Il sopravvissuto Zinni: “Salvo per caso Lavoravo nella banca Ho contato i morti”
Il caso Pinelli e Calabresi vittime “a distanza” della strage nera
Lo storico Gotor: “Azioni svolte con l’aiuto dello Stato”
A PAGINA 7
A PAGINA 10
di FLAVIO RUSSO
A PAGINA 5
Piazza Fontana
PERIODICO NUMERO 9 12/12/2019
1969
Strategia della tensione
Così il terrorismo voleva cambiare il nostro Paese di MARIACRISTINA PONTI
ALLE PAGINE 4 E 5
La madre di tutte le stragi raccontata 50 anni dopo LO SPECIALE di MARCONI PONTI ROSI RUSSO RUVIGLIONI
Le vittime
Il processo
“Dopo mezzo secolo Depistaggi e falsità ogni giorno Quando la storia è come riviverla” non ha giustizia
di PATRIZIO RUVIGLIONI
ALLE PAGINE 6 E 7
di ALESSANDRO ROSI
ALLE PAGINE 8 E 9
La prima stra contro la dem PAGINA 2
Una valigia esplosiva, i neofascisti, i depistaggi: una nuova minaccia per la Repubblica negli anni della Guerra Fredda
L’
Italia è piena di orologi fermi. C’è quello di Bologna, bloccato alle 10 e 25 del 2 agosto 1980. Quello di Brescia alle 10 e 12 del 28 maggio 1974. Quello di Gioia Tauro alle 17 e 10 del 22 luglio 1970. Ma nemmeno questo è stato il primo. È un pomeriggio bagnato a Milano, il 12 dicembre 1969. Ha piovuto tutto il giorno e sta già facendo buio. La Banca nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, poco distante dalla stazione centrale, è ancora piena di clienti: è venerdì e le contrattazioni possono durare un po’ di più prima della chiusura per il fine settimana. Persone continuano ad arrivare per un’ultima operazione, quando l’orologio si ferma. “Stavo entrando nella banca... In quel momento c’è stato il boato e schegge di vetro sono schizzate tutto attorno. Qualcuna mi ha preso, ma me ne sono accorto dopo. Insieme con i vetri sono volati fuori, proprio volati, due uomini che si sono abbattuti sul marciapiede. Mi sono fatto avanti calpestando i vetri. C’era l’inferno”. Un prete di Cinisello Balsamo, don Corrado, sta accompagnando un amico. Per poco non entra nell’edificio, si salva per miracolo: non è uno degli 88 feriti della “madre di tutte le stragi”. Una bomba posizionata al centro della sala delle contrattazioni fa 17 morti, mai così tanti in un attentato, fino ad allora. Non è un episodio isolato: al contrario segna l’inizio di anni di bombe e sparatorie, assassinii e stragi. È l’inizio della “strategia della tensione”, una sfida alla Repubblica e alla democrazia “bloccata” del Dopoguerra, tra Est e Ovest, comunismo e capitalismo, Urss e Stati Uniti. Un piano destabilizzante, se non eversivo, che ha avuto come protagonisti tutto e il contrario di tutto: ragazzi con un ideale e giovani fuorilegge, vecchi fascisti e intellettuali di sinistra, militari e spie, ministri e presidenti. Ed è una storia di depistaggi, avallati dalla politica, e di mezze verità processuali che hanno impiegato decenni per affermarsi, aggiungendo dolore su dolore alle famiglie delle vittime e lacerando la fiducia nello Stato. Ma questo, quando scoccano le 16 e 38 del 12 dicembre 1969 non importa. Arrivano le ambulanze, c’è chi
di FEDERICO MARCONI fugge dalla banca e chi entra per soccorrere i feriti. Passa qualche minuto e a Roma scoppiano altre tre bombe, una sull’Altare della Patria, un’altra nel sottopasso di una banca che aveva chiuso da qualche minuto. A Milano ce n’è ancora una, a piazza della Scala, ma viene disinnescata dagli artificieri. Quello di piazza Fontana non era solo un attentato. Iniziano subito le indagini: in Italia da sempre bombarolo fa rima con anarchico. E nel 1969, in un paese attraversato dalle proteste di studenti e operai che predicavano la rivoluzione e rivendicavano riforme, c’è chi pensa che a sinistra qualcuno abbia voluto fare il “salto di qualità”.
investigatori. Il secondo, ferroviere e padre di famiglia, non ha un alibi credibile: per gli uomini della Questura del commissario Luigi Calabresi, non regge. Viene tenuto in arresto tre giorni, interrogato, picchiato. Muore anche lui, caduto da una finestra della Questura nella notte del 16 dicembre: “un suicidio”, dicono i poliziotti, “l’hanno buttato di sotto”, rispondono i compagni. Un “malore attivo”, stabilirà poi la giustizia. Valpreda e Pinelli, allora non si sapeva che erano innocenti. O forse sì, ma non si poteva dire: serviva un colpevole “rosso”. Iniziano le prime conferenze stampa, ma anche qui qualcosa non torna: per alcuni giornalisti le informa-
12 dicembre 1969
L’esplosione nella banca di Piazza Fontana dà inizio alla “strategia della tensione” La polizia inizia a fare retate su retate, in poche ore vengono arrestati più di 80 persone legate ai circoli anarchici. «L'ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi», scrive subito il prefetto di Milano Libero Mazza al presidente del Consiglio Mariano Rumor. Nelle ore successive a Roma è arrestato Pietro Valpreda e a Milano Giuseppe Pinelli. Due anarchici. Il primo, ballerino e omosessuale, viene riconosciuto da un tassista: “L’ho preso alla stazione e lasciato davanti alla banca”, dichiara agli
zioni date alla stampa dagli uomini dello Stato, il prefetto Mazza e il questore Marcello Guida, nascondono altro. Alimentano il dubbio che la bomba, più che anarchica, sia nera. Non sarebbe la prima, di quel 1969. Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, alla Fiera campionaria di Milano ci sono delle esplosioni. Bombe posizionate dai militanti di Ordine Nuovo, neofascisti veneti con a capo Franco Freda e Giovanni Ventura. È un gruppo di estremisti, cultori di Hitler e del nazismo, i militanti di On, un gruppo veneto con legami
Undici anni di bombe, mancati golpe e omicidi I tentativi di colpo di Stato Il 7-8 dicembre 1970, il fallito “golpe dell’Immacolata” da parte dei neofascisti. È solo il primo: ogni anno, fino al 1974, ci sono dei tentativi golpisti. Tutti falliti. Gioia Tauro Il 22 luglio 1970 esplode un ordigno sulle rotaie, poco prima del passaggio del treno Palermo-Torino: causa sei morti e sessantasei feriti. (Foto a destra)
importanti: con il Fronte Nazionale del principe Junio Valerio Borghese, con il fuoriuscito dal Movimento Sociale Italiano Pino Rauti, e con Guido Giannettini, giornalista al soldo dei servizi segreti. Rauti, nome che contava nella destra eversiva, legame tra la militanza e le alte sfere militari: come nel 1965, quando all’Hotel Parco dei Principi organizzò il “Convegno sulla guerra rivoluzionaria”, a cui parteciparono generali e ufficiali. L’allora non più missino Rauti conosceva bene un altro protagonista di quel 12 dicembre del 1969: Stefano Delle Chiaie. Lo chiamavano “Er Caccola”, era il capo di Avanguardia Nazionale, gruppo di neofascisti romani divenuto celebre per aver causato gli scontri di Valle Giulia, fuori dalla facoltà di Architettura dell’Università di Roma, tra giovani “studenti di sinistra” e forze dell’ordine.
Peteano Il 31 maggio 1972 esplode un’autobomba a Peteano. L’attentato è organizzato da Ordine Nuovo: uccide tre carabinieri, due rimangono feriti. Questura di Milano Il 17 maggio 1973, un “anarchico” legato a On tira una bomba a mano nel primo anniversario della morte del commissario di Polizia Luigi Calabresi: muoiono cinque persone. (Foto a destra)
age mocrazia LUMSAnews
L’anno dopo, avrebbe partecipato al “Golpe dell’Immacolata”, organizzato dal principe Borghese per l’8 dicembre 1970: colpo di Stato annullato all’ultimo, quando gli uomini di Delle Chiaie sono già dentro il ministero dell’Interno a svuotare l’armeria. Sono i militanti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale a mettere le bombe a Roma e a Milano il 12 dicembre 1969. Delle Chiaie non è stato mai condannato per gli attentati, così come Franco Freda e Giovanni Ventura. I due ordinovisti sono assolti nel 1987 per “mancanza di prove” con una formula dubitativa da parte della Cassazione: tutti gli indizi portano a loro, ma manca la prova schiacciante. Solo nel 2005, dopo 36 anni, la Suprema Corte li dichiara responsabili. Le stragi della “strategia della tensione” sono tutte compiute da neofascisti: quella di piazza Fontana
PAGINA 3 LA BOMBA E LA REAZIONE La Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano dopo la bomba del 12 dicembre 1969 (a sinistra) e una piazza Duomo gremita per i funerali delle vittime, tre giorni dopo (in basso)
TERRORISMO NERO
Il 3 maggio 2005, a 36 anni di distanza dalla strage, la Cassazione ha stabilito che la responsabilità della bomba di piazza Fontana è della cellula veneta di Ordine Nuovo, guidata da Franco Freda (foto in alto a sinistra) e Giovanni Ventura (in alto a destra). Gruppo politico neofascista, il Movimento Politico Ordine Nuovo nasce nel dicembre del 1969 da una scissione dell’omonimo centro studi. Il fondatore è Clemente Graziani, contrario al rientro dell’associazione nel Movimento Sociale Italiano, decisa da Pino Rauti. Responsabile della strage è la cellula veneta del MPON, con a capo Freda e Ventura. Il movimento viene sciolto dal ministero dell’Interno nel 1973, dopo la condanna dei suoi dirigenti per ricostituzione del Partito Fascista. Alcuni militanti entrano allora in clandestinità, guidati da Pierluigi Concutelli, e fondano una struttura clandestina. Questa viene sciolta nel 1977, in seguito all’arresto di Concutelli, responsabile dell’assassino del giudice Vittorio Occorsio, ucciso a Roma l’anno precedente.A 50 anni dalla prima strage, il Centro Sstudi Ordine Nuovo è ancora attivo.
del 1969, di Gioia Tauro nel 1970, di Peteano nel 1972, della Questura di Milano nel 1973, di Piazza della Loggia nel 1974, della stazione di Bologna nel 1980. Ma questo cinquant’anni fa, chi indagava dopo la bomba di Milano non lo sapeva: allora la pista da battere era quella rossa. I funerali di piazza Fontana delle vittime sono il 15 dicembre. Piazza Duomo è piena, migliaia di milanesi sono assiepati sul sagrato. Partiti e sindacati si mobilitano, ma non c’è nessuna bandiera politica a sventolare sul dolore di una città e di un paese intero. “Questa gente è garanzia di democrazia”, dichiara con forza il socialista Pietro Nenni all’uscita dalla chiesa. Quella democrazia fragile, messa a rischio dalle bombe e dalle stragi. Ma che ha resistito alle trame di chi voleva metterle fine e agli orologi che hanno fatto fermare.
Roma Gioia Tauro Peteano Milano Brescia Italicus Bologna Piazza della Loggia Il 28 maggio 1974, una bomba esplode a Brescia durante una manifestazione sindacale: sono otto i morti, centodue i feriti. (Foto a destra)
I giudici uccisi Il 10 luglio 1976 viene ucciso a Roma il giudice Vittorio Occorsio: indagava sui legami tra On e massoneria. Il 23 giugno 1980 muore anche il pm Mario Amato, che aveva ripreso le sue indagini.
Italicus Nella notte tra 3 e 4 agosto esplode una bomba vicino Bologna, poco prima del passaggio del treno: muoiono dodici persone, più di cento i feriti.
Stazione di Bologna È l’ultima strage fascista, ed è anche la più sanguinosa. Il 2 agosto 1980 una bomba uccide 85 persone, ferendone più di duecento. (Foto a destra)
PAGINA 4
Bombe e depistaggi
28 maggio 1974, manifestanti in piazza a Brescia rivendicano la verità sulla strage di Piazza Fontana. Tra qualche minuto esploderà la bomba che farà 8 morti
Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale agivano con la connivenza dello Stato e dei servizi segreti
Come il terrorismo nero voleva cambiare l’Italia la strategia della tensione dei gruppi eversivi di destra
I
di MARIACRISTINA PONTI o so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore”. Pier Paolo Pasolini, dalle colonne del ‘Corriere della Sera’, il 14 novembre 1974 attaccava duramente il terrorismo nero e tutto quello che pensava potesse essere collegato: i generali, la Cia, lo Stato. Il motivo per il quale il terrorismo nero, eversivo e di estrema destra, si era macchiato di tanto sangue innocente con stragi prima e omicidi poi, non è del tutto chiaro. Come non è chiaro ancora oggi il loro disegno, a cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana, considerata dal giornalista Indro Montanelli “la madre di tutte le stragi”. Dietro c’era forse un piano per tenere fuori dal governo il Partito comunista italiano e quindi scongiurare un allontanamento della Penisola dalla Nato e soprattutto dagli Stati Uniti, come possono rivelare i contatti con l’Aginter Press; c’era forse il progetto della creazione di un nuovo ordinamento statale,
spiegando la vicinanza con la P2. Quello che è certo, invece, è il clima di tensione che, dalla fine degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Ottanta, si respirava in Italia.
La strategia della tensione Era il 14 dicembre del 1969 quando per la prima volta si parlò di strategia della tensione. Quella stringa di parole, diventata di uso comune, venne coniata da tre giornalisti, inviati a Roma e a Milano, del ‘The Observer’, settimanale londinese che usciva la domenica. La settimana prima, sempre sulle pagine del periodico inglese, Leslie Finer, riportando un rapporto segreto arrivato dalla Grecia, aveva ipotizzato che anche in Italia ci si stava preparando a una rivoluzione nera, grazie all’aiuto di cospiratori ellenici e a membri dell’Arma della nostra nazione. Neal Ascherson, Michael Davie e Frances Cairncross, dopo aver ripercorso le fasi dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e aver ricostruito le prime indagini della polizia, ripresero l’articolo del collega e parlarono di “strategy of tension“ che, tuttavia, pare non essere iniziata con le bombe di quel tragico venerdì, ma molto prima. “Il 12 dicembre fu la prima strage con morti, ma la strategia
della tensione ebbe inizio il 25 aprile 1969- una data evidentemente simbolica- con l’attentato alla Fiera campionaria di Milano”, spiega a Lumsanews lo storico ed ex parlamentare di Leu Miguel Gotor.
I protagonisti Braccio destro teso e una formazione rigorosa per essere inquadrati. I movimenti neofascisti che animarono gli anni di piombo erano tanti, ma su tutti spiccano Ordine Nuovo di Pino Rauti, Franco Freda, Giovanni Ventura e Vincenzo Vinciguerra, Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher, Fronte Nazionale del generale Junio Valerio Borghese (che il 7 dicembre del 1970 tentò il golpe, non riuscendoci). In un primo momento, con bombe e attentati e soprattutto depistaggi, il terrorismo nero per anni è riuscito a rimanere impunito. “Gli apparati dello Stato (servizi segreti, carabinieri e polizia) hanno incolpato, svolgendo il più delle volte una consapevole attività depistante, gli anarchici delle stragi del periodo 1969-1974 per occultare la loro matrice nera, che è emersa soltanto dopo lunghissime indagini giudiziarie” racconta Gotor, che il 26 novembre ha pubblicato il suo ultimo libro “L’Italia del Novecento”, che ripercorre la storia
italiana. La seconda fase, arrivata dopo lo scioglimento per ricostituzione del Partito nazionale fascista di ON e AN, rispettivamente nel ‘73 e nel ’76, si contraddistingue per un nuovo modo di agire. I Nuclei Armati Rivoluzionari di Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro (condannati per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980) e Massimo Carminati, infatti, si allineano ai metodi del terrorismo rosso: non più solo bombe, ma anche omicidi di membri delle forze dell’ordine e magistrati, due su tutti Vittorio Occorsio e Mario Amato (entrambi stavano indagando sui rapporti tra terrorismo nero, loggia massonica P2 e criminalità organizzata).
Comprimari nell’ombra Ma dietro i neofascisti c’era qualcun altro. “In quegli anni chi ha operato con attentati e stragi ha percepito di essere garantito, sotto il profilo della sua sicurezza e sotto il profilo dell’impunità dopo la commissione di tali episodi, da forze legate a servizi di sicurezza interni”, raccontava il 12 febbraio del 1997 alla Commissione parlamentare sulle stragi il giudice istruttorio che per ultimo si è occupato delle bombe di Piazza Fontana, Guido Salvini. “Non è Ordine Nuovo che deve cambiare lo Stato ma esso, con una catena di attentati, deve creare le condizioni affinché all’interno dello Stato qualcuno operi a cambiarlo” spiegava il gip. E qui il riferimento è proprio al presidente del Consiglio di allora, il democristiano Mariano Rumor, il quale avrebbe avuto il compito di decretare lo stato di emergenza e sciogliere le Camere per un insediamento più veloce di un regime autoritario. Di pari passo alla connivenza statale, il terrorismo nero agiva con il benestare di altre organizzazioni come la P2 del maestro venerabile Licio Gelli, il cui obiettivo era quello di vedere realizzato il suo Piano di rinascita democratica; ma anche Cosa nostra e la ‘ndrangheta: “Per quanto riguarda la P2, un intervento di finanziamento e di supporto vi fu nella tentata strage di Vaiano del 1974 e in occasione dei depistaggi realizzati da Licio Gelli dopo la strage di Bologna nel 1980. La criminalità organizzata calabrese, ad esempio, svolse un ruolo nella strage di Gioia Tauro nel 1970”, spiega Gotor.
Le influenze straniere Tornando alle rivelazioni di Finer su presunti aiuti dalla Grecia, gli ordinovisti (e chi per loro) probabilmente si muovevano intorno a una sorta di internazionale nera, l’Aginter Press di Yves Guérin-Sérac, tra i cui collaboratori figuravano anche Delle Chiaie, Vinciguerra e Pierluigi Concutelli, responsabile dell’assassinio del giudice Occorsio. Anche questo è stato ampiamente dimostrato dal giudice Salvini. Se sugli obiettivi di quella che doveva essere un’agenzia di stampa non ci sono dubbi, diverso è il caso del rapporto che i terroristi neri avevano con la Nato. Infatti, secondo quanto rivelato dallo stesso Vinciguerra, l’Aginter Press era un centro eversivo internazionale, finanziato non solo dal governo portoghese, ma anche dai servizi segreti occidentali come la Cia.
LUMSAnews
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L’INTERVISTA
“Indagini inquinate da apparati deviati? No, agirono uomini dello Stato”
L’attacco di Pasolini sul “Corriere della Sera”
La prima pagina del “The Observer” del 7 dicembre ‘69
La ricostruzione di Gotor storico ed ex deputato di Leu «Il 1969 fu costellato da una ventina di attentati che non fecero morti. Diciannove di essi sono stati attribuiti ai neofascisti di Ordine nuovo sia sul piano giudiziario sia su quello storico. Il 12 dicembre fu la prima strage, ma la strategia della tensione ebbe inizio il 25 aprile 1969 - una data evidentemente simbolica - con l’attentato alla Fiera campionaria di Milano, per il quale sono stati condannati i neofascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura». A cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana, assieme allo storico ed ex parlamentare di Leu, Miguel Gotor, abbiamo ripercorso le fasi iniziali della strategia della tensione che i movimenti eversivi di destra avevano messo in atto per creare terrore tra gli italiani durante gli anni di piombo. Il terrorismo nero e quello rosso, ma anche quello anarchico avevano diversi modi di agire. Ci può spiegare quali erano? «Le azioni anarchiche, che avevano un’antica tradizione nella storia d’Italia, erano generalmente di tipo dimostrativo o rivolte verso le cose od obiettivi simbolici. Quelle neo-fasciste usarono lo strumento della strage con bombe nelle piazze e sui treni con finalità stragiste, ma anche, dal 1976 in poi, gli omicidi selettivi in prevalenza con i Nar. Le azioni delle Brigate rosse, di Prima linea e più in generale del cosiddetto “Partito armato” usarono le armi da fuoco per colpire bersagli scelti come magistrati, giornalisti, avvocati, professori e politici. Gli apparati dello Stato (servizi segreti, carabinieri e polizia) hanno incolpato, svolgendo il più delle volte una consapevole attività di depistaggio, gli anarchici delle stragi del periodo 1969-1974 per occultare la loro matrice nera, che è emersa soltanto dopo lunghissime indagini giudiziarie e grazie alle dichiarazioni del neofascista Vincenzo Vinciguerra, reo confesso dell’attentato di Peteano del maggio 1972, dove
Miguel Gotor
morirono tre carabinieri». Cosa ha spinto i movimenti di estrema destra a compiere le stragi prima e gli omicidi poi? «Le ragioni sono diverse, di tipo politico, culturale e religioso. Tra gli elementi più ricorrenti ci sono il superomismo, l’anticomunismo, il revencismo fascista, la lotta contro la democrazia e il parlamentarismo, i rapporti con centrali atlantiche e la cosiddetta “internazionale nera”, animata dalla Aginter Press di Yves Guérin-Sérac, che aveva come obiettivo quello di destabilizzare l’Italia per stabilizzarla in senso centrista e moderato». Si è parlato tanto di infiltrazioni all’interno del terrorismo nero da parte della loggia massonica P2, di Cosa nostra. Lei cosa ne pensa? «Per quanto riguarda la P2, un intervento di finanziamento e di supporto vi fu nella tentata strage di Vaiano del 1974 e in occasione dei depistaggi realizzati da Licio Gelli dopo la strage di Bologna nel 1980. La criminalità organizzata calabrese, ad esempio, svolse un ruolo nella strage di Gioia Tauro nel 1970». Per quanto riguarda i depistaggi, si è sempre par-
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Un manifesto di Ordine Nuovo lato di apparati deviati dello Stato. Generali infedeli, agenti dei servizi segreti che agivano per interessi diversi dalla tutela della sicurezza dei cittadini, etc. Secondo lei quanto invece il disegno eversivo era anche insito in alcuni ambienti del potere politico italiano? «Le azioni di depistaggio e di inquinamento non furono svolte da “apparati deviati” come si vuole fare credere, una formula consolatoria e auto-assolutoria che punta ad assolvere i vertici degli stessi organismi responsabili di quegli atti. Uomini come Vito Miceli, Gianadelio Maletti o Federico Umberto D’Amato occuparono dal 1969 al 1974 i luoghi gerarchici più alti delle loro strutture. Erano nominati dai rispettivi ministri competenti dell’Interno o della Difesa e, ovviamente, godevano della fiducia dei diversi presidenti del Consiglio succedutisi in quel periodo. Costoro agirono per depistare o per ostacolare l’attività della magistratura, a seconda dei casi, con l’avallo delle forze di governo oppure potendo contare sulla loro omissione, in un quadro di protezione e di garanzia di tipo atlantico più ampio». m.p.
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P2 e mafia svolsero La strategia iniziò prima di quel tragico un ruolo cruciale venerdì di dicembre nelle stragi nere
PAGINA 6 A PIAZZA DELLA LOGGIA L’attentato durante un corteo antifascista a Brescia provocò otto morti 102 feriti. In foto, le vittime appena dopo lo scoppio
F
di PATRIZIO RUVIGLIONI
ra le vittime del terrorismo di estrema destra, all’interno del periodo della Strategia della tensione (dal 1969 al 1980), ci sono politici, giornalisti, autorità. Ma anche persone comuni: 144 morti e centinaia di feriti, fra piazza Fontana, Gioia Tauro, treno Italicus, piazza della Loggia, stazione di Bologna e la strage di Natale, dove si inserì anche la componente mafiosa. Gente innocente che, suo malgrado e per semplici coincidenze, è rimasta vittima dello stragismo. Questa è la loro storia.
Gli agricoltori di piazza Fontana “La Banca Nazionale dell’Agricoltura era piena di agricoltori della provincia lì per lavorare. Gente qualsiasi, insomma. Poteva esserci chiunque”, spiega a Lumsanews Carlo Arnoldi, figlio di Giovanni – scomparso a Piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, all'età di 42 anni – e presidente dell’Associazione Piazza Fontana. “Mio padre era agricoltore, allevatore e mediatore commerciale: ogni venerdì si recava lì. E pensare che quel giorno aveva un po’ di febbre, non voleva andare”. Oggi Carlo ha 65 anni, ma all'epoca era appena quindicenne: “Ricordo il medico di famiglia che suona al campanello, entra e dice che era stato informato che papà era ‘gravemente ferito’. Nel frattempo, un zio che viveva a Milano era andato a cercarlo in ospedale: a fatica riconobbe cadavere, e scoprì la verità. La sera andammo lì, fra la nebbia e le lacrime. Mamma era disperata, ma è stata l’ultima volta che l’ho vista piangere: dopo i funerali si è rimboccata le maniche per crescere me e mia sorella”. Appunto, i funerali: “Un silenzio irreale, in una piazza Duomo grigia e ghermita. In quel cordoglio collettivo, però, l’Italia capì già che il terrorismo non avrebbe vinto”. Fra le 17 vittime della bomba, c’era anche Pietro Dendena, mediatore di 45 anni lì per lavoro. Il figlio Paolo, oggi di sessantenne, allora ne aveva solo dieci, e viveva a Lodi. “Era la vigilia di Santa Lucia, che nella nostra città secondo tradizione porta i doni ai bambini”, ricorda. “Il mio ‘dono’ fu ritrovarmi orfano di padre”. E non solo: “Io ero piccolo e la consapevolezza della tragedia è cresciuta poca alla volta. Ma di quei momenti ricordo soprattutto mia mamma che diceva: ‘Dobbiamo sapere a ogni costo chi ha messo le bombe nella banca’. Per questo andammo a tutti i processi”. Le operazioni giudiziarie sono andate avanti fino al 2005. “Io e mia sorella (Francesca Dendena, scomparsa nel 2010 ndr) non abbiamo mai smesso di credere nella giustizia”, precisa Paolo. “Non volevamo vendetta, solo verità. Ma vivemmo i processi come un calvario, fra depistaggi, spostamenti e assoluzioni”, ricorda oggi Arnoldi.
La “società civile” di piazza della Loggia Pochi mesi dopo piazza Fontana, lo stragismo nero tornò a colpire: a Gioia Tauro, il 22 luglio del 1970, un’esplosione fece deragliare un treno diretto verso Torino, causando la morte di sei passeggeri. Un altro convoglio, l’Italicus, fu colpito da un ordigno nella notte fra il 3 e 4 agosto del 1974 nella provincia di Bologna. In quell'occasione, si contarono 12 morti e 48 feriti. Poco prima, il 28 maggio dello stesso anno, c’era stata un’altra strage rimasta alla storia: quella di piazza della Loggia, a Brescia. Una bomba di Ordine Nuovo, durante un corteo contro il terrorismo neofascista, uccise otto manifestanti e ne ferì 102. Di quel giorno, è rimasta la foto di Manlio Milani vicino alla moglie Livia Bottardi, un'insegnante di lettere, ferita a morte. “Sono sopravvissuto per caso: dei conoscenti mi fermarono a metri dall’ordigno per chiedermi un’infor-
Gli attentati della strategia della tensione hanno colpito centinaia di persone comuni come gli agricoltori di piazza Fontana e i turisti in partenza alla stazione di Bologna Oggi i familiari chiedono ancora giustizia e tengono vivo il ricordo dei parenti scomparsi “Le nostre testimonianze nate dal dolore”
Un Paese di vittime
innocenti
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Carlo Arnoldi
Quel pomeriggio a Milano c’era mio padre Giovanni I processi? Un calvario
Paolo Bolognesi
Il 2 agosto tornavo in treno la mia famiglia aspettava lì Oggi la memoria è tutto
mazione, ed evitai l’esplosione”, racconta lui, oggi ottantunenne. “Fu una tragedia privata, ovviamente, perché persi moglie e amici che erano lì con me. Ma quel giorno a manifestare rappresentavamo la società civile, in quello che era uno sciopero generale antifascista, con tutti i partiti a eccezione del MSI. Per questo la ritengo anche una tragedia pubblica: furono colpite le istituzioni, la democrazia”. Da allora per Milani “testimoniare è una necessità. Per difendere la nostra libertà, che qualcuno voleva mettere a repentaglio”.
I turisti alla stazione di Bologna Ma l’attentato terroristico più sanguinoso rimane quello della stazione di Bologna, avvenuto il 2 agosto 1980. In quel caso, l’esplosione di una bomba colpì una sala d’aspetto piena di turisti e bolognesi che andavano in vacanza, con 80 morti e 200 feriti. “In quelle ore ero in treno, di ritorno dalla Svizzera con mia moglie. Alla stazione di Bologna ci aspettavano i miei suoceri, mio figlio e mia madre”, ricorda a Lumsanews Paolo Bolognesi, settantacinquenne ex deputato e presidente dell'Associazione per le vittime della Strage alla stazione di Bologna. “Saremmo dovuti andare in vacanza in montagna. Ma prima che
arrivassimo ci fu l'esplosione: la madre di mia moglie morì, gli altri rimasero feriti”.E, quasi quarant'anni dopo, anche la sua mente è ancora divisa fra la dimensione del tribunale e quella intima: “È stato un evento che ha sconvolto la nostra famiglia, è chiaro. Ma non abbiamo mai accantonato l'impegno per ottenere giustizia, che va avanti ancora oggi. In questo senso, associarci ci ha aiutati tantissimo: come persone, ma anche come parte giuridica”.
Resistere, ricordare, raccontare A oggi, Dendena e Arnoldi dicono di reputarsi, più che “vittime”, dei “testimoni”: sono entrambi in campo con l’Associazione Piazza Fontana per “sollecitare la memoria attraverso la nostra esperienza diretta”, spiega lo stesso Arnoldi. “La nostra – aggiunge Paolo – è la testimonianza che deriva dal dolore. E dopo cinquanta anni è come viverla ogni giorno”. Adesso il vicepresidente dell'Associazione è Matteo, nipote di Pietro. Ha 31 anni e rappresenta la “terza generazione” dei famigliari delle vittime.“Sono cresciuto in una famiglia unita e consapevole”, ci dice. “Purtroppo a scuola non si studiano gli Anni di piombo. Ma le nostre testimonianze arrivano al cuore dei ragazzi”.
LUMSAnews
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“Ero nella banca vedevo ovunque corpi massacrati” L’INTERVISTA
Parla Zinni, sopravvissuto alla bomba “Questione di istanti: io salvo per caso” “Ricordo l’esplosione, poi il buio. Sono sopravvissuto per caso: ero in un altro piano a firmare un contratto. Quando sono sceso in salone, ho visto gente agonizzante, macerie”. Fortunato Zinni c’era, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969. C’era, e si salvò per caso: fu chiamato fuori dal salone dove esplose la bomba per firmare un documento, e proprio in quel momento avvenne la strage. Una volta uscito dall’edificio, tornò subito dentro per soccorrere le vittime – molte delle quali le conosceva di persona. La sua, quindi, è una preziosa testimonianza oculare.
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I SOCCORSI A BOLOGNA L’attentato più sanguinoso a opera terrorismo nero avvenne il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna. Il bilancio a fine giornata con 85 morti e 200 feriti In foto, i primi soccorsi alle vittime da parte delle persone che si trovavano nelle vicinanze al momento dell’esplosione
Manlio Milani
In corteo a Brescia ho perso moglie e amici Fu un attacco alla libertà
E, in ogni caso, “nessun famigliare delle vittime ha cercato visibilità mediatica: tutti avremmo preferito non esserne mai coinvolti”. Milani ha invece fondato l’Associazione Casa della memoria, insieme alle istituzioni di Brescia: “Associarci è servito a chiedere verità e a non sentirci isolati nel nostro dramma. Adesso lavoriamo per ricordare e tenere unità la città di fronte a quello che fu un attacco alla democrazia”. Ricordare, quindi, è la parola chiave. “Tenere viva la memoria è essenziale”, conclude Bolognesi. “Senza memoria, tutto passerà come se non fosse successo nulla. Senza memoria, soprattutto, viene meno anche il concetto stesso di giustizia”.
IL NUMERO DELLE VITTIME Sono 144 le vittime dello stragismo di estrema destra in Italia, all’interno del periodo della cosiddetta Strategia della tensione. A piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 morirono 17 persone. Alla strage di Gioia Tauro, il 22 luglio del 1970, le vittime furono sei. A Piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974, durante un corteo antifascista, un’esplosione uccise otto persone. Nella notte fra il 3 e il 4 agosto 1974, un ordigno fece deragliare un altro treno: l’Italicus, in provincia di Bologna, con 12 morti. Alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980 una bomba uccise 85 persone. Il 23 dicembre 1984 invece i morti della strage di Natale furono 16.
Che sensazioni c’erano quei giorni? Ci si aspettava un attacco del genere? «Il 19 novembre avevo aderito allo sciopero di Cgil, Cisl e Uil a Milano, e uscendo dal comizio del Teatro Lirico mi ero imbattuto nel corteo dei comunisti. Ero convinto che le Forze dell’Ordine fossero lì per controllare una manifestazione pacifica, ma poi iniziò lo scontro fra agenti e manifestanti. Eravamo a Via Larga, dove la situazione degenerò e morì il poliziotto Antonio Annaruma. Durante i suoi funerali ci furono saluti romani, applausi alla Polizia, cortei di estrema destra. Cose che non c’entravano nulla: si stavano solo celebrando le esequie di un servitore dello Stato, una povera vittima senza colori né vessilli. Sono stato testimone anche di quest’evento, quindi, che avvenne poche settimane prima della Strage di Piazza Fontana».
Infatti. Poi è arrivato il 12 dicembre, che ricordi ha di quella giornata? «Ero assunto nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, e quel giorno ero lì per lavorare, come sempre. Da allora ho accumulato tanta rabbia. Era un venerdì pre-natalizio, a Milano piovigginava e c’era la nebbia. Nel pomeriggio tutte le banche facevano un’ora di sportello, che terminava alle 16. Noi però avevamo un’autorizzazione speciale: restavamo aperti fino alle 20-21, perché ospitavamo il mercato degli agricoltori. Io, dopo le 16, sono uscito dal mio sportello e sono andato in mezzo al salone della banca, dove gli agricoltori facevano trattative. Io ero il loro garante, “scioglievo” le strette di mano. A un certo punto vengo chiamato da un’altra parte dell’edificio, per firmare un documento del giorno prima. Per leggerlo mi appoggio con le spalle sulla vetrata che dava proprio sul salone: in quel momento sento un grande boato, e poi il buio». L’esplosione. «Mi ritrovo sdraiato per terra, ma senza nessun graffio. E insieme agli altri cerco di uscire prima possibile. Intorno a me i telefoni suonano all’impazzata. Rispondo: è la Questura, che mi domanda cosa sia successo avendo sentito l’allarme. Nego l’esplosione di una caldaia. Allora mi chiedono di descrivere cosa vedo intorno. E io: ‘Nulla’. Poi guardo meglio: ‘Un braccio. Qui vicino al telefono c’è il braccio di un uomo’. E allora realizzo, in un attimo, l’assurdità della scena. Quindi esco dall’edificio coi colleghi, ma rientro nel salone. Dove incontro un agricoltore che in ginocchio mi chiede di aiutarlo: era un lago di sangue. Intorno la stanza era devastata: c’erano principi d’incendio, macerie, cadaveri. Un anziano agricoltore che conoscevo era agonizzante, mi
Fortunato Zinni, classe 1940, sopravvisuto alla Strage di Piazza Fontana del 1974
chinai ad aiutarlo».
Lei era l’unico dei suoi colleghi al centro del salone? «Sì, gli altri erano dietro ai banconi. Per questo il Direttore della banca, quando scese dai piani superiori, urlò il mio nome, corse da me e mi abbracciò. Io tremavo, piangemmo insieme. Gli dicevo: ‘Direttore, è stata una bomba!’. E lui: ‘Come fai a saperlo?’. Ne riconoscevo l’odore, che avevo conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale. Lui mi disse di fare l’elenco delle vittime, perché era gente con cui lavoravo sempre: sarei potuto risalire facilmente ai loro nomi, ma non fu così. A stento ne riconobbi otto, o forse nove. Degli altri dovetti recuperare i documenti dalle tasche, erano irriconoscibili». Poi cos’è successo? «Il giorno dopo era sabato, restammo in banca a sistemare il salone per poter riprendere a lavorare già da lunedì. La decisione ci sorprese tutti: non dovevano esserci delle indagini? Ma la Procura ci avvisò che i colpevoli erano già stati fermati, e che si rattava degli anarchici. E si sbagliavano. Da lì partirà un iter infinito, di - mi pare - quasi mille udienze in 36 anni. E l’esito finale grida ancora vendetta, perché non ha potuto condannare nessuno nonostante abbia fatto chiarezza sui nomi dei mandanti e degli esecutori». (PR)
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LE INDAGINI
Una vicenda giudiziaria durata 36 anni. Conclusasi nel 2005 con una sentenza che riconosce i responsabili ma non può condannarli
Processo Giulio Andreotti , allora ministro della Diifesa, nel processo di Catanzaro del 1977
alla strage
Anni di udienze sentenze ribaltate depistaggi. Una verità processuale distante da quella storica
L
di ALESSANDRO ROSI
a prova che avrebbe potuto condurre a individuare i colpevoli della strage di piazza Fontana c'era già il 12 dicembre, ma fu fatta esplodere. Due bombe erano state piazzate quel giorno a Milano: una nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura, l'altra nella sede della Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala. La prima scoppiò alle 16.37, provocando 17 morti e 88 feriti, la seconda rimase invece inesplosa. Era dentro una borsa
nera che un impiegato della banca aveva trovato nel pomeriggio e consegnato alla direzione. Un attento esame dell'ordigno avrebbe permesso di scoprire indizi utili per la ricerca degli esecutori. Ma alle 21.30 fu fatto brillare dagli artificieri della polizia, eliminando così qualsiasi elemento utile per le indagini. "È stato il primo depistaggio", commenta oggi l'avvocato Guido Calvi, che difese Pietro Valpreda, uno dei primi sospettati della strage poi rivelatosi innocente, "lì c’erano tutte le prove: c’era la borsa, la cassetta Juwel, gli esplosivi. C’erano tutte le tracce per indivi-
A sinistra il giornalista collaboratore del SID, Guido Giannettini, a destra Franco Freda. I due parlano durante il processo a Catanzaro del 1977
duare i responsabili. Fu una decisione 'inopportuna', presa per cancellare ogni prova". Le azioni per ostacolare la ricerca della verità proseguirono. Nelle 24 ore successive alla strage la polizia fermò più di 150 persone per accertamenti, tutte appartenenti a gruppi anarchici o di estrema sinistra. Pista che poi si rivelò sbagliata. "Nel 1969 in Italia c’erano stati 20 attentati gravissimi", continua l'avvocato Calvi, "che non avevano provocato morti, ma che avevano destato forte allarme: la bomba alla stazione di Milano, all'università, alla cassa di risparmio, sui treni. Tutti attentati addebitati agli anarchici. Ma il risultato degli accertamenti svolti dalla magistratura è che 18 di quei 20 erano da attribuire a esponenti dell’estrema destra fascista". Tra coloro che vennero fermati i giorni successivi alla strage, c'era anche Pietro Valpreda, appartenente al Circolo Anarchico 22 marzo. "È lui l'uomo che hai accompagnato alla banca e che aveva in mano una borsa nera?", chiese il giudice Vittorio Occorsio al tassista milanese Cornelio Rolandi. "Sì", gli rispose durante il riconoscimento in cui, oltre a un Valpreda spettinato, c'erano quattro agenti di polizia rasati di fresco e ben vestiti. "È sicuro?", incalzò il magistrato. E Rolandi: "Se non è lui, qui non c'è". Ma il questore di Milano, Marcello Guida, aveva già mostrato a Rolandi una foto del sospettato prima del confronto, influenzando così il giudizio del testimone. Alla pista anarchica ben presto se ne affiancò un'altra, quella nera. Il 15 dicembre, a Vittorio Veneto, il professor Guido Lorenzon svelò agli inquirenti che un editore-libraio di Castelfranco Veneto, Giovanni Ventura, gli aveva confidato di essere fra i dirigenti di una organizzazione politica con un apparato paramilitare, che si richiamava ai principi della cosiddetta repubblica di Salò. Rivelazioni che portarono a individuare una rete di cui facevano parte Franco Freda, procuratore legale di Padova, e Guido Giannettini, giornalista e collaboratore del SID – i servizi segreti italiani del-
l'epoca. Le indagini sulla strage s'infittivano, restringevano il cerchio degli indiziati e confermavano le collusioni fra settori degli apparati dello Stato e del terrorismo di estrema destra. Ma erano destinate a subire una battuta d'arresto. Nel 1972 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano chiese, e ottenne, il trasferimento del procedimento ad altra sede giudiziaria per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto. Cambiamento che significava dover riavviare l’intero procedimento praticamente dall’inizio. "Ci mandarono a Catanzaro pensando che lontano da Milano la vicenda potesse trovare soluzioni più ambigue", racconta l'avvocato Calvi. "Si disse che il capoluogo lombardo era una città ingovernabile e che non si potesse fare un processo sereno: sciocchezze. Queste persone non capivano che la magistratura italiana, indipendentemente dal luogo, era di grandissima qualità". A Catanzaro, una grande palestra venne trasformata in aula di giustizia. Il processo fu celebrato con il rito dell’istruttoria formale, e non con il dibattimento in contraddittorio, che sarà invece introdotto dopo il 1989. Ciò voleva dire che gli imputati erano interrogati direttamente dalla Corte d'Assise, in particolare dal presidente Pietro Scuteri. Persona che Freda non rispettò mai. “Mi sembra che il Presidente non conosca gli atti di questo processo”, rispose al giudice quando gli chiese informazioni riguardo all'acquisto di cinquanta timers che sarebbe stati utilizzati nella pianificazione delle stragi. A quel punto, Freda si girò e si allontanò per prendere e mostrare i verbali dei precedenti interrogatori – in cui raccontava di averli ceduti a un improbabile capitano Hamid. Ma al suo ritorno il presidente lo riprese. "Freda, mi deve chiedere il permesso per allontanarsi, non può fare come vuole". E l'imputato rispose in modo irriverente: "Presidente, ho i capelli bianchi, non sono più un bambino". Un comportamento che tenne lungo tutto il
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IL DIFENSORE “Fin dal primo momento le indagini furono indirizzate verso gli anarchici”
Guido Calvi, avvocato
IL GIUDICE “Le difficoltà maggiori nel processo a Catanzaro, attraverso l’inquinamento delle prove” Ilio Mannucci Pacini
LE PARTI CIVILI “Oggi c’è maggiore consapevolezza nel guardare indietro a quel 12 dicembre” Federico Sinicato, avvocato
Pietro Valpreda durante l'interrogatorio del 1969
La sentenza della Corte d'Assise del 2001 sulla strage di piazza Fontana
processo. “È tutto un essere protagonista. È tutto studiato nei movimenti, nel tono della voce, nelle frasi ricercate”, racconta la giornalista Raffaella Fanelli, che di recente lo ha intervistato. "Ho parlato con tantissimi stragisti e serial killer, Freda è una persona molto particolare: il tono aulico, i ragionamenti sofisticati e il modo in cui espone sono da attore”. Nel teatro del processo a Catanzaro, l'avvocato padovano recitò la sua parte insieme a Giannettini. Ne è un esempio il confronto che la Corte d'Assise chiese sui resoconti che il giornalista inviava al procuratore legale di Padova riguardo a personaggi della sinistra veneta. Freda negò qualsiasi contatto, mentre l'altro confermò gli scambi. Una scena convincente, ma, come disse il giornalista Pietro Ottone, il loro era solo un “tentativo di confondere le acque, dimostrare alla Corte che non erano un’associazione a delinquere. Soltanto fumo agli occhi”. La Corte d'assise non si lasciò tuttavia confondere. Condannò all'ergastolo Freda, Ventura e Giannettini, ritenuti gli organizzatori della strage. In appello, però, venne ribaltato il giudizio e il 27 gennaio 1987 la Cassazione rese definitive le assoluzioni per strage, condannando soltanto alcuni esponenti dei servizi segreti italiani (il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna) per aver depistato le indagini. Ma la storia di un processo durato 36 anni non era ancora destinata a concludersi. Grazie all’applicazione delle leggi sui pentiti, negli anni Novanta crebbe il fenomeno della collaborazione di ex-militanti dell'area della destra eversiva. Il giudice Guido Salvini raccolse importanti dichiarazioni da Martino Siciliano e Carlo Digilio, ex neofascisti di Ordine Nuovo, che confessarono il proprio ruolo nella preparazione dell'attentato del 1969, ribadendo le responsabilità di Freda, Ventura e di altre persone coinvolte. Il 30 giugno 2001 furono condannati all'ergastolo Delfo Zorzi (come esecutore), Carlo Maria Maggi (come organizzatore) e Giancarlo Rognoni (come basista). Sentenza che tuttavia venne ribaltata nel giudizio d'appello, confermato poi dalla Cassazione, che ritenne non attendibili parte delle dichiarazioni di Diglio. "Non ci si deve sorprendere", commenta il giudice estensore della sentenza del 2001, Ilio Mannucci Pacini. "Gli stessi dichiaranti possono essere ritenuti attendibili o meno nei diversi processi". Quanto riferito dal collaboratore di giustizia fu infatti poi utilizzato nel 2017 dalla Corte di Cassazione per la condanna all'ergastolo di Carlo Maria Maggi in relazione ai fatti di piazza della Log-
gia. Sulla valutazione dell'attendibilità dei testimoni incisero diversi fattori. La distanza temporale dai fatti, "perché Digilio e Siciliano sono stati due dichiaranti che hanno riferito su circostanze apprese 20 anni prima", ma anche l'emergere di elementi che permisero di riscontrare fatti narrati in precedenza. "Una delle indicazioni più significative di Digilio in relazione alla strage", spiega il giudice Mannucci Pacini, "era l’esistenza di un deposito dove veniva tenuto l'esplosivo. Proprietario era Giovanni Ventura e si sarebbe dovuto trovare nel comune di un paese del trevigiano. Quel casolare, tuttavia, non fu mai individuato nel corso delle indagini". E il mancato rinvenimento portò la Corte d’Assise d’Appello a non tenerne conto. Ma in seguito emersero delle novità. "Alcuni anni dopo", racconta Mannucci Pacini, "grazie alla testardaggine di qualche ufficiale di polizia giudiziaria che aveva fatto delle verifiche sui documenti sequestrati a Giovanni Ventura, emerse che questi aveva contattato un avvocato civilista trevigiano per un contratto di affitto di un casolare. Elementi che confermavano l'esistenza in capo a Ventura di una struttura. Se quei documenti fossero emersi prima, il giudizio sul mancato riscontro sarebbe stato diverso". Seppur con qualche lacuna, i processi sono infine arrivati ad accertare alcune verità. La sentenza della Corte di Cassazione del 2005 ha affermato che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. Ma ha anche stabilito che le spese processuali fossero a carico dei parenti delle vittime. "Sentenza in parte prevista", chiosa l'avvocato dei familiari delle vittime Federico Sinicato, "perché già veniva da una pronuncia di appello che aveva ribaltato la condanna all’ergastolo comminata dalla Corte di Assise di Milano in primo grado". L'avvocato Sinicato precisa però che le spese "sono state fortunatamente assunte in proprio dallo Stato, perché il ricorso in Cassazione era stato presentato anche dalla procura generale", e quindi "non sono state fisicamente pagate dai familiari delle vittime". Uno Stato, quello italiano, che attraverso alcuni dei suoi apparati ha partecipato ai depistaggi e che poi ha risarcito chi li ha subiti. "Non mi sorprendo che lo Stato con una mano tolga e una mano dia", commenta Sinicato, "perché si modifica nel corso del tempo nei
suoi vertici e decisioni. La politica è questo. Che possa aver contribuito 50 anni fa a determinati eventi e oggi se ne faccia carico, fa parte della Storia". Ma la presenza di apparati deviati dello Stato non ha scoraggiato i familiari delle vittime nella lotta per la ricerca della verità, nonostante il passare del tempo. "I familiari che ho conosciuto negli anni '90 avevano avuto le grandi delusioni del processo di Catanzaro. Erano titubanti, preoccupati, nervosi per i risultati. Ma quest'ultimo processo ha chiarito tanti aspetti, anche senza arrivare alla condanna degli imputati, e li ha resi più consapevoli del ruolo che avevano avuto". E soprattutto di quello che volevano ottenere. "Non sono mai stati alla ricerca di vendette o condanne, ma alla ricerca del perché. Perché i loro, padri, fratelli, genitori fossero stati trucidati all’interno di una banca senza che avessero colpe". Risposte che nel corso del tempo la magistratura è riuscita a dare. "Il processo che si è concluso nel 2005 e la ricerca storica molte spiegazioni le hanno date. Oggi c’è maggiore consapevolezza e serenità nel guardare indietro a quel 12 dicembre".
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Camilla C a n a l e , F e d e r i c o M a r c o n i , Mariacristina Ponti, Federica Pozzi, Alessandro Rosi, Flavio Russo, Patrizio Ruviglioni Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
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Giuseppe, Luigi vittime collaterali di Piazza Fontana
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N
di FLAVIO RUSSO
el Duomo di Milano la mattina del 15 dicembre del 1969, ai lati della lunga navata centrale della chiesa a croce latina, sono disposte le 14 bare delle vittime dell’attentato che tre giorni prima ha sventrato la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. In tre, Calogero Galatioto, Angelo Scaglia e Vittorio Mocchi, moriranno nei giorni successivi all’esplosione della bomba, a causa delle ferite riportate. Mentre dentro la cattedrale gotica il cardinale Giovanni Colombo officia le esequie tra le impalcature che sorreggono le volte, a causa dei crolli che ci sono stati nei giorni precedenti, fuori, sotto un cielo livido e nel silenzio della celebrazione, in 300 000 sono assiepati per rendere omaggio ai caduti. Nella nebbia da cartolina milanese, si notano le 100 000 tute blu degli operai, arrivati nel capoluogo da tutta la Lombardia a celebrare la loro messa laica. In via Fatebenefratelli, al quarto piano della Questura di Milano, va avanti da tre giorni l’interrogatorio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato di aver materialmente piazzato l’esplosivo necessario all’attentato. A condurre il colloquio c’è il commissario di polizia Luigi Calabresi, incaricato di seguire le indagini per i fatti di Piazza Fontana. Il fermo è diventato illegale già da qualche ora, perché nei confronti di Pinelli non è stata ancora formalizzata nessuna accusa ufficiale e tutti i tentativi di farlo confessare sono stati un buco nell’acqua.
questore, Michele Guida, e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati – il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo [...] noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione. Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto – rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini.» (da “Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli”, L’Espresso, 13 giugno, 1971). Un clima infuocato, alimentato con forza da Lotta Continua, sin dalle settimane immediatamente successive all’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Non c’è settimana che sul periodico della sinistra radicale non compaiano articoli e vignette che si scagliano contro Calabresi, soprannominato “il commissario defenestratore”, “l’assassino di Pinelli" e “l’agente dei servizi segreti”, a causa di uno scambio di persona avvenuto con Lorenzo Calabrese, ex questore di Milano e uomo vicino ai servizi segreti italiani e alla Cia. «Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è
I poliziotti le provano tutte per far parlare l’anarchico: lo mettono sotto pressione, lo spingono a dichiararsi colpevole prima che il suo nome lo faccia qualche complice, vola più di qualche schiaffo (una lesione alla base del collo riscontrata nella successiva autopsia farà montare l’ipotesi, esposta per primo da Paolo Guzzanti sulle colonne dell’ ”Avanti!”, che Pinelli sia stato colpito con un colpo di karate), ma il sospettato non parla. Dopo quasi quattro giorni, nella tarda serata del 15 dicembre, Giuseppe Pinelli vola dalla finestra della stanza al quarto piano della Questura di Milano, in cui si era tenuto l’interrogatorio. Muore poco dopo, mentre viene trasferito all’ospedale Fatebenefratelli. Luigi Calabresi, responsabile dell’incolumità del fermato, non è in quell’ufficio nel momento in cui l’anarchico cade giù dalla finestra. Pinelli è ancora sull’ambulanza agonizzante quando il questore di Milano, Marcello Guida, uno dei tanti a quell’epoca ad aver fatto carriera in polizia durante il ventennio fascista, si affretta a convocare una conferenza stampa per annunciare che l’alibi dell’anarchico si era rivelato falso e questo, vistosi braccato, si era lanciato dalla finestra aperta urlando: “È la fine dell’anarchia!”. Una versione che non ha mai trovato riscontri e che verrà di fatto smentita dalla pronuncia del tribunale, che sei anni dopo stabilisce che Pinelli non era mai stato coinvolto nei fatti della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Le indagini però proseguono seguendo la pista anarchica. Il 16 dicembre, viene arrestato Pietro Valpreda, ballerino anch’egli anarchico, che rimane in carcere per tre anni in attesa di giudizio ma che viene assolto con formula piena dalle accuse di strage per insufficienza di prove. “Calabresi era il commissario di polizia responsabile dell’inchiesta sulla strage, che in quel momento era incentrata su una pista artefatta. Formata da prove false, indicazioni fuorvianti, finalizzate all’individuazione di personaggi nell’anarchismo a cui poter accollare la colpevolezza, a confermare una tesi che evidentemente era già precostituita”, dice Davide Conti, storico e autore di libri sul terrorismo di quegli anni. “Questo significava garantire una copertura ai veri responsabili e continuare a fornire una lettura dei fatti incentrata a seguire gli obiettivi degli stragisti, cioè far ricadere le colpe sugli anarchici”.Ma nel maggio del 1970 il pubblico ministero Giovanni Caizzi chiude le in-
scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio [...] A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all'omicidio di funzionario di P.S. Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po'[...] A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento [...] Questo processo lo si deve fare, e questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai ed è inutile che si dibatta «come un bufalo inferocito che corre per i quattro angoli della foresta in fiamme» (da “Un'amnistia per Calabresi”, Lotta Continua, 6 giugno 1970). “Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi”, un proposito che si concretizza la mattina del 17 maggio 1972. Luigi Calabresi viene ucciso con due colpi di pistola alle spalle, a pochi metri da casa sua, mentre si reca a lavoro. Un omicidio che per 16 anni non ha avuto un colpevole. Solo nel 1988, Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessa di aver fatto parte del commando che sparò al commissario. Secondo la confessione di Marino a premere il grilletto è stato Ovidio Bompressi, mentre l’ordine è partito da Giorgio Pietrostefani con l’assenso di Adriano Sofri, tutti ai vertici del settimanale comunista. Dopo lunghe vicissitudini giudiziarie, fatte di condanne assoluzioni e ribaltamenti della Cassazione Sofri, Pietrostefani e Bompressi vengono dichiarati colpevoli d’omicidio e obbligati a scontare 22 anni di carcere. Il 9 maggio del 2009, Licia Rognini e Gemma Capra, le vedove di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, si sono incontrate al Quirinale, in occasione della Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è entrato nella Sala dei Corazzieri accompagnato dalle due donne a dai loro figli Claudia Pinelli e Mario Calabresi. Le famiglie hanno assistito alla cerimonia a poche sedie di distanza e dopo quasi 40 anni si sono strette la mano.
Nella tarda serata del 15 dicembre, l’anarchico vola dalla finestra al quarto piano della Questura
Nel 1997 Bompressi, Sofri e Pietrostefani vengono condannati per l’omicidio del commissario
Nella foto in alto a sinistra Giuseppe Pinelli, a destra Luigi Calabresi. In basso a sinistra la finestra dalla quale precipitò il ferroviere, a destra il luogo dove fu ammazzato il commissario nel 1972 dagini preliminari con un’istanza di archiviazione dell’intera istruttoria sulla morte di Pinelli, quale fatto del tutto accidentale. Il ferroviere, secondo la sentenza, viene colpito da un malore, dovuto al freddo e alle tante sigarette fumate a stomaco vuoto. Cita la delibera: “Nel termine malore ricomprendiamo il collasso che [...] si manifesta [...] con l'alterazione del “centro di equilibrio” cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati". Movimenti che, secondo la ricostruzione, hanno determinato la caduta di Pinelli dalla finestra lasciata aperta. Se l’inchiesta giudiziaria sulla morte di Giuseppe Pinelli si conclude con lo smarcamento di Calabresi da ogni responsabilità oggettiva, diversa è la strada che prendono le inchieste giornalistiche nei giorni immediatamente successivi al decesso del-
l’anarchico. Sulle pagine di molti giornali di sinistra cominciano a comparire attacchi diretti al commissario. L’Espresso, il 13 giugno del 1971, pubblica una lettera aperta sul caso Pinelli, in cui si scaglia contro l’operato del commissario. Lo scritto viene firmato da 757 tra le più importanti personalità della vita culturale e politica dell’epoca. Nomi come Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco e Primo Levi, sottoscrivono un appello alle istituzioni che non lascia spazio alle interpretazioni: «Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice [...] Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un