“All work and no play makes Jack a dull boy
“
#38
Estate2012
LANTERNA
Periodico dell’associazione studentesca “La Terna Sinistrorsa”
POLITECNICO
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INDICE
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Anche Brindisi mi ha scosso
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STOP! Summer time
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Terna Poligames
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Poliedro: opportunità, non diversità
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Critica alla ragion rinnovabile
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Catena di produzione del (dis)incanto I
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Euro 2012: il campionato dell’ipocrisia
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Tra videogiochi ed arte
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Spazio giochi
EDITORIALE
ANCHE BRINDISI MI HA SCOSSO di Federico Labriola
Chiamatela come volete, ma io ho avuto paura, quel giorno dell’attentato a Brindisi. Per tutto il giorno, forse angoscia, forse rabbia. O magari terrore. Perchè anche i giorni seguenti, quando al telegiornale annunciavano una “terribile notizia”, un tragico evento, ecco che il cuore iniziava a pulsare forte, ecco che la mente cadeva nell’ombra più nera, pronta a sentire la notizia di un’altra bomba, un’altra strage. Ancora non si sa cosa sia veramente successo quel giorno a Brindisi, o meglio: non si sa perchè sia successo, chi lo ha voluto e perchè. Sono sempre stato contrario al “parler pour parler”, ai vaneggiamenti, ai complottismi, alle ipotesi fantasiose. Però, sommersi da notizie tanto veloci quanto provvisorie, talvolta faziose, finanche moleste, non dobbiamo mettere da parte il nostro senso critico.
Io ci ho pensato e ripensato, non per ozio ma perchè non riuscivo a distrarmi, ad andare avanti come se non fosse successo nulla. L’ipotesi di tentata strage mafiosa. Tante le coincidenze: il nome della scuola, i giorni in cui è avvenuta, il passaggio della carovana di libera, la conclusione di recenti e importanti indagini. Altrettante, però, le contraddizioni: la mafia è molto più pratica di quel che si pensi. Se uccide lo fa generalmente per lanciare un messaggio ben preciso, per sbarazzarsi di potenziali testimoni, per eliminare personaggi scomodi. Evita, finchè possibile, gesti clamorosi, che non fanno altro che alzare l’attenzione mediatica e il livello di guardia delle istituzioni. (Non a caso molti guardano alla strage di Capaci e di via D’Amelio come un gesto estremo della mafia messa alle strette, ed infatti ci fu una durissima risposta da parte dello Stato). E poi, quale mafia? A quanto pare non è implicata la Sacra Corona Unita, che del resto con questo gesto avrebbe compromesso ogni suo legame con il territorio. “Un’incursione” di Cosa Nostra in Puglia? Molto strano. Tante personalità dell’antimafia, a partire dal Procuratore Nazionale Antimafia Grasso, hanno espresso questi dubbi circa la matrice mafiosa. Una delle poche, ma per me importante, voce fuori dal coro è quella di Nando dalla Chiesa, che invita a non scartare tanto facilmente la pista mafiosa. Di certo su una cosa ha ragione: non fa mai male manifestare contro la
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mafia. Fa male dire che “la mafia non uccide i bambini”, perchè è una tragica menzogna, e basterebbe chiederlo alle madri delle vittime. Fa male pensare che “non è mai la mafia”, come se ci fossimo già dimenticati di Falcone e Borsellino. L’altra pista: il terrorismo. Si, forse, oppure no. Del resto è questa la tragica chiave del terrorismo: colpire in modo imprevedibile, apparentemente casuale, in modo che nessuno possa sentirsi sicuro, tutti si sentano costantemente sotto tiro. Solitamente, però, c’è una rivendicazione, che non è ancora arrivata. Rimane, poi, ancora un dubbio: è evidente che per come è stato architettato l’attentato era più che prevedibile che inizialmente si attribuisse l’attentato alla mafia. Come del resto la bomba di Piazza Fontana inizialmente poteva sembrare un atto degli anarchici, invece i processi hanno poi chiaramente indicato la pista dell’estrema destra veneta. Io mi chiedo: quale organizzazione ha interesse a sviare le indagini “contro” la mafia? Non vedo una controparte della mafia allo stesso modo come negli anni ’70 si potevano contrapporre estrema destra e estrema sinistra. O meglio, non voglio ammettere chi potrebbe essere questa controparte... Forse sono andato anche troppo lontano con le mie sensazioni personali. Chiaramente non ho la sfera di cristallo, ma ho la presunzione di aver evidenziato le criticità di entrambe le attuali piste circa l’attentato di Brindisi. In attesa delle indagini, che non
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toccano a noi, non possiamo fare altro che rimanere vigili, non lasciare che lo sgomento, le lacrime ci offuschino la vista. Al contrario, dobbiamo restare uniti, perchè qualsiasi cosa sia, è un attacco a tutta la società. E bisogna rispondere insieme. 02-06-2012
Attentato a Brindisi
LUCCIOLE PER LANTERNE
STOP!
SUMMER TIME di Bruno Pizziol
Un paio di esami i primi di luglio e via. Due mesi lontano dalle mura universitarie, lontano coi pensieri, a lungo fissi sullo studio. Due mesi laschi, con la scelta di come esercitare il proprio svago come unico sforzo. Almeno, questo è ciò che la redazione del Lanterna vuole farci credere con questa edizione di impronta estiva. Meschini! Lo sappiamo tutti: lo studente del Poli è una macchina pensata per non fermarsi mai, e con la sessione di settembre che si avvicina inesorabile, vive l’estate come un agnello vive la quaresima. Ma non tutti allo stesso modo. Il razionale Calendario alla mano, fraziona le vacanze estive tra dovere e piacere, determinato a rispettare questa ferrea tabella di marcia. Passa quindi le sue giornate di relax in coda nel traffico cocente, in acque torbide tra greggi di meduse, a grigliare sotto la tempe-
sta perfetta. Quando si chiude in casa per studiare lascia fuori sereni giorni di sole, la dolce brezza rinfrescante e ragazze in bikini che fanno l’autolavaggio. La tortura finisce la mattina dell’esame, quando recandosi in università viene investito da un furgoncino dei gelati. Il sovraccarico Dopo essersi posto l’ambizioso obiettivo di superare otto esami nei primi dieci giorni di settembre, vive un’estate di studio tanto intenso quanto caotico. La sessione, tra confusione e voragini, è una catastrofe annunciata. Rimandato in sei esami e riprovato negli altri due, riesce comunque a portare a casa due crediti elemosinando davanti al campus.
La sovraccarica
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L’aragosta Il preparato Forte di un’assoluta padronanza della materia, passa un agosto di divertimento tra mare montagna, impegnato ai campetti e dai flirt estivi. Il giorno dell’appello scopre di non essersi iscritto su Webpoliself e di non poter sostenere l’esame. Disperato, si incatena ai binari del tram per suicidarsi, dimenticandosi della giornata di sciopero nazionale. L’aragosta Unendo l’utile al dilettevole, passa le ferie a studiare sotto il sole. Si presenta all’esame rossa come un semaforo. La pelle ustionata emette una potenza termica di mezzo MW, i vicini di banco svengono, la bottiglietta d’acqua sul tavolo esplode, il foglio protocollo va in combustione spontanea.
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Il tirocinante Dopo 14 ore di giornata lavorativa non retribuita, studia nottetempo grazie alla fioca luce filtrata dalle L’aragosta sbarre della sua stanzetta. Riesce ad evadere scavando un tunnel sotterraneo di 80 metri con una paletta da caffè, appena in tempo per sostenere l’esame. Perde i sensi proprio un minuto prima della consegna, sfiancato dalla fatica e dalle ferite di frusta ancora fresche sulla schiena. Con l’augurio di un destino migliore, buono studio, buone vacanze!
TERNA POLIGAMES di Anna Realini e Shendbart Dalani
Partita di basket ai Poligames I Poligames nascono il 14 novembre 2006, da un’idea di Salvatore Gentile, allora responsabile della Terna Sinistrorsa a Ingegneria Industriale, che durante una riunione a Bovisa propose di organizzare un grande evento nel campus. Unico problema: trovare tutti i fornitori entro un mese, per poter presentare la richiesta e richiedere finanziamenti al Politecnico. Il gruppo ne fa una sfida: nel giro di 30 giorni, vengono reperiti i fornitori dei campi, dei vari articoli sportivi, dei premi e, ultime ma non meno importanti, della birra e delle salamelle. Non senza problemi e perplessità, nei mesi successivi i Terni lavorano per formalizzare i regolamenti, definire i contratti, pensare al logo, ai manifesti e alla pubblicizzazione dell’evento. A pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni, pare che l’evento non decolli: non ci sono abbastanza parteci-
panti, forse la pubblicità non è stata sufficiente, o forse è il torneo in sé che non interessa molto… Al limite della scadenza, però, d’improvviso si iscrivono 35 squadre su 32 previste! Superate difficoltà ed imprevisti come sfrecciare all’alba per recuperare le salamelle, o evitare di rimanere attaccati alla 380 V del Politecnico per un errore di collegamento, il 22 maggio 2007 i primi Poligames della storia hanno inizio: gli studenti rispondono in maniera entusiasta ed il successo è enorme. Tant’è che si decide di organizzarli anche l’anno successivo. E poi quello dopo ancora. E poi di nuovo…: ed eccoci giunti alla 6a Edizione (2012)! Pian piano i pionieri si sono laureati e hanno lasciato il Poli, ma i nuovi adepti li hanno sostituiti, cercando di far fruttare la loro preziosa eredità. Una menzione speciale va a Salva-
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tore Gentile, che ha prima inventato i Poligames e poi ne ha tramandato la storia, e a Federico Rossi, coinvolto nell’organizzazione dal 2008 e responsabile nel biennio successivo, attualmente “guida spirituale” e paziente refugium peccatorum per problemi, imprevisti e lamentele. Ma forse qualcuno si chiederà: “Bene, fin qui ci avete raccontato una bella storia. Ma … Cosa sono i Poligames?” I Poligames sono un torneo unico nel suo genere. Mettono infatti in campo squadre miste da 3 giocatori, che si devono cimentare in 3 discipline: minivolley, calcetto e basket, con par-
tite da 10 minuti ciascuna. È sempre necessario avere in campo almeno un giocatore per sesso, cercando di stimolare una maggiore integrazione tra donne e uomini in un’università che ha molti corsi di studio caratterizzati da una forte prevalenza del sesso maschile. Ci sono 8 gironi da 4 squadre l’uno; dopo la fase eliminatoria, vengono ammesse ai quarti di finale le prime due classificate del girone, e poi si procede ad eliminazione diretta fino alle finali. A fare da contorno alla manifestazione, varie associazioni del sociale (Emergency, Ingegneria Senza Fron-
La Terna Sinistrorsa ai Poligames
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Sfida di calcetto al Poligames tiere, Amnesty International, Greenpeace, Cibo per la Vita), con stand dedicati alle loro attività; un barbecue e un servizio bar, autogestiti, per rifocillare i giocatori e i tifosi, e nuove attività e attrazioni che sono state pian piano introdotte: alcune più tradizionali, come il calciobalilla e il pingpong, altre più innovative, come l’air hockey, alcune più vivaci, come il toro meccanico, altre più sedentarie, come gli scacchi e il Risiko. Il bello dei Poligames è che sono l’occasione di incontro per più di 3000 studenti, da tutti i campus, che si ritrovano a giocare e sudare fianco a fianco, ma anche a mangiare un panino con la salamella, a bere una birra, sfidarsi negli “sport” da tavolo, cantare a squarciagola con la musica di PoliRadio, ballare e divertirsi. Una grande festa primaverile, che riempie di vita e allegria il campus di La Masa,
e fa conoscere la Bovisa ad ogni angolo del Politecnico. Insomma, prendendo spunto da un altro grande evento di quest’anno, potremmo definire i Poligames come le Olimpiadi del Politecnico, in cui anzichè sfidarsi Italia e Marocco, Cina e Stati Uniti, a combattere per la gloria imperitura sono gli ingegneri Matematici di Leonardo e i Designer di Durando, gli Edili di Lecco e gli Aerospaziali di La Masa, gli Ambientali di Como e i Gestionali di Cremona, i Meccanici di Piacenza e gli Architetti di Leonardo. Il tutto condito da un sano spirito di competizione, ma anche da tanta voglia di stare tutti assieme e sentirsi, per almeno due giorni all’anno, uniti nella grande famiglia del Politecnico.
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POLIEDRO: OPPORTUNITÀ, NON DIVERSITÀ di Jacopo Sestili
Pronunciarci su argomenti generali che abbiamo razionalizzato è semplice. Parlare delle nostre esperienze e delle emozioni che ci hanno provocato… questo è lo scoglio. Che si fa insormontabile quando l’argomento è l’omosessualità. C’è chi lo evita per paura di essere associato agli stereotipi che la società ci impone, c’è chi lo esaspera cercando di crearsi intorno un’aura di cinismo e superiorità. E c’è chi nasconde tutto, come una colpa. Può essere una colpa innamorarsi? Ho vissuto la mia omosessualità secondo tutte queste forme, poi ho capito che nessuna di esse ha senso, perché sono tutte dettate da paura e vergogna. La paura di essere isolati, di essere derisi, di essere picchiati. E la vergogna scatenata da quella domanda che hai sempre dentro: cosa penserebbero le persone con cui condividiamo ogni giorno lezioni, studio
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e svago se sapessero? Poi la svolta. Ho capito che devo fare qualcosa per cambiare la mentalità dominante su argomenti ancora considerati tabù come l’omosessualità, soprattutto in un ambiente come quello di ingegneria che il senso comune vuole il più macho possibile. È ora di far crollare gli stereotipi che circolano nelle nostre aule, nella speranza di arrivare al giorno in cui studenti e professori eviteranno di usare le parole “frocio” e “ricchione” con la stessa facilità con cui usano le parole “teorema” e “integrale”. Ho deciso quindi di fondare insieme ad altri ragazzi e ragazze un’associazione studentesca con l’intenzione di promuovere la parità non solo dei diritti ma del modo in cui le persone vengono considerate e trattate. L’associazione si chiama PoliEdro, ad indicare le numerose sfaccettature dell’individualità umana.
Poliedro: un punto di incontro
Ci metto la faccia e sarò coinvolto in prima persona, insieme a tutti quelli che vorranno aggregarsi. Rischio battute in aula o altre dimostrazioni di scemenza e immaturità? Forse, ma ne vale la pena. Le cose cambieranno e io voglio fare il possibile perché succeda presto. Discutendo con gli altri fondatori dell’Associazione abbiamo poi capito che non dovevamo puntare la nostra attenzione solo su genere e orientamento sessuale, ma anche su etnia, provenienza geografica, condizione sociale. Questo significa che ci impegneremo affinché tutte le differenze individuali e sociali caratterizzanti gli studenti del Politecnico di Milano vengano percepite non come
diversità ma come opportunità di crescita e arricchimento personale. A tal fine, noi di PoliEdro vogliamo organizzare eventi ricreativi, didattici, sportivi per permettere l’interazione sia tra i membri dell’associazione sia tra questi e tutti gli altri studenti del PoliMi interessati alle nostre iniziative. Qua a Milano, infatti, il tempo libero degli universitari è molto spesso relegato a locali e discoteche. Questo è ancora più vero per gli universitari gay, portati a frequentare locali e discoteche “a tema”, con un’interazione che non va oltre l’occasione della serata. Ma non basta a nessuno. L’Associazione Poliedro vuole essere
Per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi ed evitare discriminazioni
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Poliedro non punta l’attenzione solo sul genere o l’orientamento sessuale un posto in cui dare un contributo costruttivo a se stessi e agli altri confrontandosi sui temi più svariati, da quelli impegnativi a quelli frivoli. Nel tentativo di creare una rete con le associazioni analoghe delle altre università milanesi, organizziamo un evento con B.E.St (Bocconi Equal Students) e KOB (Bicocca). Il 17 maggio, in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, c’è stato un aperitivo al Kitsch caratterizzato da confronto e svago, dove presenteremo le Associazioni e dedicheremo il restante tempo a networking e divertimento. Questo e magari altri progetti congiunti renderanno la vita degli studenti di Milano più ricca e libera e meno circoscritta a locali e discoteche. Last but not least, ringrazio i ragazzi e le ragazze della Terna e i miei compagni di corso per avermi aiutato a raccogliere le firme al fine di costitu-
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ire l’associazione PoliEdro. E ringrazio ancora la Terna per avermi dato la possibilità di raccontare su questo giornale una parte delle esperienze mie e di altri studenti LGBT*, ma non solo, del PoliMi.
*LGBT (o GLBT) è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender
LA PECORA GRIGIA
CRITICA ALLA RAGION RINNOVABILE di Federico Morelli
Lo ammetto, oggi il vello della pecora sarà folto ma molto più pallido del solito. Giovedì 19 Aprile, nell’aula Carlo De Carli (per i Leonardini: è in Bovisa) si è svolto un evento di importanza nazionale per il settore del fotovoltaico: il quarto “Solar and Energy Report”. Ebbene, i risultati del resoconto parlano chiaro: dopo 4 anni di forte crescita e trainato fino a ieri dagli incentivi più generosi del pianeta, il cavallo da corsa,definito drogato dagli stessi operatori del settore, comincia a sentire i primi acciacchi. La spesa dei contribuenti (46 mld € in vent’anni) ci ha portato ad avere una potenza fotovoltaica installata di “ben” 12,8 GW (circa il 10% totale) per una produzione energetica che si aggira al 3,5% del fabbisogno energe-
tico nazionale. Puntando il dito, chi più chi meno, sulla crisi econimica mondiale, per molte imprese si prospetta la cassa integrazione (con un ulteriore esborso per l’Erario) mentre la delocalizzazione all’estero è vista, da un lato, come via di fuga dal fallimento economico e, dall’altro, come il preludio del fallimento sociale della politica verde, per non aver creato i posti di lavoro che ci si aspettava da una filiera con un grande indotto. E quindi, che fare? Attendendo che il “Conto Energia”, ovvero il programma di sostegno delle fonti rinnovabili, venga integrato in un progetto di respiro nazionale e duraturo, credo che sia necessario rafforzare gli interventi in due ambiti: razionalizzare gli stimoli e aumentare la percentuale di autoconsumo dell’energia da parte dei produttori.
Pale per energia eolica
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Pannelli fotovoltaici Con “razionalizzazione” non intendo solo una riduzione degli incentivi (già messa in pratica dal Ministero) ma la formulazione di un piano di spesa con tempistiche ed obbiettivi ben definiti, che permettano di raggiungere la tanto agoniata “Grid Parity” (ovvero il momento in cui il l’energia prodotta da fonte fotovoltaica avrà lo stesso prezzo di quella tradizionale e potrà quindi camminare con le sue gambe), evitando altri colpi di coda retroattivi sulle incentivazioni. Soluzioni simili, presenti nell’ultimo “Conto”, risultano estremamente invisi al mondo del credito e rendono quest’ultimo restio (quando mai) a finanziare l’acquisto di nuovi panneli nonchè a prendersi le proprie responsabilità in un momento così delicato. Con “autoconsumo”, intendo la limitazione della sterile speculazione, perchè lo Stato non deve promuovere la rendita ma la crescita economica, e deve quindi concentrare la spesa per far ripartire il motore della nostra economia: le piccole e medie impre-
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se. Esse pagano lo scotto di un’energia più cara rispetto al resto d’Europa mentre, paradossalmente, rappresentano l’unica realtà in cui si trarrebbe il massimo vantaggio dall’impiego dell’energia solare. Infatti un vantaggio del fotovoltaico è che produce di più mentre gli altri arrancano, ovvero nelle ore centrali della giornata, quando anche la domanda è consistente e quindi (legge della domandaofferta) l’energia risulta essere più cara. Così facendo, per le nostre imprese si ridurrebbe la voce di spesa relativa all’energia, si garantirebbe loro una fonte di rendita (in questo caso concessa) per i momenti meno rosei, si alleggerirebbero le reti di trasporto e dispacciamento dell’energia, si risparmierebbe il suolo (120 campi da calcio per 70MW fotovoltaici = 1 campo da calcio per una produzione convenzionale) e, ovviamente, anche un po’ di energia. Scusate se è poco.
CATENA DI PRODUZIONE DEL (DIS)INCANTO I di Shendbart Dalani
La mia è delusione: rabbia mi sembra una parola cocente, che può essere usata solo da chi ama morbosamente il cinema. Un osservatore che punta il dito verso l’ovvio, come me, non ha ragioni per sentirsi ferito. Tra progetti mai realizzati, saghe scomposte e storie ridicole, Hollywood ha perso negli anni buona parte della sua credibilità. Il pubblico si è abituato, e ormai non ci fa più caso: un articolo di un paio d’anni fa scherzava sulla possibilità di usare giochi da tavola come soggetti per i film. Quest’anno la Hasbro ha prodotto “Battleship”, un film basato su “Battaglia navale”, prova che neanche l’industria cinematografica stessa si prende sul serio. Il termine Blockbuster fu coniato dalla stampa americana durante la seconda guerra mondiale, riferendosi alle bombe che radevano al suolo interi isolati: il termine venne riciclato per
descrivere i film dagli incassi straordinari, che resuscitarono un’industria cinematografica sull’orlo del baratro. Per me il concetto di devastazione è ancora attuale: il processo creativo si è trasformato in catena di montaggio e l’incanto del grande schermo viene capitalizzato, prodotto in massa, quotato in borsa. Le azioni della Pixar piombarono del 15% prima del rilascio di “Up”, perché le banche temevano che un film senza un’opportuno merchandise non avrebbe garantito l’investimento. Infatti, solo i diritti d’immagine del precedente “Cars” avevano fruito 10 miliardi di $. Non esiste nessun opera d’arte al mondo che abbia un valore monetario paragonabile agli happy meals con dentro le simpatiche auto di plastica.
“Cars” grande successo Pixar
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Le “macchine” di Trasformers sono costate 3 milioni di $ a General Motors Non vorrei parlare poi della pubblicità occulta: non è una disciplina arcana come sembrerebbe indicare il nome, ma di sicuro fa comparire i soldi dal nulla. Basta introdurre un certo prodotto nelle scene chiave del film, affiancandolo ad attori famosi e situazioni ammiccanti: questo è un concetto molto importante, perché la Mercedes rifiutò di far filmare le sue auto nello squallore rappresentato in “Slumdog Millionare”, ma non mi ricordo se tale politica fosse estesa anche ai film sui gangster (decisamente no – ndr). Il maggior esponente di tale arte è di sicuro Michael Bay, un regista che sa fare le cose in grande: dopo aver introdotto 35 marche di prodotto all’interno di “The island”, si chiese se le case automobilistiche avrebbero pagato per vedere le loro auto protagoniste del suo nuovo “Transformers”. Risultato: General Motors sborsò 3 milioni
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di $ per far interpretare ai loro veicoli la parte degli eroi (e in modo velato i loro concorrenti vennero introdotti come antagonisti). Io sono ben cosciente che è la grandezza dell’industria cinematografica che rende possibile la realizzazione della maggior parte dei film, e come ogni industria moderna necessita di appoggio finanziario e piani precisi. Voglio solo rammentare che tale grandezza ha smesso di sfidare la nostra immaginazione: i blockbuster hanno inibito la nostra abilità di guardare oltre l’immediato intrattenimento, di godere del vero conflitto che l’arte può scatenare all’interno di noi. Siamo rimasti disincantati davanti ad un grande schermo pieno di promesse mancate... [to be continued]
EURO 2012: IL CAMPIONATO DELL’IPOCRISIA di Sofia Croci
Giugno 2012: in Ucraina fervono i preparativi per gli Europei di calcio. Ospitare una tale competizione è senz’altro un impegno serio e ingente, tanto quanto i vantaggi in termini economici e d’immagine che esso porterà alla nazione ospitante. Ma mentre le squadre di tutta Europa pensano ad allenarsi e a qualificarsi, le proteste si diffondono in maniera virale. A scandalizzare numerose personalità politiche europee (uno fra tutti, il Presidente della Commissione Europea Barroso) è il drammatico caso di Julija Tymošenko, eroina della Rivoluzione Arancione ed ex-premier dell’Ucraina, attualmente in carcere con l’accusa di “abuso di potere”. Il processo, risalente all’autunno 2011, è stato ampiamente contestato in quanto pare mosso da scopi politici più che da illeciti realmente commessi; la leader dell’opposizione parla
di “repressione” e Amnesty International grida alla violazione dei diritti umani. La goccia che fa traboccare il vaso è il ricovero coatto del 20 aprile. La Tymošenko infatti soffre da mesi di ernia al disco e la notte del 20 Aprile viene prelevata con la forza dalla sua cella del carcere di Kharkiv per essere ricoverata contro la sua volontà. Durante il trasferimento, subisce violente percosse da parte degli inservienti incaricati. Seguono 19 giorni di sciopero della fame, al termine dei quali decide di sottoporsi alle cure mediche. Il caso fa discutere e spinge molti al boicottaggio della manifestazione sportiva. Contemporaneamente, un’altra denuncia sorge dalle pagine del web e dai social network: le voci degli animalisti si alzano contro il massacro di cani e gatti che sta insanguinando le strade dell’Ucraina.
Julija Tymošenko
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I randagi, nel 2010 circa 12mila nella sola Kiev, rischiano di minare il prestigio e il decoro del Paese e per “ripulire” le città le soluzioni più veloci ed economiche sono bocconi conditi con veleno per topi e colpi di fucile. Il metodo risulta talmente efficace che di quei 12 mila randagi, ora, a Kiev non c’è più traccia; la situazione si ripete in modo identico nella città di Lealopi, dove verranno disputate alcune delle partire del Campionato. Poichè il calcio é uno sport dalla rilevanza mediatica altissima ed essendo le competizioni internazionali particolarmente seguite dal pubblico, sarebbe un dovere morale di chi le or-
ganizza preoccuparsi del messaggio che esse trasmettono. La UEFA propone una campagna dal significativo nome “Respect”, volta a “supportare le comunità locali, affrontare temi sociali e lavorare per la parità di sesso, razza, religione e abilità”. Questa nobile iniziativa si colloca in modo un po’ stridente tra i pestaggi a una prigioniera politica, palesi violazioni dei diritti umani, e lo sterminio di migliaia di randagi. Sorge il dubbio che il motore che muove tutta la baracca abbia poco a che vedere con il “rispetto” o con qualsivoglia principio etico e troppo, invece, con l’enorme
Manifestazione contro l’operazione di “pulizia” dai randagi in Ucraina
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L’appello è per tutti i tifosi: spegnete gli schermi e aprite gli occhi giro di denaro e pubblicità (cioè, altro denaro) che gli Europei muovono. L’ipocrisia dell’evento in sé è disarmante, ed è resa ancora più grave dal gran numero di tifosi che, pur spinti da una passione sincera per uno sport che di genuino ha ben poco, alimenterà questa impietosa macchina di soldi. In un mondo migliore, sarebbe auspicabile che le organizzazioni calcistiche, ben consapevoli del potere che detengono sugli spettatori, decidessero di compiere un atto esemplare e simbolico spostando la sede del campionato europeo. Riporre una speranza nella buona fede e nella sensibilità degli organizzatori è decisamente ingenuo. L’appello è piuttosto da lanciare ai
singoli tifosi, a quelli che non hanno ancora del tutto perso il senso morale: non fatevi annebbiare la testa, non lasciatevi ingannare dall’emozione momentanea che può darvi la partita, ma pensate a tutto il marcio che c’è dietro alla facciata brillante che vedete in TV. Spegnete gli schermi e aprite gli occhi.
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TRA VIDEOGIOCHI ED ARTE di Federico Bortot
L’estate si avvicina, la calura inonda le strade, le piogge improvvise e torrenziali si abbattono incostanti e, soprattutto, gli esami incalzano. Come sfruttare, dunque, queste ultime settimane di libertà? Si può andare alle colonne per provarci con le sgrille, oppure a farsi un giro al Duomo, o passare la serata in Feltrinelli a dimezzare i nostri risparmi. Se siete invece gente più tranquilla e parsimoniosa, e magari anche un po’ amanti dell’arte in tutte le sue forme, anche questa volta i videogiochi spalancheranno mondi e universi narrativi capaci di rapirci durante le pause tra equazioni differenziali e resistenze in serie. Il primo titolo che mi viene in mente è One and One Story, ideato da un giovane talentuoso italiano all’età di 18 anni, Mattia Traverso (in arte MatX), premiato anche all’estero in
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vari concorsi dedicati ai videogiochi indipendenti. La peculiarità di questo videogioco è la capacità di raccontare una storia d’amore e, contemporaneamente, declinare la giocabilità in base all’evoluzione della relazione. Ogni livello è diverso dal precedente non solo in quanto a struttura, bensì per un gameplay caratteristico: troveremo il livello in cui sarà tutto buio e dovremo andare a tentoni, quello in cui uno dei personaggi si muoverà autonomamente e dovremo cercare di non farlo morire, e tante altre idee stuzzicanti e piacevoli. La trama colpisce allo stesso modo: all’interno dei vari livelli appariranno delle scritte in sovrimpressione che ci racconteranno l’evoluzione del rapporto di questi due giovani, tra alti e bassi, difficoltà e piaceri, perfino con colpo di scena finale (se saprete trovarlo).
One and One Story
I saw her standing there Se siete stati appena lasciati dalla ragazza (o dal ragazzo) e siete più malinconici e solitari, allora The Company of Myself è il titolo che fa per voi. La meccanica di gioco su cui si basa è molto semplice: dovremo superare dei livelli ricchi di enigmi, per risolvere i quali avremo bisogno... di noi stessi. Premendo la barra spaziatrice, infatti, ricominceremo il livello da capo, con l’aggiunta di un’ombra che ripeterà esattamente i nostri stessi movimenti svolti prima di riavviare il livello; il tutto richiederà una certa dose di tempismo e pianificazione per essere portato a termine con successo. Nonostante il gameplay solido e originale, anche The Company of Myself si distingue per una componente narrativa molto ispirata, e descrive le vicende di un uomo in fin
di vita che ripercorre la propria esistenza. Ma mica tutti hanno il muso lungo e il morale a terra, e se voi non siete tra questi, allora vi aspetta I saw her standing there, un platform dalla grafica minimalista e dal gameplay fatto di salti e buoni riflessi. Benchè semplice dal punto di vista della giocabilità, la qualità del titolo deriva dalla narrazione ironica e scanzonata del travagliato rapporto tra un ragazzo e la sua ragazza. Ancora ragazze e ragazzi? Basta! E invece no, perchè la simpatia del titolo sta nel fatto che la ragazza si è trasformata in uno zombie e vi vuole mangiare. Come risolvere questa brutta faccenda? Semplicemente dovremo zompettare a destra e manca e attirare la nostra amata in una gabbia, evitando al contempo altri zombie rivali d’amore.
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Per gli amanti della mitologia greca, Terry Cavanagh (di cui vi ho già parlato, ricordate VVVVVV?) ci propone una rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice nel suo Don’t look back. Il titolo, caratterizzato da sole tinte di rosso e nero, ci farà rivivere l’avventura dell’innamorato, costretto ad attraversare l’aldilà per riportare in vita la sua ragazza defunta. Il gameplay è basato sul solito salta e schiva ed è caratterizzato da una difficoltà non certo adatta a tutti, ma la cosa che più colpisce è la narrazione, esplicitata senza l’uso delle parole, e solo con l’ausilio di qualche pixel riesce a tarsmettere emozioni forti e contrastanti, lasciandoci con un sacco di domande una volta giunti alla fine dell’avventura: un finale a sorpresa che ci colpirà con la forza di mille soli. Potete giocarere tutti i titoli citati gratuitamente semplicemente cercando su internet. Per chi volesse provare ancora qualcosa di atipico, concludo consiglian-
Don’t look back do qualche titolo che lascio scoprire a voi: Get home (con una strepitosa colonna sonora), Asylum (cercatelo accostato a “Ludum Dare”), Raptus (avventura interattiva italiana, vi lascerà piuttosto scossi), Alice is dead: Episode 1 (e relativi seguiti) e Vox Populi, Vox Dei: a werewolf thriller.
The Company of Myself
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SPAZIO GIOCHI Sudato Sudoku
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Riesci ad arrivare in fondo a questo gelato?
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Questo problema impegna un bambino per 5 minuti, ad un programmatore occorre un ora per capirlo, uno studente del Poli invece ci riesce in...scopritelo da soli!
8809=6 7111=0 2172=0 6666=4 1111=0 3213=0 7662=2 9313=1 0000=4 2222=0 3333=0 5555=0 8193=3 8096=5 7777=0 9999=4 7756=1 6855=3 9881=5 5531=0 2581=? Inviaci la risposta con una breve motivazione, a: ts.lanterna@gmail.com I tre fortunati vincitori riceveranno un premio dalla redazione!
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