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Atti - Akten Remember Festival 2017

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Giunto alla sua seconda edizione, Remember Festival è stata una tre giorni di sensibilizzazione sull’importanza e sul valore della storia, della memoria per la formazione di una consapevolezza maggiore sugli avvenimenti presenti. Remember Festival ha avuto come protagonisti e primi destinatari i giovani, ma ha ambito a coinvolgere, tramite i ragazzi, l’intera comunità. Le giornate del Festival sono state quelle a cavallo del 27 gennaio, Giornata della Memoria, e gli eventi in programma hanno preso vita nei luoghi della memoria e della crescita della città di Bolzano: ci sono stati eventi nei pressi del muro dell’Ex lager di Gries, in via Passaggio della Memoria, dove sorge anche il centro giovani promotore del festival, Villa delle rose, e si sono diramati verso i luoghi cardine della vita comunitaria, scuole, università e comune, proprio perché chi ha organizzato l’evento pensa che vi siano sì luoghi di memoria, ma che la cultura della memoria non debba essere circoscritta solo in alcuni spazi cittadini, ma che debba essere radicata nella mentalità dei cittadini, di oggi e di domani. L’evento della tre giorni è stato il risultato finale di un lungo percorso che quest’anno ha coinvolto 20 ragazzi dai 14 ai 25 anni desiderosi di viaggiare, di viaggiare nella storia della propria città, dell’Europa e dell’umanità in senso lato. A metà ottobre noi educatori del centro abbiamo coinvolto i giovani interessati in un percorso di preparazione ad un viaggio che li avrebbe portati a Cracovia, partendo

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dai luoghi della Memoria della nostra città e arrivando lì per visitare i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Il viaggio, avvenuto nella prima settimana di gennaio, è stata un’esperienza molto intensa che ha fatto crescere nei nostri ragazzi una forte consapevolezza storica, una più acuta abilità di analisi critica sulle situazioni di ieri e di oggi e soprattutto un vivo spirito di cittadinanza attiva. L’esperienza del viaggio è sempre forte e il Remember Festival è stata la cornice in cui i ragazzi hanno potuto raccontare questa esperienza, farsi cioè da testimoni di memoria con l’intera comunità. L’esposizione del vissuto dei ragazzi è stata contornata da un ricco programma di incontri con esperti, proiezioni cinematografiche, spunti letterari, artistici, teatrali e musicali che hanno voluto coinvolgere il pubblico in un’ampia riflessione sulle tematiche dell’uguaglianza, dei diritti umani, del valore della diversità e dell’inclusione. Per dirla con David Alhabari, le parole non bastano per dire l’Olocausto, e quindi ragazzi, educatori e le agenzie educative coinvolte nella rete organizzativa del Remember Festival hanno voluto usare più linguaggi per affrontare le tematiche della Memoria, convinti che una maggiore consapevolezza storica possa essere un’ottima chiave di lettura dell’oggi e una stabile base per la costruzione di un migliore futuro comune. Il ricco programma del Remember Festival non è stato altro che il risultato del lavoro di rete stretto sul territorio cittadino dal centro giovani: ci sono state le visite guidate aperte alle classi all’ex lager di Bolzano curate dalla Cooperativa Scriptoria in collaborazione con l’Archivio storico; c’è stato uno spettacolo musicale curato dal centro giovani BluSpace; c’è stato un punto prestito tematico offerto dalla Biblioteca Civica di Bolzano; il Centro per la Pace di Bolzano e la Libera Università di Bolzano hanno curato gli incontri di approfondimento con esperti;


l’Istituto Comprensivo Bolzano II, il centro Villa delle rose e il centro giovani Tilt hanno portato avanti delle brevi incursioni teatrali sparse per la città basate sulle testimonianze di chi ha vissuto la violenza dell’Olocausto; i giovani che hanno partecipato al Viaggio a Cracovia invece hanno raccontato la loro esperienza tramite narrazioni, fotografie e poesie legate al loro vissuto emozionale. Quest’anno Remember Festival ha ricevuto con immenso onore l’attenzione di personalità di spicco come Moni Ovadia, Davide Toffolo, Laura Fede, Bobo Rondelli e Beppe Dati che hanno arricchito con loro spunti la pagina Facebook del festival, spunti che sono inseriti qui negli Atti del Festival 2017 insieme ad alcuni lavori di giovani artisti locali. La realizzazione del festival è stata possibile grazie al sostegno dell’Associazione La Strada-Der Weg, dell’Ufficio Famiglia, Donna e Gioventù del Comune di Bolzano e del Servizio Giovani della Provincia di Bolzano, ma soprattutto grazie alla partecipazione e all’energia dei giovani che danno vita al centro giovani Villa delle rose. Roberta Catania Patrick Saltori educatori Centro giovani “Villa delle Rose” Associazione “La Strada - Der Weg ONLUS”

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Auschwitz Faccia incavata Occhi oscurati Labbra fredde. Silenzio. Cuore strappato Senza fiato Senza parole Nessun pianto. Alexian Santino Spinelli


Se questo è un uomo Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi. Primo Levi, 1947

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Filo Spinato Su un acceso rosso tramonto, sotto gl’ippocastani fioriti, sul piazzale giallo di sabbia, ieri i giorni sono tutti uguali, belli come gli alberi fioriti. E’ il mondo che sorride e io vorrei volare. Ma dove? Un filo spinato impedisce che qui dentro sboccino fiori. Non posso volare. Non voglio morire. Peter, bambino ebreo ucciso dai nazisti nel ghetto di Terezin


Noi ragazzi del Centro giovani Villa delle rose siamo partiti in venti per ripercorrere una delle più grandi tragedie della storia dell’umanità, quella relativa alla soluzione finale, alla Shoah, al Porrajmos, all’Omocausto. Siamo partiti da qui, da via Passaggio della Memoria a Bolzano, luogo a noi familiare, proprio perché sede del centro giovani che frequentiamo, ma anche luogo di disumanità e di lotta impari tra uomini e non uomini: da questi luoghi migliaia di civili transitarono per poi essere convogliati nei luoghi della soluzione finale, uno tra questi, forse il più cruento, Auschwitz. E’ proprio lì che siamo arrivati nel nostro viaggio: siamo arrivati a vedere coi nostri occhi quel cimitero immenso laddove oltre a morire milioni di persone, è morto l’uomo in quanto essere dotato di capacità cognitive e solidali. Spesso si sente la domanda: Dio dov’era durante gli stermini di Auschwitz? Noi ci chiediamo: e anche l’uomo dov’era? Per questo siamo qui a ricordare e a voler sensibilizzare su questi temi, perché oggi, come ieri, l’uomo ha bisogno dei suoi simili che, anche se diversi, hanno diritto e meritano rispetto e libertà personali senza distinzione di religione, etnia, lingua, appartenenza politica o orientamento sessuale. Noi ragazzi di Villa delle rose siamo qui con voi per ricordare.

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La celebrazione del giorno della memoria è stata istituita con legge del Parlamento in una data precisa, il 27 gennaio, scelta per essere l’anniversario dell’abbattimento dei cancelli del lager di Auschwitz. L’Armata Rossa liberò quel giorno di settantadue anni fa i sopravvissuti allo sterminio nazista. Molte scuole del paese si preparano a ricordare quel giorno con intense attività didattiche e di incontro, molti insegnanti sensibili si mobilitano con partecipazione e coinvolgimento personale. Quanto a me, vengo ripetutamente invitato a parlare agli studenti del nazismo, della Shoà, della memoria. Ognuno di questi incontri per me è un’occasione autopropedeutica. Ogni volta mi interrogo su quale ammaestramento condividere con i miei giovani interlocutori. Una platea di ragazze e ragazzi emana una luce abbagliante, dietro al loro rumoreggiare insieme timido e spavaldo si spande l’energia del futuro di cui sono portatori, non è facile reggere l’impatto. Ogni volta, i primi momenti sono di turbamento per mettere a fuoco le mie emozioni, ogni volta un fiotto di rammarico mi sgorga dal petto: quanta bellezza c’è nei volti dei giovani che studiano, essa potrebbe sconfiggere la più profonda delle tenebre, ma il nostro mondo edonista risponde alla bellezza con la volgarità dell’insensatezza, con la brutale deriva materialista di modelli rapinosi mirati al successo come mistica. Come adulto sento forte la responsabilità delle mie parole, della mia strategia di comunicazione. L’orrore dello sterminio è così lontano dalle loro calde vite, dal loro tempo fatto di apoteosi tecnologica e mediatica. Cosa può fare per loro un saltimbanco ebreo? Come posso rendere le loro emozioni responsabili per la memoria come progetto per il futuro? Ho deciso ultimamente di provocare la loro riflessione sul senso della memoria come dote culturale che tutti gli esseri umani ricevono per statuto. Domando loro retoricamente: “cosa accadrebbe se io cancellassi la memoria a qualcuno di voi? Badate bene non un ricordo e neppure un’intera isola nell’arcipelago dei vostri ricordi, ma l’intera memoria. Cosa accadrebbe? Per esempio io

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potrei raccontare qualsiasi cosa di voi. Potrei accusarvi di essere un assassino, non potreste smentirmi, potrei farvi credere di essere nati in qualche altro luogo, di appartenere ad un’altra storia, decidere io la vostra paternità o maternità, potrei indurvi a molti comportamenti non scelti da voi. Quello di voi a cui avessi cancellato la memoria non sarebbe un essere libero, sarebbe privo della capacità di decidere, di orientarsi, sarebbe sradicato con violenza dal proprio contesto culturale”. Ciò che vale per un essere umano vale evidentemente a fortiori per un corpo sociale, per una nazione, per un intero continente e dunque per l’umanità tutta. Quando si aprirono i lager e i tessitori della memoria iniziarono il loro paziente lavoro armati di profonda pietas per il destino dell’uomo, a misura che la loro tenace opera si avvicinava ai confini dell’abisso, un’importante parte dell’opinione pubblica mondiale cominciava a prendere consapevolezza del significato della Shoà. La Shoà non è stato solo un evento storico, ma anche una sorta di Diluvio Universale, sì che noi possiamo dire: “vi è stata un’umanità prima della Shoà, vi è un umanità dopo la Shoà”. La memoria non è la presunta obiettiva ricostruzione di ciò che accadde, la memoria è piuttosto l’atto consapevole di fondazione di una nuova umanità fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla pari dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente dalle appartenenze identitarie, sulla santità della vita in ogni sua forma. La memoria non ci può essere donata, essa si sceglie, va conquistata insieme al sentimento della libertà, e quel sentimento deve essere nutrito dalla nostra ragione, dalle nostre emozioni, dalla responsabilità vissuta con ciascuna delle nostre fibre. Sulle tavole della memoria dobbiamo scrivere il Nuovo Patto che comincia con le parole: mai più! Moni Ovadia

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“Voi dite: E’ stancante frequentare i bambini, avete ragione voi aggiungete: Perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, farsi piccoli….là avete torto! Non è questo quello che stanca di più. È piuttosto il fatto di essere obbligati ad elevarsi fino all’altezza dei loro sentimenti, di distendersi, di allungarsi, di issarsi sulle punte dei piedi, per non ferirli.” J.Korczak Pediatra – educatore – direttore della Casa degli Orfani di via Sliska n°9 nel Ghetto di Varsavia. L’infanzia infelice a causa del precario equilibrio del padre che muore in manicomio, è forse la motivazione che lo spinge a tentare di migliorare la vita dei bambini diventando così pediatra e assistendo gratuitamente i bambini poveri dei quartieri di Varsavia. Nel frattempo raggiunge la notorietà internazionale pubblicando romanzi per ragazzi e trattati di pedagogia. È sua l’idea che l’educazione debba partire da ciò che il bambino è nel momento…e non da ciò che vogliamo egli diventi. Nel 1912 decide di rinunciare alla pratica per dirigere l’orfanotrofio ebraico di Varsavia. Ai ragazzi stessi affiderà la gestione della vita collettiva in quanto è convinto che i ragazzi tendano spontaneamente a migliorarsi se posti in una condizione favorevole e che come tutti esseri umani dunque anche loro abbiano diritto all’autodeterminazione. Nei momenti drammatici dell’occupazione nazista Korczak continua a ripetere ai suoi bambini che non bisogna odiare nessuno nemmeno i soldati tedeschi poiché la maggior

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parte di loro si trovano lì per caso senza neanche capire cosa stia realmente accadendo ed aggiunge: “La dignità…l’onestà…il coraggio sono virtù non transitorie!” Sarà infatti con estrema dignità che i suoi ragazzi con indosso il vestito della festa marceranno verso il treno della morte che li riporterà a Treblinka e Korczak marcerà con loro, in testa al corteo dove sventola il vessillo dell’orfanotrofio, la bandiera della speranza – il quadrifoglio d’oro in campo verde. Fino all’ultimo i suoi amici cercheranno di salvarlo ma a chi gli ricorda che la sua fama gli ha meritato un salvacondotto lui risponde con un secco rifiuto aggiungendo: “Se accettassi diventerei come voi!” Persino alcune guardie tedesche le famigerate SS che con i fucili puntati scortano quell’inaspettato corteo tentano di allontanarlo anche perché dopotutto l’ordine di deportazione riguarda i ragazzi e non lui!…Ugualmente egli resta insieme ai suoi orfani…pochi giorni prima aveva detto: “Non si lascia solo di notte un bambino malato…non si lasciano soli i bambini in un momento come questo!” Bruno Bettelheim, il famoso psicanalista dell’infanzia, l’ha definito il più grande educatore di tutti i tempi. Karol Wojtila il simbolo della vera religiosità e della vera moralità, Andrei Waida gli ha dedicato un film. Noi, molto umilmente abbiamo voluto condividere questo breve ricordo con voi tutti. Janusz Korczak aveva un sogno! Migliorare la vita dei bambini ed anche se Dostojevskij pensa che...col passare del tempo, degli anni i nostri sogni si realizzano ma in una forma così snaturata da

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risultare irriconoscibili, il sogno di questo piccolo grande pediatra non solo si è realizzato in lui ma appare chiaro anche a noi che oltre a riconoscerlo siamo in grado di leggerlo negli occhi dei bambini che soffrono e che sono in ospedale, negli occhi dei bambini lasciati soli o che hanno perso i loro genitori in qualche guerra…perché quegli occhi spalancati ci rivolgono sempre tutti la stessa silenziosa preghiera: “Non mi abbandonare”! Se così è, come noi vogliamo credere che sia, il sogno di Korczak non è andato in fumo nel cielo di Treblinka.

Beppe Dati Musicista e paroliere italiano

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Il linguaggio della favola: LA VITA È BELLA

“Dio ride: ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi” (Moni Ovadia). “Si può ridere della Shoah, si può ambientare buona parte di una vicenda anche comica all’interno di un campo di sterminio?”: questa è la domanda che si pone Guido Fink in un articolo sul celebre film di Benigni prodotto in Italia nel 1997, La vita è bella, vincitore di tre Premi Oscar (miglior film straniero, miglior attore, miglior colonna sonora). Per chi, come il già ricordato Lanzmann, ritiene che l’Olocausto sia una tragedia non rappresentabile, adottare un registro fantastico per raccontare quegli orrori costituisce un atto doppiamente offensivo nei confronti delle vittime di quella tragedia stessa. Benigni fu accusato di aver realizzato una commedia “leggera”, confortante, liberatoria, se non addirittura, come apparve scritto in Le Monde, negazionista. Recentemente l’ex presidente del Parlamento europeo, Simone Veil, sopravvissuta al campo di Auschwitz dove era stata internata da ragazzina, ha espresso una dura critica giudicando “assolutamente scadente” il film di Benigni e ritenendolo, al pari di Schindler’s List, una “favola cinematografica”; e non sono poche le comunità di intellettuali, soprattutto ebraiche, che lo considerano l’ennesima operazione commerciale. A Simone Veil e ai sostenitori della sua tesi risponde Vincenzo Cerami, autore della Vita è bella accanto a Roberto

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Benigni: “L’arte è proprio il contrario della filologia”, afferma. Non possono essere applicati criteri filologici alla fiction, essa sarà sempre distante di almeno un grado dalla realtà per la natura stessa dell’arte. Piuttosto, è necessario che la realtà sia ricostruita fedelmente, e a tale scopo furono chiamati come consulenti il famoso studioso di Auschwitz Marcello Pezzetti e Shlomo Venezia, uno dei sopravvissuti. A quanti sostengono poi che non si possa trattare l’Olocausto in termini comici e fantastici risponde invece Benigni stesso, difendendo stile e intento del suo film. La prima parte, afferma, è costruita appositamente in modo da far ridere, per rovesciare poi quelle risate in lacrime nella seconda parte, inserendo così l’opera nel genere tragico, ossia, secondo i dettami classici, un’opera che comincia bene e si conclude male. Il protagonista che scopre man mano la crudeltà dei suoi simili e lo spettatore che si rivede in lui compiono così, al pari di un eroe tragico, un percorso di formazione, di “gnòthi seautòn”. Prosegue poi: “[…] è lo stile che conta. Si può essere laidi e volgari parlando di una farfalla, e si può essere poetici parlando di Hiroshima con letizia. E Fellini diceva che le cose molto tragiche possono essere raccontate solo da un clown. Poi, come dice un altro, come dice Montale, tra l’orrore e il ridicolo il passo è un nulla”. L’elemento favolistico è dunque preponderante ma mai in modo tale da annullare la serietà dell’argomento; per ricordarlo il film verrà distribuito negli Stati Uniti, abituati ad affrontare la Shoah in modo didascalico, accompagnato da un incipit recitato dalla voce fuori campo di un Giosué ormai adulto: “Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla. Come in una favola c’è dolore e come una favola è piena di meraviglia e di felicità”. Effettuando un confronto con un midrash in cui il Dio degli ebrei appare intento a giocare a palla di notte col Leviatano, “divertendosi come un monello e ridendo a

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crepapelle”, rovesciando l’immagine di un Dio severo e punitivo, il protagonista della Vita è bella, l’irruente ed esuberante Guido Orefice, sembrerebbe allora aver sconfitto il Leviatano / nazismo e aver dimostrato che la vita è davvero, nonostante tutto, bella. Dedurre ciò sarebbe davvero uno sminuire la portata della persecuzione razziale attuata dai nazisti e adagiarsi su un liberatorio lieto fine che ci consente di sorridere e mettere il cuore in pace: perché il messaggio del film va ben al di là di una dimensione puramente giocosa. Le parti comiche ci sono e il loro scopo è far ridere lo spettatore, ma la dimensione fantastica si intreccia continuamente con quella della storia reale svolgendo la trama su un doppio registro: la vicenda di Guido e del suo figlioletto Giosuè è inverosimile, sì, ma perché la realtà stessa dei campi è inverosimile; la vita è bella, sì, ma perché tale la rende la finzione giocosa, ed è solo con la morte di Guido che è possibile il lieto fine per il piccolo Giosuè. Un doppio registro quindi in cui però la fantasia pian piano deve cedere e arrendersi al prepotente irrompere della realtà. La realtà, come detto sopra, è inverosimile, e prendere in giro la paura di Giosuè di diventare sapone, bottone o legna da ardere, come fa Guido in uno dei passi più toccanti del film, diventa allora un modo per denunciare l’assurdità di quella persecuzione agli occhi delle vittime ma anche degli spettatori, e un modo inoltre per farci capire che egli fino alla fine non perderà mai la sua identità di uomo. Lo stesso Guido, portato dalla sua natura vivace a sminuire l’importanza di quei crimini, si accorgerà della reale portata della tragedia solo per gradi. Il primo terribile passo in questa direzione sarà trovarsi di fronte al vecchio amico dottore Lessing, ora ufficiale delle SS, alle prese anche nel campo di sterminio con l’ennesimo indovinello da risolvere e incapace di capire la

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richiesta di aiuto che gli porge Guido; tanto più che stavolta la soluzione dell’indovinello è palese e si manifesta quotidianamente davanti agli occhi di Lessing. L’indovinello, da alcuni ritenuto senza significato, sembrerebbe infatti raccogliere tutti gli stereotipi degli ebrei secondo l’immaginario nazista: “Grasso grasso, brutto brutto, tutto giallo in verità, se mi chiedi dove sono ti rispondo qua qua qua” (ossia nel campo). Guido per la prima volta è costretto a rendersi pienamente conto della “vittoria” della realtà sul gioco perché il gioco stesso si è fatto orribile e tremendo, e non può che lasciare sgomenti. A distinguere il mondo, sempre più debole, di Guido e della sua famiglia da quello, crudele e dominante, dei nazisti, contribuiscono anche la sceneggiatura e le musiche: ambienti solari pervasi da musiche allegre nel primo, paesaggi bui e dalle musiche grevi nel secondo, per rendere ancora più evidente che i tedeschi-orchi sono il Male con cui l’ebreo-il Bene deve battersi. Ognuno ha un proprio ruolo, e quello di Guido è di essere l’unico in grado di tenere in piedi la finzione grazie alla sua intelligenza e alla sua natura buona e vivace. Infine è necessario notare un accorto espediente per sottolineare la conservazione da parte di Guido dell’identità di uomo, ossia il meccanismo delle ripetizioni: nella seconda parte del film, ambientato nel campo, si ripetono

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cioè scene già viste nella prima parte, più specificatamente comica, a significare che la crudele realtà delle persecuzioni può solo alterare alcuni dettagli ma non annullare il potere quasi magico di Guido. Come esempio si consideri il contenitore metallico in cui si rifugia Giosué mentre il padre va a cercare la moglie Dora e che lo salva dalla doccia del lager (ossia dalla gassazione): esso richiama il comodino della prima parte del film dove il bambino si nascondeva dalla madre per evitare la doccia, in questo caso però vera.

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Una Tragedia Americana: SCHINDLER’S LIST Nel 1993 esce sugli schermi quello che sarà destinato a diventare il film per antonomasia sulla Shoah, Schindler’s List; è un film che, come anticipato nella premessa, nonostante il successo di pubblico e di critica (tra i molti premi ricordiamo i 7 Premi Oscar per miglior film, miglior regia, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior sceneggiatura non originale, migliori scenografie, miglior colonna sonora originale) riaccese il dibattito intorno alla liceità o meno della rappresentazione e a quella che venne chiamata “americanizzazione dell’Olocausto”. Spielberg, basandosi sul libro dell’australiano Thomas Keneally La lista di Schindler, racconta la storia dell’industriale originario di Zwittau (città dell’allora Cecoslovacchia) realmente esistito Oskar Schindler che salvò più di mille ebrei sfruttando le proprie conoscenze, il proprio carisma e il proprio denaro. Schindler è un opportunista uomo d’affari, un membro del Reich e un giocatore d’azzardo amante di feste e divertimenti; considera la guerra una fonte di ricchezza e apre a Cracovia una fabbrica di pentole smaltate assumendo lavoratori ebrei perché meno costosi di quelli polacchi. È un personaggio tuttavia che fin da subito si innalza rispetto agli altri per la sua eleganza e la sua corporatura fisica, che gli consentono sempre di essere riconosciuto anche in mezzo a una grande folla. Dapprima indifferente agli orrori della persecuzione, colpito dalle violenze che si susseguono sotto i suoi occhi comincia poi un cammino di redenzione che lo porterà a salvare dallo sterminio 1100 ebrei sotto la copertura delle sue industrie. Come il personaggio di Schindler viene costruito come il Buono carismatico, intelligente, umano e con una sorta di aura di superiorità, il Male viene rappresentato dall’uf-

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ficiale Amon Goeth, folle, rozzo e assetato di soldi e di potere, incapace di capire e quindi di emulare Schindler. Come esempio si consideri la scena in cui Liam NeesonOskar Schindler impartisce una lezione a Ralph FiennesAmon Goeth su cosa sia il potere: Amon è ubriaco ed è seduto su una terrazza insieme a Oskar. “Non è mai ubriaco, questo è vero controllo. Il controllo è potere. Questo è il potere. […] Abbiamo il potere di uccidere, per questo ci temono”. Ma Schindler, destando la risata di Goeth, incapace di comprenderlo, obietta: “Un uomo commette un reato, doveva pensarci, lo facciamo uccidere e ci sentiamo in pace […] Questo non è il potere però, questa è giustizia […] Il potere è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere e non lo facciamo”. Successivamente assistiamo a una delle tante scene di follia di Goeth, il quale, incapace di capire e quindi di far propria la lezione di Schindler, spara dal balcone a un giovane ebreo, inizialmente perdonato per non essere stato in grado di pulire una vasca da bagno: le SS hanno l’assurdo potere di decidere della vita di ogni individuo ebreo, che resta così governata dall’imprevedibilità e appesa a un filo. Quello di Schindler è una sorta di cammino di riscatto morale: gradatamente abbandona l’indifferenza per la sorte dei prigionieri dei campi e diventa il loro salvatore, finendo sul lastrico per corrompere gli ufficiali e salvare il maggior numero possibile dei “suoi” ebrei (vengono chiamati ancora oggi Schindlerjuden). “Colui che salva una vita salva il mondo intero” è il versetto del Talmud Babilonese assurto a frase-simbolo del film: ogni singolo nome dettato da Schindler al suo contabile ebreo Itzhak Stern perché venga inserito nella lista è importante. “La lista è un bene assoluto. La lista è vita. Tutto intorno, ai suoi margini, c’è l’abisso”, dice Stern. Hansen, come già ricordato prima, vede nell’Olocausto rappresentato da Spielberg il parco a tema di Schindler,

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capace di regalare emozioni intense per soddisfare le attese degli spettatori; è significativo per la professoressa che il 1993 sia la data, oltre che appunto di Schindler’s List, anche di un celebre film di fantascienza di Spielberg, Jurassic Park. Ma se è vero che alcune scene tradiscono un cedimento alla drammaturgia tipica di Hollywood (una fra tutte, la scena finale dell’addio di Schindler ai suoi ebrei), la fiction appare l’unico mezzo a disposizione del regista per comunicare emozioni così forti. D’altra parte, questo film si basa sulle testimonianze dirette dei sopravvissuti, e dunque può essere legittimamente considerato un film storico. La scelta di girare in bianco e nero è un espediente che va appunto in questa direzione, perché così facendo si richiamano le reali immagini documentarie; dichiara infatti Spielberg: “La mia unica esperienza con l’Olocausto l’ho avuta attraverso i documentari in bianco e nero. […] Penso che il colore gli avrebbe conferito un aspetto da farsa”. Schindler’s List si allontana quindi dalle opere di fiction sulla Shoah: il suo intento è di raccontare l’Olocausto per contribuire alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questo tema, di farlo cioè rivivere allo spettatore coinvolgendolo in prima persona. Non vuole semplicemente spiegare i fatti assolvendo a una funzione puramente enciclopedica o comunicare un senso di orrore. Lo spettatore, come scrive Claudio Gaetani nel libro Il cinema e la Shoah, non vede la vicenda attraverso gli occhi di un protagonista, in questo caso di Oskar Schindler, ma di personaggi di volta in volta diversi, ora di una vittima, ora di un carnefice, ora di un personaggio di rilievo nella trama del film, ora di uno minore che magari non comparirà più. Spielberg è costretto a dare dei punti di riferimento, dei personaggi di cui seguire la sorte, ma nel contempo si preoccupa di ricordarci che la Shoah ha coinvolto una to-

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talità, un intero popolo, e pertanto non può essere ridotta a pochi volti. A sottolineare ciò contribuiscono le numerose visioni dall’alto che si susseguono nel film accanto ai primi piani, volti invece a esprimere le emozioni comunicate appunto dalle espressioni. Spielberg utilizza inoltre il montaggio alternato che mostra scene di vita tedesca da una parte ed ebrea dall’altra, a suggerire l’assurdità del contrasto tra le due situazioni. Inoltre, ancora a proposito dell’uso del bianco e nero, è necessario notare come le infrazioni a tale scelta siano sempre altamente simboliche: non solo nel caso della ormai celebre bambina col cappottino rosso notata da lontano da Schindler durante una sosta in una passeggiata a cavallo, funzionale a comunicare lo sconcerto del protagonista, ma anche nella scena iniziale e finale. Il film si apre mostrando un fiammifero che viene acceso e portato verso due candele: risuona un canto ebraico, una famiglia ebrea è attorno a un tavolo nell’atto di celebrare lo shabbat, un bambino viene inquadrato in primo piano. Nella scena successiva la tavola è vuota, la luce di una delle due candele si sta affievolendo sempre di più finché la fiamma si spegne, il colore sparisce e il fumo sale in alto fino a trasformarsi nel vapore di una locomotiva. Il colore riappare poi solo alla fine: i reali “ebrei di Schindler” sfilano accanto agli attori che li hanno impersonati, ognuno di loro deposita una pietra sulla sua tomba mentre la mano di Liam Neeson, l’attore protagonista, posa una rosa. Il colore potrebbe dunque evidenziare la rinascita del popolo ebraico, aiutata anche da personaggi come Oskar Schindler, riconosciuto oggi come Giusto tra le nazioni, termine con cui sono designati i non-ebrei che hanno agito per salvare la vita anche solo di un ebreo durante la persecuzione nazista. Spiega Gabriele Romagnoli in

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un servizio di introduzione a Schindler’s List in occasione della sua uscita in tv: “Un Giusto non è un santo e non è un eroe, non è un altruista e non è un uomo buono, un Giusto è un uomo qualunque alla cui porta una sera bussa il destino nella persona di un ebreo perseguitato che gli chiede di rischiare la vita per la sua vita, e il giusto dice sì, a sorpresa, perché niente nella sua esistenza precedente faceva pensare che lo avrebbe fatto”. “L’esistenza stessa e la possibilità di una testimonianza [concentrazionaria] simile – la sua enunciazione malgrado tutto – confutano seccamente quest’idea, l’idea che Auschwitz sia indicibile.” È un dovere morale oggi, per non dimenticare e per far sì che in futuro non si dimentichi mai cosa è accaduto, mettere in scena gli orrori delle persecuzioni naziste, la distruzione fisica e morale degli ebrei e le torture che subirono non solo dagli ufficiali, ma anche dai civili, spinti dall’odio o dalla paura a umiliare e denunciare gli ebrei nascosti; quando ciò non indulge alla spettacolarizzazione o al melodramma e ai facili schemi che riducono i perseguitati a dei “tipi”, la rappresentazione cinematografica diventa a mio avviso uno strumento di capitale importanza e di profonda efficacia per scuotere le coscienze e muovere una riflessione su tali atrocità. Non rappresentare la Shoah e dimenticare vorrebbe dire

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negare tale evento storico, cancellare le tracce di ciò che i nazisti hanno tentato di compiere, comportandosi quindi come loro. Parlare dei campi come di realtà indicibili comporta un inevitabile allontanamento da essi e una ripetizione, appunto, del tentativo del regime nazista di cancellare il popolo ebraico. Il cinema non può esimersi dalla sua vocazione etica e conoscitiva, ma deve al contrario ripensare continuamente ad Auschwitz e mostrare l’orrore di quegli eventi attraverso la forza delle immagini, che assumono sempre più efficacia in un mondo in cui la comunicazione avviene sempre più attraverso canali audiovisivi. Laura Fede redattrice presso Marsilio Editori

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Recensione Schindler’s List Schindler’s List è assenza di colore, una coltre di grigi che si deposita e infittisce, priva l’uomo di prospettive, come una nebbia incessante. La scelta, sembra ricondurre alla volontà del regista di riportare i fatti in senso oggettivo, oltre che conferire alle ambientazioni e all’atmosfera un indotto senso di malinconia. La storia di Oskar Schindler è un esempio di resistenza e opposizione al comando di sterminio e alle violenze incommensurabili di un’ideologia deforme, ripugnante e folle che ha il solo scopo di giustificare la follia del partito nazionalsocialista. Spielberg dimostra una notevole padronanza tecnica nell’utilizzo della fotografia, fulcro dell’opera e filo conduttore degli scenari offerti. Assumono grande rilevanza i primi piani, che evidenziano i minimi particolari del volto umano. Ogni connotato fisico, espressione del viso, impercettibile prostrazione è catturato dalla cinepresa, che li imprime nella pellicola e nella memoria. La tematica apparentemente inattingibile è resa secondo un punto di vista emotivo; la memoria è più viva laddove sia correlata ad un sentimento che la accompagna e il regista è riuscito nell’intento di rendere più evidente e fruibile la sua interpretazione dei fatti storici. Ricordare significa conoscere e saper riconoscere gli errori. Schindler’s List è un’opera cinematografica di pregio, che riesce a fornire una visione amara, ma al contempo sublime, di ciò che è stato, in funzione di un futuro più consapevole e che renda più degno il sacrificio di milioni di persone. Ilaria Castagnetti

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Mi è spiaciuto tantissimo non percepire quello che altri avevano provato. Mi sentivo insensibile. Mi dispiace tantissimo questo. Non sentivo nulla. Sentivo solo il freddo. Elena, 15 anni Tutte queste persone avevano una loro vita. Un numero enorme di vittime. Un numero enorme di vite. Erano come noi praticamente. Riuscire a realizzare tutto questo mi ha segnato molto. Adan, 15 anni Ho paura che possa riaccadere.

Samuel, 25 anni

I pregiudizi sono limiti nostri e non mancanze dell’altro. Lisa, 18 anni Dopo aver visto tutto questo, ragazzi, non possiamo stare zitti davanti alle ingiustizie. Ragazzi, dobbiamo parlare. Adele, 23 anni

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Atti - Akten Remember Festival 2017 by Associazione La Strada - Issuu