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Lantena #50

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Giugno 2021

n. 50

Lanterna Lanterna a

PERIODICO DELLA LISTA DI RAPPRESENTANZA LA TERNA SINISTRORSA

INIZIATIVA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO

Tema Pride!


La Redazione

*Questo numero è pensato per aiutare le persone affette da dislessia: Font come il Verdana, un’ampia interlinea e testo di corpo >10 punti, infatti, è provato facilitino la fruizione. Buona lettura a tutti!

Grazie alla Lista di Rappresentanza “La Terna Sinistrorsa” Realizzato nella primavera 2021 con il contributo del Politecnico di Milano A questo numero hanno partecipato: Ada Bacigalupo Angelo Boglione Giada Martinoia Walter Fiore Marco Barbaro Lorenzo Cavalera Alessandro Braga Marco Dubini Amedeo Carbone Liv Carlotta Pagani

Progetto grafico di Bruna Lleshi e Mercedes Vitali Copertina di Gaetano Dragone

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Indice Editoriale.........pg.3 Chiesa cattolica e omosessualità.........pg.7 Circus .........pg.11 Perché approvare la legge Zan.........pg.15 Hip-Hopride Evolution.........pg.19 Problematiche contemporanee del maschio bianco etero.........pg.23 Non discriminarmi, baciami invece .........pg.27 L’amore gay ai tempi di Grindr.........pg.33 La tradizione dei “femminielli“.........pg.37 Essere gay al PoliMi: A coming (out) of age story.........pg.41 La vera bellezza .........pg.47 Sonetto del buco del culo.....pg.49 RIFERIMENTI UTILI.........pg.51 Musica per organi caldi.........pg.53 Cruciverba Tema Pride.........pg.55

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EDITORIALE ADA BACIGALUPO

Civil rights or civil war La lotta degli oppressi per la libertà


Esattamente 20 anni fa, nel luglio del 2001, a Genova aveva luogo il G8 con le violenze e i massacri che ne scaturirono. Come purtroppo è successo per tante altre pagine oscure della storia, di ciò che accadde in quei giorni non si è mai parlato abbastanza ma, nonostante i tentativi di voler nascondere le nefandezze di uno stato di polizia che aveva rivoltato come un calzino ogni concetto conosciuto di democrazia, ci sono state tante persone che hanno portato avanti battaglie per non lasciare che quello scempio andasse dimenticato dalle altre generazioni. Coloro che hanno lottato non hanno mai smesso di insegnare le lezioni che quei giorni avevano impartito, senza mai piegarsi alla violenza del potere e continuando a diffondere i messaggi di solidarietà per cui erano scesi pacificamente in piazza. Anche se ormai sembra passato molto tempo, è evidente che il mondo si trova ancora a scontrarsi con la repressione delle minoranze voluta da una società incapace di vedere oltre il mero profitto del qui ed ora. Adesso tocca alla nostra generazione lottare per ottenere un sistema equo che garantisca per davvero ad ogni essere umano di vivere con dignità la propria vita, perché è inutile fregiarsi

di aver firmato dichiarazioni sui diritti umani e costituzioni se poi nella pratica quelle belle parole non si convertono in fatti. Alla classe politica e dirigente odierna manca la lungimiranza – oltre che l’umanità, come molto spesso si premura di farci notare con decisioni aberranti – che è una di quelle qualità ahimé tanto importanti quanto rarissime. Siccome siamo in atmosfera di Pride, non si può non pensare ad Harvey Milk, un uomo straordinario che, negli anni ’70 dell’America puritana e bigotta, di lungimiranza e coraggio ne ha avuti da vendere. Una storia straordinariamente raccontata nel film ‘Milk’ di Gus Van Sant, dove si intermezzano scene recitate con filmati storici creando un vero e proprio docufilm che narra la nascita e gli sviluppi della comunità gay di San Francisco, città che è stata teatro di manifestazioni per i diritti civili e dove Milk svolse campagne elettorali fino a quando divenne il primo uomo dichiaratamente omosessuale ad essere eletto in una carica politica negli Stati Uniti. È incredibile pensare a quanto ancora oggi questa storia, se si svolgesse nel presente, sarebbe straordinaria; è quindi altrettanto spiacevole pensare che nel presente l’omosessualità sia un taboo con cui la

vecchia mentalità reazionaria di moltissimi stati – compresi anche alcuni di quelli che sulla carta si dichiarano a favore dei diritti dei gay – non riesce a fare i conti e contro la quale si scaglia istericamente, come se l’amore fosse qualcosa di preimpostato per gli esseri umani e che non può nascere spontaneamente a prescindere da sesso, etnia o religione. Per dirla con parole più semplici: è assurdo pensare che se domani in uno stato come l’Italia ci fosse un candidato o una candidata gay per elezioni politiche, verosimilmente la maggior parte della popolazione ne rimarrebbe turbata e tutte le massime testate giornalistiche ne approfitterebbero per uscirsene con titoloni fuori luogo, ambigui quel tanto che basta per alimentare il continuo clickbait. Spero di venir presto smentita ma fino a quando le persone omosessuali non saranno accettate e trattate con il rispetto che ogni per-

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sona merita, non si potrà dire di vivere in un mondo solidale che promuove davvero le pari opportunità. In tutto questo vorticare di connessioni mentali, stimolate da quella che è stata e continua ad essere la rivendicazione della libertà, non si può fare a meno di vedere nelle proteste e nelle violenze che accaddero nel quartiere di Castro (il quartiere di San Francisco dove per l’appunto si stabilì la comunità gay ai tempi di Milk) un parallelismo con ciò che accadde nel 2001 a Genova perché, seppur con cause diverse, ci si batteva per lo stesso obiettivo comune, ossia la realizzazione della democrazia che, in primis, è la tutela delle minoranze. Partiamo quindi da questo concetto, ritroviamo il valore della democrazia e comincia-

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mo a costruire sul serio un mondo che non lasci più indietro nessuno e che si prenda cura delle persone, partendo dal tutelare il più possibile chi ancora soffre di discriminazioni. Perché è così difficile approvare una legge come il DDL Zan? E soprattutto, perché è così difficile da approvare anche per politici che si dichiarano ‘’di sinistra’’? Sabato 8 maggio a Milano si è tenuta una manifestazione a supporto di questo importantissimo disegno di legge; tra i molti interventi, ognuno di grande valore, ce n’è stato uno che con forza e concisione ha fissato la vera chiave di questa proposta: quello di Susanna Camusso, ex segretaria generale della CGIL, che con poche parole ha ribadito che ampliare i diritti di qualcun altro non mi priva di qual-

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Anche se ormai sembra passato molto tempo, è evidente che il mondo si trova ancora a scontrarsi con la repressione delle minoranze voluta da una società incapace di vedere oltre il mero profitto del qui ed ora.

cosa ma, anzi, va a vantaggio di tutti. Con questo messaggio ben fissato nel cervello non si può far altro che dire: « Sì al DDL Zan, sì ai diritti civili, sì ad un mondo dove tutti abbiamo la stessa dignità e le stesse opportunità ». Non si può più essere tolle-


ANGELO BOGLIONE

Chiesa cattolica e omosessualità


Disclaimer: alla data di scrittura, 15/05/2021, allo scrivente non risulta di aver chiesto lo sbattezzo né tantomeno di essere stato scomunicato in quanto eretico ed è così da considerarsi a tutti gli effetti un membro della Chiesa Cattolica. Come vive un cattolico la contraddizione tra i valori d’inclusione cristiani e le posizioni retrograde della Chiesa sull’omosessualità? Uno schifo, grazie per averlo chiesto. La Chiesa cattolica è una delle aziende più antiche d’Italia e, dato che invento su due piedi, vanta il record del maggior numero di contraddizioni [1]. Una di queste è di essere al contempo l’organizzazione centralizzata e verticistica per antonomasia e avere al suo interno posizioni incredibilmente vaste, diversificate e in determinati casi pure antitetiche. Non sono un biblista [2][3] ma credo che in quella estesa raccolta di racconti che è la Bibbia la figura del protagonista assuma, a momenti alterni, sia la caratterizzazione archetipica del Padre Severo sia quella del Padre Amorevole. A partire dal manuale d’istruzione si denota pertanto una lieve tendenza schizogena che, scendendo dalla teoria alla prassi, non fa che aggravarsi.

Mafiosi, santi e massoni Nella composita galassia Cattolica, infatti, si ritrovano associazioni di recupero per tossicodipendenti co-fondate da preti anarchici [4] così come costellazioni massonico-mafiose [5]. Anche all’interno di una stessa Compagnia si passa da centri di seconda assistenza per migranti, gestite in maniera avanzata rifiutando l’assistenzialismo, alla collusione con la peggio ipocrita borghesia catto-buonista.[6] Il motivo, che sicuramente non è un’indagine antropologica ma che rimane valido, è che gli umani sono vari, così il mondo, perché non dovrebbe esserlo la Chiesa Cattolica?

La versione ufficiale A stabilire la rotta nel mare magno delle differenze del mondo Cattolico vi è la Congregazione della dottrina della fede. Istituita nel 1542 inizialmente con il nome di “Sacra Congregazione della romana e universale Inquisizione” [7], è stata nominata Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nel 1908 prima della denominazione attuale. [8] Insieme ai nomi sono cambiati scopi e metodi: se lo scopo principale per l’Inqui-

sizione era “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine”, grazie all’iniziativa Papa Paolo VI l’attenzione si è spostata dalla punizione alla promozione delle dottrina.[9][10] La Congregazione della Dottrina della fede esprime la posizione ufficiale della Chiesa sulle sue questioni più importanti e deve considerarsi, almeno nominalmente, quanto di più simile alla versione ufficiale del cattolicesimo.[11] Nonostante i passi in avanti concettuali e l’abbandono di una logica punitiva, la posizione della Chiesa Cattolica sull’omosessualità rimane ferma: «Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. » [12] Svicolando, puntualizzando, mettendo le mani avanti, la chiesa comunque dice che l’omosessualità è “oggettivamente disordinata”. Quindi di

[1] Si fregia inoltre della forma di governo più affascinante al mondo: Monarchia assoluta teocratica ierocratica elettiva [2] Nota cover dell’artista Guglielmo Bruno, epigono del trisavolo Giordano. [3] Di fatto non sono neanche un ingegnere seppur abbia raccattato una laurea a un certo punto della mia vita. [4] https://sanbenedetto.org/chi-siamo/sede-san-benedetto-genova/ [5] Assonanti con Comunione&Torrefazione [6] Classe a cui lo scrivente chiaramente appartiene ed è a sua volta. [7] Presieduta inizialmente dal Gran Inquisitore Cardinale Gian Pietro Carafa, assunse presto un potere immenso pima di essere ridimensionata. [8] http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/storia/documents/rc_con_cfaith_storia_20150319_promuovere-custodire-fede_it.html [9] Motu proprio Integrae servandae del 7 dicembre 1965 [10] https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_19880628_pastor-bonus.html [11] In ambienti sinistri e loschi si sarebbe detto “La Linea”. [12] http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html [2] Nota cover dell’artista Guglielmo Bruno, epigono del trisavolo Giordano.

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immediato rimbalzo dichiara che tutte le persone per cui il proprio orientamento omosessuale è una parte fondante della propria identità, sono sbagliate. Oggettivamente eh, mica è un giudizio. I sassi cadono verso il basso e se sei omosessuale sei disordinato. È naturale, pulito, distaccato. Dietro un diabolico avverbio si accetta e rafforza lo status quo spacciandolo per legge divina: si giustificano con un’entità esogena, sia Dio, la Natura o la Scienza, problemi endogeni alla società umana, umanissima.

Non siamo fatti così “Questa posizione non è accettata da tutti i membri della Chiesa!”. Verissimo, c’è chi fa peggio. E allo stato attuale sono anche i più politicizzati, coloro che in senso letterale scendono nelle piazze della città per portare avanti le loro istanze. Che si organizzano in cordate per mettere i loro uomini [13] nei gangli di potere. Che invadono le televisioni con i loro liquami. Nell’agone politico italiano le istanze politiche dei cristiani sono portati avanti dalla destra. Alla parola cristianesimo si attiva un frame reazionario,

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fatto di posizioni omofobe, sessiste e razziste che si sedimenta sempre di più ed è sempre più facile attivare.

Progressisimo senza voce Non ci sono istanze visibili e riconoscibili a livello nazionale di un cattolicesimo che non sia così becero. I vani tentativi di instaurare nuove cornici narrative, proponendo un cattolicesimo politicamente differente, si esauriscono in narrazioni scariche e poco convincenti. Manca totalmente, dall’altra parte del cattolicesimo progressista, la capacità di fare massa critica e scontrarsi alla pari con i reazionari, recuperando il terreno perduto negli ultimissimi anni.

Un conservatore tra reazionari Togliamoci subito il dente: Bergoglio è un conservatore che in un ambiente reazionario risulta molto progressista. Su moltissimi fronti sta attuando delle riforme epocali, dal linguaggio utilizzato alle aperture su vari temi, tra cui quelle parziali dell’omosessualità. Definizioni molto parziali in effetti, da cui è chiaro che non potranno giungere riforme radicali, almeno nel breve periodo. [14]

Nonostante sia nominalmente un monarca plenipotenziario, il Papa deve comunque confliggere con diversi interessi e blocchi di potere, che bilanciano quella che potrebbe essere una sua volontà di apertura: non è un mistero che sempre più gruppi dell’ultradestra cattolica chiedano la sua testa e che venga destituito.

Quindi che fare? Occhi fissi sul bersaglio Analizzare le contraddizioni, tenerle bene a mente e non voltare loro le spalle, ritengo sia un modo efficace per compiere passi in avanti giganteschi. In questo prendo spunto dalla Fisica: avere teorie in contrasto tra di loro non è la fine della ricerca, ma anzi la contraddizione traccia la strada per ulteriori percorsi fecondi. L’importante è non defenestrare questa contraddizione pensando che non esista e imbellettare l’oggetto della propria ricerca affinché rispetti i propri gusti. Tale processo di analisi è, per chi è cattolico, doloroso. Si vanno a mettere le mani dentro le viscere della propria identità, della propria educazione: a un principio etico etero-normato imposto dall’alto si oppone un’altra etica Queer [15] mediata dal-

[13] Messo volutamente al maschile vista la visione di genere patriarcale dei gruppi in oggetto. [14] Si legga Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso, 15.03.2021, cristallino nel fugare il dubbio che la rivoluzione non si farà neanche dopodomani.


le esperienze vissute.

Dare i nomi alle cose Il primo passo per camminare su questa contraddizione così fragile, da cattolici, penso che debba essere l’abbattimento dei tabù. Si deve poter parlare liberamente della realtà che ci circonda, senza pregiudizi, e non nascondendosi dietro regole di buona educazione, che altro non sono che una acritica accettazione dello status quo e, nei fatti, la soppressione seduta stante di qualsiasi dialogo. Ad esempio, volete sapere un tabù tra i tanti del cattolicesimo? Il sesso anale.[16]

Ascoltare differenti punti di vista È fondamentale capire, capire nel profondo, che la nostra esperienza di quella che chiamiamo realtà [17] è limitata e parziale. A dirsi è scontato, ma sono infiniti i parametri impliciti che assumiamo nella nostra vita. In particolar modo ascoltare le minoranze, chi il potere non lo ha o lo subisce in maniera diretta, è necessario e fondamentale. Non si può indagare lo stato di una casa senza chiedersi come stanno le fondamenta che portano tutto il peso sulle spalle.

Necessario ma non sufficiente, perché bisogna tenerne a mente più possibili e non fossilizzarsi solo su una di esse, le più rumorose e potenti.

Tenere il conflitto acceso Una volta ascoltato e analizzato bisogna fare il passo più importante: agire. Bisogna tenersi sempre in tensione e capire che l’organizzazione di cui si fa parte, la Chiesa in questo caso, deve migliorare, deve cambiare, deve smettere di agire e schiacciare i diritti delle persone. Non basta la rabbia, ci vuole anche la sensibilità per capire dove si può agire e in che modo. Bisogna cucire sul vissuto tutte le azioni: non esiste un manuale. Allo stesso tempo bisogna mettersi in discussione sempre per capire se il proprio tentativo di cambiamento è stato smorzato e assorbito o se sta producendo variazioni significative. E nel mantenere questa tensione bisogna evitare di rimanere fulminati. Si dice che la Chiesa debba essere cambiata dal di dentro. [18] Dando per vera questa modalità, compagnз cattolici, credo abbiate capito con che postura debba essere affrontata la questione: non possiamo fare meglio di così?

[15] Termine ombrello dalla genesi travagliata, lo si può intendere, in maniera riduttiva, come “strano”, inteso nel senso di non normato, non “etero-cisgenere”. [16] Prego, non c’è di che, il consiglio è gratis: andate e prendetene tuttз. [17] Qualsiasi cosa intendiate va bene, non è un trattato di filosofia questo e non saprei neanche darvi una mano in tal senso. [18] A me risulta che il fascismo lo si sia abbattuto comunque stando al dì fuori di esso.

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LIV

Circus


“Vieni via con me.” “Lo sai che non posso.” Glielo chiedeva ogni volta, stringendola ogni volta più forte. E in quella stretta lancinante le doveva rispondere sempre la stessa cosa. Era il decimo anno che si vedevano, in quella radura che ormai le sembrava tinta di loro. Le foglie cadevano stanche dai rami, scandendo i minuti di un pomeriggio ormai morente. Matilda sentiva ogni fruscio di vento sul collo, appoggiata a una vecchia quercia mentre guardava l’altra ragazza allacciarsi gli stivali; più in là un cavallo sbuffava, stufo di essere legato alla stessa staccionata malandata di sempre. Quasi per rispondergli, Ester gli andò incontro e prese ad accarezzarlo, visibilmente pensierosa. I capelli scuri le ricadevano morbidi sulle spalle, le sopracciglia corrucciate si stendevano sulla sua fronte olivastra come catene montuose. L’altra ragazza non riusciva a non guardarla, nonostante ogni secondo le pesasse come un macigno in gola. Non l’avrebbe mai rivista così, non come oggi.

Le era difficile spiegare quello che provava per Ester; le era difficile spiegare quello che sentiva ogni anno, quando un ragazzino qualunque con le braghe strappate appendeva i manifesti sgargianti del circo sui muri della cittadina, annunciandone l’arrivo. Passava il resto delle stagioni ad attendere il momento in cui avrebbe incrociato il suo sguardo la prima sera degli spettacoli, guardandola cavalcare sotto al tendone; ogni anno temeva non l’avrebbe riconosciuta, e ogni anno la cavallerizza la stupiva, ricambiando la stessa trepidazione sul suo viso illuminato di rosso. Ormai si trovavano sempre nello stesso luogo, dopo ogni spettacolo, in un abbraccio che racchiudeva tutto quello che non avevano potuto dirsi dall’ultima volta. Eppure, era convinta che nessuno la conoscesse meglio. Il circo sarebbe ripartito all’alba del giorno dopo. E mentre Ester cavalcava con gli altri, continuando il loro pellegrinaggio variopinto, Matilda avrebbe in-

dossato un abito bianco. “Non ci credo che è domani.” “Lo so.” “Ci vediamo stasera?” Rispose tirandola a sé, così forte che le sembrò le sue mani la bruciassero attraverso vesti, camicie e corsetto. Lo stesso che le aveva slacciato così tante volte negli ultimi anni. Una lacrima le bagnò la clavicola, ma non era certa di chi fosse. Perfino uno spettatore non avrebbe potuto distinguere le due figure per come erano intrecciate. Ester lasciò andare, montando a cavallo. “A stasera,” sussurrò, lasciandole un bacio umido sulla mano. La lunga gonna di Matilda si animò, spinta dal galoppo del cavallo che si allontanava, come al solito più lentamente di quando era arrivato. La ragazza arrivò a casa trattenendo le lacrime, cercando di non pensare a come, il giorno dopo, avrebbe giurato amore a qualcun altro. Eppure, non aveva scelta; la sua famiglia faceva la fame, e da quando era apparso un marito benestante a chie-

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Era così che si sarebbe sentita da sposata? Anche lui l’avrebbe abbracciata in quel modo? Avrebbero riso insieme, condiviso ogni paura e desiderio?

derla in sposa nessuna discussione era stata possibile. Era rimasta in silenzio, accettando il destino a cui erano andate incontro, prima di lei, centinaia di ragazze, inclusa sua madre e le sue sorelle più grandi. Nessuna donna nella sua posizione avrebbe avuto ragione di lamentarsi, dopotutto: il suo promesso sposo era ricco e non troppo vecchio, sicuramente sarebbero stati presto una famiglia felice, come nelle favole. Cercava di pensare a questo, mentre guardava fuori dalla finestra della sua camera, mentre però sentiva ancora l’odore di Ester sulla sua pelle. Era così che si sarebbe sentita da sposata? Anche lui l’avrebbe abbracciata in quel modo? Avrebbero riso insieme, condiviso ogni paura e desiderio? Matilda

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appoggiò la testa sul davanzale e chiuse gli occhi, lasciando sfuggire alle palpebre stanche un ruscello di lacrime salate. Venne svegliata dalla madre, che la rimproverò per aver dormito tutta la notte in quello stato. La ragazza ebbe un tuffo al cuore: si era addormentata troppo presto, ed era mancata all’ultima serata degli spettacoli. Sentì un macigno allo stomaco, mentre la gola le si annodava in mille grovigli. Non riusciva a respirare. “Non essere così in ansia. Andrà tutto bene, lo sai che è un ottimo partito. E sarai bellissima, ci porterai onore. Devi questo ed altro alla nostra famiglia, dopotutto.” Come poteva spiegarle la tempesta che le infuriava nello stomaco? Si girò

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a guardare il suo abito, e rimase impietrita. Non c’era nessuno per cui voleva essere bella, oltre ad Ester. Il suo sguardo aveva su di lei l’effetto di una colata d’oro, mista alle carezze dell’erba sulle caviglie la mattina, quando c’è ancora la rugiada. Le faceva sentire lo stesso orgoglio delle statue greche, coi loro occhi vuoti e saggi nei libri di storia della biblioteca. Rimase così impietrita mentre la aiutavano a prepararsi, finché non si trovò davanti all’altare, infiocchettata e sottoposta allo sguardo dell’uomo che avrebbe, da un momento all’altro, dovuto chiamare marito. Era vestito tutto di nero, un bastone in una mano. Matilda lo guardò in faccia da sotto il velo, ma tra le lacrime era tutto sfocato.


Quell’uomo poteva essere chiunque, e forse era proprio questo che non andava. Non era lei. La cerimonia incominciò, e la ragazza si trovò a non dover neanche mascherare la sua voce, nessuna delle risposte spettava a lei. Ogni parola echeggiava in quella chiesa, e si trovò ad ascoltare i rimbombi confondersi tra di loro, finchè non le sembrò di sentire la voce di Ester scivolare tra le volte a botte, un sussurro che le era ormai familiare. “Vieni via con me.” Il suo pensiero venne interrotto da un nitrito fuori dai portoni. Si girò di scatto, in tempo per vedere una figura incappucciata che si sedeva in penombra nell’ultimo banco. Le voci si infittirono, arrivando a saturare la sua mente al punto di non ritorno. Matilda si alzò di scatto dall’inginocchiatoio, girandosi verso gli ospiti di quella piccolissima cerimonia. Tutti si ammutolirono; lei, però, sentiva ancora una sola, inesorabile, voce, che la invitava. Forse per l’ultima volta. E finalmente conosceva la risposta. “Sì.” Fece prima uno, poi due,

poi tre passi per la navata. Ester sembrò capire, e si alzò in piedi. Aveva gli occhi sbarrati. Spaventati. Matilda le corse incontro, togliendosi il velo e lasciandolo cadere per terra, sotto gli sguardi ammutoliti degli invitati e dei Santi negli affreschi. Prese l’altra ragazza per mano, e si guardarono per un attimo interminabile. Fecero entrambe un respiro profondo, e corsero verso il cavallo. Gli altri circensi non erano lontani, li raggiunsero presto. Ester non disse nulla per tutta la galoppata; tuttavia, quando si girò a guardarla, le rivolse lo stesso sorriso spavaldo della prima volta che l’aveva vista. Prima di lasciare la città, rimasero a guardarla dalla cima di un colle. Matilda appoggiò la guancia sulla spalla dell’altra ragazza, guardando prima il panorama e poi il suo vestito, che, grazie al terriccio della campagna inglese e alle falcate impazienti del cavallo, si era tinto di rosa.

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LORENZO CAVALERA

Perché approvare la legge Zan?


Sono 47 gli episodi di omofobia da quando il DDL Zan è stato approvato alla camera il 4/11/2020. 59 le vittime, spesso sono coppie che cercano di vivere normalmente il proprio amore. Sembra però che questo amore non sia normale per chi a Voghera, vedendo due ragazze sedute su una panchina in un parco cittadino scambiarsi un bacio, interviene per separarle e cerca di mandarle via perché “ci sono i bambini”. Le due hanno una reazione comprensibilmente concitata e filmano la discussione. Le stesse ragioni pochi giorni fa hanno mosso a Reggio Calabria un esponente di partito di estrema destra a filmare due ragazzi che si baciano su una panchina, mantenendoli perfettamente riconoscibili; il soggetto costruisce e pubblica poi un video che intitola “Reggio Calabria, ricchi*ni sul lungomare”, con didascalie insultanti. Ancor più grave è l’episodio accaduto a Roma in cui un individuo si sente in diritto di attraversare i binari del treno per aggredire una coppia di ragazzi che si scambiavano un bacio. È lapalissiano dire che gli eventi simili e gravi allo stesso modo siano stati guidati dalla regia dell’omofobia, e non è forse un diritto poter amare in qualsiasi posto come qualsiasi altra coppia di giovani? Sembra che questo diritto

venga meno, ed ecco perché serve la legge Zan. Il 04/04/2021 un ragazzo cileno di 23 anni residente a Torino, alla stazione di Porta Nuova, è stato accerchiato da cinque adulti e pestato a sangue a causa di una maglietta troppo corta e colorata. Lo stesso accade ad Antonio Parisi, noto attivista LGBT+, e a due suoi amici aggrediti per il semplice modo di vestire. Non è forse un diritto la libertà di espressione? Alcuni dicono che la legge Zan sia liberticida, per ora coloro che non si possono esprimere liberamente sono proprio le persone LGBT+. Il decreto-legge tutelerebbe queste persone e darebbe loro la libertà di farlo, più che liberticida dà la libertà a chi non ce l’ha. Alla lista delle mancate libertà si aggiunge anche la libertà di prendere in tutta tranquillità un semplice volo: a Catania, una stilista in aeroporto viene insultata pubblicamente perché transessuale dal personale addetto al check-in e, lamentandosi, viene accerchiata dalla polizia ed è “invitata ad andarsene e a lasciar perdere”. Faceva parte della polizia anche un agente di polizia penitenziaria, 56enne, che esasperato dalle prese in giro omofobe dei colleghi, si tolse la vita a Bari. Un intervento appare più che neces-

sario, data l’evidente omertà e inadempienza di chi dovrebbe proteggere ogni cittadino, ma in questo caso risulta carnefice. Il DDL Zan serve anche a questo. A Latina va a processo la storia di due donne, colleghe di lavoro, che mobbizzate per anni, sono costrette a licenziarsi a causa del proprio orientamento sessuale: le persone LGBT+ non hanno nemmeno il diritto al lavoro. Ultimo esempio per sottolineare l’urgenza della Legge Zan è un episodio che non si svolge per strada, ma in un contesto simile al posto in cui siete entrati in possesso di questo periodico: un professore universitario diffonde insulti via social contro un proprio studente: “F*** perso”, “Per questo militanza è parlare dei suoi pruriti sessuali”, “Fatelo tornare giù e vedi come lo pestano, tanto a questi piace pure”, ecc. L’omofobia è in ogni contesto, nemmeno l’ambiente universitario ne è estraneo, così come quello domestico. Conosciamo ormai tutti la storia di Marika, cacciata di casa e minacciata di morte dalla famiglia a causa del suo orientamento sessuale. Anche per questo la legge Zan risulta necessaria. Esiste già una legge di ag-

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gravante per futili motivi, art. 61 n.1 del Codice Penale, ma non viene tuttavia applicata, su che metro di misura è possibile stabilire la futilità di un motivo? In questi casi il motivo è l’omofobia, ossia l’avversione di alcune persone verso gli omosessuali, può essere definita questa un futile motivo? Può essere considerato futile motivo un padre che spezza le dita al figlio per dargli una “lezione” e cercare di “correggerlo”? L’omobitransfobia è violenza che va combattuta sia penalmente che civilmente, e anche culturalmente. La necessità della legge Zan non nasce solo dal bisogno di una tutela legislativa delle persone LGBT+, ma soprattutto per aprire una battaglia culturale con una società patriarcale, etero normativa e xenofoba. Importante punto della legge è infatti l’istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia al fine di introdurre questa nuova sensibilità nelle scuole, i luoghi in cui si formano i nuovi cittadini del futuro, sensibilizzando, cercando di evitare il germoglio del seme dell’omofobia, lasciando spazio all’inclusività. Inoltre verrà anche istituita una indagine ISTAT di cadenza triennale che deve misurare anche le opinioni, le discrimi­nazioni, le violenze subite e le caratteristiche dei soggetti più esposti al rischio, al fine di redigere prontamente politiche che contrastino

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discriminazione e violenza. Come precedentemente detto gli episodi di omofobia nel nostro paese sono innumerevoli, quelli riportati sono solo alcuni di quelli denunciati. Ci sono infatti molte persone che non denunciano, probabilmente per motivi altrettanto grandi. I numeri contano, e chi non ritiene necessaria la legge probabilmente è allegramente inconsapevole che tante persone non hanno gli stessi diritti. Come detto prima la legge Zan dà diritti a chi non ne ha e al contempo anche a chi li ha già. E’ una legge per tutti, non per i singoli, e dopo l’approvazione saremo, si spera, tutti più liberi.

Fonte: Aggressioni: https://www. omofobia.org/events/events-list Legge Zan: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/356433.pdf


ALESSANDRO BRAGA

Hip- Hopride Evolution


Nell’edizione più colorata di Lanterna, non poteva certo mancare un articolo a tema musicale. Negli ultimi anni, il genere che più si è affermato nel panorama internazionale, e nazionale, è sicuramente il rap, con vari sottogeneri annessi. Dagli albori della sua nascita, la cultura hip-hop si è sempre più radicata nella società moderna, partendo dalle periferie di New York, per giungere alle boutique di alta moda. Ma come si rapporta il moto artistico-musicale più popolare del XXI secolo con la comunità LGBT+? Il rap, così come l’hip-hop nel suo complesso, è sempre stato un genere in grado di riflettere la realtà in maniera diretta e tagliente, un mezzo per far sentire la propria voce in scenari di difficoltà e degrado sociale. Inizialmente, considerando anche il contesto in cui è nato il movimento, le tematiche affrontate erano legate alla vita di strada e al razzismo (soprattutto negli Stati Uniti). Con il tempo, i contenuti si sono differenziati, mantenendo sempre la schiettezza e la crudezza del linguaggio. Il ruolo dell’MC [1] si è sviluppato parallelamente, sia da un punto di vista artistico che da un punto di vista dell’immagine, proponendo, spesso, una figura machista ed egoriferita. Il motivo è da ricondurre, pro-

babilmente, alla volontà degli interpreti di mostrare una certa autenticità a fronte dei testi che scrivevano, oltre che dell’ambiente violento da cui la maggior parte di loro affermava di provenire. Questo ha portato alla convinzione che il rapper, per essere credibile, debba necessariamente, assieme ad altre caratteristiche, avere un’attitudine e un comportamento virili. In tal senso, era di pratica comune schernire i propri colleghi attraverso frasi che ne minavano la mascolinità, arrivando anche ad utilizzare espressioni palesemente omofobe. Tutto ciò non ha di certo aiutato a creare un clima sereno per i membri della comunità LGBT+, che molto spesso si vedevano costretti a nascondere o limitare le loro inclinazioni. L’approdo dell’hip-hop al mainstream ha sicuramente cambiato molte cose. La platea più ampia di ascoltatori si è rispecchiata in una maggiore varietà di generi e sottogeneri, oltre che in autori appartenenti ad etnie e ceti differenti. Da un lato la cultura si è imborghesita, e quindi si è un po’ persa l’identità originale del movimento, ma dall’altro si è arricchita di nuovi punti di vista, utili soprattutto a scardinare alcuni preconcetti. Verso la fine degli anni ’90, specialmente in California, si

è iniziato a sviluppare un fenomeno interno all’ambiente, organizzato dagli appassionati di hip-hop appartenenti alle categorie LGBT+, che prese il nome di homo hop (o queer hip-hop) [2]. La vera diffusione avvenne però solo negli anni 2000, con la formazione di gruppi come i Deep Dickollective e di artisti quali Katastrophe, Big Freedia, JenRo e Cazwell. La crescita del movimento ha permesso lo sviluppo di scene locali, con la creazione di festival come il PeaceOUT che accolse, fino al 2008, molti esponenti del queer rap e non solo. La principale motivazione che portò alla fondazione di una corrente alternativa fu la volontà di utilizzare il linguaggio esplicito e diretto del rap come veicolo per l’espressione di sentimenti connessi all’omosessualità e di normalizzare la presenza di artisti non etero all’interno del circuito. Tuttavia, non ci fu una vera e propria integrazione, anzi, la scena hip-hop di quegli anni si dimostrò restia ad aperture di questo tipo, per cui il movimento mantenne una dimensione underground. Il problema principale, però, non era tanto nell’ambiente rap, quanto piuttosto nella società, ancora troppo rigida (chiusa) nei confronti della comunità LGBT+. Lo stesso Katastrophe si espresse a tal proposito affermando che

[1] MC sta per “Master of Ceremonies”, ovvero colui che nell’hip-hop pratica la disciplina dell’MCing, intrattenendo il pubblico attraverso performance vocali di vario genere. Con il tempo è diventato un sinonimo di rapper. [2] https://norient.com/video/queer-hip-hop-worldwide/

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<<la musica, qualunque tipo di musica, non fa che riflettere quello che succede nella società, perché l’hip-hop dovrebbe essere diverso?>> [3]. In questo periodo, infatti, la categorizzazione del genere allontanò il movimento dall’obiettivo iniziale, portando alcuni artisti ad essere identificati esclusivamente come appartenenti ad una corrente effluente. Va però riconosciuto come i pionieri sopracitati abbiano aperto uno spiraglio attraverso il quale gli esponenti attuali sono riusciti a crearsi un varco. La svolta si è verificata all’inizio degli anni ’10, anche grazie ad un atteggiamento sempre più inclusivo da parte della collettività nei confronti degli individui LGBT+. In questo contesto alcuni artisti mainstream del mondo urban decidono di fare coming out, uno su tutti Frank Ocean. Nel luglio del 2012 il cantante pubblica su Tumblr una lettera [4] in cui racconta della storia avuta con un ragazzo e della sua voglia di sentirsi finalmente libero. Si tratta di un evento molto importante. Il cantante aveva preso parte, qualche mese prima, al progetto Watch The Throne [5] di JAY-Z e Kanye West, due senatori della scena rap americana, e la cosa non è irrilevante. La notizia ebbe un impatto mediatico non indif-

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ferente e il suo eco risuonò anche negli anni successivi. Di fatto, con quella lettera, Frank Ocean ha spostato la questione dal sottobosco del rap game ad una quota più alta, in modo da renderla visibile a tutti. Nel corso di tutta la decade, l’immaginario del rapper si trasforma. L’estetica diventa una componente del percorso artistico tanto quanto i testi delle canzoni, uno strumento per esprimere visivamente la propria arte senza badare troppo ai limiti imposti in passato. Compaiono così i pantaloni attillati, le unghie con lo smalto, il trucco e le treccine colorate, tutti elementi che sfatano in qualche modo il mito dell’MC duro e macho. In questo, gli artisti trap hanno sicuramente dato un contributo significativo. Nel frattempo, molti rapper si uniscono alla causa come Kevin Abstract dei Brockhampton, Tyler The Creator e Macklemore, attraverso brani e video di supporto e denuncia. Fioriscono, inoltre, numerosi talenti del genere appartenenti alle categorie LGBT+ tra cui Young M.A., rapper di Brooklyn, 070 Shake, cantautrice alternative hip-hop di origine dominicana, e naturalmente Lil Nas X. L’artista di Lithia Springs (Georgia, US) è probabilmente l’esempio culminante del percorso che è stato fatto fino ad oggi. Si tratta infatti del primo rapper

[3] https://xl.repubblica.it/dettaglio/31761.html [4] https://www.thefader.com/2015/10/12/frank-ocean-letter [5] https://open.spotify.com/album/0OcMap99vLEeGkBCfCwRwS?si=8oBWBkrbTxS2kAFJYUkpew [6] https://open.spotify.com/track/0F7FA14euOIX8KcbEturGH?si=98ee43bd23634f62

queer ad ottenere un disco di diamante (per il brano Old Town Road [6]). Molto spesso queste certificazioni lasciano un po’ il tempo che trovano, ma in questo caso rappresentano una vittoria importante per la comunità LGBT+ all’interno dell’ambiente hip-hop. L’Italia si è mossa più lentamente rispetto agli Stati Uniti, come di consueto, seppur, negli ultimi anni, si sia verificato un certo allineamento con le tendenze d’oltreoceano, anche grazie, ovviamente, ai social e alla loro espansione. Tuttavia, per quanto riguarda la diffusione di artisti LGBT+ nell’ambiente hip-hop, non è possibile tracciare un percorso lineare. Com’è noto, l’Italia è un paese piuttosto chiuso mentalmente e poco incline ai cambiamenti. Si tratta di un luogo comune che però è ben evidente in molti settori, e il rap non è da meno. Infatti, fino alla prima metà degli anni ’10, la situazione era abbastanza piatta. Le problematiche sollevate dagli addetti ai lavori si legavano più ad aspetti discografici e il tema dell’omosessualità non veniva preso in considerazione. Nel 2016 si ha un punto di rottura netto. L’ondata trap si abbatte anche sul nostro paese, portandosi dietro un nuovo modo di rappare ma soprattutto, come detto, un nuovo immaginario. Tutto


questo coincide con un’enorme propagazione del genere lungo tutto lo stivale ed un’esposizione massmediale consistente. Inoltre, si innesca un processo di generale apertura verso le categorie LGBT+ che porta anche all’affermazione di alcuni artisti rilevanti in tal senso. Tra questi è possibile citare Achille Lauro, nonostante si sia ormai allontanato dall’ambiente, Mahmood, cantante molto vicino a rapper di spicco della scena italiana, e M¥SS KETA, probabilmente l’anello di congiunzione più solido tra il mondo queer e l’hip-hop. Tuttavia, più che ad un vero e proprio movimento, si assiste al tentativo, da parte di alcuni interpreti, di inserire delle sfumature arcobaleno all’interno del panorama urban italiano. Il vantaggio sarebbe che, non essendo affiliati ad una corrente ben precisa, come nel caso dell’homo hop negli Stati Uniti, potrebbe essere minore il rischio di rimanere confinati in una nicchia estranea alla cultura principale. D’altro canto, manca una base solida a cui appoggiarsi per non rimanere con le spalle scoperte. L’unico mezzo di protezione rimane l’opinione pubblica che però non è in grado di inserirsi nelle dinamiche interne al sistema.

hip-hop ha seguito lo stesso percorso che si è verificato con la società in generale, passando da un periodo di quasi completa chiusura ad un recente avvio di integrazione. Fortunatamente, trattandosi di un movimento artistico, è presumibile che ci sia un’apertura mentale maggiore rispetto ad altri ambienti e che quindi tale processo di inserimento avvenga con maggiore facilità. Tuttavia, è necessario ricordare, ancora una volta, come il rap sia uno specchio della realtà. Dunque è chi costituisce tale realtà che deve fare il primo passo. Se noi ascoltatori, che siamo membri della collettività, non ci attiviamo per primi nel cambiare in meglio le dinamiche sociali, non possiamo certo sperare che la musica lo faccia al posto nostro.

Concludendo, il rapporto tra l’universo LGBT+ e la cultura

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CARLOTTA PAGANI

Problematiche contemporanee del maschio bianco etero


Ciao, sono Mario e ho quarantatré anni. Vivo in un piccolo paese di provincia, da cinquemila abitanti o poco più, persino all’ufficio comunale avranno perso il conto, con tutta quella gente arrivata dai Balcani. Per questo ho mandato mio figlio, il mio campione, all’istituto privato, per dargli un’educazione come si deve; sono convinto che il programma scolastico debba essere perfettamente rispettato, non voglio che la classe rimanga indietro a discapito di chi ancora non sa l’italiano. Sono un pendolare, tutti i giorni vado in auto in stazione e prendo il treno per Milano. Non immagini come sono i ragazzi di oggi, come vanno in giro vestiti: pantaloni strappati e calzini in vista, per non parlare delle ragazze, camicioni e giacche da uomo o calze a rete con minigonna, senza via di mezzo. Sono tutti confusi, non sanno stare al mondo. Ma poi dove vanno con quelle borse di tela? A fare la spesa? La ragazza con l’anello al naso del 7:53 ne ha una nuova, arcobaleno. Ultimamente la vedo spesso, sarà una nuova marca. Che pecoroni. Arriviamo in

Centrale, prendo la metro. Porta Venezia, mi mancano tre fermate. Perché anche i muri sono arcobaleno? In fondo questo è il mondo che si immaginano i giovani oggi, tutto rose, fiori e arcobaleni. Non hanno capito che per vivere e mantenere la famiglia serve un lavoro stabile, e gli incarichi bisogna meritarseli. Invece stanno sempre attaccati al telefono con le cuffie nelle orecchie, pensando di poter fare tutto con un tocco, e se chiedi loro di girare una vite, prima guardano qualche tutorial su YouTube. Mia figlia, quella più grande, mi ha fatto vedere come funzionano queste cose. Io le uso per ascoltare le sigle dei cartoni animati di quando ero bambino. Già alle elementari sapevo cosa avrei voluto fare da grande, mia figlia invece è iscritta all’università da 4 anni e ancora non ha portato a casa la laurea. Il suo corso di studi ha un nome lungo e complicato, si sente frustrata, forse non è portata. Al momento della scelta le avevo consigliato di fare la maestra, e lei mi rispose che anche per quello serve una laurea. Ma come, per fare da babysitter a dei marmocchi e insegnargli le tabelline adesso serve una laurea? Ed eccomi qua a pagare per il quarto anno esorbitanti tasse universitarie. Ultimamente è distratta, passa sempre più tempo con

un’amica, parla sempre di lei, manca poco che resti a dormire a casa mia. Scendo dalla metro. Perché c’è tutta questa gente? Oh, un’altra di quelle buffonate di manifestazioni. Ventenni mezzi nudi e colorati, uomini col tutù e donne coi cargo. Un’altra manifestazione lgtq. Cosa vogliono adesso? L’ultima volta sono stato intrappolato nel traffico mentre chiedevano di poter adottare dei figli, pazzesco. Un figlio deve avere una mamma e papà, perché da lì vengono, da lì nascono. Sicuro due gay crescono un figlio gay, non può non essere il contrario. Se va avanti così, ci estingueremo. Adesso vogliono far approvare la legge Zan. Totalmente senza senso. Anche mio figlio dovrebbe essere tutelato dalle discriminazioni, perché loro vogliono una legge apposta? C’è talmente tanta gente che sembra vada di moda essere così. Din. Mail dall’ufficio: “Gentili collaborator*,” Anna, la stagista, ha sbagliato a scrivere, appeno arrivo devo ricordarmi di avvisarla. Ho saputo che ha avuto il coraggio di chiedere un aumento di stipendio. Dovrebbe essere lei a pagare noi, per l’esperienza che le stiamo facendo fare all’interno dell’azienda. Pazzesco. Non vedo l’ora di tornare a casa e scoprire cosa ha pre-

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parato mia moglie per cena. Sulla metro trovo qualche cartello del corteo di oggi, abbandonato. Questi giovani protestano e sporcano pure la città. I miei genitori, alla loro età, scendevano in piazza per non essere sfruttati al lavoro, per essere pagati, scioperavano, non la davano vinta ai capi. E questi qui invece giocano a essere maschio e poi femmina a giorni alterni. Datemi del complottista, ma io penso che tutta questa libertà sessuale sia una genialata dall’alto per distrarre la nuova generazione dai veri valori, per controllarli. Ci accusano di aver rovinato il loro pianeta, e neanche si accorgono di essere dei burattini.

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MARCO BARBARO

Non discriminarmi, baciami invece


Immaginate di essere a capo di una comunità, in cui esiste una qualche minoranza discriminata, in maniera sistemica, radicata, violenta probabilmente. Immaginate anche di voler far cessare questa discriminazione. Quale sarebbe la vostra strategia? Le strade percorribili sono molteplici: potreste promulgare una legge che punisca l’emarginazione, e che la consideri come aggravante nella valutazione degli atti di violenza; potreste garantire alla suddetta minoranza i diritti che permettano loro di vivere in una condizione di maggiore equità; potreste passare attraverso la sensibilizzazione, l’istruzione e l’educazione (e ci rivediamo tra quattro generazioni); potreste mettere in vetrina elementi simbolici, come commemorazioni e altri contentini del genere. E così via. Storicamente, regioni e Paesi diversi hanno seguito strade diverse verso l’inclusività, percorsi tortuosi che si intrecciano intorno a decenni di avvenimenti più o meno epocali, ondate politiche, azioni e movimenti sociali ed eventuali risposte istituzionali. Un primo Paese esempio è la Spagna, in cui fino al 1975 la dittatura di Francisco Franco vede l’omosessualità maschile come pericolosa, e quella

femminile come inesistente. In ogni caso, vige l’intransigenza, e nel ’54 vengono istituite le galerías de invertidos (gallerie dei deviati), speciali prigioni in cui il Caudillo spedisce migliaia di donne e uomini omosessuali e transgender (ma anche prostitute, malati mentali, disabili…) a patire la fame, la violenza e l’umiliazione. Intanto però, già dagli anni ’60 cominciano ad emergere i primi movimenti di spinta controculturale nel sottobosco di Barcellona, Ibiza, Stiges e Madrid, in cui la scena LGBT+ trova per la prima volta una casa. Figlia di questi movimenti è la movida degli anni ’70 e ’80, in cui tra manifestazioni sociali e culturali, opere artistiche, e cambiamenti politici, la Spagna non solo segue, ma anzi diventa pioniera in Europa della lotta contro la discriminazione, in particolare contro il mondo Queer. Da questo momento in poi, la Spagna ha sempre spiccato positivamente nelle classifiche di inclusività LGBT+ europee e globali, grazie ad azioni di spinta sia popolare che istituzionale. Per capire l’importanza dell’esempio spagnolo, date un’occhiata a questo grafico. Esso riporta le date di alcuni avvenimenti di natura legale, che sono stati cardini nella strada verso l’inclusività (questo è importante: non sono gli unici avvenimenti che si potreb-

bero considerare, ma sono quelli ad oggi maggiormente discriminanti). Volendo chiarire meglio i singoli eventi: Per “decriminalizzazione” si intende l’esclusione dai codici civili e penali dell’attività omosessuale come carattere di reato; Per “antidiscriminazione” si intende la protezione da comportamenti emarginanti per motivi di orientamento sessuale e identità di genere (è da precisare che alcuni Paesi hanno promulgato leggi antidiscriminatorie unicamente in certi ambiti, come quello della possibilità di affittare o comprare una casa, di servire nell’esercito, o di essere assunti, ed è questo il caso, per esempio, dell’Italia); Per “adozione”, “unioni civili”, e “matrimonio” si intende l’estensione del relativo diritto anche a famiglie LGBT+; Per “cambio di genere senza bisogno di operazione chirurgica” si intende… beh la possibilità di andare all’anagrafe e cambiare il proprio genere senza abbassarsi i pantaloni (bisogna però provare la propria disforia di genere, processo che, oltre ad essere lungo e costoso, passa attraverso la decisione di un giudice, quindi non è affatto così immediato come potrebbe sembrare). [dati nell’immagine nella pagina succesiva] Piccola spiegazione dei Paesi

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considerati: della Spagna ne abbiamo parlato tanto che non inserirla sarebbe stata una presa in giro, dell’Italia ne parleremo tra poco, e Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Romania sono tre esempi di paesi europei il cui indice di inclusività è rispettivamente alto, medio e basso (secondo qualsiasi classifica, cito in particolare Rainbow Europe). Non sono stati inclusi, invece, Paesi difficilmente rapportabili all’Italia per dimensione, storia e contesto sociale, come Malta o il Giappone, e Paesi che avrebbero lasciato tutte le righe bianche, come l’Egitto o la Russia. La prima utilità di questo grafico è mostrare che i risultati nel campo dei diritti per il mondo LGBT+ sono recenti, molto recenti. In un gran numero di casi, le persone che hanno visto l’omosessualità decriminalizzata sono, o potrebbero essere ancora vive (ok, probabilmente non in Italia, ma su questo discorso ci torneremo). Riguardando ora la Spagna, si capisce perché il suo sia stato uno sviluppo esemplare: la rapidità. In meno di trent’anni si è passati dalle gallerie dei deviati all’Europride del 2007, in cui due milioni e mezzo di persone si sono affollate non nei campi di concentramento, ma nelle piazze di Madrid. E l’Italia? Ecco il secondo motivo per cui il grafico di sopra ci torna utile: l’Italia decriminalizza l’omosessualità prestissimo, prima di moltissimi

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Paesi occidentali. Ma sappiamo tutti a che punto siamo arrivati oggi. Andiamo con ordine. Nel Codice Zanardelli del 1890, in effetti, non è citata l’omosessualità come reato, ma la politica generale tenuta nei confronti del mondo Queer è (allora come oggi) quella della “tolleranza repressiva”, una locuzione che i sociologi odierni riprendono da Herbert Marcuse (1965), e che in brevissimo vuol dire: magari non sarà reato, ma meglio che tu non lo faccia lo stesso. D’altronde un organo addetto alla repressione dell’omosessualità in Italia c’è già, la Chiesa. Da parte dello Stato invece risulta “più utile l’ignoranza del vizio”, spiega Zanardelli. Risulta più utile permettere all’omosessualità di esistere, purché essa stia zitta e nascosta, e non metta mai in discussione la subalternità rispetto alla normale e naturale eterosessualità. Questa negazione dell’esistenza stessa dell’omosessualità, coperta però da un leggero strato di tolleranza, incoraggia la “doppia vita”: dentro casa femminella, fuori maschiaccio. Ed è proprio questa doppia vita (oltre che l’indole nazionale che da sempre ci appartiene) che impigrisce la comunità LGBT+ italiana e ritarda la formazione di un gruppo controculturale fino alla nascita dell’Arcigay nel 1985 (tralasciando piccole, ma importanti, organizzazioni locali come la rivista e

l’omonimo movimento Fuori!, fondati a Torino nel 1971). Piccola nota: ho deliberatamente saltato il periodo fascista, perché durante il ventennio “bastavano le mani, anzi i piedi, degli squadristi” (Mussolini, c.a. 1930) per mettere in riga gli omosessuali. Ah, e il confino politico, ovviamente tutto senza passare per il Codice penale. Queste vicende mettono in luce un’altra questione: la differenza tra ciò che è accettato de iure, cioè secondo la legge, e de facto, cioè secondo le effettive dinamiche sociali. Nonostante l’omosessualità non fosse un crimine era sconsigliato, anzi, pericoloso mostrarla in giro. Allo stesso modo, nonostante nel 2003 anche in Italia sia stata messa in vigore la direttiva europea per la non discriminazione in ambito lavorativo per orientamento sessuale e identità di genere, continuano ad essere comunissimi i casi di donne e uomini che devono abbandonare il proprio posto di lavoro perché vessati giornalmente da colleghi, capi e collaboratori per la propria sessualità. A tal proposito, è molto interessante uno studio della Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) del 2019/20, in cui sono state raccolte 140 000 testimonianze di uomini e donne che si identificano come gay, lesbiche, transgender o intersex. Si chiama A long way to go for LGBTI equality, un nome perfettamente azzec-


1890 1940

PAESI BASSI

1950

1960

1970

1980

1990

2000

2010

2020

1945 1993 2000 1998 2001 2013

SPAGNA

1979 1995 2005 1994 2005 2006

REPUBBLICA CECA

1962 2009 2006

Decriminalizzazione Antidiscriminazione Adozione

ITALIA 1890

2003

Unioni Civili

2016

Matrimonio Cambio di genere senza operazione chirurgica

2015

ROMANIA

2001 2002

Fonte : Equaldex

cato. Spostando il focus solo sull’Italia, da questo studio emerge che 6 persone su 10 evitano di mostrare la loro affettività in pubblico, 4 su 10 dichiarano di essere state vittima di discriminazione, 3 su 10 di molestie. Vi lascio spulciare da voi gli sconcertanti risultati del report, ma già questi tre dati mostrano che la tolleranza repressiva non si è mai diradata del tutto. Solo un ultimo dato: il 41% delle persone sottoposte al questionario in Italia ha notato un aumento dell’intolleranza negli ultimi dieci anni. Lasciate che queste informazioni prendano significato nella vostra testa per un secondo. Il problema vero è che da sempre, almeno in Italia, la lotta per i diritti pro-LGBT+ è stata una lotta al ribasso. Forse vi ricorderete lo svilente dibattito politico in merito al disegno di legge, ora legge, Cirinnà sulle unioni civili. Sembrava una contrattazio-

ne da mercato: qual è il minimo che posso concedere ai gay per dare comunque la parvenza di non essere un bifolco? No, signora, l’adozione non ve la posso dare, vi dovete fare altri vent’anni di giostra politica. Tante care cose. Eeeh, per il matrimonio ci pensiamo un’altra volta. Il prossimo! Per me l’idea dovrebbe essere proprio un’altra: tutto, subito, sempre. Ecco come potremmo rispondere alla prima domanda: tutto, subito e sempre. Serve una legge che punisca chi non rispetta il genere in cui una persona si identifica. Serve una legge che permetta alle famiglie “non convenzionali” di formarsi, unirsi e svilupparsi. Serve che sia più grave insultare un gay perché gay che insultarlo perché antipatico. Serve facilitare la burocrazia per chi non rientra nei binari di una società eteronormativa. Serve che si smetta di

strumentalizzare i bambini per nascondere la propria omofobia. Serve bandire slogan come “l’utero in affitto”, o “un figlio non è un capriccio”. Serve che si abbandoni la mentalità per cui i diritti LGBT+ sono una concessione. Servono opere di sensibilizzazione. Serve insegnare ai genitori che se il proprio figlio gioca con le bambole non è da ricoverare. Serve “il gender nelle scuole”. Servono i film gay su Italia 1 la domenica. Serve Tiziano Ferro che fa outing. Serve Fedez che si schiera. Serve il Pride. Serve tutto, serve subito e serve sempre.

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ELEONORA NITOPI


LORENZO CAVALERA

L’amore gay ai tempi di Grindr


Quante volte abbiamo visto al cinema bellissime storie d’amore LGBT, in cui i personaggi incontrano l’amore della propria vita in meravigliose ville o al college? Ci siamo mai chiesti se questo accade anche nella vita reale o solo sulla pellicola cinematografica?

e sappiamo che ci vuole veramente poco. Ci sono quelli pieni di sé, chi è semplicemente un “etero” “curioso”, chi cerca la passione di una notte e poi ci sono i miei preferiti, i timidi romanticoni che aspettano il principe azzurro a cavallo di un bianco destriero.

Beh, sfatiamo i vecchi miti ma al giorno d’oggi l’amore gay non conosce ville, non conosce college, l’amore si “trova” su grindr. Per i meno esperti: grindr è una applicazione per incontri che utilizza la geolocalizzazione per farti vedere le persone che sono registrate e che sono nella tua stessa zona.

Nessuno può credere che si possa trovare la persona giusta su una app, né tanto meno che una chat del genere debba essere talmente fondamentale da decantare tutti i rapporti umani con cui un individuo deve confrontarsi. Eppure, io ci sono riuscito, ho trovato la persona giusta, manca poco al secondo anniversario, ma è innegabile dire che nessuno dei due si aspettasse di trovare qualcuno con cui stare così bene in un momento in cui nessuno dei due cercava una relazione. Sono stato su quella app per diversi anni prima di trovare l’amore, sicuramente siamo stati fortunati a trovarci al momento giusto. Questo non toglie che ciò su cui si è costruita la relazione sono i momenti passati insieme, bisogna vivere le cose.

Ma cosa può causare una app del genere nell’era dei social? Comporta che ogni conoscenza, relazione o amicizia parte da lì: due persone che si lanciano occhiate per strada non si avvicinano a parlare, accedono a grindr e se vedono l’altro sullo schermo dello smartphone mandano un messaggio per attaccare bottone. Spesso lo stesso accadeva in discoteca (quando ancora il covid non aveva cambiato le nostre vite). Ora passiamo ai tipi che si possono incontrare in chat, tutti leoni da tastiera, dietro lo schermo, fuori non sarebbero nemmeno in grado di far piangere Gemma Galgani

creare una sorta di rapporto. Bisogna anche saper correre dei rischi, mettersi in gioco, provare a essere più coraggiosi con chi vogliamo conoscere, e magari non lasciare tutto quel potere in mano ad una app.

Raccogliete il coraggio e presentatevi, vivete!

Perciò, timidi romanticoni, l’amore della vostra vita può essere registrato su grindr, bisogna però mettersi in gioco e soprattutto non affidarsi interamente a una app per

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AMEDEO CARBONE

Le tradizione dei “femminielli”


Immagine a sinistra: La figliata dei femmenielli, dal documentario Pagani. Al centro, sul letto, Bruno Buoninconti. Fonte: https://filmitalia.org/it/film/97581/ Immagine a destra: La figliata dei femmenielli, dal documentario Pagani. Al centro, sul letto, Bruno Buoninconti. Fonte: La Repubblica Napoli

«Io mi ritengo nu femmènelle, perché pe’ me il femmènelle è quello che è in mezzo tra l’essere gay e il transessuale». Questa la definizione che dà di sé Bruno Buoninconti in un video [1] di RepTV. Ma chi è Bruno, e perché si definisce «nu femmènelle?». Il “femmenèlle” è una figura tipica della cultura popolare partenopea, che si riferisce ad un maschio con comportamenti ed espressività marcatamente femminili. Spesso sovrapposto alla più diffusa realtà transgender o transessuale o all’ermafrodito, il “femmenèlle” rappresenta un’identità culturale e sociale molto peculiare e storicamente ancorata nel tessuto urbano napoletano. Risulta essere un unicum nel panorama culturale italiano (come tante cose napoletane) perché si tratta di una figura che fa parte del tessuto sociale dei quartieri popolari dove è una persona rispetta-

ta, uno dei simboli tradizionali che affondano le radici in usanze e sincretismi religiosi legati alla Madre Terra, che nel sud dell’Italia continuano a sopravvivere. Ancora oggi i femmenielli, esponenti della antica comunità omosessuale campana, sono i gelosi custodi e rispettati officianti di queste usanze. Bruno, leader della sua comunità locale, interpreta la figura centrale di questi riti nel documentario Pagani [2], in cui si rappresentano sul palcoscenico della città di Pagani, nei pressi di Pompei, il matrimonio della Zeza, la Figliata dei Femminielli e la processione della Madonna delle Galline, una Vergine venerata con canti e danze ancestrali. Il matrimonio della Zeza [3] (tradizionale processione che si compie a Carnevale), come raccontato anche nel video [4], consiste in un vero e proprio rovesciamento della tradizionale istituzione: come

[1] https://www.youtube.com/watch?v=mqDGRlA2Ejo [2] https://film.cinecitta.com/IT/it-it/news/70/2498/pagani.aspx# [3] https://it.wikipedia.org/wiki/Zeza [4] https://www.youtube.com/watch?v=mqDGRlA2Ejo [5] Il famoso basso napoletano [6] https://www.sottocoperta.net/wp-content/uploads/2018/09/smorfia2.jpg

spiegato da Bruno stessз, «è tutto come in un vero matrimonio», fino all’ultimo dettaglio (lo sposo che va a prendere la sposa sotto il palazzo, il piatto che da tradizione viene rotto come buon augurio, la carrozza, i cunfiette) però l’assurdo è lì davanti a tutti: la sposa è «un femminile che non è femmina, e vedi lo sposo, che è un virile ma non è virile», e dentro non è vero niente. Quella è la magia. È così che i femminielli e il popolo possono ridere e farsi beffe delle convenzioni. La figliata dei femminielli è un momento altrettanto significativo, in cui viene messo in scena fin nel minimo dettaglio tutto il processo della maternità: dalla gravidanza (simulata con degli stracci sotto la veste) fino al momento del parto in cui viene chiamata la levatrice; si mimano i dolori del parto, si mette in scena addirittura un feto finto, fatto di stracci, a cui viene dato un

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nome dopo averne constatato il sesso. Tutto in perfetta linea con la tradizione, di cui i napoletani sono tanto gelosi, ma per dissacrarla. È d’altronde considerato un rito apotropaico e di buon auspicio, ed è stato anche rappresentato da Özpetek all’inizio del suo film ‘Napoli Velata’. Altro rito tradizionalmente caratteristico dei femminielli è la loro tombolata, che deve avvenire rigorosamente in un vascio [5] e che, a partire dal conosciutissimo gioco ─ nella variante della smorfia napoletana [6] ─ procede in modo rumoroso, sboccato, canzonatorio. Generalmente è la femmenèlla che tira a sorte i numeri proclamandoli ad alta voce e spesso al posto del numero fare riferimento al significato più diffuso e risaputo, che i presenti immancabilmente conoscono ed intendono. Il divertimento della tombolata con i femminielli è dato proprio dalla “smorfia”: infatti, man mano che i numeri escono, il femmenèlla concatena in una sequenza logica e cronologica i relativi significati, creando una storia che si forma dalla casualità del sorteggio: è un “evento” che il femmenèlla ricorda man mano che esso si sviluppa e che viene commentato rumorosamente con divertimento o con finto scalpore dagli stessi

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Il santuario della madonna di Montevergine in occasione della juta dei femminielli. In fondo, la pala con la madonna nera. Fonte: https://www.juorno.it/wp-content/uploads/2021/03/MLP10811-copia. jpg

femminielli e soprattutto dalle donne presenti al gioco. L’ultimo momento topico che non si può non raccontare parlando dei femminielli è la tradizionale Juta a Montevergine, meravigliosamente raccontata da Zoro nella puntata con Loredana Rossi e Ileana Camurro [7], presidentessa dell’associazione trans Napoli. Il santuario della madonna di Montevergine si trova sul Partenio, monte che sovrasta Avellino, ed è dedicato a questa madonna nera [8], rappresentata in una meravigliosa pala lignea, e chiamata comunemente dal popolo Mamma Schiavona, la madre dal cuore grandissimo che perdona tutto ai suoi devoti che scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario. Leggenda narra che nel 1200, durante una bufera di neve, una coppia di amanti omosessuali venne scoperta e condannata a morte dalla comunità; perciò vennero legati

[7] https://www.youtube.com/watch?v=rGV_SW59Zd0 [8] https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_di_Montevergine

ad un albero sul Monte Partenio, in modo che morissero di fame o di freddo. La Vergine, commossa dalla loro vicenda e dal loro amore, li liberò dalle catene e permise alla giovane coppia di vivere apertamente il loro sentimento di fronte all’intera comunità. Il momento dunque in cui tradizionalmente i femminielli compiono la loro juta è la Candelora, ma i festeggiamenti e i riti che vengono svolti sono un grande e meraviglioso sincretismo di sacro e profano, di preghiere e di canti, e soprattutto di invocazioni dirette alla Madonna, quasi come se fosse davvero una mamma a cui chiedere aiuto e protezione, il tutto accompagnato e diretto dalle tammurriate, i tradizionali canti ritmati dal suono delle tammórre (o tamburelli). Pertanto la festa cristiana sembra celare sotto la sua patina di religiosità gli antichi festeggiamenti pagani in onore di divinità precristiane (si pensa che in origine al


posto del santuario ci fosse un tempio dedicato alla dea Cibele) alle quali la gente offriva danze, inni, musica, libagioni e i frutti migliori della terra. Quelle danze e canti che erano preghiere e celebravano il prodigio della primavera, usanze molto simili a quelli che si praticavano in onore della Grande Madre che divenne per sincretismo nel corso dei tempi Cibele, Cerere, Demetra, Giunone e poi Maria Santissima, Vergine e Madre di Cristo. La Magna Mater era la dea dei pagani e rappresentava la Terra, la fecondità e la rigenerazione del mondo, in un legame metafisico tra sessualità umana e fertilità vegetale. Molti fanno risalire la tammurriata ai culti misterici, come i Misteri eleusini, dove canto e danza diventavano preghiera grazie all’uso di un tamburo, e il cui ciclo iniziava a febbraio con i Piccoli Misteri (come il rito della Candelora a Montevergine) sino a settembre (Grandi Misteri). Al termine di questo incredibile viaggio nelle tradizioni e i misteri della cultura partenopea, è necessario però puntualizzare il fatto che, anche se la cultura tradizionale napoletana offriva all’omosessuale (per lo meno a quello effeminato e “passivo”) un ruolo socialmente accettato e un’identità visibile e social-

mente riconosciuta, è anche vero che la sola professione aperta a tale ruolo era, di fatto, la prostituzione, spesso nelle mani d’uno sfruttatore, sempre esposta alle estorsioni della malavita organizzata, che non nascondeva il proprio disprezzo per i “ricchioni”. Per questo, per non dimenticare l’importanza delle lotte per l’affermazione dei propri diritti da parte della comunità LGBT+ è bene chiudere con una meravigliosa canzone di Pino Daniele, dal titolo Chillo è nu buono guaglione [9] (qui [10] la traduzione), dedicata a questз Teresa che desidera e cerca il proprio riconoscimento nella società ma è relegatз all’umiliante condizione della prostituzione per vivere.

La figliata dei femminielli in ‘Napoli Velata’ di Özpetek. Fonte: La Repubblica.

[9] https://open.spotify.com/track/3gWn2DRsSEDuC84lVr4wb8?si=6ebea57efe9c4472 [10] https://genius.com/Pino-daniele-chillo-e-nu-buono-guaglione-lyrics

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WALTER FIORE

Essere gay al PoliMi: A coming (out) of age story


L’associazionismo mi ha salvato la vita. Non che meditassi di uccidermi, ma ha totalmente cambiato la qualità della mia esistenza. Partiamo dall’inizio. Venni a conoscenza di PoliEdro al mio primo giorno di università. In BL27 fu allestito un banchetto di benvenuto per le matricole, presso cui era possibile ritirare un raccoglitore ad anelli con le informazioni essenziali per muoversi all’interno del mondo politecnico: piano degli studi, tasse, alloggi e mense ed altro ancora. L’ultima sezione del raccoglitore era dedicata a rappresentanti ed associazioni. Le associazioni erano in numero decisamente minore rispetto a quelle che esistono oggi ed alcune di esse si sono sciolte. Scorrendo l’elenco mi soffermai su PoliEdro. La descrizione era chiara, non c’erano dubbi che fosse l’associazione giusta per me, ma non ero ancora pronto. Durante quell’inverno conobbi un ragazzo della Statale tramite app (non di incontri, siccome non ero ancora out) ed ebbi la mia prima relazione. Fu un caso fortuito: entrambi eravamo alla ricerca di noi stessi, entrambi non avevamo il coraggio di fare coming out in famiglia e nemmeno avevamo mai avuto una relazione omosessuale. La relazione durò pochi mesi, ma mi diede la forza di fare coming out

con amici e genitori. I primi la presero bene e mi sostennero, i secondi si rifiutarono di ascoltare e provarono ad addurre alle mie parole qualsiasi ragione sembrasse loro plausibile. Per loro ero stato deviato, manipolato, non sapevo quello che dicevo e nel giro di poco tempo me ne sarei reso conto. Sono passati 4 anni dal mio coming out, con grande sorpresa sono ancora gay, con grande sorpresa restano convinti della loro idea e parlare della mia sessualità è tabù. Dato l’acceso litigio che seguì, per mesi fino al silenzio, e l’interruzione della mia relazione, decisi di non parlarne più e accantonai la mia sessualità. Non fui mai davvero felice durante l’anno successivo. Il primo evento a cui partecipai a PoliEdro fu in maggio. Mi risolsi a partecipare solo perché avevo trovato un’amica, anche lei all’inizio della scoperta della propria sessualità, che mi avrebbe accompagnato e, facendoci forza a vicenda, avremmo provato a riprendere quel discorso interrotto con noi stessi. L’evento era una semplice occasione per socializzare. Conoscemmo qualche studente, bene o male chiacchierammo e andò tutto bene. Partecipai all’evento successivo, da solo stavolta, e a quello dopo ancora.

Dopo 3 anni, non ho ancora smesso di partecipare. In 3 anni succedono molte cose. Ci si infatua nuovamente, un altro tentativo di relazione, il mio primo Pride, poi la laurea, la pandemia, l’erasmus ai confini del mondo. In tutto questo PoliEdro è rimasta una costante. Al mio primo anno di magistrale decisi di candidarmi per il direttivo: volevo restituire ciò che PoliEdro mi aveva dato; volevo salvare altre persone, come io ero stato salvato. Gestire un’associazione può sembrare molto complicato ad occhi inesperti. Richiede tempo, non lo nego, e ci sono alcune cose da imparare, soprattutto nei rapporti con l’Ateneo e la sua burocrazia, ma è questione di organizzazione. Si può fare qualunque cosa collaborando tra i membri dell’associazione e strutturando il proprio tempo. In questi 2 anni di impegno personale, molte attività si sono realizzate: sharing sul coming out, testimonianze circa il proprio essere trans, asessuale, intersex o non monogamo, racconti sul vivere da LGBTI+ al di fuori dell’Italia, incontri con associazioni (LILA e Agedo) ed esperti psicoterapeuti. Esiste poi un lato meno noto di PoliEdro, che è quello esterno alle attività; si tratta delle collaborazioni con l’Ateneo, con le altre realtà arcobaleno di Milano, si trat-

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ta degli incontri con decisori politici e con persone volenterose di raccontare l’attività di PoliEdro alle proprie comunità, si tratta anche delle manifestazioni in favore dei diritti civili. In tutto questo, PoliEdro è sempre stata presente, anche con la pandemia, anche con gli attacchi giornalistici dell’estrema destra. In tutto questo, cosa ha fatto il Politecnico di Milano? L’attività pubblica del PoliMi consiste nel citarci nel programma POP, nel dare il patrocinio per il Milano Pride, nel permettere la realizzazione della PoliMi Pride Week, nel realizzare il MOOC Embracing Diversity (nel 2017), nel realizzare un incontro all’anno con le aziende del Career Service per parlare delle loro policy circa la diversità e l’inclusione. Non sembrerebbe neppure così male, se non fosse che si celano pecche sotto vari aspetti: 1. Comunicazione Tutte queste attività pubbliche sono pensate e pubblicizzate verso i soli studenti. Dottorandi, ricercatori, membri del personale tecnico amministrativo, docenti non esistono. Tutti gli studenti hanno saputo della PoliMi Pride Week o del PoliMi Pride perché Alessio Rocca, presi-

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dente del consiglio degli studenti, ha inviato un’e-mail a tutti gli studenti. Il rettore non ci cita mai, non parla mai di diversità ed inclusione, non partecipa mai alla PoliMi Pride Week o al PoliMi Pride, non manda e-mail a tutta la comunità politecnica per ribadire che si può essere se stessi al PoliMi. Inoltre, la comunicazione del PoliMi decide di non parlare della PoliMi Pride Week sugli account istituzionali di twitter e linkedin, principali social usati dai docenti. Chi, al di fuori degli studenti, sa che c’è stata la PoliMi Pride Week? 2. PoliMi Pride Week C’è, inoltre, reticenza nel coinvolgere docenti per la realizzazione di attività. È da dicembre 2019 che propongo agli uffici del PoliMi attività con docenti che già dal 2017 collaborano con PoliEdro ed ogni volta si erge un muro di silenzio. Nemmeno una spiegazione, un commento sul perché non fare l’evento. Semplicemente non si può fare. Quest’anno ho provato ad agire diversamente. Ho contattato una docente per proporle di realizzare un evento. Lei ha accettato super entusiasta. Si è realizzata una videochiamata con gli uffici preposti per la realizzazione della PoliMi Pride Week per organizzare l’evento, evento che avevo proposto in prece-

denza agli stessi uffici ma mi era stato bocciato. Sembrava andare tutto bene, se non che, ad un mese dalla PoliMi Pride Week, il rettore e la prorettrice vicaria hanno deciso di comunicarci, per bocca degli uffici di cui sopra, il totale stravolgimento della PoliMi Pride Week. Nessun evento con questa professoressa, nessun evento con PoliPsi e Agedo, nessuna intervista a docenti per dare visibilità a un supporto concreto dell’Ateneo, tutto cancellato. La motivazione è stata che si preferisce spalmare questi eventi sul prossimo anno accademico e organizzare la PoliMi Pride Week diversamente (oggi, 22 maggio, non si ha certezza circa se e quali eventi saranno realizzati); motivazione comprensibile, dato che a fine giugno siamo tutti presi da altri impegni. Tuttavia, le proposte in questione sono ripetute indefessamente da due anni e il rettore ha comunicato a settembre, sempre per bocca degli uffici, di voler supervisionare la PoliMi Pride Week. Da settembre ha aspettato maggio per cancellare il nostro lavoro, con la promessa di eventi futuri. Spero che se ne ricorderà. 3. Potere decisionale Come si evince, il potere decisionale degli studenti è inesistente. Le attività proposte non vengono commentate,


solo bocciate. La comunicazione avviene solo per tramiti, mai con il rettore o chi decide cosa fare della PoliMi Pride Week (che non sappiamo nemmeno chi sia). Siamo impossibilitati a conoscere la natura dei pensieri circa le nostre proposte e quindi non ci è permesso ribattere e tentare di convincere della loro bontà. 4. Censura All’incirca ogni settimana PoliEdro realizza un’attività per parlare di discriminazione e creare un luogo accogliente. Il 10 marzo 2021 si è tenuto l’evento Animazione LGBT: quando qualcuno pensa ai bambini, evento finanziato dal PoliMi in accordo con il Bando apposito pubblicato ad ottobre 2020. Tutto regolare, se non che veniamo contattati dal PoliMi e ci viene caldamente chiesto di modificare la descrizione dell’evento, anche interrompendo l’uso dei fondi stanziati per la promozione su Instagram. Censura della quale non capiamo le ragioni, ma ci atteniamo. Scopriamo successivamente che qualcuno ha deciso di scrivere contro l’attività in questione: si tratta di ProVita (su Facebook) e CasaPound (su Il primato nazionale). Inoltre, da un blog apprendiamo di telefonate indirizzate agli uffici del PoliMi per lamentarsi dell’attività. [1]

La storia si ripete per l’evento #iolochiedo: senza consenso è violenza, incontro incentrato sul consenso con special riguardo all’ambito del BDSM. La relatrice è un’educatrice di sessualità alternativa. L’evento è approvato a bando, come prima. La comunicazione è censurata, come prima. Non ci è permesso dire la professione della relatrice: il sesso è un tabù al PoliMi. 5. Partecipazione attiva del PoliMi La partecipazione attiva del PoliMi è inesistente. Il simbolo di ciò è la manifestazione del Milano Pride. Alla manifestazione del Pride, seppure abbiamo il patrocinio, i do-

centi e membri del personale tecnico amministrativo che sfilano con noi sono meno di 5 e sono i soliti irriducibili che hanno sinceramente a cuore la questione (il rettore non sfila). Tuttavia, secondo l’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali (FRA), a maggio 2020 si stima una popolazione arcobaleno del 6% [2]. Significa 86 docenti e 74 membri del personale tecnico amministrativo[3]. Di queste persone, nessuna sfila al Pride con noi. Che ci sia timore di fare coming out coi colleghi? Posto che ovviamente non si va al Pride solo se LGBTI+, anzi! Che ci sia però il timore di far presagire in qualche modo di non essere

[1] La testimonianza sul blog: https://samizdatmilano.wordpress.com/2021/03/07/cartoni-animati-lgbt-al-politecnico/ [2]European Union Agency for Fundamental Rights, A long way to go for LGBTI equality, 14 May 2020. URL: https://fra.europa.eu/en/ publication/2020/eu-lgbti-survey-results [3] I numeri del Politecnico: https://www.polimi.it/it/il-politecnico/chi-siamo/i-numeri-del-politecnico/#c21917 [4] Cishet: slang che sta per Cisgender heterosexual, ovvero coloro che sono eterosessuali e non transgender. [5] Pagina Facebook dell’Università di Strathclyde: https://www.facebook.com/UniversityOfStrathclyde/posts/10159208041169605 [6] Nazioni con leggi anti-LGBTI+: https://www.humandignitytrust.org/lgbt-the-law/map-of-criminalisation/?type_filter=crim_lgbt

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cishet?[4] Cosa ci dice questo dell’ambiente inclusivo al PoliMi? Perché non si vuole organizzare un’intervista pubblica a docenti per sentire dalle loro bocche che non ci sono problemi ad essere LGBTI+ al Poli? Sarebbero parole rivolte da colleghi cishet agli altri colleghi, non sarebbero coming out (ovviamente non ho nessuna intenzione di forzare il coming out di qualunque persona). Perché il PoliMi mostra così tanta difficoltà al mettersi in prima linea (mentre le università britanniche lo fanno da anni, come l’Università di Strathclyde [5]), preferendo mantenere una posizione defilata? 6. Internazionalizzazione Suggerii al mio docente coordinatore erasmus di stringere accordi con mete in Paesi non discriminanti (ricordo che essere gay è reato in 70 nazioni e in una decina di queste si è condannati alla pena capitale [6]) per avere così un’offerta di internazionalizzazione che non sia a svantaggio di donne e minoranze. Mi rispose: “La sicurezza è un fattore soggettivo”. Come se il reato di propaganda gay in Russia fosse una mia invenzione [7], non un fatto. Al termine della mia esperienza al Politecnico di Milano, mi sento soddisfatto di me stesso. Sono cresciuto umana-

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mente, mi sono accettato, ho mantenuto viva PoliEdro, ho aiutato persone ad affrontare la propria sessualità e fare coming out coi genitori. Ho lottato quanto ho potuto, ma non è stato sufficiente. L’impressione che ho del nostro Ateneo è che i 7 valori[8] esistono solo sulla carta e che l’atteggiamento generale sia di individualismo: se non è un mio problema, io non mi muovo per aggiustarlo, anche se è il mio ruolo. Non credo che ci sia avversione a temi di diversità ed inclusione, ma che si faccia molta fatica a comprenderne l’importanza, talvolta bocciando a prescindere delle proposte che potrebbero essere utili, se considerate adeguatamente. Tutto ciò va a discapito di valori come la trasparenza (che non esiste per le decisioni della PoliMi Pride Week), l’integrità (che non esiste quando il PoliMi mette in primo piano l’opinione di parte della società al posto di un’attività che rispettava tutti i criteri del PoliMi stesso e che era già stata supervisionata ed approvata), la professionalità (che manca quando il PoliMi ritiene “educatrice di sessualità alternativa” una professione non abbastanza dignitosa da essere pubblicamente esposta), la responsabilità (che non esiste quando il PoliMi si rifiuta di cercare mete estere non discriminanti), l’equità

(che non abbiamo in assenza di potere decisionale pari a quello dei docenti, inducendo una disparità classista nell’importanza delle esperienze e delle opinioni degli studenti rispetto ai docenti) fondanti lo spirito del PoliMi. Inoltre, cito quanto segue dal Codice Etico e di Comportamento, come risposta alla domanda Cosa significa essere membri della comunità politecnica?: “Rispettare, proteggere e promuovere i valori del Politecnico e astenersi da dichiarazioni pubbliche lesive del buon nome dell’Ateneo e dei membri della sua comunità.” Mi chiedo, quindi, se il PoliMi consideri non etico il mio desiderio di sottolineare, ai fini di una critica costruttiva, quei comportamenti che il Politecnico di Milano stesso adopera contro i suoi valori. In conclusione, rivolgo un appello a chi mi legge: siate partecipi e fate fronte comune. Gli studenti al PoliMi contano molto poco: 4/23 rappresentanti in Senato Accademico, 2/11 rappresentanti in Consiglio di Amministrazione, nessun potere decisionale sulla PoliMi Pride Week. È evidente quanto la nostra facoltà di intervenire nei luoghi decisori sia pura velleità, un piacere che ci viene elargito, come gli adulti lasciano parlare i bambini senza ascoltarli davvero.

[7] Legge russa contro la propaganda gay: https://en.wikipedia.org/wiki/Russian_gay_propaganda_law#Prosecutions_and_other_effects [8] Il codice etico e di comportamento del PoliMi: https://www.polimi.it/fileadmin/user_upload/il_Politecnico/Brochure_Codice_Etico_e_di_Comportamento.pdf


Se si vuole provare a cambiare qualcosa al Poli, occorre fare quadrato attorno a una visione comune o quel misero 17% che ci ritroviamo varrà ancora meno. Tutto ciò per cui abbiamo lavorato, come rappresentanti studenteschi e dirigenti di associazione, potrebbe svanire se venisse meno la partecipazione alla vita del Politecnico di Milano.

Non lasciate che tutto questo scompaia, siate partecipi!


MARCO DUBINI

La vera bellezza


Thomas Mann durante la sua prolifica carriera letteraria si fece alcuni nemici. Tra questi il suo più accanito detrattore fu Alfred Kempner, critico letterario e scrittore. L’opinione di uno scrittore, come è ben noto, è distorta da diversi bias (“Se è brutto lo odio perché odio la brutta prosa, se è buono sono invidioso e lo odio ancora di più” scriveva Woody Allen), ma la critica di Kempner non ha per oggetto l’estetica della prosa manniana: la sua invettiva è puramente moralista. Secondo Kempner, Mann all’interno delle sue opere tesserebbe un subdolo elogio alla pedofilia, permettendo a simili scabrosi sentimenti di insinuarsi nella casa del buon borghese. Che Kempner si considerasse senza peccato è cosa curiosa – dal momento che alla tenera età di cinquantun’anni decise di prendersi in moglie una signorina appena ventenne – ma è forse ancor più curioso notare come certe obiezioni intelligenti alla “qualcuno pensi ai bambini” non siano affatto una novità dei giorni nostri. La novella di Mann incriminata è La morte a Venezia, pubblicata per la prima volta nel 1912. Oggi i timori di Kempner sulla normalizzazione della pedofilia sono stati ampiamente smentiti e soprattutto, col senno di poi, paiono ridi-

coli se si pensa alle catastrofi che il secolo avrebbe portato di lì a poco. Ciò che invece rimane immutato, oggi come allora, è l’immenso fascino dell’opera di Mann che rimane tra le più amate del romanziere tedesco.

da rasentare il fantastico, è la reale passione che sgorga da ogni riga. Mann incontrò Wladyslaw durante una vacanza ed ogni emozione, ogni intimo sospiro è sublimato tra le pagine di questo imperituro capolavoro.

La morte a Venezia racconta della passione di August von Aschenbach, alter ego dello stesso Mann, per il giovane polacco Tadeusz, alter ego di Wladyslaw Moes, in una Venezia disastrata da un’epidemia di colera. Quello descritto è un amore struggente quanto platonico, quello stesso amore per cui la fine sensibilità dell’artista desidera la bellezza, “la sola forma dell’immateriale che siamo in grado di percepire coi sensi e che i nostri sensi siano in grado di sopportare”.

Nondimeno quello per il giovane polacco non fu l’unico amore di Mann: la frustrazione del suo sentire per Armin, compagno di scuola, donerà ai posteri Tonio Kröger, altro celebre racconto spesso edito assieme al suddetto La morte a Venezia.

La prosa di Mann ci accompagna insieme all’innamorato per le calli di una città pestilenziale, le cui bruttezze non sono che fuggevoli visioni nella devota ricerca dello splendido giovane. La sua immagine, allo sguardo stralunato dell’amante, è invece quella di una divinità che nasce dalla spuma del mare suscitando mitiche fantasie, “una leggenda poetica di età primitive, delle origini della forma e della nascita degli dèi”. Si noti come, ciò che di più bello e di più puro vi è in questo amore, così assurdo in mezzo al trionfo della morte

Eppure, nel godere di questi scritti, si prova un’amarezza indicibile. Al pensiero che ad un sentimento tanto nobile si paragonasse – e in alcuni ambienti si paragoni tutt’ora – la più turpe perversione fa montare la rabbia. La morte a Venezia è paragonabile ad una natura morta: l’artista riesce a dipingere, ad immortalare, la meraviglia della vita solo dopo averla uccisa, castrata. Questa forse è la vera bellezza in Mann: le stesse convenzioni morali che gli impedirono di godere appieno di questa passione lo condussero a comporre un inno all’amore dalla potenza immortale che valse lui il premio nobel e, con esso, un posto d’onore nel Pantheon dei più grandi artisti della parola.

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WALTER FIORE

Sonetto del buco del culo


La Francia di metà Ottocento era immersa in un opprimente rigore morale che condannava, tra le altre cose, l’omosessualità. Era un’epoca in cui persino camminare a braccetto tra uomini poteva generare scandalo. In quegli anni alcuni poeti iniziarono ad affrontare pubblicamente questa cultura, talvolta pagandone le conseguenze, come Charles Baudelaire che nel 1857 fu costretto, da un tribunale, a rimuovere 6 poesie da I fiori del male. In questo scenario, nel 1871 Paul Verlaine e Arthur Rimbaud si incontrarono a Parigi, diventando ben presto amanti. Entrambi privi di peli sulla lingua, decisero di prendere in giro la mentalità di quella società che li voleva nascosti. A tal fine, parodizzarono lo stile di Albert Mérat, il quale, pochi anni prima, aveva pubblicato una raccolta di sonetti volti ad enfatizzare la bellezza del corpo femminile, adattandolo a un corpo maschile. Inoltre, decisero di descrivere un amplesso, probabilmente ispirato alla loro intimità, per sfidare ulteriormente la censura vigente al tempo. Altre fonti ipotizzano che la scelta di prendere in giro lo stile di Mérat sia dettata dal cattivo sangue che scorreva tra quest’ultimo e i due amanti, forse dettato da un

ipotetico disprezzo verso l’assenza di vergogna che loro provavano nel mostrarsi per chi erano. La relazione di Verlaine e Rimbaud fu piena di disavventure, evidentemente tossica, e valse a Verlaine una condanna a due anni di reclusione per “atti immorali”. Ciò che resta del loro amore e del loro non voler scendere a patti con la società è racchiuso nel Sonetto del buco del culo [1]:

Oscuro e increspato come un garofano violetto respira, umilmente rannicchiato nel muschio ancora umido d’amore che segue il clivo dolce delle bianche chiappe fino al cuore dell’orlo. Filamenti simili a lacrime di latte hanno pianto sotto il vento crudele che le respinge attraverso i piccoli grumi d’una rossa marna perché si perdano dove il pendio li chiama. Il mio sogno sovente s’abboccò alla sua ventosa; la mia anima, del materiale coito gelosa, ne fece una fulva gronda e suo nido di singhiozzi. È l’estasiata oliva ed il carezzevole flauto, è il tubo dove scende la celeste pralina, femminile Canaan racchiuso nel madore

[1] Testo originale e traduzione: https://arthurrimbaud.jimdofree.com/opere/stupra/

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POLIEDRO

RIFERIMENTI UTILI Di seguito potete leggere riferimenti utili al fine di fare coming out con la propria persona e all’interno della società, imparando a gestire le conseguenze legali e psicologiche. Sono anche indicati luoghi e associazioni per informazioni e test gratuiti per AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Tutti i servizi offerti sono gratuiti. Agedo Milano: Associazione che offre supporto a genitori alle prime armi col coming out dei figli. Email: agedomilano@gmail. com Telefono: 02 541 222 11 ACET - Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere: Associazione culturale e luogo di ritrovo per persone transgender. Email: info@associazionetransgenere.org LILA Milano - Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS: ONLUS che offre informazioni legate al sesso sicuro e su qualsiasi infezione sessualmente trasmissibile. Dispensano gratuitamente contraccettivi. Centralino informativo AIDS: 02 894 553 20 Email: infoaids@lilamilano.it

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Telefono Amico di CIG Milano: Servizio per il benessere psico-fisico della persona LGBTQI+ Orari: lunedì, mercoledì, venerdì dalle 20 alle 23 Telefono: 02 541 222 27 Sportello Legale ALA Milano Onlus: Supporto legale in materia di discriminazione: diritti delle donne, percorsi di transizione, diritti negati in generale . Alcune consulenze sono tenute da Gianmarco Negri, primo sindaco transgender d’Italia. maggiori informazioni a: https://www.alamilano.org/ sportello-legale/ Sportello Trans ALA Milano Onlus: Supporto psicologico per tutto ciò che ruota attorno alla sfera transgender. Telefono: 02 895 157 29 Email: info@sportellotransalamilano.it Casa Arcobaleno a Milano: Appartamento dedicato all’accoglienza di persone discriminate dalle proprie famiglie a causa di orientamento sessuale o identità di genere. La permanenza massima è di 8 mesi, durante la quale vengono forniti supporto psicologico e legale, oltre a un percorso di autonomia economica e lavorativa. La casa è gestita anche da Ar-

cigay. Email: antidiscriminazioni@ comune.milano.it Telefono Arcigay: 02 541 222 25 ILGA: Principale organizzazione internazionale per la documentazione dello stato dei diritti civili e della discriminazione verso persone LGBTI+ in ogni nazione nel mondo. Report dettagliati sono pubblicati con regolarità. ILGA Europe: https://www. ilga-europe.org/annualreview/2021 Servizio di Psicologia e Counselling di CIG Arcigay Milano: Servizio gestito da professionisti psicoterapeuti e pedagogisti in materia di orientamento sessuale e/o identità di genere. Il servizio è aperto anche a familiari, amici e conoscenti. Email: serviziocounselling@ arcigaymilano.org maggiori informazioni: https://www.arcigaymilano. org/Web/servizio-psicologia-counselling/


Dove fare il test per l’AIDS (e altre malattie sessualmente trasmissibili) gratuitamente a Milano: (Nota bene: ogni struttura qui presente offre il test gratuito in determinati giorni del mese e talvolta su appuntamento. Informarsi prima di presentarsi!)

LILA Milano in Via Carlo Maderno 4 Telefono: 02 894 553 20

Sito LILA Milano: htt p s : / / w w w. l i l a m i l a n o . i t / it/infoaids/18-test-dove/28-il-test-a-milano Sito Arcigay Milano: htt p s : / / w w w. a r c i g ay m i l a n o. o r g / We b / 2 0 1 8 / 0 9 / 2 4 / sapere-meglio-dove-fare-il-test-hiv-milano/ Per informazioni aggiornate rivolgersi a LILA (telefono scritto sopra). Strutture e telefoni: C.R.H. MTS Dipartimento di Prevenzione in Viale Jenner 44 Telefono: 02 857 898 71 C.A.V.E. Centro AntiVenereo del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano in Via Pace 9 Telefono: 02 550 352 26 Ospedale Sacco in Via G.B. Grassi 74 Telefono: 02 390 425 91 Azienda Ospedaliera Universitaria San Paolo in Via A. di Rudinì 8 Telefono: 02 818 430 42

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CARLOTTA PAGANI

Musica per organi caldi DA SCOPRIRE

Bad idea! – girl in red

Smalltown Boy – Bronsky Beat cotton candy – YUNGBLUD Me & You together Song – The 1975 Ta reine – Angèle Alanis’ Interlude – Halsey, Alanis Morissette Holy – King Princess Hayloft – Mother Mother Prophet – King Princess Strangers – Halsey, Lauren Jauregui - We exist – Arcade Fire Let’s have a kiki – Scissor Sisters Guilty Conscience – 070 Shake I will survive – Gloria Gaynor Girls like girls – Hayley Kiyoko Comme des Garcons (like the boys) – Ria Sawayama Deep in Vogue- Malcolm McLaren Mistery of Love – Sufjan Stevens Visions of Gideon – Sufjan Stevens Oh, to be a rainbow! – Soko

PERCHE’ DI VODKA NEL CUORE NE ABBIAMO GETTATA TANTA

LE CLASSICHE I Kissed a girl – Katy Perry Grace Kelly – Mika Vogue – Madonna Born this way – Lady Gaga Bad romance - Lady Gaga Alejandro – Lady Gaga Poker face - Lady Gaga Toxic – Britney Spears girsl – girl in red

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queen – cmqmartina She’s not him – Miley Cyrus Tikibombom – Levante Mantieni il bacio – Michele Bravi

Le ragazze di Porta Venezia – MYSS KETA Giovanna Hardcore – MYSS KETA Rider bitch – MYSS KETA Una donna che conta – MYSS KETA CON FILOSOFIA Secchio – Pop X Da grande sarai fr**io – Immanuel Casto Tropicanal – Immanuel Casto Siamo donne – Jo Squillo YMCA – Village People ITALIAN GUILTY PLEASURE Chillo è Nu Buono Guaglione – Pino Daniele Non sono una signora – Loredana Bertè Uomini farfalla – Mia Martini Kobra – Donatella Rettore Maledetta primavera – Loretta Goggi Disco bambina – Heater Parisi Sailor Moon – Cristina d’Avena QUELLE CHE NON TI ASPETTAVI Montero – Lil Nas X 00:23 – Roshelle I wanna be your dancing

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WALTER FIORE & GIADA MARTINOIA

Cruciverba Tema Pride 1

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ORIZZONTALE:

Casto - 13. Quelle di marzo sono

1. Amica entusiasta dei gay - 7.

famose - 14. Alan Turing - 18.

Festival Internazionale del cinema

Famoso gioco di carte - 19. Suono

queer che si svolge a Milano - 9.

censorio per eccellenza - 20. Ce le

Contrario di Off - 10. Iniziali di

hanno gli assorbenti - 21. Tra il Si

Pierfrancesco Favino - 11. Lo è

e il Re - 22. Varese - 23. Carriera

quella di genere - 15. Associazione

universitaria senza il deadname - 25.

per la Cultura e l’Etica Transgender

Ingrediente dello zabaione - 26.

- 16. Nè Edd nè Eddy - 17. Vasca in

Con loro la storia non si fa - 29.

inglese - 19. Si applica in informatica

Slang amichevole per lesbiche - 30.

ma non nella società - 21. Che si dà

Diminutivo di dominante - 31. La

delle arie - 24. Lip Sync - 25. Non

via più arcobalenosa di Milano - 34.

esiste in una coppia lesbica - 27.

Esclamazione divenuta famosa da un

Alluminio - 28. Associazione LGBTI+

recente videogioco - 36. T, famosa

del Polimi - 32. Estremi di Xilofono -

modella trans - 38. Seconda persona

33. Consonanti in viso - 35. La MYSS

singolare - 39. Canzone, rivista, stile

per antonomasia - 36. Lega Italiana

di danza - 40. RuPaul è la più famosa

per la Lotta contro l’AIDS - 37. Fare

- 43. Lady di “Born this Way” -

coming... - 41. Steven Universe -

45. Negare il consenso - 46. Primo

42. Associazione Italiana di genitori

politico

statunitense

apertamente

di figl* arcobaleno - 44. Unione

gay eletto - 48. Estremi di Arte - 50.

Europea - 45. Se lo scambiano Elio e

Persona appassionata - 51. Attivo,

Oliver - 47. Aulenti - 49. Unidentified

passivo - 53. Il pezzo più scarso degli

Flying Object - 51. Argento - 52.

scacchi - 54. Inizia il burro

Nome storico della omunità LGBTI+ - 54. Per Adele é un colore caldo - 55. Divinità greca, ma anche orientamento senza

sessuale/

preferenza

-

romantico

56. Tipo

di

lampada - 57. United Kingdom VERTICALE: 1. Fondo Ambiente Italiano - 2. Preposizione - 3. Nè maschio nè femmina - 4. Consonanti in resto - 5. Cantante di “Lost on you” 6. Assigned Female At Birth - 7. Pioniere attivista intellettuale per il movimento italiano arcobaleno - 8. Xavier Dolan - 12. Rima con “Hawaii” in una famosa canzone di Immanuel

56


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L’ultimo numero Primavera 2021 “Scacco matto, impostore!”

n.49 “Transgender Day of Visibility”

“La nostra intervista a CIBO”

Lanterna

INIZIATIVA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO

periodico della lista di rappresentanza la terna sinistrorsa

Les temps sont durs pour les… étudiants “Chi non si schiera nella lotta non si capisce per cosa viva.”

Primavera 2021


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