4/2017
internos
dossier
sett. 2018 4/2017
Welfare generativo
SOMMARIO Premessa 4
Perchè questo dossier
Il convegno 5 6
Locandina convegno Genesi del convegno - Dario Volani, responsabile Centro Studi
I relatori 8 9 10
Stefan Eikemann - psicologo presso il consultorio familiare FABE Bruno Marcato - direttore Associazione Hands Rodolfo Tomasi - psichiatra, volontario ass. “La Strada - Der Weg ONLUS”
Interventi e commenti 11 13
Claudio Ansaloni - responsabile Area bambini e giovani
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Francesco Campana - ex coordinatore fase di accoglienza Progetto “ALBA”
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Marina Bruccoleri - responsabile Area donna e pari opportunità e Area prevenzione e consulenza Alex Celesti - coordinatore Progetto “Valori per lavori” Andrea Pasqualini - educatore progetto “Backstreet” Elena Zangrando - coordinatrice comunità sociopedagogica “Il Focolare” Andrea Vigni - responsabile Area cultura, territorio e famiglia
Conclusioni 17 19 20 22
Questioni aperte, percorsi, mete - Fabrizio Mattevi, collaboratore Centro Studi Materiali Esperienze Riferimenti bibliografici
Premessa Perchè questo dossier Il 29 novembre 2016 l’Associazione “La strada - der Weg” organizzò un convegno sul “welfare generativo”. Quell’appuntamento fu lo spunto per avviare un confronto all’interno dell’Associazione, tra alcuni di coloro che al convegno avevano preso parte. Questo dossier documenta quelle riflessioni e annotazioni. La sua pubblicazione avviene in occasione di un secondo convegno sul welfare generativo, organizzato da “La Strada - Der Weg” a Bressanone il 12 ottobre 201 , in collaborazione con la Libera Università di Bolzano, l’Associazione Hands, il Südtiroler Kinderdorf, il Consultorio FA.BE.
La proposta del “welfare generativo” è stata lanciata dalla Fondazione “Zancan” nel “Rapporto sulla lotta alla povertà 2012”. Premessa a questa proposta culturale è la constatazione che “l’attuale crisi economica rivela indici di depressione mai raggiunti nel corso degli ultimi vent’anni. Sono cresciuti i poveri di ‘povertà relativa’ e i poveri di ‘povertà assoluta’, la disoccupazione ha raggiunto cifre record colpendo tutto l’arco dell’età lavorativa e in particolare il mondo giovanile, con gravi riflessi economici, psicologici e sociali. La povertà ha superato da anni le caratteristiche tipiche del fenomeno transitorio e congiunturale, per assumere i connotati di un’involuzione strutturale, che allarga progressivamente le disuguaglianze sociali, intacca
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i diritti fondamentali dei cittadini e per questo chiama in causa le grandi scelte politiche e richiede la mobilitazione di tutte le forze culturali e sociali.”¹ Secondo la Fondazione “Zancan” va superato “il modello di welfare basato quasi esclusivamente su uno Stato che raccoglie e distribuisce risorse tramite il sistema fiscale e i trasferimenti monetari. Serve un welfare in grado di rigenerare le risorse (già) disponibili, responsabilizzando le persone che ricevono aiuto, al fine di aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio dell’intera collettività.”² ¹-² online al sito: www.welfaregenerativo.it Fondazione “Zancan”
Il convegno A questi temi è stato dedicato il convegno “Welfare generativo: verso nuove politiche sociali”, promosso dall’Associazione “La strada – der Weg ONLUS”, svoltosi il 29 novembre 2016. Locandina convegno
Dario Volani
Responsabile Centro Studi “Associazione La Strada - Der Weg ONLUS” Genesi del convegno La proposta del convegno è partita da Stefan Eikemann, Bruno Marcato, Rodolfo Tomasi, già nel 2015. Il Centro studi ha condiviso il suggerimento, assumendosi l’onere organizzativo L’Associazione si è sempre impegnata nel promuovere dibattiti e approfondimenti su temi rilevanti, come la doppia diagnosi e gli ex-O.p.g., anche con l’obiettivo di sollecitare l’ente pubblico. Abbiamo subito raccolto la proposta di un convegno sul welfare generativo, una questione che per la sua ampiezza e, al contempo, la profondità, permette di andare oltre le emergenze e avviare una riflessione ampia e prospettica, che investe l’idea stessa di welfare. Ci è sembrato che questo convegno offrisse una splendida occasione per rivolgerci a tutta la comunità civile altoatesina per coinvolgerla in una visione proiettata nel futuro. La Fondazione “Zancan” è impegnata, con forza e passione, nel promuovere e diffondere questa idea di welfare. Nel passato aveva già organizzato un convegno a Bolzano, che aveva riscosso ampia partecipazione e molto interesse. Abbiamo dunque pensato che valesse la pena promuovere una continuazione della riflessione e del confronto. Abbiamo preferito rivolgerci agli operatori dei servizi sociali, convinti che l’idea di welfare generativo sia realizzabile solo attraverso un’azione allargata e condivisa, che coinvolga il sistema del welfare e non solo singoli soggetti. C’è un altro criterio, che abbiamo tenuto presente nell’impostazione del convegno: l’idea di welfare generativo non va diffusa e promossa perché promette una
riduzione dei costi e un contenimento degli investimenti, per “spendere meno”; il welfare generativo ha senso e vale la pena perché privilegia i valori della restituzione e del connettere le persone. La nostra terra, l’Alto Adige, in particolare il mondo di lingua tedesca, hanno una profonda e autentica tradizione di gratuità, aggregazione, senso civico, solidarietà, disponibilità a restituire alla comunità facendo volontariato. Penso al dato che in ogni paese vi è una stazione dei vigili del fuoco volontari, penso alle esperienze delle “Musikkappellen”, in cui le persone donano gratuitamente il proprio tempo e le proprie attitudini, restituendo qualcosa di sé alla comunità di cui sono parte e da cui sono accolti. La scelta di organizzare un convegno su questo tema intendeva dunque recuperare e riproporre i temi della gratuità e della restituzione civile di quanto ciascuno riceve dalla società di cui è parte, poiché ci pare che questi valori e queste sensibilità stiano scemando. In nome di questa opzione e di questa convinzione l’Associazione ha deciso di assumersi direttamente i costi organizzativi. Per questo è fondamentale che il convegno non si esaurisca in un pomeriggio di ascolto di alcuni relatori, ma prosegua generando confronto e approfondimento, coinvolgendo anche altre persone e realtà prossime a “La Strada – Der Weg”. E, parallelamente, è altrettanto cruciale raccogliere l’appello lanciato da Tiziano Vecchiato: “sperimentate!”, cercando servizi e aree in cui provare a chiedersi in che cosa può consistere, che cosa può essere un approccio generativo all’intervento socio-educativo. Pensiero e azione hanno da procedere insieme, dinamicamente: l’uno privo dell’altro risultano sterili.
I relatori I relatori, Stefan Eikemann, Bruno Marcato, Rodolfo Tomasi, Tiziano Vecchiato, nei loro interventi hanno proposto considerazioni interessanti e stimolanti. È diffusamente avvertita l’urgenza di abbandonare l’attuale modello di sviluppo, evidentemente insostenibile nel suo rincorrere l’abbondanza e produrre, di fatto, povertà sempre più diffuse. Si tratta di costruire e condividere una nuova idea di progresso, come ha prospettato Papa Francesco nell’enciclica “Laudato sii”. Allo stesso modo e di conseguenza si pone la necessità di nuovi modelli di welfare, che vadano oltre la logica dell’erogazione di sussidi. La pratica dei “bonus” e del sostegno economico, a cui si fa sempre più ricorso nel rapporto tra stato e cittadini, corre il rischio di accrescere atteggiamenti di dipendenza, passività, inerzia. A questa tendenza va aggiunta la progressiva spersonalizzazione dei servizi, conseguenza di un’esasperazione delle specializzazioni professionali e del diffondersi di un’etica di matrice giuridica (norme su privacy, sicurezza, anticorruzione, trasparenza …) che ha sostituito l’etica professionale. Questa evoluzione di contesto alimenta meccanismi difensivi, atteggiamenti di chiusura, paure e diffidenze, che inaridiscono la dimensione relazionale. Vale dunque la pena interrogarsi sulla possibilità di interventi di assistenza che valorizzino le persone e generino risorse, disponibilità, altra “ricchezza”. Il welfare generativo si fonda sul principio che “non posso aiutarti senza di te, senza il tuo aiuto”, per uscire dalla povertà e dal bisogno. L’intervento sociale mira così ad operare una trasformazione nel modo in cui una persona in difficoltà si percepisce, conquistando un’immagine di sé più positiva e soddisfacente. Questo comporta di spostare l’attenzione dai bisogni delle persone al riconoscimento e alla valorizzazione delle loro capacità e attitudini. Quelle doti sono una risorsa che va pensata come rendimento potenziale: rendimento per sé, rendimento per gli altri e per la comunità. Anche i “poveri” sono “ricchi” in forza di ciò che sanno e sanno fare: dalla personaproblema alla persona-risorsa. Welfare generativo significa trasformare l’intervento sociale da costo in investimento.
Stefan Eikemann
Psicologo presso il consultorio familiare FABE
Für diesen Begriff gibt es in der deutschen Sprache keine befriedigende Übersetzung. Das hat einerseits damit zu tun, dass die Worte an sich auch im Italienischen einen sehr offenen Bedeutungsraum haben. Dazu kommt aber, das sich auch im Italienisch allein aus dem Begriff heraus, das dahinter liegende Konzept noch nicht erahnen lässt. Hinter dem Konzept versteckt sich ein einfacher Gedanke: Diejenigen, die eine Leistung sozialer Art empfangen erbringen ihrerseits wieder eine Leistung für die Anderen, die Gesellschaft. Ob dies nun durch sanften Druck (dazu einladender Kontext, Beziehungsbotschaft, usw.), ein zivilbürgerliches Selbstverständnis oder als eine klare Vereinbarung funktioniert, ist dabei zunächst einigermaßen offen, und wird bei den bestehenden Projekten durch die konkrete Situation bestimmt. Auf die, aus meinem Verständnis, drei wichtigsten Gründe bzw. Ziele werde ich in Folge genauer eingehen. Zum einen stellt es eine Steigerung der sozialen Produktivität dar. Indem diejenigen, denen eine Leistung zukommt, eingeladen werden ihrerseits wieder soziale Leistungen zu erbringen, kann mit dem
gleichen Budget mehr soziale Leistung erbracht werden. Dieser Aspekt wird von den Begründern des Konzeptes stark hervor gehoben. Nicht zuletzt um damit auch Politiker, die mit knappen Kassen zu kämpfen haben, zu überzeugen. (Produktivität) Ein zweiter Effekt einer solchen Praxis ist der, dass die Trennung zwischen Leistungsgeber und Leistungsempfänger aufgehoben wird. Leistungsempfänger sind gleichzeitig Leistungsgeber, die Distanz zwischen beiden Personen verringert sich und es entsteht die Voraussetzung für Beziehung und Nähe, für eine stärkere menschliche Präsenz des sozialen Netzes. Es besteht die Chance, dass das soziale Netz und das Beziehungsnetz eines jeden Einzelnen stärker miteinander verwoben werden. Es entsteht ein Gefühl von Eingebunden sein und weniger Einsamkeit. (vom Recht zur Beziehung) Der dritte Effekt ist der, dass derjenige, der etwas für die Gesellschaft tut, sich nützlich und Teil der Gesellschaft fühlt. Leistungsempfänger sind in den bisherigen Sozialsystemen Menschen, die sich gerade nicht nützlich und als Teil der Gesellschaft fühlen. Indem wir ihnen Leistungen zukommen lassen, dies aber eine Einwegtätigkeit ist, bleibt ihre Marginalisierung bestehen, bzw. wird verfestigt. Erst wenn wir sie teilhaben lassen
an der Produktion von Wert für die Gesellschaft, wenn sie ihrerseits wieder etwas für andere tun, können sie sich nützlich und sich als Teil der Gesellschaft fühlen. Nicht zuletzt gewinnen sie dadurch ihre Würde wieder. (Teilhabe) Möglicherweise kann man in der deutschen Sprache das Gesamtkonzept am ehesten mit dem Begriff der „Nachhaltigkeit“ fassen, obwohl dies ähnlich offen ist, wie der Begriff der „generatività“ im Italienischen. Ich erkenne auch Ähnlichkeiten zum deutschen Konzept des Forderns und Förderns (ich gebe dir was, du musst aber was dafür tun), allerdin-
gs nicht als normierte Prozedur sondern als in jeder einzelnen Situation spezifisch zu gestaltende Beziehung zwischen Leistungsempfänger und Leistungsgeber. In den deutschsprachigen Gesellschaften, in denen menschliche Beziehung nicht die gleiche diskursive Stellung hat, wie in mediterranen Gesellschaften, und in denen auch die Kassen noch nicht so knapp sind, kann wohl am ehesten der Aspekt größerer Teilhabe hergenommen werden, um sich diesem Konzept anzunähern. „Teilhabe“ als wichtiges Ziel von Sozialpolitik kennt man dort auch.
Bruno Marcato
Direttore Associazione Hands
Il convegno mi ha lasciato tre suggestioni particolarmente intense, che ritengo possano essere approfondite da vari punti di vista e con differenti approcci. Qui le propongo in forma sintetica. La prima mi rimanda al concetto di relazione, alla sua intensità, ai luoghi della sua realizzazione, che in base alla mia formazione integro con il concetto di comunità, sia essa la piccola struttura di convivenza, partecipazione e condivisione del quotidiano, sia essa il luogo d’appartenenza, identificazione sociale o rete di sviluppo (rimando alla letteratura specifica sul senso e l’origine delle Comunità terapeutiche ed educative, oltre che sulla psicologia di comunità). La seconda rimanda ai concetti di movimento, circolarità, contagio, energia e quindi possibilità in divenire, come idea prospettica e tensione verso un “altro” che non è l’adesso. Movimento circolare che richiama il ciclo della vita, nel quale ricevo qualcosa (la vita, un aiuto, un apprendimento, un sorriso) e lo rimetto in circolo, lo metto a disposizione di altri, che possono poi a loro volta metterlo a dis posizione di altri collettivi … (Erikson, Leviston e Allport). La terza richiama l’idea di cittadino che ha doveri e diritti, che si intrecciano con il senso di responsabilità e quindi con la consapevolezza che si è in un insieme di differenze ma che il tutto “regge”, nel bene e nel male, perché tutti apportano non solo beni strumentali (come potrebbe essere nel modello mitteleuropeo di welfare) ma “partecipazione” e “sentirsi parte di” (Fazzi, Gori, Saraceno). Una domanda ancora mi rimane: nel nostro percorso esperienziale, nella nostra ricerca di verità, nel nostro sentirci parte di, in che cosa la generatività fa già parte della nostra vita?
Rodolfo Tomasi
Psichiatra, volontario associazione “La Strada - Der Weg ONLUS”
Riflessioni da cittadino qualunque Provo a mettermi nei panni dell’uomo della strada, che per caso fosse capitato in quella sala del centro pastorale. Mi sarei sentito disorientato e avrei pensato: “Ma di che si parla qui? Davvero ci sono difficoltà ad aiutare i poveri? I servizi sociali e sociosanitari non riescono più ad aiutare gli immigrati? Allora bisogna dare la precedenza ai cittadini locali! Non venire a disturbare me che pago le tasse da sempre! La Provincia e i servizi hanno davvero finito i soldi? Non ne sono affatto convinto! Quale novità si nasconde dietro questi discorsi complicati? Sta prospettando una riduzione o un aumento dei miei sussidi? Un aumento o una riduzione delle tasse? Insomma, i vari governi succedutisi negli ultimi venti anni, evidenziando la differenza tra pensione su base contributiva
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piuttosto che retributiva, sono riusciti a ridurre le pensioni ai nuovi pensionati. Siamo tutti più poveri e ora quale nuova sorpresa si sta avvicinando? Questa idea della generatività sembra una giravolta ammirevole, ma è troppo difficile da realizzare, mi porta a chiudere il discorso in modo brusco: preferisco i soldi, pochi maledetti e subito, invece che prospettive deboli e troppo complicate. Del resto vedo che i servizi sociali continuano a erogare sussidi a tanti i nuovi arrivati; perché mai dovrei rinunciare io a qualche vantaggio? O il cambiamento riguarderà tutti o non decollerà.”
Interventi e commenti Ai dipendenti dell’Associazione “La Strada - Der Weg ONLUS” che hanno partecipato al convegno è stato chiesto un breve commento, in cui riferire impressioni, spunti, riflessioni suscitate dagli interventi dei relatori.
Claudio Ansaloni
Responsabile “Area bambini e giovani” Conoscevo questa teoria e le riflessioni di Tiziano Vecchiato. Mi ha ugualmente colpito il nucleo essenziale, ovvero il tema della reciprocità nella relazione d’aiuto tra una persona che ha un bisogno e una persona/ente che a quella persona e al suo problema vuole prestare attenzione. Nel considerare e tratteggiare correttamente questa situazione è indispensabile tenere presente che chi ha un bisogno si trova in una condizione di svantaggio, disparità, dipendenza, debolezza, la posizione di chi è in attesa di ricevere, mentre chi si prende cura è per lo più un professionista, stipendiato, “garantito”, che si trova in una posizione di vantaggio e privilegio, il privilegio di poter dare e aiutare. Mi viene da citare delle esperienze che sto seguendo con interesse e coinvolgimento. Il progetto “Agevolando”, in Emilia-Romagna e Trentino, mette in relazione persone che sono ospitate o sono uscite da strutture socio-pedagogiche. Sto cercando di avviare esperienze simili nella nostra provincia. Mi è capitato di incontrare alcune persone, che hanno un passato all’interno di nostre strutture e mi sono accorto che in loro vi è un’energia residua che viene dalle esperienze vissute nelle strutture e si è trasformata in competenza. Anche questa è reciprocità, se pur diluita e procrastinata nel tempo.
Molte dimensioni di “Strada” sono al limite tra queste due modalità: assistenza e scambio. Lo scambio non va inteso in modo meccanico, “hai ricevuto mille e devi dare in cambio tot”, ma può avvenire a più e differenti livelli di restituzione. È il caso che nominavo prima, nel quale si può affermare che i clienti si trasformano in fornitori di competenze relazionali, con le quali promuovere processi simili a quelli che loro un tempo hanno ricevuto. Non possiamo procedere da soli, ma insieme ai vari soggetti che operano sul territorio. In alcune situazioni si può partire da un contratto iniziale che già si pone entro una dimensione di scambio e reciprocità (“ti do se tu ti impegni a fare la tua parte e a restituire”), ma non sempre questa modalità di partenza è realmente possibile. Un termine molto vicino a “generativo” mi pare sia “autonomia”, conquista dell’autonomia e della consapevolezza di questa autonomia. Il percorso e il processo che portano all’autonomia e alla possibilità di restitu-
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zione hanno bisogno di tempo, di un adeguato periodo di incubazione. Lavorando con i ragazzi questa prospettiva si identifica con l’essenza stessa dell’azione educativa. E tutti gli interventi in ambito sociale hanno una qualche connotazione educativa, in quanto puntano ad un accrescimento di autonomia delle persone assistite. I tempi educativi, ossia la possibilità di verificare gli esiti della relazione educativa, non sono standard e programmabili con scadenze preordinate. L’educatore per definizione confida nel tempo e nei tempi lunghi per raccogliere dei frutti. Al contempo occorre confrontarsi con la necessità della verifica del proprio operato e con la misurazione dei risultati raggiunti. I tempi per valutare gli esiti raggiunti sono uno o due anni dall’uscita dell’utente dalla struttura, anche perché oltre subentra l’incidenza di una molteplicità di altri fattori. Rispetto agli strumenti di verifica ritengo fondamentale abbandonare la modalità del questionario di gradimento, in auge in questi ultimo decennio, con il quale tu utente dici a me servizio quanto sono stato bravo nell’erogare il servizio, per costruire strumenti e modalità con cui, insieme, troviamo indicatori per valutare gli esiti in termini di risultati. Occorre individuare strumenti di misura più condivisi. Guardo alla “generatività” come cambiamento di mentalità da parte di chi in questo momento ha “il coltello dalla parte del manico”. Se uno è senza una gamba posso occuparmi di procurare una protesi e fare in modo che funzioni bene, ma posso anche preoccuparmi dell’altra gamba e delle braccia e di quel che sa fare, perché, magari, sa suonare benissimo il violino.
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L’introduzione del termine “diversamente abile” era un tentativo di andare in questa direzione, di guardare quello che è potente in questa persona e che non cogliamo, perché condizionati dal suo problema (come quando definiamo una persona come “non-vedente”) con cui alimentiamo i nostri pregiudizi e il nostro pietismo. Il modo cui “guardiamo” una persona, orientati dalle sue mancanze oppure attenti alle sue doti, condiziona le modalità con cui comunichiamo ed entriamo in relazione con lui. Il modello dello sportello, che eroga un servizio e un pagamento a fronte di una richiesta e di un bisogno, educa l’utente a diventare un fruitore, a ricevere soltanto. Se io sono erogatore di soluzioni e sono in grado di risolvere un tuo problema, mi trovo in un ruolo molto potente e molto gratificante. Assai differente è l’intervento che non si sostituisce ma si preoccupa di modificare una situazione, cercando di incidere e trasformare ruoli e pregiudizi dei soggetti coinvolti (non vado io educatore a udienza al posto tuo di genitore, ma ti sostengo nell’andare a udienza e cerco il modo di “generare” nell’insegnante un atteggiamento non ostile e non pregiudiziale). Purtroppo le tendenze oggi più diffuse a diffidare sempre e comunque, a seguire procedure via via più standardizzate e definite da paradigmi giuridici, rende più difficili e “sospetti” la dimensione relazionale, l’agire educativo e l’atteggiamento interpretativo.
Marina Bruccoleri
Responsabile “Area donna e pari opportunità” e “Area prevenzione e consulenza”
Il convegno ha proposto un tema che non conoscevo e mi ha dato modo di scoprirlo, percependolo come interessante cambio di paradigma, che pone in relazione diritti e responsabilità. Il sistema assistenziale soffre le conseguenze della tendenza, in atto nel mondo del sociale, verso una progressiva sanitarizzazione degli interventi, che, inevitabilmente, porta a trascurare il tema della responsabilità. Il riconoscimento dei diritti, che va mantenuto e difeso, si deve coniugare con la questione della responsabilità personale. Il programma terapeutico “Progetto uomo” responsabilizzava molto, poi si è elaborata una concezione con un’impronta più biologistica (meno costosa), che ha fatto scivolare in secondo piano l’opportunità di rendere una persona responsabile della sua storia, della sua crescita e realizzazione. L’esperienza di comunità vissuta in molti servizi dell’Associazione favorisce l’assunzione di responsabilità, resa necessaria dalla convivenza quotidiana tra più persone. Ma anche il modello comunitario è marginalizzato, a favore di approcci individualistici e duali. Va recuperato il significativo originario dell’educare come “tirar fuori” le potenzialità della persona, secondo il modello socratico della levatrice, che aiuta a partorire, a generare. In tal senso tutti gli interventi che si ispirano ad una finalità educativa possiedono inevitabilmente una valenza generativa nei confronti della persona. È il caso del corso di ceramica a “St. Isidor”, che ha permesso l’emersione di capacità ignote. Gli operatori del progetto “Exit” lavorano sui fattori protettivi, ossia sulle risorse interne della persona, su cui fare leva per contrastare i rischi della dipendenza. Purtroppo tendiamo sempre più a focalizzarci sui problemi anziché sulle risorse.
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Francesco Campana
ex Coordinatore della fase di accoglienza del “Progetto Alba”
Alex Celesti L’impianto teorico è interessante e trasmette passione; più problematico risulta individuare il risvolto operativo. In ogni caso anche il modello “generativo” richiede un accurato impianto di progettazione e verifica. Un elemento di novità è che il focus della verifica si sposta dall’individuo alla comunità sociale. Sarebbe stimolante costituire un gruppo di studio per valutare la qualità “generativa” dei sevizi dell’Associazione. Questo fornirebbe delle indicazioni per descrivere quale “paradigma” ispira l’operato dell’Associazione ed eventualmente interrogarsi su eventuali cambi o trasformazioni di paradigma. Uno strumento significativo, che abbiamo avviato, è l’elaborazione di un “bilancio sociale” che indaga i risultati prodotti e “generati” dalle risorse economiche che “Strada” riceve e utilizza. L’agire generativo consiste nel lavorare alla soluzione di problemi, attivando un incremento delle risorse delle persone. Penso a un esempio reale: una donna migrante, ospitata nelle strutture dell’Associazione, impegnata a costruire una nuova e differente identità (chi è/chi sono: un utente, una disoccupata, un’assistita?); un giorno capita che alla domanda “chi sei?” risponda “sono una volontaria”. È il segno di un mutamento e di un’evoluzione della sua percezione di sé.
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Coordinatore del progetto “Valori per lavori”
Non conoscevo il concetto di “welfare generativo” e l’ho trovato positivo, interessante, anche se non di facile applicazione. Il principio di fondo è che non ci si può limitare alla sola assistenza. Mi viene da pensare al progetto di inserimento lavorativo rivolto alle famiglie Sinti, in atto all’interno della nostra Associazione. La finalità è appunto di abbandonare la modalità assistenziale del sussidio e del trasferimento di denaro, per passare ad azioni che determinino un cambiamento della situazione e generino un superamento del problema di partenza. Tuttavia questo progetto, per essere realizzato, necessita, comunque, di forme parziali di sussidio, utilizzate come stimolo e motivazione iniziale. Devo dire che provo tanta rabbia di fronte al mero assistenzialismo economico, alla distribuzione impersonale di denaro, cosicché l’assegnazione di un sussidio spinge le persone ad accontentarsi, rimanere in un atteggiamento passivo e rinunciare a cercare un lavoro o soluzioni alternative.
Elena Zangrando
Coordinatore della comunità sociopedagogica “Il Focolare”
Andrea Pasqualini
Educatore del progetto “Backstreet”
Mi ha colpito la tematica trattata, che reputo molto importante e stimolante. In particolare l’ultimo intervento, di Tiziano Vecchiato, è stato illuminante, fornendo anche esempi chiari di welfare generativo. In linea molto generale potrei dire che nell’ambito di “Backstreet”, dove si lavora molto a livello individuale, si cerca di far leva sulle risorse del singolo utente e del contesto in cui vive (la famiglia, la scuola, il territorio, ecc), per cui si tende forse ad andare nella direzione indicata nel convegno, con tutti i limiti e le difficoltà che ovviamente ci sono in questi ambiti operativi. Penso che la tematica in questione, data la sua importanza, vada senz’altro ripresa e approfondita all’interno dell’Associazione.
Gli interventi proposti mi hanno fornito vari spunti da approfondire. In particolare ho avuto modo di riflettere su quanto sarebbe necessario e importante, in vista degli obiettivi da raggiungere, responsabilizzare maggiormente i minori nostri ospiti. Troppo spesso hanno ancora un atteggiamento per lo più “passivo e assistenziale”, ritengono di dover ricevere (ad esempio soldi, documenti, formazione scolastica) senza mettere nulla di personale in campo e accettano per lo più quanto viene da noi proposto. La possibilità di essere parte attiva e mettere a disposizione le proprie risorse e capacità, in modo da offrire e ricevere, è sicuramente auspicabile. Il “concorrere al risultato”, più volte rimarcato dal Tiziano Vecchiato, renderebbe sicuramente più efficaci gli interventi e i successivi risultati. Ad oggi facciamo fatica ad attuare un tale cambio di prospettiva, ma proseguiremo in tale direzione.
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Andrea Vigni
Responsabile Area “Cultura, Territorio e Famiglia”
La proposta di un welfare generativo mi fa pensare alle esperienze di animazione estiva, che coinvolgono tantissimi ragazzi provenienti da Servizi, Comunità e Centri giovani. Lì accade che ragazzi con storie tormentate e faticose, una volta assunto un ruolo di animatore, sentendosi protagonisti di un progetto e considerati come ricchezza e risorsa, tutti loro, in genere, tirano fuori, scoprono e mostrano attitudini, capacità e interessi inaspettati, tanto che alcuni proseguono nell’esperienza e scelgono di studiare per farne una scelta professionale. In questo caso l’intervento progettato per offrire un servizio alle persone produce un cambiamento che genera nuove e ulteriori risorse. Un’altra realtà alla quale mi viene da fare riferimento è il Progetto “Sinti”, che si propone di attivare l’inserimento lavorativo di singoli componenti dei nuclei familiari, affinché sia di stimolo ed esempio anche ad altri. Nella relazione del dottor Vecchiato vi è stato un passaggio che, se ho ben compreso, mi ha colpito e messo in crisi: se una persona non vuole lasciarsi aiutare, non fa la sua parte e non collabora, va abbandonata a se stesso e lasciata lì? Altro nodo che mi risulta problematico è l’elaborazione del bilancio sociale, poiché comporta di trasformare aspetti qualitativi in parametri quantitativi e questo passaggio è estremamente difficile e delicato. Quanto meno richiede un supporto tecnico altamente competente. In questa direzione si è mossa anche la nostra Associazione. L’apertura di un nido per l’infanzia associativo, con personale interno, potrebbe costituire un significativo servizio/benefit generativo.
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Questioni aperte, percorsi, mete Fabrizio Mattevi, collaboratore del Centro studi
Il paradigma educativo Realizzare una “assistenza generativa” comporta di contrastare la tendenza alla sanitarizzazione degli interventi, per cui fatiche e sofferenze delle persone sono ricondotte entro categorie patologiche e ai corrispondenti protocolli d’intervento e cura. In questa prospettiva risulta fecondo e vitale il mantenimento di un paradigma essenzialmente educativo, che ha a cuore la promozione e crescita delle persone, la ricerca di un percorso di trasformazione che permetta di uscire da uno stato di mancanza, indigenza, sofferenza e crescere oltre. Pensare l’esperienza Questo è possibile impegnandosi, con costanza e profondità, nel ripensare, rimuginare, riflettere questi temi. Il concetto di welfare generativo ha da trasformarsi in una cultura comune e condivisa, che faccia da sfondo e sostenga l’operare quotidiano e al contempo ne sia costantemente alimentata e arricchita. In tal modo pensiero e visione orientano e modellano le azioni e, al contempo, l’agire e la prassi completano a
ampliano la teoria.
Parole per dirlo L’aspetto più problematico e impegnativo del welfare generativo è la sua fattibilità, la traduzione in azioni e interventi concreti. Nei commenti dei partecipanti ricorrono dubbi e interrogativi sul “come fare?”. Tiziano Vecchiato ha più volte riconosciuto che la prospettiva del welfare generativo non è facile, né semplice, richiede coraggio, comporta fallimenti e insuccessi. Pur tuttavia, è anche vero che ora abbiamo a disposizione “le parole per dirlo”: “generativo” è una parola espressiva e significativa, ricca di implicazioni simboliche, che ci permette di nominare e definire un’impostazione, una visione, un pensiero, che prima era implicito, tacito e, dunque, oscuro, vago, abbozzato. La teoria del “welfare generativo” aiuta a pensare meglio un modo di impostare l’intervento sociale e di condividere questa opzione etica e valoriale. Generosità L’etimologia greca di “generativo” rinvia a “donna”. Questa radice accomuna parole come genere, gente, genesi,
nascita, genitori e anche “generosità”. Pensare il “welfare generativo” è un altro modo per riaffermare il valore della generosità.
Una mappa delle risorse Per individuare e valorizzare le capacità di ogni persona si potrebbe avviare una mappature di attitudini, abilità, doti, capacità, talenti, passioni presenti all’interno di “Strada”, per trasformarle in risorse reali da utilizzare quando si presenta l’occasione, generando collaborazione tra pari, modalità cooperative, ampliamento e arricchimento di opportunità; una “banca” delle attitudini, che comprenda persone ospiti, dipendenti, volontari dell’Associazione, poiché tutti siamo e ciascuno è portatore di una qualche sua “dote”. Bilancio sociale Al di là delle “mode”, quanto si ritiene signifi-
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cativo e produttivo elaborare un “bilancio sociale” dell’associazione La Strada - Der Weg? Al di là della complessità e problematicità realizzativa, che necessita di un supporto altamente qualificato, vale la pena interrogarsi sulle sue implicazioni e ricadute. Vi è in primo luogo un aspetto simbolico: la prassi del bilancio sociale è coerente con l’identità valoriale dell’Associazione, da sempre attenta al principio della responsabilità sociale, civile, politica anche nell’utilizzo delle risorse messe a disposizione dall’ente pubblico. È uno strumento importante, forte, concreto da utilizzare nella contrattazione con l’ente pubblico, per dare conto degli esiti, delle ricadute, del valore sociale generati dall’operato dell’Associazione mediante i contributi ricevuti. Permette di mostrare quanto e che cosa ha fruttato, in termini
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di ben-essere sociale, il denaro che l’ente pubblico ha investito finanziando servizi e strutture dell’Associazione. Ha una forte rilevanza interna, perché permette di verificare in profondità gli esiti dei propri interventi, valutarne la congruenza, confrontarne la coerenza d’insieme, sollecitando e favorendo l’elaborazione di una riflessione comune e condivisa.
Materiali
dal sito “Welfare generativo” della Fondazione “Zancan” Le idee guida che hanno ispirato il welfare redistributivo sono state innovative nei contesti storici e sociali in cui sono nate e in cui sono state implementate. In una realtà complessa come quella attuale sono inadeguate e superate. Come cambiare strategia, passando da un welfare redistributivo a un welfare generativo? Condizione necessaria è muovere «dalla logica del costo a quella del rendimento», passare dall’enfasi sul valore consumato a quella sul valore generato. Significa superare “l’amministrazione senza rendimento”, con soluzioni capaci di trasformare le risorse a disposizione, puntando sull’innovazione delle risposte e non solo sul loro efficientamento. Si tratta di passare dal welfare attuale che raccoglie e ridistribuisce a un welfare che, oltre a raccogliere e a ridistribuire, rigenera le risorse, facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione legata a un nuovo modo di intendere i diritti e doveri sociali. “Da troppi anni – sottolinea Tiziano Vecchiato, direttore della fondazione Zancan – le politiche pubbliche hanno trasformato la lotta alla povertà in pratiche assistenzialistiche fatte di sussidi e trasferimenti monetari, senza chiedersi se questo potesse bastare, se dopo l’aiuto (necessario nell’emergenza) non fosse ancora più necessario l’aiuto che valorizza le potenzialità di ogni persona.” «La grande sfida – spiega ancora Vecchiato – non è fare qualcosa “per” i poveri ma “con i poveri”. È chi li vive quotidianamente, senza rinunciare alla propria dignità, che può davvero indicarci come affrontare i problemi. Insieme, ciascuno con le sue competenze, ma sempre partendo dal presupposto che il povero non è un bisognoso da assistere ma una persona. Dico di più: se vogliamo uscire dall’equivoco degli aiuti che non aiutano,
dobbiamo smetterla anche col materialismo del “dare senza chiedere”». «A quanti incontreremo dobbiamo dire “io non posso aiutarti senza di te”, senza che ti rimetti in gioco e scommetti sulle tue capacità. È un’opzione etica, una scelta di fede, un modo per accompagnare ai diritti la riscoperta dei doveri e per questa via dare senso profondo all’incontro tra persone. A quel punto il “non posso aiutarti senza di te” potrà anche trasformarsi in proposta: “quello che ricevi non è soltanto per te, ma per aiutarti e per aiutare”, per facilitare soluzioni condivise a vantaggio dell’intera città, perché nessuno è così debole o così povero da non avere nulla da offrire». La lotta alla povertà è possibile non solo chiedendosi cosa serve e a chi, ma cosa aiuta e come. Non è un problema di quantità di risorse ma di combinazione di capacità, professionali e non professionali, per meglio finalizzare gli aiuti a disposizione. La dignità di ogni persona, anche se povera, è valore umano fondamentale da riconoscere e valorizzare. Aver bisogno non significa essere più deboli e meno capaci. Significa essere chiamati ad affrontare situazioni molto difficili, al limite della sopravvivenza, e poterne uscire. È un messaggio del titolo «Io non mi arrendo». http://www.welfaregenerativo.it/
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Esperienze Uffici giudiziari nella regione Lombardia: lavoratori in cassa integrazione in deroga e straordinaria, in mobilità ordinaria e in deroga, vengono coinvolti in esperienze lavorative presso uffici giudiziari. L’obiettivo è duplice: favorire lo sviluppo di nuove competenze professionali da parte dei lavoratori coinvolti, e al tempo stesso permettere agli uffici giudiziari lombardi di fronteggiare la carenza di personale in ambito amministrativo. Progetto «Buon Lavoro - La Fabbrica per la città» dell’azienda Alessi a Omegna in Piemonte. In un momento di ridotta produzione, anziché ricorrere agli ammortizzatori sociali l’azienda ha promosso, con il coinvolgimento delle istituzioni territoriali, l’impiego dei lavoratori in attività socialmente utili a favore della comunità locale. Il costo di questo impiego «generativo» delle risorse umane non ha gravato sui fondi pubblici (del comune o dell’Inps) bensì sull’azienda stessa. http://www.goodpoint.it/volontariato-alessi-buon-lavoro-la-fabbrica-la-citta/ Il Comune di Milano eroga contributi di integrazione al reddito a persone disoccupate in cambio dell’impegno da parte del beneficiario a seguire un programma di interventi di inclusione sociale attiva per sei mesi attraverso borse lavoro, percorsi formativi, azioni di volontariato, forme alternative di spesa (ticket, social market), partecipazione a laboratori occupazionali per sei mesi. Obiettivo de La buona tavola è di contrastare i fattori che causano la povertà alimentare minorile in Italia nelle città di Roma, Napoli e Torino attraverso azioni concrete di sostegno ai bambini e alle famiglie in situazione di povertà. Un’analisi su 70 situazioni di bambini e famiglie in situazioni di povertà ha evidenziato il diverso rendimento conseguibile passando dal lavorare per buone prestazioni ad
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un operare professionale più strategico, in cui i fattori produttivi si compongono tra loro, mettendo a disposizione “valore aggiunto di esito”. In particolare, emerge il passaggio degli esiti del progetto a livelli crescenti di generatività: - fase α: l’esito/beneficio ottenuto con prestazioni appropriate per ciascun problema rilevato, ad esempio miglioramento della capacità della mamma nel saper cucinare cibi sani per il figlio attraverso la frequenza ad un laboratorio di cucina insieme ad altre mamme e con la guida di un operatore; - fase β: l’esito derivato da una presa in carico personalizzata basata sul concorso professionale, ad esempio si accompagna la mamma straniera a fare la spesa in un supermercato che abbia i prodotti del suo paese di origine; - fase γ: il concorso all’esito reso possibile dall’apporto professionale e non professionale, ovvero quanto la mamma aiutata si è impegnata non solo a raggiungere l’esito per se stessa e suo figlio ma anche per altre mamme nella stessa condizione; tra le forme di concorso all’esito è stato possibile individuare l’attivazione di una rete di aiuto intorno a sé, l’attivazione di forme di scambio con altre mamme, la partecipazione alle attività come mamma peer/volontaria con altre mamme. http://www.savethechildren.it/IT/Page/ t01/view_html?idp=617 Asilo-nido: mamme che aiutano le educatrici, ciascuno mette a disposizione quello che ha, chi il denaro, chi il tempo, chi il sapere. (Torino, Veneto). Provincia di Trento Progetto “Family Audit” è uno strumento manageriale che promuove un cambiamento culturale e organizzativo all’interno delle organizzazioni, e consente alle stesse di adottare delle politiche di gestione
del personale orientate al benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie. Grazie ad un’indagine ampia all’interno dell’organizzazione, si individuano obiettivi e iniziative che consentono di migliorare le esigenze di conciliazione tra famiglia e lavoro dei dipendenti. La partecipazione dei collaboratori dell’organizzazione diventa un valore fondamentale al momento di stabilire i bisogni in materia di conciliazione e di proporre soluzioni ad essi. Lo strumento Family Audit può essere usato da qualsiasi organizzazione, di qualsiasi natura giuridica, dimensione e prodotto o servizio fornito. L’organizzazione che utilizza il Family Audit innesca un ciclo virtuoso di miglioramento continuo, introducendo al proprio interno soluzioni organizzative innovative e competitive relativamente alla flessibilità del lavoro e alla cultura della conciliazione. Si realizza attraverso un processo di valutazione sistematica e standardizzata che permette alla fine di ottenere una certificazione. http://www.familyaudit.it/
Esperienze possibili I lavoratori in cassa integrazione potrebbero restituire alla società, sotto forma di attività a favore della comunità, quello che dalla società ricevono, per la loro giusta sopravvivenza, nei momenti di forzata inattività. Analogo discorso potrebbe essere sviluppato nei confronti di chi riceve aiuti economici di sostegno al reddito. La parte di essi che, per l’età avanzata o per malattia, sono impediti dallo svolgere un impegno “lavorativo”, sono a carico della società. Coloro i quali hanno energie adeguate e salute sufficiente potrebbero essere aiutati ad inserirsi nel processo lavorativo e produttivo e, in attesa di questo, a contribuire essi stessi alla creazione di valore sociale.
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Riferimenti bibliografici Fondazione Emanuela Zancan, “Cittadinanza generativa. La lotta alla povertà. Rapporto 2015”, Il Mulino, Bologna, 2015. Magatti Mauro, Giaccardi Chiara, “Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi”, Feltrinelli, Milano, 2014 http://www.generativita.it/ http://www.welfaregenerativo.it/
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INTERNOS DOSSIER Pubblicazione registrata presso il tribunale di Bolzano il 06-08-2018 R.G. n. 3006/2018 Ermächtigung Landesgericht Bozen 06-08-2018, Nr. 3006/2018
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