case | atlante possibile 88-18
Case
atlante possibile 88-18
Private House David Chipperfield Berlino, 1996
a cura di lavinia remer
Descrizione della ricerca da cui è nato il volume. La pubblicazione è l’esito della ricerca dal titolo Spazi domestici, 1988-2018, svolta all’interno del Laboratorio di Progettazione dell’Architettura III, CdL in Architettura magistrale a c.u. [LM 4cu], presso la Scuola di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze nell’AA 2019/20.
Laboratorio di Progettazione dell’Architettura III Scuola di Architettura, Università degli Studi di Firenze Michelangelo Pivetta con Lapo Fuochi Giampiero Germino Fabio Gnassi Alessandro Guidi Giulia Miniaci Vincenzo Moschetti Laura Mucciolo
indice
Introduzione
11
Pelle
17
Cuore
25
Mente
31
Regesto Iconografico
37
Bibliografia
39
Case
atlante possibile 88-18
Private House David Chipperfield Berlino, 1996
a cura di lavinia remer
introduzione
Berlino, anni ’90. In un verde sobborgo situato a sud-ovest della città, David Chipperfield (Londra, 1953) inizia la costruzione di una residenza privata che, con i suoi 1450 m2, si inserisce in un quartiere residenziale. A differenziarla dalle altre abitazioni sono le rigide facciate in mattoni e le scure specchiature in vetro e acciaio, che sembrano quasi voler simulare l’ombra: ombra che nasconde e custodisce il segreto di una casa che non vuole rivelarsi a chiunque. Per conoscerla c’è bisogno d’altro, ci vuole di più: bisogna addentrarvisi e comprendere quanta complessità possa celarsi dietro a della semplice muratura. Alla muta rigidezza che l’abitazione mostra agli sguardi estranei, si accompagna un fluido parlare che solo chi la vive è in grado di comprendere. Quello dell’abitare è un linguaggio unico, esclusivo, e a conoscerne le parole e i sintagmi è solo il committente. Questi, affidandosi all’architetto e instaurandovi uno specifico rapporto, cerca di esprimergli i suoi desideri più profondi, dando vita ad un denso confronto dialettico. Da quel momento in poi progetto e desiderio saranno inscindibili, in quanto l’uno generatore dell’altro, e si animeranno reciprocamente perseguendo la ricerca di
12
PRIVATE HOUSE
introduzione
13
[1.]
14
PRIVATE HOUSE
un equilibrio. Tale operazione è annoverabile tra le più impegnative, in quanto non vi è nulla di più complesso del disegnare la casa di qualcuno. Casa che deve parlare di chi la vive, ma anche di dove e quando essa stessa vive; di quel che la circonda e che non può rimanere inespresso. Ogni elemento non è lì a caso, ma è stato appositamente scelto e pensato per essere dov’è. La Private House in questo senso ci racconta - tramite materiali e forme - un contesto storico tra i più significativi della storia. Siamo nel cuore della Germania, a cinque anni dalla caduta del muro di Berlino, in un Paese che si è visto vincitore e vinto, che ha subito e inflitto e che, con vigore, pensa ora a ritemprarsi, a ricostruirsi, a rinascere sotto una nuova luce. Negli anni novanta, la scena berlinese era ancora teatro del dibattito nazionale sulla questione della diversità tedesca, e si portava avanti il tentativo di “sgermanizzare” 1 senza tuttavia perdere i propri tratti peculiari. Sono dunque svariate le imposizioni a livello costruttivo - le quali si pongono sì come limite ma anche come elementi caratterizzanti - che interferiscono con le scelte progettuali e che, in un modo o nell’altro, le determinano. Esempio di ciò è il Blockrandbebauung 2, che impedisce accentuate articolazioni volumetriche dei singoli edifici, vuole che si raggruppino come una costruzione chiusa e che si articolino perimetralmente ad uno spazio aperto, favoren-
1
M. Imhof, L. Krempel, Berlino : la nuova architettura guida agli edifici costruiti dal 1989 ad oggi, Michael Imhof, Petersberg, 2005 2
Il blockrandbebauung indica un raggruppamento urbano di edifici residenziali in una costruzione chiusa intorno a un cortile comune (spazio aperto). I blocchi sono incorniciati su tutti i lati da strade (di solito quattro) e gli edifici sono orientati verso di esse.
introduzione
15
do così la realizzazione di edifici ad angolo. Questo è esattamente ciò che troviamo nel sobborgo che ospita la residenza privata, e dimostra come siano proprio la precisa collocazione, il contesto e il momento storico a determinare gli aspetti progettuali. In questo modo David Chipperfield, tentando di trovare un punto di incontro tra memoria e oblio, si misura con il tema dell’identità nazionale, poiché «la nostra responsabilità sta proprio nel trovare chiavi di lettura nella memoria e nel contesto» 3.
3
David Chipperfield, citato in F. Irace, David Chipperfield, Electa Mondadori, Milano, 2011, p. 8
16
PRIVATE HOUSE
pelle
«L’opera architettonica non si dà unitariamente alla percezione e all’esperienza, ma si sdoppia in due momenti egualmente decisivi: quello puramente visivo, esterno, pubblico, rappresentativo, sociale e quello performativo, interno, privato, funzionale, singolare. Il primo è urbano, collettivo, sintetico, identitario; il secondo è parcellizzato, individuale, analitico, anagrafico. »1
È nel primo momento che lo sguardo intercetta la facciata, che gli occhi si posano sul rivestimento della costruzione: nel caso della Private House a riempire il campo visivo sono i mattoni. I prospetti sono infatti caratterizzati dal loro susseguirsi ordinato, dal ritmo che scandiscono intervallandosi con i serramenti - i quali sembrano sottrarsi alla materia nell’intento di comportarsi come veri e propri vuoti - e da quella rigidezza formale che implicano. Non vi è lato che non sia perfettamente ortogonale a quello adiacente, linea di contorno che non sia diritta e parte che ecceda nella forma, che osi valicare un muto limite non visibile ma chiaramente percepibile. La pelle in mattoni - perché di pelle si parla, in quanto priva di qualsivoglia funzione strutturale - ci racconta anche di storia, 1
M. Vitta, Dell’abitare, Giulio Einaudi editore, Torino, 2008, p. 138
18
PRIVATE HOUSE
[2.]
pelle
19
[3.]
20
PRIVATE HOUSE
[4.]
pelle
21
[5.]
22
PRIVATE HOUSE
rievocando sia l’inizio della costruzione del muro di Berlino nel 1961, sia la sua caduta nel 1989: lo stesso elemento con il quale venne dapprima innalzato, dopo esser divenuto maceria, si reimpiega e trova nuovo significato, nuova vita. Qui, come nelle Wolf, Lange & Esters House di Mies van der Rohe qualche decennio prima - importanti riferimenti per l’opera di Chipperfield - il mattone è insieme protagonista e narratore di un racconto di continua distruzione e rinascita. Nella sua rigorosità, la facciata si frappone tra l’esterno e l’interno comportandosi come uno scudo, dando l’idea di essere un confine invalicabile. A consentire allo sguardo di attraversarla è solo un foro, che guida l’occhio fino al giardino retrostante: anche qui l’osservare è limitato a ciò che si decide di far vedere, perché nient’altro si scorge se non l’ombra, quella parte di scala che riesce a sfuggirvi e un accenno di verde.
pelle
23
[6.]
24
private house
Trovare un dialogo tra la forma dell'edificio e gli spazi che si creano al suo interno, tra gli spazi e le forme che li contengono, è l'ambizione primaria del nostro lavoro. [David Chipperfield]
cuore
Pudica, la pianta si nasconde dietro l’involucro che la racchiude, che la “protegge” da chi non appartiene agli spazi che si articolano al suo interno. Si manifesta nella sua complessità solo a coloro i quali hanno il permesso di entrare e li guida con prudenza in un difficile gioco geometrico. Ci si trova immersi in un vero e proprio labirinto di sequenze spaziali, in un testo nel quale si leggono vocaboli mai conosciuti prima, in un teatro di cui ci si appresta a diventare assidui frequentatori. L’abilità di Chipperfield nel padroneggiare la pianta fa sì che tale nuovo microcosmo, che ora si svela, sorprenda come è solito sorprendere l’inaspettato. A meravigliare sono la singolare chiarezza del linguaggio e il suo essere privo di ogni elemento superfluo - oltre che il forte senso di unione che lega e rende inscindibili le parti. Unione che non è limitata all’interno ma che coinvolge e richiama fortemente - seppur non in maniera immediatamente e facilmente percepibile - lo scheletro esterno: come quando leggendo un libro non si trova fin da subito attinenza tra introduzione e capitoli e la cui profonda connessione si rivela solo nella parte conclusiva, qui riusciamo a comprendere quanto sia ben bilan-
26
PRIVATE HOUSE
[7.]
cuore
27
[8.]
28
private house
ciato il rapporto tra contenitore e contenuto solo dopo aver condotto un’attenta analisi. È infatti solo tramite lo spaccato orizzontale e quello verticale che si mostra il volto invisibile e irraggiungibile dello spazio abitato, che si può leggere quanto precedentemente tenuto nascosto dall’austerità della facciata in mattoni. A risaltare sono i diversi approcci utilizzati per il piano interrato e i due piani sovrastanti. Se nel primo si ha come l’impressione di un’apertura verso l’esterno, negli altri si sente più forte un senso di contenimento: le pareti si fanno argini di uno spazio fluido e in continuo movimento, che sembrerebbe poter scivolare via da un momento all’altro se non vi fosse qualcosa a trattenerlo. Gli stessi balconi appaiono rispettosi del limite sancito dalla pelle che li avvolge, in quanto incassati al suo interno - come, del resto, fa anche la corte presente al pian terreno. Il modo di dialogare del piano terra e del primo piano si fa evidente con la schematizzazione delle rispettive piante: essi, composti dalle stesse semplici e regolari forme geometriche, si sovrappongono l’uno all’altro in maniera speculare. Pieni e vuoti si alternano così come il bianco e nero fanno in una scacchiera, incastrandosi e bilanciandosi perfettamente. Ciò è leggibile e facilmente desumibile soprattutto in sezione, dove si rendono evidenti contrasti e assonanze: al nucleo centrale della scala si affianca il doppio volume dell’ingresso, le zone aperte si concentrano da un lato mentre quelle chiuse da un altro, il piano interrato vede un senso di apertura lungo la direzione trasversale e di chiusura lungo quella longitudinale. Ogni scelta è compensata da un’altra uguale e opposta, al fine di perseguire quell’equilibrio a
cuore
29
cui sempre si aspira. È ancora in sezione che si può percepire quanto questa residenza rispecchi e faccia suo il concetto di casa verticale1: si innalza e si differenzia nel senso della sua verticalità, animata dalla polarità tra soffitta e cantina. Procedendo dal basso verso l’alto ci si addentra man mano in quell’intimità propria degli spazi privati: non vi sono più zone “comuni”, come possono essere il soggiorno, la cucina o la sala da biliardo, bensì altre più vicine all’io di chi le vive. Così la dinamica dell’abitare viene scandita dai vari piani: ad ognuno di essi corrispondono momenti, sensazioni e condizioni differenti, che vanno dalle camere per gli ospiti del piano interrato alla biblioteca privata dell’ultimo piano. Un mezzanino isola l’ufficio, tenendolo quasi separato dagli spazi dell’abitare con lo scopo di distinguere la vita privata da quella lavorativa. L’abitazione risulta dunque essere come un diario: all’attento osservatore saprà mostrare i lati molto spesso celati della persona che la vive poiché ogni zona, intrisa di quell’esistenza che vi si svolge nel fare quotidiano, è testimone delle aspirazioni, delle paure e dei sogni più puri e più segreti. La Private House è fatta «non per essere veduta, ma per essere abitata»2.
1
G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari, 1989, p. 45 2
J.-J. Rosseau, Julie ou la nouvelle Héloïse, 1761 [trad. it. Giulia o la nuova Eloisa, Rizzoli, Milano, 1992] citato in M. Vitta, Dell’abitare, Giulio Einaudi editore, Torino, 2008, p. 56
30
private house
mente
L’abitare, nella sua complessa unicità, anima il progettare per l’abitare. In questo lungo processo dialettico, di continuo confronto e conoscenza tra le parti, vi è un unico elemento che non può mai venir meno: la soggettività. Essa determina ogni singolo aspetto di quella che poi sarà l’immagine finale: che si tratti del luogo, del numero dei piani, di quanta luce debba entrare all’interno e di quanta debba limitarsi all’esterno, di quanto il vuoto debba preponderare sul pieno e viceversa, di come sia più opportuno si distribuiscano gli spazi, di quanto si voglia lasciar vedere e di quanto si voglia invece nascondere, di che idea si voglia dare dal di fuori e di come e in che misura la si voglia confermare o smentire dal di dentro, tutto sarà dettato dal modo in cui si deciderà di comunicare servendosi del riflesso di quella e sola soggettività. Risulta dunque evidente come il vero io possa riuscire ad affermarsi e ad imporsi sull’intenso progetto di un’abitazione tramite la scelta di un’unica soluzione la quale esclude, conseguentemente, tutte le altre. È tramite la sua messa in opera e la sua fruizione che si dovrà puntare alla valorizzazione della semplicità del quotidiano: bisogna, in questo ambito più che in
32
private house
ogni altro, renderlo straordinario, come devono essere straordinarie le azioni che vi si compiono all’interno. Saranno proprio tali azioni a rendere vivo lo spazio e a specificarlo, declinarlo come casa, poiché è l’abitudine a definire l’abitare. Oggetti, immagini, angoli: ogni cosa formerà, con il corpo dell’abitante, un insieme inscindibile nel quale andrà costruendosi, giorno per giorno, l’esistenza. Leggendo in questa chiave il “testo architettonico” che è la casa, si trovano le motivazioni necessarie a spiegarne il disegno e le geometrie. Ogni particolare obbedisce al forte tema del limite che - oltre ad essere uno dei più cari all’architetto - è qui di grande rilevanza. È solo tramite la demarcazione di specifiche imposizioni che risulta possibile dare forma a quelle idee che altrimenti non sarebbero che transitorie, intangibili e che rimarrebbero inespresse. In questa residenza il tema viene ulteriormente enfatizzato, in quanto tutto sembra essere racchiuso, avvolto in un’aura di riservatezza e discrezione. I vari ambienti risultano essere sì circoscritti, ma mai costretti - seppure possano apparire come tali, essendo tra loro perfettamente incastrati e collegati perché ognuno di essi è studiato e rapportato all’altro secondo moduli ben definiti. Sfruttando un continuo processo di scomposizione e ricomposizione lo spazio, frantumato geometricamente, obbedisce a precisi allineamenti geometrici e garantisce una continuità di sguardi e prospettive interne che lo caratterizzano e lo rendono unico. Nell’intimità di ogni dettaglio si manifesta così l’unicità dell’abitare, e nella semplicità di ogni gesto la straordinarietà del quotidiano.
mente
33
L’analisi della Private House di David Chipperfield lascia capire quanto sia importante progettare con l’obiettivo di far trapelare un significato, con la consapevolezza di non star scrivendo su un foglio bianco ma di essere in procinto di continuare un racconto. Racconto che narra la storia di chi vive, di dove vive e di quando vive, e la traduce in muri, finestre, rivestimenti, superfici, colori poiché «l’architettura deve parlare da sola»1.
1
David Chipperfield, citato in F. Irace, David Chipperfield, Electa Mondadori, Milano, 2011, p. 35
34
private house
[9.]
mente
35
[10.]
regesto iconografico
[1.] © David Chipperfield Architects, fotografie di Christian Richters, Joerg von Bruchhausen, 1996 [2.] Ludwig Mies van der Rohe, Wolf House, Gubin, Polonia, 1925-27 [3.] Ludwig Mies van der Rohe, Wolf House, Gubin, Polonia, 1925-27 [4.] Ludwig Mies van der Rohe, Esters House, Krefeld, Germania, 1927-30 [5.] Ludwig Mies van der Rohe, Lange House, Krefeld, Germania, 1927-30 [6.] © David Chipperfield Architects, fotografie di Christian Richters, Joerg von Bruchhausen, 1996 [7.] David Chipperfield, Private House, piante, dall'alto: piano interrato, piano terra, primo piano, Lavinia Remer [8.] David Chipperfield, Private House, sezioni, dall'alto: sezione longitudinale, sezione trasversale, Lavinia Remer [9.] © David Chipperfield Architects, fotografie di Christian Richters, Joerg von Bruchhausen, 1996 [10.] David Chipperfield, Private House, esploso assonometrico, Lavinia Remer
bibliografia
Bachelard G., La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari, 1989 Chipperfield D., Una conversazione con David Chipperfield, Caruso A. & St John P., El Croquis, n. 87, 1997 Chipperfield D., Una conversazione con David Chipperfield, Zaera A., El Croquis, n. 120, 2004 Chipperfield D., Intervista con David Chipperfield "Continuity", Oshima K. T., A+U, n. 402, 2004 AA.VV., Fontana L. (a cura di), Lezioni di Architettura e Design 49 - David Chipperfield Architects, Empirismo Idealista, RCS Media Group, Milano, 2017 Jodidio P., Chipperfield, Florian Kobler, Berlino, 2015 Imhof M., Krempel L., Berlino: la nuova architettura guida agli edifici costruiti dal 1989 ad oggi, Michael Imhof, Petersberg, 2005 Irace F., David Chipperfield, Electa Mondadori, Milano, 2011 Stach C., Telese R. (a cura di), Saper credere in architettura - Trentasette domande a David Chipperfield, CLEAN, Napoli, 2005 Vitta M., Dell'abitare, Giulio Einaudi editore, Torino, 2008