Sanità
Vaccini, in Italia ritorna l’allerta e si parla già di pericolo morbillo di Antonio Scali
Reportage A pagina 4
Garbatella, un paese dentro la città le mille contraddizioni del quartiere di Carmelo Leo
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PERIODICO NUMERO 12 28/02/2018
Lumsanews partecipa al progetto nazionale ‘Confiscatibene’ Elezioni 485 destinati a Comuni e associazioni, riutilizzati 1 su 4 Il Lazio al voto
Oltre 2 mila beni confiscati alle mafie in tutto il Lazio
per le politiche e per il rinnovo della giunta La corsa dei nove candidati
di Davide Di Bello
Fake news
A pagina 5
Nella giornata mondiale della comunicazione Papa Francesco mette in guardia i fedeli dalle bufale
di Salvatore Tropea
Alle pagine 6 - 7
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L’INCHIESTA DI LUMSANEWS
la ricerca
La redazione del nostro Master ha partecipato al progetto lanciato da “onData” e dall’associazione Libera
Storie di confisca e riutilizzo dei beni sequestrati nel Lazio quando lo Stato vince a metà I
a cura della REDAZIONE
l master di giornalismo della Lumsa ha partecipato al progetto nazionale ConfiscatiBene, lanciato dall’associazione antimafia Libera su progetto di Ondata.it. Ne è venuta fuori una inchiesta di data journalism sui beni confiscati alla criminalità organizzata nel Lazio. I dati raccolti sono stati geolocalizzati e inseriti in una mappa interattiva che contiene storie e approfondimenti per ogni singolo Comune del Lazio in cui è presente un bene immobile confiscato. I beni confiscati nel Lazio. Sono 479 i beni immobili (individuati da particelle catastali) sottratti in via definitiva alla criminalità organizzata in tutta la regione. Di questi, poco più di 200 si trovano nel territorio del comune di Roma. È la fotografia che emerge grazie ai dati, presenti sul portale Open Regio, messi a disposizione dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla
Sono 479 gli immobili in concessione ai comuni Solo 1 su 4 sono riutilizzati
criminalità organizzata, Anbsc. Si tratta di appartamenti, negozi, magazzini e terreni che in grossa parte erano a disposizione della camorra, della ‘ndrangheta, della mafia, della Banda della Magliana. Si tratta di beni appartenuti a criminali, e loro prestanome, attivi fra la fine degli anni ‘70 e i primi anni del 2000. Lumsanews ha creato una mappa interattiva che contiene resoconti e approfondimenti. Tutti i dati raccoltie che sono consultabili sul portale lazio.confiscatibene.it, sono stati geolocalizzati su una mappa, dove ogni segnale corrisponde a un bene singolo o a un Comune. Il riutilizzo. Gli immobili che fino ad oggi sono stati riutilizzati sono oltre cento. Un quarto del totale. In genere sono beni gestiti da Istituzioni, associazioni di volontariato, forze dell’ordine, enti pubblici e privati. A loro l’Anbsc destina il bene, e ne monitora l’utilizzo, dopo la sentenza di confisca definitiva. La maggior parte dei beni sono riutilizzata per finalità sociali (emergenza abitativa, cooperative sociali) o economici. Il riutilizzo dei beni è disciplinato dalla Legge 109 del 1996. La destinazione dei beni immobili è decisa dall’Agenzia del Demanio che può decidere anche di mantenerlo nel patrimonio dello Stato. In caso di trasferimento ai comuni, questi possono amministrare il bene in modo diretto, assegnarlo in concessione a titolo gratuito, ma sempre con finalità istituzionali o sociali. Gli immobili riutilizzati. Un esempio significativo, da questo punto di vista, arriva da Montefiascone, in provincia di Viterbo, dove un immobile sequestrato alla mafia nel 2001 è stato affidato alla Onlus “Splendid”. L’intento dell’associazione è quello di creare un laboratorio di buone pratiche attraverso un percorso di lotta all’illegalità e di avvicinamento al “diverso”. La struttura accoglie infatti i migranti e i richiedenti asilo presenti nella provincia viterbese. Ci sono però anche situazioni nelle quali i beni vengono utilizzati per scopi commerciali o con funzioni culturali e ricreative. Tra questi spicca la “Casa del Jazz” di Roma, che si trova tra le Terme di Caracalla e la Piramide Cestia. Si tratta di un complesso immobiliare e di un terreno di oltre 24mila metri quadrati, acquistato negli anni ’80 da Enrico Nicoletti, il “cassiere” della Banda della Magliana. La struttura ospita attualmente un auditorium utilizzato per concerti dal vivo, attività didattiche e rassegne cinematografiche. Poco rispetto del Foia. La mappatura dei beni è stata resa possibile dal Freedom of Information Act (FOIA). La normativa, accolta in Italia nel 2016, riconosce ai cittadini il diritto di accedere alle infor-
mazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia dalla nostra analisi emerge come non tutti i Comuni rispettano il FOIA, istanza che obbliga le PA a rispondere entro trenta giorni. La nostra redazione ha inviato 70 domande, ricevendo davvero poche risposte, 33. Ma in tutto il Lazio sono poco più di un terzo i Comuni virtuosi. Mentre a Roma hanno risposto quasi tutti i Municipi, ma senza fornire i dati richiesti. In molti casi le richieste sono state accolte in modo parziale. Nel sito istituzionale, nella sezione ‘Amministrazione Trasparente’, il riferimento è talvolta incompleto o del tutto assente. I comuni di Cerveteri, Castel Gandolfo e Ciampino hanno pubblicato o aggiornamento i dati sul web dopo l’invio della richie-
sta Foia da parte di Lumsanews.La gestione degli immobili sottratti alle mafie è regolata da due leggi nazionali. La legge 646 del 1982, cosiddetta Rognoni-La Torre, che ha introdotto la confisca e la legge 109 del 1996 che disciplina il riutilizzo.Nel 2017 la regione Lazio ha destinato 750 mila euro per svolgere lavori di manutenzioni in 11 beni immobili confiscati situati in vari comuni della regione. Nel 2014 il comune di Roma ha stipulato un’intesa con il Tribunale di Roma, Corte d’appello e Procura della Repubblica di Roma, regione Lazio, Confcommercio di Roma, Unindustria e Abi. Il lavoro della redazione è consultabile sul sito http://www.lumsanews.it/confiscatibene-linchiestasui-beni-sottratti-alla-criminalita-organizzata-nellazio/.
OLTRE 400 BENI Sopra, la mappa interativa dei beni reperibile sul sito www.lumsanews.it/confiscatib ene-linchiesta-sui-benisottratti-alla-criminalitaorganizzata-nel-lazio/ In alto i ragazzi di Libera in azione al Castelletto di Castel Gandolfo.
LUMSAnews
STORIE DI RIUSO
Made in Jail una rinascita che viene dalle carceri
Il Castelletto di Castel Gandolfo in abbandono
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La cooperativa sociale Dopo l’occupazione compie 35 anni abusiva ora è vuoto di GLORIA FREZZA
n via Tuscolana 695, proprio dentro la galleria, c'è un piccolo negozio con un'insegna dove si legge “Made in Jail”. La scritta è nera e sembra quasi graffiata sul muro, nello stesso modo con cui si contano i giorni in carcere. All'interno c'è un piccolo negozio, completo di tutto: bancone, espositore e una lunga serie di scaffali pieni di magliette dalle tinte vivacissime. Sul davanti piccoli slogan di protesta, ma anche inni alla libertà e alla vita metropolitana. L'associazione è nata trentacinque anni fa, nel 1983, da un'idea di Silvio Palermo, detenuto al tempo nel carcere romano di Rebibbia: “Nei primi anni Ottanta, assieme ad altri detenuti a Rebibbia iniziammo a stampare e vendere t-shirt con l'aiuto del quotidiano Il Manifesto dal carcere al mondo esterno. Ritornare in carcere da ex detenuto, nel nuovo ruolo di insegnante fu appassionante”. Silvio ed altri incominciarono a produrre t-shirt con la tecnica della serigrafia e a venderle anche fuori dalle pareti del carcere”. Per Silvio fu un modo per far fruttare il tempo che trascorrevano in prigione: “Mi chiedevo se la fantasia, la creatività e l'immaginazione – dice Silvio – in carcere potessero essere anestetizzanti all'oggettiva avvilenza, all'impossibilità di autodeterminare un solo giorno la propria esistenza. Mi chiedevo se il carcere potesse produrre altro da sé”. Dopo aver scontato la pena, il gruppo non si è perso e ha deciso di fare di quest'esperienza una via per il reinserimento che passasse attraverso la nobilitazione del lavoro. È nato un laboratorio artigianale, che ha sede proprio nella Terza Casa di Rebibbia, dove tutto è cominciato. L'obbiettivo è diventato quello di aiutare altri detenuti nel faticoso percorso di reinserimento nella vita sociale. Così è nato anche il programma di insegnamento, che si è spinto fino ai penitenziari di Casal del Marmo (1990-2000), Quartucciu, Cagliari (estate '96), Villa Andreini e La Spezia (1998-2000). Nel 2000 il Comune di Roma ha affidato loro uno dei beni confiscati alla criminalità organizzata, permettendo anche di aprire il primo (ed unico) shop fisico, per premiare il loro impegno e la solidarietà verso chi affronta il carcere come loro hanno fatto in precedenza. L'attività continua senza sosta, i loro progressi possono essere visti al sito: http://www.madeinjail.com/it/.
Luciana Fortini e la sua casa-atelier
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Gli ex studios sottratti alla Banda della Magliana
Il Municipio richiede I teatri di via Tiburtina indietro la casa donata ora sono negozi legali
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di ROSSELLA MELCHIONNA
di GIORDANO CONTU
di MARINA LANZONE
’associazione Libera Castelli Romani - Presidio Natale De Grazia- è stata molto attiva nell’azione di riqualificare dell’immobile del “Castelletto”, nel Comune di Castel Gandolfo. La portavoce Silvia Barbieri ci parla dell’attività di recupero svolta qui dall’Associazione Libera, che ha messo a disposizione l’esperienza maturata in tutta Italia dal 1995 nel riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata: “Nella primavera del 2013 - spiega Barbieri - ci siamo occupati di ripulire il giardino e gli interni del Castelletto, grazie al lavoro di gruppi di scout di Roma e dei Castelli”. In seguito il Comune organizzò un evento pubblico per aprire il bene alla cittadinanza: “Questo ci permise -continua la portavoce- di far conoscere alla collettività il valore etico di quel bene. Ma pochi giorni dopo venne trovata una busta indirizzata alla sindaca, Milvia Monachesi, contenente alcuni proiettili e un messaggio: Tanti saluti dalla Magliana”. Il Comune si era impegnato a pubblicare un bando di gara per i progetti di riutilizzo sociale che prevedeva l’assegnazione del bene. “Al momento non ci risulta sia stato predisposto” sottolinea la portavoce di Libera. Quando l’immobile è stato confiscato alla criminalità organizzata versava in condizioni di abbandono. Il bene fu sequestrato nel 1992 al tesoriere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti. La confisca definitiva arrivò nel 2001. Poi la struttura venne occupata abusivamente fino al 2012, anno in cui entrò nel patrimonio comunale. Per il futuro “le idee sono molte: da centro di promozione artistica, sociale o turistica delle ricchezze naturali del Lago Albano, a casa di accoglienza per donne vittime di violenza. La posizione panoramica del bene e la conformazione della struttura si prestano a diverse attività. “Prima di tutto - prosegue Barbieri - è necessario pubblicare il bando di gara e ciò potrà avvenire solo con la collaborazione dell’Amministrazione e con la sensibilizzazione dell’intera cittadinanza”. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati è la prima strategia di contrasto alla criminalità organizzata. In questo modo, infatti, “non viene più solo sottratto, ma è un’occasione di prevenzione, di sviluppo economico e sociale. L’uso dei beni confiscati ha alto valore educativo e simbolico perché distrugge il capitale materiale e sociale delle mafie”.
econdo i dati dell'Agenzia nazionale ANBSC nel Municipio III di Roma sono tre i beni confiscati e destinati al riuso: due di questi sono affidati al Comune e destinati a fini sociali. Fra questi, l'appartamento in via Val Maira 75 è abitato dall'artista 91enne Luciana Fortini. Proprio lei che curò i costumi del film 'Lucky Luciano' di Francesco Rosi, intervistata, spiega che abita nella casa-atelier dal 2006. Questo grazie all'intervento dell'allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, che le diede una sistemazione provvisoria in seguito alla chiusura della sua scuola d'arte. Nel 2008 l'allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo le conferisce il titolo di "cittadina illustre" e un assegno di assistenza economica. Fino al 1998, anno della confisca da parte del Tribunale di Napoli, la casa della Fortini era una delle sedi dell'immobiliare Sbe, intestata a Francesco Rea, condannato allora per riciclaggio e vicino alla Camorra. Tutto cominciò nel maggio 1992, quando Rea inaugurò fra queste pareti l'ufficio romano della Sbe, che presto raggiunse un capitale sociale di 5 miliardi di lire. La svolta arrivò nel 1994 con sequestri, pari a 250 milioni di euro, disposti dal Tribunale di Napoli nei confronti di Rea, di sua moglie Eleonora Basso e altri criminali. Insieme alla moglie, Rea era in possesso di altri appartamenti (almeno 4) nella Capitale. Da quella palazzina in via Val Maira 75, la Camorra gestiva il riciclaggio di soldi sporchi. Negli ultimi anni, racconta la Fortini, il municipio di Roma rivuole indietro l’appartamento a lei concesso: “Qualche anno fa inviarono una lettera in cui mi accusavano di morosità e mi davano dell’abusiva”. Così la donna, classe 1927, racconta di aver deciso di scrivere al presidente della Repubblica: “Mi ha risposto dopo due giorni e mi ha rassicurato. Ma ora si sono fatti (dal comune, ndr) sotto di nuovo”. “Io sono una cittadina illustre” afferma la donna orgogliosamente. “Io sono mia” racconta Fortini. “Il mio braccio è guidato solo dalla mia mente”. Fra le sue opere preferite c’è la tela ‘Adriano cacciatore’, in cui l’imperatore è rappresentato mentre cattura un cinghiale. Secondo una stima dell'Agenzia del demanio, l'immobile vale 155 mila euro. I locali furono confiscati nel gennaio 1998 e dal 2001 la gestione del bene appartiene a Roma Capitale che lo ha destinato a fini sociali.
ecchie glorie, decadenza e mafia. Poi la rinascita e nuovi inciampi burocratici. Questa la vita degli ex studi cinematografici De Paolis, in via Tiburtina. Un immenso immobile sito tra il civico 515 e il 543. La struttura nasce nel 1938 per ospitare una fabbrica per la costruzione di aerei e altro materiale bellico. L’anno dopo scoppia la Guerra e un’ordinanza vieta le produzioni belliche entro il perimetro urbano. L’architetto Antonio Valente trasforma l’immobile e nascono gli studi cinematografici, in netta concorrenza con Cinecittà, e dove si è fatta la storia del cinema italiano. Nel dopoguerra le truppe alleate, non informate del cambio di destinazione, bombardarono la struttura. Dopo 5 anni torna in vita con il film Accidenti alla guerra del regista Giorgio Simonelli con l’interpretazione di Nino Taranto. Gli studi ospitano le pellicole di Federico Fellini Lo sceicco bianco e il Satyricon. Pierpaolo Pasolini gira Accattone e Mamma Roma. Ci hanno lavorato Ettore Scola, Mario Monicelli, Nanni Loy, Mauro Bolognini, Massimo Troisi. E oggi Carlo Verdone, Roberto Benigni e Dario Argento che ci trasferisce i suoi uffici. Ma la vita è fatta di alti e bassi. Gli ex studi De Paolis hanno avuto due periodi bui. L’incendio del 1969 che ha distrutto il tetto del teatro di posa più grande dello stabilimento, da li in avanti utilizzato per girare scene in esterna. Poi arriva la crisi del cinema negli anni ’70 che porta gli studios a un lento e inesorabile declino e costringe Luciana De Paolis a vendere. Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda della Magliana, diventa il proprietario della struttura.Cala il sipario tra il ’91 e il ’96: inizia in quegli anni lo smantellamento della Banda e il sequestro dei beni. A Nicoletti sottraggono oltre 2,2 mila miliardi di lire tra mobili e immobili. Gli stabilimenti vengono confiscati. Nel 1997 il Tribunale affida in locazione la struttura a un giovane imprenditore. Daniele Taddei fonda così la Studios srl. Nel 2005 il decreto di confisca diventa definitivo e l’immobile passa al Demanio e otto anni dopo va al Comune di Roma. Viene presentato il primo progetto di riutilizzo: farne un centro che promuova la creatività e la multimedialità degli artisti e degli artigiani del territorio. Secondo la legge 109 del 1996, i beni confiscati alla mafia devono essere messo al bando e affidati a cooperative e organizzazioni. Nulla di questo è accaduto.
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Nel nostro Paese sono circa 5000 i casi di contagio avvenuti nel 2017 Un dato simile a quello della Cina
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di ANTONIO SCALI
l morbillo torna a fare paura. Nel 2017 sono stati 4991 i casi di contagio in Italia: un numero quasi pari a quello della Cina, che però ha circa un miliardo e mezzo di abitanti. Un’impennata preoccupante, che sembra confermarsi anche nei primi mesi del 2018. Solo a gennaio, infatti, il virus ha colpito altre 164 persone: già due i decessi a causa di conseguenti insufficienze respiratorie. A lanciare l’allarme è stata nei giorni scorsi la ministra della Salute Beatrice Lorenzin: "Purtroppo i dati non sono buoni. Questo ci fa capire come le battaglie per la sicurezza richiedono tempo". I dati - I numeri, in effetti, parlano chiaro. Rispetto al 2016, nel 2017 i contagi in Italia sono aumentati di quasi sei volte, secondo quanto riporta l’ultimo bollettino del Ministero della Salute: “Il 44,8% dei contagiati è stato ricoverato e un ulteriore 22% si è rivolto
Sei i decessi in Italia in poco più di un anno: nel 2016 i vaccinati sono calati all’87,26%
a un Pronto Soccorso. Sono stati segnalati — fa inoltre sapere il Ministero — quattro decessi, di cui tre bambini sotto i dieci anni di età (rispettivamente uno, sei e nove anni) e una persona di 41 anni, tutti non vaccinati. Nel 35,8% dei casi si sono verificate delle complicanze”. Entrando più nello specifico, dai dati emerge che il 90% dei quasi 5000 episodi si è verificato in otto regioni: ben 1.699 casi nel Lazio, 787 in Lombardia, 629 in Piemonte, 425 in Sicilia, 370 in Toscana, 288 in Veneto, 173 in Abruzzo e infine 108 in Campania. Il morbillo, però, non è un problema solo italiano. A livello europeo, infatti, i contagi sono quadruplicati, passando dai 5273 del 2016 ad oltre 20.000 dell’anno passato. Le vittime sono state ben 35, tanto da poter
Morbillo salute
LUMSAnews
Quel pericolo sottovalutato
parlare di fatto di un’epidemia in corso. Il focolaio più vasto si è avuto in Romania, dove si sono registrati 5562 casi. L’Italia, con i suoi circa 5mila, è subito dietro. Al terzo posto l’Ucraina con 4767 contagiati. Una fotografia preoccupante - scattata dall'ufficio europeo dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) - che testimonia quanto la malattia sia ancora diffusa. Per questo è importante guardare ai dati con attenzione e capirne le cause. La motivazione principale di questo pericoloso boom è il calo costante del tasso di copertura vaccinale. L’Oms fissa infatti al 95% la soglia minima di sicurezza, la cosiddetta “immunità di
gregge”, che potrebbe portare alla scomparsa della malattia. Si tratta, quindi, della percentuale che – se fosse raggiunta – proteggerebbe dal virus anche chi non è vaccinato. Al di sotto del 95%, invece, gli agenti patogeni continuano a circolare. Le coperture vaccinali - Se nel 2013 la copertura in Italia della prima dose di vaccino contro il morbillo era al 90,35%, nel 2016 è scesa all’87,26%. Una percentuale che diventa ancor più bassa se si considera la dose successiva: 82,2% nel 2016, secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). C’è da dire che il morbillo ha storicamente un anda-
mento ciclico, con dei picchi epidemici regolari. La sua incidenza, però, è notevolmente diminuita grazie alla diffusione delle campagne vaccinali. Per questo è fondamentale avvicinarsi il più possibile alla fatidica soglia del 95%. Vaccinando i più piccoli, inoltre, si proteggono anche gli adulti: il morbillo, infatti, se contratto in età avanzata, può presentare serie complicanze. Si va dalla diarrea e l’otite a gravi patologie come le insufficienze polmonari, che possono rivelarsi mortali: dal 2017 ad oggi, come detto, questa epidemia nel nostro Paese ha già stroncato sei persone. Considerando altri virus, i dati sulle coperture vaccinali sono più rassicuranti. A giugno 2017 l’antidifterica ha raggiunto il 93,56% dei bambini entro i due anni di età. Il vaccino contro la polio il 93,33%, l’antitetanica il 93,72%, mentre quello contro l’epatite B il 92,98%. Si tratta delle quattro vaccinazioni che per decenni sono stati le uniche obbligatorie in Italia. Altre che invece erano soltanto consigliate presentano percentuali generalmente più basse. Oltre al morbillo, anche la rosolia e la parotite non vanno oltre una copertura dell’87,2%, e la varicella è ferma al 46%. Insomma, l’immunità di gregge resta un obiettivo lontano, anche perché nel corso degli anni queste percentuali si sono continuamente abbassate. I dieci vaccini obblgatori - Le cose, però, potrebbero cambiare. Non è da escludere una svolta nel medio termine, dopo che l’estate scorsa una nuova legge in materia ha portato a dieci il numero dei vaccini obbligatori. Si tratta in particolare di quelli contro la polio, l’epatite B, la pertosse, la difterite, il tetano, l’emofilo B, il morbillo, la rosolia, la parotite e la varicella (quest’ultima solo per i nati nel 2017). Se non in regola con le vaccinazioni, i bambini non potranno essere iscritti a nidi e materne. Chi frequenta la scuola dell’obbligo, invece, potrà essere iscritto, ma rischia una sanzione fino a 500 euro. Prevista l’autocertificazione, con la quale un genitore potrà indicare tutte le vaccinazioni effettuate dal proprio bambino, quelle per cui ha ottenuto l’esonero dal medico e quelle per cui è stata presentata richiesta ma che non sono state ancora effettuate. Anche la politica, dunque, sembra aver compreso che i vaccini sono una cosa seria. Si tratta dell’unico strumento a nostra disposizione se vogliamo evitare che il morbillo, o altri virus simili, tornino a farci paura.
LUMSAnews
elezioni
ELazion - day
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Il 4 marzo alle urne anche per le elezioni regionali nel Lazio Sanità, trasporti e rifiuti, ecco le idee di Zingaretti, Lombardi e Parisi
Le sfide dei prossimi 5 anni
RIFIUTI
Buone notizie sul fronte della raccolta differenziata
L’emergenza rifiuti è il grande problema che affligge soprattutto Roma. In altre località della regione infatti, si registrano ottime percentuali di raccolta differenziata. Dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, nella Capitale sono rimasti due gli impianti di trattamento e smaltimento: quello situato in via Salaria e quello di Rocca Cencia. Secondo l’Ama, la municipalizzata che gestisce i rifiuti, entrambi sono in grado di trattare fino a 750 tonnellate al giorno. Troppo poche per la quantità di spazzatura che produce Roma, e che costringe di volta in volta il Campidoglio a stringere accordi con altre regioni e a pagare decine di milioni di euro per l’invio e lo smaltimento. “Dal 2012 non esiste un piano di gestione dei rifiuti”, ha attaccato Roberta Lombardi, nella conferenza stampa di presentazione del suo programma. Il piano ‘rifiuti zero’, da coordinare tra la Regione ed il Campidoglio a guida 5 stelle, è recepire ed attuare l’economia circolare che, secondo il pacchetto di misure presentato dalla Commissione europea, entro il 2030 dovrebbe avviare al riciclo il 65% dei rifiuti urbani ed il 75 per cento dei materiali da imballaggio, mentre solo una quota del 10 per cento verrebbe destinata alle discariche. La questione rappresenta un feroce terreno di scontro tra M5s e Pd, con i grillini che accusano i Dem di privilegiare la battaglia politica al posto dell’interesse dei cittadini. Il Campidoglio ha individuato tre aree dove realizzare i nuovi impianti di compostaggio dei rifiuti, in realtà ancora fermi alla fase progettuale, ma per il ministro dell’Ambiente Galletti non sarebbero sufficienti ad affrontare il problema in maniera credibile. Anche Stefano Parisi ha puntato il dito contro l’obiettivo 70 per cento di raccolta differenziata dichiarato da Nicola Zingaretti. “Non ci si è neanche avvicinati, siamo al 38 per cento”, le parole del leader di Energie per l’Italia, che sottolinea la necessità di chiudere entro 6 mesi il ciclo dei rifiuti e punta sulla riattivazione del termovalorizzatore di Colleferro. Ad essere tacciato come il colpevole dell’emergenza rifiuti, Zingaretti non ci sta: “Sentirmi dire che il piano rifiuti è bloccato per colpa nostra è un’ingiustizia, faccio invece un appello a tutti: sblocchiamolo ed aiutiamo Roma ad uscire dall’emergenza – ha affermato il governatore del Pd, prima di chiudere con una battuta sul fratello Luca – Un’inchiesta sulla gestione dei rifiuti la affiderei a Montalbano”.
di DAVIDE DI BELLO
GLI SFIDANTI TRASPORTI
Oltre l’Atac ferrovie locali e carenze strutturali
Dall’alto,Nicola Zingaretti, governatore uscente della regione Lazio, è appoggiato da una coalizione di centrosinistra (PD, MDP, PSI, +Europa, Verdi, CD), Roberta Lombardi, candidata del Movimento 5 Stelle. Stefano Parisi, appoggiato da una coalizione di centrodestra (FI, Lega, FdI, Energie per l'Italia, Noi con l'Italia - UDC)
Le infrastrutture ed il lavoro sono la testa di ponte attraverso cui Parisi spera di sfondare nel Lazio. Temi su cui l’ex direttore generale di Confindustria ha accusato la sinistra di immobilismo. “Dobbiamo rimettere in piedi un grande piano di investimenti, battendo la cultura del no. Noi vogliamo la Roma-Latina, rilanciare i porti di Fiumicino, Civitavecchia e Gaeta e collegare Roma con Viterbo”. Il candidato del centrodestra punta a rilanciare il lavoro e gli investimenti attraverso lo sviluppo del piano industria 4.0 e della banda larga nella regione, dove dice “i problemi sono evidenti”. Se diventasse governatore, ha annunciato una legge su ambiente, urbanistica e commercio. Il leader di Energie per l’Italia ha sottolineato l’opportunità per il Lazio di ottenere un’autonomia sullo stesso piano di quelle appena negoziata da Lombardia, Veneto ed Emilia e Romagna e la necessità dei maggiori poteri di azione da delegare alla città di Roma in quanto capitale del paese. Una necessità di cui si è fatta portavoce il sindaco Virginia Raggi. A sinistra, invece, la ricetta prevede una cura del ferro ed una manutenzione sistematica: “Abbiamo investito su nuovi bus, nuovi treni e nuove strade - scrive Zingaretti nel suo programma - e rinnovato già l’83 per cento dei mezzi sulle ferrovie, arriveremo al 100 per cento entro il 2020”. Sono previsti inoltre 500 nuovi bus per completare il parco mezzi e fare in modo che ci sia una corsa ogni 15 minuti negli orari di punta e ogni 30 nelle altre fasce orarie. Su lavoro e welfare Zingaretti punta al sostegno dei giovani: “Vogliamo dare nuove opportunità per acquisire competenze ed orientarsi nel mondo del lavoro: è già partito e proseguirà nei prossimi anni il progetto dei 600 euro al mese per i giovani dai 18 ai 29 anni per migliorare competenze, professionalità ed accrescere il proprio bagaglio culturale”. Per Lombardi il piano di rilancio della Regione si inserisce nel progetto nazionale del Movimento 5 stelle su reddito di cittadinanza e taglio dei vitalizi, per migliorare beni e servizi e garantire nuovi posti di lavoro nelle imprese: “Il taglio dei vitalizi da 20 milioni di euro l'anno, che diventano 100 milioni in 5 anni di consiliatura, permetterebbe di assumere persone, far scorrere graduatorie e sbloccare concorsi, acquistare macchinari per gli ospedali”.
SANITÁ
Liste d’attesa lunghissime e carenza di personale
La sanità, che si appresta a uscire dal commissariamento, è centrale nel programma di tutti i candidati alla guida della Pisana. Sono tanti, infatti, i disagi a cui i cittadini del Lazio vanno incontro: liste di attesa lunghissime, i costi, la carenza di personale e la conseguente riduzione delle prestazioni. Eppure secondo il rapporto 2017 del CREA, il think-tank dell’università di Roma Tor Vergata per la ricerca economica sanitaria, che ha analizzato l’efficienza dei servizi sanitari regionali, il Lazio è risalito in sesta posizione dopo anni di criticità. Per Zingaretti la premessa sono i risultati raggiunti, da migliorare ancora nei prossimi anni: “Abbiamo obiettivi ben chiari. Per prima cosa le liste di attesa: lavoriamo per garantire che entro un anno il 90 per cento delle visite e delle analisi non urgenti e non programmate avvenga entro 30 giorni”. Il presidente della regione uscente ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni per 18 interventi di ammodernamento e l’acquisto di macchinari nei maggiori ospedali di Roma e nelle province di Latina, Frosinone e Viterbo, mentre sul personale garantisce l’assunzione di 5mila nuovi operatori in 5 anni. Ma sia Roberta Lombardi che Stefano Parisi imputano al governatore uscente la carenza di medici e infermieri, da cui i discendono le liste di attesa infinite e la riduzione delle prestazioni. Nel suo diktat anti-Zingaretti, Lombardi punta il dito su tempistiche e costi della sanità. “Per prenotare un esame medico ci vuole un anno, per andare al pronto soccorso occorre una giornata libera dal lavoro”, ha incalzato nella conferenza stampa di presentazione del suo programma. “Diritti” è la parola chiave e la direzione per la riforma sanitaria che ha in mente la candidata del M5s, secondo cui il Lazio in questi anni sarebbe stato trascinato verso la privatizzazione della sanità. Le fa eco il candidato del centrodestra: “Non si può dare un appuntamento per una tac dopo nove mesi, così chi ha un'urgenza, e non può permettersi una clinica privata, deve andare in altre regioni”. La base di partenza per Parisi è rappresentata dal taglio degli sprechi, abbinato ad una gestione più efficiente per innalzare la qualità dei servizi. L’apertura di presidi ambulatoriali h24 e lo sviluppo dell’assistenza domiciliare serviranno ad alleggerire la pressione sui Pronto soccorso. Ma servono risorse ed assunzioni stabili per una nuova generazione di medici e personale sanitario che assicuri più efficienza negli ospedali. Su questo, candidati e cittadini, sono tutti d’accordo.
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società
Fake News
Francesco ha dedicato il messaggio per la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali alle notizie false
l’antidoto del Papa
“Il giornalismo è una vera missione”
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di SALVATORE TROPEA
erché le fake news sono così pericolose ed efficaci? Perché appaiono plausibili, veritiere e catturano l’attenzione. Sono mimetiche e così si insinuano nel ciclo informativo, fino a diventarne parte. È questo l’allarme lanciato da Papa Francesco, nel suo messaggio – divulgato lo scorso gennaio – per la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebrerà il prossimo 13 maggio. Il Pontefice ha messo l’accento sul “dramma della disinformazione” e quindi sullo “screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti”. Francesco ha però anche indicato una via per uscire dal tunnel delle false notizie, con una particolare attenzione proprio agli addetti ai lavori, chiamati da Bergoglio “i custodi delle notizie”, il cui ruolo non è semplicemente un mestiere “ma una vera e propria missione”. La natura mimetica delle fake news è insita nel loro dna e nella loro capacità di confondere e avvelenare il panorama dell’informazione. Né è convinto Vincenzo Corrado, direttore del Servizio di Informazione Religiosa. L’avvelenamento delle notizie false, afferma Corrado a Lumsanews, “non è presente solo a livello professionale, ma soprattutto nelle relazioni quotidiane che si instaurano tra le persone e questo è ben visibile sui social dove le inesattezze delle notizie fake si auto-alimentano ed entrano in un circolo vizioso, generando e favorendo soprattutto l’odio e lo scontro”. Non si parla più di bufale divulgate a scopo ludico o
satirico, ma “di fake news che hanno ricadute importanti in termini economici e politici” come precisa il professor Paolo Peverini, docente Luiss di Marketing e linguaggi dei nuovi media e autore del libro Il racconto di Francesco – La comunicazione del Papa nell’era della connessione globale. Secondo Peverini il fenomeno diventa quindi ancora più preoccupante e drammatico proprio perché “le fake news sono particolarmente difficili da essere scoperte e rivelate. Quindi – precisa – il ruolo del giornalismo oggi è tanto più importante quanto questo fenomeno delle fake news è dilagante”. Decisivo è il “cosiddetto debunking, ovvero svelare l’infondatezza delle notizie fake. A tal proposito – continua Peverini – fondamentale è il ruolo degli operatori della comunicazione, soprattutto nei media digitali, di fare sempre più fact-checking. Ormai, infatti, il giornalismo non è solo raccontare gli eventi e ciò che avviene nel mondo, ma anche svelare le finte informazioni”. Le informazioni distorte, inoltre, diventano ancora più pericolose quando – sempre per la loro natura mimetica – vengono ritenute plausibili anche da alcuni organi di informazione e, diventando virali, sono altrettanto difficili da smentire, anche da fonti autorevoli e ufficiali. Su questo aspetto centrale diventa la frase che apre il messaggio di Papa Francesco, ripresa dal Vangelo di Giovanni: la verità vi farà liberi. Un insegnamento che, secondo il direttore del Sir Corrado, “vale per tutti, perché non esiste il giornalista cattolico e il giornalista laico, ma solo il gior-
nalista che deve rispettare i principi etici e deontologici”. Per questo il versetto del Vangelo “suona con un impegno morale che non deve essere sottovaluto né trascurato”. Il mondo del giornalismo infatti, spiega Corrado, “si è sempre di più piegato agli interessi dell’audience e dei like sui social, con i quali le fake news vanno a braccetto perché trovano una grande cassa di risonanza”. E proprio di contrastare la logica dell’audience ha parlato il Pontefice nel suo messaggio, richiamando la necessità di “un giornalismo fatto da persone per le persone”. Questo aspetto è fondamentale, spiega il direttore del Sir, perché “significa recuperare l’umanità come criterio fondamentale che dovrebbe accompagnare tutto il processo di produzione della comunicazione, dalla verifica delle fonti fino alla pubblicazione stessa delle notizie, anche per far recuperare credibilità e identità alla professione”. Un’umanità, inoltre, che si esplica nel rapporto tra giornalisti e lettori, un rapporto di fiducia e, soprattutto, di ascolto reciproco. Corrado cita infatti un principio comunicativo: “ogni comunicatore deve essere anche un perfetto ascoltatore”. Sulle conseguenze delle fake news e sulla mancanza di dialogo il professor Peverini ha sottolineato come esse “costruiscono la logica del nemico e veicolano delle opinioni non basate sui fatti ma su pseudo-fatti che portano quindi a tensioni e ad esasperare i conflitti, scoraggiando qualsiasi forma di dialogo”. Dunque il tema dell’ascolto appare fondamentale, anche
se è proprio la cosa più difficile da mettere in campo sui Social. Come spiega Peverini, infatti, sui media digitali si creano “le cosiddette echo-chambers, ovvero il meccanismo per cui gruppi di utenti tendono ad interagire con chi ha opinioni simili o identiche alle proprie e quindi cambiare punto di vista o entrare in contatto con una visione diversa è molto difficile”. Inoltre i Social sono i principali veicoli per le notizie false e tendenziose, tanto che Facebook ha messo in campo un’iniziativa – supportata anche da alcune testate online e cartacee – per sensibilizzare gli utenti nel ricercare e riconoscere le fake news, con dei consigli per districarsi nella giungla della disinformazione. Ecco perché ascolto e dialogo – nell’ottica del messaggio di Francesco – diventano fondamentali per contribuire a costruire legami e ponti. Anche monsignor Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria della Comunicazione della Santa Sede, ha posto l’accento sull’importanza dell’ascolto e della responsabilità, commentando il messaggio del Papa sul portale VaticanNews. “La capacità di ascolto – ha dichiarato – esige una maturità umana tale da favorire adattamenti alle diverse e impreviste circostanze. La comunicazione non è solo trasmis-
Il Pontefice ha messo l’accento sul dramma della disinformazione, che fomenta conflitti
sione di notizie, è disponibilità, arricchimento reciproco, relazione”. Il prefetto si è inoltre appellato ad una maggiore alleanza tra istituzioni, federazioni professionali e cittadini, nella ricerca della verità senza distorsioni. Si torna quindi all’aspetto della missione del giornalista, ma anche – come conclude Peverini – alla responsabilità “di ciascuno di noi in quanto consumatori dell’informazione”. Papa Francesco nel messaggio ha citato l’episodio del serpente e di Eva nella Genesi, da cui è scaturito il peccato originale. Secondo Bergoglio si è trattato della “prima fake news” della storia. C’è la responsabilità del serpente, ma anche di chi “crede alla notizia falsa, anche di fronte ad un’evidenza di tipo scientifico o empirico”. L’ascolto dunque, diventa fondamentale perché garanzia di responsabilità da parte di tutti: giornalisti, chiamati a verificare e scardinare le bufale; lettori e spettatori, chiamati ad accertarsi e non dare niente per scontato. Il senso del messaggio del Santo Padre è dunque proprio l’esortazione a rigettare logiche di falsità e screditamento dell’altro, per costruire dialogo e confronto.
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L’INTERVISTA / VINCENZO CORRADO
“Un’informazione rivolta alle persone significa essere responsabili”
“La verità vi renderà liberi” è un impegno etico per tutti
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l Santo Padre ha parlato della “natura mimetica” delle fake news, cosa significa?
La natura mimetica fa parte del loro DNA; la loro capacità di confondere verità con veridicità, quindi di inculcare il falso. Le fake news nascono proprio da un avvelenamento, che esiste nel mondo della comunicazione. Non tanto e non solo a livello professionale, quanto nelle relazioni quotidiane che si instaurano tra le persone. Se si va ad analizzare proprio il fenomeno delle fake news si può notare chiaramente che queste vivono in dei circoli viziosi che si autoalimentano, generando e favorendo in sostanza l’odio. L’invito principale che anche il Papa ha rivolto è proprio quello a recuperare una grande capacità di ascolto e quindi di relazione. In questo modo si potrebbe favorire una dialettica dell’interazione che potrebbe favorire anche un recupero del proprio ruolo e un riportare la comunicazione al suo alveo originario che è proprio quello di favorire processi di comunione. Nel messaggio del Papa si fa riferimento ad un giornalismo fatto dalle persone per le persone. Esattamente, significa recuperare l’umanità nel modo di fare informazione, ovvero un criterio fondamentale che deve accompagnare il giornalista lungo tutto il processo di produzione della comunicazione. L’umanità non deve essere presente soltanto nella selezione delle notizie, ma deve permeare ed accompagnare sia pure con rilievo diverso tutte le procedure successive: dalla verifica fino anche alla pubblicazione delle stesse notizie. C’è un principio comunicativo che recita: ogni comunicatore deve essere anche
Vincenzo Corrado, direttore SIR - Servizio Informazione Religiosa
un perfetto ascoltatore. Infatti, l’umanità deve contraddistinguersi anche come rispetto nei confronti del lettore. Un giornalismo rivolto alle persone è un richiamo alla responsabilità, ad essere presenti con una postura integerrima nei confronti della comunicazione e come essa nasce e si sviluppa. “La verità vi renderà liberi”, vale solo per i cattolici? È un insegnamento che vale per tutti nel mondo del giornalismo. Non esiste il giornalista cattolico e il giornalista laico, esiste il giornalista, che deve rispettare i principi etici. Poi è chiaro che ognuno per la sua appartenenza si lascia informare con un di più. Ad esempio il giornalista cattolico porta con sé il proprio bagaglio di appartenenza ad una fede e quindi il richiamo alla verità è un imperativo in più, ma tutti i giornalisti devono rispettare la propria deontologia. Quindi “la verità vi farà liberi” può suonare anche come un impegno etico che non deve essere sottovalutato né trascurato.
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Le false notizie vivono in dei circoli viziosi che si auto alimentano, generando e favorendo l’odio
ROMA
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dei quartieri
GARBATELLA A PIEDI
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1- Il cavalcavia Settimia Spizzichino, ponte che collega il quartiere al resto della città.
2- Il teatro Palladium, costruito tra il 1927 e il 1931: simbolica porta di ingresso al rione. 3- Un murale all’entrata del Mercato agricolo.
4- La Scala degli innamorati e la Fontana Carlotta sono alcune tracce della presenza della “garbata ostella”..
Garbatella
5- L’ingresso del centro sociale autogestito La strada.
6- Un graffito del 1948 a favore del Fronte democratico popolare. Un vero e proprio manifesto elettorale che è stato restaurato dal Municipio.
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un paese dentro la Città
Le mille contraddizioni del quartiere tra antifascismo, storia e leggende
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di CARMELO LEO
n diamante grezzo, incastonato tra il quartiere Ostiense e la porzione di via Colombo all’altezza dell’Appia antica. Garbatella è un quartiere unico a Roma: lontano dal caos del centro, a misura d’uomo, popolato da facce che ogni giorno rimangono sempre al loro posto. Un paesino dentro la Capitale. Un groviglio di case, strade e parchi, che racchiude al suo interno una serie immensa di contraddizioni: tra antico e moderno, tra bellezza e degrado, tra educazione e inciviltà, tra città e periferia, tra centri sociali e jeans col risvoltino. Per chi ci vive, Garbatella è più di un quartiere: “È il riscatto di una zona popolare - spiega una donna da dietro la sua edicola ad angolo - che fino a qualche anno fa veniva definita «borgata», con tono dispregiativo. E che col tempo ha fatto valere la sua storia”. Oggi, a frequentare la zona non è solo il ceto basso. Ci si sono trasferiti studenti, lavoratori, famiglie. Uno degli emblemi della trasformazione di Garbatella è il cavalcavia che permette di collegare il quartiere con la via Ostiense. Un ponte che sovrasta la doppia barriera di ferro formata dalla Roma-Lido e dalla linea B della metropolitana. Tubolare, futuristico, il collegamento non piace però a tutti gli abitanti: molti lo vedono come un punto di discontinuità con l’architettura del quartiere. Il ponte però mette anche in risalto la distanza tra il rione e il resto della città. Sembra quasi essere caduto dall’alto, fuori posto in un’area contraddistinta da case basse, antiche, gialle o arancioni, suddivise in lotti. Il cavalcavia è stato costruito solo cinque anni fa, quando la Garbatella si era già lasciata sedurre dalla modernizzazione. È intitolato a Settimia Spizzichino, romana, l’unica donna sopravvissuta al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e alla successiva deportazione ad Auschwitz. Passeggiando per la Garbatella si respira un’aria decisamente operaia. Ci è nata Giorgia Meloni, è vero, ma è un quartiere storicamente “rosso”, antifascista fin dalle origini. Qui vennero relegati molti di quei rivoluzionari che non vollero arrendersi alla dittatura. Ma anche tutte le persone rimaste senza casa, dopo che il regime decise di abbattere molte abitazioni in centro per ridisegnare il volto della Capitale. Garbatella, con i suoi particolari complessi abitativi, divenne la naturale destinazione per tutte quelle persone. Trattenuta in una sorta di ghetto, la Resistenza partigiana trovò terreno fertile. Una serie di
graffiti, il centro sociale “La strada”, il sacrario delle Fosse Ardeatine (dove riposano le vittime di una delle più sanguinose stragi fasciste del Ventennio) sono le tracce più palesi di questo spaccato di storia romana e italiana. Al tempo del Rastrellamento del ghetto, Garbatella esisteva già da più di vent’anni. Fu direttamente il re Vittorio Emanuele III, il 18 febbraio 1920 in piazza Benedetto Brin, a benedire la costruzione del quartiere, per un motivo ben preciso. Era stato infatti deciso che Ostia avrebbe ospitato un porto, collegato ad altri due porti fluviali, sul Tevere. Garbatella nasceva con lo scopo di “offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della Capitale”, come si legge su una targa in piazza. I lotti circondati dalla campagna, con le loro case essenziali, furono costruiti per ospitare quei lavoratori. Garbatella nacque dunque come borgo marinaro, ma il progetto poi naufragò, non senza lasciare tracce. Col tempo, accanto alla zona storica, si è sviluppata una Garbatella più moderna. Una saldatura tra passato e presente geograficamente singolare: nella zona sud i lotti, i giardini, le case ad angolo; a nord i grandi palazzi, gli uffici, le aziende. Ma anche centri come il Teatro Ambra o il Palladium, prova di un crescente fermento culturale. Negli anni, molti registi hanno ambientato qui alcune scene delle loro pellicole: tra questi, Pier Paolo Pasolini, Nanni Moretti, Luciano Emmer. Per la tv, impossibile non citare la fiction I Cesaroni, che ha portato il nome del quartiere nelle case in tutta Italia. C’è un piccolo enigma, poi, sull’origine del nome del quartiere. Un indizio in tal senso si trova lungo la Scala degli innamorati, quella che nel dopoguerra diventò punto di incontro delle giovani coppie. Proprio lì accanto sorge infatti la Fontana Carlotta, uno dei simboli della Garbatella. Secondo una leggenda popolare, Carlotta era la gentile, e forse sensuale, locandiera di un’osteria vicino alla basilica di San Paolo. La donna veniva ricordata da tutti per la sua attenzione verso i più bisognosi. Proprio dalla “garbata ostella” Carlotta sarebbe derivato il nome Garbatella. Qualsiasi passeggiata nel rione, tra edifici storici e angoli totalmente votati all’incuria, inizia e finisce sempre sul ponte Spizzichino. Il cavalcavia futuristico ha una struttura a elica, simile a quella del nostro dna: forse il segnale della forza con cui la Garbatella entra nell’anima di chi la vive.
Il nome del rione deriverebbe da una gentile e sensuale locandiera: Carlotta la “garbata ostella”
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Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore scientifico Francesco Bonini
Direttore responsabile Carlo Chianura Redazione
Lorenzo Capezzuoli Ranchi, Giordano Contu, Davide Di Bello, Gloria Frezza, Rossella Melchionna, Marina Lanzone,Carmelo Leo, Antonio Scali, Salvatore Tropea. Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003