposto e scoprirsi felice avvolto in nuove visioni. Attenzione però, anche queste potrebbero cambiare di nuovo! Basta un soffio d’aria a scompigliare tutto…
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buco bianco
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“estratti naturali� performance teatrodanza di
veronika aguglia, silvia antonini, claudia coccia, gianni donati, giulia landi, barbara martinini, lucia rossi, Elena tenti, patrizia totaro a cura della compagnia Il Tempo Favorevole di Rimini direzione artistica di Veronika Aguglia e Barbara Martinini foto di Gianni Donati
[ estratti ] [e-strat-ti] â– p. m.
1. Essenza, succo concentrato ricavato da materia vegetale o animale: e. di rose; e. di carne; a. Compendio di un libro, di uno scritto, di un documento e sim., fatto trascrivendo i passi piĂš importanti o riassumendone le idee principali.
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che
la visione sia
un’emozione. nostalgica ed entusiasta insieme che proietta in avanti
sbilanciandoci indietro
in un fuori asse che follia merita e racconta.
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ESTRATTI NATURALI di Veronika Aguglia
I
Il progetto coreograf ico itinerante Estratti Naturali , comprende performance di teatrodanza che si innestano alle opere della rassegna Rimini Risvolti dell’abito 2017, a partire dagli spazi espositivi del Museo della Città di Rimini che ospita l’evento. Il dialogo tra corpi , spazi e opere, parte da un sottofondo comune, che è quello del corpo, che si declina come f ilo conduttore umano e metaforico tra le sale del museo rendendo visibili ed incarnate le molteplici connessioni tra i linguag gi espressivi. Questi Estratti coreograf ici condividono il tema della primavera e di alcuni elementi/presenze che la comprendono come citazioni della natura , quali l’airone, la farfalla e altri. Il percorso ha inizio alla Sala del G iudizio con un intervento tratto dallo spettacolo di teatro danza Venere Crescente, per proseguire nel viag gio espositivo attraverso i corpi dei danzatori che come statue in movimento interpretano il transito, guidando il pubblico dalla Sala della Manica Lunga alle Sale dell’Ala nuova del museo. Se in apertura f igure mitiche maschili e femminili dialogo tra loro, nel tempo sospeso del G iardino delle Esperidi , lo stesso giardino, simboleg giato da piccoli tappeti a prato, si frantuma in poetici appezzamenti d’erba , monadi disseminate, animate dal gesto danzato. Ogni monade è un performer che ispirandosi al luogo e alle opere presenti le reinterpreta secondo i moti del corpo e della natura.
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il tempo favorevole
Il Tempo Favorevole di Rimini è una compagnia di teatro danza e danza performativa che nasce da un’idea di Barbara Martinini, in collaborazione con Veronika Aguglia, con la partecipazione di Gianni Donati ed Elena Tenti, che completano la formazione attuale della compagnia. Barbara Martinini è danzatrice professionista e coreografa diplomatasi alla Folkwang Hochschule di Essen, direzione di Pina Bausch. Dal 1994 Barbara è danzatrice solista nel teatro di Brema con Susanne Linke. Con questa compagnia interpreta i ruoli principali in numerosi eventi in Europa, Asia e Sud America. Rientra in Italia alla Biennale di Venezia su invito di Carolyn Carlson per creare un assolo: ‘Morgacqua’, premio Danza&Danza 2000. Nel 2001 fonda insieme all’attore Dirk Ploenissen la compagnia Giorni Felici partecipando a manifestazioni nazionali e internazionali. Nel 2012 crea MUOVERE®, metodo per l’apprendimento del movimento scenico in ogni ambito.
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The Church says: the body is a sin. Science says: the body is a machine. Advertising says: The body is a business. The Body says: I am a fiesta. Eduardo Galeano, Walking Words (1995)
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Il corpo
E I SUOI PAESAGGI ATTRAVERSO I LINGUAGGI DELLA moda a cura di INES TOLIC
Nelle parole di Eduardo Galeano, autore uruguayano recentemente scomparso, emerge solo parzialmente la complessità con cui avrebbe a che fare chi provasse a dare una definizione esaustiva del corpo umano. Farlo infatti vorrebbe dire definire noi stessi, oppure la nostra relazione con il mondo che ci circonda, considerando il corpo, da un punto di vista fenomenologico, come «our general means of having a world». Invece, utilizzando il corpo come campo d’analisi multidisciplinare, l’obiettivo di Bodyscapes e delle opere che questa mostra comprende è fornire spunti per una riflessione sui numerosi rapporti fra il corpo e le discipline della moda. Il fashion design appartiene alla sfera delle discipline creative che, con il corpo, hanno un rapporto tutto particolare, contribuendo da una parte alla sua creazione in quanto prodotto culturale e venendone continua-mente ispirate dall’altra. Per questo motivo, il Corso di Laurea in Culture e Tecniche della Moda e la Laurea Magistrale in Fashion Culture and Management dell’Università di Bologna - Campus di Rimini hanno avviato un percorso di studio e ricerca collettivo su questo tema che, sviluppatasi nel corso dell’a.a. 2015-2016, ha prodotto una serie di lavori presentati a settembre 2016 nell’ambito del Bologna Design Week 2016 e oggi in seno a Risvolti dell’abito. In un momento storico che vede le nuove tecnologie ridefinire il corpo, i suoi limiti e le sue possibilità di espressione, Bodyscapes si pone come obiettivo quello di condividere le proprie riflessioni con il pubblico del Museo della Città di Rimini, presentandosi allo stesso tempo come specchio delle attività di ZoneModa.
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“body pressure” progetto realizzato da
Anna Bertoletti, Nuary Della Prita, Martina Petta, Mariana Romero Antunez a cura di Mattia Candiotti
[ pressióne ]
[pres-sio-ne] ■ s. f. [dal lat. pressio -onis, der. di pressus, part. pass. di premĕre «premere»]
Genericam., l’atto, l’azione di premere, di esercitare una forza sulla superficie di un corpo materiale, così da determinarne un mutamento, uno spostamento o una deformazione.
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di Mariafrancesca Stella
La parola abito deriva dal latino habitus, insieme di conoscenze insite nel corpo ma anche forma che plasma il corpo e che lo veste in rapporto all’ambiente, «suo habitu vitam degere». Bourdieu illustra il concetto di habitus, inteso come sistema di idee, tecniche e conoscenze apprese in diversi campi, dall’agire al gusto estetico, che modella la natura dell’esistenza. Egli si pone in negativo verso queste conoscenze in quanto non le considera innate nell’individuo bensì come il risultato di sottomissioni al sistema economico, culturale e sociale della comunità di appartenenza. E aggiunge che le scelte in termini di moda, di gusto, di costume, sono determinate dall’ opposizione della massa verso dettami prestabiliti. Il corpo, inoltre, è continuamente plasmato dagli stereotipi che provengono dai media, dalla moda, dalla musica, da culture esotiche tanto da non riuscire più a riconoscere il confine tra essere sé stesso ed essere “altro/altri”.
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“ S U O HABITU V I TA M DEGERE ”
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Body Pressure è una serie fotografica realizzata nel corso dell’A.A. 2015/2016 durante il seminario curricolare “Photographic Techniques and Workflow Lab”, condotto dal dott. Mattia Candiotti presso la Laurea Magistrale in Fashion Culture and Management dell’Università di Bologna – Campus di Rimini. La serie è stata prodotta dagli studenti, i quali hanno lavorato sulla forma del corpo sottoponendo quest’ultimo a pressione. Fornendo una lettura fotografica dell’esperienza, il seminario ha messo in risalto le potenzialità estetiche di corpi a confronto con un metaforico limite invisibile.
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“our body” progetto realizzato da
Beatrice Benetti, Rebecca Engler, Giulia Clara Galieni, Elisa Meggiolaro, Sara Perrone, Katherine Sanchi, Michelle Scarpellini a cura di Mattia Candiotti
[ nòstro ]
[no-stro] ■ agg. poss. [lat. nŏster -stra -strum, der. di nos «noi»] È il possessivo che si riferisce al soggetto di 1a pers. plur. noi, così come vostro si riferisce al soggetto voi. Le relazioni e i sign. espressi da nostro e i suoi usi grammaticali e sintattici sono analoghi, eccetto casi particolari, a quelli degli altri agg. possessivi.
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di Mariafrancesca Stella
Rivelando il corpo e la sua sessualità, il vestiario era ora in grado di rompere gli equilibri tradizionali dei ruoli sociali e quelli di genere. In Italia, questa inedita consapevolezza si tradusse in una carica rivoluzionaria che esplose nel secondo dopoguerra a seguito dell’industrializzazione e la nascita del consumismo, portati dal miracolo economico. La donna conquistò il diritto al proprio corpo, la moralità smise di occuparsi delle vesti e la società accettò l’uguaglianza fra i sessi. Parallelamente, essa rivendicò sia un’identità individuale (per troppo tempo negata), che un’identità collettiva. Da quel momento in poi, la femminilità fu intesa come valore positivo, invece che espressione di inferiorità. Si passò dal “silenzio” delle epoche precedenti, all’affermazione di sé gridata a gran voce. Il movimento femminista scelse infatti la parola come propria forma espressione privilegiata, iniziando contestualmente a rendere pubblico tutto quello che prima veniva taciuto. L’ampia tematica del corpo è stata indagata in occasione del seminario curricolare “Laboratorio di tecnica e workflow fotografico” condotto dal dott. Mattia Candiotti presso il Corso di Laurea in Culture e tecniche della moda dell’Università di Bologna – Campus di Rimini nell’A.A. 2015/16. Il dittico è stato prodotto da uno dei gruppi di studenti frequentanti il suddetto seminario che, nel fornire una lettura dell’essere umano inteso come unico, irripetibile e al contempo parte inscindibile del tutto, ha decostruito venti corpi per poi ri-assemblarli, realizzando un mosaico avente come soggetto una giovane donna, molteplice nella sua unità. 76
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“post- HUMAN” progetto realizzato da
Maria Letizia Bartolini, Cristina Cambiucci, Martina Cavallari, Maria Flora Minzoni, Felice Russo, Carolina Tebaldi a cura di Mattia Candiotti
[ umano ]
[u-ma-no] ■ agg. [dal lat. humanus, der. di homo «uomo»] Dell’uomo, che è proprio degli uomini (in quanto distinti rispetto agli altri esseri animati o inanimati).
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di Chiara Pompa
Unico essere vivente a possedere la capacità di auto-modificare, trasformare ed estendere la propria condizione corporea, l’uomo si è lasciato sedurre – lungo tutto l’arco della sua evoluzione filogenetica – dal richiamo sirenico al superamento della fisicità biologica. Un’attrazione cresciuta di pari passo ai progressi registrati in campo tecnologico, maturata man mano che ci si andava dotando di strumenti volti al potenziamento dell’agire. Un potenziamento proiettato per millenni verso l’esterno, fuori dal corpo, estraneo a esso. Nient’altro che un’estroflessione delle capacità umane, condensate in protesi-extrasensoriali atte a sostituire l’uomo nello svolgimento di un’attività. Dispositivi artificiali slegati dalla carne, da quei muscoli e da quelle ossa che ne facevano, meramente, un corpo troppo umano. Eppure, a un certo punto della storia, il senso di marcia della proiezione è cambiato: il potenziamento, nella contemporaneità, da esterno è divenuto interno, ha contaminato la carne, l’ha invasa, innescando un cortocircuito tra organico e inorganico. Una contaminazione invasiva, quella alla base della relazione uomo-tecnologia tipica della post modernità, che il mondo delle arti non ha tardato a interpretare, a rappresentare, finanche ad anticipare. 80
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Il corpo post-umano è stato indagato in occasione del seminario curriculare “Laboratorio di tecnica e workflow fotografico” condotto da Mattia Candiotti presso il CdL in Culture e Tecniche della Moda dell’Università di Bologna – Campus di Rimini nell’A.A. 2015/16. Il materiale iconografico presente in mostra è stato prodotto da studenti frequentanti il suddetto seminario che, nel fornire una lettura fotografica del corpo, si sono focalizzati sul rapporto di questo con la tecnologia e, quindi, su una declinazione post-organica della fisicità umana.
1
I testi della sezione Bodyscapes, rielaborati e tradotti in italiano, sono stati originariamente pubblicati in I. Tolic (a cura di), Bodyscapes: the Body and Its Landscapes from the 19th to the 21st Century, Bruno Mondadori, Milano 2016 [DOI: 10.17464/9788867741816]. La pubblicazione raccoglie testi che, da un punto di vista critico, inquadrano le opere presenti in mostra costituendo per questo motivo il completamento del per-corso di ricerca avviato dal Corso di Laurea in Culture e Tecniche della Moda e dalla Laurea Magistrale in Fashion Culture and Management dell’Università di Bologna - Campus di Rimini nel corso dell’a.a. 2015-2016. 2
M. Marleau-Ponty, Phenomenology of perception, Routledge, Abingdon-New York 2012 (1ª ed. 1945), p. 146.
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“mood pink” progetto realizzato da
Gianluca Cersosimo, Anna Rita De Angelis, Arianna Sabatino, Margherita Santangelo, Stefania Troyli a cura di Giulia Ripalti
[ stereòtipo ]
[ste-re-ò-ti-po] ■ agg. e s. m. [dal fr. stéréotype, comp. di stéréo- «stereo-» e -type «-tipo»]. fig. Modello convenzionale di atteggiamento, di discorso e sim.: ragionare per stereotipi. In partic., in psicologia, opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni.
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di Chiara Pompa
Elette a luogo deputato all’introspezione e alla sperimentazione del sé, le stanze private degli adolescenti ci raccontano d’identità mutanti e in via di definizione, disseminate negli oggetti che le circondano. Ci raccontano di un cortocircuito perturbante di corpi acerbi e imperfetti, innocenti ed erotici insieme, sospesi tra il prima e il dopo, che si riflette negli spazi dell’intimità e che la fotografia, sia in campo artistico sia di moda, non ha tardato a violare. Partendo dall’esplorazione dei territori dove i teenagers cercano di costruire la propria identità, negli ultimi decenni la fotografia è infatti riuscita, con una grande varietà e molteplicità di sguardi, a cristallizzare nel tempo di uno scatto l’immagine di corpi doppi, altalenanti tra poli opposti, proiettati verso un altrove indefinito. Verso infiniti possibili. Dove, di preciso, non c’è dato sapere. La relazione tra il corpo adolescente, gli spazi privati e il processo di costruzione identitaria è stata indagata, a livello fotografico, in occasione del seminario curriculare in “Fashion Styling” condotto da Giulia Ripalti presso il CdL in Culture e Tecniche della Moda dell’Università di Bologna – Campus di Rimini. Il materiale iconografico a corredo del presente saggio è il frutto di uno dei progetti realizzati dagli studenti frequentanti il suddetto seminario, rivolto per l’A.A. 2015/2016 all’ideazione, produzione e promozione di immagini di moda, a partire da un tema dato.
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l’immagine
di corpi doppi, altalenanti
tra poli
opposti, proiettati verso
un altrove
indefinito. 89
“superworkers” progetto realizzato da
Allinson Arana, Oriana Braccu, Mariangela Dinoi, Kaimin Huang, Federica Iuso, Jeongyoun Kim, Zhongyi Lu, Yuan Shi, Huixin Wan, Ziyang Wang, Jingfang Wang, Wanting Wu, Wenwen Zhang a cura di Simona Segre Reinach con Leandro Palanghi e Mariafrancesca Stella
[ super ]
[sù-per] ■ agg. s. [Lat. super “sopra”] Primo elemento di parole composte, nelle quali indica superiorità, in senso concreto (lo stare sopra e sim.) o figurato (avere un valore maggiore e sim.).
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di Mariafrancesca Stella
Le numerose vite degli abiti da lavoro, indossati fino alla consunzione, danneggiati dal tempo, dai tessuti logorati, stimolano la nascita di nuove idee. La naturale metamorfosi che il capo da lavoro subisce nel tempo viene infatti appositamente ricreata sui tessuti con vari trattamenti: scuciture a vista, toppe o perfino strappi. Nel 1975 la prima collezione di Agnés B. propone salopette da operaio e completi da pittore riadattati. Sul tessuto in cotone realizza rattoppi con incursioni di tessuti raffinati quali raso e satin nero. Yohji Yamamoto nel 2003 ricrea le emozioni e la fatica del lavoratore lasciando sui tessuti di cotone l’impronta di chi li ha indossati. Seguirà questa scia una generazione di creativi che attuerà vere e proprie sperimentazioni sulla materia tessile con l’intento di far vivere e pulsare le superfici, talvolta maltrattandole con strappi e tagli mediante processi che le consumano, rendendole uniche. Questa strada viene percorsa da stilisti come Boris Bidjan Saberi, Br.UNO, Milena Altini, Nicolò Ceschi Berrini, i quali ricreano artificialmente le impronta della fatica, tipica degli indumenti da lavoro.
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Il tema del “corpo in uniforme” è stato approfondito dagli studenti del corso Fashion and Industrial Design della Laurea Magistrale in Fashion Culture and Management che, nel corso dell’A.A. 2015/2016, hanno realizzato un allestimento espositivo dal titolo
Superworkers.
Fashioning the Spirit of the Heroes curato dalla prof.ssa Simona Segre Reinach con la collaborazione della dott.ssa Mariafrancesca Stella e del dott. Leandro Palanghi. Un lavoro di ricerca, approfondimento e analisi di quattro capi iconici provenienti dal mondo dell’industria automobilistica e il conseguente risvolto creativo che ha portato alla trasfigurazione della divisa da lavoro in divisa per
Supereroi.
Questi ultimi sono diventati poi i protagonisti di una storia a fumetti ideata e disegnata dagli stessi studenti. Gli abiti da lavoro, che sono serviti per la realizzazione del progetto, provengono dalla collezione Workwear degli Archivi di Ricerca Mazzini di Massa Lombarda.
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Idee e strumenti per la valorizzazione e divulgazione del bene culturale
Soluzioni integrate per il museo digitale, l’allestimento interattivo, la realtà aumentata, la catalogazione e i brand territoriali.
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risvolti dell’abito
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RISVOLTI DELL’ABITO TRAME DEL CORPO
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del bianco lombardelli . paola gandolfi . bebhaus lucia nanni . mariano marini . anna rossi romina dorigo . la maison du couturier bucobianco . il tempo favorevole . zonemoda design ologna
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