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November Novembre 2019
2018
notiziario interno interne Nachrichtensammlung
SOMMARIO Piano strategico, piano di sviluppo, piano operativo ........................... pag. 03 Il Centro giovani Tilt di Merano: intervista a Valentina Vizzi ................ pag. 06 L’Associazione Teatro Cristallo: intervista a Gaia Carroli: .................... pag. 10 La Comunità del Reinserimento: intervista a Carlotta Ficco ................. pag. 13 Progetto laboratori: intervista a Manuel Mattion ................................. pag. 16 Due progetti: Educativa domiciliare e Visite protette-accompagnate .... pag. 19 La de-escalation: intervista a Manuela Gius ....................................... pag. 22 Clima organizzativo all’interno de La Strada-Der Weg ......................... pag. 26
Catchy Park: un progetto della Cooperativa sociale Explora ................ pag. 29 Dal 21 al 24 novembre si è svolta a Bolzano la 5° Fiera del volonta-
riato, con la partecipazione de La Strada-Der Weg. Alcune immagini della manifestazione corredano queste pagine.
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Piano strategico, piano di sviluppo, piano operativo di Dario Volani Presi dal fare e schiacciati dal poco tempo per fare, si rischia
spesso
di
trascurare
un
elemento
imprescindibile e fondamentale per un’organizzazione quale la pianificazione. Al di là degli approcci e delle definizioni è importantissimo per un’Associazione come la nostra sapersi fermare per definire obiettivi, finalità, strategie, metodi, possibilità, impatti … Non è facile e viene a volte vissuto come faticoso (persino noioso) destinare tempo ed energie per raccordare l’azione quotidiana con la pianificazione strategica e di sviluppo, per definire gli obiettivi del nostro intervento, per fare un’analisi del contesto … per non parlare della difficoltà ad individuare, organizzare e attuare strumenti di monitoraggio, valutazione dei risultati e comparazione con le azioni già realizzate in passato. Ci viene più naturale focalizzarci sul fare, sull’implementare interventi e servizi, sul lavoro in trincea. L’Associazione si è pian piano dotata di strumenti che favoriscano la contemplazione prima dell’azione, il pensare prima di fare e anche il dire (meglio ancora lo scrivere) quel che abbiamo pensato. Pianificare ci aiuta a lavorare con cura prima di agire, definendo gli aspetti che ci possano poi permettere di capire se si è raggiunto un obiettivo, e se sì, con che efficacia, a quale prezzo. Le diverse “klausur” e le giornate Associative sono momenti in cui elaborare insieme questi strumenti. Il Piano strategico è per noi un documento programmatico che raccoglie e disegna dove vogliamo andare, ciò che vogliamo raggiungere, quali nuove attenzioni mettere in campo, gli ambiti di miglioramento ed espansione che immaginiamo nel prossimo futuro. La versione “Verso il 2020” sta raggiungendo il suo termine e si è già avviato il pensiero per quello 2020 – 2025. Per non realizzare un libro dei sogni, con mete irraggiungibili, idee fantasiose, buoni propositi che si fermano sulla carta, stiamo scrivendo il Piano di sviluppo
2020 – 2025: un documento che descrive come e in che modo strategie, Novemre/November 2019
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indicazioni, azioni possono essere cantierabili, sostenibili, raggiungibili. Non è un
business plan, ma fornisce comunque informazioni in merito a come, in quanto tempo, con quante risorse si metterà in pratica il Piano Strategico, proprio perché questo non resti slegato dalla realtà. Nel Piano di sviluppo si cerca di dare forma alle idee per verificare se è utile, possibile, necessario cercare di realizzarle. Serve a definire le priorità, a cercare opportunità e possibilità per dotare gli interventi
delle
necessarie
risorse
umane, economiche, strumentali. Il Piano operativo serve invece a definire anno per anno obiettivi, azioni, attività che ogni Area andrà a svolgere per concretizzare quanto pensato. Lavorare con cuore e con testa, agire con qualità e attenzione, aver cura, si
Giornata associativa del 4 ottobre
traduce nella capacità di guardare al futuro. Pianificare il nostro intervento
diventa un punto di forza e consente di continuare a vivere e crescere nel tempo. La pianificazione sta alla base del processo di sviluppo e continuità della vita dell’Associazione. Senza questi strumenti e momenti ci troveremmo a inseguire obiettivi esclusivamente di breve periodo ed emergenze, a navigare a vista. Ma non è fondamentale solo guardare avanti, definire linee guida, decidere dove concentrare i nostri sforzi, grazie a questi strumenti siamo spinti a verificare cosa abbiamo fatto, quale segno abbiamo lasciato, quale impatto ha avuto il nostro agire, quali reazioni abbiamo messo in moto e che non avevamo nemmeno pianificato,
quali
sono
i
margini
di
ottimizzazione e quali azioni possiamo introdurre
Giornata associativa
per implementare i nostri progetti. I diversi documenti (Piano strategico, Piano di sviluppo, Piano operativo) rappresentano il risultato del processo di pianificazione, sono la rappresentazione della dimensione quantitativa e qualitativa della nostra programmazione. 4
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PerchÊ non siano solo pezzi di carta, ma espressione di un processo condiviso di decisione sui traguardi dell’Associazione, sui cambiamenti che vogliamo innestare, su visioni e obiettivi da raggiungere, sulle risorse da usare per il loro raggiungimento, sulle scelte da fare per acquisire, assegnare, usare, queste risorse, è fondamentale il contributo e la partecipazione di tutti. Tutti insieme, soci, volontari, operatori, sostenitori saremo poi ancora chiamati a tradurre la teoria in pratica.
Giornata associativa del 4 ottobre
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Il Centro giovani Tilt di Merano Intervista a Valentina Vizzi: di Alessandra Belvisi Il Centro per la cultura giovanile Tilt a Merano ha l’obiettivo, da un lato, di fornire spazi per la libera aggregazione e socializzazione tra ragazzi, nei quali i giovani possano far crescere la loro autonomia nella gestione del tempo libero e, dall'altro, di promuovere le diverse culture giovanili, accompagnando i ragazzi nella ricerca di senso rispetto alle scel-
Valentina Vizzi
te/azioni della propria vita. Ogni giorno l'equipe mette a disposizione dei ragazzi tempo e capacità
per giocare, studiare, divertirsi, crescere. Le attività offerte sono varie e tra queste, grazie a Valentina Vizzi, da sei anni coordinatrice del Centro, vi è l’attività teatrale. Le abbiamo chiesto come la cultura, ed in particolare le attività in ambito teatrale, possano contribuire allo sviluppo delle giovani generazioni.
Valentina, sei un’operatrice sociale, ma prima quale è stato il tuo percorso di formazione? Io ho fatto studi di teatro, l’Accademia a Parigi, una formazione in teatroeducazione (ovvero di operatore teatrale in ambito scolastico, dell’handicap e del disagio sociale) e poi scienze dei beni culturali. Parto quindi in realtà da una formazione di base come operatrice culturale per poi, grazie all’approfondimento del teatro-educazione, avvicinarmi al mondo del sociale, sia in Associazione che nelle scuole. L’arte-educazione ha un approccio sociale, interviene sui processi della personalità per avviare un percorso di miglioramento qualche volta terapeutico della qualità della vita. Ho lavorato tanti anni in un gruppo di teatro comunitario che si occupava di inclusione sociale e ho proseguito poi in esperienze in questo ambito.
Da sei anni al Centro giovani Tilt porti avanti progetti di teatro per i bambini e ragazzi. Ce li vuoi descrivere? 6
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Per i ragazzi delle scuole medie è attivo il progetto Teatro di strada. È nato su sollecitazione degli organizzatori di Asfaltart a Merano, che ci hanno chiesto di partecipare a questo “Buskers festival”. All’epoca non avevamo nessuno che sapesse fare teatro, né alcun progetto in tal senso, soprattutto non avevamo un gruppo. Abbiamo deciso di coinvolgere i ragazzi del Centro che avessero voglia di mettersi in gioco con il teatro e abbiamo iniziato ad andare sui trampoli. Non servono abilità particolari, ma è molto espressivo, molto immediato, non serve imparare e recitare un testo. L’altro progetto è per bambini più piccoli, dai 6 ai 10 anni. Con loro facciamo teatro-movimento, interpretiamo fiabe in modo fisico: il bambino impara testi attraverso la fisicità e poi fa lo spettacolo per i genitori. Abbiamo la possibilità di fare queste attività anche grazie al sostegno delle Amministrazioni pubbliche che ci assegnano dei contributi e mettono a disposizione degli spazi.
Da dove nasce l’idea che il teatro possa aiutare nello sviluppo psico-sociale dei bambini? Nel momento in cui si fa teatro bisogna lasciare pregiudizi e premesse all’esterno, non bisogna mai avere atteggiamenti precostituiti e giudicanti; bisogna dare la possibilità a bambini e ragazzi di esprimersi in qualsiasi modo senza porgli davanti un cartellino con scritto “giusto” o “sbagliato”. È questo che avvicina i ragazzi alla teatro: una dimensione spazio-temporale in cui tutto è lecito, tutto rimane lì, si libera il pensiero e, in maniera guidata, si affrontano i sentimenti. In questo spazio/tempo il bambino tocca sfere intime che normalmente ha difficoltà a toccare, a mettere in luce, il tutto in una dimensione di gioco. Una volta emerse queste sensazioni il bambino/ragazzo sta meglio con se stesso e con gli altri, dà voce a sentimenti che ha avuto per tanto tempo dentro, ascolta e assiste alla stessa apertura da parte dei suoi compagni.
Attività teatrali come lavoro su se stessi. Non si tratta quindi tanto di avvicinare i giovani ad un’attività teatrale fatta da altri o comunque alla cultura in generale, ma di uso del teatro per avvicinare il giovane a se stesso. In prima battuta sì, è così. Poi però interviene la seconda fase: nel momento in cui il giovane si appassiona, si sente bene, si avvicina, si interessa, iniziamo a proporgli dei testi, a farlo riflettere su pezzi scritti da altri anche in altre epoche, a interpretarli, ad apprezzare il lavoro di altri e il suo significato. Le attività teatrali in tutte le sue manifestazioni, dalla prosa alla danza, sono una rappresentazione Novemre/November 2019
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della società, mettono in scena spaccati di società e di storia. Sui bambini l’effetto della teatro-movimento è abbastanza immediato: bambini inizialmente molto chiusi e molto timidi, arrivati al Tilt magari su suggerimento dell’insegnante, lentamente entrano nel gioco e immediatamente cambiano postura, reagiscono diversamente alle cose, riescono a esprimere nella recitazione la propria personalità, trasformando quello che può essere un punto critico quale ad esempio un difetto della pronuncia in un punto di forza recitativo e quindi iniziano a interagire. Anche un difetto in teatro può diventare protagonista e questo dà fiducia. Con i ragazzi delle medie è un percorso molto più ostico e difficile, si vanno a toccare sentimenti più complessi, con atteggiamenti già più giudicanti,
ma
quando
si
inizia
a
lavorare si scopre un’apertura mentale a tutto.
Abbiamo
ragazzi
che
hanno
iniziato il percorso sei anni fa e ora si interessano alle attività teatrali, sono curiosi, chiedono di poter andare a vedere spettacoli, fanno loro stessi teatro,
si
qualità
nel
formano, mestiere
hanno di
assunto attore
o
animatore. Grazie al percorso che svolgono al Tilt si
Asfaltart a Merano
interessano all’offerta culturale della Città, il Centro usa per i ragazzi i biglietti che il Comune di Merano ci propone e sono molto richiesti.
Quanti bambini e ragazzi coinvolge il Tilt quest’anno su questi progetti? Quest’anno sono coinvolti dodici bambini tra i 6 e i 10 anni, oltre a sei adolescenti delle scuole medie. Al Centro giovani Tilt questi ragazzi scelgono di venire, di stare lì, di frequentarlo. Per loro è molto importante, anche se molto faticoso, si devono mettere in discussione, esibire le debolezze, ma anche scoprire i punti di forza e mettersi in gioco anche fisicamente, non attraverso uno smartphone!
Quindi il tuo approccio è di partire dal teatro per fare lavorare i ragazzi su loro stessi, generare in loro apertura mentale e poi avvicinarli ad un’offerta culturale generata dagli enti organizzatori di spettacoli dal vivo, che porti come risultato una fidelizzazione - che forse durerà tutta la vita - e contribuirà al loro sviluppo 8
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culturale. Sì, è così. Creiamo spazi di riflessione, generiamo confronto e apertura mentale, stimoliamo la curiosità. Tanti ragazzi non erano mai entrati in un teatro, talvolta vengono da culture diverse, da territori lontani e nel teatro trovano un percorso comune, si sentono importanti, hanno un obiettivo, mantengono un impegno. Facciamo tutto questo anche invitando professionisti dello spettacolo: questo per loro è importantissimo, perché si sentono avvicinati ad un mondo vero, a persone concrete, reali, che possono diventare esempi positivi.
Alessandra Belvisi
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Intervista a Gaia Carroli Direttrice dell’Associazione Teatro Cristallo di Bolzano di Alessandra Belvisi L’Associazione Teatro Cristallo di Bolzano è nata nell’anno 2002. Ha come finalità lo sviluppo e la diffusione della cultura, l’organizzazione di iniziative formative, educative, sociali, religiose e di tempo libero. In particolare ha lo scopo di favorire la diffusione della cultura giovanile, con particolare riguardo alle forme artistiche legate al mondo dello spet-
Gaia Carroli
tacolo e delle arti performative, stimolando la ricerca di forme e mezzi di espressione personali. Lo fa
anche attraverso attività di tipo laboratoriale, favorendo il coinvolgimento delle associazioni e del mondo cooperativo, nonché delle risorse presenti sul territorio, promuovendo lo sviluppo di sinergie. Dal 2018 si avvicina ai giovani anche attraverso il Centro Giovani Corto Circuito young.culture, adiacente al Teatro. Abbiamo chiesto alla dott.ssa Gaia Carroli - direttrice dell’Associazione Teatro Cristallo- come la cultura, ed in particolare le attività teatrali, possono contribuire allo sviluppo delle giovani generazioni.
Dott.ssa Carroli, che le proposte teatrali e culturali de Il Cristallo abbiano conquistato i cittadini adulti e anziani di Bolzano, è dimostrato dai dati periodicamente pubblicati nel vostro Bilancio Sociale. Ma con l’acquisizione del Centro Giovani è evidente che si punta a conquistare – o forse dovrei dire coinvolgere – i giovani. È una scelta basata su un’analisi precisa, su un fabbisogno verificato, un’osservazione attenta della realtà? Nasce senza dubbio dall’analisi dei dati a cui tu facevi riferimento, ossia il nostro database dei tesserati con la Cristallo Card. Attraverso questa tessera cerchiamo di tracciare il profilo del nostro pubblico ed estraendo i dati di affluenza per età emerge chiaramente che il Cristallo riesce ad attirare un pubblico eterogeneo, con picchi di affluenza sia fra i giovanissimi (0-12 anni), sia fra il pubblico adulto dai
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40 anni in su. Ma c’è un buco nell’età adolescenziale e universitaria, che stiamo provando a intercettare.
Con quali iniziative l’Associazione Cristallo e il Centro Corto Circuito young.culture puntano a giovani? Attraverso percorsi e proposte che partono da argomenti di attualità, ma affondano le radici nei temi portanti del Cristallo fin dalla sua riapertura: ambiente, legalità, giustizia, il fenomeno migratorio e il cambiamento sociale che stiamo vivendo. Il tutto letto attraverso le forme artistiche con cui “giochiamo” e facciamo giocare i ragazzi: musica e teatro.
Non solo quindi giovani destinatari di spettacoli all’interno di un programma teatrale, ma giovani attivi nella costruzione e realizzazione di programmi culturali … Esattamente: cerchiamo di dare loro alcuni strumenti per leggere la realtà. Ma alla fine dei percorsi con i nostri educatori e quindi dopo un’immersione in questi temi, attraverso la lettura di libri o dopo aver provato a mettere in scena un pezzo teatrale che di questi temi parla fra le righe, sono proprio i ragazzi che ci regalano - spesso sorprendendoci - punti di vista inediti e illuminanti.
L’esperienza di questi mesi di attività del Centro conferma le aspettative? Ci sai dare qualche dato di partecipazione? Siamo molto soddisfatti dell’affluenza al Centro giovani, ma senza dubbio non ci fermeremo qui. Sono cresciuti molto i dati di partecipazione alle attività (oltre 3.500 ingressi nell'anno 2018) e l’affluenza ai percorsi culturali per gli adolescenti è stata ottima. Ma adesso questi primi riscontri incoraggianti ci lanciano una sfida: che il successo iniziale non sia una meteora, ma sia invece un trampolino per tuffarsi di nuovo dentro i nostri spazi. La sfida non è più avviare un ragazzo ad un’attività, bensì farlo tornare da noi, farlo ... affezionare.
Hai qualche indicatore che ci possa confermare l’assunto che i progetti culturali svolgano una funzione sociale, in termini di crescita della consapevolezza, del senso di appartenenza alla comunità, della responsabilità, dell’apertura mentale? No, non ho ancora nessun dato in questo senso, ma ne sono profondamente convinta. Sono al Cristallo da quasi 15 anni e avverto una crescita della comunità che ci circonda: il nostro pubblico è cresciuto con noi. Ci ha accompagnato in un percorso che ci ha fatto diventare cittadini più attenti e consapevoli.
Quali iniziative culturali per i giovani ancora mancano nella nostra provincia? Novemre/November 2019
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A mio parere non sono le attività a mancare, c’è davvero una vastissima offerta. Forse quello manca - per lo meno in ambito teatrale - è un'ottica di sistema, che faccia lavorare i diversi enti lungo una direzione condivisa. Ma ci stiamo lavorando, è un argomento che è già nella nostra agenda e che abbiamo già condiviso con l’ente pubblico e con i maggiori interlocutori teatrali del territorio.
Il lavoro con i giovani per il loro sviluppo culturale e sociale implica una grande responsabilità; una responsabilità che Cristallo condivide con altre Associazioni nell’ambito dei propri progetti? Sì, abbiamo dei partner che collaborano con noi per le attività, sia in termini di ideazione sia in termini fattivi: altri centri giovani, come il Bluspace ad esempio che è il nostro punto di riferimento per le attività musicali, il Vintola 18 per le attività legate all'ambito della legalità, un partner molto vivace si è rivelato
Cooltour, con cui abbiamo ideato e realizzato il progetto "InutilMente", che quest'anno - nel 30° anniversario dalla caduta del muro di Berlino -sarà dedicato al tema dei "muri", purtroppo tornato di grandissima attualità.
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La Comunità del Reinserimento Intervista a Carlotta Ficco di Fabrizio Mattevi
Abbiamo chiesto a Carlotta Ficco, Responsabile dell’Area dipendenze di descrivere sinteticamente il progetto della Comunità del Reinserimento e la sua evoluzione nel tempo Qual è l’origine di questo servizio? Carlotta Ficco
L’attuale
progetto
della
Comunità
del
Reinserimento è un’evoluzione della fase conclusiva
del progetto terapeutico “Progetto uomo”, sorta già nel 1985: una struttura finalizzata al reinserimento lavorativo di persone tossicodipendenti. Con la conclusione di quel progetto, la Comunità del Reinserimento è diventata una struttura residenziale: un appartamento in un contesto condominiale cittadino. Per lo più vengono accolte persone che provengono da un periodo di permanenza in una comunità terapeutica ad alta intensità come la Comunità
terapeutica Sankt Isidor o altre anche fuori Provincia. Quali persone sono ospitate? L’appartamento, situato nel quartiere Don Bosco di Bolzano, ha sei posti letto; ospita persone che hanno bisogno di proseguire con il loro percorso terapeutico riabilitativo, dopo aver cessato l’uso o l’abuso di sostanze e aver portato a termine un periodo di permanenza di almeno sei mesi in una comunità terapeutica come Sankt Isidor. Gli ospiti sono femmine e maschi, inviate dal servizi: Serd (Servizio per la Dipendenze) e Csm (Centro di Salute Mentale). Per quanto riguarda le donne, la Comunità del Reinserimento è l’unica struttura residenziale disponibile sul territorio provinciale. Questo accade anche perché la percentuale femminile nell’ambito della diagnosi delle dipendenze è assai più bassa. L’età è varia. Qualcuno è molto giovane, poco più che ventenne, ma
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solitamente hanno tra i 35 e 50 anni. Anche perché questo tipo di patologie emerge nel tempo e si rafforza passando attraverso tentativi di recupero e guarigione, cadute e ricadute. Requisito necessario per poter accedere alla Comunità è avere una occupazione che si svolga per lo più quotidianamente e per buona parte della giornata: l'occupazione varia da laboratori occupazionali a inserimenti lavorativi protetti a lavori nel libero mercato. In genere le persone da noi accolte presentano una doppia diagnosi ovvero la presenza contemporanea in una stessa persona di un disturbo psichiatrico e di una dipendenza da sostanze (alcol, stupefacenti, comportamentali). Questi problemi hanno condizionato le loro vite, portandoli ad esempio alla perdita del lavoro e/o delle relazioni familiari e amicali. Molto spesso sono seguiti dai servizi da parecchio tempo. La Comunità del Reinserimento è il risultato di un’attenzione intenzionale da parte dell'Associazione che, negli ultimi anni, ha orientato la sua esperienza nel campo delle dipendenze verso le problematiche psichiatriche.
Come è organizzato il servizio? Le persone che vivono nell’appartamento possono contare sulla disponibilità costante, 24 ore su 24, di un operatore, fisicamente presente o reperibile. L’equipe è composta dalla responsabile di Area, una coordinatrice, una psicologa psicoterapeuta e sei operatori. Gli utenti hanno una vita autonoma che si svolge all’esterno. Avendo riconquistato una stabilità psicofisica possono valorizzare e potenziare le proprie risorse, coltivare interessi, organizzare la routine quotidiana. Hanno piuttosto bisogno di un confronto e un contesto di riferimento, perché fanno fatica a vivere da soli. Gli ospiti sono impegnati a turno nella faccende domestiche: fare la spesa, preparare da mangiare, ripulire, con la supervisione degli operatori. Vi è attenzione al rapporto con le sostanze e a eventuali abusi. Il momento comune e conviviale è solitamente la sera. In Comunità viene portato avanti un percorso clinico, composto da colloqui individuali e un gruppo terapeutico, condotto dalla psicologa.
Vi sono problemi di convivenza con il condominio? L’appartamento è messo a disposizione dall’Ipes e si trova in una zona di suo già presidiata dai servizi, poiché ospita variegate storie e situazioni problematiche. 14
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Non vi sono dunque stati particolari problemi con i condomini.
Quali gli obiettivi? Le persone ospiti della Comunità del Reinserimento rafforzano la loro stabilità complessiva e possono così conquistare una propria autonomia di vita. La permanenza al Reinserimento può proseguire fino a un massimo di due anni. A volte però questo limite viene superato, perché è estremamente difficile conquistare l’autonomia abitativa e gestionale.
Quale formazione hanno gli operatori? È bene che gli operatori, in genere con esperienza precedenti, abbiano conoscenze di psicopatologia e siano informati sulle caratteristiche delle sostanze.
Prospettive ed evoluzione future? Il progetto a tutt’oggi mantiene la sua validità e il suo valore. Costituisce una risposta a un bisogno reale, riconosciuto e apprezzato dai servizi sociosanitari. A volte i posti sono insufficienti rispetto alle richieste. Occorre però tenere presente che questa struttura ha dei costi elevati, dovuti al numero di operatori coinvolti. Peraltro la presenza dell’equipe, che struttura la vita dell’appartamento, permette di ospitare e seguire persone che non sono in grado di affrontare la quotidianità in totale autonomia. Mi pare di rilevare che oggi i servizi sono orientati a privilegiare strutture e interventi di tipo territoriale, anziché in strutture comunitarie residenziali, isolate e strutturate come è St. Isidor. L’esperienza dunque
del
Reinserimento
apprezzata
caratteristiche,
ma
per al
le
è sue
contempo
occorre sottolineare che l’efficacia
Comunità di St. Isidor
del progetto è legata al fatto che le persone ospitate arrivano avendo già acquisito una relativa stabilità. Se venisse meno la permanenza preliminare in comunità, il trattamento in appartamento sarebbe probabilmente più difficile e impegnativo.
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Progetto Laboratori Intervsita a Manuel Mattion di Dario Volani
Il piano strategico “Verso il 2020” individuava alcune linee strategiche per servizi e progetti che avrebbero dovuto rispondere a nuovi o crescenti bisogni. Tra questi apparivano come centrali, già alcuni anni fa, i temi “casa, salute, lavoro, relazione”. Dalla carta si è poi passati all’azione, in modo che, attraverso un’analisi dei bisogni, del contesto, delle risorse disponibili, le linee strategiche trovassero concretizzazione. Attività, progetti, servizi hanno Manuel Mattion sempre più preso forma, tanto che l'Associazione recentemente ha voluto e potuto inserire nel proprio organigramma un nuovo settore denominato “Casa, occupazione, lavoro”. In questo settore trovano spazio i laboratori coordinati da Manuel Mattion. Lo abbiamo intervistato per comprendere meglio cosa sono e cosa offrono. Come possiamo descriverli in breve? I laboratori sono progetti mirati per offrire a ragazzi in difficoltà un’opportunità di inclusione sociale e lavorativa attraverso un'offerta laboratoriale specifica e adeguata alle singole attitudini. Hanno lo scopo di rendere consapevoli i ragazzi di capacità, competenze, abilità per orientarli verso un possibile ritorno allo studio (con una ripresa, un ritorno, una maggiore motivazione alla formazione), o per accompagnarli alla scelta e al successo in un eventuale stage, oppure per una mirata ricerca di una professione per il proprio futuro. Il Laboratorio non prepara i ragazzi solo al mondo del lavoro, ma anche ad acquisire capacità di base per la vita autonoma futura.
Da dove nasce l’intuizione e il bisogno di attivarli? Abbiamo incontrato tante situazioni di giovani in difficoltà: con la scuola, con la famiglia, col lavoro. Alla ricerca di qualcosa di diverso o anche in un momento di 16
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rifiuto di qualsiasi proposta. L'Italia ha il doppio dei neet della media Europea. I cosiddetti neet (Not –engaged- in Education, Employment or Training) sono persone, generalmente intese come giovani, non impegnate nello studio, né nel lavoro, né nella formazione. Anche nel nostro territorio è crescente il numero di ragazzi che arrivano a vivere una situazione di fatica e hanno quindi bisogno di trovare occasioni per ripensare il loro futuro. I laboratori sono luoghi di passaggio, per persone in una situazione di crisi momentanea o per chi fa più fatica e ha bisogno di altri tempi e modi per scoprire dove indirizzare la propria vita. Sono occasioni per capire cosa sta succedendo e poi riprendere la via.
Quali giovani arrivano dunque a questo servizio? Arrivano giovani che stanno vivendo una situazione di difficoltà familiare, che si trovano in difficoltà nel mondo della scuola, che sono a rischio di ritiro sociale. Arrivano giovani che hanno bisogno di trovare o scoprire una motivazione nuova e diversa a quello o da quello che stanno facendo.
Uno spazio dove essere attivi. Quale è il ruolo dell’educatore? La relazione è comunque un elemento centrale. Ecco perché è fondamentale la figura dell'educatore e non solo quella dell'artigiano o dell’esperto. I ragazzi si aprono molto; confidano cose che non riescono a esprimere ai propri genitori o ai professionisti dei servizi di consulenza. Si crea un legame significativo proprio perché si sentono seguiti, ascoltati, cercati, valorizzati.
Può accedere chiunque o è prevista una forma di invio? C’è un invio attraverso il Servizio Sociale. L'assistente sociale contatta il servizio; si organizza un incontro preliminare per capire meglio la situazione di partenza; se si valuta che il progetto dei laboratori può essere la soluzione ideale si procede con un incontro tra assistente sociale, ragazzo, famiglia e operatori. Si decidono insieme obiettivi e tempi, si firma una sorta di contratto, in cui sono ribadite regole, responsabilità, giorni di frequenza, orari, attività.
Che cosa si fa nei laboratori? Le attività vengono mirate il più possibile, proprio per rispondere ai desideri e ai bisogni specifici che ogni giovane ha. Le attività sono organizzate in moduli, coinvolgendo anche diversi professionisti. Ci sono laboratori ormai stabili di cucina, falegnameria, riparazione delle biciclette, ma ne vengono proposti sempre di nuovi, creati ad hoc. Piace anche proporre laboratori che abbiano una finalità di utilità sociale: cura dell'arredo urbano, pulizia di un parco, sistemazione di Novemre/November 2019
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panchine o giochi. A volte si riesce anche a corrispondere un piccolo incentivo economico. Sono spesso attività che possono configurarsi come pre-stage o propedeutiche a un inserimento in qualche cooperativa. Si impara, si sperimenta e quando si è pronti si cerca di inserirsi in qualche offerta o esperienza esistente.
Come aiutate i ragazzi nella ricerca di un’occupazione o di un lavoro? Aiutiamo i ragazzi a compilare un proprio curriculum vitae. Organizziamo attività di formazione utilizzando con loro linguaggio e modalità particolari. Parte della formazione è dedicata alla capacità di stare in relazione, lavorare con gli altri, comprendere e rispettare le regole, collaborare per creare un buon clima di lavoro. Viene svolta l'attività di formazione obbligatoria relativa alla sicurezza, al pronto intervento, all’antincendio, ai rischi sul posto di lavoro.
L’ente inviante come e quando viene coinvolto? Con l’ente inviante c’è una splendida collaborazione e costantemente viene svolta congiuntamente un’attività di monitoraggio e verifica. Questo permette di tarare, modificare, migliorare costantemente il tipo di proposta.
Fiera del volontariato 2019
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Due progetti
Educativa domiciliare Visite protette-accompagnate di Fabrizio Mattevi Si tratta di due distinti progetti di coordinamento, formazione e supervisione, rivolti agli operatori interessati,
promossi
da
Claudio
Ansaloni,
responsabile dell’Area Bambini e giovani. Ci si propone di: esaminare e confrontare esperienze vissute; strutturare, in modo esplicito e consapevole, interventi già in atto, così da renderli più omogenei e coordinati; definire una metodologia comune e condivisa; favorire e potenziare il collegamento tra operatori di strutture e servizi dell’Area Bambini e giovani e con operatori di altre Aree.
Educativa domiciliare Da un paio d’anni il Distretto sociale chiede agli operatori del Centro diurno
Kalimera di Appiano di ampliare l’intervento svolto nel Centro e seguire alcuni dei ragazzi anche nell’ambiente familiare, recandosi a casa loro, in accordo con i genitori, per osservare le relazioni parentali, il clima familiare, la conduzione e gestione della vita domestica. Obiettivi di tali interventi sono: migliorare le competenze genitoriali, proporre strumenti di organizzazione domestica, promuovere forme di mediazione nel rapporto tra genitori e tra genitori e figli, mitigare le dinamiche negative, sviluppare potenziali risorse dei diversi componenti. Via via è emersa l’esigenza di dare una struttura omogenea alle azioni dei singoli operatori. Così ha preso forma il progetto Educativa domiciliare, avviato circa un anno fa, con la supervisione e la conduzione di Ulrike Oberlechner, psicologa, coordinatrice della Comunità residenziale Panta rhei. Novemre/November 2019
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Il gruppo di Educativa domiciliare si incontra regolarmente, lavorando su più nuclei tematici: esaminare interventi e situazioni in attualmente in corso; fornire agli operatori una formazione clinica su aspetti riguardanti l’ambito domestico; individuare strumenti metodologici e suggerimenti educativi da mettere a disposizione dei genitori per strutturare meglio la giornata, per porre limiti e regole ai figli adolescenti; elaborare moduli specifici per le varie fasi dell’intervento, per facilitare, rendere efficace e omogenea l’osservazione dell’ambiente domestico. Il progetto ha ormai una sua solidità e può proporsi come un vero e proprio servizio di accompagnamento a favore delle famiglie dei ragazzi seguiti in interventi individualizzati.
Visite protette e accompagnate I servizi sociali, in genere con un provvedimento del Tribunale dei minorenni, incaricano operatori di comunità residenziali e centri diurni di accompagnare e presenziare agli incontri tra genitori e figli in contesti di protezione o sospensione della responsabilità genitoriale. Situazioni di conflitto familiare, maltrattamenti e abusi, genitorialità fragile e problematica richiedono che il contatto tra figlio e genitore venga tutelato da una figura terza, esterna con una funzione di sostegno, tutela e al contempo controllo. Il servizio Visite protette-accompagnate, con la supervisione di Cristina De Paoli, psicologa, coordinatrice del Centro Il germoglio-Sonnenschein, nasce dall’esigenza di dare strutturazione e corpo all’esperienza, maturata nel corso di questi anni, da singoli operatori che hanno seguito incontri tra genitori e figli in forma protettaaccompagnata. Questi interventi sono originati, in genere, da una valutazione di opportunità da parte dei Servizi sociali e da un provvedimento dell’autorità giudiziaria minorile. Due sono le tipologie di incontro, peraltro non sempre nettamente separabili: visita accompagnata e visita protetta. Obiettivo primario è garantire il diritto di visita e relazione tra minori e genitori non conviventi nei casi di: separazione e conflitto familiare maltrattamento o sospetto abuso 20
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genitorialità fragile e/o multiproblematica. L’individuazione del problema principale all’origine dell’intervento determina l’orientamento del percorso da costruire: a) sostegno, mantenimento, ricostruzione; l’accento è posto sulla relazione tra figlio e genitore o sul suo recupero; in tale ambito il conflitto tra le figure genitoriali o tra le famiglie allargate costituisce il principale ostacolo alla continuità della relazione; b) controllo, tutela, protezione; l’accento è posto sulla necessità di salvaguardare il bambino da possibili atti lesivi, proteggendo la sua integrità fisica o psichica; il contesto è dunque una relazione non sufficientemente buona che ha però in sé margini di recuperabilità. Il buon esito degli interventi è favorito dalla regolarità
degli
incontri
ma
pure
dall’individuazione di un luogo dedicato e predisposto all’obiettivo. La durata è connessa alle caratteristiche delle persone coinvolte e al mandato della magistratura.
Fiera del volontariato 2019
incontro
alle
Gli
orari
esigenze
devono
andare
lavorative
dei
genitori e agli impegni dei minori. Visite e incontri mirano a favorire margini di recupero sul piano relazionale, pur in presenza di aspetti problematici. Si tenta di aiutare il genitore a recuperare la sua funzione oppure si favorisce l’interazione tra genitori naturali e genitori affidatari. A tal fine sono previsti e proposti percorsi di sostegno alla genitorialità, che si svolgono presso il Centro Il germoglio-Sonnenschein dell’Associazione.
Claudio Ansaloni coadiuva le coordinatrici dei due progetti nel rapporto con i Servizi invianti e il Tribunale dei Minori, collaborando, assieme a Elisabetta Fabbris vice responsabile, all’individuazione degli operatori più idonei ai diversi incarichi.
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La “de-escalation”: uno strumento per gli operatori Intervista a Manuela Gius di Alessandra Belvisi È recente la notizia dell’introduzione della vigilanza armata presso lo sportello Ipes di Bolzano. È stato detto che è necessaria a causa dei comportamenti aggressivi di alcuni inquilini o di persone che richiedono l’alloggio e magari reagiscono con rabbia ad un eventuale diniego. I quotidiani locali hanno riferito di episodi di tensione o aggressività che hanno generato timori tra i dipendenti dell’’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, che con-
Manuela Gius
divide in parte la tipologia di utenza che si rivolge
all’Ipes: un pubblico talvolta molto complesso e impegnativo. La sicurezza dei dipendenti sul posto di lavoro ha indubbiamente la priorità assoluta, ma il dubbio che l’introduzione di guardie armate non possa essere la misura unica e risolutiva del problema dell’ escalation dell’aggressività e della tensione sociale sorge e merita un approfondimento. Ne parliamo con Manuela Gius, psicologa e esperta di de-escalation, coordinatrice della Comunità riabilitativa St.Isidor, con una lunghissima esperienza nella gestione dei servizi alle persone. La tecnica della de-escalation prevede una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale.
Manuela, nella tua esperienza quotidiana lavorativa e non solo rilevi un aumento dell’aggressività, della tensione da parte degli utenti e più in generale della popolazione? No, non ho notato un aumento dell’aggressività da parte degli utenti. Rispetto alla popolazione faccio fatica a valutare: sicuramente sentiamo sempre di più di atti aggressivi, ma non so se siamo solo più collegati tra di noi (vedi social media) e 22
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quindi le informazioni circolano in tempi più brevi o se veramente siano aumentati gli atti aggressivi. Mi preme sottolineare che l’aggressione non è un’emozione, ma è un comportamento, un modo non adeguato di comunicare un malessere; quindi dietro al comportamento aggressivo sta sempre un malessere interno della persona. Spesso questi malesseri sono frutto di ansia, impotenza, disperazione. Ovviamene l’aggressione può essere anche un’espressione di rabbia, minaccia oppure può avere una fonte fisica come per esempio problemi neurologici.
A cosa pensi sia attribuibile? Nel mondo sociale gli operatori hanno a che fare con clienti/utenti compromessi dal punto di vista sociale e/o biologico e/o psicologico. Sempre più persone faticano ad arrivare a fine mese con i soldi che hanno a disposizione, non hanno una dimora fissa, non hanno documenti validi ecc. Per queste persone la realtà della sopravvivenza (economica, abitativa ecc.) è molto viva, può causare reazioni aggressive di fronte a richieste negate, quando non si sentono ascoltati ed aiutati.
L’introduzione di un presidio di controllo in uffici pubblici più esposti a questa problematica può svolgere una funzione deterrente? La cosa migliore sarebbe prevenire il meglio possibile situazioni che possono causare aggressione. Ovviamente in un ambito come gli uffici pubblici, dove spesso gli operatori non possono soddisfare tutte le richieste dei clienti, la prevenzione è fattibile solo fino a un certo punto. Un presidio di controllo causa da una parte un clima intimidatorio per i clienti, dall’altra può dare però un senso di protezione per gli operatori.
La relazione che si instaura con l’utente, ancorché improntata, da parte dell’operatore, a criteri di rispetto, ascolto e correttezza, non è di per sé sufficiente a mantenere un clima calmo? Non sempre, perché comunque gli operatori spesso devono dare ai clienti delle comunicazioni poco piacevoli (negazione di contributi economici, interventi sociopedagogici non graditi, ecc.). Possiamo fare tanto per evitare che una situazione/persona diventi aggressiva, prestando attenzione ad alcuni fattori. 1. Evitare (o ridurre) l’insorgenza della violenza e delle aggressioni - Quali fattori possono scatenare reazioni aggressive? Cosa posso fare per evitare di mettere in atto questi fattori? Per esempio fattori strutturali (regole, struttura …), fattori perNovemre/November 2019
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sonali dell’utente/cliente (motivi personali …), fattori personali degli operatori (comportamenti, modi di relazione e comunicazione dell’operatore …). 2. Modificare i punti di vista e le interpretazioni di comportamenti aggressivi - La valutazione personale della situazione e del comportamento aggressivo del cliente incide sulla nostra reazione e provoca la deescalation o l’escalation. 3. Capire meglio cause e motivi di comportamenti aggressivi - Conoscenza e comprensione di cause e motivi sono indispensabili per poter de-escalare una situazione di crisi. Solo con la percezione di bisogni, problemi, emozioni che stanno dietro al comportamento aggressivo, possiamo evitare un’ulteriore escalation. Non sempre le precauzioni sopra descritte hanno l’effetto desiderato e possono verificarsi comunque delle situazioni di aggressione. Esistono tecniche della comunicazione per gestire al meglio una persona agitata. Un presidio di controllo può essere vissuto dagli operatori in modo rassicurante, se riesce a intervenire in modo de-escalante senza dover usare violenza.
Qualora la situazione di tensione si trasformi in aggressività cosa può fare l’operatore prima che si renda necessario l’intervento della guardia armata? Il cliente è in un momento di tensione, malessere interno e usa strumenti verbali e non verbali per esprimere il suo malessere (urla, minaccia, corre, sbatte le porte …). L’operatore deve aiutare il cliente ad uscire da questa tensione, utilizzando tecniche di comunicazione che aiutano il cliente a capire meglio il suo malessere interno (che spesso loro stessi fanno fatica a verbalizzare) e che gli fanno capire che l’operatore lo ascolta, lo prende sul serio ed è intenzionato ad aiutarlo. In tutto questo è importante che l’operatore comunque si metta sempre in una situazione di protezione per essere in sicurezza nel momento che la deescalazione verbale non funzioni (individuare una via di fuga, togliere oggetti piccoli che possono essere usati come armi, osservare il cliente per capire come si muove e se ha delle armi ecc.). La guardia armata è molto utile nel momento in cui tutte le precauzioni messe in atto dall’operatore non funzionano. 24
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Quali sono in estrema sintesi i comportamenti suggeriti dalla tecnica della deescalation? Il concetto della “Gestione professionale della de-escalation secondo ProDeMa®” prevede sette livelli graduali all’interno della prevenzione primaria, secondaria e terziaria. È un concetto elaborato da professionisti che lavorano nell’ambito sociosanitario e confermato da ricerche scientifiche.
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Clima organizzativo all’interno de La Strada-Der Weg di Dario Volani A distanza di tre anni da una prima indagine (2016), si è voluta ripetere una nuova analisi per valutare i fattori del clima organizzativo dell'Associazione La
Strada - Der Weg e dello stress lavoro correlato del personale nell'anno 2019. La ricerca è stata curata dal professor Krzysztof Szadejko che già aveva collaborato alla prima osservazione. Il clima organizzativo è oggetto di molti libri e studi ed è un concetto interessante ai fini della definizione di un sistema di qualità e di miglioramento continuo all'interno di una organizzazione come l'Associazione La Strada-Der Weg. Risponde al desiderio di valutare l'impatto di azioni organizzative sui processi di lavoro quotidiano ed è uno strumento per misurare lo stato di salute dell'organizzazione, in particolare della risorsa più importante rappresentata dalle persone (non solo di chi opera professionalmente, ma anche dei volontari). L'obiettivo della ricerca è stato proprio di analizzare la soddisfazione del personale, la motivazione, lo stress del lavoro correlato. La somministrazione del questionario è avvenuta durante i mesi di aprile e maggio 2019; la raccolta dei dati è stata realizzata on-line utilizzando un apposito link in due lingue italiano e tedesco. L'elaborazione dei dati è stata effettuata in forma aggregata e quindi anonima per permettere a tutti di esprimere le proprie sensazioni in modo libero. Sono stati raccolti 127 questionari coinvolgendo operatori e volontari attivi in strutture residenziali, diurne, in servizi di assistenza territoriale, servizi scolastici, di consulenza, in amministrazione, presso la manutenzione. La ricerca è stata effettuata mediante un questionario creato appositamente (attingendo ad hoc da diversi questionari scientificamente validi), composto da diversi item o indicatori (un centinaio) che misurano dimensioni indipendenti del clima organizzativo. Il clima organizzativo è un concetto multidimensionale, sintesi di vari fattori e non 26
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è semplice fare una sintesi dei risultati. Va comunque detto che tutti gli aspetti misurati hanno mostrato mediamente un livello di soddisfazione/benessere ben oltre la sufficienza. Cosa non semplice per un’organizzazione complessa e grande come la nostra. Tra gli aspetti misurati (in fondo ad ogni item il risultato medio raccolto espresso in 100mi): l’autonomia nel lavoro, cioè la possibilità di fare e le responsabilità nell'organizzazione del lavoro (71/100); la comunicazione, come disponibilità e come chiarezza delle informazioni (66/100); la
Fiera del volontariato 2019
comunicazione
esterna,
cioè l'efficacia della comunica-
zione con le istituzioni e la rete dei servizi del territorio (59/100); la chiarezza del proprio ruolo - per comprendere quanto chiare siano le mansioni e i ruoli (66/100); l'innovatività, ovvero l'apertura mentale e la ricerca di nuovi metodi di lavoro (71/100); la progettualità - come capacità di pianificare il lavoro e di governare lo sviluppo (61/100); La leadership democratica - cioè lo stile della dirigenza (81/100); Il team - cioè la coesione del gruppo (79/100); Il dinamismo - per guardare alla vitalità organizzativa e la propensione al cambiamento (65/100); Sono stati anche osservati e testati alcuni aspetti psicologici legati al coinvolgimento lavorativo indagando: il vigore, lo stato cognitivo-emotivo caratterizzato da livelli di energia interiore e di resistenza alle avversità (77/100); la dedizione, la sensazione di dedicarsi con passione ed entusiasmo al proprio lavoro (80/100);
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l’assorbimento/concentrazione,
un
positivo
essere
assorbiti
dal
lavoro
(65/100); la motivazione lavorativa (83/100); l’affaticamento psicofisico, per capire situazioni di malessere stanchezza, l’esaurimento delle risorse psichiche e fisiche ed evitare un possibile burnout (24/100); il sostegno dell'autonomia da parte dei dirigenti, guardando allo stile dei rapporti interpersonali tra dirigenza e dipendenti/volontari (80/100); la soddisfazione della vita (69/100); la soddisfazione lavorativa, cioè la possibilità di sentirsi realizzati e di sentir realizzati attraverso il lavoro bisogni individuali importanti (77/100). Dalla ricerca emerge che la nostra è percepita come
un’associazione
dinamica,
flessibile,
amichevole, anche se talvolta c’è un po’ di confusione. C'è buona armonia tra operatori e tra servizi. È un'associazione in continua crescita, considerata aperta socialmente e culturalmente,
che
favorisce
la
crescita
personale e professionale oltre che il legame tra i dipendenti.
Fiera del volontariato 2019
C’è però sempre da migliorare e migliorarsi. Per poter svolgere al meglio il proprio lavoro i partecipanti alla ricerca chiedono un po' più di tempo per poter pensare prima di agire, un po' meno burocrazia, più ore di programmazione per lavorare in maniera professionale, informazioni chiare. Sottolineano l’importanza del lavoro in rete con altri centri e associazioni, la necessità di avere strumenti di lavoro più efficienti, valorizzano la supervisione per migliorare le dinamiche tra colleghi, suggeriscono di migliorare l'organizzazione del personale per non perdere di qualità evitando un eccessivo spezzettamento.
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Catchy Park Un progetto della Cooperativa sociale Explora Intervista a Beatrice Giannitelli e a Francesco Campana di Fabrizio Mattevi Colloquio con Beatrice Giannitelli, referente del progetto.
Quale contesto e quale situazione hanno innestato l’ideazione del progetto? Beatrice Giannitelli
Il progetto nasce dall’esigenza di togliere la paura dei cittadini nei confronti di alcuni parchi
bolzanini, considerati inospitali e poco sicuri.
Parco della stazione e Parco della Vittoria risentano della presenza di senzatetto, richiedenti asilo, individui che operano ai margini della legalità. Chi passa nei pressi di questi parchi avverte paura, disagio, è intimidito dall’alone di insicurezza, presunto o reale, che li avvolge. Questa situazione determina allarme nell’opinione pubblica, attenzione mediatica, interventi delle forze dell’ordine, che producono un circolo vizioso che si autoalimenta. Il Comune di Bolzano ha emanato un bando per l’assegnazione di diecimila euro a favore di iniziative di rivitalizzazione dei due parchi. Da ciò ha preso forma l’idea di cercare modalità per avvicinare i cittadini ai parchi, far sì che possano tornare a vivere questi spazi pubblici urbani. A questo obiettivo si è aggiunto la volontà di offrire occasioni di partecipazione e coinvolgimento attivo a tutti i bolzanini. Abbiamo creato una piattaforma online, a cui potevano iscriversi associazioni o singoli cittadini e segnalare proposte di attività e performance da attuare all’aperto in uno dei due parchi. Una commissione di valutazione selezionava i progetti più interessanti, poi realizzati in accordo con i proponenti. È previsto un compenso di 100 euro lordi per ogni proposta attuata, con una durata di almeno un’ora. Si tratta di offrire iniziative capaci di attirare l’attenzione dei passanti o di persone interessate, così da costituire gruppi di almeno 10/15 partecipanti. Novemre/November 2019
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Come è stato l’inizio? Dal 9 settembre si è iniziato a proporre le attività: yoga per bambini, musica balcanica, cantante rap, arte contemporanea, percussioni, ballo, zumba. All’inizio è stato difficile, perché nessuno ci conosceva e non si utilizzava la piattaforma. Non è stato semplice organizzare ogni giorno feriale un evento in uno dei due
parchi, con orari differenti, misurandosi con le
meteorologiche e con il
variabili
declinare
delle
atmosfere estive. Alcuni appuntamenti si
sono svolti la sera,
altri in pieno giorno.
Nei fine settimane le
proposte del Comune
sono
rilevanti,
dunque
risultava
aggiungere
altri
numerose
e
dispersivo
momenti.
Via via il progetto ha
preso
strutturato e ha trovato
regolarità
e
consistenza.
innestato
un
processo ad
a
Si
è
raggiera,
assistere
proposto
come come
oppure ha sparso la
piede,
si
è
per cui chi è venuto spettatore si è poi protagonista
attivo,
voce tra gli amici.
Che valutazione ti senti di dare dell’esperienza svolta? Gli esiti sono positivi e confortanti, nonostante le perplessità iniziali. Entrambi questi luoghi presentano infatti delle criticità: alla stazione per la presenza di persone con forme di disagio e dipendenza; al Parco della Vittoria la mancanza di illuminazione serale accentua la tendenza a considerarlo uno spazio da evitare o di semplice transito, anziché un parco pubblico, che invece sarebbe gradevole se visitato e goduto. Pur tuttavia i passanti, diretti alla stazione o che parcheggiano l’auto, hanno notato la nostra presenza, si sono avvicinati, hanno apprezzato, hanno chiesto di avere più attività di questo genere, hanno espresso l’auspicio e il desiderio che la gente possa riavvicinarsi e vivere questi parchi.
Come hanno reagito le persone che solitamente stazionano in questi due parchi? Vi sono state tensioni? Hanno seguito le nostre proposte, in alcuni casi hanno partecipato, soprattutto 30
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con gli eventi musicali. Non vi sono state situazioni preoccupanti o sgradevoli. Qualcuno si è fatto avanti per chiedere lavoro.
È mutata la situazione nei parchi? Le nostre attività hanno contribuito a creare una forma di controllo dei parchi, integrando l’azione e la presenza delle forze dell’ordine: una modalità di presidio sociale dal basso complementare ai presidii istituzionali dall’alto. La nostra presenza ravviva il parco, determina l’instaurarsi nuove regole non dette a proposito del rispetto nei confronti di chi propone un evento e dei suoi spettatori. Gli eventi realizzati nei parchi modificano la percezione che le persone hanno dei luoghi e le avvicinano, contrastando la tendenza a girare al largo.
Dunque un buon risultato? Siamo soddisfatti. I nostri obiettivi iniziali sono stati raggiunti. Occorre tenere conto che si tratta di un progetto nato dal nulla, che però si è conquistato uno spazio di attenzione sui social media, trovando un gruppo di fan e sostenitori. Certo, le nostre forze sono ridotte e questo ha comportato una fatica gestionale. Colloquio con Francesco Campana, direttore della Cooperativa sociale Explora
Inizialmente ti chiedo una breve presentazione di Explora Explora è una cooperativa sociale, di tipo A, ossia offre servizi socio-sanitari, formativi e di educazione permanente. È sorta a Brunico, dove ha la sede legale. Da luglio sta riorganizzando il suo portfolio di attività. Il nuovo Consiglio di amministrazione ha infatti formulato l’indicazione a intraprendere nuovi progetti. E io ho orientato in questa direzione il mio compito di nuovo direttore.
Catchy Park interpreta appieno questo intendimento.
Francesco Campana
Avremmo potuto realizzare direttamente noi attività di animazione di strada, una soluzione più semplice e anche più prevedibile. Il tratto innovativo e sperimentale del progetto, per un verso anche più rischioso, è la scelta di promuovere iniziative realizzate dai cittadini. Novemre/November 2019
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In quali altri ambiti opera la Cooperativa? Allo stesso modo Explora si propone a professionisti, che operano negli ambiti socio-sanitari e formativi, per offrire un supporto alla realizzazione di iniziative e interventi professionali. I settori attualmente coltivati sono i laboratori scolastici, le terapie espressive (musicoterapia, danza terapia, teatro terapia, pet terapy), animazione di comunità. Il desiderio per il futuro è di condurre la Cooperativa a operare su due filoni: diventare un incubatore di progetti, un sostegno all’imprenditoria giovanile a forte impatto sociale, privilegiando innovazione e creatività; perseguire il multispecialismo, mantenere più fronti attivi, aprirci e contaminarci con più professionalità, anche perché una cooperativa iperspecialistica sarebbe assai rischiosa in termini di mercato; vorremmo potere offrire sul territorio provinciale un insieme coordinato di attività e servizi, tra loro collegati da una comune visione metodologica e clinica.
Un evento di Catchy Park al Parco della Vittoria di Bolzano
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INTERNOS Edizione/Ausgabe: nr. 04/2019 - Novembre/November 2019 Pubblicazione registrata presso il tribunale di Bolzano il 06.08.2018 R.G. n. 3009/2018 Ermächtigung Landesgericht Bozen 06.06.2018 nr. 3009/2018
Associazione – Verein “La Strada - Der Weg ONLUS” Via Visitazione - Mariaheimweg, 42 39100 Bolzano Bozen Tel 0471 203111 Fax 0471 201585 e-mail: info@lastrada-derweg.org www.lastrada-derweg.org Direttore responsabile/presserechtlich Verantwortlicher: Massimo Antonino Redazione/Redaktion: Massimo Antonino, Francesco Campana, Manuela Gius, Fa-
brizio Mattevi, Dario Volani Grafica/Grafik: Massimo Antonino Se vuole devolvere il 5 per mille Falls Sie 5 Promille Ihres Einkommens schenken möchten a favore di Associazione/Verein “La strada – Der Weg Onlus” Codice fiscale 80020390219 Se vuole fare una donazione / Falls Sie eine Spende machen möchten IBAN – IT29 R060 4516 0800 0000 139000 Grazie/Danke
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