La Lega vive settimane di profonda e sotterranea fibrillazione, e l’epicentro di questa scossa si trova, ancora una volta, in Veneto. L’esito del recente
Consiglio federale di Roma, risoltosi con un congelamento delle nomine dei vicesegretari, ha plasticamente descritto lo stato di tesa tregua che attraversa via Bellerio. Quello che apparentemente si presenta come un rinvio tecnico, nei fatti nasconde un confronto serrato sul futuro identitario del partito, con il Veneto a fare da capofila di una richiesta chiara: rimettere i territori e i governatori al centro della cabina di regia.
Dal punto di vista della base e dei quadri veneti, il dibattito attuale va ben oltre la pura assegnazione delle poltrone. La trattativa reale si muove lungo l’asse tra il segretario federale Matteo Salvini e la figura più rappresentativa del leghismo veneto, Luca Zaia.
La prospettiva emersa nelle ultime ore non vede semplicemente l’ex Doge nel ruolo di vice, bensì come potenziale garante di una decisa “svolta a Nord” . Un assetto che sul piano dei pesi politici interni avrebbe lo scopo di blindare l’eredità e il controllo politico delle storiche roccaforti settentrionali.
Più poteri alle Regioni: la Cgil mette in guardia
servizi alle pag. 4-5-6
Veneto primo in Italia: medici di famiglia nelle Case di Comunità
AUTONOMIA DIFFERENZIATA, CONFRONTO SERRATO, STEFANI: “RICHIESTE SACROSANTE”
E DOPO IL 2026? LA NUOVA SFIDA
• Nicola Stievano
l tempo scorre inesorabile: il 30 giugno 2026 non è più una data cerchiata in rosso sul calendario di amministratori e tecnici, ma una scadenza immediata che bussa alle porte dei nostri municipi e u ici. Anche per il Veneto questa non è una scadenza qualunque: è il momento della verità per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’ora in cui i progetti devono trasformarsi definitivamente in opere compiute, i cantieri devono chiudersi e la burocrazia deve lasciare spazio ai fatti.
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FONDAZIONE CARIPARO, SVOLTA AL VERTICE: INIZIA L’ERA RIZZUTO
Dopo settimane di stallo e una vigilia densa di incertezze, le liturgie della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo hanno prodotto il risultato sperato: l’unità. Il Consiglio Generale, riunito a Palazzo Duomo, ha eletto all’unanimità Rosario Rizzuto come nuovo presidente dell’ente per il mandato 2026-2032. Lo scienziato ed ex rettore dell’Università di Padova succede a Gilberto Muraro, assumendo la guida di una delle “casseforti” più ricche e influenti del Paese. L’ente gestisce un patrimonio finanziario che sfiora i 5 miliardi di euro, capace di generare circa 100 milioni di euro all’anno in erogazioni destinate al territorio.
L’elezione è arrivata alla seconda tornata di votazioni. La convergenza totale dei voti su Rizzuto rappresenta un segnale politico e strategico di enorme rilevanza. Questa unanimità ha l’obiettivo esplicito di blindare l’istituzione e scongiurare possibili fratture interne tra le province di Padova e Rovigo, storicamente sensibili al bilanciamento dei pesi e delle rappresentanze territoriali.
Scienziato di fama internazionale nel campo della biologia cellulare e accademico dei Lincei, Rosario Rizzuto ha guidato l’Università di Padova come Rettore dal 2015 al 2021. Sotto il suo mandato, l’ateneo patavino ha consolidato la propria leadership nazionale nella qualità della ricerca, un profilo di alto spessore istituzionale.
Le prime parole del neo-presidente hanno tracciato la rotta strategica : «Metterò in questo ruolo il mio massimo impegno, consapevole di una responsabilità alta, ma anche della straordinaria opportunità di fare del bene per l’intera comunità». Tra gli obiettivi prioritari indicati da Rizzuto emerge la necessità di investire energie per valorizzare e trattenere i giovani talenti locali, contrastando la fuga di competenze. La linea sarà quella di una continuità con il passato, basata sull’autonomia decisionale e sul dialogo costante con i territori, per costruire una società sempre più inclusiva e attenta ai bisogni emergenti del Veneto meridionale.
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E DOPO IL 2026? LA NUOVA SFIDA
uardando i dati del monitoraggio territoriale, emerge un quadro di indiscutibile orgoglio per il nostro Nord-Est. Il Veneto si conferma locomotiva d’Italia anche nella capacità di spendere e realizzare. Nella nostra regione viene gestita una mole finanziaria monumentale da 14,3 miliardi di euro per 64.800 progetti complessivi: una transizione che ha già portato alta tecnologia negli ospedali, nuove strutture di cura e assistenza e un tasso di completamento dei cantieri comunali superiore alla media nazionale.
Questi numeri ci dicono che la macchina amministrativa locale ha retto l’urto.
Sbloccato lo stallo in piazza Duomo: l’ex rettore succede a Gilberto Muraro
Laddove lo Stato centrale ha spesso mostrato fiatone e ritardi, stavolta il pragmatismo degli enti locali ha risposto positivamente. I sindaci e i tecnici dei piccoli comuni, spesso lasciati soli a combattere con la piattaforma ReGiS, hanno fatto i salti mortali, supportati negli ultimi mesi dalle task force di esperti per evitare il blocco delle autorizzazioni e dei cantieri e veder sfumare i generosi fondi messia disposizione. Ora è tempo di tirare le somme, di completare i cantieri e poi la rendicontazione.
Tuttavia è necessaria una riflessione più profonda che vada oltre il 30 giugno e il 31 agosto, l’ultima data utile per la rendicontazione. La vera sfida, infatti, comincia il giorno dopo. Cosa ce ne faremo di queste
infrastrutture se non avremo le risorse umane per gestirla? Abbiamo costruito asili nido, ma avremo i fondi di bilancio corrente per assumere gli educatori? Stiamo digitalizzando la sanità e creando Case della Comunità, ma dove troveremo i medici e gli infermieri per riempirle, vista la crisi vocazionale del settore? A complicare ulteriormente il quadro, sul fronte sanitario, è lo stallo a livello nazionale sulla riforma della medicina territoriale che riguarda per l’appunto il ruolo dei medici di base nelle nuove Case della Comunità. Il PNRR è stato pensato come una straordinaria iniezione di capitale per le strutture, non per la spesa corrente. Il rischio concreto è di ritrovarsi con scatole tecnologiche bellissime, con edifici nuovi e all’avanguardia ma desolatamente vuoti. Il Veneto ha dimostrato di saper spendere e costruire rispettando quasi sempre tempi e procedure. Ora, però, la politica locale e nazionale deve pretendere una fase due, che va ben oltre il 2026: riforme strutturali e risorse correnti per far funzionare ciò che è stato realizzato, a partire dalla sanità, non certo questione di poco conto. Altrimenti, la più grande opportunità di questo quarto di nuovo secolo rischia di trasformarsi in un monumento all’e icienza edilizia, privo di un’anima sociale e non in sintonia con le necessità quotidiane.
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UNIVERSITÀ, DOPO LA PIOGGIA DI MILIONI
CHE FINE FARANNO I NEO ASSUNTI?
Per l’Università di Padova i fondi arrivati dall’Europa hanno rappresentato «una grande opportunità». Ma ora, con la stagione del Pnrr avviata verso la conclusione, il tema diventa quello della continuità: che fine faranno le ricercatrici e i ricercatori assunti grazie a quelle risorse straordinarie? La rettrice Daniela Mapelli rivendica la scelta compiuta dall’Ateneo: usare una parte consistente dei finanziamenti per ra orzare il capitale umano e la qualità della ricerca. «I soldi arrivati dall’Europa hanno rappresentato per l’Università di Padova una grande opportunità, che abbiamo scelto di cogliere con convinzione, investendo in modo particolare sulle persone e sulla qualità della ricerca», sottolinea Mapelli. «L’ingresso di nuove ricercatrici e nuovi ricercatori ha contribuito a ra orzare in modo significativo il lavoro scientifico del nostro Ateneo, ampliando competenze, ambiti di indagine e capacità di collaborazione internazionale».
I numeri di usi dal rettorato raccontano la portata dell’investimento. Su poco meno di 347 milioni di euro ricevuti attraverso il Pnrr, 42 milioni sono
stati destinati in tre anni al reclutamento del personale. Sono circa 130 le posizioni di ricercatore a tempo determinato finanziate grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per evitare che quelle professionalità restino legate soltanto alla durata dei fondi europei, l’Università ha previsto anche uno stanziamento di 10 milioni di euro per la proroga biennale dei contratti. A queste risorse si aggiungono ora i fondi del piano straordinario di reclutamento del ministero dell’Università e della Ricerca, destinati all’entrata in ruolo di ricercatrici e ricercatori.
Sul fronte più generale della ricerca, precisa ancora il rettorato, nel solo 2025 l’Ateneo ha ottenuto finanziamenti non legati al Pnrr per circa 150 milioni di euro. «Siamo naturalmente consapevoli che la fase successiva alla conclusione dei finanziamenti Pnrr rappresenta un passaggio delicato», aggiunge Mapelli. «Proprio per questo non abbiamo considerato questa esperienza come un momento isolato, ma come un’occasione da trasformare in prospettiva». La rettrice insiste sul lavoro avviato in questi mesi per costruire percorsi di continu-
ità. «Abbiamo lavorato con anticipo, costruendo strumenti e percorsi che consentano alla quasi totalità di ricercatrici e ricercatori di potersi giocare concretamente la possibilità di proseguire il proprio cammino all’interno dell’università e del sistema della ricerca». Per Mapelli la sfida è trasformare una misura straordinaria in un investimento strutturale. «Si tratta di un impegno che richiede visione, ma
Nell’ex canonica del Tempio della Pace un luogo di accoglienza e ascolto per chi è più fragile
Si è conclusa la ristrutturazione dell’ex canonica del Tempio della Pace, in via Tommaseo 47 a Padova. Un intervento da quasi un milione di euro che rappresenta il primo tassello delle nuove Cucine economiche popolari e che, da settembre, accoglierà servizi per persone in grave povertà o senza dimora. L’opera è stata finanziata con i fondi Pnrr, Missione 5 “Inclusione e Coesione”, messi a disposizione dal Comune. L’investimento è di 995 mila euro: 910 mila arrivano dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, mentre 85 mila sono stati coperti dalla Fondazione Nervo Pasini. La nuova sede ospiterà una “stazione di posta”: un luogo di accoglienza, ascolto e orientamento
per chi vive condizioni di fragilità. Al piano terra troveranno spazio fermo posta, segretariato sociale, salette per i colloqui e deposito bagagli. Al primo piano, con ingresso indipendente, sarà attivato un servizio sanitario per persone che faticano ad accedere al Servizio sanitario nazionale. Il restauro ha interessato 330 metri quadrati lordi, mantenendo integra la struttura dell’edificio. Sono stati eseguiti interventi di consolidamento su murature, fondazioni, solai e copertura, con miglioramento statico e antisismico. Rinnovata anche l’impiantistica e garantita l’accessibilità senza barriere. La riqualificazione si inserisce nel percorso
della Fondazione Nervo Pasini per radicare le Cucine nel tessuto cittadino e contribuire alla rigenerazione urbana della zona della stazione. Il prossimo passaggio sarà il recupero dell’ex patronato, destinato a diventare la nuova sede delle Cucine popolari, con il contributo dell’Associazione universale di Sant’Antonio. La Diocesi ha già stanziato oltre 1,5 milioni di euro, anche attraverso l’otto per mille, ma per completare l’opera serviranno nuove risorse. Le nuove Cucine restano uno dei segni indicati dal vescovo Claudio Cipolla in “Ripartiamo da Cana”: un presidio di carità e cura per le nuove povertà.
anche senso di responsabilità. Perché significa accompagnare percorsi, valorizzare competenze e creare le condizioni a inché il lavoro avviato non si interrompa, ma possa evolvere e consolidarsi nel tempo. Il nostro compito non è limitarci a gestire le contingenze, ma costruire continuità, investire sulle persone e ra orzare la qualità della ricerca».
• Sara Busato
Vescovo e sindaco alla presentazione dell’intervento in via Tommaseo
PNRR/2. Investimenti per l’edilizia residenziale pubblica, la riqualificazione in via Guido reni e l’ex complesso San Carlo
PADOVA, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: I 640 MILIONI
DEI FONDI UE HANNO CAMBIATO LA CITTÀ?
Un edificio demolito e uno nuovo al suo posto. Una piazza rifatta. Dieci palazzine rinnovate da cima a fondo. Sessantaquattro famiglie con una casa nuova all’Arcella. Non è il resoconto di un piano decennale: è quello che Padova ha costruito in poco più di due anni con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sono 62 gli interventi complessivamente finanziati attraverso il PNRR. Sessanta di questi sono già realizzati o in fase di finitura. Due soli restano in bilico, in una corsa contro il tempo che il sindaco Sergio Giordani non nasconde: «Gli ultimi due interventi saranno completati entro la fine di giugno», ha dichiarato, con la scadenza europea del 30 giugno già segnata sul calendario della rendicontazione della quinta rata. Il numero che dà la misura di tutto è 640 milioni di euro: quanto Padova ha attratto in totale attraverso il PNRR, la cifra più alta tra le città italiane di dimensione analoga. Di questi, oltre la metà — circa 415 milioni — è andata alla mobilità sostenibile. Il sistema Smart, con le linee Sir2 e Sir3, è il cantiere che ha cambiato più facce alla città: strade chiuse, bus deviati, Pasqua trascorsa tra i ponteggi. Il prezzo visibile di un cambiamento che adesso si avvicina alla fine.
La linea Sir2 era stata inizialmente finanziata con 415 milioni; 238 arrivano dal Piano nazionale di ripresa, 97 dal governo, 80 dall’Unione Europea. Un investimento che ha reso Padova il capoluogo veneto più impegnato in tutta Italia sul fronte del trasporto elettrico su rotaia.
Ma i 640 milioni raccontano anche un’altra storia, quella dei quartieri che cambiano per gradi, senza i riflettori dei
tram. Quarantacinque milioni di euro sono stati destinati alla rigenerazione urbana e territoriale: recupero di aree degradate, manutenzioni straordinarie, e icientamento energetico degli edifici pubblici, restauro del patrimonio residenziale. Una cifra che non fa notizia quanto un tram, ma che ha lasciato tracce concrete nelle strade, nei cortili, nelle piazze.
All’Arcella il segno più visibile è in via Guido Reni, dove il vecchio edificio ex Coni è stato abbattuto e al suo posto sorge ora il DU30: un centro culturale di quartiere con spazi polivalenti, aree espositive, laboratori e sale dedicate alle attività didattiche. Dieci milioni investiti anche per la riqualificazione della piazza antistante e per il recupero energetico della struttura. Nel complesso ex San Carlo, sempre in via Guido Reni, i lavori hanno ridisegnato gli spazi interni. Entrambi gli edifici, annuncia il Comune, apriranno nelle prossime settimane.
A poche centinaia di metri, le dieci palazzine Ater che si affacciano su viale Santa Francesca Cabrini hanno
un aspetto diverso da qualche mese. Completamente rinnovate nell’ambito del programma Pinqua del Ministero delle infrastrutture — 8,5 milioni di euro — ospitano ora sessantaquattro alloggi di edilizia residenziale pubblica progettati secondo i criteri più aggiornati di e icienza energetica. «Sono i quartieri più densamente abitati della città», sottolinea il Comune: non si trattava solo di ristrutturare le facciate, ma di riconsegnare spazi urbani a chi li abita ogni giorno.
Dentro questo bilancio, però, si nasconde ancora la tensione dei numeri. Il 30 giugno non è solo una data: è il confine entro cui l’Unione Europea si aspetta la rendicontazione completa. Giordani lo sa e lo dice. «La soddisfazione è grande», riconosce il sindaco, «ma sappiamo anche quanta pazienza abbiamo chiesto ai residenti e ai commercianti per i cantieri che hanno rallentato la vita nei quartieri». Non è retorica: chi ha vissuto quegli anni sa che ogni via chiusa aveva un costo, non solo in termini di tra ico.
Tre anni fa, a Pasqua, il centro di Padova era ancora un cantiere aperto. Ogni ponteggio, ogni deviazione, ogni tombino sollevato era il segno fisico di un cambiamento promesso. Adesso quei segni si stanno chiudendo uno per uno, e la città che emerge assomiglia, almeno in parte, a quella disegnata sui rendering del 2022. Mobilità, rigenerazione, abitare: sono i tre assi su cui Padova ha costruito la sua risposta al PNRR. Adesso tocca al tempo — e ai due cantieri ancora aperti — dimostrare se quella risposta era all’altezza della domanda.
• Sara Busato
Quarantacinque milioni di euro sono stati destinati alla rigenerazione urbana e territoriale: recupero di aree degradate, manutenzioni straordinarie, efficientamento energetico degli edifici pubblici, restauro del patrimonio residenziale
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PNRR/3. Un passaggio simbolico ma anche operativo che sena l’avvio del conto alla rovescia verso il pre-esercizio
SIR3, PRIMO VIAGGIO NOTTURNO: DA VOLTABAROZZO ALLA STAZIONE
Il tram del Sir3 ha percorso per la prima volta l’intera tratta tra Voltabarozzo e la stazione. È accaduto durante una corsa notturna tecnica: un convoglio è uscito dal capolinea di Voltabarozzo, ha attraversato la nuova via guidata fino alla stazione ferroviaria e ha poi proseguito verso il capolinea della Guizza, dove è stato parcheggiato in deposito.
Un passaggio simbolico ma anche operativo, che segna l’avvio del conto alla rovescia verso il pre-esercizio, previsto entro la fine dell’estate. Il primo viaggio, per ragioni di sicurezza, è stato e ettuato con il mezzo trainato da un trattore. «Ci era stato chiesto se, prima della festa di Sant’Antonio, saremmo riusciti a far uscire un convoglio dal deposito – ha spiegato l’assessore alla Mobilità Andrea Ragona –. La risposta è arrivata con qualche giorno di anticipo, visto che siamo solo all’inizio di giugno. Nei prossimi giorni porteremo alla Guizza anche gli altri quattro mezzi attualmente
in deposito a Voltabarozzo, dove saranno sottoposti ai test necessari». Secondo Ragona rappresenta «un passo importantissimo in vista dell’entrata in servizio del sistema Smart». L’assessore ha voluto ringraziare «le migliaia di persone che in questi anni hanno lavorato al progetto e che stanno contribuendo al raggiungimento di questo traguardo». Nei giorni scorsi era stata completata anche la posa delle rotaie nella direzione Voltabarozzo-Stazione. L’ultimo intervento ha interessato l’area nei pressi della stazione degli autobus, all’incrocio con via della Pace, approfittando dei giorni festivi e della conseguente riduzione del tra ico. Il completamento della rotaia consente ora lo spostamento dei mezzi da Voltabarozzo verso la stazione. I quattro convogli Translohr ancora fermi in deposito saranno trasferiti sulla linea Sir1, dove potranno iniziare i collaudi alternandosi ai mezzi già in servizio. Ogni tram, prima dell’entrata in funzione, dovrà percorrere almeno mille
chilometri per verificare su strada tutte le componenti. Solo dopo questa fase, e una volta completati i test sulla linea, potrà partire il pre-esercizio necessario per ottenere il nulla osta all’avvio del servizio, atteso entro la fine dell’anno. «Trasferire i mezzi sulla Sir1 permette di anticipare una fase importante e ottimizzare i tempi – ha aggiunto Ragona –. Nei prossimi giorni si vedranno
quindi i tram circolare a Voltabarozzo. Durante l’estate sono previsti anche nuovi appuntamenti di Piazza Tram per accompagnare i cittadini verso l’avvio del servizio e fornire tutte le informazioni utili». Intanto proseguono anche i lavori del Sir2, la linea Rubano-Vigonza. «La piattaforma è praticamente conclusa sia nel lotto est sia nel lotto ovest – ha
spiegato l’assessore –. Ora si lavora soprattutto alla posa della rotaia, alla predisposizione dei pali elettrici e all’impiantistica». L’obiettivo del Comune è completare le opere strutturali entro l’estate e avviare il pre-esercizio entro la fine dell’anno. Entro la prossima estate, inoltre, è previsto l’arrivo dei dieci nuovi tram destinati alla linea Sir2, attualmente in produzione.
IN VIA ORLANDINI DEBUTTA IL “LIVING LAB” DI ITS RED ACADEMY, RIVOLUZIONE NELLO STUDIO
C’è un cane robot nei laboratori. E un van elettrico parcheggiato dentro. Stampanti 3D, droni, sistemi di taglio laser, strumenti per analisi termotecniche. Non è la vetrina di una fiera: è l’inventario di un’aula. L’aula del nuovo hub di ITS Red Academy, inaugurato in via Orlandini a Padova.
L’edificio ha quattro piani, 2.700 metri quadrati, e un’idea precisa: che la scuola non sia separata da quello che insegna. Ogni consumo energetico del palazzo viene monitorato in tempo reale - impianti, prestazioni ambientali, comportamento strutturale - attraverso sistemi digitali attivi ventiquattro ore su ventiquattro. Il palazzo si studia da solo, e chi
lo frequenta studia il palazzo. Un modello che i promotori chiamano «living lab»: gli studenti non simulano processi produttivi, li replicano su materiali e strumenti reali.
L’investimento supera gli 11,5 milioni di euro, coperti da fondi PNRR, Regione Veneto e Fondazione ITS Red Academy. Ospiterà oltre trecento studenti con corsi su edilizia sostenibile, energia, design e pubblica amministrazione. La struttura è certificata NZEB — Near Zero Energy Building, consumo quasi nullo e con materiali da processi di rigenerazione e un rain garden esterno per la raccolta e depurazione naturale dell’acqua piovana. «Nel mio precedente incarico come consigliere
provinciale all’Edilizia scolastica, ho seguito passo per passo l’evoluzione di questa struttura, che dal punto di vista urbanistico è fondamentale, perché significa riqualificare una parte di città - commenta l’assessore ai Lavori Pubblici del
Comune di Padova Luigi Alessandro Bisato - ma ancora prima dimostra come la collaborazione tra istituzioni possa prevenire i fenomeni sociali. Qui, ad esempio, una scuola superiore dismessa diventa la sede di un ITS, anticipando il fenomeno, purtroppo in atto, di mancanza di iscrizioni nelle scuole superiori».
Spazio, strumenti, energia: sono i tre assi su cui ITS Red Academy ha costruito il suo hub in via Orlandini. E la scommessa è che bastino a raccontare ai giovani padovani cosa significa lavorare nel futuro che li aspetta.
• (S.B.)
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VENETO2 4
LA CITTÀ CHE CAMBIA
Il colpo di scena. Due gli aspetti sollevati: la legge nazionale
OSPEDALE DI PADOVA EST, SPUNTA L’IDEA DI RIMETTERE MANO ALLA PROGETTAZIONE
I tempi, l’investimento e la visione: tre i nodi da sciogliere al più presto Regione, Università e Comune a confronto sull’opera da 820 milioni di euro e quasi mille posti letto
Trent’anni di tavoli, riunioni e promesse. Poi, ad agosto scorso, il momento che sembrava segnare la svolta: Luca Zaia riceve il progetto definitivo del nuovo polo ospedaliero di Padova Est con un taglio del nastro metaforico e la parola «storico» usata più volte. E adesso, mentre il progetto esecutivo è atteso entro fine anno e i cantieri dovrebbero partire a breve, si torna a parlare di rimettere mano ai disegni.
Le questioni che tengono banco sono due, sollevate dall’assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa. La prima è nazionale: il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega che introduce gli ospedali di terzo livello, strutture di eccellenza con bacino di utenza nazionale o sovranazionale, pensate per ridurre la mobilità sanitaria. Padova, con le sue specializzazioni e la sua vocazione universitaria, rientra naturalmente in questa categoria e la Regione vuole evitare di costruire qualcosa che nasca già vecchio rispetto al nuovo quadro normativo.
La seconda questione è, se possibile, ancora più concreta: il progetto è stato concepito anni fa, e nel frattempo la sanità è cambiata. La nuova giunta regionale sta valutando quali elementi confermare e quali aggiornare, anche in relazione alle dimensioni complessive, con l’obiettivo di evitare la realizzazione di una struttura che, una volta completata, risulti già superata.
Il direttore generale dell’Azienda Ospedale Università, Paolo Fortuna, è diretto: «L’importante è avere un ospedale al passo con i tempi che garantisca un’assistenza di altissimo livello. Mantengo massima collaborazione con la Regione. Padova merita di avere il terzo livello». Dietro all’architettura del dibattito si intravede però anche una questione di soldi. L’obiettivo è verificare la possibilità di accedere ai finanziamenti statali destinati agli ospedali di terzo livello, evitando così il ricorso esclusivo
al prestito Inail, che oggi garantisce circa 800 milioni dei 871 necessari. «Quando si parla di risorse pubbliche è necessario fare le scelte migliori»,
ha spiegato il governatore Stefani. «Se esiste la possibilità di ottenere un risparmio per i cittadini, abbiamo il dovere di percorrerla».
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Il rischio, però, è che l’attesa si allunghi ancora. La disponibilità dei fondi Inail scade il prossimo 31 dicembre, e i cantieri avrebbero già dovuto essere avviati. Dal ministero della Salute spiegano che la legge delega sugli ospedali di terzo livello non ha ancora completato il suo iter parlamentare e che i finanziamenti da Roma restano incerti. Il tempo, i soldi e la visione: sono i tre nodi che Padova deve sciogliere, ancora una volta, prima di poter posare la prima pietra. Ricordiamo che la struttura sarà realizzata in un’area di 40 ettari inserita nel quadrante est della città di Padova, si svilupperà su una superficie edificata complessiva di 220 mila mq, sarà dotato di 963 posti letto, di cui 90 di terapia intensiva. Sono previsti 2500 posti auto, 1550 presso il parcheggio multipiano. L’opera richiede un investimento di circa 820 milioni di euro, che si aggiungono ai 260 milioni già stanziati dalla Regione. Un impegno finanziario importante per un polo sanitario all’avanguardia, destinato a rivoluzionare la sanità del futuro Nel frattempo, anche il sindaco di Padova è intervenuto sul tema e sulle possibili modifiche al progetto: «Ho chiesto un incontro al presidente Stefani. C’è massima collaborazione, è stato firmato un accordo di programma in cui le cose sono chiare. Io sono ottimista» Il primo cittadino non vuole perdere tempo e nelle prossime settimane il sindaco Sergio Giordani, il presidente della Regione Alberto Stefani e la rettrice dell’università Daniela Mapelli si incontreranno per parlare del nuovo ospedale di Padova este della strada da seguire per questa opera attesa da decenni.
• Sara Busato
Totonomine a Palazzo Moroni. Tra veti incrociati, e “pizzini” via social, i retroscena della corsa alla candidatura a sindaco
PADOVA SI SCALDA PER IL POST-GIORDANI
IL “FATTORE MARCATO” SCUOTE IL CENTRODESTRA
APadova la campagna elettorale per le Comunali è ufficialmente cominciata nei corridoi della politica che conta, a suon di sussurri, smentite di rito e vigorose gomitate sotto il tavolo. Sebbene il traguardo sia ancora lontano, i motori dei partiti sono già su di giri per decidere chi raccoglierà la pesante eredità di Sergio Giordani a Palazzo Moroni. Nel centrosinistra si ragiona di continuità in una complessa alchimia tra civismo e figure di partito, ma è nel centrodestra che il termometro politico è già a livelli di guardia. Il grande gioco delle nomination ha infatti un protagonista assoluto che sta scombinando i piani delle segreterie regionali e nazionali: Roberto Marcato.
L’ex assessore regionale allo Sviluppo economico, noto per il suo stile diretto e senza peli sulla lingua, ha deciso di rompere gli indugi lanciando la propria autocandidatura. Un’uscita
che ha scatenato un vero e proprio terremoto nel risiko della coalizione. La Lega ha risposto presente, blindando il proprio “bulldog” e mettendo sul tavolo degli alleati il suo nome come scelta u iciale del Carroccio. Addirittura, la storica e talvolta spigolosa rivalità interna con l’ex sindaco Massimo Bitonci sembra essere stata congelata in nome della “reconquista” di Padova, suggellata da una strategica stretta di mano che ha ridisegnato gli equilibri della Liga veneta. Ma la politica, si sa, vive di dinamiche teatrali. La fuga in avanti di Marcato ha fatto immediatamente irrigidire i partner di coalizione. Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno reagito alzando il muro del metodo: «Prima si decide il programma e ci si siede al tavolo uniti, poi si fanno i nomi», è il mantra che rimbalza dai vertici azzurri e meloniani. Un modo elegante per dire che il “placet” sul nome dell’ex
assessore è tutt’altro che scontato. Il timore degli alleati è quello di farsi schiacciare da una figura politicamente iper-ingombrante, capace di fagocitare la scena comunicativa. Eppure, nel gossip di Palazzo, il vero colpo di scena è arrivato proprio dalle fila di Fratelli d’Italia, o meglio, da una sua esponente di primissimo piano. L’eurodeputata Elena Donazzan ha infatti deciso di tirare apertamente la volata a Marcato, rompendo la rigida disciplina di partito. Tra i due, colleghi storici per anni nella giunta regionale di Luca Zaia, il feeling politico e personale è di ferro. «Roberto mette passione fino in fondo, se fossi una cittadina di Padova non avrei dubbi», ha dichiarato l’europarlamentare. Un “endorsment” che ha fatto saltare sulla sedia più di qualche dirigente locale di FdI, impegnato a rivendicare la leadership della coalizione in virtù delle percentuali nazionali. Marcato, dal canto suo, oscilla abil-
mente tra l’a ondo e la diplomazia. Dopo aver sollevato il polverone, ha gettato acqua sul fuoco dichiarandosi «convintamente a disposizione con tutta la passione di sempre», rimettendosi poi alle decisioni delle segreterie. Nel frattempo, i rumors si rincorrono su possibili piani B o
candidati civici dell’ultimo minuto che i partiti potrebbero calare dall’alto per superare lo stallo. Ma la sensazione nei salotti padovani è netta: chiunque vorrà correre per il centrodestra, dovrà prima fare i conti con l’ingombrante presenza, e i voti, di Roberto Marcato.
Consiglio Provinciale, si impone lo schieramento di centrodestra, alta l’affluenza al voto
E’ il centrodestra ad imporsi alle elezioni per il nuovo Consiglio della Provincia di Padova con oltre il 61% delle preferenze e 10 seggi. Il voto, espresso in modo esclusivo da Sindaci e Consiglieri comunali in carica, ha registrato un’altissima a luenza alle urne: hanno infatti votato ben 1.122 elettori sui 1.380 aventi diritto, un dato finale pari all’81,30% del corpo elettorale. Il meccanismo normativo del voto ponderato, calcolato attribuendo pesi specifici e indici differenziati in base alle diverse fasce demografiche dei Comuni, ha decretato la netta a ermazione della lista “Centrodestra per Padova e Provincia”.
La coalizione vincente, che ha riproposto alcuni consiglieri uscenti accanto a nomi nuovi, ha ottenuto il 61,38% dei consensi complessivi, raggiungendo una cifra elettorale finale pari a 51.889 voti ponderati. Alla seconda forza politica in campo, l “Tutta la Provincia uniti per il territorio”, è andato il restante 38,62% delle preferenze, corrispondente a 32.651 voti ponderati. Sulla base di questi conteggi formali, i 16 seggi previsti per comporre l’assemblea di Palazzo Santo Stefano sono stati proporzionalmente ripartiti in 10 seggi alla lista di centrodestra e 6 seggi all’altra formazione.
Il nuovo Consiglio Provinciale risulta dunque u icialmente composto dai consiglieri elencati per voti di preferenza ponderati, fra loro diversi sindaci: Michele Sigolotto (7.617 voti), Davide Moro (5.471), Luigi Sabatino (5.367), Moreno Giacomazzi (5.046), Umberto Perilli (4.686), Elena Pagetta (4.122), Stefano Agujari Stoppa (4.113), Sofia Pinato (4.040), Enrico Perusin (4.026), Stefano Baraldo (3.993), Vincenzo Gottardo (3.896), Bruno Cacciavillani (3.823), Enrico Turrin (3.801), Marco Concolato (3.799), Massimo Cavazzana (3.673) ed Emanuela Gastaldello (3.365).
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Il nuovo Consiglio della Provincia di Padova
Roberto Marcato
IVIA DANTE PEDONALE: L’IDEA PIACE C
l centro conquista un altro pezzo di spazio: per i prossimi sei mesi Via Dante rimarrà chiusa per lavori e, alla riapertura, verrà pedonalizzata. I lavori si sono resi necessari per l’adeguamento della della rete idrica e della fognatura; verrà anche rifatta la pavimentazione in porfido, da Corso Milano fino a Porta Molino. Una volta terminati i lavori potrebbe davvero essere l’occasione per non riaprirla al tra ico automobilistico. “Se ne parla da trent’anni”, riferisce Francesco Tosato, Presidente di Legambiente Padova. “i residenti e i commercianti della via organizzarono ben due raccolte firme per chiedere la chiusura al tra ico e la riqualificazione di via Dante e via San Fermo. La prima petizione venne organizzata in particolare per chiedere l’istituzione di una zona a tra ico limitato, mentre la seconda, nel 2012, proponeva la pedonalizzazione dell’area. Da allora, tante promesse non mantenute”.
Sarà la volta buona ? Residenti e commercianti ci riprovano: sono
state raccolte oltre 500 firme, che i promotori hanno consegnato agli assessori Bressa e Ragona. “Noi come associazione commercianti del centro abbiamo voluto fortemente che la fermata del prossimo tram fosse posizionata al semaforo di corso Milano con l’incrocio di via Dante”, commenta Vanda Pellizzari per conto di Massimiliano Pellizzari, presidente dell’associazione commercianti centro. “Si tratta di una posizione strategica perché in quel punto sarà la fermata del centro storico e la gente scenderà proprio in via Dante, a due passi dalle Piazze. Perciò siamo favorevoli alla pedonalizzazione, anche per fasce orarie, perché ravviverebbe quel tratto di via dove attualmente sono chiusi i tre quarti dei negozi”. La proposta di rendere pedonale il breve tratto di via Dante che funge da porta d’ingresso al centro storico è stata accolta: si tratta di un varco ad accesso già limitato, utilizzato soprattutto in uscita da molti ambulanti e la soluzione a cui si sta lavorando è quella stabilire delle fasce orarie e avvalersi di
dispositivi automatici per regolare l’apertura e la chiusura. “Parliamo di un comparto che con l’arrivo del tram vedrà una profonda trasformazione”, ha commentato l ’assessore alla Mobilità Andrea Ragona. “La fermata in prossimità dell’accesso a via Dante, la renderà di fatto uno dei principali accessi al centro storico. È il primo passo di un ragionamento generale che deve coinvolgere tutte le persone interessate e deve avere come obiettivo quello di una città accessibile, di un centro storico vivo, pieno di persone e quindi
attrattivo e sicuro”. Il vicesindaco con delega alle Attività economiche Antonio Bressa ha dichiarato: “La prospettiva della pedonalizzazione a fasce orarie di questo tratto del centro storico aumenterà la qualità del contesto, portando valore a beneficio dei negozi e delle attività presenti. Condivideremo questo percorso con le associazioni di categoria e il nostro obiettivo è far coesistere esigenze diverse”.
• Diego Buonocore
Raccolta abiti usati, via le campane, arrivano i servizi alternativi
ambia il sistema di raccolta di abiti usati: via le “campane” gialle, che spesso diventano ricettacolo di abbandoni di oggetti non coerenti con la raccolta, via libera a nuovo sistema operativo, per ora, in via sperimentale, solo nel territorio della Consulta 3B, che comprende i rioni Forcellini, Terranegra, Camin, Granze e ZIP. Le campane sono state rimosse e sono stati attivati tre servizi sostitutivi:il conferimento presso i due centri di raccolta presenti; l’ecomobile ai mercati rionali di Mortise e Ponte di Brenta; e infine il ritiro a domicilio con prenotazione al servizio clienti.
“I primi risultati sono incoraggianti”, ha dichiarato Matteo Zanon, responsabile Presidio Servizi Ambientali di AcegasApsAmga, “dopo le prime settimane abbiamo riscontrato che l’Ecomobile ha avuto un grande successo ai mercati rionali, tanto che pensiamo di estendere il servizio anche nelle occasioni in cui sarà aperto il mercato di Campagna amica di Coldiretti”.
L’APS ha un contratto per il ritiro degli abiti usati con la Cooperativa Città Solare che è una cooperativa che si occupa di sviluppo di progetti sociali, e a tal fine provvede alla risistemazione degli abiti e a rimetterli in circolo. La sperimentazione durerà almeno sei mesi e servirà a capire quale dei servizi sarà più o meno utilizzato per poi definire meglio gli interventi, Nel resto della città almeno per ora per la raccolta degli indumenti usati rimarranno le campane gialle.
• (D.B.)
Vanda Pellizzari e via Dante
L’intervista. Alessandro Balzan, presidente consulta 4A: “Incentivi alle famiglie che si proteggono”
Rischio allagamenti, pericolo costante “Chiediamo risorse per la prevenzione”
“Il grande problema del nostro territorio sono gli allagamenti”, racconta Alessandro Balzan, presidente della Consulta 4A che comprende i quartieri Città Giardino, S. Osvaldo, S. Rita, Madonna Pellegrina, S. Croce e S. Paolo. “Purtroppo è un fenomeno che comincia a diventare stagionale: una volta a maggio una a settembre arriva la bomba d’acqua e finiamo sotto. In
particolare la zona di Madonna Pellegrina, via Tre garofani, via Comino e, nonostante siano stati fatti dei lavori, la zona di via Facciolati. Sono aree più basse e a ogni forte pioggia garage e piano terra delle case si allagano. Le competenze sono di tre enti diversi: Comune, Aps-Acegas e Consorzio Bacchiglione Brenta, e non è facile il coordinamento”. Ci sono progetti per evitare nuovi
allagamenti ?
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1.000 mq di spazio
“La Consulta ha sollecitato per vedere di studiare delle soluzioni. Bisogna capire come intervenire: con micro bacini, qualche pompa in più, l’allargamento di qualche conduttura. Qualche residente ha installato le “palazzine modello Venezia”, protezioni che si mettono davanti alla porte per bloccare l’acqua. Il costo è alto, circa 1500 euro. Abbiamo chiesto che nel bilancio comunale ci siamo incentivi per chi si attrezza per proteggere la casa dall’acqua. Stiamo anche valutando la possibilità di organizzare dei gruppi d’acquisto per mettere assieme più famiglie con un unico grande ordine e vedere cosa si può risparmiare”.
In queste settimane le Consulte di quartiere hanno concluso il lavoro di raccolta delle proposte dei cittadini per le iniziative finanziate dal bilancio partecipato. Quali sono i progetti su cui sono stati aperti i bandi ?
“Abbiamo deciso di promuovere quattro eventi da svolgere all’interno del Bastione Alicorno che valorizzino l’ambiente e ne esaltino la particolarità. Saranno eventi di tipo culturale, musicale e teatrale; le proposte concertistiche saranno prevalentemente di tipo acustico, abbracceranno culture diverse, inclusive, aperte ai popoli, adatte a creare spazi
in cui l’ascoltatore si lasci trasportare e ricaricare; l’animazione teatrale si svolgerà prevalentemente in barca, sarà inclusiva favorendo la partecipazione di persone disabili e anziani a mobilità ridotta”.
Altri bandi riguardano il portierato e le cene di quartiere.
“L’associazione Gulliver, che si occupa di assistenza alla disabilità, si è o erta per assistere gratuitamente persone anziane o in di icoltà nelle pratiche
amministrative on line, presso la loro sede in via Marghera”. Poi abbiamo moltiplicato le occasioni di incontro nel vicinato: chiudiamo una strada e allestiamo tavoli sedie per un aperitivo, una cena, una occasione di incontro. Per noi è anche un modo per rilevare le richieste che ci vengono dal territorio”.
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Bilancio partecipato, nei quartieri già oltre mille
l Bilancio partecipato torna nei quartieri e prova a raccogliere, direttamente dal territorio, le priorità dei cittadini in vista dell’edizione 2027. È entrata nel vivo, a Padova, la fase di consultazione promossa dal Comune per costruire dal basso una parte degli interventi da realizzare nei quartieri, grazie ai 350 mila euro messi a disposizione dall’amministrazione comunale. Il percorso, avviato da circa due mesi, sta attraversando la città attraverso una presenza capillare negli eventi, negli appuntamenti pubblici e nei momenti di socialità organizzati nei dieci quartieri padovani. L’obiettivo è intercettare residenti, associazioni, famiglie, giovani e realtà attive sul territorio, raccogliendo indicazioni, bisogni e proposte su ciò che potrebbe essere migliorato negli spazi di vita quotidiana. Ad oggi il Bilancio partecipato è stato presentato in 18
eventi territoriali. Occasioni di incontro che hanno permesso di raggiungere mediamente più di quaranta persone per ogni appuntamento. In ciascuna tappa cittadine e cittadini hanno potuto conoscere da vicino il funzionamento dell’iniziativa e compilare un questionario dedicato, pensato per far emergere osservazioni, suggerimenti e priorità di intervento.
La risposta della comunità, secondo i primi dati raccolti, è già significativa: sono 1.118 i questionari compilati fino a questo momento. Un numero che conferma l’interesse dei padovani verso uno strumento pensato per favorire la partecipazione diretta e il coinvolgimento dei quartieri nelle scelte pubbliche. La consultazione resta ancora aperta. Chi non ha ancora partecipato può contribuire all’individuazione delle priorità per il proprio quartiere compilando il
questionario disponibile attraverso il QR code che pubblichiamo qui accanto, ma anche di uso nei materiali informativi o collegandosi al sito del Comune di Padova. La fase di ascolto rappresenta il primo passaggio del percorso che porterà alla definizione degli interventi da finanziare con il Bilancio partecipato 2027.
• Sara Busato
• Diego Bonocore
Alessandro Balzan
Inquadra il QR code qui sopra per compilare direttamente il questionario
La guida. Il fisico Alessandro De Angelis firma un libro che è un po’ itinerario
e un po’ racconto
PADOVA A PIEDI CON GALILEO GALILEI SCOPRIRE LA CITTÀ CON LO SCIENZIATO
Galileo Galilei lo scrisse chiaramente: i diciotto anni passati a Padova furono i migliori di tutta la sua vita. E non lo diceva tanto per dire. In città lo scienziato insegnava e faceva scoperte rivoluzionarie, ma faceva anche una vita normalissima, fatta di relazioni, passeggiate e quotidianità. Parte proprio da qui “Padova. La guida galileiana”, il nuovo libro di Alessandro De Angelis, professore di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova. Il volume, pubblicato da Editoriale Programma con il patrocinio del Comune, è appena arrivato in libreria.
Non aspettatevi un mattone accademico e nemmeno una generica guida turistica. L’idea di De Angelis è diversa: invitare il lettore a camminare per la città usando lo scienziato come compagno di viaggio. Il testo mette insieme la storia della scienza con l’arte, l’architettura e le curiosità della Padova a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento.
Il libro si sviluppa lungo tre percorsi concreti, pensati sia per chi visita la città per la prima volta, sia per i padovani che vogliono guardare i soliti posti con occhi diversi. Il primo itinerario parte da Prato della Valle e dall’Orto Botanico, toccando la Basilica del Santo e la zona in cui Galileo abitava e lavorava. Il secondo ci porta dritti nel centro storico: si cammina tra i banchi del mercato, si passa sotto il Palazzo della Ragione, si entra al Bo e si arriva fino alla Specola. Il terzo percorso, invece, unisce l’arte alla Padova moderna: parte dalla Cappella degli Scrovegni e dai Giardini dell’Arena, attraversa il Portello – l’antico quartiere degli studenti – e arriva fino ai nuovi edifici dell’università, che continua a cambiare pelle. A rendere interessante il libro, arricchito da un centinaio di belle fotografie, è il modo in cui viene raccontato il protagonista. Galileo non viene dipinto come un genio elevato o incomprensibile, ma come un uomo in carne e ossa: un professore che si spostava per la città, un viaggiatore, una persona inserita a pieno nella vita sociale dell’epoca. Chi scrive ha decisamentee le carte in regola per farlo. Alessandro De Angelis è un astrofisico che ha lavorato al Cern di Ginevra, alla Nasa e al Max Planck di Monaco, e oggi
si occupa di relazioni scientifiche a Parigi. Soprattutto, è uno dei massimi esperti del periodo galileiano. Con questa guida riesce a fare divulgazione vera, unendo la precisione storica a un tono accessibile a tutti. Alla fine della lettura, l’impressione è quella di riscoprire Padova come un posto vivo, dove la memoria e la ricerca di oggi continuano a parlarsi, trasformazione dopo trasformazione, in una città che non ha mai smesso di muoversi.
Sessione estiva a Unipd: il supporto di UDU contro l’ansia da esame
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Dal 15 giugno al 18 luglio l’Università di Padova entra nel vivo della sessione estiva. Un mese intenso di esami, ed appelli u iciali che mette a dura prova migliaia di studenti. Proprio in queste ore, il sindacato studentesco UDU Padova ha rilanciato un messaggio forte sui propri canali social per accendere i riflettori sulla salute mentale. “L’ansia può prendere il sopravvento. Il nostro percorso è fatto di inciampi, non è una gara: un voto non definisce chi siamo né quanto valiamo. Sbagliare è normale, stare male non deve esserlo.”
UDU ricorda a tutti il diritto di fermarsi e di non isolarsi nei momenti di crisi. Chi si sente in di icoltà può contare sul supporto psicologico gratuito dell’Ateneo: lo sportello è accessibile via mail (utilizzando le credenziali Unipd) all’indirizzo sap.cp.scup@unipd.it. Perché l’università deve essere un luogo di crescita, non di so erenza.
• (E.C.)
• Enrico Caccin
La cattedra di Galileo all’Università di Padova
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Caro-vita. L’allarme della Caritas: “Siamo di fronte all’emergenza dei working poor”.
L’INFLAZIONE SPAVENTA 7 PERSONE SU 10 COLPITI DISOCCUPATI, CASALINGHE E OPERAI
La corsa incessante dei prezzi e il caro-vita si confermano come le minacce più sentite e destabilizzanti per l’opinione pubblica del Nord Est. I dati della più recente indagine condotta da Demos per l’Osservatorio sul Nord Est, pubblicata a maggio scorso, delineano un quadro macroeconomico e sociale drammatico: ben il 70% degli intervistati (pari a 7 cittadini su 10) dichiara di provare una forte paura (“molto” o “moltissimo”) che la propria famiglia non riesca più a mantenere un tenore di vita dignitoso nel prossimo futuro. Soltanto una netta minoranza si dichiara poco preoccupata (26%) o per nulla intimorita (4%) dall’attuale spirale inflazionistica. Il timore legato al caro-prezzi tende a crescere soprattutto tra i cittadini in età centrale, specificamente nella fascia
tra i 30 e i 44 anni (77%) e tra i 55 e i 64 anni (75%), ovvero i segmenti di popolazione maggiormente esposti ai carichi familiari, ai mutui e alla gestione dei figli, seguiti dal target 45-54 anni (69%) e dai più giovani tra i 18 e i 29 anni (66%), per chiudere con gli over 65 (65%). Al contrario, i rincari e la perdita di potere d’acquisto risultano sensibilmente meno sentiti all’interno delle grandi città e dei grandi centri urbani, dove la preoccupazione si ferma al 60%, rispetto ai comuni con meno di 15.000 abitanti, dove la quota di cittadini allarmati schizza al 71%.
Sul fronte professionale, l’inflazione si configura come una vera e propria tassa regressiva che colpisce in modo asimmetrico le fasce economicamente più deboli della società. Se tra gli imprenditori e i liberi professionisti l’allarme si attesta intorno al 50%
e tra gli studenti scende al 58%, la percentuale sale vertiginosamente tra i disoccupati (81%), gli operai (78%), le casalinghe (77%) e i pensionati (69%), seguiti da vicino da tecnici e impiegati (71%).
L’impatto sociale descritto dai dati trova drammatico riscontro nelle testimonianze sul campo delle organizzazioni assistenziali del territorio. La Caritas rileva un aumento delle richieste di aiuto da parte di famiglie inserite in una situazione di povertà e, sempre più spesso, non si tratta di persone senza lavoro o disoccupate. Si riscontrano crescenti di icoltà anche tra le persone stabilmente occupate: molte famiglie continuano a vivere in condizioni di indigenza assoluta perché gli stipendi restano troppo bassi rispetto all’aumento del costo della vita. La fascia grigia è oggi composta
da lavoratori dipendenti con stipendi bassi e qualifiche insu icienti, unita alla discontinuità lavorativa e alla disparità tra uomo e donna, in un contesto in cui l’imprenditore spesso non riconosce adeguatamente il valore del lavoro.
L’economista Paolo Legrenzi definisce l’inflazione come “una tassa iniqua che
ARCELLA, VERSO LA CHIUSURA LO STORICO “CASALINGHI DALLA LUCIANA” “NEL COMMERCIO DA GENERAZIONI, MA ORMAI I TEMPI SONO CAMBIATI”
Le fotografie raccontano un’epoca felice; l’attualità riferisce di una serranda che si abbassa per l’ultima volta, un’altro negozio che chiude, un quartiere che perde un pezzo di storia. “Casalinghi dalla Luciana” è in via Tiziano Vecellio, quartiere Arcella, da oltre mezzo secolo. Prima ancora era la sede dell’attività di famiglia, magazzino di casalinghi all’ingrosso. “Questo negozio l’hanno aperto i miei genitori, e io son nata in questo stesso palazzo”, racconta Claudia Borselli, 70 anni. “Papà, nonno, lo zio, facevano gli ambulanti: sono generazioni che siamo nel commercio. Dalla Toscana sono arrivati a Padova e vi si sono stabiliti. Dopo la guerra sono venuti anche mia nonna, mia zia,
e hanno avviato l’attività di vendita all’ingrosso di casalinghi all’Arcella. Adesso ho 70 anni, per questo ho deciso di andare in pensione”.
Cosa prova in questa nuova fase della sua vita?
“Da una parte un pò di sconforto, perché è una vita passata qui dentro, sono un pò dispiaciuta. E poi con tutte queste incombenze nuove, con internet con questo con quello, io non sono pratica, devo sempre aspettare mia figlia che mi aiuta. E poi con Amazon, quelle cose lì, hanno un pò rovinato il commercio”.
I figli, hanno scelto altre strade ?
“Mia figlia insegna, il figlio è laureato in agraria e lavora nell’ambito dell’agricoltura, è giusto così. Non
colpisce solo alcuni”, evidenziando come agisca in modo invisibile modificando radicalmente la percezione psicologica del benessere economico dei singoli e riducendo il potere d’acquisto reale a parità di stipendio percepito.
• Vincenzo Gottardo
ci sono ancora i nipotini, al momento. Poi si vedrà. Qual è stato il periodo migliore per il commercio?
“Gli anni buoni sono stati gli anni 80 e i 90, anche i primi anni 2000. poi un pò alla volta si è andati sempre calando. Dopo il Covid c’è stato un cambiamento totale, almeno nel nostro settore.Qui nella via hanno chiuso tutti i negozi: c’erano il panificio, il macellaio, il fruttivendolo…siamo rimasti da soli. Così i quartieri muoiono. Il 3 settembre sarà un giorno speciale, per la chiusura aspettiamo tutti i nostri clienti storici qui, a festeggiare insieme”.
• Diego Buonocore
VITA IN CITTÀ
Città Giardino chiede l’area cani
Un’area verde attrezzata e recintata dove i cani possano muoversi in sicurezza, senza creare tensioni negli spazi pubblici condivisi. È questa la richiesta al centro della petizione online lanciata su openPetition ( https://www. openpetition.eu/it/petition/online/ vogliamo-un-parco-cani-nel-quartiere-citta-giardino-a-padova-chiediamo-al-comune-di-agire) per il quartiere Città Giardino, a Padova. La raccolta firme chiede all’amministrazione comunale di individuare uno spazio dedicato ai cani all’interno del quartiere. Al momento della consultazione la petizione ha un obiettivo fissato a quota 500 firme e una raccolta aperta fino al 20 novembre 2026.
La proposta entra anche nel merito delle possibili soluzioni. Le aree indicate sono due: il Parco Perlasca, in via Pio X, nella zona alberata sud-ovest, e il Bastione Alicorno, nell’area superiore. Secondo quanto riportato nella petizione, entrambe le ipotesi sarebbero compatibili con gli spazi già esistenti e non richiederebbero nuove costruzioni.
Lo spazio richiesto dovrebbe essere
dotato di una recinzione perimetrale sicura, panchine, zone d’ombra, fontanella con abbeveratoio, distributore di sacchetti igienici e cestini. Alla base della richiesta c’è un tema di convivenza urbana. Nel quartiere, si legge nella petizione, molti residenti possiedono cani ma non dispongono di un luogo sicuro e dedicato dove lasciarli liberi di correre e socializzare.
L’obiettivo, dunque, non è solo creare un’area per gli animali, ma migliorare la qualità della vita del quartiere, promuovendo un uso più ordinato e rispettoso del verde pubblico. Una richiesta definita semplice e a basso costo, ma con un impatto significativo sulla comunità.
• Sara Busato
Parco Perlasca
Bios Line supera i 50 milioni di fatturato
Nel panorama del benessere naturale, tra cosmetici e integratori naturali, Bios Line ha superato la quota di 50 milioni di fatturato, in crescita del 5,7%, rispetto all’anno precedente, CAGR a cinque anni del 7,4% ed Ebitda in miglioramento continuo. Indicatori che confermano la qualità dello sviluppo e la capacità di generare valore in modo sostenibile. “Un passaggio strategico”, dice Paolo Tramonti, Ceo di Bios Linea, “è stato l’ingresso di Palladio Holding, partner industriale e finanziario che ha contribuito ad accelerare il percorso di internazionalizzazione. Dopo l’apertura della prima filiale estera a Barcellona nel 2004, l’azienda guarda ora ad altri mercati europei. Intanto in Spagna la linea Principium è già presente in 1450 farmacie con riscontri positivi da parte di professionisti per qualità formulativa e solidità
scientifica”. L’azienda di San Nicolò, nel padovano, ha previsto un premio di risultato fino a 2500 euro lordi per dipendente, convertibile in welfare, inserito in un sistema articolato di benefit. Tra le iniziative più recenti ci sono anche programmi di supporto psicologico in collaborazione con Serenis Tealth e attività dedicate al benessere come corsi di yoga in azienda. Bios Line può contare su una rete distributiva di oltre 5 mila punti vendita tra erboristerie, farmacie e parafarmacie, a conferma di un radicamento solido nel canale professionale. Ha un portafoglio di 5 marchi, più di 450 referenze tra integratori e cosmetici e conta solo in Italia di una rete distributiva do oltre 5 mila punti vendita.
• Lieta Naccari
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Rosolina Mare: Consegna kit sacchetti per raccolta di erenziata dei ri uti per l’anno 2026
I kit per la raccolta dei ri uti, prodotti nelle seconde case di Rosolina Mare, usate stagionalmente
dal 15 settembre 2026
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La finale scudetto. Gli emiliani trionfano per la prima volta nella propria storia
PETRARCA, CHE AMAREZZA, IL SOGNO È FINITO: VALORUGBY CAMPIONE D’ITALIA
Il grigiore e la pioggia che hanno accompagnato Padova nel giorno della Festa della Repubblica sembravano quasi voler anticipare quello che sarebbe stato lo stato d’animo finale del popolo petrarchino. Nonostante la lotta, Valorugby si è dimostrato superiore. E così, il grigio è rimasto grigio in terra veneta e il sole ha seguito per la prima volta nella sua storia la via dell’Emilia. Al Plebiscito, in occasione Finale Scudetto della Serie A Élite Maschile 2025/26, i
Tuttineri sognavano il sedicesimo titolo davanti a quasi 8.000 spettatori. I ragazzi di Jimenez, però, non sono riusciti nell’impresa e a trionfare è stata la squadra di coach Marcello Violi. Il risultato finale è stato quello di un netto 27-5. Eppure l’inizio sembrava poter raccontare un’altra storia. I locali, galvanizzati dall’atmosfera delle grandi occasioni, corrono, vincono i duelli e fanno saltare in piedi l’intero stadio. Al 16’ Scagnolari trova la meta. Il Plebiscito si trasforma in
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MOLTE PORTE INSTALLATE ANNI FA OGGI POSSONO ESSERE APERTE
una bolgia: i veneti sono avanti e nell’aria avanza la sensazione che il Petrarca possa davvero far girare l’inerzia della partita a proprio favore. La storia della stagione però parla chiaro. Gli emiliani sono stati più forti nell’intero percorso. Primo posto in regular season e quattro precedenti con quattro vittorie, compresa la finale di Coppa Italia. Il campo, con il passare dei minuti, conferma spietato la realtà dei fatti. Il pomeriggio del Plebiscito si trasforma in un’illusione durata poco meno di un quarto d’ora. Da quel momento in poi, gli ospiti salgono in cattedra, trovando nel proprio mediano d’apertura, Schalk Hugo (Player of the Match), il perfetto direttore d’orchestra. Gli ultimi dodici minuti del primo tempo, di fatto, decidono lo Scudetto. La squadra di Violi cresce in ogni aspetto del gioco e concretizza la sua superiorità. Tre mete emiliane emiliane mandano le squadre al riposo sul 21-5. Nella ripresa ci prova con orgoglio il Petrarca, ma la difesa di Reggio Emilia si dimostra un muro impenetrabile. Hugo sugella definitivamente il match, con due calci di punizione, fissando il punteggio sul definitivo 27-5. Al Plebiscito così parte
la festa di Valorugby, che vince il primo Scudetto della propria storia. Dopo sette semifinali perse di fila, alla prima finale è arrivato il titolo. Si tratta di un bis dopo il trionfo in Coppa Italia di febbraio; è il successo di coach Violi, classe 1993, il più giovane allenatore a entrare nell’albo d’oro italiano. Un’impresa dunque da un lato, una delusione dall’altro. La sofferenza però non cancella quello che è stato il percorso dei Tuttineri: “Ci abbiamo provato, abbiamo dato tutto. Poi non siamo riusciti a venire fuori dai momenti di icili. Ma sono orgoglioso della squadra, della nostra annata, di ciò che abbiamo costruito”, ha raccontato il capitano Andrea Trotta a fine gara. Nonostante il rammarico, quello del Petrarca non può e non deve essere considerato un fallimento. La squadra di Victor Jimenez ha mostrato una crescita tecnica e caratteriale durante il percorso, che ha toccato il suo apice più elevato nel doppio derby in semifinale contro Rovigo. Il bilancio finale è quello di due finali raggiunte su due competizioni disponibili: un super Valorugby però ha chiuso ogni possibilità di sognare. Il futuro, chiusa l’era Alessandro Banzato,
lascia spazio a delle incognite. I padovani perderanno alcuni dei loro migliori giocatori, ma per ripartire potranno contare su un solido settore giovanile. Poteva essere un finale da film, con l’ultimo successo di una straordinaria avventura, ma nel pomeriggio del Plebiscito il cielo è rimasto grigio.
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IL CALCIO PADOVA HA UN NUOVO CONDOTTIERO: SI RIPARTE DA ANTONIO CALABRO
Il Calcio Padova ha scelto. Dopo un lungo casting estivo la panchina biancoscudata è stata a idata ad Antonio Calabro: per lui un contratto fino al giugno 2028. Reduce da un percorso straordinario alla guida della Carrarese — condotta a una storica promozione in Serie B dopo 76 anni e blindata per due anni consecutivi— il tecnico di Galatina arriva all’Euganeo nel pieno della maturità sportiva e umana. Il classe 1976 guiderà la società veneta al primo vero corso targato Alessandro Banzato con la voglia di intraprendere un progetto ambizioso, ma allo stesso tempo sostenibile. Antonio Calabro non è un nome da social: “Non ho un passato da calciatore di Serie A. Ho imparato a migliorare conoscendo i bassifondi del calcio italiano. Questo mi onora. Il mio è un percorso lungo, una giostra di sali e scendi, l’importante è mantenere l’equilibrio giusto nei momenti belli e brutti”, aveva raccontato in con-
ferenza stampa qualche mese fa. Il suo percorso è infatti fatto di grandi picchi, ma anche di fasi di icili. Aveva ottenuto la Serie B nel 2017 dopo aver fatto benissimo con Gallipoli e Virtus Francavilla (dall’Eccellenza ai play o in Serie C). Il Carpi è la grande occasione pe il salto in cadetteria: l’undicesimo posto ottenuto però non vale la conferma in cadetteria. E allora Calabro è costretto a ricominciare; Viterbese, Catanzaro e ancora Virtus Francavilla in Serie C. Un’attesa durata sette anni per riprendersi quanto perso. Il luogo giusto per farlo è la Carrarese, con cui ha costruito un vero e proprio capolavoro: arrivato a gennaio 2024, vince i play o di Serie C da outsider e poi ottiene due salvezze consecutive in cadetteria. Durante le cadute il pugliese si è fermato e ha provato a riscoprire sé stesso; ha preso preso spunto dalla filosofia, dalla natura, dalla campagna, dall’orto e dal mare, imparando a conoscere meglio i rap-
porti umani. Così è tornato più forte, fino ad arrivare oggi alla panchina del Padova. La difesa a 3 come guida tattica, la forza del gruppo al centro di tutto, la voglia di continuare a crescere: i biancoscudati e Calabro si sono scelti per diventare grandi insieme. La nuova sfida all’ombra del Santo è già cominciata.
• (S.P.)
• Stefano Parpajola
Andrea Trotta, foto Petrarca Rugby
Antonio Calabro
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La “Svolta a Nord” e il fragile patto di Roma
Acomplicare il risiko concorrono fattori esterni che spingono per una rapida definizione degli equilibri. Da un lato vi è il costante monitoraggio dei flussi elettorali, dall’altro la pressione esercitata dalle nuove correnti identitarie radicali legate alla nascita di movimenti come “Futuro Nazionale” di Roberto Vannacci, capace di intercettare parte del
dissenso ma guardato con forte prudenza dall’ala più istituzionale e pragmatica del settentrione. Per gli amministratori veneti, la priorità resta la tutela dell’autonomia e il radicamento sul territorio, elementi che hanno storicamente decretato il successo del brand Liga Veneta. Se l’accordo di mediazione interna dovesse reggere, la struttura del partito potrebbe
La Lega alla ricerca di una sintesi tra leadership nazionale e correnti identitarie
evolvere verso un modello a doppia trazione, simile alla storica dinamica della Csu bavarese: una leadership nazionale a iancata
da un forte e autonomo presidio del Nord. Al contrario, se la sintesi dovesse sfumare, il rischio è che il malcontento accumulato nei territori del Nord-Est si addensi attorno ai volti storici della governance regionale. La partita veneta, con le sue tese dinamiche congressuali e i posizionamenti in vista dei futuri appuntamenti elettorali, si conferma il vero termometro della tenuta della Lega.
Il dibattito. Da questo mese dedichiamo le pagine regionali ad un confronto su temi di attualità per il Veneto
STEFANI TIRA DRITTO SULL’ AUTONOMIA:
“SACROSANTE RICHIESTE DAL TERRITORIO”
L’obiettivo resta rafforzare l’efficienza amministrativa e dare risposte più rapide ai cittadini
L’autonomia infiamma il dibattito politico veneto e nazionale su fronti contrapposti. “A chi ci accusa di spaccare l’Italia, rispondiamo con la Costituzione e con le sacrosante richieste del nostro territorio”: con queste parole il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, è intervenuto al termine dell’audizione a Roma davanti alle Commissioni A ari costituzionali di Camera e Senato, nell’ambito dell’esame del disegno di legge sull’autonomia di erenziata. Nel corso del confronto parlamentare, Stefani ha respinto le critiche mosse da alcuni esponenti dell’opposizione, secondo i quali la riforma rischierebbe di creare disparità tra i territori e di introdurre trattamenti di erenti tra i cittadini.
“Ci viene contestato di voler creare privilegi di erenziati, approvare norme non più uguali per tutti e aumentare gli stipendi nella sanità”, ha dichiarato il governatore, sottolineando di aver
ribadito in aula la volontà di tutelare gli interessi dei cittadini veneti.
Secondo Stefani, l’autonomia rappresenta uno strumento per ra orzare l’e icienza amministrativa e garantire risposte più rapide alle esigenze locali.
Tra gli obiettivi indicati dal presidente figurano il sostegno al sistema sanitario, l’aumento dell’attrattività del territorio e una maggiore capacità di intervento in caso di emergenze e calamità naturali.
“L’autonomia è responsabilità”, ha a ermato il governatore, evidenziando come il concetto implichi la capacità di rispondere concretamente delle scelte compiute. “I veneti conoscono bene il significato di questa parola e sono abituati a rendere conto del proprio operato”.
Stefani ha infine rilanciato il tema della valorizzazione del personale sanitario, sostenendo che le Regioni in grado di generare risparmi debbano poter destinare maggiori risorse ai lavoratori del settore. “Se una Regione, risparmiando, può aumentare gli stipendi e ra orzare la previdenza del personale della sanità, è giusto che lo faccia”, ha concluso.
Nei giorni successivi Stefani è tornato a difendere con decisione il percorso verso l’autonomia di erenziata, rivendicando la scelta come opportunità
istituzionale e non come fattore di divisione del Paese. L’occasione è venuta dai rilievi della Fondazione Gimbe emersi durante l’audizione in Commissione A ari costituzionali del Senato sugli schemi di pre-intesa relativi alla riforma, a proposito delle competenze richieste dalle Regioni su tariffe regionali differenziate, gestione autonoma delle risorse statali per edilizia sanitaria e tecnologie, istituzione di fondi sanitari integrativi regionali, assunzioni di personale e riallocazione di risorse nazionali vincolate
La Fondazione Gimbe ha ricordato che la Corte Costituzionale ha chiarito che il trasferimento di funzioni alle Regioni non può essere giustificato in modo generico, ma richiede un’istruttoria puntuale e motivata per ciascuna funzione oggetto di devoluzione, fondata sul principio di sussidiarietà e sulla dimostrazione che l’esercizio regionale sia in grado di perseguire meglio l’interesse pubblico. “Desta forti perplessità – ha detto Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione – che i quattro schemi di pre-intesa siano sostanzialmente
sovrapponibili, nonostante riguardino Regioni con caratteristiche epidemiologiche, demografiche, organizzative e assistenziali profondamente diverse. Prima di attribuire nuove competenze – ha avvertito Cartabellotta – occorre garantire che i diritti già previsti siano realmente esigibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Secondo Stefani il nodo centrale è il miglioramento della sanità regionale, con l’obiettivo di renderla più vicina ai cittadini e più aderente ai bisogni dei territori. “I veneti hanno diritto a una sanità migliore”, ha a ermato, sottolineando come l’autonomia non comporti sottrazione di risorse ad altre regioni ma una diversa organizzazione delle competenze. “Voglio ribadire un principio: equità non significa livellare verso il basso la qualità dei servizi - insiste Stefani -. Stiamo parlando della salute delle persone. La riforma Calderoli non esclude nessuno: ciascuna Regione può scegliere se assumersi più responsabilità o lasciare che a gestire risorse e a prendere decisioni sia Roma. - conclude il presidente della Regione del Veneto - Noi, ancora una volta, faremo gli apripista”.
• (R.R.)
Il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani
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“AUTONOMIA, STAGIONE ARCHIVIATA, NUOVA FASE PER IL REGIONALISMO”
Tra le fila dell’opposizione in Consiglio Regionale l’autonomia invocata da Stefani e dal centrodestra è bersaglio di critiche. Per Giovanni Manildo, capogruppo del Partito Democratico e portavoce delle opposizioni, il progetto dell’autonomia di erenziata sarebbe ormai giunto al termine e, con esso, anche una lunga fase politica segnata da promesse rimaste incompiute.
“Siamo alla fine di lunga stagionea erma - segnata dalla inconcludente propaganda della Lega e di Zaia. Quella eterna promessa di un Veneto che avrebbe ottenuto poteri su 23 materie e valanghe di soldi, quel modello, chiacchiere e distintivo, va agli archivi. Non solo perché oggi si sta parlando di sole quattro funzioni, ma perché lo stesso Stefani si dice convinto che a questo schema si agganceranno altre Regioni. Arrivando così alla stessa conclusione di quanto da tempo sosteniamo e indichiamo: ovvero che alcune funzioni possono essere trasferite a
tutte le Regioni a Statuto ordinario”
Per il rappresentante dem, dunque, si chiude una fase politica e se ne apre un’altra, in cui il rapporto tra Stato e Regioni dovrebbe basarsi su una collaborazione più stretta e condivisa, superando i modelli precedenti di autonomia di erenziata.“Parliamo sostanzialmente di nuova stagione del regionalismo, destinato a scrivere una nuova pagina fatta di leale cooperazione fra lo Stato e le Regioni all’insegna di una cooperazione ra orzata”. Chiara Luisetto, consigliere regionale del Pd, intervenuta a Veneto24 aggiunge: “Credo che sia arrivato il momento di smetterla di illudere le persone e sostenere che con l’autonomia risolviamo tutti i problemi economici di questa regione, di un bilancio che non paga adeguatamente il personale e che non fornisce servizi sociosanitari dignitosi alle persone. Penso che sia necessario invece fare un salto di qualità non a parole, ma con i fatti. Questa riforma invece è svuotata perché non stiamo parlando
di una reale redistribuzione di risorse, néstiamo parlando di un’autonomia cooperativa. E’ piuttosto un’autonomia che spacchetta e divide il paese e che sembrerebbe voler creare disuguaglianze, però senza dare sostanza a una legge, ad un’autonomia che è stata promessa per decenni. Inoltre è stata considerata incostituzionale, perché, lo ricordiamo, la legge Calderoli è stata su sette punti svuotata dalla dalla pronuncia della Corte Costituzionale. Rischiamo davvero una divisione del Paese non corretta e non sana”.
“Avevo chiesto al presidente Stefani di venire in Aula a spiegare ai veneti cosa sta succedendo con l’Autonomia di erenziata”, ha dichiarato Carlo Cunegato, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in un intervento in Consiglio regionale. “Di recente è emerso - ha aggiunto il consigliere - che perfino i 300 milioni per la sanità promessi lo scorso anno da Luca Zaia, altro che i nove decimi delle tasse, sarebbero spariti dall’intesa firmata a febbraio. Senza
trasparenza una democrazia diventa zoppa, mutilata”. “Abbiamo interrogazioni a risposta immediata scadute da gennaio; di fatto sono trascorsi cinque mesi, ma il regolamento prevede 15 giorni” ha puntalizzato Cunegato-. Ci sono interrogazioni a risposta scritta scadute a dicembre. Ho chiesto dati sui
medici gettonisti nei Pronto Soccorso a gennaio, sollecitando più volte: ancora niente. I Pronto Soccorso veneti sono in grave crisi e abbiamo bisogno di capire cosa sta succedendo. Sono stato eletto per avere accesso ai dati, per capire come funziona la sanità che vale l’80% del bilancio regionale”.
LA CGIL: “NON SI TRATTA DI RISPOSTE A BISOGNI TERRITORIALI MA DI SCELTE
Presente alla Commissione A ari Costituzionali della Camera con il segretario confederale Christian Ferrari e il responsabile delle riforme istituzionali Florindo Oliverio la Cgil bocca il percorso delle intese preliminari su alcune materie. “Stiamo parlando di “protezione civile”, di “professioni”, di “previdenza complementare e integrativa”, di “tutela della salute”: materie che incidono direttamente sui diritti delle persone, - sottolineano i sindacalisti - sulla qualità del lavoro e sulla coesione e unitarietà del sistema pubblico. Basti pensare alla protezione civile: in un tempo segnato dall’emergenza climatica e dall’aumento degli eventi estremi, davvero si può sostenere che si tratti di una funzione
da frammentare ulteriormente, sottraendola a una forte regia nazionale e assegnandola in via esclusiva a questa o quella Regione? E lo stesso vale per la sanità. Attribuire ulteriori margini di autonomia in questa materia significa: accentuare la frantumazione del Servizio sanitario nazionale; indebolire i principi di universalità e uguaglianza dei diritti sociali; rendere ancora più profondi gli attuali – insostenibili – divari territoriali. La salute delle cittadine e dei cittadini non può dipendere dal luogo di nascita o di residenza. E non meno rilevanti sono i rischi nelle altre materie oggetto di devoluzione. Sulle professioni, il pericolo è quello di incrinare l’unità del mercato del lavoro nazionale, creando una giungla di regimi giuridici
diversi, vincoli, disparità e barriere localistiche. La Corte ha chiarito che qualsiasi ulteriore forma di autonomia deve essere giustificata da specificità concrete di ogni singola Regione. Nelle intese preliminari, questa specificità – come sottolineato da più parti durante queste audizioni – semplicemente non esiste: i testi sono identici, le richieste regionali assolutamente uguali e le motivazioni completamente generiche. Questo dimostra che non si tratta di risposte mirate a bisogni territoriali specifici, supportate da un’istruttoria oggettiva e scientificamente fondata, ma di una scelta puramente politica e ideologica: sostanzialmente, un atto di fede che non necessita né di spiegazioni né di motivazioni.
Chiara Luisetto Giovanni Manildo
DE POLI E L’AUTONOMIA: “E’ UNA SFIDA
DI RESPONSABILITÀ PER RAFFORZARE IL PAESE”
er troppo tempo il dibattito sull’autonomia di erenziata è stato raccontato come uno scontro tra chi vuole dividere l’Italia e chi vuole difenderne l’unità. È una rappresentazione semplicistica che non aiuta a comprendere la vera questione: l’autonomia serve per rendere le istituzioni più e icaci e più vicine ai cittadini”.
Il senatore Antonio De Poli (Udc) interviene sul dibattito di questi giorni e a erma che la recente audizione del presidente del Veneto Alberto Stefani “ha riportato il confronto sul terreno giusto, quello della responsabilità. Principio che non solo condivido in pieno, - aggiunge il senatore ma da cui vorrei partire, l’autonomia non è una bandiera ideologica né una mera rivendicazione identitaria. È uno strumento per migliorare il funzionamento dello Stato, rendere più e icaci le amministrazioni e costruire servizi più vicini alle esigenze dei cittadini e delle cittadine.
Per questo ho accolto con favore la decisione della Corte Costituzionale che ha
dichiarato inammissibile il referendum abrogativo sulla legge Calderoli. La Consulta ha ricordato che il percorso dell’autonomia rientra pienamente nel quadro costituzionale e che il confronto politico non può trasformarsi in un pregiudizio verso una riforma prevista dalla nostra Carta”.
De Poli richiama il referendum del 2017, con il quale oltre 2,3 milioni di veneti hanno chiesto più autonomia attraverso un referendum consultivo. “L’espressione democratica di una comunità che chiede di poter contribuire in modo più diretto all’organizzazione dei servizi e delle politiche pubbliche. Un mandato politico e istituzionale che merita rispetto. L’esperienza del Veneto dimostra che autonomia e unità nazionale non sono concetti in contrapposizione, al contrario possono ra orzarsi reciprocamente se l’obiettivo resta quello di o rire servizi migliori ai cittadini e rendere più e iciente l’azione pubblica. Naturalmente l’autonomia non può essere interpretata come una corsa solitaria delle Regioni più forti. L’Italia è una e indivisibile.
Ma proprio perché crediamo nell’unità del Paese dobbiamo avere il coraggio di costruire istituzioni più moderne e più capaci di rispondere ai bisogni dei territori, nel solco di quel principio di sussidiarietà che invita ad avvicinare le decisioni ai cittadini ogni volta che questo può migliorare la qualità dei servizi”. Il senatore porta l’esempio della sanità e si chiede; “Se una regione riesce a
organizzare i servizi in modo e iciente, ridurre gli sprechi e liberare risorse, perché non dovrebbe poter reinvestire quei risparmi per valorizzare medici, infermieri e operatori sanitari? In una fase in cui la carenza di personale rappresenta una delle principali emergenze del sistema sanitario nazionale, poter rendere più attrattivi gli ospedali e i servizi territoriali significa o rire una
risposta che tenga presente le esigenze territoriali e cittadine”.
Gli stessi presupposti valgono, continua De Poli, per la protezione civile, il lavoro e la formazione professionale. “Ecco che ritorniamo proprio al tema della responsabilità, riuscire a mettere l’e icienza al servizio dei cittadini, governando in modo più diretto. Sapendo che più competenze comportano più responsabilità, trasparenza e una più chiara valutazione dei risultati ottenuti. A questo proposito - continua - esistono principi che non possono essere messi in discussione. I livelli essenziali delle prestazioni (LEP) devono essere garantiti in ogni parte del Paese. La solidarietà nazionale resta un pilastro irrinunciabile della Repubblica. L’autonomia è una grande occasione per l’Italia perché saprà premiare la buona amministrazione, responsabilizzare chi governa e migliorare concretamente la qualità dei servizi. La sfida non è trasferire competenze da Roma ai territori, ma utilizzare quelle competenze per dare risposte più rapide”.
Il senatore Udc Antonio De Poli
cegliere un percorso universitario oggi significa guardare al futuro con occhi pratici: servono competenze spendibili subito e capacità di distinguersi in un mercato competitivo e in continua
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denti di costruire una vera e propria “cassetta degli attrezzi” e sviluppare competenze utili per operare in contesti professionali reali. La combinazione di preparazione accademica e attività applicative mira a formare specialisti pronti a inserirsi in diversi settori, dalla comunicazione al doppiaggio, dalla gastronomia alla mediazione linguistica.
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Il turismo rappresenta una componente chiave dell’economia italiana. Secondo il WTTC (World Travel and Tourism Council), nel
Un mercato che richiede professionalità Il contesto attuale conferma quanto sia importante una formazione orientata alla specializzazione. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, crescono le opportunità per chi possiede competenze specifiche e capacità pratiche immediatamente spendibili. Formarsi in ambiti strategici come criminologia e turismo consente di inserirsi in settori dinamici e numericamente rilevanti, in grado di offrire percorsi professionali concreti e stimolanti.
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Despar Nord investe sul Veneto
Ioccupazione e presenza sul territorio
l Veneto si conferma un’area strategica per Despar Nord che, nel 2025, ha consolidato la propria presenza in regione con un percorso capace di coniugare crescita economica, sviluppo territoriale e attenzione alle comunità locali. Accanto ai risultati commerciali, l’azienda ha ra orzato il proprio ruolo sociale attraverso iniziative dedicate all’inclusione, all’educazione e alla valorizzazione delle eccellenze del territorio. el corso dell’anno Despar Nord ha destinato oltre 160 mila euro ad attività sociali, culturali ed educative realizzate con associazioni, scuole, istituzioni e realtà locali. Tra i progetti più significativi, la collaborazione con la Cooperativa Vite Vere Down Dadi, con cui l’azienda ha promosso percorsi di integrazione sociale e opportunità lavorative per persone con disabilità, coinvolgendo direttamente anche alcuni punti vendita. È proseguita inoltre la partnership con
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che
DESPAR NORD RAFFORZA IL LEGAME CON IL VENETO: CRESCITA, FILIERE LOCALI E SOSTEGNO AL TERRITORIO
coinvolte nell’iniziativa. Oggi sono 81 le micro-realtà artigiane venete presenti sugli sca ali dei punti vendita, alle quali si aggiungono 41 produttori regionali per un totale di oltre mille referenze provenienti dal Veneto. Un modello che sostiene le filiere corte e valorizza i piccoli produttori.
U n percorso di crescita confermato
di euro con un incremento dell’1,49% rispetto al 2024. Sul territorio sono stati investiti oltre 24,5 milioni di euro per il potenziamento della rete vendita, che oggi in Veneto conta 155 punti vendita di cui 81 a gestione diretta e 74 a iliati. È cresciuta anche l’occupazione, con 324 fra nuove assunzioni e stabilizzazioni contrattuali che portano a 4.287 il numero complessivo dei collaboratori
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proposito di persone, Despar Nord ha celebrato anche in Veneto i “Giubilei”, l’appuntamento annuale dedicato ai collaboratori e alle collaboratrici con importanti anzianità di servizio e che hanno raggiunto la pensione. L a cerimonia per il Veneto si è svolta nelle scorse settimane a Villa di Montruglio, a Barbarano Vicentino, coinvolgendo complessivamente 378 persone: 41 pensionati e 337 collaboratori premiati per traguardi professionali compresi tra i 15 e i 40 anni di attività in azienda. Nata oltre vent’anni fa, l’iniziativa rappresenta per Despar Nord un momento di riconoscimento dell’esperienza e della professionalità maturate nel tempo dai propri collaboratori e collaboratrici. Per l’azienda, celebrare questi percorsi significa perciò valorizzare il contributo che ogni persona ha dato alla crescita di Despar Nord e al consolidamento del legame con il territorio, confermando al tempo stesso l’impegno nello sviluppo occupazionale nelle regioni in cui opera.
lo scorso anno nel solo Veneto ha Despar Nord e il tessuto agroalimentare
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Direttore Sanitario: Dott. Mario Bortolato
Apoco più di due settimane dall’attivazione, il numero europeo armonizzato 116117 sta già entrando nelle abitudini dei cittadini padovani. Il servizio, operativo dal 19 maggio nel territorio dell’Ulss 6 Euganea, ha infatti registrato oltre 6.800 chiamate nei primi quattordici giorni di attività, confermando l’interesse e la necessità di uno strumento dedicato alle esigenze sanitarie non urgenti.
Il 116117 rappresenta una delle principali novità introdotte nel sistema sanitario territoriale. Si tratta del numero telefonico gratuito che permette ai cittadini di entrare in contatto con la continuità assistenziale, ottenere informazioni sui servizi sanitari e ricevere indicazioni appropriate quando il problema di salute non richiede l’intervento immediato del Pronto Soccorso.
I dati raccolti nelle prime due settimane mostrano una media di quasi 500 chiamate al giorno, con picchi particolarmente elevati nelle fasce orarie serali e durante i fine settimana, quando gli ambulatori dei medici di medicina generale sono chiusi. Un risultato che evidenzia come il servizio stia rispondendo a un’esigenza concreta della popolazione, offrendo un punto di riferimento unico per orientarsi all’interno della rete sanitaria. Attraverso il 116117 è possibile contattare il servizio di continuità assistenziale, ex guardia medi-
ca, ricevere informazioni su medici di famiglia e pediatri di libera scelta, ottenere indicazioni sulle farmacie di turno e sugli altri servizi sanitari presenti sul territorio. Il numero non sostituisce invece il 118 o il 112 per le emergenze e le urgenze, che continuano a rappresentare il riferimento per tutte le situazioni che richiedono un intervento immediato. L’introduzione del servizio rientra nel percorso di riorganizzazione dell’assistenza territoriale promosso a livello nazionale e regionale, con l’obiettivo di semplificare l’accesso ai servizi sanitari e ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso. Il sistema consente infatti di indirizzare il cittadino verso la risposta più adeguata al proprio bisogno, evitando sovraccarichi alle strutture di emergenza per problematiche che possono essere gestite in altri contesti assistenziali.
I numeri registrati nelle prime settimane testimoniano una risposta positiva da parte della popolazione di Padova e provincia. Per questo l’Ulss Euganea invita i cittadini a ricordare e utilizzare il 116117 ogni volta che si presenta un problema sanitario non urgente o quando si ha bisogno di informazioni e orientamento all’interno del sistema sanitario. Un servizio destinato a diventare sempre più centrale nella gestione dell’assistenza territoriale e nel rapporto quotidiano tra cittadini e sanità pubblica.
Quasi 7 mila chiamate in due settimane al 116117, il nuovo numero sanitario entra nelle abitudini dei cittadini
“Ho provato il 116117 e vi racconto com’è andata”
• di Nicola Stievano
Sono una delle circa settemila persone che hanno composto il numero unico 116117 per le richieste sanitarie non urgenti in Veneto nelle prime settimane di attività. Il Numero Europeo Armonizzato, che di fatto dal mese scorso rappresenta l’accesso al servizio di continuità assistenziale - l’ex guardia medica - ma anche il punto di prima informazione di carattere sanitario, è gratuito e raggiungibile sia dal telefono fisso che dal cellulare. Ma veniamo alla mia personale esperienza proprio nei primi giorni di avvio del nuovo numero unico. Dopo una notte pressoché insonne a casua di un insistente dolore ad un orecchio, di buon mattino, alle 6.50 per la precisione, ho composto il 116117 per chiedere l’eventuale assistenza della guardia medica, visto che era sabato. L’attesa è durata qualche istante e la risposta pressoché immediata. Sono stato messo in comunicazione con una giovane donna che ha raccolto la mia segnalazione e i miei dati. Dopo avermi fatto qualche domanda per completare il quadro mi ha
spiegato che avrebbe girato la segnalazione alla continuità assistenziale del mio distretto dell Ulss 6 e che sarei stato contattato direttamente dal medico. Mi ha raccomandato infine di rispondere anche ad un eventuale numero privato. Da quel momento è iniziata l’attesa ma non è stato un problema visto che non si trattava di un’urgenza, per la quale altrimenti avrei agito diversamente. La telefonata è arrivata dopo mezz’ora, da un numero privato in effetti. Il medico aveva le informazioni lasciate al numero unico e, dopo qualche altra domanda, mi ha dato appuntamento all’ambulatorio della continuità assistenziale alle 10.45. Anche in questo caso l’attesa davanti all’ambulatorio è durata pochi istanti. Dopo una breve visita il medico ha prescritto la cura e sono tornato a casa. L’esperienza pertanto è stata positiva, con attese ridotte, nessun disguido e con un riscontro immediato e positivo. Se il servizio confermerà questa prima impressione rappresenterà senz’altro un passo avanti nel rendere più semplice il rapporto tra assistenza sanitaria e cittadini.
Ospedali. Più continuità assistenziale, meno accessi impropri ai Pronto Soccorso
Accordo tra Regione e medici di base: Case di Comunità aperte 24 ore su 24
La Regione Veneto e i sindacati dei medici di medicina generale hanno raggiunto un accordo destinato a rendere pienamente operative le Case di Comunità, strutture considerate uno dei cardini della riorganizzazione della sanità territoriale. L’intesa è stata definita al termine di un incontro svoltosi a Venezia tra il presidente della Regione Alberto Stefani, l’assessore alla Sanità Gino Gerosa, il direttore dell’Area Sanità e Sociale Giancarlo Ruscitti e le rappresentanze sindacali dei medici di famiglia. Mentre a livello nazionale la trattativa è ancora in fase critica, la Regione Veneto per prima in Italia raggiunge un accordo e funge da modello nazionale. L’obiettivo è rafforzare la medicina di prossimità e garantire una presenza stabile dei professionisti sanitari all’interno delle Case di Comunità, trasformandole in un punto di riferimento per i cittadini. I dettagli tecnici dell’accordo sono ancora in fase di definizione, ma il modello organizzativo è stato delineato. «Il Veneto si conferma un laboratorio di buone pratiche e un modello per il resto del Paese», ha dichiarato il presidente Stefani. «Fin dall’inizio abbiamo immaginato le Case di Comunità come il cuore della medicina territoriale, luoghi in cui i cittadini possano trovare assistenza continua e vicina ai loro bisogni».
L’accordo prevede che i medici di medicina generale convenzionati, inseriti nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), garantiscano la loro presenza nelle Case di Comunità dal lunedì al venerdì, nella fascia oraria
compresa tra le 8 e le 20. Nelle ore restanti sarà invece assicurato dai medici della continuità assistenziale, consentendo così alle strutture di rimanere operative 24 ore su 24. Per i medici con incarico a regime orario viene confermato l’impegno di 38 ore settimanali all’interno delle Case di Comunità, con attività prevalente nelle ore notturne e durante i fine settimana, contribuendo a rafforzare la copertura assistenziale nelle fasce orarie non coperte dai medici di famiglia. L’intesa prevede inoltre la possibilità, per entrambe le categorie di professionisti, di svolgere da sei a dieci ore aggiuntive settimanali, retribuite con un compenso di 60 euro lordi all’ora. Durante questi turni i medici potranno assistere non soltanto i propri assistiti, ma tutti i cittadini che accederanno alle strutture. Secondo l’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa, l’accordo rappresenta un passaggio fondamentale per dare concreta attuazione a uno dei progetti strategici della sanità veneta. Le Case di Comunità, ha sottolineato, avranno il compito di intercettare i bisogni assistenziali prima che si trasformino in emergenze o richiedano il ricorso agli ospedali. L’obiettivo della Regione è ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso e garantire una maggiore vicinanza ai cittadini, in particolare alle persone fragili e ai pazienti cronici. Un risultato raggiunto attraverso il confronto con i rappresentanti dei medici di famiglia e la definizione di un modello organizzativo che punta a rendere la sanità territoriale più accessibile e capillare.
In Oncologia il make-up aiuta i pazienti a sentirsi meglio
Migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici prima, durante e dopo le cure. È questo l’obiettivo di “Esteticamente DH”, progetto giunto alla seconda edizione e ospitato nei giorni scorsi nell’Unità operativa di Oncologia degli Ospedali Riuniti Padova Sud dell’Ulss 6 Euganea. L’iniziativa è stata organizzata con il supporto di una squadra di specialisti e si è articolata in due momenti distinti. La prima parte, aperta anche ai familiari, è stata dedicata all’informazione e al confronto. Durante gli incontri sono stati illustrati gli effetti delle terapie su pelle e mucose, con suggerimenti pratici per affrontare al meglio i disagi legati alle cure e consigli utili per la gestione quotidiana. Non è mancato uno spazio dedicato alle domande e alla condivisione delle esperienze dei pazienti. La seconda fase, riservata agli assistiti, ha trasformato alcune stanze del reparto in una “Temporary Beauty SPA”. Qui sono stati proposti massaggi a viso e mani, riflessologia plantare e consulenze personalizzate dedicate all’immagine, al trucco cor-
rettivo, all’armocromia e alla cura dei capelli. «In una delle stanze solitamente dedicate alle terapie, e che per l’occasione cambiano veste, si eseguono massaggio viso e mani e riflessologia plantare, con un operatore dedicato per ogni paziente», ha spiegato la dottoressa Laura Merlini, direttore della struttura. «Tutte queste attenzioni danno la connotazione di “coccola” alla parte pratica». Le indicazioni fornite durante il laboratorio sono state condivise con il personale sanitario coinvolto nel progetto, con l’obiettivo di aiutare i pazienti a vivere il percorso di cura in modo più consapevole e partecipato. «Lo scopo dell’evento, che rappresenta un valore aggiunto alla nostra quotidianità, è quello di informare le pazienti per migliorare il loro benessere e far vivere l’ospedale non solo come luogo di cura, ma anche come spazio in cui ci si prende cura della persona a tutto tondo», ha aggiunto la dottoressa Merlini, ringraziando la Fondazione Altre Parole per il sostegno all’iniziativa già avviata lo scorso anno a Piove di Sacco e ora estesa ai due poli ospedalieri.
La
tecnologia
che cura: come GPI sta cambiando la sanità digitale italiana
GPI è un gruppo italiano con sede a Trento, quotato in Borsa dal 2016, che sviluppa software, servizi e tecnologie per la sanità. Con 7.800 persone, oltre 9.000 clienti tra strutture pubbliche e private e una presenza in più di 70 Paesi, è uno dei principali attori europei nella trasformazione digitale dei sistemi sanitari. I numeri del 2025 - 546 milioni di euro di ricavi, in progressivo aumento - raccontano un’azienda che sta trasformando decenni di esperienza in crescita concreta. Ma i numeri da soli dicono poco. Ciò che distingue GPI è la visione che orienta ogni scelta: la tecnologia in sanità non serve a sostituire i medici né a complicare il lavoro degli operatori o l’esperienza dei pazienti.
Serve a rimuovere gli ostacoli burocratici e informativi che oggi rallentano le cure, sprecano risorse e rendono più dif cile prendere decisioni cliniche nel momento giusto. Un approccio che si declina lungo l’intero percorso di cura: dall’ospedale al territorio, no all’assistenza a domicilio del In particolare, l’intelligenza arti ciale non è una componente che si aggiunge ai sistemi esistenti, bensì si integra direttamente negli strumenti che medici e specialisti usano ogni giorno. Le applicazioni spaziano dal riconoscimento vocale dei segnali precoci di patologie cardiovascolari, neurodegenerative o di burnout negli operatori, a modelli probabilistici che supportano i centri di prenotazione nell’ottimizzare le liste d’attesa, no a sistemi predittivi che anticipano con elevata precisione i picchi di accesso al pronto soccorso. Un impegno che GPI ha formalizzato anche sul piano internazionale, essendo tra i primi operatori ad aver ottenuto la certi cazione ISO/IEC 42001, lo standard che de nisce i requisiti per un uso etico e trasparente dell’intelligenza arti ciale.
La stessa attenzione si ritrova sul fronte della sicurezza dei dati sanitari, una questione che tocca direttamente ogni cittadino. GPI ha scelto di aderire con convinzione a Intacture, un progetto di partenariato pubblico-privato che ha pochi equivalenti in Europa: un data center ricavato all’interno di una miniera attiva in Trentino, dove la roccia garantisce protezione sica naturale e il raffrescamento passivo della montagna abbatte i consumi energetici. Un’infrastruttura progettata per garantire elevati standard di sicurezza, continuità operativa e sovranità del dato, temi sempre più centrali nella gestione delle informazioni sanitarie.
Trasformare la sanità attraverso la tecnologia è un lavoro lungo, fatto di competenze accumulate nel tempo e di scelte strategiche. Con oltre 35 anni di attività, GPI continua a investire nello sviluppo di soluzioni digitali per la sanità, rafforzando la propria presenza sia in Italia sia sui mercati internazionali, con visione e sguardo rivolto al futuro.
Sede centrale Via Ragazzi del ’99, 13 - 38123 Trento (TN)
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