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La Pagina Aprile 2013

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Numero 1 0 4 Aprile 2013

Mensile a diffusione gratuita di AttualitĂ e Cultura

Foto Marco Barcarotti


L’ a u t i s t a e lo scuolabus C’era una volta, in un paese lontano lontano, un villaggio di montagna abitato da povera gente. La loro unica ricchezza erano i figli, per i quali desideravano una vita migliore della loro: e per questo dedicavano ogni risorsa alla loro educazione. Poiché il villaggio non aveva una scuola, gli abitanti si procurarono uno scuolabus per condurre i bambini ogni giorno nel paese giù a valle; e siccome volevano che i viaggi fossero sicuri e anche che i bambini non sfigurassero con i compagni di città, dotarono lo scuolabus di ogni possibile comfort. Sedili comodi con cinture di sicurezza, aria condizionata, persino un televisore e un impianto stereo; con sacrifici comprarono un modello lussuoso con airbag, cambio automatico, quattro ruote motrici. E, naturalmente, assunsero un autista offrendogli un contratto da favola: uno stipendio ben superiore a quello di ognuno degli abitanti del villaggio, una divisa nuova di sartoria e di tessuto pregiato, telefono cellulare di servizio, assicurazione sanitaria completa e personale, oltre ovviamente a quella che copriva tutti i rischi dello scuolabus stesso. Il tempo passò, e il povero villaggio divenne sempre più povero. La vita degli abitanti era sempre più difficile, e qualcuno cominciava seriamente ad invidiare l’autista dello scuolabus, che era senza dubbio quello con la migliore qualità della vita. Un triste giorno, vennero a sapere che l’autista, che avevano trattato con così tanti riguardi, non era affatto il brav’uomo che tutti credevano. Si scoprì che usava lo scuolabus per usi personali, andando la sera in paese a gozzovigliare; si seppe che utilizzava i bellissimi sedili del mezzo per arredare la sua casa, e che faceva fior di telefonate private col telefono di servizio. Aveva anche messo su uno strano commercio con le cinture di sicurezza dell’autobus, e costruito un sistema di riscaldamento della sua casa che era alimentato da quello del veicolo pubblico, con un complicato sistema di tubi. Lo scandalo salì e crebbe: facendo qualche indagine in giro, vennero a sapere che anche in altri villaggi gli autisti di scuolabus spesso si approfittavano della loro carica, vivendo alle spalle degli abitanti, pur non avendo certo bisogno di comportarsi in quel modo, visto che erano già tra i meglio pagati del paese. Con lo scandalo salì la rabbia, e con la rabbia la violenza; ma a questo punto la favola finisce, e bisogna trovare il finale. Foste state nei panni degli abitanti del villaggio, come vi sareste comportati? Probabilmente -ma solo probabilmente- avreste cacciato via con sdegno (e magari qualche appropriato calcio nel sedere) l’autista malandrino; vi sareste messi alla ricerca di un nuovo autista, stando bene attenti a selezionare la persona giusta,

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perché avete scoperto nel frattempo che tra gli autisti di autobus quel comportamento non è affatto insolito; infine, avreste incaricato il vigile del villaggio di controllare bene il comportamento del nuovo autista, per evitare di ritrovarsi in una situazione del genere. Probabilmente -ma solo probabilmente- avreste trovato sciocca l’idea di togliere sedili e cinture di sicurezza dallo scuolabus, solo perché il primo autista ne faceva un pessimo uso. Probabilmente avreste trovato ridicolo cercare di assumere un nuovo autista offrendogli un salario da fame, senza dargli dotazioni né telefono per le chiamate di sicurezza. Insomma, con ogni probabilità non ve la sareste presa con il mezzo, e neppure con tutti gli autisti del mondo, ma solo con quelli che si comportano da criminali. Stranamente, però, nella realtà sembra proprio che non ci comportiamo così. L’odio verso la classe politica è cresciuto e sviluppato in maniera mastodontica, in questo paese, e non si può certo dire che non ci siano state ottime ragioni a riguardo. Ma, anziché pensare a punire i malandrini separandoli da coloro che malandrini non sono, preferiamo pensare che siano tutti uguali, tutti identici, più ancora degli autisti di scuolabus. E anziché provare ad evitare che distruggano il paese, provvediamo a bruciare tutto quello che toccano. Il finanziamento pubblico ai partiti nasce per tutelare l’idea che tutti, anche i partiti delle classi meno abbienti, possano partecipare alla vita politica; altrimenti, solo i ricchi potranno permettersi un partito. I politici fanno un uso spudorato e privato del finanziamento pubblico? Allora proponiamo la sua abolizione, anziché cercare di fare in modo che il suo utilizzo rientri nello scopo originario. L’immunità parlamentare serviva a proteggere i rappresentanti più deboli delle camere, perché da sempre il potere può con facilità costruire un castello di accuse false nei confronti dei parlamentari scomodi: il primo esempio storico è, forse, la sacralità dei Tribuni della Plebe a Roma, che se non fossero stati considerati sacri, sarebbero stati facilmente vittime dei patrizi aristocratici. I nostri deputati la usano per coprire le loro malefatte? Noi pensiamo di togliere l’immunità, invece che le malefatte. Gli stipendi alti, i privilegi della carica, servivano a rendere la vita di senatori e onorevoli più tranquilla, mettendola al sicuro dal rischio più comune per chi frequenta i potenti: la corruzione. Ci sono onorevoli e senatori che si fanno corrompere lo stesso? Allora gli tagliamo lo stipendio; non tanto per risolvere il problema stavolta, ma solo per tigna. La costituzione assicura la libertà di mandato agli eletti, perché si pensava che contasse più la persona, del partito. Perché se un leader dice cose sbagliate, ci sarà pure qualcuno tra i suoi che se ne potrà rendere conto, e non deve essere tenuto a seguirlo, ma usare la propria intelligenza per proteggere il paese. Altrimenti, tanto vale assegnare ai capi delle coalizioni, dopo l’elezione, un bel diploma con sopra scritta la sua “percentuale di potere”, e mandare alle camere solo loro. Ognuno dei tre o quattro fortunati voterà col 20%, 5%, 18%, insomma quanto c’è scritto sul suo diploma, e tutto finisce lì. È curioso, e strano. Ma sembra proprio che, nel nostro villaggio, si preferisca non cercare un autista di scuolabus bravo e onesto, ma piuttosto smontare lo scuolabus, togliere sedili e cinture di sicurezza, rischiare la vita dei bambini che sullo scuolabus viaggiano, piuttosto che, semplicemente, cercare un autista di scuolabus onesto e migliore. Forse perché, sotto sotto, ci piace un sacco avere per autista un deficiente disgraziato, se ci si lascia la possibilità di poterlo insultare. Piero Fabbri

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L’ a u t i s t a e l o s c u o l a b u s - P F a b b r i GRUPPO CENTRAL MOTOR Discussione - G Raspetti N A R N I C I T T À D E L L A C O R S A A L L’ A N E L L O Falliti per troppi crediti - A M e l a s e c c h e Tr a d i m e n t o f a r i m a c o n r i s a r c i m e n t o ? - M P e t r o c c h i S T U D I O O D O N T O I AT R I C O N O V E L L I I piccoli migranti scampati ai coccodrilli - F Patrizi MECARELLI Come scegliere il proprio psicologo? - V P o l i c re t i C O O P E R AT I VA M O B I L I T À T R A S P O R T I Va t i c a n l e s s o n - P S e r i FRANCESCO - R Bellucci P R O G E T T O M A N D E L A - I Loesch A S S O C I A Z I O N E C U LT U R A L E L A PA G I N A F O N D A Z I O N E C A S S A D I R I S PA R M I O Assessorato Cultura Scuola e Politiche Giovanili ENDA La crisi economica morde anche cani e gatti - M C o z z a A S S O C I A Z I O N E C U LT U R A L E L A PA G I N A BIODENTAL M u s i c a m a d e i n Te r n i - C C o l a s a n t i L A B O R AT O R I S A L VAT I A Z I E N D A O S P E D A L I E R A S A N TA M A R I A D I T E R N I La spedizione dei mille: la campagna di Sicilia (I parte) - F N eri N U O VA G A L E N O I l p a g l i a i o - V Grechi ALFIO LICEO CLASSICO - M Biancifiori Chirurgia percutanea dell’alluce valgo - V B u o m p a d r e È tempo di cambiamento - L B e l l u c c i La Francia spegne le luci - F C a p i t o l i CORRADO SPAZIANI - C o l l e z i o n e C e s a r e Ta d d e i Alla scoperta di... ci vediamo in piazza - L Santini CENTRO MEDICO DEMETRA - ERREMEDICA L O S P E C C H I O U R B A N O - V To c c h i Mode, miti, errori alimentari dei giovani - L F B i a n c o n i ALLEANZA TORO ASTRONOMIA - T S c a c c i a f r a t t e , E Co s t a n t i n i , P C a sa l i , M P a sq u a l et t i AMARCORD TERNANA - M Barcarotti L A S TA N Z A D E L S A L E T E AT R O M A N I A - I C o n t i G L O B A L S E RV I C E SUPERCONTI

PA G I N A

Mensile di attualità e cultura

Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002, Tribunale di Terni Redazione: Terni, Vico Catina 13 --- Tipolitografia: Federici - Terni

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Michele Rito Liposi Editrice Projecta di Giampiero Raspetti

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Direttore editoriale Giampiero Raspetti

0744424827 - 3482401774 w w w. l a p a g i n a . i n f o

Le collaborazioni sono, salvo diversi accordi scritti, gratuite e non retribuite. E’ vietata la riproduzione anche parziale dei testi.

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Discussione Piccoli stati, principati e regni. Chiesa, papi e monaci. Longobardi, franchi, bizantini, spagnoli, normanni. Poi i Comuni, le Signorie, le Repubbliche. Spagna al sud, Austria al nord. Quindi la Francia. 1861: proclamazione del Regno d'Italia. Poi fascisti e nazisti. 1946: fine della monarchia e nascita della repubblica. 1948: la Costituzione... appena ieri! Siamo ancora slegati, confusi, disorientati, attaccati ognuno a origini e tradizioni dissimili e già si affaccia il barbaro che vuole disgregare, particellizzare il nostro tessuto a stento connettivo! Dobbiamo ancora lottare per costituire un popolo unito. Ma che tipo di popolo? Del nord Europa, per cui se un politico viene scoperto ad aver detto anche una piccola bugia, si dimette e viene allontanato per sempre dall’amministrazione attiva… o quella di alcuni paesi a sud del nostro ove la politica è negli scontri continui tra bande armate? Per l'Unesco l’Italia dispone del più alto numero di beni patrimonio dell'umanità, ma la spesa pubblica destinata alla cultura è all'ultimo posto in Europa, dietro anche alla disastrata Grecia. Siamo al penultimo posto, davanti alla sola Grecia, nella spesa per l'istruzione. Forse forze diaboliche hanno imposto a noi, eredi della Magna Grecia, l’ignoranza, la miglior via per far passare messaggi equivoci e demenziali, demagogia e fanfalucheria. È infatti grazie alla carenza di cultura e di capacità critica di un popolo che si è facilmente creduti salvatori della patria, mentre si è solo difensori di interessi o pruriti personali. L’Italia è anche uno dei paesi più corrotti al mondo ed è il paese dove gli imputati, se potenti, possono inveire contro le istituzioni giudiziarie ed accusarle di congiurare contro: roba da lasciare esterefatto anche un echinoderma ubriaco! Oggi dunque l’Italia tradisce l’enorme patrimonio di moralità a noi consegnato dal sommo Socrate. Ma tradisce anche chi ha dato fondamento all'Italia antifascista e progressista: Turati, Salvemini, Pertini, Rossi, i fratelli Rosselli, Gobetti, Spinelli... Moderato è colui che rifugge violenze, estremismi, eccessi. Sue virtù tipiche sono quelle della prudenza, della tolleranza, della ragione calcolatrice, della paziente ricerca della mediazione, del disinteresse personale: virtù necessarie nel mercato delle cose come nella dialettica delle opinioni, delle idee, degli interessi conflittuali. Il moderato non è appariscente, il suo compito è arduo: dialogare rivolgendosi all’intelletto, esponendo con chiarezza le proprie opinioni, senza dileggiare quelle degli altri. Spesso però la scena è invasa dagli estremisti, coloro cioè che ricorrono a stimoli e linguaggi ventrali. L’estremismo interpreta la storia come procedente per salti qualitativi e per rotture, è catastrofico e si ispira emblematicamente alle virtù guerriere del coraggio e dell’ardimento. La contrapposizione del guerriero al mercante comporta inevitabilmente la giustificazione, se non l’esaltazione, della violenza: la violenza risolutrice, purificatrice, levatrice della storia, per la sinistra rivoluzionaria; sola igiene del mondo per la destra reazionaria. Abbiamo già vissuto la resistibile ascesa di arturino, il male non oscuro della dittatura, l’abolizione del parlamento e dei diritti pubblici (anche di pensiero!). Abbiamo già visto mettere fuori legge tutti i partiti, tranne uno, e non vogliamo che un solo partito raggiunga il 100% dei voti come qualcuno auspica e brandisce. Abbiamo già sopportato l’attacco alla stampa che, nelle fasi predittatoriali, viene sempre nomata stampa di regime. Non vogliamo più chi demonizza, ma chi risolve senza distruggere. È già accaduto (legge elettorale del 1928) che l’elettore potesse dire solo sì o solo no a una lista di 400 candidati scelti da organi supremi e non vogliamo più gente in parlamento che dica solo sì o solo no, sia rispetto ad ordini che vengano dall’esterno, sia rispetto a dibattimenti in corso. Abbiamo già conosciuto il culto del capo, l’uso della violenza verbale cui segue quella fisica. Siamo stanchi della mobilitazione furoreggiante delle masse, dei capetti che mietono il grano o fanno le traversate a nuoto per esaltare il mito del duce. Abbiamo bisogno della ragione, del confronto. Vengano le donne, vengano gli uomini, siano moderati. Con gli estremisti abbiamo già dato, in lutti, disperazione, fame! Odio e rancore generano violenza. Dalla discussione nascono i fiori. Giampiero Raspetti


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F alliti al l i t i per troppi rediti t roppi ccrediti Far sopravvivere un’impresa non è mai stato così difficile come in questi ultimi mesi. L’economia italiana è frenata da una serie di problemi strutturali importanti, ma anche dalla riduzione di fidi e finanziamenti, il famoso credit crunch, nei confronti delle imprese e dalla stretta altrettanto forte nei confronti delle famiglie. Unica eccezione l’esplosione delle carte debito/credito revolving con tassi al limite dell’usura. Se a questo si aggiunge che a gennaio 2013 i pagamenti pubblici sono calati del 28,9% rispetto allo stesso mese del 2012, somme che si vanno ad aggiungere ad un arretrato intorno ai 140 miliardi di euro complessivi, si ha un quadro d’insieme decisamente poco roseo delle condizioni in cui si trovano ad operare le imprese. Per chi non lo avesse già sperimentato sulla propria pelle, un recente rapporto di Confartigianato rileva come la pubblica amministrazione, ormai cattivo pagatore per definizione, sia sempre più lenta a saldare le imprese fornitrici di beni e servizi, tanto che in diversi casi si arriva a ben oltre l’anno di attesa. Per arginare il proliferare di questo fenomeno allarmante, dal 1 gennaio 2013 sono entrate in vigore le norme che fissano a 30 giorni il termine ordinario per regolare i pagamenti nelle transazioni di natura commerciale tra Enti pubblici e aziende private e tra imprese private (decreto legislativo 192/2012 che recepisce la direttiva comunitaria 2011/7/UE). Un intervento legislativo sacrosanto dato che, a livello aggregato, stima sempre Confartigianato, il ritardo con cui la PA salda i propri debiti rispetto ai 30 giorni stabiliti dalla nuova legge costa 2,5 miliardi solo di maggiori oneri finanziari alle imprese creditrici. Se la legge recentemente approvata dal Governo Monti manterrà ciò che promette, d’ora in poi saranno le PA ritardatarie a pagare gli interessi ai loro creditori, tasso di interesse e di mora predefiniti

rispettivamente all’8% e allo 0,75%. L’unica possibilità di una deroga di ulteriori 30 giorni è prevista solo in casi rari e specifici, come ad esempio, per gli istituti operanti in ambito sanitario o assistenziale. È bene specificare come la nuova legge non si applichi purtroppo ai debiti pregressi, ma alle sole transazioni commerciali poste in essere dal 1° gennaio 2013 in poi. Una volta scaduti i termini di legge, qualunque società vanti dei crediti con la PA può fare richiesta di certificazione dei crediti e potrà usarli per compensare debiti iscritti a ruolo per tributi erariali, regionali o locali e nei confronti di INPS o INAIL. La procedura di certificazione è spiegata su http://www.tesoro.it/certificazionecrediti/index.html. La questione è grave e purtroppo viene pesantemente riconfermata dai dati aggiornati dello stesso Ministero dell’Economia secondo i quali nel 2012 le imprese che hanno lavorato con il pubblico hanno ricevuto il 31% di pagamenti in meno rispetto a quattro anni indietro. Numeri che si fanno ancora più seri se si passa a considerare solo Province e Comuni, enti per i quali il Patto di Stabilità impone parametri specifici e che si trovano, a volte anche per proprie colpe, nella impossibilità di onorare gli impegni economici con le imprese. In aggiunta, negli ultimi due anni, secondo l’Istat, il 12% delle imprese italiane non ha ottenuto crediti dalle banche, mentre un altro 33% ha ottenuto crediti a condizioni molto onerose, tali che non hanno permesso di effettuare gli investimenti a costi ragionevoli, ma soprattutto competitivi rispetto a molti dei concorrenti. Preoccupante inoltre la considerazione che la maggior parte di questi finanziamenti servono più che altro alla gestione delle operazioni quotidiane (pagamenti stipendi, fornitori, etc.). L’importo del debito pubblico italiano certifica senza alcun dubbio che il nostro Paese è vissuto per decenni ben al di sopra delle proprie possibilità. È altrettanto certo che, sia a livello nazionale che locale, sprechi, dissipazioni e gravissimi errori hanno caratterizzato e pesantemente influenzato la gestione sia dello Stato che degli Enti Locali. Poiché nessuno può ragionevolmente pensare che altri si facciano carico dei nostri problemi, occorre con urgenza tornare ad una gestione della res publica e quindi della politica fatta di serietà, equità, rigore e competenza. Qualsiasi facile scorciatoia, così come ogni irresponsabile ritardo, non faranno che aggravare la situazione. alessia.melasecche@libero.it

Tra d im ento fa rim a con ris arc ime nto? risarc La sig.ra M.G. ha citato innanzi al Tribunale di Savona il marito chiedendone la condanna al risarcimento dei danni causatile dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e, in particolare, dell’obbligo di fedeltà, in quanto la violazione è avvenuta con modalità particolarmente gravi, stante la notorietà della relazione da lui intrattenuta con altra donna, anch’essa sposata. La vicenda, dopo due gradi di giudizio, è approdata in Cassazione dove con la sentenza n. 18853 del 15-09-2011 la Corte ha riconosciuto che ove ne sussistano tutti i presupposti, secondo le regole generali, la violazione dell’obbligo di fedeltà può integrare gli estremi di un illecito civile e quindi dar luogo al risarcimento del danno. I doveri che nascono dal matrimonio non sono, infatti, come spesso si ritiene, solo di carattere morale, ma hanno natura giuridica, come si desume dall’art. 143 c.c. che fa riferimento alle nozioni di dovere, di obbligo e di diritto e dall’espresso riconoscimento della loro inderogabilità contenuto nell’art. 160 c.c. Si deve pertanto ritenere, che l’interesse di ciascun coniuge nei confronti dell’altro alla loro osservanza sia un vero e proprio diritto soggettivo, con la logica conseguenza che la violazione di quei doveri non trova la propria sanzione solo nelle misure previste dal diritto di famiglia, quali: la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale, nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare; l’addebito della separazione, con i suoi riflessi in tema di perdita del diritto all’assegno e dei diritti successori; il divorzio e il relativo assegno, ma anche nella responsabilità per danno. È bene chiarire subito che non esiste nessun automatismo e che la sola violazione dei doveri matrimoniali, o anche la pronuncia di addebito della separazione, non possono dare luogo ad una responsabilità e,

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quindi, un risarcimento del danno non patrimoniale se non sussistono tutti i presupposti previsti dall’art. 2059 c.c., ossia che l’interesse leso, non il pregiudizio sofferto, abbia rilevanza costituzionale; che la lesione dell’interesse sia grave, cioè l’offesa deve superare una soglia minima di tollerabilità; che il danno non sia futile, ma abbia una consistenza che possa considerarsi giuridicamente rilevante che poi sono i criteri. Quindi se l’obbligo di fedeltà viene violato durante il matrimonio, la sanzione tipica prevista dall’ordinamento è l’addebito della separazione con le relative conseguenze giuridiche, sempre che il tradimento costituisca la causa determinante della separazione fra i coniugi, non essendo detta violazione idonea e sufficiente di per sé a integrare una responsabilità risarcitoria del coniuge che l’abbia compiuta, né tanto meno del terzo, che al suddetto obbligo è del tutto estraneo. Ove però si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità di esecuzione o in relazione alla specificità del contesto in cui è avvenuta, abbia dato luogo alla lesione della salute del coniuge, si immagini a casi di depressione grave, potrà nascere un diritto al risarcimento del danni sempre che si dimostri in giudizio che la lesione è causata dall’infedeltà del coniuge. Quando ciò accade la domanda di risarcimento deve ritenersi del tutto autonoma rispetto alla domanda di separazione e di addebito ed è esperibile a prescindere da dette domande. Ne deriva, infine, che ove nel giudizio di separazione non sia stato domandato l’addebito, o si sia rinunciato alla pronuncia di addebito, non sussiste neppure la preclusione all’esperimento dell’azione di risarcimento per violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, così come nessuna preclusione si forma in caso di separazione consensuale. Buona lettura del Codice civile a tutti! Avv. Marta Petrocchi

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Carie e otturazioni dentali il rilascio (ad esempio i masticatori abituali di chewing gum). L’uso dell’amalgama è stato anche vietato in alcuni paesi tra cui Norvegia, Svezia e Danimarca; in Italia è consentito ma un decreto del Ministro Sirchia del 2001 ne vieta il posizionamento e la rimozione in soggetti sensibili, in donne in gravidanza e nei bambini sotto i sei anni. Tuttavia questa questione è fortemente fig. 1 controversa e dibattuta e un’altra corrente di pensiero, basandosi su altre ricerche, sostiene che questo effetto nocivo dell’amalgama dentale sia decisamente sopravvalutato, che essa non rappresenti un rischio per la salute e che anzi il mercurio che si può ritrovare nell’organismo umano sia in massima parte di origine alimentare soprattutto attraverso l’assunzione di pesce. Le otturazioni in amalgama possono essere rimosse e sostituite ma con grande attenzione perché questo è il momento in cui la maggiore quantità di mercurio viene nebulizzata e dispersa. Per questo è molto importante che la rimozione delle vecchie otturazioni in amalgama avvenga secondo un preciso Protocollo Protetto in cui elementi fondamentali sono l’utilizzo della diga di gomma capace di isolare il dente interessato e il ricorso a una assai efficace aspirazione comprendente aspiratori chirurgici ad alta capacità, da tenere costantemente vicino all’area interessata così da limitare al massimo la vaporizzazione del mercurio oltre il campo operatorio (fig. 1). fig. 2 Le nuove otturazioni vengono realizzate con altri materiali che ormai hanno in larghissima parte soppiantato l’amalgama e sono le resine composite, materiali costituiti fondamentalmente da una matrice organica resinosa e da riempitivi inorganici sotto forma di microparticelle che conferiscono al materiale migliori caratteristiche meccaniche. Questi prodotti polimerizzano, induriscono cioè, quando esposti alla luce di apposite lampade; non contengono assolutamente mercurio e non presentano quindi tossicità da questo punto di vista, inoltre sono di colore bianco risolvendo così anche lo svantaggio estetico dell’otturazione in amalgama che è di colore fig. 3 grigio scuro (figg. 2 e 3). Alberto Novelli

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La carie dentale, una delle patologie più diffuse al mondo, determina un processo degenerativo a carico degli elementi dentari che, attraverso la dissoluzione acida ed enzimatica causata da batteri a danno delle strutture del dente, provoca in esso la formazione di cavità di estensione variabile. La sua cura consiste nell’apertura della lesione rimuovendo tutto il tessuto colpito dal processo degenerativo e nella successiva chiusura di tale cavità attraverso la realizzazione di una otturazione che restauri dal punto di vista anatomico-funzionale i denti compromessi. Diversi sono i materiali disponibili per realizzare tali otturazioni; in passato il materiale più utilizzato è stato senza dubbio l’amalgama d’argento, la cosiddetta piombatura, composta per circa il 50% da mercurio, per circa il 20% da argento e per la parte restante principalmente da rame e da stagno. L’amalgama è da alcuni anni sotto accusa proprio per la presenza del mercurio e dei suoi effetti tossici sull’organismo. Questo aspetto è stato portato alla ribalta nell’opinione pubblica italiana da alcune puntate della trasmissione “Report” di Rai 3 negli anni 1997, 1998 e 2002 in cui si presentavano i casi clinici di alcuni pazienti con diverse patologie, anche importanti, che venivano ricondotte alla presenza di otturazioni in amalgama contenenti mercurio. Secondo tali concetti, sostenuti in particolare nella odontoiatria olistica e omeopatica, l’amalgama rilascia, sotto forma di vapori e goccioline, basse dosi di mercurio che depositandosi soprattutto in alcuni organi bersaglio quali il sistema nervoso centrale e periferico, il rene, alcune ghiandole endocrine, i muscoli, può produrre una intossicazione cronica con conseguenti patologie di diverso tipo e gravità. Alcune ricerche hanno poi rilevato, sia nella saliva che in altri tessuti di soggetti portatori di amalgama, concentrazioni di mercurio variabili in base ad alcuni fattori tra cui il numero di otturazioni presenti ma anche l’attività masticatoria che sollecita più o meno le superfici delle otturazioni favorendone

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I piccoli migranti scampati ai coccodrilli Quando hanno rubato un canotto per attraversare il breve tratto di mare, i bambini afgani erano terrorizzati, sia perché non sapevano nuotare, sia perché uno di loro continuava a dire che aveva paura dei coccodrilli… Da dove vengono e dove vanno questi bambini ce lo racconta la Human Right Watch (HRW). La Grecia è il porto d’ingresso utilizzato dai migranti provenienti dall’Oriente per entrare in Europa; spesso tra di loro ci sono bambini molto piccoli che si avventurano da soli spinti dai genitori stessi ad intraprendere un lungo viaggio del quale non è mai garantito l’esito. Alì ha 15 anni, è arrivato nascosto in un container a Venezia, le autorità italiane lo hanno rispedito indietro nel centro di accoglienza di Igoumenitsa, la città greca da cui è partito. Alì non ha potuto chiedere neanche l’asilo. Con il regolamento Dublino II, i paesi membri dell’Unione Europea hanno sancito che nessun richiedente asilo debba essere, per nessun motivo, rispedito in Grecia in attesa di risposta, perché la Grecia non garantisce il rispetto dei diritti umani. Nel caso di un minore, la legge vieta l’espulsione dal paese in cui il soggetto viene riconosciuto e prevede l’affiancamento di un tutore. Alì, che non dimostra più dei suoi 15 anni, non è stato identificato correttamente, nessuno ha scritto la sua età effettiva, qualcuno ha preferito scribacchiare che dimostrava la maggiore età ed è stato spedito in un centro insieme a gente adulta.

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I suoi racconti di quest’esperienza non sono certo edificanti. Da quel canotto rubato sballottato dalle onde del mare greco, alla fine si sono salvati solo due dei tre bambini, uno è annegato, pensava di essere a riva quando è sceso, invece l’acqua era ancora alta. I due si sono separati. Il più grande è riuscito a infilarsi in un container e ad arrivare a Trieste. Quando è arrivato a destinazione ha fatto un volo di cinque metri, gli operai del porto quasi non credevano che fosse illeso, poi gli hanno detto una parola in italiano che il bambino ha capito anche senza conoscere la lingua: “scappa!”. Quando aveva appena 6 anni suo padre, un camionista afgano, non dette la precedenza a qualcuno di molto importante. Quando se ne rese conto, corse a casa e avvisò la famiglia poiché l’usanza prevede che venga ucciso il primogenito per riparare allo sgarbo. La madre allora spiegò al piccolo che doveva camminare sempre dritto, superare montagne e deserti e sarebbe arrivato in un posto più sicuro. Il bambino ha impiegato 10 anni, senza un soldo in tasca, a piedi e con mezzi di fortuna, per arrivare in Italia ed ha raccontato la sua storia a Fabio Geda, un operatore sociale che poi l’ha riportata in un libro, Nel mare ci sono i coccodrilli. Ora il ragazzo vive a Torino, dopo dieci anni ha telefonato alla mamma per avvisarla che è arrivato sano e salvo. E a scuola ha scoperto che nel mare i coccodrilli non ci sono. Francesco Patrizi


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Come scegliere il proprio psicologo? Scartar somari e imbroglioni vale per qualsiasi professione. Ma per lo psicologo la cosa è più delicata, in quanto questi mette le mani sulla parte più intima, delicata e fragile della persona e quindi al gran bene che può fare quando sa il suo mestiere, corrisponde un gran male, quando non lo sa. Vediamo allora di dare qualche dritta per evitare almeno gli errori più marchiani. 1 - In psicologia, a differenza da altre professioni, laurea ed esame di stato non bastano nemmeno per cominciare. Occorre aggiungervi un rigoroso percorso di crescita e revisione personale delle proprie magagne. L'ideale è una psicoanalisi completa e ben fatta. Ma qui ci si scontra con la terminologia: tutte le terapie amano definirsi “analisi” per il prestigio del termine, mentre la vera psicoanalisi ha scuole e regole severe e ben precise. Non possiamo dilungarci, ma prima di scegliere lo psicologo ci si informi accuratamente da che scuola proviene e che formazione ha avuto. Se la risposta è “L'università e l'esame di stato”, è un lattante: scartatelo. 2 - Si dice spesso che gli psicologi sono più matti dei loro pazienti. L'essenziale è invece che lo siano un po' meno. Noi psicologi per capire dobbiamo avere un pizzico di tutte le follie, le perversioni, le nevrosi di cui ci occupiamo, altrimenti non potremmo mai comprendere davvero ciò che il paziente ci dice. Però, dopo avere capito con la parte malata, dobbiamo curare con quella sana. Occorre quindi che sappiamo tenerci ben distanti dalla nostra follia nel momento in cui affrontiamo quella degli altri. (V. sub 1). 3 - Per quanto detto sub 1 e 2, è assolutamente necessario che lo psicologo abbia un solido spessore umano. Che quindi abbia non solo vissuto, ma soprattutto fatto tesoro di quanto la vita gli ha dato o tolto. Per capire il dramma del tradimento occorre averlo conosciuto. Per capire il dolore occorre averlo non solo provato, ma anche superato. Quando l'Abbé Pierre confessò di avere esperito il desiderio sessuale, confermò di essere un uomo vero, oltre che un santo; e solo gli stolti se ne scandalizzarono. 4 - Per quanto detto sub 3, si evitino come la peste, nelle terapie umanistiche (quelle cioè che non curano solo il sintomo, ma soprattutto la persona) gli psicologi giovani, anche se laureati con 110 e lode. È assai difficile che uno psicologo sia completo prima

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dei 50 anni: un laureato è una cosa, un terapeuta un'altra. 5 - Si evitino parimenti come la peste quelli che parlano psicologhese. Non c'è assolutamente niente nel rapporto col paziente che non possa esser detto chiaramente. Se sentite termini come fantasma, controtransferale, oblativo, fluttuante o che comunque, avendo almeno la quinta elementare non capite, ringraziate, pagate e andatevene per sempre: siete incappati in qualche don Abbondio col suo latinorum. 6 - Un buono psicologo è un galantuomo. Le domande “Le serve la ricevuta?” o “Se vuole la ricevuta è tot, altrimenti è 1/3 di tot”, sono scorrette. Se siete voi a non volere la ricevuta (il vostro nome andrà infatti inevitabilmente letto dal commercialista e ciò può dare fastidio) dovrete essere voi a chiederlo. Il professionista poi, potrà accettare o meno. 7 - Dulcis in fundo: innamorarsi del/la terapeuta. Che ciò capiti al paziente può avvenire e il professionista, se ben formato ed esperto, sa come regolarsi senza cadere, scadere o umiliare. E se invece l'eros colpisce il terapeuta? Non dovrebbe mai avvenire, ma siamo esseri umani: se qualcuno spergiura che a lui non potrebbe mai capitare, scartatelo subito. Se i casi della vita dovessero, non sia mai, far scoccare la scintilla tra voi e il terapeuta, la storia potrà anche essere vissuta fino a quando si constaterà che non funziona. Ma mai e poi mai potrà essere chiamata terapia. L'amore è una cosa meravigliosa, ma non è psicoterapia. L'eros fa urlare dal piacere, ma non è psicoterapia; e ciò per un ottimo motivo: molte cose possono dar gioia e far stare bene fino a che durano, ma solo la psicoterapia fa star bene dopo. Finito l'amore, la gioia finisce. Finita la (buona) psicoterapia, la gioia inizia. 8 - Scartate il professionista “strafico”: è uno che non vorrà pensare a voi, ma che voi pensiate a lui e (se donna) magari mostrerà di scandalizzarsi se, dopo essersi presentata con scollature e minigonne inguinali si scontrerà col desiderio del paziente. E vale lo stesso per terapeuti uomini dagli ostentati bicipiti, profumi penetranti e modi di fare sottilmente seduttivi. In terapia il narcisismo è diritto del paziente, non del terapeuta. In conclusione - Identikit del buon terapeuta: almeno cinquant'anni, corretto, con solida formazione personale oltre che scientifica, che parla in modo semplice e comprensibile, di buono spessore umano. E poi vi ci dovete trovar bene, altrimenti cercatevene un altro. Vincenzo Policreti Non moltissimi, anzi: ma ce ne sono.


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Va t i c a n l e s s o n Ci siamo di nuovo? Allora è proprio un vizio dell’articolista parlare straniero? Nel numero precedente parlava spagnolo ora inglese? Qualcosa non va? No, cari lettori, tutto è O.K. Mai stato meglio. Il fatto è che da dopo le famose su cui si è tanto strombazzato e che avrebbero dovuto segnare una svolta decisiva, decretando la morte della seconda repubblica affogata in un mare di scandali, nel Bel Paese stanno accadendo tante cose apparentemente incomprensibili che a volte ti fanno sentire uno straniero proveniente da chissadove, come tanti che circolano nelle nostre città. Il clima politico italiano è in fermento, tutti si agitano prima e dopo l’uso, pidiellini, leghisti, montiani, grillini, pidini e chi più ne ha ne metta. Si fanno proposte, si tentano alleanze, accordi, compromessi…tecniche collaudate da seconda repubblica che si voleva a parole seppellire. Guardando le principali forze in campo non c’è da stare allegri, a destra il PDL guidato dal plurindagato e plurinquisito Cavaliere che si trascina da un processo all’altro e quando non ne può fare a meno si ricovera in ospedale, a sinistra il PD il cui leader Bersani continua ad avanzare proposte biascicando, bofonchiando tra sbuffata e l’altra di sigaro, con il suo accento emiliano che fa molto folk, ma proprio chi vorrebbe come interlocutore nemmeno lo ascolta, poi, né a destra né a sinistra, c’è l’incognita dei grillini, un movimento eterogeneo e dalle molte anime che contribuisce certamente a muovere le acque, ma per ora di fatti se ne sono visti pochi e, tanto per dare un’ultima pennellata al grazioso quadretto, menzioniamo la Lega tutta impegnata a far quadrato nel suo Nord uber alles come il generale austriaco Radetsky nel Quadrilatero durante il Risorgimento…ah dimenticavo Herr Professor Monti che, salito in politica, è invece disceso nel purgatorio della sconfitta. Da queste forze in campo dovrebbe nascere un governo che dovrebbe dare stabilità e sviluppo all’Italia, ma nessuna delle formazioni politiche ha i numeri per governare da sola e sono troppo diverse per stringere alleanze. Intanto il tempo passa le discussioni, i litigi aumentano e non mancano clamorose sceneggiate come la gazzarra davanti al tribunale di Milano dei sostenitori del Caballero o le assurde minacce di un nuovo Aventino, richiamo agli anni bui del Fascismo. Qualcosa comunque si sta muovendo con l’ingresso in Parlamento nelle fila del M5S di molti volti novi e in particolare femminili, ma contemporaneamente assistiamo alla rituale riproposta delle solite facce tipo la Santanché, la pasionaria, Rosy Bindi, la suffragetta, Finocchiaro, la Cassandra, Angelino-Jolie Alfano…

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il che, tradotto in termini poveri, significa i soliti giochetti. Anche alcuni clamorosi esclusi tipo Fini e D’Alema baffino si fanno sentire in interviste, trasmissioni televisive…la politica genera dipendenza come la droga! Intanto un Niagara di parole sommerge dai media il cittadino annegandolo nelle chiacchiere, mentre i mercati sono ad aspettare il Bel Paese al varco, pronti a sbranarlo, fine che Bersani giaguaro voleva far fare a quelli che volevano coinvolgere il PD nel ciclone Montepaschi. Questo bel quadretto ricorda un famoso regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie scritto in napoletano: Facite a mmuina! Una manovra effettuata durante le ispezioni ufficiali che obbligava i marinai ad andare su e giù, a dritta e a sinistra, da poppa a prua, tutto un andirivieni, un affaccendarsi senza scopo in quanto la nave rimaneva ferma! Niente di più calzante per l’Italia del 2013. Ad agitare le acque già agitate contribuiscono anche i media che fanno del loro meglio per tener su il morale. Infatti dopo la stagnazione montiana hanno preso nuovo vigore una serie di trasmissioni tipo Piazza pulita, Ballarò, Che tempo che fa, Invasioni barbariche, Otto e mezzo, Servizio pubblico ecc. in cui abili anchormen come Formigli, Floris, Fazio, Bignardi, Gruber, Santoro, da perfetti tuttologi, ci vogliono insegnare tutto dalla politica all’economia, dalla storia all’etica. Nelle loro trasmissioni si fanno interviste, progetti, pronostici, a volte perfino processi mediatici, insomma di tutto e di più. Nulla in contrario alla loro indubbia professionalità, ai loro servizi sicuramente validi, nessuno vuole mettere certo in discussione la libertà di parola e di informazione, diritto garantito dalla costituzione, ma vogliamo pensare al sig. Rossi che dopo una giornata trascorsa dietro ai piccoli grandi problemi quotidiani si vede travolto dallo tsunami mediatico nel quale crollano le sue già traballanti certezze? Vogliamo trattarlo con un po’ di rispetto e non come uno che deve solo mettere una croce su di una scheda o spingere un tasto del telecomando per aumentare lo share televisivo? A completare il can-can mediatico ci mancavano le dimissioni di Benedetto XVI, la sede vacante, il conclave e l’elezione a sorpresa di papa Francesco al secolo Jorge Mario Bergoglio. Anche qui tutto un gran da fare, illazioni, supposizioni, sospetti, previsioni, la solita dietrologia a cui siamo da anni abituati, ma, confessiamolo apertamente, ci piace guazzarvi dentro. Ogni trasmissione aveva due punti focali: la crisi post elezioni e il futuro della Chiesa. Allora sondaggisti e politologi, vaticanisti e papologi diretti dalla guida sapiente dei sopraccitati anchormen ogni sera, come i marinai della Regia Marina borbonica, facevano a mmuina, non azzeccando proprio niente e rimanendo a bocca aperta con il successo di Grillo e l’elezione di un argentino nei panni di Pietro. A destra e a sinistra si diceva da più parti che il genovese era un istrione che avrebbe racimolato un po’ di voti…ciao! Autorevoli testate come Il Corriere della sera e La Repubblica, davano per scontata l’elezione del cardinale Scola. “Scola ha già 50voti “(Corriere), “per Scola l’appoggio degli stranieri” (Repubblica)…Centro! Il vaticanista Cazzullo azzarda: “un papa italiano gioverebbe all’autostima del nostro paese”... sì, buonanotte! Invece ad affacciarsi dalla loggia di S. Pietro è stato un sudamericano. Un papa austero come il poverello di Assisi, secondo H. Verbitsky, che viaggia in bus e metropolitana, che celebra messa nelle favelas, populista, che sarà sorridente come Giovanni Paolo I, iperattivo e populista come Giovanni Paolo II, sottile come Benedetto. Poveri tuttologi e i loro pronostici, speriamo che vada loro meglio con il totocalcio! L’Italia e il Vaticano, due stati contigui su cui in questi ultimi tempi si è abbattuta un’autentica bufera, sul primo di carattere economico e politico con spread alle stelle, scandali, corruzione dilagante, sul secondo scandali dovuti al riciclaggio di denaro, pedofilia, lotta tra fazioni. Ma mentre l’Italia stenta a liberarsi di una casta politica divenuta economicamente onerosa e distante dal paese reale, la Chiesa con l’elezione del presule argentino in due giorni di Conclave ha mandato un messaggio chiaro alle masse cattoliche di voler cambiare rotta, di rinnovarsi, abbandonando una strada che l’avrebbe portata lontano dal mondo dei poveri e dei sofferenti a cui dovrebbe sempre fare riferimento. I nostri politici, destrorsi, sinistrorsi, quelli della casta cosa fanno? Litigano, chiacchierano, fanno gazzarre vergognose, ma di concreto nulla per il paese che vorrebbero servire, invece i preti (così qualcuno che si definisce progressista ancora li chiama) un’iniziativa forte sono stati capaci di prenderla con l’elezione di papa Francesco. Qui insomma è racchiuso il senso dell’articolo: questi preti, con due millenni di esperienza politica, ci hanno dato un forte segnale, un chiaro modello di comportamento,una precisa lezione di politica. Sta a noi saperla cogliere. Pierluigi Seri


Francesco

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DEDICATO A ROBERTO

Foto di Valentina Gaia Pacheco

Per la XVIII giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, i ragazzi di Progetto Mandela hanno rappresentato, durante il corteo del 21 marzo a Terni e la serata a Palazzo Gazzoli, organizzate da Libera, una performance intitolata: Dedicato a Roberto. Il lavoro, nato dalla creatività di tutti i ragazzi dei laboratori, è stato dedicato a Roberto Antiochia, il giovane poliziotto di origine ternana, ucciso dalla mafia mentre faceva la scorta a Ninni Cassarà. I ragazzi, vestiti di bianco, con delle sedie colorate hanno dato vita a quadri significativi e simbolici che parlavano di omertà, di corresponsabilità, di lutto e di indifferenza. Con la lettura della lettera di accusa allo stato, di Saveria Antiochia, la madre di Roberto, e una telefonata immaginaria di Roberto alla fidanzata e ad un amico, è stato ricordato il sacrificio di un giovane ragazzo di 23 anni caduta nella guerra alla mafia. Alessandro Antiochia, fratello di Roberto, presente alla manifestazione si è complimentato commosso con i ragazzi per la loro interpretazione.

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25 anni e p oi … Nel 1988 nasce il Progetto a Terni, l’associazione culturale che promuove i laboratori di Progetto Mandela, le attività del Centro per i Diritti Umani e che ha fatto della produzione culturale attorno al tema dei diritti umani e della partecipazione dei giovani il proprio obiettivo. Dopo 25 anni, il 29 aprile 2013 si alza nuovamente per l’ennesima volta il sipario (al Teatro Secci è solo un modo di dire, purtroppo) sullo spettacolo conclusivo dei laboratori. È il 24° di Progetto Mandela, ai quali bisogna aggiungere le 14 produzioni del Centro per i diritti umani e le innumerevoli letture e “mise en espace” organizzate nel corso degli anni, per non parlare delle tante altre iniziative (mostre, seminari, corsi, trasmissioni radio e tv, radiodrammi, convegni, e partecipazioni a manifestazioni) che fanno dell’associazione Progetto... una delle realtà più attive e longeve della nostra città che vanta riconoscimenti e collaborazioni prestigiose. Chi vuole approfondire, o rinfrescarsi la memoria può fare un viaggio dentro il sito www.progetto.tr.it Cinque anni fa fu allestita a Palazzo di Primavera una mostra che ripercorreva con schede, foto, video e materiali di scena il lavoro del “Progetto...”. Allora guardammo con caparbietà al futuro nonostante le prime serie avvisaglie di un disegno politico-culturale avverso e l’avanzare della crisi economica che avrebbe ridotto a zero i fondi per la cultura non solo nella nostra città. Si sperava di trovare, al posto dei soldi, che sono pochi per tutti, almeno un interessamento e un riconoscimento istituzionale, un segno che il lavoro svolto dal Progetto in 25 anni, la sua vitalità, l’attualità dei temi e dei metodi, il lavoro e i risultati, il coinvolgimento attivo e partecipativo di migliaia di giovani, stanno a cuore a chi amministra il nostro territorio. Questo non è avvenuto e oggi, dopo un quarto di secolo di contributo fattivo alla cultura di questa città, ne prendiamo atto e ne traiamo le conseguenze. Apriamo ancora una volta il sipario per celebrare un “amarcord”, uno spettacolo che nasce dalla creatività di tanti anni, al quale parteciperanno i “ragazzi del Mandela” di ieri e di oggi e al quale invitiamo tutti ad assistere. I tanti personaggi comici e tragici che in 25 anni hanno raccontato le storie di immigrazione, emigrazione, guerre, olocausto, genocidi, storia patria, violazioni dei diritti, impegno sociale, le tante storie insomma che hanno commosso, appassionato e divertito migliaia e migliaia di spettatori (oltre 60.000), si incontreranno e presenteranno ancora una volta in una sorta di Helzapoppin un doveroso omaggio agli oltre 3000 giovani che in 25 anni hanno partecipato direttamente al Mandela e per un festoso saluto alla città. Irene Loesch

LUNGO CAMMINO VERSO LA LIBERTÀ Corso sui diritti umani Palazzo di Primavera, Terni ore 15,30 16 aprile 2013 - 24° Incontro LA SCHIAVITÙ IERI E OGGI 23 aprile 2013 - 25° Incontro LA PENA DI MORTE IERI E OGGI

ALLARMI SIAM RAZZISTI Trasmissione radio a Radio Galileo ogni venerdì alle 17.30 a cura del laboratorio di Comunicazione di Progetto Mandela.

10 TEATRI PER 33 AUTORI 23 Aprile, ore 20,45 Biblioteca del CLT, Terni Proseguono gli appuntamenti alla Biblioteca del CLT di Terni con la rassegna di reading di corti teatrali di autori italiani contemporanei promossa dal CENDIC (Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea) e organizzata a Terni dal Progetto e da Lidabù Teatro e che vede la lettura di corti teatrali di 33 autori contemporanei italiani, con lo scopo di far conoscere a un pubblico più vasto le opere dei drammaturghi italiani. Gli attori del Progetto e di Lidabù si confronteranno con il pubblico in un incontro stimolante per rimettere il teatro e la scrittura teatrale al centro dell’attenzione sociale e culturale. Il pubblico sarà inoltre invitato ad esprimere le proprie preferenze verso un genere, un autore/autrice, una tematica stabilendo così un contatto più diretto tra chi scrive e chi fruisce. L’ingresso è gratuito. Prossime date sempre di martedì e sempre alla Biblioteca del CLT: 7, 14, 28 maggio 11, 18 giugno

“25” Spettacolo conclusivo dei laboratori di Progetto Mandela e per festeggiare 25 anni di attività - Teatro Secci, Terni. 29 e 30 aprile ore 21.00 Matinée per le scuole

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T r a

p o e s i a

e

t e a t r o

L e t t u r a p o e s i e - M arc e l l o Corone l l i , J erry Guacci 29 marzo 2013 - ore 21.30 Associazione Culturale

La Pagina Terni, Via De Filis 7a 3465880767

Ogni LunedĂŹ, dalle 17.30 Proiezione film e diapofilm di autori vari, in particolare di Marco Barcarotti, Marco Ilari, Giampiero Raspetti, Roberto Tomei a cura di Alberto Negroni.

Foto di Rufus

Ogni Sabato mattina LINGUA ARABA Iscrivetevi per formare un altro corso.

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Ogni Sabato, dalle 15.00 Riflessioni sulla chimica che non potete non fare.


La Fondazione della Cassa di Risparmio di Terni e Narni, nell’ambito dell’attività istituzionale, pone ogni anno particolare attenzione all’acquisizione di opere d’arte per la propria quadreria, acquistando beni di stimato interesse prevalentemente da primarie Case d’Aste. I quadri acquistati dalla Fondazione fanno parte della “Raccolta d’arte” e sono fruibili da parte della cittadinanza in orari e giorni stabiliti da un Regolamento, che disciplina anche le modalità di esposizione e di eventuale concessione in comodato gratuito a terzi per mostre aperte al pubblico. Il 14 dicembre 2012 è stata inaugurata a palazzo Montani Leoni la mostra “La Raccolta d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni”. Un’occasione importante per la città di Terni, che ha risposto con grande partecipazione facendo registrare in soli 18 giorni di apertura oltre 1.300 presenze. La collezione d’arte della Fondazione Carit, composta da dipinti, sculture e opere grafiche, costituisce un importante patrimonio culturale di Terni. Rappresenta da un lato la proficua attività dei pittori ternani tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento, dall’altro tende a fornire una piccola panoramica della produzione artistica nazionale tra il XV e il XIX secolo. È una collezione numericamente consistente -oltre 700 opere- che si arricchisce costantemente grazie anche alle donazioni e ai nuovi acquisti che la Fondazione cerca di effettuare con grande attenzione e scrupolo. L’ultimo acquisto effettuato dal Consiglio di Amministrazione risale all’inizio del 2013: all’asta di Sotheby’s, tenutasi a New York lo scorso 31 gennaio, la Fondazione si è aggiudicata il pregevole dipinto di Giambattista Bassi (Massalombarda 1784-Roma 1852) raffigurante la Cascata delle Marmore. L’opera, firmata e datata 1820, proviene dall’High Museum of Art di Atlanta, in quanto dono nel 1983 della famiglia Kilpatrick in memoria della signora Martin E. Kilpatrick (inv. n. 1983.98). Il dipinto era già apparso sul mercato antiquario nel 1979 sempre da Sotheby’s a Londra. Giambattista Bassi frequentò a Bologna l’Accademia di Belle Arti e intorno al 1810 cominciò a partecipare alle prime importanti mostre collettive. Nello stesso anno, con il quadro Il paese, vinse un pensionato triennale a Roma. Qui strinse rapporti di amicizia con Canova

e con Pietro Giordani, che lo soprannominò “Bassino”. Fu proprio Giordani che, ammirandone le qualità pittoriche, professionali e umane, lo sostenne e lo incoraggiò nella propria attività, introducendolo nell’ambiente artistico romano e procurandogli la prima importante commissione di due quadri per il sovrano di Napoli. Il Bassi privilegiò, fin dagli inizi della sua carriera, il paesaggio tanto da meritarsi anche l’appellativo di “maestro del verismo”, poiché amava ispirarsi direttamente alla natura interpretandola con raffinatezza e spontaneità. Massimo d’Azeglio ammirò molto la pittura di Bassi collocandolo, in I miei ricordi, tra i principali paesisti europei: “Woogd, Therlink olandesi, Verstappen fiammingo, Denis e Chauvin francesi, Bassi bolognese, furono i dominatori di una delle più felici epoche artistiche delle quali abbia memoria. Essi si trovarono artisti provetti e nel vigore dell’età, nel 1814, quando l’Europa non ne poteva più dell’odore della polvere. (…) Ogni artista aveva un soggetto nel quale era tenuto più felice. Mi ricordo che la cascata del Velino era il soggetto di Bassi”. Anche lo scrittore e poeta Giulio Perticari celebrò l’opera di Bassi, ricordando come molti suoi lavori fossero in importanti collezioni europee e americane. Negli ultimi anni della sua vita Bassi fu purtroppo dimenticato dal pubblico e cadde in povertà, pur continuando a lavorare fino alla morte avvenuta a Roma il 5 luglio 1852. Tra le opere più note di Bassi si ricordano: al Museo Thorvaldsen di Copenaghen Foresta presso un corso d’acqua (datata 1816), Viottolo tra case e muro di cinta (1820), Rovine al Palatino, Sentiero nel bosco (1824); all’Accademia di Belle Arti di Ravenna Castel Gandolfo (firmato e datato 1851), Rocce (firmato), Il bosco di Papigno; alla Pinacoteca di Brera è conservata la Veduta della Valle dell’Aniene e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma Villa Pamphili e la Salita di Ariccia; a palazzo Coelli ad Orvieto la Cascata delle Marmore di proprietà della Fondazione della Cassa di Risparmio di Orvieto. Acquistando questa bella tela di Giambattista Bassi la Fondazione ha potuto riportare in Italia un’opera ottocentesca di ottima qualità raffigurante il paesaggio umbro più apprezzato e amato in tutto il mondo: la Cascata delle Marmore.

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Giovedì 11 aprile - ore 21,30 presso la sede dell’Associazione Culturale La Pagina, in Terni, Via De Filis 7, si terrà un interessante dibattito in merito all’argomento Cani e gatti in tempo di crisi economica. Siete tutti invitati a partecipare ed a coinvolgere più persone possibili per promuovere validi aiuti a tutti i volontari che ogni giorno si adoperano per tutelare cani e gatti senza padrone.

L a c r i s i e c o n o m i c a m o rd e a n c h e c a n i e g a t t i In questo periodo, come non mai dal dopoguerra ad oggi, le famiglie si trovano a fronteggiare probabilmente uno dei momenti più difficili dal punto di vista economico; sicuramente ci sono stati anche in passato anni di crisi, ma i risvolti furono di certo differenti, data la maggiore semplicità in cui si viveva. In passato, prima degli anni '80, vi erano molte meno esigenze in una famiglia e i consumi ritenuti indispensabili erano molto più limitati rispetto ad oggi. Basta pensare che non c'era internet, non erano diffusi i PC, i telefonini e tutte le altre diavolerie elettroniche di cui oggi non possiamo fare a meno e molto meno presenti nelle case erano anche cani e, soprattutto, gatti. A quei tempi risparmiare era molto più semplice rispetto ad ora, in pochi anni si è assistito ad una lievitazione enorme delle spese che da straordinarie sono diventate ordinarie e praticamente indispensabili... tra queste ci sono i costi di mantenimento degli animali domestici che sempre più numerosi popolano le nostre case. Noi veterinari assistiamo in prima fila alla crescente difficoltà che i nostri clienti hanno nel gestire economicamente i loro amici a quattro zampe, sia dal punto di vista dell'alimentazione che da quello più dolente delle cure in caso di malattia. Ci troviamo nella difficile situazione di dover mantenere efficienti delle strutture con dei costi di gestione enormemente lievitati a fronte di una ridotta disponibilità di spesa da parte dei clienti...

più o meno lo stesso problema che hanno tutte le altre attività libero-professionali... sì, ma con una sostanziale differenza: se hai la macchina abbozzata il carrozziere può anche decidere di lasciartela com'è se non puoi pagare il lavoro, o proporti al limite una riparazione "di fortuna" più economica; ma di fronte ad un animale in pericolo di vita un medico sarebbe obbligato dal codice deontologico e prima ancora dalla propria coscienza a procedere secondo protocolli ben precisi che non tengono conto delle spese necessarie per attuarli nè tantomeno della possibilità che queste siano corrisposte dal proprietario. Una bella "gatta da pelare", verrebbe da dire... Sicuramente... ma dobbiamo cercare di essere ottimisti e guardare avanti... Nell'attesa che questo periodaccio passi, quello che possiamo raccomandare è di non trascurare la salute dei propri animali nel comprensibile tentativo di risparmiare; i veterinari hanno un cuore ed anche se non possono lavorare gratis sono sicuramente disponibili a venire incontro ai propri clienti. Con la buona volontà reciproca una soluzione si trova sempre. Stesso discorso vale per l'alimentazione; chi possiede cani o gatti sa quanto costano crocchette o scatolette di buona qualità... piuttosto che deviare su prodotti economici, ma questa è un opinione del tutto personale, tanto meglio tornare alla vecchia buona dieta casalinga, sempre facendosi consigliare dal proprio veterinario un adeguato menù. Dr. Marco Cozza

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P i e tro, l’ e remi t a d el M on te As pra Mostra fotografica dal 7 al 17marzo 2013 Associazione Culturale

La Pagina

Terni, Via De Filis 7a - 3465880767

Foto di Marco Barcarotti

Ho conosciuto Pietro più di 10 anni fa e fin dall’inizio ciò che mi ha più colpito è il suo senso di ospitalità. Pur vivendo con pochissimi beni materiali, la sua casa è sempre aperta a chiunque volesse fargli visita, magari solo per scambiare opinioni sulla fede. Ed io, che non sono certamente un credente fervente, da quel giorno non posso più fare a meno di vivere un’amicizia profonda e sentita nei suoi confronti, ed ogni volta che vado a fargli visita con degli amici (molto spesso per la verità) torno a casa con la convinzione di essere più ricco dentro, e spesso con molti dubbi in più sul tipo di vita che viviamo tutti i giorni, noi abitanti del cosiddetto mondo civile. Marco Barcarotti

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Musica made in Terni: mai sentito parlare degli Outback? Questo mese abbiamo scelto di parlarvi di un progetto musicale che merita decisamente un po’ della vostra attenzione: si tratta degli Outback, ovvero Gianluca Pantaleo, Francesco Nesta, Gabriele Raggi e Eugenio Della Mora, quattro ragazzi uniti dalla passione per la musica, sogni in comune e una forte amicizia che dura dalle superiori. Hanno all’attivo un album in italiano, tantissime date in tutta Italia, esperienze da urlo come l’apertura del Rock in IdRho 2011 e riconoscimenti ottenuti anche oltre i confini nazionali. Abbiamo chiacchierato con Eugenio e Gabriele per cercare di conoscerli meglio e farvi venire la curiosità di ascoltarli: cercate I Never su Youtube (e dopo guardate anche i loro altri video correlati, caldamente consigliati!) o cliccate Mi piace sulla loro pagina Facebook: scommettiamo che non ve ne pentirete? I lati positivi e negativi di cercare di emergere da una realtà come quella di Terni? Gabriele Positivi penso che non ce ne siano proprio… Eugenio Sono veramente pochi: dobbiamo sempre e comunque spostarci; certo, qui ormai la visibilità l’hai raggiunta e quando suono non vedo solo i miei amici, vedo gente che non conosco e questa è la cosa che preferisco! Se volessi suonare per i miei amici suonerei a una festa, insomma! Uno alla fine questa scelta di vita la fa per crescere, non per essere profeta in patria, quindi doversi allontanare è fondamentale! Poi qui tra ordinanze e mancanza di spazi… vi lascio immaginare! Abbiamo fatto belle cose, vissuto belle esperienze, eh, ci mancherebbe! Ad esempio, abbiamo fatto un live, durante la notte bianca, suonando per strada, in mezzo alla gente! Gabriele Avevamo già provato a fare una cosa del genere una volta, ma era arrivata la Polizia e ci aveva fatto sgomberare, almeno con l’occasione della notte bianca non ci hanno cacciati! C’è qualcosa di cui vorreste parlare durante un’intervista e di cui nessuno, finora, vi ha mai domandato? Eugenio Mi piacerebbe che venisse compreso questo, di noi: ci impegniamo, sono arrivati dei risultati che lo testimoniano; dobbiamo fare di più e meglio… ma adesso cerchiamo di farlo a modo nostro per sentirci più a nostro agio con le nostre produzioni. La nostra proposta è stata anche il risultato di alcuni compromessi necessari. In Italia se ti muovi in determinati settori ad esempio nel pop o per provare ad entrare in circuiti mainstream non puoi prescindere da alcuni di questi. Il nuovo album a cui stiamo lavorando, invece è privo di questi compromessi: siamo tornati in studio con una logica e un attitudine oserei dire diy (do it yourself), scriviamo e registriamo i nostri pezzi, ci facciamo le grafiche ed i video, insomma stiamo dietro ad ogni cosa, a tutto il processo. Poi sarà completamente in lingua inglese, il che è abbastanza in controtendenza al momento: l’italiano è una lingua stupenda, a me piace molto scrivere, ho un’altra band con la quale canto nella nostra lingua, ma la vedo più come una lingua adatta ad altre realtà, piuttosto che a linee aperte o a canzoni che potenzialmente rientrano nel pop internazionale, come possono essere le nostre. Questo un po’ mi preoccupa, perché non so quanto potrà essere recepito dal pubblico a cui cerchiamo di arrivare, ma in fondo sono più felice e convinto di quello che stiamo facendo! Parlando in linee generali un grande problema in Italia esiste a livello culturale di massa (nell’underground ci sono da sempre ottime realtà), ad esempio basta andare a vedere la differenza sostanziale che c’è tra l’Italia e gli altri Paesi esteri in format come i reality stile X Factor: in Danimarca c’è gente che canta Bon Iver! La situazione qui da noi è a livelli tali che ci sono produttori che ti dicono di ispirarti ai testi dei Modà e dei primissimi Finley o Lunapop, nel 2013… nel 2013 (giuro: è successo)! La situazione dell’industria musicale è davvero triste e c’è tanta amarezza in chi vorrebbe proporre qualcosa di nuovo e si trova a dover andare contro queste vere e proprie cariatidi che, purtroppo, governano il tutto! Infatti il disco ce lo facciamo in casa da soli e a gusto nostro, non escludendo belle collaborazioni con artisti che stimiamo. Infine, vorrei spezzare una piccola lancia in favore di Sanremo: non l’ho seguito molto, però vedere Nardinocchi sul palco con Mac e campionatore è un piccolo segnale positivo rispetto al ritardo cosmico di cui costantemente soffriamo. Gabriele Dover ascoltare il resto delle proposte del mercato è normale, anzi, consigliato; ma non poter fare (in teoria, come vorrebbero loro… noi, poi, alla . Vendita auto fine abbiamo scelto di fare quello che ci si addice di più e quello che ci sentiamo nuove e usate meglio addosso, accettando tutti i rischi che comporta!) quello che vorresti davvero è disarmante e desolante! Noi ci abbiamo provato due volte a fare quello che . Autonoleggio dicevano loro e due volte stavamo per scioglierci: non ti puoi guardare nello . Soccorso stradale specchio! Quindi preferiamo prenderci i nostri tempi, ma arrivare ad ottenere determinati risultati seguendo le nostre modalità, rimanendo fedeli a noi stessi e 24h su 24 facendo quello che più ci piace proprio perché ci piace e non perché dobbiamo! Sogni nel cassetto e/o progetti per il futuro a breve termine? . Voc. Isola 24 - Arrone (TR) Gabriele: Nel breve un sogno ce l’avrei: fare un tour con almeno 2000 persone davanti in ogni data! Diventare qualcuno, insomma… fare “il saltino” ed essere uno di quei gruppi che, anche se non conosci bene, sei felice di andare ad ascoltare . 0744388692 live e sei curioso! Il sogno reale poi penso sia abbastanza scontato…Per il 3 2 8 5 3 6 7 11 3 momento lavoriamo al sogno di fare quel salto che ti permetta di girare parecchio, 3384971865 guadagnare in maniera onesta… perché guadagnare, guadagniamo, ovvio, però… Eugenio …se vai a fare i conti, tra le spese, il tempo… oltretutto il momento contingente in Italia non è certo dei migliori: è difficile andare in giro, adesso www.autocarrozzeriavalnerina.it come adesso! Terni è penalizzante, per questo, in effetti, c’è da dirlo: fossimo stati di Milano, stesse teste, stesse persone, stesso gruppo… sicuramente sarebbe info@autocarrozzeriavalnerina.it successo qualcosa di diverso! Ma anche a Perugia forse sarebbe stato differente: gli spazi lì ci sono! Chiara Colasanti

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AZIENDA OSPEDALIERA

Struttura Comple

Dott. Luzio Luzzi D ire tto re S tr u ttu r a C o m ple s s a di U rologia A z ie n d a O s p e d a lie r a “S. Mar ia” di Te r ni

Urologia in costante crescita Qualità, professionalità e alta specialità garantiscono agli utenti uno standard delle prestazioni sempre più elevato. Da aprile aumentano le sedute operatorie settimanali. La struttura complessa di Urologia prosegue la sua crescita in termini di qualità, volume e complessità delle prestazioni e, dal mese di aprile, la direzione aziendale ha introdotto un’ulteriore seduta operatoria settimanale che permetterà di aumentare l’attività chirurgica del 25%. “L’Urologia -commenta Andrea Casciari, direttore generale del Santa Maria- rappresenta una della nostre eccellenze. L‘attività di urologia ospedaliera, che negli anni ha saputo evolversi passando rapidamente dai trattamenti classici di chirurgia ‘a cielo aperto’ alle più moderne tecniche mininvasive, lavora in stretta collaborazione con la Clinica universitaria di Chirurgia Urologica, Andrologia e Tecniche mininvasive, aumentando in modo significativo l’attrazione extra regionale e portando l’azienda a diventare punto di riferimento a livello interregionale per il trattamento di tutte le patologie urinarie”. Il volume di attività dell’Urologia ospedaliera, nonostante si sia fisiologicamente ridotto negli ultimi due anni per la parallela attività chirurgica svolta dalla nuova struttura universitaria di chirurgia urologica mininvasiva diretta da Ettore Mearini, si attesta su buoni valori complessivi, con un continuo incremento dell’attività extra regionale che, assieme all’alta specialità, supera il 50% dell’attività totale. Presso la struttura vengono effettuati tutti i più importanti interventi di chirurgia urologica con particolare riferimento alle nuove tecniche mininvasive e, recentemente, si è anche iniziato ad utilizzare le nuove tecniche robotiche con un ambizioso programma di implementazione. Non è un caso che, nell’ambito di Auto-teach (Associazione Urologi Ospedalieri Italiani) la struttura sia stata scelta come centro interregionale per l’insegnamento dell’urologia robot-assisted per Umbria, Marche, Abruzzo e Molise. “Trattiamo la patologia urologica nel suo complesso -spiega il direttore della struttura complessa di Urologia, Luzio Luzzi- dando la necessaria attenzione alla patologia oncologica ma senza dimenticare altre patologie benigne come l’ipertrofia prostatica e la calcolosi delle vie urinarie, che possono portare disagi importanti nella vita personale e sociale dei pazienti. Anche in questi casi i trattamenti da noi proposti, in linea con i protocolli internazionali, sono all’avanguardia sia nelle tecniche che nei materiali usati. L’Azienda Ospedaliera Santa Maria, infatti, mette a disposizione strumenti di alta precisione come cistoscopi flessibili, ureteroscopi semirigidi, laser ad olmio e altri strumenti che nel trattamento di queste patologie hanno il duplice vantaggio di offrire la miglior tecnica

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possibile favorendo contestualmente il benessere del paziente”. La struttura offre anche un servizio di Day Hospital, in alternativa al ricovero ordinario, al quale accedono tutti i pazienti che entro una giornata possono così usufruire del servizio di Litotrissia per una patologia diffusa come la calcolosi delle vie urinarie, di trattamenti con chemioterapici ed immunomodulatori per il tumore della vescica, del servizio di ecografia urologica per lo screening e la diagnosi delle malattie prostatiche e, quindi, per le agobiopsie prostatiche eco guidate. Oltre agli evidenti vantaggi per gli utenti, il day hospital, unitamente ad una attenta politica di riduzione dei costi dei beni sanitari (-15%), ha contribuito ad un significativo risparmio per l’azienda. Inoltre, in collaborazione con la clinica universitaria urologica è stato presentato un progetto di Stone Center che prevede la possibilità di trattare entro 24-48 ore tutte le patologie litiasiche dell’apparato urinario; un progetto importante, presente solo in poche realtà regionali, che può rappresentare un’interessante attrattiva per utenti regionali ed extra regionali.


S A N TA M A R I A D I T E R N I

essa di Urologia

provengono da esperienze lavorative e formative avute anche all’estero in strutture internazionali di chiara fama. È proprio da questo connubio di tradizione ed evoluzione che si è potuti passare dai trattamenti classici di chirurgia definita “a cielo aperto” alle più moderne tecniche mininvasive. L’utilizzo della laparoscopia e più recentemente del sistema di chirurgia Robotica Da Vinci, permette di offrire a tutti i cittadini il miglior standard di cura possibile senza sottrarsi all’impegno che il cimentarsi in nuove procedure comporta e senza nascondersi dietro la sicurezza che talune procedure chirurgiche rappresentano.

Continuare la nostra tradizione Il reparto di Urologia diretto dal Dr. Luzio Luzzi rappresenta la storia dell’urologia ternana. Il Dr. Luzzi infatti segue con la sua direzione il solco tracciato dai suoi predecessori, come il Prof. Pauselli e il Prof. Romagnoli, iniziato ormai più di 40 anni fa. Questo significa erogare un servizio di assistenza costante ed efficiente a tutti i cittadini ternani e non, che riconoscono nella professionalità, unita all’umanità, una caratteristica fondamentale di un luogo di cura ed assistenza. Annullare le fastidiose distanze che a volte si creano tra paziente e personale medico è stato sempre un obiettivo storico di tutti i Primari di questo reparto ed è proprio in questo segno che il Dr. Luzzi prosegue la sua direzione. Parlando di storia non bisogna però pensare ad un reparto statico nella sua conformazione, bensì ad un gruppo di medici con esperienza ventennale che si arricchisce nel tempo di nuovi componenti. Le forze giovani significano entusiasmo e linfa vitale per un reparto come questo, soprattutto se tali giovani

Nella Struttura Complessa di Urologia vengono effettuati circa 500 interventi di Chirurgia Urologica l’anno ed oltre 1500 esami endoscopici. Il centro di Litotrissia effettua circa 750 trattamenti l’anno. I medici della Struttura partecipano frequentemente a corsi di perfezionamento in importanti Centri Urologici Nazionali ed Internazionali. Il personale infermieristico, costantemente impegnato nella formazione, è di primissimo livello e lavora con grande spirito di abnegazione nel solo interesse dei pazienti; a tale proposito è lodevole l’estrema umanizzazione dei rapporti con gli utenti, per i quali si cerca di rendere facilmente fruibili tutte le attività semplificando al massimo le procedure burocratiche, con il fine ultimo di mettere l’Uomo al centro delle nostre cure.

Équipe Direttore Luzio Luzzi Aiuti Carlo Nico, Giancarlo Bertuzzi, Adriano Campagna, Andrea Giovanni Martinelli, Paola Lilli Caposala Lorella Perugini Infermieri Giuliano Sinibaldi, Sandro Francisci, Stefano Reggi, Mario Cangemi, Roberta Facchetti, Tiziana Chianella, Rosanna Rossi, Isabella Santoprete, Caterina Seralessandri, Stefania Giannini, Francesca Salvatelli, Laura Cupidi, Massimo Natalizi, Sandra Natalini Foiano, Moira Dell’Unto, Massimo Martelli. Operatrici Socio Sanitarie Patrizia Cabioni, Isabella Capocchia

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La spedizione d e i M i l l e : la campagna di Sicilia (prima parte)

Accolta dall’Italia tutta con diverse reazioni, la novella dell’avvenuto sbarco si era presto diffusa anche in Sicilia, la quale, memore del fallito moto guidato da Rosolino Pilo, vide il moltiplicarsi di spontanee quanto pacifiche dimostrazioni, in particolar modo a Palermo, ove vennero brutalmente represse dalle truppe del borbonico Salzana. Nel frattempo Francesco II era stato proclamato decaduto da Garibaldi che, alloggiato presso palazzo Fici, all’alba del 12 maggio ordinò l’inizio della marcia verso Palermo, alla cui testa si pose cavalcando la giumenta donatagli da Sebastiano Giacolone. Pronta a sacrificarsi eroicamente, la colonna dei volontari era stata divisa in due battaglioni e quindi in otto compagnie, i cui comandanti erano Bixio, Orsini, Stocco, La Masa, Anfossi, Carini, e Cairoli, mentre lo stato maggiore era composto da Sirtori, Turr e Cenni; significativa sia la presenza delle guide di Missori e dei carabinieri genovesi di Mosto nelle prime file, che quella del personale medico di Ripari, dei marinai di Castiglia che scortavano i quattro piccoli cannoni, di Acerbi con i futuri intendenti generali della spedizione e del Genio di Sponzilli nelle ultime. Daghela avanti un passo Delizia del mio cor: giovani ed entusiasti, i garibaldini, giunti oramai ad essere circa 1500 avanzarono incuranti della fatica e del cocente sole siculo sino a quando, stremati, dopo una breve sosta vennero convinti a proseguire dal generale stesso, i cui toni concilianti furono certo più efficaci delle minacce d’un irrequieto Bixio. Giunta la sera, la truppa venne fatta alloggiare presso il feudo di Rampegallo, ove il generale frugalmente desinò dopo aver impartito i necessari ordini, decidendo in seguito di dormire all’aperto nonostante i contrari pareri di Froscianti e Bandi, che, preoccupato per la sua artrite, lo aiutò a cambiarsi. Raggiunto dalle truppe di insorti guidate dai fratelli Sant’Anna e dal barone Mocarta, il futuro Esercito Meridionale l’indomani mosse verso la città di Salemi dopo essere stato riordinato in seguito alla creazione della nuova compagnia di Griziotti. Spossati dalla lunga marcia, il morale dei volontari venne

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risollevato dalla più che calorosa accoglienza ricevuta presso la cittadina siciliana, ove Garibaldi assunse i poteri dittatoriali in nome di Vittorio Emanuele II dando comunicazione di ciò ad una festante folla dal balcone della residenza municipale, da cui venne letto il seguente decreto: Giuseppe Garibaldi Comandante in capo le forze nazionali in Sicilia; Sull’invito di notabili cittadini e sulle deliberazioni prese dai Comuni liberi dell’Isola; Considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari sieno concentrati in un solo uomo; decreta di assumere nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura in Sicilia. Finalmente il generale aveva la possibilità di applicare il proprio metodo di conduzione ad un moto, desiderio che, maturato sin dal 1849, durante la difesa della Repubblica Romana non poté realizzare a causa dell’opposizione del Triumvirato ed in particolar modo di Mazzini, grande sostenitore e finanziatore di quella nuova impresa. Primo fatto d’arme d’essa, appariva inevitabile uno scontro con le truppe borboniche che, decise a bloccare la loro avanzata verso Palermo, erano guidate dal generale Landi, il quale, dopo esser giunto ad Alcamo, voleva riconquistare la perduta Salemi a quella che considerava una masnada di briganti. Garibaldi, consapevole del fatto che se non avesse giocato bene le proprie carte la rivoluzione sarebbe miseramente fallita sul nascere, era combattuto fra due determinazioni: o evitare la battaglia passando per Corleone allungando così notevolmente il tragitto da compiere, oppure affrontare l’esercito napoletano nonostante l’evidente inferiorità numerica. Incurante del timore di molti pavidi e non ascoltando i prudenti consigli che gli venivano rivolti, l’Eroe dei Due Mondi preferì il coraggio alla codardia, annunciando così la mattina del 15 maggio la propria decisione agli aiutanti di campo che lo assistevano, increduli per la sua naturale allegrezza nell’accingersi ad affrontare la morte. Frances co Neri Scuola Media Leonardo Da Vinci Classe III Sez. A


Fisioterapia e Riabilitazione

NUOVA SEDE Zona Fiori, 1 05100 Terni – Tel. 0744 421523 0744 401882 D i r. S a n . D r. M i c h e l e A . M a r t e l l a - A u t . R e g . U m b r i a D D 7 3 4 8 d e l 1 2 / 1 0 / 2 0 11

La riabilitazione in acqua è una metodica sicuramente molto utile per garantire un moderno e valido recupero funzionale sia in campo neurologico che ortopedico

Uniche infatti sono le possibilità offerte dallo “strumento acqua”, che agisce contro la forza di gravità (principio di

Archimede), e consente al corpo di muoversi in assenza di peso: questo determina una maggiore facilità a muoversi quando per esiti traumatici, per deficit neurologici o dopo chirurgia ortopedica sarebbe impossibile o dannoso caricare il peso reale sui propri arti. Il risultato è una diminuzione dello stress e del carico sull’apparato muscolo scheletrico che facilita l’esecuzione di movimenti in assenza di dolore. La resistenza offerta dall’acqua è graduale, non traumatica, distribuita su tutta la superficie sottoposta a movimento, proporzionale alla velocità di spinta e quindi rapportata alle capacità individuali di ogni persona. L’effetto pressorio dell’acqua, che aumenta con la profondità, esercita un benefico effetto compressivo centripeto sul sistema vascolare, normalizzando la funzione circolatoria e riducendo eventuali edemi distali. Tale effetto è ampliato nel Percorso Vascolare Kneipp dove si alterna ciclicamente il cammino in acqua calda e fredda.

Con la riabilitazione in acqua è possibile non solo ristabilire le migliori funzionalità articolari e muscolari dopo un incidente, ma anche eseguire delle forme di esercizio specifiche per prevenire la malattia o per curare sintomatologie croniche come la lombalgia. Tali esercitazioni sono particolarmente indicate per quei soggetti in forte sovrappeso con difficoltà di movimento legate ad obesità, ad artriti, a recenti fratture o distorsioni. Nella maggior parte di questi casi si registra un netto miglioramento del tono muscolare e dei movimenti articolari dopo un adeguato programma terapeutico. Il paziente, se anziano, acquisisce in tal modo un maggiore controllo motorio che, migliorando l’equilibrio, allontana il rischio di cadute e rallenta il declino funzionale legato all’invecchiamento. La riabilitazione in acqua è particolarmente indicata in: - esiti di fratture - distorsioni, lussazioni - patologie alla cuffia dei rotatori della spalla - artrosi dell’anca e delle ginocchia - tonificazione muscolare in preparazione all’intervento chirurgico - mal di schiena (lombalgia, sciatalgia, ernia ecc.) - para paresi spastiche - esiti di interventi neurochirurgici - esiti di ictus - esiti di lesione midollare - disturbi della circolazione venosa

Inoltre la temperatura dell’acqua, più elevata (32° - 33°) rispetto alle vasche non terapeutiche, permette la riduzione dello spasmo muscolare e induce al rilassamento. Per questo il paziente si muove meglio e la muscolatura appare più elastica. La riabilitazione in acqua è utile e proponibile a tutti, dai bambini agli anziani; per potervi accedere non occorre essere esperti nuotatori è sufficiente un minimo di acquaticità.

Terni Zona Fiori, 1 Tel. 0744 421523 401882

- Riabilitazione in acqua - Rieducazione ortopedica - Riabilitazione neurologica - Rieducazione Posturale Globale - Onde d’urto focalizzate ecoguidate - Pompa diamagnetica - Tecarterapia

- Visite specialistiche - Analisi del passo e della postura - Elettromiografia - EEG - Ecografia apparato locomotore - Idoneità sportiva ... e molto altro

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Il

pagliaio C’erano una volta i pagliai e adesso non ci sono più. Ne è rimasto qualcuno dipinto nei quadri dei pittori amanti della natura, con sullo sfondo un tramonto rossastro. Come mai? Dove sono andati a finire? Fino agli anni ’60 in ogni aia si potevano ammirare pagliai di paglia di grano e pagliai di fieno, panciuti a forma di fiasco o a forma di pera, secondo l’artista contadino che ne aveva guidato la fabbricazione. In quegli anni però hanno iniziato a prendere piede le presse raccoglitrici e il fieno falciato ed essiccato al sole di maggio, rivoltato e allineato con un rastrello rotante, veniva ingoiato dalla pressa trainata da un trattore e vomitato dietro sotto forma di balle a forma di parallelepipedo, legate nel senso dell’altezza con due resistenti fili di materiale plastico. E così in ogni aia, nello spazio riservato ai pagliai, fu costruito un fienile, magari un capannone aperto ai lati, dove allora venivano stipate le suddette balle e oggi addirittura le rotoballe molto più grandi e di forma cilindrica. Chissà quanti millenni sono stati necessari all’uomo per inventare un sistema di conservazione degli alimenti per animali così efficiente come il pagliaio. Ma bastano poche decine di anni per cancellarlo dalla memoria umana. Prima dell’avvento della meccanizzazione fare il contadino era una bella faticaccia. Il lavoro manuale predominava, alleggerito solo da una coppia di buoi o di vacche e da qualche animale da soma, come l’asino o il mulo. A maggio la biada, il trifoglio e l’erba medica avevano raggiunto il giusto sviluppo e bisognava procedere alla loro falciatura con la falce fienaia. Si iniziava il mattino presto, perché la rugiada facilitava il taglio e appena la lama della falce prendeva un sasso, o dopo una mezz’ora di lavoro, bisognava rifare il filo al metallo usando una pietra abrasiva, detta cote (dal latino cos, cotis = mola). Tale pietra di forma oblunga, a losanga, era infilata in un corno di bue pieno per metà di aceto, appeso con un uncino alla cintura. Il contadino si fermava, tirando un po’ il fiato, poi rovesciava la falce tenendola con la mano sinistra mentre con la destra passava strisciando vigorosamente la cote sopra e sotto la grande lama. Una volta al giorno era necessario ribattere la lama su una piccola incudine, fissata a terra o sopra un ceppo di legno, con un martello apposito di ferro dolce, in modo da appiattire il metallo e renderlo tagliente come un rasoio. Al sole di maggio il fieno appassiva rapidamente e allora tutti, uomini donne e bambini grandicelli, muniti ognuno di una leggera forca di legno di dimensioni proporzionate all’utente, prendevano di petto una striscia di falciato, rovesciandola sotto sopra per permettere un’essiccazione ottimale da ambo le parti. Se all’improvviso scoppiava un temporale, bisognava ripetere le operazioni fino ad asciugatura completa altrimenti il fieno umido sarebbe andato a male con formazione di muffe, diventando immangiabile per gli animali. Una volta ottenuta l’essicazione completa si facevano dei cumuli a forma di cupola, alti un paio di metri, chiamati pagliarozze, ovvero piccoli pagliai senza palo in mezzo. Si infilava allora un lungo palo sotto la base della cupola facendolo sporgere per circa mezzo metro da entrambe le parti. Una lunga corda veniva doppiata ai capi e la parte ad essi opposta veniva saldamente legata ad una delle parti

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sporgenti del palo. I due capi di corda venivano fatti passare sopra la pagliarozza e legati strettamente all’altro pezzo di palo sporgente. A questo punto bastava legare una robusta corda al palo e poi al giogo di un paio di vacche e in men che non si dica, il cumulo di fieno veniva trascinato nell’aia senza perderne un filo. Mentre uno dei contadini continuava a fare questo tipo di trasporto, le vacche, nonostante avessero il muso infilato in una specie di canestro di vimini, detto paniere, che impediva loro di mangiare, tentavano di assaggiare quella profumatissima leccornia. Piantato a terra un palo di pino o di castagno diritto e scortecciato si iniziava allora a fare il pagliaio, calcolando a occhio l’area del cerchio alla base in modo da dare poi la giusta pancia e il rientro a forma di collo, simile a un grande fiasco. Il contadino più esperto sistemava e pestava il fieno nel giro più esterno mentre all’interno veniva sistemato quello che doveva ancora imparare. Quando non si arrivava più a dare la forca piena di fieno a quelli che erano sopra, bisognava appoggiare una scala al pagliaio e farci salire sopra, al quarto o quinto piolo, un altro contadino al quale da terra veniva passata la forca che a sua volta veniva scaricata sopra il piano di fabbricazione del fiasco. Man mano che il diametro del cerchio si restringeva, diminuivano le persone in cima finché rimaneva solo l’esperto che, munito di una lunga pertica, batteva e accarezzava le pareti esterne del pagliaio per renderlo perfetto. A volte il pagliaio era fatto con fieno misto: biada, trifoglio, erba medica ed anche paglia di grano se era di ottima qualità. Poteva capitare allora che il mastro del pagliaio si mettesse ad elencare le operazioni da compiere. Un giro di paglia, un giro di biada, un giro di prato ... Un momentino … un bicchiere di vino. E c’era sempre una solerte ragazza pronta con un bottiglione di vino fresco appena tolto da sotto un ruscello. Alla fine l’artista del manufatto era costretto a tenersi avvinghiato al palo mentre infilava su di esso un fascio di fieno a mo’ di cappello e in cima al palo, per impedire che marcisse con la pioggia, sistemava un barattolo di latta o anche un pitale di ferro smaltato bianco non più usabile come vaso da notte, perché appena forato e aggredito dalla ruggine. Due uomini allora alzavano verso l’alto la scala per permettere all’artista di scivolare giù e poi di attaccarsi ad essa. Appena a terra faceva un giro intorno all’opera d’arte, lisciando con la pertica qualche asperità e qualche ciuffo di erba non a posto. Ora poteva piovere anche a catinelle ma l’acqua sarebbe scivolata all’esterno, lungo il pagliaio fatto a regola d’arte, preservandone il prezioso contenuto. Finito il lavoro si andava a pranzo ed era un pranzo di lusso con rigatoni al sugo d’anatra e anatra arrosto e poi ognuno andava a fare un riposino. Bastava mettersi all’ombra di una grande quercia sdraiandosi sopra un vecchio cappotto militare, dopo essersi tolto gli scarponi chiodati e messo le pezze da piedi, intrise di sudore, ad asciugare sopra una fascina. Le care pezze da piedi molto più economiche delle calze! Fino ai primi del novecento questo sistema alternativo era in uso tra gli eserciti (e non solo) di numerosi paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, il Canada e il regno Unito. Forse ci è sfuggita una notizia banale, surclassata dai grandi eventi che si sono succeduti tra la fine del 2012 e oggi che state leggendo: lunedì 14 gennaio 2013 il ministro della difesa della Russia ha ordinato alle forze armate del paese di abbandonare le pezze da piedi per passare ai calzini! Saranno gli ultimi ad abbandonarle? Non lo credo. Ad ogni mutamento umano restano sempre da qualche parte consistenti sacche di resistenza che perpetuano nel tempo vecchie abitudini e superate credenze. Dedicato ai giovani che forse non sanno e ai meno giovani che non hanno dimenticato. vittorio.grechi@gmail.com


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Privacy violata, libertà riacquistata Si dice che anche le invenzioni più virtuose possano essere svilite del loro significato più alto, ed è proprio questo che, per alcuni versi, si è verificato con facebook. In esso si può trovare di tutto: chi scrive quando va a dormire, chi scrive commenti sul tempo, chi scrive di essere felice, chi scrive di essere triste. Difficile trovare qualcosa di toccante, di significativo, al di fuori di frasette banali e citazioni prese altrove. Farsi vedere sorridenti, con tanti amici (spesso solo comparse), in numerosi eventi: è questo che gli utenti dei social network fanno per dimostrare di essere qualcuno. Non esserci, avere poche foto o peggio non aggiornare il proprio stato in maniera compulsiva fa sembrare marginali e irrilevanti. Da qui ci rendiamo conto di come facebook sia soprattutto omologazione, una vetrina per mostrarsi e ottenere un complimento furtivo, un mezzo attraverso cui si ha la possibilità di essere conosciuti, riconosciuti, taggati, condivisi da amici, amici di amici, un modo per soddisfare il desiderio, tutto contemporaneo, di sentirsi noti, di apparire, di esserci, di dire la propria su politica, ambiente ed attualità; quasi che l’indecisione o il non aver semplicemente un’opinione sia pericoloso sintomo di anonimato. E se sei anonimo, chi chiederà mai la tua amicizia? È ipotizzabile il ritorno ad una vita riservata, sussurrata a pochi intimi? Nell’ossessione di molti di urlare la propria presenza in questo mondo, sono pochi coloro che non hanno paura di affermare di avere una vita piena, senza doverne certificare l’autenticità su un social network. Condividi e Connetti sono le parole più in voga su tutte le piattaforme sociali. Ce ne sono ormai a decine e anche chi aveva delle remore si sta iscrivendo. D’altronde, come afferma M. Castells: se non vi occuperete delle reti, in ogni caso saranno le reti a occuparsi di voi. Tutto ciò sembra un paradosso: in un’epoca ossessionata dalla tutela della privacy, cinquecento milioni di persone oggi si mettono a nudo pubblicamente, sedotte da facebook, sebbene sia ormai noto a tutti che le piattaforme social monitorano puntualmente il nostro comportamento in rete, per rilevare quali siano le nostre abitudini e preferenze. C’è chi di fronte a questo dato inconfutabile alza le spalle e lo accetta, convinto che la rinuncia alla privacy sia il prezzo da pagare per utilizzare gratuitamente i social network, essenziali per il business e per sentirsi integrati nella società. Adulti, ragazzi, addirittura bambini scelgono più o meno consapevolmente di rinunciare alla propria privacy ed offrono momenti della propria vita privata per stringere nuove amicizie o riscoprirne di vecchie, per evadere dalla martellante ripetitività quotidiana ma, soprattutto, per vivere cinque minuti di celebrità. Proprio l’aver indotto milioni di persone ad accettare e includere nelle proprie vite queste invenzioni ha

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fatto sì che persino il diffondersi di idee e di progetti passi necessariamente attraverso i social network. Ecco che la tecnologia rischia di trasformarsi in un grande occhio che seppellisce l’ uomo e la sua sua creatività sotto il suo controllo. Forse che questo occhio di cui parla Kerkhove ci rammenta qualcosa? Eric Blair, meglio noto con lo pseudonimo di George Orwell, qualche anno dopo la seconda guerra mondiale, pubblicò il suo più celebre romanzo, 1984, in cui dipinse il panorama infernale di un regno del terrore nel bel mezzo dell’Europa, con un partito unico ai comandi di un Grande Fratello, con una neolingua ideata per capovolgere il significato delle parole, caratterizzato dall’abolizione della sfera privata, da un regime di sorveglianza a trecentosessanta gradi, dalla rieducazione e lavaggio del cervello dell’intera popolazione e da un’onnipotente polizia segreta per soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione. Orwell non avrebbe mai immaginato che, per ottenere almeno in parte un risultato simile, con un sistema di sorveglianza a tutto campo, non c’era bisogno di una dittatura, ma si poteva raggiungerlo anche all’interno di un sistema democratico, senza l’uso della violenza, con metodi civili, attraverso la schiavitù volontaria. Più di duemila anni fa già Seneca aveva cominciato a riflettere nelle sue epistole su questo tema, affermando che non c’è peggior servitù di quella che noi stessi ci imponiamo. Siamo proprio noi ad aver messo in pericolo la nostra libertà individuale, affidandoci ai social network senza riflettere. In questa ottica, la prigione si è trasformata in un luogo relativamente confortevole, i nostri sorveglianti rimangono anonimi e non portano uniformi, bensì abiti civili, facendosi chiamare manager, e non operando più in caserme ma in uffici con l’aria condizionata. Essi non agiscono con la forza ma hanno modi cordiali: agli utenti garantiscono sicurezza, assistenza e ogni tipo di benessere. Per questo possono contare sulla tacita approvazione dei loro clienti e non dubitano che i loro protetti premeranno con zelo un pulsante invisibile con la scritta mi piace. Ed ecco che, senza accorgercene, noi stessi siamo diventati il prodotto da vendere. A fronte di ciò sorge una domanda: i cosiddetti new media non hanno davvero nessuno risvolto positivo nella società? La risposta è sì. I social media hanno assunto un posto di predominio nella formazione e veicolazione delle informazioni, nonché nella realizzazione dei contenuti inseriti nelle stesse, caratterizzandosi per alcuni elementi fondanti: audience globale; costo contenuto e accessibilità; la dicotomia anonimato-visibilità (si può rimanere anonimi per non incappare in ritorsioni, mentre se si vuole rendere nota a tutti la propria posizione, lo si può fare con la stessa semplicità); velocità grazie alla penetrazione delle informazioni in tempo reale. Come afferma Goleman, infatti: i giovani sono sempre in contatto, attraverso internet, come non è mai accaduto prima d’ora e si scambiano informazioni affidabili. Un esempio in cui questi elementi si sono realizzati tutti insieme è la Primavera Araba, la quale certamente ha dato prova di come i mezzi d’informazione non tradizionali abbiano un ruolo strategico per la determinazione di una coscienza collettiva. In quella occasione, infatti, i social media non hanno causato le rivolte, ma hanno contribuito a modellare il dibattito politico e a diffondere gli ideali democratici oltre i confini nazionali. La motivazione di fondo che ha spinto uomini e donne a coinvolgere coloro che ancora non erano stati raggiunti dal vento primaverile è stata la sensazione, data proprio dai nuovi canali informativi, di essere già in tanti a lottare per il cambiamento. Con ciò è da intendere che mentre le rivoluzioni, storicamente definite come tali, di solito hanno un leader o un gruppo limitato di agitatori che rappresentano la causa, qui, di fronte ai fatti della Primavera Araba, si è testimoni di un’altra forma di reazione: è l’insieme stesso che trascina dando una forza propulsiva agli accadimenti; questo grazie alla possibilità di aggregazione rapida di un numero elevatissimo di persone, prima sui social network e poi, in un secondo momento, in luoghi fisici prefissati proprio attraverso un nuovo processo mediatico. Ora i Social Media hanno aggiunto l’elemento partecipativo al flusso della comunicazione. Come afferma Y. Benkler: il fatto che oggi così tanta gente possa parlare, e che si stia raggruppando in reti di citazione reciproca, come la blogosfera, fa sì che per ogni individuo sia più facile farsi ascoltare e entrare in una vera conversazione pubblica. Inoltre, la fortuna di questi nuovi mezzi di aggregazione sociale è stata sicuramente il basso costo: basta un collegamento per aprire una pagina su facebook o dire la propria su twitter ed essere visti ed ascoltati da tutti. Come in ogni cosa, dunque, coesistono aspetti positivi e negativi. La soluzione consiste nell’utilizzare questi new media con intelligenza. A questo punto sta alla coscienza critica di ognuno porre consapevolmente dei limiti alla propria libertà virtuale, senza permettere a terzi di invadere la sfera privata. Sta a noi trovare il modo di orientarci nel migliore dei modi nella Galassia Internet. Michela Biancifiori III IF


Chirurgia percutanea dell’alluce valgo L’alluce valgo è la patologia più diffusa del piede e la causa più frequente di metatarsalgia (dolore all’avampiede); è caratterizzato da una deviazione verso l’esterno dell’alluce rispetto al 1° metatarso (Figg.1). L’alluce valgo si presenta spesso sotto forma di prominenza della testa metatarsale in corrispondenza della quale si realizza una reazione infiammatoria (borsite, chiamate nel gergo popolare patata, cipolla) causata dall’attrito con la calzatura. Per quanto riguarda le cause dell’alluce valgo, in una piccola percentuale di casi è congenito o associato a malattie genetiche o causato da malattie reumatiche o neurologiche; comunque nella maggior parte dei casi l’eziologia non è chiara. Nella maggior parte di questi casi denominati “alluce valgo biomeccanico” è presente un’alterazione del retro piede come calcagno valgo, iperpronazione di sottoastragalica, lassità capsulo legamentosa del piede che possono comportare deviazione in varo (verso l’interno) del 1° metatarso (osso alla base dell’alluce) e di conseguenza la deformità in valgo dell’alluce. L’uso di calzature a punta stretta, con tacchi alti, con tomaia rigida possono favorire l’insorgenza o l’aggravarsi dell’alluce valgo. L’alluce valgo colpisce più frequentemente il sesso femminile, dieci volte di più che nell’uomo. Si stima che in Italia quasi il 40% delle donne sono affette da alluce valgo: questo può insorgere a tutte le età ma è più frequente tra quaranta e sessanta anni. Il sintomo principale è rappresentato dal dolore causato dallo sfregamento con la calzatura che porta alla formazione di una borsite che nei casi più gravi può arrivare alla formazione di un’ulcerazione cutanea e di patologie correlate quali dita a martello, callosità plantari e meta tarsalgia. Per quanto riguarda il trattamento nelle forme più lievi e nelle fasi iniziali, trova indicazione il trattamento conservativo, che ha lo scopo di ridurre il dolore ma non la deformità, è rappresentato da uso di calzature adeguate, con tacco non superiore ai 4 cm, talora dall’uso di plantari. Per quanto riguarda il trattamento chirurgico sono state descritte nel tempo oltre 100 tecniche chirurgiche. Nelle forme di alluce valgo lieve e medio (Fig.2) trovano indicazione gli interventi di osteotomia distale del primo metatarso che possono essere eseguite con tecnica tradizionale a cielo aperto o con tecnica percutanea tramite piccole incisioni di 3 mm attraverso le quali con minifrese si esegue la correzione delle deformità scheletriche senza uso, nella gran parte dei casi, di mezzi di sintesi (Figg. 3). Questa tecnica ha il vantaggio di provocare meno dolore perché non richiede l’uso del laccio ischemico e salvaguarda di più le parti molli. La deambulazione è ripresa immediatamente. Le tecniche chirurgiche classiche trovano indicazione nei casi di alluce valgo di media o grave entità. Nessuna delle tecniche chirurgiche è scevra da complicazioni o rischio di recidiva. Dr. Vincenzo Buompadre

Fig. 2

Figg. 1

pagina pubblicitaria

Figg. 3

D r. V i n c e n z o B u o m p a d r e

Specialista Ortopedia e Medicina dello Sport

Te r n i - V i a C i a u r r o , 6 0744.427262 int. 2 - 345.3763073 vbuompadre@alice.it 31


È tempo di CAMBIAMENTO In questo periodo si parla e discute tanto di cambiamento, cambiamento in Italia ed in Europa. Limitiamoci al nostro Paese. In Italia, siamo ad un bivio: o viene realizzata una profonda metamorfosi, oppure si entra in una sorta di buco nero che inghiotte anche quello che è rimasto di buono nella società. Alla domanda: cosa si intende per cambiamento in Italia? La risposta è: determinare un rinnovamento civile, etico e politico. Cambiare significa avviare e portare a termine le necessarie riforme istituzionali, economiche e finanziarie, riforme che la gente attende con un consenso quasi unanime per correggere la forte sperequazione sociale, per determinare crescita e creare lavoro. Attuare riforme non significa scrivere un libro dei sogni, ma dare pragmatica organizzazione e soluzione ad una sequenza di necessità che la società italiana, giorno dopo giorno, dimostra di avvertire sempre di più. Cambiare significa realizzare la riforma fiscale, per ottenere un’adeguata riduzione delle aliquote sui redditi dei lavoratori e delle imprese. Cambiare significa realizzare la riforma della giustizia civile per accelerare la conclusione dei processi, troppo lunghi e macchinosi nel loro svolgimento. Cambiare significa realizzare la riforma del lavoro. È necessario dare concretezza alle aspirazioni dei giovani, promuovere la formazione di mestieri, arti e professioni, riequilibrare la flessibilità a vantaggio della stabilità e contro il dilagante precariato. Realizzare importanti liberalizzazioni, così da stimolare la concorrenza a tutto vantaggio dei prezzi, particolarmente nei servizi. Creare cooperazione ed integrazione, soprattutto in un mondo globalizzato, qual è l’attuale.

Le migrazioni oggigiorno costituiscono fatti normali e non eccezionali, caratteristici della nostra complessa epoca. Cambiare significa realizzare il risanamento dello Stato e degli altri enti pubblici, abbattendo l’ingente debito sovrano. Realizzare infrastrutture, facendo ripartire i necessari investimenti produttivi. Semplificare le troppe norme riguardanti le imprese, spesso di difficile ed incerta interpretazione e, a volte, addirittura inutili. Cambiare significa favorire il regolare flusso del credito bancario alle imprese, per contribuire a concretizzare iniziative industriali, commerciali ed artigianali, creando così lavoro. Incentivare l’aggregazione tra le imprese e promuovere la loro internazionalizzazione, particolarmente necessaria per la continuità aziendale in un mercato globale. Realizzare intelligenti politiche energetiche, tenuto conto dell’esaurimento delle risorse come petrolio, carbone e gas naturale. Realizzare politiche ambientali contro l’inquinamento, l’esaurimento dell’acqua ed altro. Cambiare significa combattere i problemi sociali mondiali, quali guerre, genocidi, traffici di organi, di esseri umani, razzismo, xenofobia, omofobia, diseguaglianze religiose, violenza sui bambini, sulle donne ed anche fame e povertà. Realizzare la tutela delle classi sociali deboli e combattere i disvalori sociali, quali la disonestà, l’individualismo sociale, l’avidità, l’emarginazione e la solitudine delle persone. Non è facile portare tutti questi cambiamenti, sono tanti e in settori diversi tra loro, ma in un momento così delicato della nostra storia, la crisi deve servire proprio a questo, far prendere coscienza del profondo bisogno di un rinnovamento, per migliorare la vita di tutti noi. In definitiva, cambiare, significa rifondare il nostro Paese. Ce n’è un gran bisogno! Lorenzo Bellucci lorenzobellucci.lb@gmail.com

La Francia spegne le luci In Italia il provvedimento cieli-bui che era stato proposto nel dicembre 2012 dal supercommissario alla Spending Review, E. Bondi, per ridurre i consumi dell’energia elettrica destinata all’illuminazione pubblica notturna, è stato bocciato dalla Commissione Ambiente della Camera. Degni promotori della bocciatura sono stati Paolo Baretta (PD) e Renato Brunetta (PDL). In Francia, dal 1 Luglio 2013, il ministro Delphine Batho impone per decreto, il buio dopo l’una di notte a monumenti, municipi, uffici pubblici, stazioni ferroviarie, locali commerciali e le aree esterne degli edifici non residenziali. Per quanto riguarda invece le luci interne degli uffici pubblici e privati e dei locali commerciali, sarà possibile lasciarle accese al massimo per sessanta minuti oltre l’orario di chiusura. La stessa regola vale per le vetrine e le insegne luminose, che dovranno rimanere spente fino alle sette di mattina. Via libera solo ai punti luce che servono a garantire la tutela della proprietà. Naturalmente sono previste deroghe, decise di volta in volta dai prefetti, per le festività, nonché per determinate zone turistiche di Parigi e di un’altra quarantina di città.

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Il governo Holland fa sul serio. Il decreto legge è stato appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale transalpina. La Francia prosegue così nel suo progetto di razionalizzazione dell’illuminazione pubblica e privata notturna e di contrasto all’inquinamento luminoso. Questo provvedimento farà risparmiare allo stato francese circa 2000 Gigawattora di energia elettrica; equivalente al fabbisogno annuo di 750.000 famiglie. Dal punto di vista ambientale, con le nuove regole, il governo di Parigi conta di tagliare l’emissione in atmosfera di almeno 250.000 tonnellate di anidride carbonica. Particolarmente entusiaste sono le reazione delle associazioni ecologiste e degli astronomi. Questi ultimi in particolare, già da diversi anni chiedono cieli meno illuminati dai fari artificiali, per studiare i corpi celesti (e, ove possibile, per agire prima che gli asteroidi cadano sulla Terra - n.d.r.). L’Italia invece, con la Spagna, a dispetto della crisi, è in testa alla classifica europea per il consumo procapite annuale dell’illuminazione pubblica (105 kwh contro una medie Ue di 51). Franco Capitoli Meditate gente.


Da CORRADO SPAZIANI, L’ALTRA FORMA DEL VERO TERNI - Palazzo Montani Leoni 9 Marzo - 14 Aprile 2013 Fondazione Cassa di Risparmio Terni e Narni

Neve con uccelli, 1977 - Collezione Cesare Taddei

Foto: Marco Santarelli, Alberto Mirimao

G Spaziani, F Quadraccia, V Sgarbi, P Cicchini, C Taddei

Pasto frugale, 1975 - Collezione Cesare Taddei

Passo di S. Bernardino, 1974 - Collezione Cesare Taddei

Vaso con frutta, 1974 - Collezione Cesare Taddei

Fiori secchi, 1973 - Collezione Cesare Taddei

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Nel prossimo numero troverete i Ricordi del passato.

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Te r n i - Vi a C a s s i a n B o n 1 / a ( P i a z z a Ta c i t o ) Te l . 0 7 4 4 . 4 2 5 9 4 5 - 0 7 4 4 . 4 2 4 9 8 9 w w w. i s t i t u t o i t a l i a n o a n d r o l o g i a . c o m erremedica@tiscali.it info@istitutoitalianoandrologia.com ORARIO d a l L u n e d ĂŹ a l Ve n e r d ĂŹ dalle ore 08.30 alle 12.30 dalle ore 15.00 alle 19.00

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LO SPECCHIO URBANO Il comprensorio di Colle dell’oro

Il caso Villa Palma

Colle dell’oro e il suo più ampio sistema collinare, che si estende dallo svincolo di Ponte le cave alla Rocca San Zenone, costituisce il significativo contrappunto naturalistico alla città di Terni. Tale comprensorio conserva nel suo seno due complessi edilizi di grande valore storico-artistico: il convento di santa Maria dell’oro, fondato nella metà del secolo quindicesimo e ampliato nel diciottesimo, e la Villa Palma risalente alla metà del sedicesimo. Nel corso dei secoli ha sempre mantenuto integro il suo aspetto agro-pastorale fatto di campi coltivati, filari di viti e ulivi, sentieri, boschi e radure: proscenio naturale che esalta lo spettacolo delle ultime propaggini dei monti Martani. Al secolo scorso risalgono i primi tentativi di urbanizzazione: il primo con il Piano Lattes-Staderini, vincitore del concorso nazionale del 1932, il secondo con il Piano Ridolfi del 1967. Le previsioni di una sua totale urbanizzazione, come strategico sviluppo della città, venivano cancellate dalle due commissioni (la prima di concorso, la seconda del Ministero dei LL.PP.) esaminatrici dei due Piani. In entrambe era presente Luigi Piccinato che fu uno dei più decisi sostenitori della tutela paesaggistica del comprensorio. Nel 2008, in maniera surrettizia, la cementificazione della collina è stata riproposta con il nuovo Piano Regolatore recependo l’assenso della Soprintendenza e degli altri enti territoriali. Il Piano, premessa e promessa di un sicuro scempio, prevede una serie di aree, disposte a macchia di leopardo, destinate, a vario titolo, all’edificazione di circa 150.000 mc. Come lingua biforcuta dell’uomo bianco, che prometteva a parole e smentiva nei fatti, ingannando le varie tribù dei pellerossa, così le norme del Piano da una parte affermano e dall’altra negano. Vale la pena, per chi ci legge, seguire l’elenco a stralcio di dette norme per le varie zone territoriali omogenee: - zona di Colle dell’oro: riqualificazione paesaggistica ed ambientale R(A). “Per tale zona, tenuto conto delle particolari valenze ambientali e della necessità del mantenimento delle caratteristiche di parco agricolo a contatto con la città, il piano operativo definisce previsioni dettagliate che possono essere attuate con intervento edilizio diretto”. Seguono le prescrizioni finalizzate alla tutela del paesaggio (Parco) agricolo, ma per gli edifici esistenti sono indicate cinque sottocategorie che vanno dalla R(A)b1 alla R(A)b5 in cui è consentito un incremento di volume fino a un massimo di 500 mc.; - zone di Colle dell’oro FD1(6) (in numero di tre distribuite su detta zona RA, per complessivi 4ha.) “è consentita la realizzazione da parte di privati di costruzioni per attività pararicettive, attrezzature turistico-ricettive e attività sportive e sociali”. È ammesso l’intervento edilizio diretto con un’utilizzazione fondiaria (U.F.) pari a 0,2 mq./mq. (che moltiplicato per 40.000 mq. da una superficie edificabile pari a 8.000 mq., l’equivalente di circa 30.000 mc.n.d.r.); per gli impianti scoperti l’indice U.F. è di 0,6 mq./mq.; inoltre nella zona di Colle dell’oro FD1(3) è consentito un ampliamento di 2.000 mc. delle strutture esistenti (leggi Convento di Santa Maria dell’oro); - zone di Colle dell’oro B – verde urbano A(BA) (in numero di 10 distribuite sulla stessa zona RA, per complessivi 18 ha circa) in cui è ammesso l’intervento edilizio diretto con indice fondiario (IF) di 0,2 mc./mq. (che moltiplicato per 180.000 mq. da una cubatura pari a circa 36.000 mc. A queste va aggiunta la lottizzazione a ridosso di Villa Palma con la previsione di 50.000 mc.

Se Villa Palma muore, è perché non è stata ancora riconosciuta come potenziale patrimonio pubblico. La sua incolumità è, teoricamente, già ora protetta da leggi che lo Stato, attraverso la Soprintendenza ai beni architettonici e artistici, la Regione e il Comune hanno il dovere di applicare. Se la rovina dell’eccezionale complesso diverrà, come purtroppo tutto lascia credere, irreversibile sarà facile ad ognuno individuare le responsabilità. Così il profetico disincanto di Bruno Toscano, storico dell’arte spoletino, nei suoi Manuali del territorio redatti nel 1980. Oggi la rovina della Villa, intesa come manufatto, è compiuta: asportate le poche suppellettili, divelti bassorilievi ed altri oggetti dell’apparato murario da predoni indisturbati per decenni, il tempo e l’incuria completano l’opera scavando varchi alla luce nelle volte e nei soffitti, lacerando stucchi che scoprono affreschi smarriti, erodendo intonaci che mutilano inebetite figure dipinte e volatilizzando il giardino all’italiana: location d’un film dell’horror. La lottizzazione prevista nei suoi pressi per 50.000 mc. completerà l’accerchiamento iniziato con la prima lottizzazione degli anni settanta del novecento: un recinto di cemento, a meno di cento metri, la terrà prigioniera riducendola a reliquia urbana. E certo non basterà il recupero, ammesso e non concesso che ciò possa accadere, del manufatto ossificato e fatiscente a salvare le coscienze dei responsabili di cui parlava Bruno Toscano nei suoi Manuali. Bene ha fatto l’associazione ‘Città Futura’ nel riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica locale l’urgenza di un intervento di recupero e restauro con il bel convegno svoltosi a Palazzo Gazzoli il 21 Dicembre u.s. con il titolo Salvi-amo Villa Palma. Questo si è articolato su più temi: il primo (a cura di Michele Rossi vicepresidente di ‘Città Futura’) costituito da un resoconto delle vicende politico-amministrative che hanno condotto (dopo una tenace opposizione interna alla maggioranza che denunciava l’opacità dell’operazione immobiliare, poi rientrata con la soddisfazione della carriera personale dell’attore principale che l’aveva promossa) alla approvazione, all’unanimità, del Piano di lottizzazione da parte del Consiglio comunale il 23 Luglio 2007; il secondo (a cura di Paolo Renzi in rappresentanza del F.A.I - Fondo Ambiente Italiano - di Terni.) costituito da una disamina storico critica del plesso edilizio e del suo contesto territoriale; infine il terzo (a cura di Francesco Ventura del F.A.I. dell’Umbria) teso a indicare normative e procedure amministrative per ottenere fondi almeno per la messa in sicurezza del manufatto. Gli atti del convegno sono in corso di pubblicazione. L’operazione immobiliare, che interessa le aree contermini alla Villa e alcune situate a Maratta di proprietà sia privata che pubblica è illustrata dalla Delibera del Consiglio Comunale n. 221 del 23-7-2007 che di seguito si riporta nei punti salienti: “Premesso che la S.C.S. Gestioni immobiliari (società partecipata al 100% dalla Spoleto Crediti e Servizi, società Cooperativa S.R.L., holding di un gruppo di società fra cui la controllata Banca Popolare di Spoleto) che “sta attuando il programma di interventi che consentiranno la realizzazione a Terni di una delle sedi operative della Human Healt Foundation; “che nel quadro logistico degli investimenti immobiliari, oltre all’utilizzo di Villa Palma restaurata, risulta che siano stati acquisiti (a Maratta n.d.r.) spazi immobiliari per mq. 600 per la realizzazione di laboratori di ricerca ad alta tecnologia in cui l’impegno economico assunto è di notevole entità ed è stimato in circa € 3.200.000 complessivi”; “che con Del. C.C. n. 274 del 11-9-2006 il Consiglio Comunale dava mandato all’ufficio urbanistica di attivare la negoziazione con la S.C.S. per la realizzazione dell’intervento di Villa Palma - Colle dell’oro nel rispetto di quanto segue: COMODATO D’USO DELLA VILLA E DEL PARCO con la predisposizione della bozza di contratto, di un disciplinare di restauro e consolidamento dell’edificio; ATTRIBUZIONE DELLA CUBATURA DI 10.000 MC. per strutture a servizio del Centro di Ricerca medico; CESSIONE O CONVENZIONAMENTO, nelle forme da definire, delle aree e dei diritti di cubatura della zona C(H) per residenza di proprietà comunale (40.000 mc. n.d.r.); CESSIONE O CONVENZIONAMENTO, nelle forme da definire, della zona GV per impianti sportivi (circa 1500 mc. n.d.r.); che il mandato faceva riferimento al comparto di Villa Palma così come individuato nel P.R.G. adottato” (quindi non ancora approvato n.d.r.).

Il consumo indiscriminato del territorio italiano (soprattutto quello, come nel nostro caso, di notevole valore paesaggistico e ambientale) trova qui un’ulteriore conferma. L’urbanistica come disciplina si eclissa per restare soltanto una parola sulle targhe degli uffici e degli assessorati. L’estetica, laica consolatrice degli uomini, muore; l’etica, sua storica controfigura regolatrice dell’agire umano associato, si dilegua lasciando il campo al nuovo regolatore dei rapporti sociali: il mercimonio, che nella fattispecie della pseudo-urbanistica vigente è quello delle aree edificabili.

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I Vandali in casa: Colle dell’oro e il caso Villa Palma Come si evince dalla Delibera l’intento ad essa sotteso è quello di salvare Villa Palma, costi quel che costi: non in importa che una Villa rinascimentale suburbana sia privata del suo contesto naturalistico e ridotta a testa mozzata senza più corpo, non importa che, una volta restaurato quel che ne rimane, sarà un feticcio come totem da esibire per occultare l’insipienza di tutta l’operazione. Questa si basa sulla miope logica produttivistica che assume a dogma il cinico assunto che il fine giustifica i mezzi; lo stesso Marx lo aveva stigmatizzato affermando, con buon senso, che il fine è sbagliato se i mezzi per raggiungerlo sono sbagliati. Oggi, a sei anni da detta unanime Delibera Consiliare, tutto è fermo: la Human Healt Foundation si è ritirata e con essa è scomparso il centro di ricerche mediche che avrebbe dovuto collocarsi all’interno della Villa; la S.C.S.(società gestrice dell’intera operazione e partecipata al 100% dalla Spoleto Crediti e Servizi, società Cooperativa SRL, holding di un gruppo di società fra cui la controllata Banca Popolare di Spoleto), nel frattempo è stata commissariata insieme alla Banca Popolare di Spoleto dalla Banca d’Italia per irregolarità gestionali. Essa sta cercando disperatamente di trovare un acquirente per alienare immobili e terreni e quindi uscire dall’operazione. Tutto ciò avviene in assenza di una convenzione, prevista dalle Delibere Consiliari n. 274/2006 e n. 221/2007, che ancora non è stata predisposta. Ciò dimostra, non solo l’insipienza amministrativa ma anche l’opacità con cui è stata gestita l’operazione immobiliare. Questa nasce opaca: si pensi alla tenace opposizione (poi miracolosamente rientrata), interna alla maggioranza, che denunciava alcune sue ombre. La nuova Amministrazione Comunale è in ambasce: vista la crisi economica in atto, il rischio è che lo stallo si protragga per lungo tempo. Chissà se allora, invece di percorrere il vicolo cieco in cui ci si è cacciati, con uno scatto d’orgoglio, dopo aver azzerato l’intera operazione, non decida di ripensare un nuovo modello di sviluppo per la città, di adottare nuovi parametri e coordinate culturali e abbandonare logiche stantie nella gestione urbanistica. Viceversa, in questo tracollo culturale italiano, sarà travolta anche la città di Terni e allora le generazioni future ci ricorderanno come I Vandali in casa secondo la bella e acre immagine che già nel 1956 dava il titolo a un libro di Antonio Cederna. Nota Per completezza d’informazione corre l’obbligo di segnalare che: - il coordinatore del Piano Regolatore Generale di Terni ha fatto parte del gruppo di lavoro che ha redatto nel 1980 i Manuali del territorio coordinati da Bruno Toscano; - alcuni nomi dei valenti professionisti che hanno elaborato il piano attuativo (di lottizzazione) del comparto di Villa Palma ricorrono spesso, a riprova del loro valore, nelle più importanti operazioni immobiliari della città; - uno dei suddetti professionisti ha fatto parte del gruppo redazionale del Piano Regolatore; - nel Piano d’attuazione predisposto dai progettisti di cui sopra è prevista una tipologia edilizia a palazzine con 3 piani fuori terra; mentre la Delibera Consiliare n. 274/2006 ne stabiliva solo 2 per Valter Tocchi un’altezza massima di ml.7,50.

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Mode, miti, errori alimentari dei giovani

Ma come mangiano male questi ragazzi... questa di solito è l’affermazione che compare sugli articoli di quotidiani o settimanali che riferiscono di indagini condotte sull’alimentazione nei giovani. Pranzo da teenager: pizza, carne e dolce... questo può essere un menù tipico degli adolescenti, età in cui si rifiutano i consigli degli adulti convinti di affermare così la propria personalità. L’attenzione si è finalmente spostata anche in campo nutrizionale su questa fascia di età; ci sono infatti molte buone ragioni per preoccuparsi delle abitudini alimentari degli adolescenti. In questa fase della vita è richiesta una maggiore introduzione di calorie in relazione all’aumento dei bisogni energetici legati alla crescita, un aumentato apporto di ferro e proteine, necessari ai ragazzi per la costruzione delle masse muscolari e, alle ragazze, per supplire gli squilibri dovuti alle perdite delle prime mestruazioni. L’alimentazione dell’adolescente dovrebbe quindi essere ricca di amido (pane, pasta, patate, legumi), di proteine di elevato valore biologico (pesce, carne, uova), ma anche di latte e formaggi per il contenuto in calcio, di verdura per la vitamina A, e di frutta e verdura a foglia fresche di stagione per la vitamina C. Molte mode condizionano tuttavia il comportamento alimentare dell’adolescente come il seguire i modelli estetici proposti dai mass media che vogliono l’uomo o la donna di successo sempre più longilinei, scattanti e attraenti. Per questo i giovani sono disposti a fare qualsiasi sacrificio pur di rientrare nei modelli, sottoponendosi spesso a diete sconsiderate, apprese da fonti di informazione non attendibili che procurano sì la perdita di qualche chilo di troppo ma non educano ad un sano regime alimentare, così che il problema del sovrappeso si ripropone. Si ricomincia così con diete più rigide e dannose fino all’instaurarsi a quella che è chiamata sindrome dello yo-yo (l’andare su e giù col peso corporeo) con numerose conseguenze dannose per l’organismo. Mentre l’ossessione per la dieta riguarda prevalentemente le ragazze, di solito i maschi sono ossessionati dalla massa muscolare ed ecco allora la moda degli integratori alimentari. Tali prodotti si possono dividere in

vari gruppi: integratori di fibre, integratori di vitamine e sali minerali, integratori anti invecchiamento, integratori ergonomici. In generale, se l’alimentazione è corretta equilibrata e sufficiente dal punto di vista calorico non c’è bisogno di integrazione a meno che non ci sia profusa sudorazione e quindi nel giovane sia necessaria un’integrazione di sali minerali (sodio, potassio e cloro) e acqua da parte del medico. L’alimentazione dell’adolescente è spesso condizionata anche da falsi miti quali: la pasta fa ingrassare, il pane fa ingrassare, la bistecca e l’insalata sono il pasto ottimale, l’acqua fa ingrassare, la sostituzione dello zucchero con un dolcificante e la predilezione per il cibo dei fast-food. Un piatto di pasta condita con pomodoreo, basilico e olio d’oliva fornisce 370 Kcal a fronte di una porzione di caprese che ne fornisce 400 se mangiata senza pane. Bistecca ed insalata sono una razione priva di carboidrati, completamente sbilanciata, mito del boom economico degli anni ‘60. L’acqua non fa ingrassare ed il giusto apporto giornaliero è di minino 1,5 litri al giorno. Lo zucchero se consumato con moderazione non necessita di sostituzione. Chi frequenta i fast-food deve sapere che un panino con wurstel, pancetta, senape, fontina, fornisce ben 800 Kcal di cui il 55% proviene dai grassi e di questi il 23% sono saturi e, come se non bastasse, fornisce 150 mg di colesterolo. Il classico panino con hamburger, ketchup e sottilette fornisce circa 650 Kcal di cui il 34% di grassi, di questi il 16% di grassi saturi con 97 mg di colesterolo. Queste sono informazioni che i giovani devono avere in modo da raggiungere la giusta consapevolezza per l’effetto sulla loro salute. I problemi infatti non nascono per un consumo occasionale ma quando si esagera e si ricorre a questo tipo di alimentazione troppo spesso. Ma cosa devono mangiare i giovani per nutrirsi in maniera corretta? Intanto è bene frazionare in tre pasti e due spuntini la razione alimentare. Riguardo alle porzioni esse possono corrispondere a quantità equivalenti di alimenti ad esempio: 100 gr di carne magra di vitello corrispondono a 150 gr di coscia di pollo a 160 di merluzzo o a 75 di prosciutto crudo magro. Lo stesso discorso vale per gli equivalenti di ognuno dei sette gruppi di alimenti indicati nella piramide alimentare mediterranea di cui si è già discusso. Lorena Falci Bianconi

C o n fe r e n z e d i A s tronomia

Gli incontri, a cura del Prof. Sergio Bacci (A.T.A.), si terranno al secondo piano, saletta adiacente il Caffè Letterario, alle ore 17 di tutti i primi martedì del mese. 7/05/2013 La Cosmologia attraverso i tempi: La rivoluzione copernicana 4/06/2013 La Cosmologia attraverso i tempi: La visione del mondo di Newton e Einstein

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393.8917244 393.9447515 40


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L’asteroide “99942 Apophis” colpirà la Terra nel 2036? Dati aggiornati alle più recenti osservazioni Scoperto nel 2004, questo asteroide classificato come un NEO (Near Earth Objects), la cui orbita interferisce con quella terrestre, fin da subito risultava un oggetto potenzialmente pericoloso, dal momento che alla data 13 aprile del 2029 aveva circa il 3% di probabilità di cadere sul nostro pianeta. Dalle prime stime che lo classificavano come un oggetto dalla forma allungata come una patata, di lunghezza 270 m, dalla massa di circa 50 miliardi di tonnellate e avente una velocità orbitale di circa 30 km al secondo, se ne deduceva che un eventuale impatto sul suolo terrestre avrebbe portato distruzione su alcune migliaia di chilometri quadrati con una potenza di circa 870 megatoni, pari a 65.000 bombe atomiche come quella sganciata su Hiroshima! Il suo nome fu scelto cercando un’attinenza con distruzione e chi, meglio del Dio Egizio Apophis che dimorava nel mondo sotterraneo e tentava di distruggere il Sole nel suo ciclico passaggio notturno? Centinaia e centinaia di successive misurazioni con i maggiori telescopi mondiali, compreso il grande radiotelescopio di Arecibo di 300 m di diametro, portavano ad escludere in modo totale l’impatto con la terra nell’aprile del 2029 (ci sfiorerà ad appena 30.000 Km, più vicino dei nostri satelliti geostazionari), ma non si escludeva una collisione nel successivo passaggio ravvicinato il 13 aprile del 2036. Un’osservazione più dettagliata è stata fatta il 10 gennaio scorso dal telescopio spaziale Herschel dell’ESA (Fig.1) che, posto in orbita intorno alla Terra, ha studiato Apophis ad una distanza di 14,5 milioni di Km in varie bande dello spettro elettromagnetico (dall’infrarosso al submillimetrico) e ne ha migliorato i dati dimensionali, aumentando la lunghezza a 325 m invece dei 270 stabiliti precedentemente. Questo aumento sulla lunghezza del 20% lo rende molto più pericoloso, dal momento che sta a significare un aumento del 75% della sua massa! Le nuove ulteriori misurazioni della sua orbita ci dicono che le probabilità di impatto con il nostro pianeta sono ulteriormente scese, ma non dobbiamo abbassare assolutamente la guardia, dal momento che questi incontri ravvicinati potrebbero modificarne la traiettoria e renderlo potenzialmente pericoloso nei passaggi successivi. A tal proposito la NASA sta studiando la possibilità di inviare un trattore gravitazionale direttamente su Apophis durante l’incontro ravvicinato del 2029, in modo da avere 7 anni di tempo per modificare eventualmente l’orbita dell’asteroide e renderlo praticamente innocuo. La Fig. 2 mostra una foto artistica di un trattore gravitazionale, consistente in una navicella teleguidata che si lega al campo gravitazionale di Apophis, che, per mezzo di getti propulsori, devia la rotta dell’asteroide di quel tanto che serve per tenerlo alla larga dal nostro pianeta! Tonino Scacciafratte Presidente dell’A.T.A.M.B. - tonisca@gmail.com

Parliamo delLA LUNA I COLORI DELLA LUNA Osservando la Luna piena durante una serata limpida, essa ci appare come un disco candido, luminescente, qua e là segnato da macchie grigiastre meno riflettenti e più o meno tenui. Niente più che un’immagine in bianco e nero. In realtà non è proprio così. Quella che riceviamo dal nostro satellite è la luce del Sole riflessa dalla sua superficie che, assorbendone una parte in funzione del proprio contenuto chimico-geologico, ce la trasmette leggermente modificata e, per questo, non priva di colori. L’intensità della luce riflessa non ci permette di cogliere visivamente le tenui differenze cromatiche presenti sul disco lunare; esse, però, possono essere rivelate puntualmente, dai sofisticati mezzi fotografici e di elaborazione immagini digitali oggi disponibili. Ma a che sono dovute queste impercettibili modulazioni cromatiche della superficie lunare? La diversità di colori rivelate dalla elaborazione al computer di fotografie del suolo lunare, sono dovute soprattutto alla presenza di ferro e titanio, frutto del rimescolamento del terreno causato dagli impatti asteroidali ed alle conseguenti effusioni laviche. Le regioni che noi identifichiamo come mari hanno la riflettività inferiore al resto a causa della rilevante presenza di ossido di ferro; le foto di esse mostrano, dopo elaborazione cromatica, una prevalenza più o meno marcata del colore rosso ruggine in funzione della quantità presente di tale composto. In alcuni mari essenzialmente basaltici, la concentrazione di ossido di titanio (Ti O2) supera quella dell’FeO e per ciò queste superfici risultano ancora meno riflettenti, prevalendo in esse la colorazione blu sul rosso. Nel 2011 la navicella L.R.O. ha fotografato a colori tutta la superficie della Luna e dallo studio delle immagini si cercano notizie per rendere ancor più mirate le eventuali future missioni lunari. La scelta dei futuri allunaggi potrà avvenire in funzione delle caratteristiche chimiche dei siti prescelti. È necessario individuare i luoghi dove poter estrarre e rendere utilizzabili le materie prime necessarie a garantire la permanenza, il più possibile autonoma, a coloro che in futuro sosteranno a lungo sulle eventuali basi lunari. Oggi abbiamo parlato dei colori reali della Luna, prossimamente ci scosteremo un po’ dalla realtà. Enrico Costantini

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Mo’ ve ne dico quattro!

Una... Li razzi quanno artornono su la Terra, devono sta ‘ttentu a ccome rientrono su l’attemosfèra, non devono entracce né ttantu a ppiccu… né ttantu a sbiegu, sinnò o pijono focu o schizzono via come ‘n sassu lanciatu a slisciu su ll’acqua... e ccevedemo! Due... Lu crepusculu è qquillu spazziu de tempu pocu prima dell’alba e ppocu doppo lu tramontu… su la Luna ‘n ce sta perché non cià lo “gasse” ‘ntornu. Tre... Passatu lu ‘quinozziu de primavera… lu 21 de Marzo… s’aspetta lu pleniluniu... ‘mbè la domenica subbitu doppo è Ppasqua!... ‘N po’ èsse prima de lu 22 de Marzo e doppo lu 25 de Aprile. Quattro... L’effettu dòpplere ce fa capi’ come se mòve ‘n corpu… quanno s’avvicina lu rumore è ppiù acutu e… qquanno s’allontana è ppiù grave. Serve anche a ccapi’... come se mòve lo sangue su le véne. p a o lo . ca s a li4 8 @ a lice. it

Una soffitta sull’Universo La sera successiva, naturalmente, l’argomento riprese da dove era stato lasciato: a Leonardo non sfuggiva nulla e ricordava perfettamente ciò che Overlook proponeva! Inoltre, avrebbe saputo qualcosa in più sui pianeti interni, ossia quelli più vicini al Sole, contrariamente ai gassosi chiamati esterni. Intanto, a Overlook venne in mente un piccolo stratagemma che avrebbe potuto far trascorrere più tempo a Leonardo con i genitori. Nonostante l’armonia che regnava nella casa quando erano tutti insieme, esisteva il problema che questo tempo era sempre troppo poco. Overlook, qualche problema? Ti vedo così assorto nei tuoi pensieri che sembra tu stia dormendo a occhi aperti! No no, Leonardo! Nessun problema! Stavo solo riflettendo e, detto da un telescopio non è una novità, su una cosa… Ma non perdiamo altro tempo e iniziamo! Dove eravamo rimasti ieri? Dovevi parlarmi dei pianeti rocciosi. Bene…molte notti, appena dopo il tramonto, scorgiamo verso ovest una stella luminosa nel cielo, ma non è affatto una stella, bensì Venere. I primi astronomi che notarono questi oggetti molto brillanti che cambiavano posizione ogni notte, a differenza delle normali stelle, li chiamarono pianeti che significa “nomadi”, “erranti”. Dicevo che Venere è l’oggetto più luminoso del cielo notturno poiché è quello che più si avvicina alla Terra ed è ricoperto da dense nubi che riflettono brillantemente la luce del Sole. Ma possiamo vedere Venere solo al tramonto? No, in altri periodi possiamo vedere questo pianeta prima dell’alba come una stella del mattino. Anche Mercurio è come una “stella” del mattino e della sera, ma non diventa luminoso come Venere ed è difficile vederlo perché, essendo il pianeta più vicino al Sole, spesso si perde nel suo bagliore e inoltre la sua altezza non è mai molto elevata sopra l’orizzonte. Dopo Venere, il pianeta che più ci si avvicina è Marte, inconfondibile per via della sua luminosità di colore rosso, colore associato dagli antichi al sangue e al fuoco: per questo fu chiamato Marte, come il dio della guerra. Raggiunge la sua massima luminosità quando si trova in opposizione al Sole ed è più vicino alla Terra. Michela Pasqualetti mi kypas78@vi rgi l i o.i t

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Osservatorio Astronomico di S.Erasmo Osservazioni per il giorno Venerdì 26 Aprile 2013 In prima serata la Luna, coperta dalla montagna di Torre Maggiore, non ci disturberà per l’osservazione della famosa Galassia M51 nell’Orsa Maggiore. Di seguito potremmo osservare l’ammasso aperto M 35 nei Gemelli e finalmente, punteremo Saturno che salirà sempre più in alto dal cielo orientale. Ad occhio nudo lo stupendo scenario delle costellazioni primaverili con la Vergine, i due Leoni e la Bilancia visibili per l’intero arco della notte. TS

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