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Quaderno 2018_L'educatore e le regole

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internos

quaderni

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L’educatore e le regole

dic. 2018


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INDICE 4

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IL PORTOLANO DELL’EDUCATORE F. Mattevi

EDUCAZIONE E REGOLE C. Ansaloni

WOHNGEMEINSCHAFT PANTARHEI U. Oberlechner

COMUNITÀ RESIDENZIALE S. CLARA E. Zangrando

COMUNITÀ RESIDENZIALE IL FOCOLARE E. Fabbris

TAGESSTAETTE KALIMERA F. Klauder

CENTRO POLO OVEST Alex Celesti

ABBECEDARIO F. Mattevi

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IL PORTOLANO DELL’ EDUCATORE


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PRESENTAZIONE Fabrizio Mattevi Centro Studi

Il compito delle Comunità residenziali e dei Centri diurni gestiti dall’Associazione “La strada – der Weg” è potentemente educativo: consiste infatti nel prendere in carico e prendersi cura di minori, bambini e adolescenti, stando al loro fianco nel percorso di crescita e maturazione personale. La storia quarantennale di queste strutture costituisce un patrimonio prezioso, di esperienze e competenze. È importante che questa ricchezza non vada dispersa e venga messa a disposizione di tutti: ripensare, esplicitare, documentare, conservare, pubblicare un percorso professionale e al contempo valoriale. Da questi intenti ha preso avvio la presente pubblicazione, che si propone di essere il primo di una serie di quaderni

dedicati a tematiche educative. Non si tratta di proporre teorie, già abbondantemente e autorevolmente disponibili, ma di mettere a disposizione pratiche, intuizioni, scoperte, riflessioni generate da una prolungata e concreta esperienza professionale sul campo. La scrittura è occasione e strumento per pensare insieme l’esperienza. Per questo si è scelto di intitolare la collana dei quaderni dedicati a tematiche educative: “PORTOLANO DELL’EDUCATORE”. Il termine “portolano” è antico, risale al XIII secolo; la sua etimologia rimanda a “porto”. Indica secondo Wikipedia “un manuale per la navigazione costiera e portuale basato sull’esperienza e l’osservazione

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… riporta informazioni utili al riconoscimento dei luoghi tramite descrizioni testuali, disegni e carte geografiche; informazioni… su pericoli e ostacoli alla navigazione come secche o relitti, indicazioni per l’ingresso nei porti, per l’ancoraggio e ogni altra informazione ritenuta utile alla navigazione e alla sicurezza.” Un portolano, dunque, rivolto a tutti coloro che si trovano a percorrere gli spazi educativi. Vivere quotidianamente insieme con bambini e adolescenti, occuparsi di

loro nelle giornate e nei pomeriggi, riproduce dinamiche, difficoltà, passaggi, tematiche, tensioni, che sono comuni all’esperienza dei genitori in ambito familiare, degli insegnanti nella scuola, di qualsiasi adulto che svolga una funzione educativa. Rispetto ad altri contesti educativi, le strutture di accoglienza per minori, residenziali e non, sono caratterizzate da alcuni tratti specifici:  gli ospiti portano con sé storie di sofferenza, privazione, violenza, abuso, abbandono; rappresentano


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dunque una versione particolarmente drammatica e impegnativa del percorso di evoluzione verso l’età adulta;  gli operatori sono figure professionali specifiche, con studi, titoli, requisiti definiti per legge;  ogni operatore lavora facendo riferimento costante all’equipe educativa della struttura, all’interno della quale si confronta, concorda obiettivi, scelte e linee d’azione;  l’azione educativa quotidiana è supportata da figure e modalità strutturate di supervisione;  ogni equipe ha alle spalle un

progetto pedagogico elaborato in un arco di tempo decennale all’interno dell’Associazione e della sua identità valoriale. Queste realtà affrontano e vivono quindi situazioni di particolare intensità e densità educativa; per questo possono offrire ad altri suggerimenti e testimonianze significative, fondate, stimolanti.

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EDUCAZIONE E REGOLE


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“Non esiste un solo modo o un modo che possa essere considerato “giusto” per crescere i bambini, ma tanti modi diversi quante sono le culture e, potremmo aggiungere, quanti sono i bambini perché, come ogni genitore sa, ciò che è adatto per un figlio non è detto che lo sia per tutti gli altri”. (E. Balsamo, “La casa di tutti i colori”, Angeli editore, 2002).

Claudio Ansaloni

Responsabile Area Bambini e Giovani, Associazione “La Strada - Der Weg ONLUS”

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Qual è il nodo in cui immediatamente ci si imbatte quando si parla di educazione, che se ne argomenti in un’aula universitaria o se ne discuta sull’autobus numero 5 che ti porta dalla stazione in Associazione? Il rapporto con le regole: la definizione e il rispetto delle regole, la capacità di farle rispettare, in famiglia, a scuola, sul campo da calcio come in strada. Educazione come azione di ex-ducere, tirar fuori, trasmettere, allenare o più come arte del plagiare, influenzare, condizionare? Il confine spesso è labile. Il fine è quello di trasmettere elementi mediamente condivisi e istituzionaliz-

zati dalla società in cui viviamo, per regolamentare comportamenti sociali e relazioni interpersonali. Spesso però intendiamo l’adattamento come accettazione passiva della norma, trascurando di favorire l’autoregolazione, ovvero la capacità di vivere e convivere con la regola, di interiorizzarne il significato anziché semplicemente subirla. Questa differenza di livelli la misuriamo ogni giorno anche noi, nel nostro rapporto con la norma (cfr. regole del traffico, biglietto in autobus, le raccomandazioni…). Come faremmo senza regole, dalla costituzione al regolamento di condominio? Ma al contempo che bello tra-


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sgredire! Quella piacevole sensazione di scoprirsi autonomo, di essere uscito per un attimo dalla convenzione, dalla severa normalità dell’obbedienza, di non essere appunto assimilato alla norma. E subito dopo avvertire un senso di disagio, la percezione di aver negato qualche cosa a una relazione, di aver compromesso un equilibrio, aver spezzato un accordo: che fatica! Da che parte stare? Sopra o sotto? Destra o sinistra? Che continuo dissidio esistenziale! Io ho fatto la naja, ovvero l’anno di leva obbligatorio: tredici mesi di inutile lavoro quotidiano, ad ogni livello, per trovare il modo di trasgredire alle regole, spesso a regole palesemente inutili o incoerenti, ma spesso anche a regole di buon senso. In quel contesto l’educazione è un sistema acefalo di adattamento e di significazione di un potere fine a se stesso, che spesso genera strumenti di autodifesa per contrastare noia e ripetitività: il nonnismo, progenitore del bullismo, si afferma come contropotere, come rivalsa sul più debole. Mi viene da associare quell’esperienza alla paranoia della playstation e alla facilità di ricadere nella ripetizione rituale, della variabile già prevista. Eppure s’incontrano generazioni di cosiddetti “najoni” che decantano le vir-

tù di quella condizione di continenza e delle ambiguità che ne sono parte. L’elogio è alimentato, paradossalmente, dal racconto delle trasgressioni goliardiche, ossia da un inno al piacere di infrangere quell’ordine di cui oggi si esalta la bontà. L’altro grande rimpianto è custodito nella sublimazione del rapporto di cameratismo e fedeltà! Chiamala amicizia, chiamala empatia, in ogni caso è la dimensione del rapporto personale, della RELAZIONE. Quell’esperienza è stata per me il primo concreto confronto con significati e significanti culturali diversi dal mio; un bagno nelle diversità di classe, appartenenza, cultura famigliare. Non sono stato più lo stesso di prima. L’adolescente vive in modo più intenso e viscerale un dissidio che è costitutivo della socialità umana: da un lato la regola come strumento per la strutturazione delle relazioni e la ricerca di un equilibrio personale, sociale, funzionale, intragenerazionale, politico; dall’altra la libertà dell’autoregolazione come possibilità di esprimere la propria individualità, il proprio rapporto con il giusto e l’ingiusto, con il bene o il male. Lo sviluppo morale inizia nella primissima infanzia, grazie all’accompagnamento di genitori ed educatori di vario genere, che introducono la nuova generazione al riconoscimento e al

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rispetto di vari livelli di regole. Già Piaget, nume tutelare della psicologia dello sviluppo, ha osservato che nell’esplorazione della realtà gli adolescenti, a differenza dei bambini che si avvalgono del pensiero concreto, sono in grado di utilizzare anche il pensiero astratto:  sono capaci di rappresentare mentalmente alternative possibili e altri mondi rispetto a quello presente,  sanno argomentare e cogliere mentalmente nessi di causa ed effetto,  iniziano a riflettere e mettere

in discussione la realtà che li circonda, riformulando l’algoritmo che li collega al mondo, la strategia con cui si mettono in relazione con esso. L’adolescenza è il tempo della transizione da bambino dipendente (così almeno abbiamo studiato) all’età dell’agognato libero arbitrio della fase adulta (così almeno ci illudiamo); il tempo della messa in crisi della norma, della regola, della tradizione. La ricerca e l’assunzione di un ruolo più attivo e autonomo nella società spingono a confrontarsi con i valori della


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cultura morale di riferimento. Perché e per farne cosa? Per sperimentarli e inesorabilmente farci ritorno, recuperarli, assimilarli, perpetuarne il contenuto? All’inizio del percorso di integrazione valoriale l’adolescente tende ad organizzare la propria visione in un modo piuttosto semplice e schematico, separando la realtà in grandi compartimenti in contrapposizione tra loro. Non riesce a cogliere e riconoscere le sfumature che determinano una graduali-

tà tra un’opinione e l’altra, le differenze indotte dall’ambiente e dalla cultura dei singoli e dei gruppi. A un adulto le valutazioni di un quindicenne sui valori di una società appaiono manichee e spesso provocatorie. Quando a quel quindicenne le sue opinioni appariranno improvvisamente insostenibili, gli risulterà necessario e coerente ribaltare completamente la propria posizione, apparendo all’adulto incoerente e ambiguo. I sistemi di regole, norme, indicazioni, che i ragazzi hanno interiorizzato nella loro esperienza familiare, sono stati condizionati dall’interazione di diversi elementi:  l’ambiente fisico e sociale in cui hanno vissuto da bambini o adolescenti (clima, territorio, spazio, ruoli familiari, condizioni di vita, reti di scambio familiari…);  le modalità di accudimento e di educazione, regolate culturalmente dall’appartenenza a un contesto specifico;  le rappresentazioni dell’infanzia e la competenza psicologica o l’empatia di chi si è occupato del bambino (anche le convinzioni degli adulti sul bambino, sull’infanzia). Di questo è necessario tener conto quando valutiamo la capacità di adesione e comprensione della regola. Da qui nascono spesso gli scontri in famiglia, a scuola, in comunità. Sono

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proprio il sistema di percezione della realtà e la configurazione cognitiva del ragazzo o della ragazza a spiazzarci. Ciò non toglie importanza al ruolo fondamentale che l’adulto-educatore svolge nell’aiutare l’adolescente ad acquisire comportamenti virtuosi e sviluppare la propria crescita morale. Anche il tipo di risposta consequenziale da parte degli adulti aiuta ad acquisire una capacità di discernimento adatta all’ambiente in cui si vive. Sanzioni e premi dovrebbero avere il giusto equilibrio ed essere condivisi all’interno del sistema di regole. Non è la qualità intrinseca della regola ad avere un effetto educativo e a favorire nell’adolescente un processo di crescita e coscienza morale. Semmai è il rapporto che la accompagna, la relazione con l’adulto, visto come regolatore della relazione personale e sociale. Come distinguere un compito di mera sorveglianza e potere dalla capacità di incidere positivamente sulla strutturazione etica e morale di un prossimo adulto? Attraverso diversi elementi: Il dialogo, l’approfondimento del senso della regola, la riflessione su implicazioni e conseguenze, la disponibilità a rimettere in discussione la regola qualora si rivelasse non più idonea, la capacità di coinvolgere il giovane nella sua rielaborazione, la tolleranza matu-

ra e consapevole alle trasgressioni ma altresì la coerenza nei confronti del sistema di regole proposto. Lo sviluppo di un’identità matura trova linfa soprattutto nella qualità della relazione con l’adulto, nell’autorevolezza e maturità dell’educatore, capace di esprimere e trasmettere i suoi valori attraverso il proprio comportamento, più che con sermoni verbosi e ridondanti. Nei trent’anni che mi separano dalle prime esperienze di acerbo educatore (allora ci si definiva prevalentemente “operatori”) ho condiviso con molti colleghi, intense e interminabili diatribe riguardanti senso e consenso rispetto al sistema di regole. Ricordo generalmente un ambiente educativo improntato ad un consistente maternage, proteso a conservare un immagine di madre buona, a contenere, a proteggere. Poi è venuto il tempo della consapevolezza che l’educatore deve rivestire meglio la complessità dei ruoli genitoriali, cercando di essere una madre buona ma anche severa, un padre che accompagna e spinge verso la separazione e l’autonomia. Per riuscire a svolgere questa complessa trama di interazioni è sempre necessario un lavoro certosino all’interno delle singole equipe, per costruire sufficienti coerenza e condivisione. Una continua manutenzione, quindi.


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In questi molti anni ho cercato di promuovere e attuare l’autonomia, l’autoregolazione e al contempo la responsabilità di ciascuna equipe, individuando strumenti e modalità di volta in volta idonei a differenti situazioni e gruppi di educatori. Non credo nell’educatore ideale, sintesi tra coerenza, disponibilità e maturo senso dell’equilibrio. Non ne ho conosciuto nessuno. Credo molto di più in una figura professionale che riesca ad essere non tanto un “esempio”, semmai una possibilità di confronto, nel continuo lavoro di ricerca di senso che ha, nell’adolescenza, la sua massima espressione. Questo modo di intendere il compito dell’educatore passa attraverso la coerenza, lo studio, l’umiltà, la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni e certezze e al contempo il riconoscimento del valore del proprio ruolo. Occorre procedere ad una demitizzazione della figura dell’educatore, che va considerato più uno strumento che un modello, un accompagnatore più che una guida. Del resto il modo di intendere e di essere educatore si è modificato nel corso del tempo. In passato l’educatore affrontava il suo compito con una maggiore spinta ideale, a volte anche ideologica, e meno preparazione speci-

fica; oggi lo slancio ideale è più blando ma è cresciuta la dotazione teorica e professionale. Si è realizzata una normalizzazione, appunto, di questa figura: più razionalità e meno passionalità. Per questo, credo, oggi è cresciuta la possibilità di condividere una comune prospettiva pedagogica e costruire insieme un progetto operativo. Molti dei ragazzi che accogliamo, o meglio che sono costretti o accettano di essere accolti nelle nostre Comunità, portano con sé storie e vissuti personali che mettono in crisi quello che definiamo un coerente e sereno percorso di sviluppo personale. Le nostre Comunità hanno spesso un piccolo corpo di regole comuni, ma poi si differenziano da struttura a struttura, condizionate dall’età dei ragazzi, dal genere, dalla loro cultura; ma pure dalla diversità di genere, età, cultura degli educatori stessi, in un continuo aggiustamento e adattamento che tiene in considerazione i cambiamenti all’interno del gruppo, il trascorrere del tempo e dei temi che percorrono la vita di queste piccole comunità. La fatica più grande? La coerenza, perché il tema del rispetto delle regole non ci abbandona tutta la vita e ci sollecita senza interruzione sulla nostra coerenza morale. Educare forse vuol dire soprattutto

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questo: disponibilità ad un ascolto attivo, che metta costruttivamente in discussione, ogni giorno, qualche nostra comune e ormai sopita certezza. Per questo mi sforzo, per quel che mi riesce, di pormi nei confronti dell’altra persona, qualsiasi essa sia, nell’atteggiamento di chi ha da imparare e conoscere cose nuove.

 possibilmente sintetico,  anche se è auspicabile che non sia solamente costruito su indicazioni, divieti e conseguenze, ma riesca a descrivere i motivi che hanno portato all’introduzione della regola e i possibili vantaggi nell’applicarla.

Qualche suggerimento per chi intende costruire un regolamento con finalità educative; produrre un testo:  chiaro e coerente,  possibilmente privo di ambiguità semantiche e sintattiche, semplice, con termini noti alla maggioranza delle persone, anche nella sua necessaria traduzione,

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WOHNGEMEINSCHAFT “PANTA RHEI”


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Ulrike Oberlechner

Koordinatorin der Wohngemeinschaft

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Panta Rhei Die Wohngemeinschaft Panta Rhei in Bozen betreut Jugendliche beider Geschlechter im Alter von 11 bis 15 Jahren. Das Personalteam besteht aus der Koordinatorin, sechs Fachkräften und einer Haushaltsgehilfin. Reglement, Verhaltensvorschriften in Bezug auf das Zusammenleben, Individualprogramm In unserer WG unterscheiden wir zwischen Grundregeln und Verhaltensregeln. Bei Eintritt in die WG wird die Charta der allgemeinen Regeln ausgehändigt. Es sind vier Grundprinzipien, die vom Personalteam bereits vor 6 Jahren unter der Supervision eines externen Fachmanns ausgearbeitet wurden: • Keine Gewalt • Kein Konsum von Drogen oder Alkohol, kein Gebrauch von Waffen • Respekt gegenüber Personen und Gegenständen • Wir lassen niemanden warten • Wir halten uns an die Vereinbarungen Auf jedes Verhalten, dass gegen diese Regeln verstößt wird eine Reaktion des Teams erfolgen. Ein schriftliches Dokument, auf dem diese Regeln stehen, hängt in jedem Zimmer der Jugendlichen. Des Weiteren bestehen noch Organisations- und Verhaltensregeln, welche

das Erzieherteam erstellt und hinterlegt, die aber den Jugendlichen nur mündlich mitgeteilt werden. Sie beziehen sich auf Stundenpläne (Mahlzeiten, Fernsehzeiten), Aufräumdienst in der WG, andere Alltagstätigkeiten. Diese Regeln werden ständig, je nach Situation, Gruppe, Charakter der betreuten Jugendlichen, und an ihre Angewohnheiten und Lebensstile angepasst. Demzufolge können Regeln auch aufgehoben werden. Die meisten Abkommen passieren aber schon automatisch. Für jeden Jugendlichen wird zudem ein Individualprogramm erstellt, in dem die Erzieher wöchentlich die für ihn/sie geeignetsten Arbeitsbedingungen festlegen. Zusätzlich wird dem Tagesablauf eines jeden Jugendlichen Struktur gegeben, die je nach Bedürfnissen neu definiert bzw. abgeändert werden kann. Anhand eines Rasters werden für jeden Jugendlichen die zu erreichenden Ziele, Einschränkungen und Abgrenzungen seiner Aktionen, Unterstützungs- und Hilfsmaßnahmen aufgezeichnet. Aus diesem Grunde unterscheiden sich bei jedem einzelnen Jugendlichen die Zeiten des freien Ausgangs, die Verwaltung des Geldes, die Einteilung der Aufräumarbeiten, die Schlafzeiten und andere Aspekte. Dieses Programm wird vom Erzieher, dem der Jugend-


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liche anvertraut ist, erstellt und begründet und kann auf Ersuchen des Betreuten überarbeitet werden. Mobiltelefone und Smartphones Auch der Gebrauch des Mobiltelefons wird individuell geregelt. Dieser Punkt wird sehr aufmerksam verfolgt, da in der Vergangenheit Fälle von Cybermobbing vorgefallen sind. Bei Eintritt eines Jugendlichen in die WG holen wir von seinen Eltern die Ermächtigung zur Kontrolle der Inhalte des Smartphones ein. Wir befragen den Buben/das Mädchen, wie er/sie es benutzt. Wöchentlich wird das Mobiltelefon auf Inhalt und Gebrauchsweise untersucht; vor allem die Internetverbindungen und die im Netz verbrachte Zeitspanne werden unter die Lupe genommen. Falls wir bei der Kontrolle der Mitteilungen aggressive oder beleidigende Inhalte vorfinden, folgt eine Aussprache mit dem Jugendlichen oder der gesamten Gruppe. Der hauseigene Computer kann nur für schulische Gründe verwendet werden. Bei der Kontrolle des Handys eines Jugendlichen war uns aufgefallen, dass dieser es einem Kollegen geliehen hatte. Wir haben ihn darauf aufmerksam gemacht wie riskant dies sei, da er, als Sim-Karteninhaber, verantwortlich für einen illegalen Gebrauch des Handys sei. Nach weiteren diesbezüglichen Vorfällen wurde beschlossen, ihm für

eine längere Zeit das Telefon abzunehmen, was von ihm akzeptiert wurde. Bei einem Besuch seiner Mutter wunderte sich diese, dass er sein Handy nicht habe, worauf der Junge antwortete, dass dies eine Strafe sei, da er die Blumenvase des Nachbarn beschädigt habe. Überrascht über diese eigenartige Antwort, haben wir ihn auf den Grund dieser erfundenen Ausrede angesprochen; er begründete sie folgendermaßen: „die Erklärung, was sich wirklich ereignet hat, - nämlich die Übernahme der gesetzlichen Verantwortung im Falle einer Weitergabe des Handys - wäre für meine Mutter zu unverständlich gewesen, so habe ich nach einer einfacheren und klareren Begründung gesucht“. Dieses Verhalten hat mich überzeugt, dass der Junge den Sinn und den Wert der Verantwortung sich und den anderen gegenüber verinnerlicht hat. Geschichte einer Erziehungsmaßnahme Öfters befinden wir uns in Schwierigkeiten, wenn ein Jugendlicher eine Straftat begeht. Ein Junge von uns hatte sich einer sogenannten Baby-Gang angeschlossen; sie bestand aus ungefähr 20 Jugendlichen, die sich – nach Schulschluss – versammelt hatten, um ein Geschäft ins Visier zu nehmen: systematisch traten sie alle gemeinsam ein,

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lenkten den Besitzer ab und in dieser entstandenen Konfusion stahlen sie die ausgestellten Waren. Jedes Bandenmitglied war bei dieser Aktion mit einer bestimmten Rolle betraut. Als der Diebstahl aufkam, ließ der Besitzer mehrere Videokameras anbringen, durch die der gesamte Ablauf nachvollzogen, die Verantwortung jedes einzelnen abgeklärt und die Art und Weise der Verteilung des Diebesgutes erhoben werden konnte. Da der Geschäftsinhaber selbst Kinder hatte, verzichtete er auf eine Anzeige, um die betroffenen Jugendlichen nicht zu kompromittieren. Er wandte sich an die Schule, die ihrerseits das Jugendamt der Quästur mit dem Fall betraute. Als Verantwortliche der WG bin ich, zusammen mit den Eltern der übrigen Jugendlichen, von der Schule vorgeladen worden. Die Bandenmitglieder erhielten einen sehr eindringlichen Verweis. Der Vorfall kam innerhalb des Teams zur Aussprache; es wurde die Entscheidung des Ladenbesitzers, also keine Anzeige zu erstatten, in Diskussion gestellt, da dadurch der Anschein erweckt werden könnte, dass der Aufenthalt in einer WG eine Art Rettungsring sei, ein geschützter Ort, an dem es keine Gesetze gibt. Um dem Jungen die Schwere des Vorfalls bewusst zu machen, wurden geeignete Maßnah-

men ergriffen. Seitens des Jungen stieß unsere Entscheidung auf Unverständnis: „Ich hatte Glück! Warum den Vorfall nochmals aufgreifen?“. Seines Erachtens war unser Verhalten übertrieben; zudem würden wir die Tatsache ignorieren, dass er nur eine Spielfigur innerhalb der Gruppe war und mit ihm noch verschiedene andere beteiligt waren. Die erste Entscheidung des Teams war eine Zusammenkunft mit der Mutter, in der sie über den Vorfall informiert wurde und unser weiteres Vorgehen begründet und besprochen werden sollte. Daraufhin haben wir den Geschäftsinhaber kontaktiert und ausgemacht, dass er dem Jungen kleinere Arbeiten im Lokal übertragen solle (aufräumen, ordnen, Schnee schaufeln). Es wurde auch beschlossen, dass der Junge einen symbolischen Betrag seines Taschengeldes auf Seite lege, um den angerichteten Schaden zu begleichen. Nach einigen Monaten traf er sich, in Begleitung eines Erziehers, mit dem Lokalbesitzer, um ihm - als Schadensersatz - den Geldbetrag zu überreichen, den er nach und nach gesammelt hatte. In diesem Moment bemerkten wir in ihm eine erste emotionale Reaktion: In seinem Gesichtsausdruck zeigte sich ein Ansatz von Bedauern und eine Art Schuldbewusstsein. Der Geschäftsinhaber hat diesen Betrag für andere


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Personen gespendet; der Junge war sehr erfreut zu hören, an wen sein Geld ergangen ist. Aussprache, Verinnerlichung, Folgen Es gibt keine vorgeschriebenen Vorgehensweisen noch Standardmaßnahmen. Jede pädagogische Aktion hängt mit der jeweiligen Situation zusammen, mit der Beziehung zum Jugendlichen, mit dem Bewusstheitsgrad der Folgen seiner Taten, mit der Bereitschaft zusammen mit dem Erzieher eine Aufarbeitung seines Verhaltens zu beginnen. Bei Verweigerung, wie im vorhergehenden Fall geschildert, versuchen wir andere Kanäle zu erschließen, um den Verinnerlichungsprozess zu aktivieren. Eine jede Erziehungsmaßnahme beginnt bei uns mit einem Gespräch und Dialog. Für die Jugendlichen ist es extrem schwierig, ihr Erlebtes in Worte zu fassen. Es bedarf viel Geduld und Insistenz, um sie „zum Sprechen“ zu bringen und den Vorfall dann gemeinsam zu überdenken. Sollte das Team eine Tat als so schwerwiegend erachten, dass eine Folgemaßnahme getroffen wird, versuchen wir die Strafe mit dem vorliegenden Fall zu koppeln. Wenn jemand z.B. einen gemeinsamen Ausgang oder einen Ausflug boykottiert, muss er nachher etwas für das Gemeinwohl der Gruppe erbringen.

Erziehung und Gesetz Auf die Einhaltung der Gesetzmäßigkeit wird großer Wert gelegt. Die in einer Gemeinschaft untergebrachten Jugendlichen sind auf verschiedensten Arten geschützt, in der Schule, wie am Arbeitsplatz. Ich finde es äußerst wichtig, dass sie sich einen angemessenen Realitätssinn aneignen. Deshalb neige ich dazu sehr fiskalisch in Bezug auf die Einhaltung der Gesetze zu sein; sollte eine gesetzeswidrige Handlung vorfallen, waren wir uns innerhalb des Teams immer einig, je nach Alter des Täters eine Meldung oder Anzeige zu erstatten. Eine der allgemeinen Anweisungen, die ich bei Eintritt in die WG dem Besucher gebe, betrifft die Beachtung der Gesetzmäßigkeit, damit er sofort am Laufenden ist und er sich dann bei einem möglichen Vorfall nicht hintergangen oder alleine gelassen fühlt. Die erzieherische Maßnahme erfolgt nachher, vorher aber muss er sich mit den realen Folgen konfrontieren. Als vor einiger Zeit in der Struktur Drogen gefunden wurden, haben wir zu allererst die Ordnungshüter gerufen und nachher mit dem Fachpersonal des Dienstes „Exit“ Treffen organisiert und erzieherische Maßnahmen abgesprochen. Eine Meldung oder Anzeige bewirkt nicht die Entlassung oder Entfernung aus oder von der Struktur, sie ist nicht

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ein Akt der Abweisung dem Jugendlichen gegenüber. Wir bleiben an seiner Seite und unterstützen ihn, wir sind ihm bei den Rechtsangelegenheiten behilflich und leisten ihm weiterhin Beistand. Es soll einfach eine zur Kenntnisnahme bewirken, dass dies die Realität ist, mit ihren gewissen Einschränkungen. In den kleinen Dingen des Lebens bedeutet dies, sie zu verpflichten, beim Radfahren den Helm zu tragen, in der WG nicht zu rauchen, kein Geld für Zigaretten oder Alkohol zu bekommen, da sie ja noch minderjährig sind, usw. Erziehungsstile, implizite Regeln, Übereinstimmung und Zusammenhalt des Erzieherteams Neben den expliziten Regeln, oder zumindest bewussten, gibt es implizite Regeln, die im eigenen erzieherischen Arbeitsverlauf angenommen, als Teil von uns verinnerlicht und zu eigen gemacht wurden, dass man sie oft gar nicht mehr wahrnimmt oder erkennt. Das veranlasste uns als Team einen Mustertagesablauf eines jeden Erziehers in der WG zu analysieren, vom Aufwachen bis zum Einschlafen. Es wurden Gewohnheiten und Routine aufgezeigt, die ihn ausmachen: wenn er aufsteht und das Frühstück bereitet, wie er die Jugendlichen weckt, ob er mit ihnen frühstückt… Dies war sehr aufschlussreich: es kam ans Licht, wie

ein jeder diese Momente auf seine ganz eigene Art lebt, mit einem ganz persönlichen Stil. Jeder von uns hat eine unterschiedliche Toleranzgrenze gegenüber dem Verhalten anderer: ich z.B. lege größten Wert auf die Pünktlichkeit; die Mädchen und Buben wissen, dass ich diesbezüglich absolut unflexibel bin, andere Erzieher hingegen mehr; so passen sich die Jugendlichen den persönlichen Eigenheiten an. Ein weiterer Unterschied unter den Erziehern ist das Verhalten gegenüber der Jugendsprache und dem Gebrauch von Schimpfwörtern. Hauptsache ist, dass sich die Erzieher untereinander absprechen. Je mehr die Eigenheiten eines jeden Erziehers und seine Art den Erzieherberuf auszuüben bekannt sind, desto mehr entwickeln sich ihre Unterschiede zu einer Ressource und Bereicherung und vermeiden somit Widersprüche und Uneinigkeiten. Das gegenseitige Bewusstsein und die Kenntnis seines eigenen Ichs, der eigenen Schwächen und Unduldsamkeiten erlauben eine produktive Zusammenarbeit, vor allem bei gemeinsamen Turnussen, Seite an Seite. Die Stabilität des Dienstes unterstützt unweigerlich diesen Ansatz, während das Eintreffen eines neuen Mitglieds eine gesamte Revision erfordert, was stets mühselig ist.


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Es ist nicht immer einfach innerhalb des Teams einen gemeinsamen Konsens und ein Einverständnis zu erlangen, gerade weil ein jeder seine eigenen Vorstellungen und Erfahrungen mitbringt. Ich ersuche die Erzieher, das Vereinbarte zu übernehmen und anzuwenden. Auch den Jugendlichen wird erklärt, dass die getroffenen Entscheidungen nicht immer den Konsens aller erlangen, aber unter Anwendung des Mehrheitsprinzips werden sie von allen geteilt und verantwortungsbewusst befolgt. Dies ist z.B. passiert, als das Team beschlossen hatte, die Küche an gewissen Stunden des Tages zu schließen. In der WG leben Personen, die nicht selbst entschieden haben, hierher zu kommen; sie wurden so zu sagen gezwungen, sich diesem Kontext zu beugen: diese Situation erfordert von allen, dass die Gemeinschaftsregeln befolgt werden. Unverzichtbare Prinzipien sind jene, die in unserem Reglement schriftlich hinterlegt wurden: keine Gewaltanwendung, Respekt, Gleichheit der Rechte…. Diese Grundwerte bedingen eine Auseinandersetzung mit den jeweiligen persönlichen wie kulturellen Unterschieden, um Mediation, Abkommen, Kompromisse und gegenseitige Annahme zu suchen. Neben dem Austausch, dem Dialog, dem verbalen Instrument, gelten die

Aussage und das Beispiel als ein wirkungsvolles Mittel: ein entscheidender Aspekt unserer Erzieherrolle. Vor allem ist bei gewissen Themen unser Verhalten zielführender, als ein mündlicher Verweis. Ein Beispiel dazu ist das Bild der Frau, ihre Rolle und ihre Rechte oder die Herausforderungen sexuellen Hintergrundes zwischen Jugendlichen oder gegenüber Erzieherinnen. Die Art und Weise wie sich Erzieher in ihrer Genre-Identität bewegen und welche Beziehung sie unter sich aufbauen, sei es Frauen wie Männer, werden zu einem signifikanten und starken Erziehungsinstrument. In diesem Sinne ist die Kopräsenz von Erziehern und Erzieherinnen sehr wertvoll, da die männliche Figur den Jungen zügelt und eine andere Art und Weise, die eigene Maskulinität auszudrücken, aufgezeigt und bekundet werden kann; z.B. in der Übernahme des Küchendienstes. Die Übereinkunft, Kohärenz, die Zusammenarbeit innerhalb des Erzieherteams sind ausschlaggebende Faktoren, um Stellungnahmen, Entscheidungen, getroffene Maßnahmen gegenüber den Jugendlichen wirkungsvoll werden zu lassen. Wenn innerhalb des Teams Spaltungen, Individualismus, Gegensätze auftreten, ist jedes Reglement umsonst, das gesamte Umfeld füllt sich mit Spannung und gegenseitigem Misstrauen.

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COMUNITÀ RESIDENZIALE “SANCTA CLARA”


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Elisabetta Fabbris coordinatrice della ComunitĂ

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Sancta Clara La Comunità residenziale “Sancta Clara”, a Bolzano, ospita fino a otto/nove adolescenti femmine, con alle spalle contesti familiari fragili, vicende di violenze e abusi, disturbi di tipo psichiatrico. L’equipe educativa, a prevalenza femminile, è composta dalla coordinatrice, otto operatori part time, due terapeuti. Il regolamento interno Quando, su proposta dei servizi sociali, si decide di accogliere in Comunità una ragazza, si avvia una fase di inserimento, articolata in più colloqui. Già in questa occasione si espone il regolamento interno, utilizzando una versione redatta appositamente per loro, con un lessico adeguato all’età e facilmente comprensibile. Il regolamento interno è stato scritto parecchi anni fa dall’equipe, che ogni anno dedica una “clausura” a verificare e rivedere il testo, per aggiornarlo in base a nuove esigenze e mutamenti comportamentali. Le regole sono essenziali e irrinunciabili in qualsiasi contesto sociale, tanto più tra persone che vivono insieme. Il regolamento è costituito da quattro regole principali, comuni alle diverse strutture dell’Associazione: rispetto di ogni persona, nessuna violenza fisica e verbale, divieto di uso di alcol e droghe, divieto di relazioni sentimentali

all’interno della Comunità. Vi sono poi norme organizzative periodicamente discusse e riviste dall’equipe, anche con il contributo partecipativo delle ragazze, poiché più loro si riconoscono nelle norme e le sentono proprie, più è facile e motivante rispettarle. Cellulari e smartphone A “Sancta Clara” l’uso del cellulare è libero. Poiché le ragazze sono più grandi, non vi è il controllo adottato in strutture con ospiti più piccoli, nelle quali è previsto di leggere i contenuti e verificare l’accesso a internet. Da noi le ragazze con più di 14 anni possono tenere con sé il telefono, purché ne facciano un uso attento e responsabile: non possono utilizzarlo durante i pasti, lo studio, le sedute terapeutiche, i momenti comuni e le assemblee. Indubbiamente si tratta di un nodo attuale, caldo, vivo, che va continuamente ripreso e tematizzato con loro, per renderle consapevoli dei rischi. Solo in casi estremi interveniamo con delle limitazioni. La questione è vissuta dalle ragazze con più coinvolgimento rispetto al passato, poiché lo smartphone viene percepito come qualche cosa di personale, una parte di sé e dunque mal si sopportano ingerenze e controlli. Da quando i cellulari permettono la costante connessione alla rete internet il problema è divenu-


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to assai più complesso da governare rispetto al passato. Poi accade che quando si trovano in situazioni spiacevoli e difficili, siano le ragazze stesse a venircene a parlare e a informarci di quel che è capitato, mostrandoci magari messaggi o immagini. Centralità della relazione In Comunità la dimensione centrale e prioritaria è la relazione: se vi è una buona relazione tra ragazze ed educatori, problemi e difficoltà possono essere affrontati in modo fecondo e formativo. Non è sufficiente un dettagliato regolamento interno per garantire buone condotte. È la relazione il fattore essenziale e decisivo. Ad esempio quando una ragazza viene accolta in Comunità, occorre concederle del tempo, con pazienza e attenzione, affinché si inserisca, si ambienti, si adegui alle modalità e allo stile della convivenza. Noi educatori dobbiamo considerare che si tratta di un passaggio difficile e traumatico: le ragazze spesso provengono da contesti di vita in cui godevano di ampia libertà e non erano soggette a particolari controlli. Valore educativo delle regole Altra indicazione pedagogica essenziale, complementare alla centralità della relazione, è la seguente: definire

regole, porre limiti e confini sono atti ad alta valenza educativa, soprattutto con gli adolescenti. Le regole forniscono loro rassicurazione e contenimento, strutturano eventi, azioni, comportamenti. La regola delimita, ma al contempo offre una guida all’agire. Indicare le regole è uno dei principali compiti dell’educatore. Al fondo significa “esserci”. Sono i ragazzi a richiedercelo, perché vogliono vedere se noi ci siamo, lì, in quel momento, in quella determinata situazione; anche quando hanno trasgredito per loro è rassicurante constatare che ci siamo, ce ne accorgiamo, li attendiamo, ce ne importa e ce ne curiamo, con fermezza e insieme con premura. Se decidiamo come sanzione che una ragazza non può uscire, poi io educatrice sto accanto alla ragazza e trascorro con lei la serata. La riparazione Altro tema, sempre sentito e vivace, è quello delle uscite e del tempo libero. Anche queste discussioni possono essere vissute positivamente se vi è una buona relazione, rispettosa, chiara, coerente. Noi educatori dobbiamo essere capaci di accogliere e tollerare certe loro regressioni, le frequenti trasgressioni delle regole, che sono sì una forma di provocazione ma pure una richiesta di aiuto. Fondamentale è ascoltare. Quando si

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verifica qualche azione che contrasta con quanto concordato, è importante dedicare del tempo a contrattare le modalità di riparazione. Spesso usiamo il termine “riparazione” per indicare la conseguenza di un certo atto sbagliato. Se la decisione sulle conseguenze di un dato comportamento è frutto di un processo condiviso, è più facile per loro accettarla e rispettarla. È anche questo un modo di svolgere il nostro compito di consapevolizzazione rispetto a ciò che è bene e ciò che è male. È fondamentale che le ragazze riflettano sulla propria condotta e comprendano di avere sbagliato: in questo consiste la valenza formativa del nostro intervento. Al di là delle implicazioni “giuridiche”, della dinamica norma-infrazione-sanzione, è cruciale il processo di consapevolezza, di conoscenza di sé che porta a comprendere le implicazioni di quanto accaduto, riconoscere la propria responsabilità, accettare un atto di riparazione. Educazione e legalità Credo valga la pena sottolineare l’importanza di tenere distinti piano giuridico e piano educativo, che non vanno confusi e sono parimenti decisivi. Una volta tre ragazze della Comunità hanno picchiato, duramente, un’altra ragazza della Comunità. Abbiamo deci-

so di segnalare le tre ragazze, responsabili della violenza, per riaffermare che anche in Comunità è in vigore la legge, che non è lecito oltrepassare i confini tra lecito e illecito. Contestualmente per noi è stato importantissimo avviare un percorso di riflessione, durato alcuni mesi, sulla consapevolezza ma anche sulla riparazione, mandandole a svolgere del volontariato all’interno di alcuni servizi. In questo modo si è stabilito un nesso tra sanzione e riparazione per gli atti commessi. La sola segnalazione alla procura, non


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avrebbe avuto per loro particolare rilevanza, data la loro tendenza a vivere il qui e ora. Ricordo una ragazza legata ad un ragazzo che spesso la picchiava. Come equipe abbiamo sempre denunciato il ragazzo, andando anche contro il volere della ragazza, ma comunque sempre parlandone e tematizzando nei colloqui, con lei e la psicologa, il valore del farsi rispettare. Sino a che, all’ennesima violenza, ha detto “adesso lo voglio denunciare io!”. È stato un grande risultato.

La gestione delle relazioni sentimentali delle ragazze è, ovviamente, un impegno intenso, denso di implicazioni educative e relazionali. Il criterio guida è sempre lo stesso: tematizzare con la ragazza la sua esperienza e le sue emozioni, perseguire la consapevolezza, far emergere gli stati d’animo più autentici. Divieti e imposizioni sono poco generativi. Vi è poi il capitolo del consumo di sostanze, anch’esso sempre presente e impegnativo. Rispetto al passato, quando il consumo riguardava quasi

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unicamente hashish e marijuana, oggi vi sono le varie sostanze sintetiche, difficili da conoscere e individuare. Va detto che in Comunità ci confrontiamo con un uso sporadico di sostanze; in caso di abuso intervengono e se ne fanno carico altre strutture. Abitudini e automatismi Alcune disposizioni vengono via via interiorizzate e divengono degli automatismi: se al mattino non si va a scuola perché non ci si sente bene, allora per l’intera giornata non si esce e non si ricevono visite; se si rientra fuori orario senza avvertire, saltano le uscite successive; una volta alla settimana le ragazze devono fare il bucato, riordinare l’armadio e la stanza, sono di turno per la cena e la pulizia del bagno. È un sistema che si autoalimenta: quando una nuova ragazza viene inserita in comunità, si confronta con le abitudini acquisite dalle compagne, che divengono per lei punto di riferimento e modello. Noi ci limitiamo a qualche “ti ricordo che oggi sei di turno per …” e un po’ alla volta le ragazze divengono autonome. Progetto educativo individualizzato Parallelamente è prezioso lavorare sul rinforzo positivo, per cui a chi sa gestire i tempi, a chi si mostra affidabile e responsabile si concede di più.

Per questo vi è un progetto individualizzato per ogni ragazza; dunque richieste e vincoli variano dall’una all’altra, anche in base all’età, al tempo di permanenza in comunità, al percorso personale. L’azione educativa richiede tempo e riflessione. Occorre contrastare l’impulso alla reazione immediata, prendersi il tempo per confrontarsi con l’equipe, valutare quale può essere l’intervento più idoneo e congruente, portarlo avanti con coerenza. Equipe educativa e coerenza Da quanto ho detto emerge l’importanza della coesione e coerenza dell’equipe educativa. L’equipe deve avere dei limiti, delle soglie entro cui governare le differenze personali che emergono su diversi argomenti: dalla scuola, al cibo. Per questo il confronto continuo è strategico, perciò rivediamo periodicamente l’insieme delle disposizioni interne, per valutarne le implicazioni. Al contempo su questi aspetti si misura la professionalità, ossia la capacità di separare e contenere le valutazioni personali rispetto agli orientamenti elaborati come equipe. Un componente dell’equipe che tende a imporre propri criteri personali, in contrasto con gli altri, diventa pericoloso e può portare alla spaccatura dell’equipe. Allo stesso modo siamo tenuti a ri-


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spettare le indicazioni terapeutiche che vengono da coloro che seguono le singole ragazze, in particolare quando si è in presenza di sindromi specifiche. Anche in questo caso occorre accantonare e tenere a bada valutazioni, percezioni, reazioni personali. Si pensi a una ragazza che commette atti di autolesionismo o con problemi di anoressia, rispetto ai quali gli specialisti clinici stabiliscono che al momento è preferibile non prestare attenzione al sintomo e dunque non occuparsene. Non è facile non intervenire, rimanere indifferenti dinnanzi ad una ragazza che si fa del male o che non mangia. Situazione che capita poi di tematizzare anche all’interno del gruppo con le ragazze. Al contempo è irrinunciabile una coerenza di fondo tra dimensione personale e dimensione professionale, soprattutto rispetto ai valori basilari: non posso predicare la nonviolenza in comunità e poi andare a casa e picchiare qualcuno. Dobbiamo sempre ricordarci che siamo modelli per i ragazzi che ci guardano e subito colgono le nostre contraddizioni. Per questo, avendo stabilito che durante i pasti non si utilizza il cellulare, anche io non lo uso e metto in modalità silenziosa anche il cellulare di servizio, stabilendo che si risponde soltanto se la chiamata viene da una

delle ragazze. Così, avendo deciso che durante l’orario dei compiti non vi debbono essere visite e distrazioni, evitiamo di fissare appuntamenti con assistenti sociali o altre figure istituzionali. Altro tema: il fumo. In passato gli educatori fumavano insieme con le ragazze; in particolare, la sera si trattava di un momento aggregante, nel quale era più facile che le ragazze si aprissero e confidassero. Poi, però, ci siamo confrontati tra educatori e abbiamo deciso di non fumare più in presenza delle ragazze. Anche questo è un aspetto delicato, poiché da una parte la legge stabilisce il divieto del fumo per i minori, dall’altra le ragazze vivono con noi quotidianamente: siamo impegnati a contrastare il fumo e i suoi costi, ma dobbiamo anche prendere atto della realtà, soprattutto in presenza di disturbi psichiatrici (nei reparti di neuropsichiatria infantile il fumo è consentito); per questo, se vi è l’autorizzazione dei genitori, consentiamo di fumare al di fuori della comunità. Funzione di rispecchiamento Cerchiamo continuamente di porre ogni ragazza di fronte al suo sentire interiore, svolgiamo una funzione di rispecchiamento che, concretamente, consiste nel rimandare, verbalmente, la nostra percezione dello stato d’ani-

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mo di una ragazza. Notando che vi è stata una telefonata burrascosa, dopo un rientro rabbioso, si prova a parlarne: “Vedo che…”, “Ti vedo così…”. Forse la ragazza non ha voglia di parlarne al momento e magari riprenderà il discorso successivamente. Però, nel frattempo, segnaliamo che abbiamo notato che qualche cosa è accaduto, che c’è malessere e sofferenza; rimandiamo quanto abbiamo intravisto. E così riproponiamo quello che il nostro sguardo coglie, senza giudizio, come semplice dato di osservazione partecipata: “Ti vedo triste, arrabbiata, nervosa …!” Dunque, ricapitolando, occorre cercare di tenere insieme più criteri operativi: progetti educativi individualizzati, coerenza e

compattezza tra i componenti dell’equipe, adesione alle indicazioni terapeutiche dei responsabili clinici, coerenza tra interventi educativi e testimonianza personale, rispecchiamento. Si tratta di dosare, quotidianamente, questi orientamenti e combinarli sulla base delle situazioni, valutando ogni volta dove tracciare una delimitazione. Penso, ad esempio, al mio primo impatto di educatrice con le abitudini scolastiche delle ragazze. La mia esperienza di alunna impegnata e coscienziosa, mi portava a considerare ovvio e normale che ogni pomeriggio si dedicassero delle ore allo svolgimento dei compiti. Ho dovuto rivedere questa impostazione, mettere da parte il mio modello, confrontarmi con il


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vissuto delle ragazze e con la loro percezione, a volte conflittuale, della scuola e delle sue richieste. Competenze sociali Le ragazze si fermano in Comunità anche per più anni, fino al compimento del diciottesimo anno e in qualche caso sino al ventunesimo: inevitabilmente, si stabilisce con loro un legame intimo, profondo, intenso. “Sancta Clara” ha una equipe educativa di cui, al momento, fa parte un solo educatore maschio. Indubbiamente sarebbe preferibile e auspicabile una maggiore presenza di figure educative maschili. Ogni educatore professionista è un grado di interpretare funzione materna e funzione paterna, anche sulla base delle scelte assunte dall’equipe. Vi è però una specificità nell’identità di genere, l’essere femmine e l’essere maschi, che non è sostituibile. In particolare, in una Comunità come la nostra, che accoglie ragazze che possono aver subito abusi e violenze, l’incontro e la relazione con una figura maschile positiva sono preziosi, per promuoverne una rivalutazione. In Comunità le nostre ragazze sviluppano elevate competenze sociali, poiché vivono costantemente e intensamente una dimensione relazionale ampia e ricca: le relazioni con le compagne e le relazioni con gli educatori; vi è un confronto continuo: ogni settimana, il mercoledì sera, facciamo l’assemblea, ogni quindici gior-

ni abbiamo un gruppo terapeutico. Le ragazze si prendono cura l’una dell’altra, sono accoglienti nei confronti delle nuove, ci riferiscono preoccupate qualche aspetto dell’una o dell’altra che a loro avviso non abbiamo colto con sufficiente attenzione. La conferma sulle competenze sociali delle ragazze ci viene confermata e ribadita costantemente dagli insegnanti delle scuole che loro frequentano.

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COMUNITÀ RESIDENZIALE “IL FOCOLARE”


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Elena Zangrando coordinatrice della ComunitĂ

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Il focolare L’equipe è composta dalla coordinatrice, otto educatori (sei a part-time e due a tempo pieno), lo psicologo. Tra gli educatori quattro sono femmine e quattro maschi. Il “Focolare” ospita ragazzi maschi, dai 14 ai 18 anni, con la possibilità, rara, di prolungare la permanenza fino ai 21 anni. Al momento l’età media è attorno ai 16 anni (da 15 a 18). Solitamente i ragazzi si fermano in Comunità due anni. La struttura ha otto posti, più uno per le emergenze. Sempre più spesso l’emergenza riguarda minori stranieri non accompagnati (MiSNA), trovati in città, portati in Questura o presso i Distretti sociali: se dichiarano di non avere parenti sul territorio, sono presi in carico dai servizi. La permanenza in Comunità di questi ragazzi è variabile e può anche limitarsi a qualche settimana o solo poche notti. Anche tra i ragazzi ospitati regolarmente vi è una quota di minori stranieri non accompagnati. Tra di loro quelli che provengono dal continente africano per lo più scappano da situazioni di pericolo e di guerra. La vita quotidiana in Comunità deve dunque misurarsi in primo luogo con la compresenza di più lingue e di persone che non conoscono l’italiano. Non riuscire a comunicare e a capire

l’altro costituisce indubbiamente una difficoltà. Nel tentativo di affrontare questa realtà abbiamo tradotto il regolamento interno in inglese, lingua che alcuni ragazzi, ma non tutti, conoscono. In ogni caso, quando accogliamo un nuovo ragazzo, se vi sono problemi con la lingua, coinvolgiamo un mediatore, per conoscere la storia di chi arriva e far conoscere a lui come è regolata la vita interna. Se in Comunità vi è un connazionale, è lui che si propone come traduttore e mediatore, poiché tra compatrioti vi è sempre moltissimo sostegno e aiuto. Indipendenza e libertà nella gestione del denaro, nell’uso dello smartphone e della playstation Al di là dell’accoglienza di ragazzi in emergenza, che comunque segna la convivenza quotidiana, i nodi su cui vi sono più discussioni, soprattutto con i ragazzi più grandi, riguardano l’indipendenza e la libertà negli orari e nelle uscite. Di frequente si ripropone la questione della gestione del denaro: noi definiamo in modo preciso le necessità sulla base degli impegni di ogni ragazzo, ma la “paghetta” settimanale di dieci euro non basta mai. Quindi sono costanti il confronto, il dialogo e pure il conflitto su ciò che si può e non si può. Ultimamente è diventato rilevante an-


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che il confronto sull’uso dello smartphone. Il regolamento della nostra Comunità non prevede particolari forme di limitazione o controllo dei cellulari. I nostri ragazzi sono abbastanza grandi e perciò abbiamo valutato opportuno lasciarli autonomi, in modo da prepararli ad affrontare da soli il mondo esterno. Come equipe sin qui abbiamo concordato di informarli e farli riflettere, cercando di fornire loro gli strumenti per gestirsi in autonomia. In ogni caso l’educatore, di volta volta di turno in Comunità, gira e osserva come i ragazzi utilizzano il cellulare, soprattutto alla sera. Ci stiamo però rendendo conto che oggi non sempre è opportuno concedere questo margine di autonomia: vi sono ragazzi che usano il cellulare in modo assolutamente eccessivo, non tanto per comunicare, che sarebbe positivo, ma per chiudersi in un mondo solitario, soprattutto nel dopocena, occupato da video, musica, film. Di recente abbiamo ritirato il telefono ad un ragazzo, che lo stava usando dopo mezzanotte. Si tratta di un tema che alimenta discussioni e contrasti, perché il cellulare viene vissuto come una cosa propria, personale e vitale. Oggetto altrettanto appassionante e ipnotizzante è la playstation. Qualche anno fa l’abbiamo acquistata, dopo un

prolungato confronto tra educatori, poiché alcuni erano contrari. È prevalsa la considerazione che giocare con la playstation, in orari definiti, può favorire l’aggregazione e il fare gruppo. La playstation può essere usata dalle 20 alle 22, per evitare che i videogiochi limitino l’apertura e l’incontro tra le persone e con l’esterno. Anche al momento di spegnere la playstation perché è scaduto il tempo, si ripropongono richieste e contrattazioni varie. Non tutti i ragazzi sono in grado di gestire il tempo e darsi autonomamente dei limiti: perciò è opportuno fissare un orario. Gli educatori sono impegnati a far rispettare con coerenza la regola concordata e nel caso si ritenga motivato permettere un’eccezione (ad esempio se una partita non è ancora conclusa e all’indomani non c’è scuola), questa viene verbalizzata ed esplicitata. Educatrici ed educatori È importante che l’equipe educativa sia composta, se possibile, da figure femminili e figure maschili. Questo obiettivo non è di facile realizzazione, poiché in questo ambito professionale prevalgono le donne. Gli adolescenti ospitati nelle comunità, siano essi femmine o maschi, hanno bisogno di incontrare e relazionarsi con donne adulte che propongono premura materna, sensibilità estetica,

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attenzione agli spazi domestici e con uomini adulti che presidiano regole e confini, valorizzano l’approccio operativo e coltivano passioni calcistiche. Le differenze di genere sono un dato reale. Va ricordato che ragazze e ragazzi ospitati in comunità quasi sempre si relazionano con la madre, mentre il padre è lontano o assente. Questa condizione accomuna tutti i ragazzi attualmente al Focolare, per i quali la necessità di incontrare figure maschili di riferimento è, a mio avviso, particolarmente avvertita e profonda. Per gli adolescenti maschi, ancor più se di cultura extraeuropea, l’affermazione di una regola assume maggiore forza ed efficacia se pronunciata da un adulto maschio. La cultura di provenienza di alcuni ragazzi rende assai difficile e incomprensibile che la coordinatrice della struttura sia una donna e che sia una donna a richiamarli o a confrontarsi con loro nei casi di comportamenti negativi o gravi. Tant’è che a volte, in accordo con l’equipe, in determinate situazioni e con determinati ragazzi, coinvolgo nel colloquio un educatore, affinché il mes-

saggio arrivi di più e la comunicazione sia più incisiva. Comunità residenziale femminile e comunità residenziale maschile Ho lavorato come educatrice in una comunità residenziale di ragazze e in una comunità residenziale di maschi. Di primo acchito mi viene da osservare che in generale le ragazze sono più estroverse, cercano maggiormente il dialogo e la relazione, si aprono più facilmente, lasciano avvicinarsi al loro mondo, sono più schiette; con loro è più facile cogliere gli stati d’animo e decifrare quanto stanno vivendo. Penso alla vivacità e al coinvolgimento con cui le ragazze in Comunità confidavano le loro esperienze sentimentali e prendevano parte agli incontri dedicati alle tematiche sessuali. I ragazzi, al di là delle barriere costituite dalla lingua, sono tendenzialmente più riservati, difficilmente bussano alla porta per raccontarti come è andata la loro giornata o quel che è successo a scuola; tengono le cose per sé; tocca all’educatore farsi avanti, proporsi al dialogo, chiedere come va, soprattutto nelle normali interazioni quotidiane in


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cui si chiacchiera di quel che è successo a scuola o all’allenamento. Vi è riserbo sulla propria interiorità e semmai si aprono con l’educatore maschio, soprattutto su contenuti importanti e personali, come le vicende sentimentali e l’ambito della sessualità. Questo si rafforza là dove l’educatore di riferimento del singolo ragazzo è maschio. I ragazzi mi risultano invece meno cocciuti e insistenti rispetto alle ragazze; penso alle estenuanti discussioni sull’ora di andare a dormire, che molte volte emergono nell’assemblea settimanale. L’assemblea è un appuntamento significativo e prezioso che scandisce la vita della Comunità. Ogni settimana, in genere alla sera, si riuniscono tutti gli ospiti con un educatore, che riporta all’equipe proposte e richieste presentate dai ragazzi. L’equipe le prende in esame, si confronta e concorda la risposta, che viene comunicata all’assemblea successiva. Quando una richiesta non viene approvata dall’equipe, i ragazzi discutono anche in modo acceso, ma poi, terminato l’incontro, la questione è in linea

di massima conclusa. Le ragazze, invece, tendono a ritornare sul punto nell’assemblea successiva e a riproporre la propria istanza, risultando più insistenti e petulanti, ma anche più determinate; “testarde” e toste” mi viene da definirle e in questo anche più impegnative da governare. Inoltre fanno gruppo, ne parlano insieme nelle loro prolungate conversazioni, si spalleggiano nel portare avanti e sostenere richieste e punti di vista. Essere educatori in un mondo multiculturale Ovviamente l’identità di genere è solo uno dei tratti che definiscono il modo di essere dell’educatore, caratterizzato da stile, sensibilità, competenza, cultura, professionalità. Requisito fondamentale e irrinunciabile è che l’educatore sia coerente, preciso e sicuro, nel senso che si mostra consapevole, procede con convinzione, trasmette fermezza e decisione. L’educatore si confronta con i suoi colleghi e con loro affronta i suoi dubbi, ma poi al di fuori dell’equipe procede in modo lineare, chiaro e condiviso. Non va scordato che ci confrontiamo

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sempre più con le differenze culturali conseguenti alla presenza di ragazzi stranieri di varie provenienze. Rispetto a questo dato di realtà noi educatori cerchiamo di procedere conciliando due orientamenti: ascoltare e tentare di conoscere le loro origini e le loro consuetudini; dall’altro illustrare e far conoscere loro come si vive nel mondo in cui ora si trovano e al quale debbono un po’ alla volta abituarsi. Tutto sommato i tempi di inserimento pratico sono abbastanza rapidi. Riteniamo che il nostro compito di educatori sia attrezzarli ad affrontare autonoma-

mente la realtà esterna, prendendo atto che non possono trasferire il mondo da cui provengono nel contesto attuale: alcune consuetudini possono essere conservate, altre vanno accantonate o modificate. Il processo di adattamento culturale è più impegnativo e doloroso. Un ragazzo arriva qui immaginando che le giornate si svolgano sostanzialmente come


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quelle a cui era abituato, per cui pensa di fare più o meno le stesse cose. A noi spetta il compito di guidarlo e accompagnarlo, con il confronto e il dialogo quotidiano, in un percorso di trasformazione. Educazione, regole e violazioni La Comunità è una palestra in cui sperimentarsi e attrezzarsi ad affrontare la realtà esterna, uno spazio protetto che offre il supporto e la presenza di adulti educatori a cui spetta di fornire strumenti e modalità per vivere nel mondo in modo adeguato ed

equilibrato. Spesso i ragazzi che giungono in Comunità, locali, stranieri, MiSNA, non sono tanto portatori di regole alternative o in contrasto con quelle del nostro regolamento, ma provengono da contesti privi di regole, sprovvisti di punti di riferimento, di adulti significativi in grado di definire limiti e confini.

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È facile comprendere che entrare in un contesto di vita molto strutturato, come è la Comunità, è un passaggio tutt’altro che semplice e indolore. Faccio un esempio: comprendere che vi sono degli orari per le uscite pomeridiane non è immediato per ragazzi abituati a uscire di casa al mattino e rientrare la sera. L’acquisizione e l’interiorizzazione di regole condivise è dunque un processo continuo, che richiede tempo, pazienza, dialogo, ascolto, comprensione, chiarezza. Peraltro sono gli stessi ragazzi a chiederci di definire dei limiti, poiché da un lato costringono e chiudono ma dall’altro contengono, plasmano, formano: la regola struttura il possibile rendendolo reale. Quando un ragazzo non rispetta una regola, come può essere un rientro oltre l’orario previsto, in primo luogo l’educatore in servizio lo segnala al ragazzo, rinviando ad un momento successivo l’occasione del confronto, anche alla presenza della coordinatrice. Nel colloquio si cerca di capire che cosa è accaduto e di valutare le motivazioni di un determinato comportamento, appurando il grado di sincerità del ragazzo. In caso di una condotta scorretta, della violazione delle regole concordate, vi è sempre una fase di ascolto, confronto e valutazione, a cui segue la determi-

nazione della conseguenza, che è concordata e decisa dall’equipe; in genere si tratta di una qualche limitazione: ad esempio nel caso di un forte ritardo nel rientro in comunità può consistere nel divieto di uscire all’indomani. I nostri sforzi mirano a motivare il valore di una regola e mostrare le ricadute del mancato rispetto, soprattutto in rapporto alle esigenze di una comunità di persone che convivono quotidianamente. Decisioni e sanzioni assunte dall’equipe si basano su indicazioni e orientamenti prestabiliti, definiti per iscritto e già noti ai ragazzi. Più la cornice di riferimento è stata approfondita, definita, condivisa dall’equipe, più le motivazioni di disposizioni e punizioni sono chiare e comprese dai ragazzi, più gli interventi educativi risultano efficaci, accettati e condivisi. Educazione individualizzata In Comunità ogni ragazzo ha un educatore di riferimento, che lo segue con continuità, portando avanti il progetto individualizzato che l’equipe definisce di volta in volta per quel ragazzo. L’individualizzazione degli interventi riconosce e valorizza le differenze. Al contempo costringe a una continua verbalizzazione ed esplicitazione delle scelte assunte. I ragazzi si confrontano tra loro e sono ovviamente molto sensibili alla diversificazione delle va-


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lutazioni, al sospetto di torti e disuguaglianze. Per questo è strategico avere un quadro di riferimento esplicito e scritto, che fissi le regole generali. L’equipe deve prestare molta attenzione alla coerenza dei propri atti e delle proprie valutazioni. È poi fondamentale spiegare a tutti i motivi che hanno portato l’equipe ad assumere una determinata decisione, non tanto nel caso di una limitazione ma soprattutto quando a qualcuno viene concesso qualche cosa. Il fumo È vietato vendere sigarette ai minori di sedici anni; è vietato fumare in prossimità di centri e convitti giovanili; dall’altra abbiamo quindicenni che fumano, anzi quasi tutti i ragazzi fumano, poiché la sigaretta è un oggetto che aggrega e accomuna. Come regolarsi? Proibire (ammesso che questa opzione sia realmente praticabile), acconsentire entro certi limiti, fissare un orario dedicato, concedere dosi giornaliere di sigarette, fornire una cifra fissa una tantum, lasciarli liberi tenendo sott’occhio i comportamenti? Si tratta di una questione molto sentita dai ragazzi, su cui ciclicamente l’equipe si trova a confrontarsi, anche perché gli educatori sostengono punti di vista e valutazioni differenti, che risentono anche dell’essere o non esse-

re fumatori. La norma attualmente in vigore stabilisce che sotto i sedici anni non si può fumare e che sopra i sedici si può ma con il permesso del genitore/tutore e in uno spazio delimitato del cortile. Gli educatori non possono fumare con i ragazzi, a differenza di quanto accadeva fino a qualche mese fa. Non è in alcun modo tollerato fumare cannabis, né all’interno della Comunità né all’esterno. Nel caso abbiamo dei dubbi, facciamo ricorso ai test. Nel caso scoprissimo l’uso di cannabis, convochiamo assistente sociale e genitore/tutore; con loro si decidono provvedimenti che possono riguardare le uscite o i contatti con gli amici. Non si tratta di ricorrere all’espulsione, quanto di chiedere la disponibilità a confrontarsi su queste pratiche e avviare un percorso di presa di coscienza. Su questo non drammatizziamo, sapendo che si tratta di pratiche presenti nei mondi adolescenziali, ma siamo fermi nell’intervenire e prendere posizione, poiché abbiamo visto che quando il consumo di sostanze diviene frequente incide negativamente sul buon proseguimento del progetto. Non si tratta quindi di uno scrupolo di natura giuridica, legato alla responsabilità legale che la Comunità ha nei confronti di questi ragazzi, ma di una scelta educativa.

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Difficoltà e timori A volte si determinano situazioni impegnative e difficili. Una volta mi sono trovata a fare i conti con un ragazzo straniero che viveva una condizione di forte preoccupazione per la famiglia, rimasta nel suo paese d’origine; malessere e ansia si manifestavano con atteggiamenti molto aggressivi all’interno della comunità, in particolare nei miei confronti, a causa del mio ruolo di coordinatrice ossia della persona che prende le decisioni, dice di no e pone i limiti. Ricordo, ad esempio, le discussioni a proposito dei soldi per acquistare le sigarette. In qualche momento la discussione accesa ha portato la sua aggressività anche ad atteggiamenti minacciosi, verbalmente nei miei confronti e fisicamente nei confronti delle cose: ha lanciato vari oggetti, ha distrutto la mia bicicletta. È stato molto faticoso, poiché portavo con me queste tensioni emotive anche al di fuori del lavoro; in qualche occasione ho avuto timore per quello che poteva capitarmi. Pur consapevole che per lui rappresentavo una valvola di sfogo di rabbie e rancori legati ad altre vicende e non alla mia persona, dovevo comunque tutelarmi, dato che ero diventata per lui una sorta di figura ossessiva. In qualche occasione, quando era proprio fuori controllo, ho chiamato le forze

dell’ordine. Con il tempo la fase acuta è passata, il ragazzo è stato inserito in un’altra struttura e dopo qualche mese, quando lo ho incontrato, appena mi ha visto mi è corso incontro e mi ha abbracciato, come se avesse rimosso i furori passati. Ora viene spesso in Comunità a salutare gli amici; quando mi incontra mi racconta di sé e mi ringrazia per quello che in Comunità ha ricevuto. Alla luce di questo esito, sono contenta, ma indubbiamente è stata un’esperienza emotivamente impegnativa. Decisivo e irrinunciabile è stato il supporto dell’equipe, con la quale ci riuniamo settimanalmente, della supervisione mensile sempre insieme all’equipe, dei colloqui con lo psicologo della struttura.


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TAGESSTÄTTE “KALIMERA”


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Florian Klauder Koordinator der Tagesstätte

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Kalimera Die Tagesstätte Kalimera in Eppan betreut Kinder und Jugendliche, Mädchen wie Buben, im Alter von 6 bis 14 Jahren, die im Einzugsgebiet Überetsch - Südtiroler Unterland ansässig sind und auf Anfrage der Sozialdienste aufgenommen werden. Das Hauptaugenmerk der Tagesstätte liegt in der Unterstützung der Kinder und Jugendlichen und deren Familien, die sich, trotz oft schwieriger Lebenslage, dennoch um die Aufsicht ihrer Kinder kümmern. Dem Koordinator stehen drei Erzieher zur Seite, die im Turnusdienst paarweise in der Struktur anwesend sind. Die Kinder werden in der Tagesstätte im Durchschnitt für 5/6 Stunden betreut. Auch unsere Struktur besitzt interne Regeln, die mehr oder weniger, jährlich überarbeitet werden. Ihr Grundprinzip ist der Respekt gegenüber den verschiedensten Bereichen: Personen, Gegenständen, Umfeld usw. Des Weiteren gibt es Vorschriften und Vorgehensweisen für die tägliche Organisation und das Zusammenleben. Der Großteil der Gäste besucht die Tagesstätte bereits seit einigen Jahren und hat sich die internen Regeln bereits zu eigen gemacht, ohne ständig darauf hingewiesen werden zu müssen. Die Verhaltensregeln, die wir den Kin-

dern vorschreiben, sind auf ihr Alter und auf ihren unterschiedlichen Verantwortungs- und Zuverlässigkeitsgrad abgestimmt. Veränderungen im Laufe der Zeit Der Aufbau der Tätigkeit innerhalb des Zentrums hat sich im Laufe der Zeit verändert. Früher waren die Kinder an fünf Nachmittagen in der Woche anwesend, von montags bis freitags. Dies bewirkte eine starke Kontinuitätspräsenz. Zum heutigen Zeitpunkt hingegen haben die Kinder an zwei Nachmittagen Schulunterricht, manche zudem noch sportliche Verpflichtungen, weshalb eine konstante Anwesenheit nicht mehr gewährleistet werden kann. Nach dem Nachmittagsunterricht kommen nur noch die in unmittelbarer Nähe wohnenden Kinder in die Tagesstätte. Das beeinträchtigt natürlich sehr die kontinuierliche Anwesenheit und die Zusammenarbeit mit uns Erziehern. Unter dieser schwankenden Präsenzanzahl leiden vor allem die Gruppendynamik und das Erziehungspotential, für die eine konstante Anwesenheit ein ausschlaggebender Faktor ist. Mobiltelefon und Smartphone Dieses Thema wurde vor einiger Zeit zu einem Problem, das schnellstens angegangen werden musste. Langsam aber stetig wuchs die Anzahl


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der Jugendlichen, die ihr Mobiltelefon während der Aktivitäten benutzten. Da diesbezüglich noch keine spezifischen Regeln galten, berieten wir uns unter Erziehern. Wir sind auch mit der Bitte an die Eltern herangetreten, ihren Kindern nahezulegen, das Handy zu Hause zu lassen. In Notfällen könne das Diensttelefon der Erzieher benutzt werden. Dadurch könnten auch verschiedene Unannehmlichkeiten, wie Diebstahl, Beschädigung oder unangebrachter Gebrauch vermieden werden. Überdies muss auch das unterschiedliche Alter unserer Besucher berücksichtigt werden, das vom Volksschulalter bis zum Mittelschulalter reicht. Ein Kind der dritten Klasse Volksschule besaß bereits ein Mobiltelefon. Leider war die Bereitschaft der Eltern für eine Zusammenarbeit nicht sehr groß. Vor allem während der Schulferien war das Handy ständiger Begleiter der Kinder, da sie ja von zu Hause aus gewohnt waren, es zu benutzen. Wir stellten also eine Regel auf, nach der die Mobiltelefone bei Eintritt in die Struktur abgegeben werden mussten und nur zu bestimmten Zeiten benutzt werden konnten, wie z. Bsp. nach Beendigung der Hausaufgaben oder zu einem fix vorgegebenen Zeitpunkt. Es kam auch schon vor, dass der Besitz eines Handys verschwiegen wurde, um es heimlich zu benutzen.

Ein Vorfall, bei welchem sich einige Jugendliche von der Tagesstätte entfernt hatten, um sich Videospielen zu widmen, veranlasste uns, ein Treffen mit Eltern und Sozialassistenten einzuberufen, um ihnen mitzuteilen, dass bei nochmaliger Übertretung umgehend das Elternhaus benachrichtigt wird. Dies bewirkte eine Reduzierung des Problems der Mobiltelefone. Wir haben bei verschiedenen Anlässen des Öfteren mit den Jugendlichen über den Grund der Handyabnahme gesprochen. Wir sammeln sie weiterhin beim Eintreffen in der Struktur ein. Es bleibt dies aber jedenfalls ein präsentes, lebendiges und gewichtiges Thema. Auch während des Meeraufenthaltes wurden die Zeitpunkte festgesetzt, in denen der Gebrauch des Handys täglich erlaubt war. Alles verlief reibungslos. Mit zunehmendem Alter wurde die Begierde nach Videospielen sogar vom Verlangen nach Kommunikation in Form von Nachrichten und Socials abgelöst. Die Beziehung zu den Eltern und das Beispiel der Erwachsenen Sich über die internen Regeln einer Tagesstätte abzusprechen, bedingt auch immer eine Miteinbeziehung der Eltern, die die Verantwortung über die Kinder tragen und mit denen sie den Alltag teilen. Die Auseinandersetzung

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und Übereinkunft mit den Eltern erfordert einen großen Einsatz. Als wir einen Jungen beim Rauchen ertappten, informierten wir umgehend den Vater. Dieser versuchte aber die Angelegenheit zu minimieren, da er selbst Raucher war. Seine Sorge galt mehr dem angeschlagenen Image des Sohnes vor uns Erziehern und den Sozialdiensten, als dem Rauchen selbst. Die Botschaft, die dabei auf den Jungen überging, war mehr eine indirekte Aufforderung, sich nicht erwischen zu lassen, als mit dem Rauchen aufzuhören. Eine weitere heikle Angelegenheit ist auch das Rauchverbot für die Jugendlichen und die Anwesenheit eines Erziehers, der raucht: dieser raucht im Verborgenen, aber es ist unvermeidbar, dass es die Jugendlichen bemerken. Es entsteht somit eine Situation, die einerseits das starke Thema der Kohärenz und andererseits die Trennung zwischen Berufsrolle und privater Sphäre aufzeigt. Dieselbe Situation finden wir auch im Gebrauch des Mobiltelefons: der Erzieher darf es nur aus Diensterfordernissen benutzen, nicht aus persönlichen Gründen. Die Kinder machten uns darauf aufmerksam, dass die Eltern während der Abholzeit im Gang telefonieren oder das Smartphone betätigen. Ihr diesbezüglicher Vorschlag war ein Verbots-

schild anzubringen, das für alle Gültigkeit hätte. Wir sind diesem Vorschlag noch nicht nachgekommen. Mit dem Dienst „Il Germoglio - der Sonnenschein“ haben wir Treffen über den korrekten Gebrauch des Internets organisiert, zu denen auch die Eltern eingeladen wurden. Je mehr Harmonie, Übereinstimmung, Verständnis zwischen den Erziehern und zwischen Erziehern und Eltern besteht, desto klarer, kohärenter und wirkungsvoller gestaltet sich ihr Einsatz. Themen rund um die Erziehung Es kam immer wieder vor, dass sich während der Mahlzeiten ein lautes Stimmengewirr breit machte; wir kamen überein, dass der lauteste Schreihals den Turnus des Küchendienstes übernehmen musste. Dies bewirkte unter den Kindern eine gegenseitige Beobachtung und Kontrolle. Um die Verwicklungen in der Beziehung zwischen Buben und Mädchen und das heikle Thema der Sexualität anzugehen, haben wir eine fachkundige Expertin des Dienstes „Il Germoglio – der Sonnenschein“ zu Treffen mit den Jugendlichen eingeladen. Das sind natürlich sehr intensive, lebendige und mitreißende Themen für unsere Mädchen und Jungs. Diese Maßnahme wurde für uns ein Bezugspunkt, der uns erlaubte dieses Thema wieder


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aufzugreifen und die Angelegenheit bei weiteren Anlässen zu vertiefen, auch wenn uns die Jugendlichen nie direkt darauf angesprochen haben. Zwei Jugendliche haben uns gebeichtet einen kleinen Diebstahl in einem Geschäft begangen zu haben; später aber sei das Diebesgut beglichen worden. Da wir ihr Verhalten sehr geschätzt haben, haben wir auch die jeweiligen Eltern nicht über ihre Tat eingeweiht. Schulaufgaben Die Hausaufgaben am Nachmittag sind meist eine entnervende und mit großem Einsatz verbundene Angelegenheit. Die Kinder neigen dazu die schriftlichen Aufgaben zu leugnen, nicht zu wissen, was zu tun ist oder die Unterlagen zu vergessen. Da eine der Zielsetzungen der Tagesstätte die Beihilfe bei der Abwicklung der Hausaufgaben ist, versuchen wir die Kinder miteinzubeziehen, indem nach der Mittagspause ein fixer Zeitplan für alle schulischen Verpflichtungen, die für den nächsten Tag anfallen, festgesetzt wird. Neben unserer Überwachungs- und Kontrolltätigkeit, üben wir dabei vor allem eine erzieherische Funktion aus, indem wir die relationale Komponente hervorheben. Falls ein Jugendlicher kein Interesse an einer Mitarbeit zeigt oder unsere Einladung boykottiert, beharren wir nicht weiter

mit unnützen Diskussionen darauf. Wir machen ihm klar, dass es „sein“ Einsatz sei und er sich am nächsten Tag vor dem Lehrpersonal für die nicht erfüllte Pflicht rechtfertigen müsse. Auch bei dieser Angelegenheit ist es schwierig, das Einverständnis der Eltern zu finden, da sich diese die Lösung des Problems von Seiten des Erziehers erwarten. In Wirklichkeit ist gerade das Verhalten der Eltern ein ausschlaggebender Punkt, welche Wichtigkeit und welchen Wert sie der Schule und ihren Forderungen beimessen: Interesselosigkeit, Gleichgültigkeit, Belästigung, abwertende Kommentare beeinflussen das Verhalten des Kindes. Es gibt noch andere Faktoren, die uns aufgefallen sind. Mit Unterstützung von Fr. Dr. Felderer der Sozialgenossenschaft Explora von Bruneck, haben wir die kognitiven Fähigkeiten der Kinder überprüft und dabei Fälle von Legasthenie und Dyskalkulie entdeckt. Diese Kinder bedürften geeigneterer, auf ihre Charakteristik zugeschnittener Aufgaben. Fast alle unsere Jugendlichen weisen Lese- und Rechenschwierigkeiten auf; diese Mängel beeinflussen die schulische Motivation und das Interesse an den gebotenen Aktivitäten und Schulaufgaben. Eine Rücksprache mit dem Lehrpersonal ergab, dass dies Angelegenheit der Schule sei und die Tagesstätte nicht eingreifen solle.

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CENTRO “POLO OVEST”


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Alex Celesti

Coordinatore del Centro

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Polo Ovest La struttura è collocata al piano terra di un condominio, a Bolzano, nel quartiere Firmian caratterizzato da un’alta densità di famiglie di immigrati. Polo Ovest si rivolge a minori dai 6 ai 14 anni, femmine e maschi; propone vari tipi di attività pomeridiane: supporto per i compiti (Progetto “On air”), giochi, laboratori (Progetto “Gioco-lab”). Mediamente ospita una ventina di ragazzi, iscritti dai rispettivi genitori. Polo Ovest è una struttura abbastanza particolare, con un profilo specifico: non è una comunità diurna, nonostante vi sia una stretta collaborazione con il Distretto sociale Don Bosco (partner di progetto insieme al Comune di Bolzano) che indirizza dei minori al nostro Centro; non è un centro giovani, poiché vi è una diversa metodologia di lavoro e la partecipazione alle attività presuppone un’iscrizione preliminare da parte dei genitori. La convivenza di bambini e ragazzi è strutturata secondo orari precisi, non c’è un andirivieni occasionale. La presenza e la frequenza sono definite in modo preciso, anche sulla base degli impegni scolastici ed extrascolastici; se qualcuno ha bisogno di uscire e andare a casa, ci deve avvisare. Solitamente la partecipazione è regolare e costante, anche perché i ragazzi che sono qui da più tempo e sono abituati a questo modo di essere, lo trasmettono per imitazione ai nuovi arrivati.

Piccolo regolamento condiviso Alcuni anni fa abbiamo coinvolto il gruppo di ragazzi che frequentava il Polo nel fissare le regole di comportamento all’interno della struttura: si gioca insieme, si mangia in cucina, si comunica senza urlare, quando si prende un gioco poi si rimette a posto, andiamo tutti d’accordo, si gioca a palla soltanto al parco. È significativo e importante che le regole siano condivise, concordate e non imposte. Nel definire questo piccolo regolamento abbiamo preferito una formulazione in positivo anziché in forma di divieto, in modo da incoraggiare e favorire lo sviluppo di comportamenti corretti. A tutt’oggi le norme sono appese sulla lavagna della stanza più grande. Quelle regole hanno però bisogno di essere riviste e riformulate: molti ragazzi nel frattempo sono cambiati e occorre quindi rivederle con i frequentatori di oggi. Il Centro è collocato in un appartamento, all’interno di un condominio, e ciò richiede di prestare attenzione alle esigenze dei condomini: le regole di comportamento sono dunque irrinunciabili e preziose. Motivi di discussione e tematiche educative Il clima interno è mutevole: periodi sereni e tranquilli si alternano con fasi di tensioni e contrasti. Un frequente fattore di attrito è l’uso di altre lingue, conseguente all’alta percentuale di ragazzi di origini straniere:


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qualche ragazzo utilizza una lingua diversa dall’italiano per comunicare con qualche connazionale; in tal modo si escludono gli altri, inoltre è spesso un modo per deridere qualcuno dei presenti. Abbiamo quindi deciso di introdurre una nuova regola: si comunica sempre in lingua italiana. La dimensione linguistica comprende poi la questione delle parolacce, che è spesso fonte di richiami, vuoi per gli insulti verso un compagno, vuoi per imprecazioni e improperi. Litigi e parolacce sono anche conseguenza della scarsa capacità di giocare insieme, che caratterizza bambini e ragazzi: iniziano un gioco, poi si stufano e vogliono smettere; non accettano di perdere e si sfogano con gli insulti; vogliono vincere e allora ingannano, barano, mettono in discussione le regole sin lì utilizzate. Lavorare sulle regole va dunque inteso come un compito educativo più ampio, che implica l’imparare a giocare correttamente e a giocare insieme con gli altri. Un’indicazione che diamo a tutti è che prima di iniziare un gioco si ribadiscano le regole che si adottano, in modo che siano esplicite e condivise fin dall’inizio, per evitare discussioni successive. Le interazioni tra femmine e maschi sono condizionate dalla composizione dei sottogruppi e dall’età, ma in genere sono buone e positive. Forse lo dico

alla luce dell’andamento del recente periodo estivo, particolarmente confortante e fecondo per il clima relazionale che si è creato e si è vissuto tra i partecipanti. L’età prevalente è tra gli 8 e i 12 anni, perciò le dinamiche sessuali e seduttive rimangono abbastanza circoscritte. In qualche occasione i maschi tradiscono modi imperiosi nei confronti delle figure femminili: questo si verifica più nei confronti delle volontarie del Centro, non accade invece nei confronti di educatrici e operatrici. Educazione tra pari e mutuo aiuto Noi educatori cerchiamo di variare le proposte di giochi, laboratori o attività, per andare incontro a esigenze, bisogni, richieste e interessi dei nostri utenti. Quando un ragazzo frequenta da tempo il Polo e noi lo conosciamo, tendiamo a dargli fiducia e a renderlo responsabile anche nei confronti dei più piccoli; differente è l’atteggiamento nei riguardi di un ragazzo nuovo, appena arrivato. Ad alcuni ragazzi più grandi proponiamo di svolgere un ruolo più attivo: essere di esempio e di aiuto nei confronti dei più piccoli, ricordare loro le regole concordate, consigliare e spiegare come comportarsi, riferirci se notano che qualcuno è in difficoltà. Una ragazza è diventata volontaria

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all’interno del nostro Centro e questo costituisce uno stimolo anche per gli altri. Cellulari e smartphone I cellulari non costituiscono un problema particolare e sino ad oggi non abbiamo avuto bisogno di stabilire regole esplicite: i ragazzi possono tenere il telefonino e rispondere alle chiamate (che, comunque, sono rare); ci limitiamo a intervenire a seconda delle situazioni, quando notiamo che vi sono degli eccessi. Per lo più chi viene qui è attirato dai giochi e dallo stare insieme, il cellulare viene messo da parte, non succede quasi mai che qualcuno si isoli per occuparsi del cellulare. Peraltro non tutti coloro che frequentano il Centro hanno il cellulare o lo portano con sé, qualcuno ce lo consegna spontaneamente quando arriva per evitare di farlo cadere o che altri ragazzi lo prendano. A volte qualche ragazzo o ragazza più grande si mette a chattare, anche perché succede che a casa non sia loro permesso (in particolare quando si tratta di ragazze che hanno contatti con ragazzi). Capita di richiamare qualcuno durante lo svolgimento dei compiti: lo scarso interesse e la tendenza alla distrazione portano a prendere in mano il telefonino. Quando qualcuno esagera, lo invitiamo a consegnarci il cellulare per

poi restituirlo una volta finiti i compiti. Molto più frequente è la richiesta di utilizzare il computer per i giochi. Così abbiamo previsto turni di 15/20 minuti, per accedere ai giochi online o ascoltare musica, compilando un modulo per la richiesta. Il computer è a disposizione per i compiti e solo successivamente è possibile utilizzarlo per i giochi. Ovviamente abbiamo installato filtri e barriere per evitare l’accesso a siti pornografici, pericolosi, proibiti. I ragazzi più grandi sono molto attratti dai video horror. Per evitare che i piccoli rimangano turbati, trovandone qualcuno a disposizione, quando un bambino chiede di giocare al computer c’è sempre un educatore o un volontario adulto che sta con lui. Anche quando il computer è usato da un ragazzo più grande, che nel tempo si è conquistato la nostra fiducia, l’educatore passa comunque più volte nella stanza per monitorarne l’utilizzo. Richiami e sanzioni Racconto un episodio recente. Verso fine di maggio, in concomitanza con la conclusione delle attività scolastiche, il numero di presenze pomeridiane al Polo ha iniziato a crescere, andando oltre le venti presenze. Tra chi veniva vi erano atteggiamenti poco rispettosi nei confronti dei volontari del Centro, spesso giocavano e litiga-


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vano tra di loro. C’erano confusione, rumore, schiamazzi; i compiti venivano trascurati, poiché ormai si era a fine scuola. È diventato difficile creare un clima di coinvolgimento e partecipazione comune. Ad un certo punto la situazione è risultata ingestibile: dialogo e richiami non avevano effetto, occorreva un segnale più forte. Abbiamo convocato una riunione straordinaria dell’equipe e lì abbiamo deciso di escludere dal Centro alcuni ragazzi per una settimana, individuando chi allontanare. Si è trattato di una decina di ragazzi, ai quali abbiamo riferito e motivato la nostra decisione. L’abbiamo comunicata anche ai genitori, spiegando l’accaduto e invitandoli a passare per approfondire la questione. Inevitabilmente ci sono state delle discussioni, poiché i ragazzi allontanati sostenevano che gli educatori non erano stati equi e avevano fatto delle preferenze. Passata la settimana, sono ritornati con atteggiamenti e modi diversi, più rispettosi e corretti; in tal modo il comportamento di tutti è migliorato ed è diventato particolarmente costruttivo. La decisione presa ha dunque prodotto esiti positivi, anche se durante l’estate i più grandi tra loro hanno riproposto la questione delle preferenze. Non abbiamo mai espulso nessuno dal Polo, cercando di privilegiare l’acco-

glienza e la fiducia, di promuovere la crescita e il miglioramento. Succede semmai di allontanare qualcuno per un pomeriggio, quando abbiamo l’impressione che vi sia troppa tensione, si sia ecceduto, qualcuno sia stato richiamato più volte e per più giorni o si sia verificato un atto grave: a quel punto lo invitiamo a ritornare a casa e a rivederci l’indomani, dopo aver avvisato i genitori. Difficilmente i genitori ci contestano o si oppongono alle nostre valutazioni; alcuni sono collaborativi e rinforzano le nostre decisioni; altri hanno un atteggiamento disattento e indifferente per cui a casa non danno seguito alle nostre segnalazioni.

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ABBECEDARIO Fabrizio Mattevi Centro Studi


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Relazione L’azione educativa è sempre relazione, incontro tra persone, tra un giovane e un adulto. Tutte le questioni che la dinamica educativa costringe ad affrontare sono definite e orientate dalle caratteristiche e dalla qualità dello sfondo relazionale. Una relazione implica coinvolgimento personale, interesse e disponibilità nei confronti dell’altro. Non può trattarsi di uno scambio meccanico, automatico, impersonale. I protagonisti della relazione vi prendono parte personalmente, interamente e pienamente, dalla relazione sono segnati e trasformati. Si tratta di una relazione particolare, differente da quelle simmetriche tra pari; il rapporto educativo comporta una dualità, la polarità che distingue la funzione di guida dell’adulto dalla condizione di dipendenza del più giovane. La relazione si sviluppa ed è generativa se ciascuno dei due riconosce l’altro nel suo ruolo, altrimenti la comunicazione diviene assurda, ossia etimologicamente “sorda”. Tra le due figure, quella dell’adulto educatore deve essere disposta ad assumere una maggiore responsabilità, poiché ad essa spetta il compito di guidare, orientare, favorire, promuovere la dinamica relazionale. A lui compete di condurre il gioco della crescita e della maturazione dell’altro. A lui tocca di fare il possibile affinché la relazione

non si spezzi, anche quando il minore provoca, si oppone, si ribella, rifiuta e apparentemente, forse, si nega. Questa assunzione di responsabilità non può non poggiare su una qualche premura nei confronti del più piccolo e più giovane, sulla disponibilità a occuparsi dell’altro e della sua fragilità, sull’aver a cuore la costruzione della sua vita futura, sul prendersi cura delle fatiche della crescita. La relazione educativa è profonda, intensa, tumultuosa e imprevedibile nel suo svolgimento come il magma incandescente, anche perché l’educatore porta con sé il bagaglio, emotivamente perturbante, della sua passata esperienza di piccolo, figlio, allievo, minorenne … Cura Progetto educativo non significa assistenza, addestramento, custodia, controllo, direttività, ma, essenzialmente, cura e premura. L’azione educativa ha a cuore l’altro, con la sua fragilità e al contempo con le sue potenzialità. Personalizzazione Avere a cuore l’altro implica il riconoscimento dell’unicità e originalità del minore con cui si entra in relazione. L’altro è portatore di una storia, un’individualità, una specificità esistenziale. Non è dunque possibile la standardizzazione degli interventi, la ripetitività


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delle procedure, la spersonalizzazione della comunicazione. Ogni volta di nuovo l’educatore e la sua equipe si interrogano su come relazionarsi, intervenire, agire, comunicare con “quel ragazzo lì”. Coerenza L’educatore si propone al minore come figura di riferimento, come un adulto in cui riporre fiducia e, al contempo, rispettare. L’educatore ha una responsabilità che, di fatto, comporta di esercitare un potere e un’autorità. Essenziale e fondamentale è che lo svolgimento di questa funzione avvenga in modo coerente, chiaro, rispettoso. L’unica alternativa all’imposizione forzata, basata sulla paura della punizione, è la realizzazione di una relazione di reciproca fiducia e rispetto, nella quale il minore è disposto a fidarsi dell’adulto, a dare credito alle sue prese di posizione, prendere in considerazione le sue richieste, confrontarsi con le sue disposizioni. Verbalizzazione L’azione educativa centrata sulla relazione e non sull’imposizione privilegia il dialogo. Dialogare vuol dire in primo luogo ascoltare e dare spazio alle ragioni e ai punti di vista dell’uno e dell’altro. In questa dimensione diviene irrinun-

ciabile lo strumento della parola. La parola esprime, nomina, dà forma, comunica, permette di trasformare ciò che è dentro di sé in qualche cosa che può uscire e, in un qualche modo, può arrivare all’altro ed essere, più o meno, compreso e condiviso. La verbalizzazione di un’esperienza vissuta permette di rendere decifrabile lo sfondo emotivo che ha accompagnato un gesto, un’azione, un comportamento. La verbalizzazione aiuta a divenire consapevoli di quel che si è vissuto e si è fatto. Verbalizzare è faticoso, soprattutto per un minore, che conosce poco di sé e non ha le parole per dire la propria interiorità. Anche per questo è uno strumento formativo e maturante. Restituzione La verbalizzazione da parte del minore si completa nell’impegno dell’educatore alla restituzione, ossia a restituire al ragazzo quel che di lui coglie dall’esterno, come lo vede, quanto traspare dal suo modo di porsi e dalla comunicazione non verbale. Così facendo l’educatore si propone come specchio, che riflette un’immagine, un’impressione, una percezione mettendola a disposizione dell’altro. Al fondo, il rispecchiamento è la modalità centrale di ogni intervento tera-

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peutico. Interiorizzazione Verbalizzazione dell’esperienza e rispecchiamento emotivo sono fecondi in quanto generano nel minore un processo di interiorizzazione. In questo modo un’azione, un fatto, una situazione emotiva, un’esperienza immediata vengono ripensati, si trasformano in riflessione, giungono alla consapevolezza, sono riconosciuti nelle loro implicazioni e nel loro nesso con il proprio sé, così da assumersene la responsabilità. Riparazione La consapevolezza dei propri atti e delle proprie reazioni, l’ammissione di colpa, il riconoscimento delle proprie responsabilità, delle conseguenze del proprio comportamento, degli effetti generati negli altri, della sofferenza procurata, possono indurre a cercare una riparazione rispetto a quanto commesso. Non si tratta di sanzioni e punizioni imposte dall’esterno e subite per costrizione, è piuttosto la scelta personale, maturata interiormente, di compiere un gesto di riconciliazione, nel desiderio di riparare il male fatto, restituire all’altro quanto è stato tolto, riconoscere la ferita procurata.

Limite In ogni relazione e in particolare nella relazione educativa si incontra e si sperimenta il mistero dell’altro e della sua alterità. L’altro sempre si sottrae alle nostre pretese di definizione, progettazione, formazione, comprensione. L’enigma dell’altro ne custodisce e valorizza l’originalità e la ricchezza di potenzialità. Al contempo la libertà dell’altro è anche motivo della delusione educativa, che può diventare anche insuccesso e fallimento quando l’altro rifiuta una proposta di crescita e un percorso di vita, opta per altre vie e altre prospettive, che al nostro sguardo appaiono distruttive e mortali. L’esperienza educativa è anche esperienza di delusioni, disincanto, fallimenti, sconfitte; è esperienza del limite, del proprio limite e della propria impotenza di adulto. Ci si imbatte in linee di confine, che arrestano e delimitano, spezzando ricorrenti sogni di onnipotenza, deliri di plasmare l’altro secondo i nostri disegni, compiacimenti narcisistici alimentati dalla fragilità dell’altro. Speranza Quel che si è vissuto in una relazione educativa rimane, comunque, nel tempo a venire e, dunque, sempre lascia traccia dietro di sé, genera effetti che attraversano gli anni e che nessuno


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può prevedere e predeterminare. I tempi dell’educazione sono lunghi e prolungati; i movimenti e i mutamenti che l’azione educativa genera sono sotterranei e carsici, cosicché si sottraggono a controlli e verifiche. Per questo l’educatore vive la situazione presente con pazienza e confida nel tempo a venire. L’ottimismo pedagogico gli è congeniale, la speranza gli appartiene. Comunità La fatica dell’educatore trova respiro, ascolto, conforto nell’equipe, con cui si confronta, individua scelte e strategie operative. Anche il progetto educativo nel suo complesso si realizza nella dimensione della comunità, del gruppo, della convivenza, del confronto, dell’interazione reciproca, tra minori e tra loro e l’equipe degli educatori.


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Citazioni immagini Pag.4 http://www.booksblog.it/post/27927/portolani-e-carte-nautiche-antiche-alla-bnf-di-parigi Pag. 6/7: https://www.lestradeitalianepiubelle.it/bereguardo-magenta/ Pag. 8: https://maupes.wordpress.com/2010/10/01/in-viaggio/imgp7371/ Pag. 12/13: https://www.samboat.it Pag. 16: https://mapio.net Pag. 18: https://www.bergwelten.com/t/w/7852 Pag. 26: http://www.lospiffero.com/ls_ballatoio_article.php?id=2112 Pag. 30/31: https://cuoredimilano.wordpress.com/2011/12/08/il-canal-du-midi-e-le-chiuse-di-fonserannes/ Pag. 34: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Canal_Saint-Martin_P1060407.JPG Pag. 36: https://it.wikipedia.org Pag. 42/43: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Canal_du_Midi_02.jpg

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Pag. 47: https://wonderopolis.org/wonder/what-is-a-waterwheel Pag.48 e pag. 60/61: http://lesmoulindunord.canalblog.com Pag.54: https://www.ilturista.info/ugc/immagini/milano/lombardia/26379/ Pag. 65: http://www.geo.de/reisen/community/bild/309371/Der-Marlinger-Waalweg Pag. 68: https://mapio.net


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I NT ER NO S D OSSIE R Pubblicazione registrata presso il tribunale di Bolzano il 06-08-2018 R.G. n. 3006/2018 Ermächtigung Landesgericht Bozen 06-08-2018, Nr. 3006/2018

Realizzazione/Ausführung: Centro Studi e Biblioteca Direttore responsabile/presserechtlich Verantwortlicher: Massimo Antonino Redazione/Redaktion: Massimo Antonino, Fabrizio Mattevi, Lena Prossliner, Dario Volani, Erika Waldboth, Magdalena Bauhofer, Francesco CAmpana Grafica/Grafik: A. Antonino, M. Antonino Edizione/Ausgabe: Dicembre/Dezember 2018

Se vuole fare una donazione all’Associazione “La Strada - Der Weg ONLUS“ Falls Sie dem Verein “La Strada - Der Weg ONLUS“ eine Spende machen möchten IBAN: IT29 R060 4516 0800 0000 139000 Grazie/Danke

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