Skip to main content

Lumsanews n. 4 del 15 ottobre 2021

Page 1

L’inchiesta

Covid, c’è un legame tra smog e mortalità Il “bacino” padano soffre di più di NICCOLO’ PESCALI e ENRICO SCOCCIMARRO

A PAGINA 8

Il duello per la Capitale PERIODICO NUMERO IV 15/10/2021

Emergenza rifiuti, buche, piste ciclabili pericolose e caos mobilità Roma si prepara al nuovo sindaco ma le criticità restano le stesse

Il reportage

Torre Angela nel quartiere che non vota

di VALERIO ALBERTINI e LUCA SEBASTIANI

L’astensionismo nelle periferie di Roma è stato per distacco il primo partito nelle elezioni comunali. A Torre Angela, quartiere del Municipio VI a est della Capitale, sono andati a votare al primo turno solo il 42,9% degli aventi diritto. Il dato più basso di tutta la città, che in media ha registrato un’affluenza del 54,7%. La maggioranza dei residenti è delusa e si sente abbandonata dalla politica e dall’amministrazione uscente.

di FRANCESCA FUNARI e THOMAS TOMASSINI

L’intervista

“La giunta Raggi ci ha impoverito” “Come è stata la situazione a Torre Angela? Negli ultimi cinque anni questa giunta Raggi ci ha impoverito ulterirmente, creando altri problemi alla città, alla periferia. Abbiamo bisogno di una politica che rilanci la città. La gente non è più interessata alla politica e la sindaca non ha fatto nulla per cambiare questa situazione. I cittadini non l’hanno mai vista, non sanno chi sia. Anche i rappresentanti a livello locale sono pochissimi”.

ALLE PAGINE 4 E 5

Dall’emergenza ai rifiuti al tema dell’accoglienza passando per il nodo trasporti e la manutenzione delle strade. Queste sono alcune delle problematiche alle quali dovrà far fronte il prossimo sindaco di Roma. In vista del ballottaggio del 17 e 18 ottobre che vedrà confrontarsi gli ultimi due candidati per la corsa al Campidoglio, Enrico Michetti per il centrodestra e Roberto Gualtieri per il centrosinistra, i cittadini della Capitale torneranno alle urne per decidere chi sarà il prossimo sindaco di

Roma. Una scelta che influenzerà la composizione della nuova Aula Giulio Cesare e determinerà i nomi dei nuovi consiglieri. Indipendentemente da chi vincerà, l'obiettivo dovrà essere quello di risollevare le sorti della Capitale partendo da quelle che sono le problematiche più evidenti.

ALLE PAGINE 2 E 3

Nucleare ecologico La sfida dei piccoli reattori da usare su scala industriale

di FRANCESCO FATONE e FRANCESCA CHIARA MASSIMANO ALLE PAGINE 6 E 7


PAGINA 2

IL VOTO A ROMA

Enrico Michetti e Roberto Gualtieri si contendono il 17 e il 18 ottobre la carica di primo cittadino. Una carrellata sui mali della Capitale

D

Roma

il focus

verso il nuovo

sindaco

Dalla spazzatura alle voragini ai trasporti sei sfide per il successore di Virginia Raggi di FRANCESCA FUNARI e THOMAS TOMASSINI

all’emergenza ai rifiuti al tema dell’accoglienza passando per il nodo trasporti e la manutenzione delle strade. Queste sono alcune delle problematiche alle quali dovrà far fronte il prossimo sindaco di Roma. In vista del ballottaggio del 17 e 18 ottobre

che vedrà confrontarsi gli ultimi due candidati per la corsa al Campidoglio, Enrico Michetti per il centrodestra e Roberto Gualtieri per il centrosinistra, i cittadini della Capitale torneranno alle urne per decidere chi sarà il prossimo sindaco di Roma. Una scelta che in-

fluenzerà la composizione della nuova Aula Giulio Cesare e determinerà i nomi dei nuovi consiglieri. Indipendentemente da chi vincerà, l'obiettivo dovrà essere quello di risollevare le sorti della Capitale partendo da quelle che sono le problematiche più evidenti

RIFIUTI

STRADE

PISTE CICLABILI

I cittadini romani potranno essere indecisi su chi eleggere come nuovo sindaco della Capitale ma sono tutti concordi sul fatto che a Roma la nettezza urbana sia insufficiente. La piaga delle strade e dei marciapiedi sporchi, dei rifiuti e delle discariche a cielo aperto è un problema ormai endemico per la Città eterna. Da mesi i cittadini parlano di allarme sanitario, con immondizia e montagne di rifiuti ingombranti lasciati marcire a terra anche nei quartieri più residenziali fino a diventare polo attrattivo per i cinghiali. Il problema dei rifiuti a Roma può essere compreso meglio se si considerano le tre circostanze che hanno contribuito a generarlo: la prima è di tipo storico riconducibile alla discarica di Malagrotta oggi chiusa.Si tratta della discarica più grande d’Europa (240 ettari), ampia come un intero quartiere, in funzione dal 1974 al 2013 e in cui sono state versate 5mila tonnellate di rifiuti al giorno. La seconda circostanza è di tipo legale e amministrativo e si basa sulla conflittuale condivisione di competenze tra Comune e Regione. Come il braccio di ferro iniziato questa primavera tra la regione Lazio e il Campidoglio che ha portato Nicola Zingaretti a togliere la gestione rifiuti a Virginia Raggi. Il presidente della regione con un’ordinanza aveva richiesto all’amministrazione di Virginia Raggi di produrre un piano impiantistico e di indicare il sito della discarica. Il sindaco si era opposto per la non idoneità di Roma a ospitarne una come certificato dalle cartografie della metropoli. Da qui il commissariamento. La terza circostanza è di tipo tecnico e si lega alla carente dotazione di impianti. Roma ogni giorno produce 2mila tonnellate di rifiuti di differenziata da avviare al riciclo e 2600 di indifferenziata da trattare e si ritrova con impianti TMB (di trattamento meccanico biologico) insufficienti e sempre pieni che la costringono a rivolgersi ai comuni circostanti o addirittura ad altre regioni (procedura che ogni anno impegna 170 milioni di euro). Ma gli accordi con gli altri enti locali non sempre vanno a buon fine, per via del costo sociale, ambientale e politico che comporta gestire grandi quantità di rifiuti. Ne sono un esempio le proteste che ci sono state quest’estate ad Albano, un comune dei Castelli Romani dove di recente è stata riaperta una vecchia discarica per portare i rifiuti della Capitale. Secondo il monitor rifiuti Lazio 2020 negli 11 impianti di Trattamento Meccanico-Biologico sono trattate annualmente 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, l’87% dei quali proveniente dalla raccolta indifferenziata. Da questo punto di vista non sembrerebbe, quindi, esserci carenza di impiantistica intermedia a livello regionale, tuttavia la distribuzione non è equa tra i diversi ATO (ambito territoriale ottimale). Il dato pro capite medio (288 kg/anno) risulta maggiore rispetto alle medie italiana e del Centro Italia. Virginia Raggi aveva promesso di portare la raccolta differenziata a Roma al 70% ma oggi la Capitale è ferma al 46, ben al di sotto della media nazionale.

La condizione delle strade a Roma sarà un’altra gatta da pelare per il futuro sindaco. Sempre con maggiore frequenza infatti si registrano cadute di alberi e aperture improvvise di voragini causate da guasti idrici capaci di bloccare una città e di causare incidenti. È il segno visibile del lento, carente e tardivo intervento pubblico in materia di manutenzione stradale. Ecco allora che Roma sprofonda, letteralmente. Solo il 5 ottobre una voragine lunga 8 metri e profonda 3 si è aperta in via di Villa Serventi, zona Pigneto, durante dei lavori stradali di pavimentazione. Un disagio che ha richiesto il blocco del traffico veicolare. Uno scenario simile si era verificato qualche giorno prima sulla via Tuscolana all’incrocio con Piazza di Cinecittà con i pompieri costretti, anche in quel caso, a fermare la circolazione dei mezzi stradali a causa del rischio crollo. La scorsa primavera in un mese sono state sette le voragini a condizionare il traffico in città, con Roma martoriata e colpita in diversi quadranti. Una città groviera che, anche a causa dei guasti idrici, ha visto e vede pezzi di asfalto cadere, quasi sciogliersi. A quanto pare le voragini sulle strade di Roma sono i nuovi stress test per i guidatori romani e possono arrivare addirittura a ingoiare le auto in sosta. Come avvenuto lo scorso maggio nel popolare quartiere di Torpignattara dove secondo i vigili del fuoco a causare il crollo sarebbe stata una vasta perdita d’acqua; o come in via dei Colli Portuensi quando il 15 aprile a essere stato inghiottito era stato invece un camion. Ma cosa genera queste crepe nel manto stradale? Una delle cause è la composizione del sottosuolo: i materiali piroplastici, i depositi alluvionali e i terreni di riporto su cui è stata costruita Roma, non sono certamente rocce solide come il basalto e il calcare. A tal proposito l’amministrazione di Virginia Raggi aveva promesso di intervenire riqualificando la rete stradale cittadina, attraverso il progetto #Stradenuove e asfaltando 800 chilometri di strada della grande viabilità entro la fine del suo mandato. Come annunciato dallo stesso sindaco uscente a gennaio in un post su Facebook. “Solo nell’ultimo anno sono stati realizzati oltre 120 chilometri di #StradeNuove.- scriveva- Un bel cambio di rotta rispetto al passato”. “Anche in piena emergenza sanitaria, i cantieri non si sono mai fermati”. La seconda motivazione dietro queste crepe risiede nell'asportazione del materiale sottile, a causa delle perdite nel sistema fognario o degli acquedotti. La perdita idrica che da loro deriva è altissima, pari al 50% di quanto esce dalla sorgente e a ciò si devono aggiungere le fogne ancora realizzate in laterizio (mattoni). Per evitare la formazione di questi crateri, accentuati dalle vibrazioni del traffico stradale servono prevenzione, programmazione e monitoraggio del sistema idrico che scorre sotto le strade. Nel 2020 l’amministrazione di Virginia Raggi rendeva noto il programma pensato per evitare allagamenti durante le piogge con interventi su fognature e caditoie dal valore di 1 milione di euro.

Ad accendere il dibattito politico e cittadino anche la questione delle ciclabili costruite a singhiozzo, in punti pericolosi per il traffico di altri veicoli e spesso minate da buche o sporcizia che non ne agevolano la viabilità. È il caso della ciclabile in via Pineta Sacchetti che non ha dato tempo agli appassionati delle due ruote di percorrerla perché una volta finita è subito stata oggetto di polemiche. Gli operai hanno infatti dovuto delimitare lo spazio dedicato alle biciclette e distinguerlo da quello riservato invece alle macchine. Ma ora lo spartitraffico è piuttosto ingombrante e riduce di molto la corsia per le auto ma soprattutto per le autoambulanze: deficit non da poco data la vicinanza con il Policlinico Gemelli. Ha fatto parlare di sé anche la ciclabile di viale Battista Bardanzellu, nel quartiere romano di Colli Aniene. Il suo merito sarebbe quello di essere la più corta del mondo:40 metri circa. La pista è stata costruita all'interno di uno spartitraffico che divide i due sensi di marcia della strada di quartiere, dove esistono già altre piste ciclabili. Anche la pista in via Gregorio VII, all’ombra della cupola di San Pietro, ha catturato i riflettori divenendo la ciclabile della discordia. Il progetto da 150 chilometri di percorsi dedicati alle due ruote, pensato e realizzato dal Campidoglio in pieno lockdown, ha infatti diviso i cittadini romani e la politica. Per alcuni si tratterebbe di una ciclabile pericolosa e ingombrante, piena di interruzioni tra distributori di carburante e fermate degli autobus che costringe i ciclisti a uscire dal percorso in sicurezza della ciclabile e a immettersi su via Gregorio VII, che essendo a doppia corsia è una via ad alto scorrimento. Per altri l’opera sarebbe inutile, pericolosa e costosa. Una pista che penalizza i residenti e gli esercizi commerciali, che ruba posti auto e restringe la carreggiata. Ma c’è anche chi l’ha definita “utile da percorrere” in un quadrante da sempre congestionato di traffico. C’è poi via Tuscolana con la bike lane inclusa nel pacchetto di ciclabili transitorie che il Campidoglio ha annunciato dopo il lockdown. Lì l’amministrazione municipale aveva già previsto la realizzazione di una ciclabile definitiva. Aveva anche messo a bilancio i fondi necessari alla sua cantierizzazione che, di fatto, avrebbe finito per rappresentare la prosecuzione della pista, tra Subaugusta e Numidio Quadrato, che era stata attivata nel luglio 2019. L’esecuzione della ciclabile transitoria, finalizzata a creare un percorso ciclabile in grado di connettere Subaugusta con San Giovanni, è stata però immediatamente contestata dai romani al volante per via del restringimento della carreggiata. Anche i commercianti si sono uniti al coro dopo l’invasione degli autobus di linea davanti alle loro attività. I pochi posti per parcheggiare costringerebbero poi gli autoveicoli, inclusi i camion adibiti al carico/scarico merci, a tentare soste alla disperata in seconda o terza fila.

Capitale al collasso La città sprofonda Polemica tra i romani mancano discariche per evitare le buche percorsi poco sicuri serve manutenzione costruiti a singhiozzo e impianti TMB


LUMSAnews

LA SCHEDA

PAGINA 3

L’AVVOCATO Enrico Michetti, candidato sindaco di centrodestra. È sostenuto da Fratelli d'Italia, Forza Italia-Udc, Lega, Rinascimento e Cambiamo, Partito liberale europeo, Lista Civica per Michetti e Lega. Al primo turno ha conquistato il 30% delle preferenze con oltre 334mila voti

L’EX MINISTRO Roberto Gualtieri, candidato sindaco di centrosinistra. È sostenuto dal Partito Democratico, Roma Futura, Psi, Sinistra Civica Ecologista, Lista Civica Gualtieri Sindaco, Europa Verde, Demos. Al primo turno Gualtieri ha conquistato il 27% delle preferenze con quasi 300mila voti

TURISMO

TRASPORTI

ACCOGLIENZA

Roma deve essere fortemente rilanciata dal punto di vista del turismo, principale “industria” della Capitale. Il 2021 deve essere l’anno della ripresa per il turismo capitolino e nel periodo estivo, malgrado pesasse l’assenza degli ospiti internazionali a causa delle restrizioni, c’è stato una ripresa rispetto allo stallo assoluto del 2020. I numeri, sebbene la situazione non sia ancora tornata ai livelli preCovid, sono incoraggianti. Secondo i dati dell’ente bilaterale del turismo nel terzo e nel quarto bimestre del 2021 gli arrivi nella Capitale sono aumentati del 65,4%. La maggior parte di loro, però, restano nella Capitale in media per due notti, ancora meno delle 2,5 della fase pre-virus. Numeri più incoraggianti arrivano da voli e alberghi che durante l’estate hanno sofferto l’assenza di domanda internazionale: a settembre all'aeroporto di Fiumicino la media dei passeggeri era di 51 mila al giorno, solo il 35% di quanto accadeva nel 2019, ma comunque un netto miglioramento rispetto al 2020, segno di quanto abbia pesato e continui a pesare l’impatto della pandemia sul settore. Con il calo del turismo a Roma nel 2021, rischia soprattutto chi lavora in questo settore, considerando lo sblocco dei licenziamenti e la fine della cassa integrazione: un dipendente su due rischia di non tornare a lavoro almeno fino a marzo. Proprio per questo il presidente dell’Ente bilaterale del Turismo Laziale ha richiesto il prolungamento della cassa integrazione, almeno per quanto riguarda il settore del turismo, almeno fino alla primavera del 2023.Il mondo del turismo capitolino versa in una posizione incerta, ma le prospettive per l’immediato futuro lasciano ben sperare considerando il graduale rientro dell’emergenza sanitaria, anche grazie all’andamento della campagna vaccinale:l’introduzione del green pass e le nuove regole per gli spostamenti turistici stanno avendo effetti positivi.Nel Lazio e nella provincia di Roma le previsioni indicano una ripresa della domanda complessiva, spinta in particolar modo da quella domestica, mentre per la piena ripresa delle presenze straniere, si dovrà attendere. I dati dello scenario di base prevedono, per il 2021, un recupero di circa il 60% delle presenze effettive del 2019.Su tale previsione incide, negativamente, l’impatto dei primissimi mesi dell’anno, pienamente colpiti dal Covid a differenza di quanto accaduto nel 2020. Tant’è che nei primi mesi del 2021 il tasso di occupazione delle camere è crollato di oltre il 70% rispetto al 2019. Il nuovo sindaco dovrà ripartire dai punti di forza del settore: le presenze straniere e l’attrattività culturale ma anche dai fattori determinanti nella scelta delle mete turistiche: per il 77% dei turisti la sicurezza è al primo posto, davanti al rapporto qualità/prezzo (75,7%), alle attrazioni naturali o culturali (75,4%), al comfort (72,9%), alla cultura, lo stile di vita e le tradizioni locali (71,8%) e all’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità (69,3%). Roma ha quindi tutte le carte in regola per poter ripartire con forza appena la pandemia sarà superata.

Orari scaglionati per negozi e attività commerciali, il rientro degli alunni e dei lavoratori nelle sedi: la fine della didattica a distanza e dello smart working ha di fatto segnato il ritorno del caos per quanto riguarda trasporti e mobilità. È questa la fotografia del sistema di trasporto pubblico della Capitale. Un nodo che si fa fatica a sciogliere e per il quale saranno decisivi i fondi messi a disposizione dal Pnrr e in occasione del Giubileo del 2025. I punti principali su cui dovrà operare il prossimo sindaco di Roma sono due: sicurezza e accessibilità, ottenibili attraverso la riorganizzazione degli spazi urbani e il miglioramento del sistema di trasporto pubblico. Il servizio con bus e tram deve tornare in primo piano per assicurare la qualità del servizio ai cittadini.Qualità di cui al momento Roma è a corto: le continue chiusure delle linee metropolitane unite ai forti disagi causati dai ritardi dei treni e il recente incendio del ‘Ponte di ferro’, hanno di fatto peggiorato il traffico stradale generando caos e mandando in tilt la viabilità capitolina. Le cause sono molteplici: negli ultimi sei anni, l’offerta in termini di vetture per chilometro, è complessivamente diminuita sia per quanto riguarda il Tpl di superficie che per le ferrovie. La carenza di vetture provoca una conseguente riduzione dei posti offerti per ciascun chilometro. Questo, combinato con il traffico, comporta tempi più lunghi per gli spostamenti, oltre a un considerevole aumento dei mezzi in transito. A peggiorare il quadro complessivo l’analisi dell’A.Co.s. (Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma Capitale) secondo la quale una corsa su due di Atac, non rispetta le frequenze di passaggio. Lunghe attese alla fermata, pochi posti a disposizione e sovraffollamento dei mezzi. Una situazione che sicuramente non appaga gli utenti: il 34% dei partecipanti ad un'indagine A.Co.s., condotta su oltre 2 mila fruitori del servizio, il trasporto pubblico locale così com’è non scoraggia il ricorso al mezzo privato. Mentre per il 38%, può rappresentare solo parzialmente una possibile alternativa al mezzo privato. Altro nodo importante da sciogliere è legato all’estensione del green pass a tutti i lavoratori previsto per il 15 ottobre. La preoccupazione a riguardo è forte perché la carenza di autisti romani ormai strutturata, l’alta percentuale di non vaccinati nel comparto insieme all’oggettiva impossibilità di procedere al tampone rispettando modalità e tempi dell’attività lavorativa, produrrebbero un forte impatto negativo sulla capacità di erogare servizi necessari. Un paradosso che, considerando il periodo in cui si parla di transizione ecologica, di macchine da muovere meno e di mezzi pubblici da incentivare, vedrebbe bus fermi nei depositi e gli autisti a casa senza stipendio. A peggiorare ulteriormente la situazione il livello di assenteismo, che per aziende come Atac supera il 12%: vale a dire che ogni giorno circa 1.500 dipendenti non si presentano a lavoro.

Roma è la seconda città italiana, dopo Milano, per numero assoluto di cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti. Filippine, Bangladesh e Cina sono i paesi di nascita prevalenti degli immigrati a Roma, con incidenze rispettivamente del 12,7%, 11,2% e 6,9% sul totale dei non comunitari. In particolare, la comunità bangladese della capitale è la più rilevante a livello nazionale e rappresenta il 27,8% del totale presente in Italia. Importanti anche le presenze ucraine, egiziane e indiane. La pandemia da Covid ha avuto, tra i suoi effetti, il merito di aver generato uno stato di sospensione sociale. Anche nella Capitale il Covid ha indebolito l’erogazione delle prestazioni sociali agli immigrati. Registrazioni anagrafiche, iscrizioni al servizio sanitario, accesso alle cure e richieste, rinnovi dei permessi di soggiorno, servizi di mediazione, corsi di italiano: tutto è stato penalizzato dalla chiusura degli uffici al pubblico e dalla digitalizzazione di servizi prima erogati in presenza. Lo anticipa il nuovo Rapporto Idos sulle migrazioni nell’area romanolaziale che, dopo 15 anni, cambia nome: da Osservatorio Romano sulle Migrazioni a Osservatorio sulle Migrazioni a Roma e nel Lazio, per sottolineare come si è esteso il campo di analisi con l’insediamento dei cittadini immigrati in tutti i Comuni della regione. A risentire maggiormente di questa situazione di stallo è stata soprattutto la fase di accoglienza e di collocazione degli stranieri: molti dei migranti che arrivano a Roma al momento dormono all’aperto o in ripari di fortuna. In questo ambito il comportamento del Comune è di sostanziale immobilismo. In questa situazione di stallo, è rimasta sospesa persino la regolarizzazione emanata nell’estate 2020 per l’emersione dei lavoratori stranieri nel settore agricolo e domestico. E il primato del ritardo lo raggiunge Roma, dove sono giunte alla conclusione solo 2 pratiche su 16 mila. Nelle ultime settimane, inoltre, stiamo assistendo alla ripresa di un flusso di centinaia di stranieri esclusi dal sistema di accoglienza e pertanto privi di riparo e esposti a rischi di abuso e sfruttamento. La situazione deriva dal protrarsi di una gestione emergenziale che forse così emergenziale non è ma che rende visibile il disagio delle condizioni degradanti in cui vertono i migranti e ancora di più la totale assenza di decoro durante gli sgomberi, come quello avvenuto il 14 luglio nel piazzale Giovanni Spadolini, sul retro della stazione Tiburtina. Il nuovo sindaco dovrà necessariamente invertire questa tendenza, sensibilizzando i temi di migrazione e asilo, incrementando le misure di assistenza e di protezione del migrante, da estendere se necessario, anche alla famiglia attraverso circuiti di accoglienza e di orientamento uniti ad un monitoraggio della condizione sociale dei beneficiari. Inoltre sarà necessario favorire il percorso di inclusione dello straniero, attraverso ogni azione utile che lo renda in qualche modo autonomo e integrato socialmente ed economicamente.

Riaperture e cultura Assenze a lavoro Identità e inclusione il rilancio del settore green pass e scioperi anche con il Covid deve passare da qui mobilità paralizzata sociale da rianimare


PAGINA 4

Il VOTO A ROMA

il reportage

Netto il calo rispetto alle amministrative del 2016 quando alle urne si era recato il 55,2% degli aventi diritto

Le elezioni di Torre Angela racconto dal quartiere che ha smesso di votare

Nel Municipio VI l’affluenza più bassa di Roma: 42,9% “Delusi dal passato, in 45 anni è la mia prima astensione”

I

di VALERIO ALBERTINI e LUCA SEBASTIANI

manifesti elettorali strappati, i “Sono tutti uguali” amari dei residenti quando si chiede loro un parere sui politici, la rassegnazione che pervade giovani e anziani. È quello che si vede e percepisce a Torre Angela, quartiere a est della capitale nel Municipio VI. Qui è stata registrata la minore affluenza alle urne per il primo turno delle elezioni comunali: solo il 42,9% degli aventi diritto è andato a votare. La frenesia che ha investito Roma nelle ultime settimane, infatti, sembra aver risparmiato questa zona. Le campagne e i comizi dei candidati sindaco e dei leader di partito non sono stati molto frequenti. E quando qualche esponente si è fatto vedere, i residenti quasi non se ne sono accorti. Per gli abitanti di questo spicchio di Roma, subito fuori il Grande Raccordo Anulare, la politica è sempre più lontana, soprattutto per i giovani. “No, non ho votato, perché ero fuori città, ma se avessi potuto avrei votato un mio amico. Non me ne frega nulla, fa-

“Le accuse e i litigi interni a questa amministrazione hanno fatto disamorare i cittadini della politica”

cessero quello che vogliono”, è il laconico commento di Michele, un ventenne che fa il camionista e abita da sempre a Torre Angela. Anche Andrea, vent’anni e un lavoro in un’agenzia immobiliare sembra piuttosto distante dalla politica. “Sinceramente? Non sono andato, non mi interessa.” Ma tra chi, magari da sempre, non guarda alla politica con attenzione, c’è anche chi ha perso la sua passione negli ultimi anni. È il caso di Federico, che ha una gelateria nel quartiere: “In 45 anni per la prima volta non sono andato a votare, non mi era mai capitato. La verità è che è tutto inutile, una perdita di tempo.” E i dati dell’affluenza, visti in precedenza, balzano agli occhi se confrontati con la percentuale media dei votanti a Roma (54,7%). Ma il crollo vertiginoso è confermato anche guardando i numeri delle amministrative del 2016, quando l’affluenza nel municipio era stata del 55,2%. Un astensionismo che in teoria si può spiegare in maniera molto semplice, come racconta a Lumsanews Andrea, rappresentante di lista il 3 e 4 ottobre: “Le persone sono deluse dal passato. Se ne sono fregate. Chiunque vincerà, prenderà il voto di una minima parte degli aventi diritto”. Se cinque anni fa l’astensionismo è stato frenato anche dal successo del Movimento 5 Stelle, che al Municipio VI aveva visto trionfare al ballottaggio il proprio candidato presidente Roberto Romanella con il 72,7%, nelle elezioni appena passate il partito di Giuseppe Conte ha fatto registrare un calo importante. Al primo turno, infatti, il più votato è stato Nicola Franco, della coalizione del centrodestra, con il

43,2%, mentre la candidata grillina Francesca Filipponi ha preso solo il 22% delle preferenze. Un segnale evidente della disistima anche verso la sindaca uscente Virginia Raggi. Lo spiega bene il presidente del Comitato di quartiere, Giovanni Stornelli: “Negli ultimi cinque anni questa giunta ci ha impoverito ulteriormente, creando altri problemi alla città, alla periferia. La sindaca non ha fatto nulla per cambiare questa situazione. I cittadini non l’hanno mai vista, non sanno chi sia”. Un’analisi del malcontento di molti abitanti di Torre Angela verso l’amministrazione uscente arriva da Giuseppe Ferone, candidato al consiglio del Municipio VI con la Lega: “I 5 stelle avevano raccolto un grande successo grazie a un voto di protesta, che caratterizza questo territorio da diverso tempo. Credo che oggi questo voto di protesta si sia trasformato nella scelta di non recarsi alle urne”. Una perdita di consenso che il consigliere pentastellato del Municipio VI Antonio Muzzone cerca di spiegare così: “Le accuse, i litigi, i continui bracci di ferro all’interno della stessa amministrazione, anche municipale, hanno fatto disamorare i cittadini della politica”. Ma lo stesso Muzzone sottolinea quanto sia stato complicato il lavoro del consiglio: “Capisco l’insoddisfazione, ma abbiamo governato un municipio sconfinato, quindi è stato difficile intervenire in ma-

niera forte, soprattutto in soli cinque anni”. Questa giustificazione non ha convinto i residenti di Torre Angela, che sempre di più si sentono abbandonati dalle istituzioni e ogni giorno devono convivere con una serie di problematiche, in realtà comuni anche ad altre zone della Capitale: le vie congestionate dal traffico, la mancanza di marciapiedi in alcune strade, la scarsità di linee di mezzi pubblici, i cassonetti sempre pieni di rifiuti. Proprio sulla gestione dell’Ama, Federico ha da ridire: “Pago 1400 euro ogni anno per un servizio pari a zero”. E il senso di sconforto degli abitanti del quartiere, manifestato con l’astensionismo, viene amplificato anche dalle disparità di trattamento da parte delle istituzioni tra le diverse aree del territorio: “Le attenzioni maggiori in questo municipio le ha Tor Bella Monaca. Eppure lì hanno una buona viabilità, del verde e l’Ama fa un buon lavoro, al contrario di quanto accade qui”, spiega Stornelli. Ma a Torre Angela ci sono anche delle criticità specifiche, come l’assenza di punti di ritrovo per i giovani, i quali rappresentano forse la categoria più svantaggiata e che non a caso sono tra i meno impegnati politicamente. Lo racconta il parroco Don Marco Simeone, da anni sul territorio: “Qui c’è molto abbandono scolastico. Ci vorrebbe qualcuno che avanzi proposte mirate, per tutti, ma molto è lasciato

UNO SPACCATO DI TORRE ANGELA Sopra, cassonetti pieni in via di Torrenova. In alto, da sinistra, un’area verde non sfruttata del quartiere, manifesti elettorali strappati e il campo sportivo chiuso al pubblico all’associazionismo civico o all’iniziativa delle parrocchie, che è lodevole, ma coprono quanto possono”. E il rischio, in situazioni simili, è dietro l’angolo prosegue Don Marco: “La possibilità di seguire una strada sbagliata qui è elevatissima. È una battaglia che bisogna giocare sullo studio e sul futuro.” Non sorprende, quindi, che a Torre Angela specialmente ragazzi e ragazze esprimano i loro disagi disinteressandosi del voto. Ora i cittadini sono chiamati di nuovo alle urne per il ballottaggio. Tuttavia è facile prevedere un’affluenza ancora minore rispetto alle elezioni del 3-4 ottobre. Ma Torre Angela, pur con le sue specificità, non è la sola ad aver voltato le spalle alla politica. La sua situazione è simile a quella di molte altre realtà di periferia, romana e non, dove le persone hanno smesso di credere ai leader politici. I dati sull’astensionismo, infatti, confermano che le promesse di una maggiore attenzione verso le zone meno centrali della città non attecchiscono più.


LUMSAnews

L’INTERVISTA/2

L’INTERVISTA/1

L’attivista “Tra i cittadini c’è sconforto e appiattimento”

Il presidente del comitato di quartiere: “Ci ascoltino”

Il forte astensionismo che ha caratterizzato il municipio è in parte causato dalle problematiche che i cittadini di Torre Angela sono costretti ad affrontare quotidianamente. Sul tema è intervenuto Giovanni Stornelli, presidente del comitato di quartiere, che da tempo si pone da tramite tra le istituzioni e i residenti, battendosi per riqualificare il territorio. Com’è stata la situazione qui a Torre Angela negli ultimi cinque anni? “Negli ultimi cinque anni la giunta Raggi ci ha impoverito ulteriormente, creando altri problemi alla città e in particolare alla periferia. Abbiamo bisogno di una politica che rilanci Roma. La gente non è più interessata ad andare a votare e la sindaca non ha fatto nulla per cambiare questa situazione. I cittadini non l’hanno mai vista, non sanno chi sia. Anche i rappresentanti a livello locale sono pochissimi”. Perché le persone non sono andate a votare? “Credono sia inutile, dicono: ‘Sono tutti uguali’. C’è sconforto e appiattimento, ci si è abituati a convivere con il degrado. Le persone non hanno più nemmeno interesse nel segnalare disservizi. Qui ci sono problemi relativi alla sicurezza, all’immigrazione. A Torre Angela non c’è un punto d’incontro dove si possa discutere, il comitato di quartiere non ha una sede. Le attenzioni maggiori in questo municipio le ha Tor Bella Monaca. Eppure lì hanno una buona viabilità, del verde e l’Ama fa un buon lavoro, al contrario di quanto accade a Torre Angela”. Qual è il rapporto dei giovani di Torre Angela con la politica? “Non hanno un punto di aggregazione e per questo sono fortemente penalizzati. I giovani hanno smesso di credere in ciò che viene loro proposto”. Quali sarebbero le priorità sulle quali intervenire? “Abbiamo un problema serio con la viabilità, ma resta di difficile soluzione perché qualunque intervento andrebbe a creare ulteriori disagi. Anche per quanto ri-

GIOVANNI STORNELLI Presidente del comitato di quartiere di Torre Angela

guarda i trasporti la situazione è negativa, gli autobus passano con rara frequenza e avremmo bisogno di nuove linee”. Avete provato a far sentire la vostra voce per migliorare le cose? “Assolutamente, abbiamo provato a sollecitare un’attenzione maggiore sul tema della sicurezza perché, trovandoci in una zona fortemente degradata, il tasso di delinquenza è alto. Non c’è più nemmeno un senso di solidarietà tra gli abitanti del quartiere. Noi del comitato abbiamo provato a convincere le persone ad andare a votare, ma abbiamo ricevuto tante risposte negative”. Quali sono le vostre aspettative riguardo il cambio di amministrazione? “Mi auguro che ci saranno delle opportunità anche per noi. Vorremmo essere attori del nostro territorio. Finora è mancata la capacità di ascolto dei cittadini”.

“

PAGINA 5

Per le persone andare a votare è inutile. Dicono: ‘I politici sono tutti uguali’. Si sono abituate a convivere con il degrado

Il parroco “Chi fa promesse che non mantiene perde credibilità”

Don Marco: “Qui la battaglia si gioca su studio e futuro”

Don Marco Simeone, parroco della Chiesa dei Santi Simone e Giuda Taddeo da anni è presente attivamente nel quartiere per garantire un percorso di crescita ai ragazzi e alle ragazze di Torre Angela. Perché si è registrato un così alto tasso di astensionismo nel Municipio VI e in particolare a Torre Angela? “Non parlo di politica in maniera esplicita, ma posso dire il motivo per cui io non sono andato a votare: perché nessuno dei candidati avrebbe risolto i problemi di Roma. La maggior parte di loro comunica alla pancia delle persone. C’è chi parla delle Ong in mezzo al Mediterraneo, ma qui chi pensa alle buche di Torre Angela? Non c’è nessuno che dica: ‘Io in cinque anni a Roma non posso fare granché. Vi tolgo le buche, oppure vi sistemo i mezzi pubblici’. Quelli che promettono la qualunque perdono credibilità”. Ci sono centri di ritrovo per i giovani? “Ci sono la parrocchia e gli oratori, ma da un anno e mezzo siamo chiusi per il Covid. Anche i parchi sono chiusi. Ci sono palestre e centri sportivi. Non c’è un centro sociale, che avrebbe comunque bisogno di un ente superiore, di qualcuno che controlla”. Quali sono le prospettive per i ragazzi? “La possibilità di seguire una strada sbagliata qui è elevatissima. La battaglia bisogna giocarla sullo studio e sul futuro. Se tu non pensi di avere un futuro, ti accontenti di un presente, anche luminoso, ma senza pensare al tuo domani”. Riescono a comprendere l’importanza di pensare al loro futuro? “Qui c’è molto abbandono scolastico. E chi non studia, nel mondo del lavoro attuale, è carne da cannone. Oggi comincia a lavorare molto presto, ma domani cresce e non ha un’abilità o una specializzazione. Il mondo del lavoro non ti tutela”. Abbiamo sentito qualche abitante del quartiere la-

DON MARCO SIMEONE Parroco della Chiesa di San Simone a Torre Angela

mentarsi per la chiusura del campo sportivo dietro la parrocchia. Come mai non è aperto? “Lo abbiamo chiuso in seguito al Covid. Era il campo del Torre Angela, poi la società si è spostata. Vogliamo trasformarlo in un campo di calcetto e uno di basket. Questo campo, comunque, non risponde al bisogno di tutti i ragazzi. Se entri qui accetti di sottostare a certe regole, chi dice: “Io voglio bestemmiare ogni tre per due” è chiaro che non appartiene a questo posto. Ci sono stati casi anche qui nel piazzale della chiesa di gente che spacciava e non va bene”. Quali sono le priorità degli abitanti di Torre Angela? “I servizi base: le strade e l’ordine pubblico. In una situazione complicata come quella della periferia emergono capacità nascoste. Le parrocchie inventano progetti e molto è lasciato all’associazionismo civico e libero. Ci vorrebbe qualcuno che proponesse qualcosa di mirato e di accessibile per tutti”.

“

I politici comunicano alla pancia delle persone. C’è chi parla delle Ong in mare, ma chi pensa alle buche di Torre Angela?


l’inchiesta

PAGINA 6

D

La centrale nucleare di Dukovany, in Repubblica Ceca

La polemica è partita dopo le dichiarazioni del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani dello scorso dello scorso 2 settembre che hanno portato a forti contestazioni da parte di attivisti e partiti

1

opo dieci anni il nucleare torna a fare discutere. “Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Se i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso, è da folli non considerarlo”. Parola del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, intervenuto lo scorso 2 settembre alla scuola politica di Italia Viva. “Nell’interesse dei nostri figli è vietato ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia – ha aggiunto l’esponente del Governo Draghi, che si è poi lanciato in una netta critica agli “ambientalisti radical chic e oltranzisti, che sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati”. Dichiarazioni forti, poi ammorbidite nelle settimane successive dopo le reazioni di ecologisti e parte della stessa maggioranza. La storia dell’energia atomica in Italia si lega inevitabilmente alla parola “no”: la produzione di energia elettrica da nucleare risale ai primi anni sessanta. Nel 1966 il nostro Paese figurava come il terzo produttore al mondo. La prima centrale elettronucleare venne realizzata a Latina nel 1963 e, otto mesi più tardi, toccò a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, e Trino, vicino a Vercelli, che sono state capaci di contribuire per il 3-4% del fabbisogno italiano. Nel 1975 il Piano Energetico Nazionale prevedeva un forte sviluppo della componente elettronucleare. In breve, però, sorsero preoccupazioni dovute agli incidenti del 1979 a Three Mile Island, in Pennsylvania, e del 1986 a Chernobyl, in Ucraina. Furono indetti tre referendum sul tema e circa l’80% degli italiani si

espresse a favore dell’abrogazione degli oneri compensativi. Poco dopo, tra il 1988 e il 1990, si abbandonò il Progetto Unificato Nucleare e furono chiuse le centrali di Latina, Trino e Caorso, nel Piacentino. Tra il 2008 e il 2011, durante il governo Berlusconi, il discorso venne riavviato, con l’obiettivo di tagliare le emissioni di gas serra, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e abbassare i costi. Dieci anni fa un nuovo referendum fu approvato con un quorum di circa il 54% dei votanti e una maggioranza di oltre il 94% chiudendo, di fatto, al ritorno del nucleare in Italia. “Stiamo ancora pagando i costi della nostra avventura nucleare come Paese” spiega a LumsaNews la senatrice di Sinistra Italiana Loredana De Petris, che ricoprì il ruolo di responsabile organizzativa della prima consultazione referendaria.Il nucleare verde. Ma cosa s’intende con nucleare verde? Con questo termine si indica quello di quarta generazione, che si basa su reattori di piccola taglia impiegati per produrre calore ed elettricità. La novità è l’impiego su scala industriale: vengono utilizzati il torio come carburante naturale, il piombo come refrigerante al posto dell’acqua o del sodio, e gli Accelerator driven system (Ads), basati sulla combinazione di un reattore subcritico con un acceleratore di particelle. È proprio questo ad avere riacceso il dibattito: esiste davvero un nucleare ecologico? Massimo Scalia, fisico e fondatore di Legambiente, ritiene che “entro il 2030 il mondo funzionerà al 40% con energie rinnovabili” e che dunque la strada sia ormai tracciata. L’espansione delle fonti alternative è andata a discapito del gas e

Nucleare la scommessa della quarta generazione di FRANCESCO FATONE e FRANCESCA CHIARA MASSIMANO

del carbone e la prossima frontiera dovrebbe essere rappresentata dall’eolico galleggiante, nel Nord dell’Atlantico, come dimostrano gli investimenti di Scozia e Norvegia. Dal Sud America all’Europa, tutti i progetti“Ci sono Paesi che stanno investendo su una tecnologia prossima a essere matura”, aveva aggiunto ancora Cingolani. Un riferimento a Cina e Argentina, dove sono in corso sperimentazioni e la creazione di impianti sul territorio. Progetti che prevedono l’impiego di energia nucleare verde tramite piccoli reattori economici, capaci di soddisfare parte della domanda. Il caso più famoso è quello della Central Argentina de Elementos Modulares, il Carem. Un reattore modulare attualmente in costruzione nei pressi della città di Zárate, nella provincia di Buenos Aires, accanto alla centrale nucleare Atucha I. Progettato integralmente dalla Commissione nazionale per l’energia atomica, alimentato ad acqua pressurizzata che, secondo quanto dichiarato dai costruttori, sarebbe in grado di fornire una sicurezza intrinseca contro la fusione del nucleo anche in caso di incidenti. Su questo aspetto, però, Massimo Scalia spiega che questa generazione di reattori non sfugge alla critica di fondo di cui già parlava, nel 2007, il professor Carlo Rubbia, ovvero che “se non si ripensa alla fisica del reattore non c’è alcuno spazio per il suo uso diffuso”. In Europa esiste l’International Thermonuclear Experimental Reactor, un progetto internazionale che si propone di realizzare un reattore deuterio-trizio sperimentale, in grado di produrre un plasma di fusione con più potenza, in cui il confinamento è ottenuto in un campo magnetico all’interno di una macchina denominata Tokamak. Secondo il fisico Luca Romano, meglio conosciuto sui suoi profili social come l’Avvocato dell’Atomo, “è il più grande progetto mondiale di ricerca sulla fusione nucleare”.La costruzione è in corso a Cadarache, nel Sud della Francia, ad opera di un consorzio internazionale composto da Unione europea, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti d’America, India e Corea del Sud. L’Italia è coinvolta con il Consorzio Rfx fondato a Padova nel 1996, nella progettazione e costruzione dei sistemi di sospensione magnetica, riscaldamento tramite iniettore di neutri per fusione, e condotto di scarico dell’elio.Di recente l’Eni ha anche investito sulla fusione magnetica, considerandola una fonte di energia sicura, sostenibile e inesauribile: una svolta nel percorso di decarbonizzazione. Il test ha generato un’ingente mole di dati che saranno approfonditi nei prossimi mesi. La tecnologia utilizzata si basa sulle scoperte che hanno portato Bednorz e Müller al Premio Nobel per la fisica nel 1987. L’energia prodotta dal processo di fusione, secondo l’Eni, “è virtualmente infinita, sicura e a zero emissioni di gas climalteranti e inquinanti”.Il 16 settembre il ministro Cingolani ha fatto parzialmente dietrofront: “Oggi noi non potremmo fare nulla di nucleare, perché abbiamo un referendum che dice no alle vecchie tecnologie e quelle nuove al momento non ci sono ancora. Non ho cambiato idea, ho detto che ci sono paesi che stanno studiando sorgenti di energia alternative, che queste fonti non sono mature e probabilmente nel prossimo decennio capiremo se sono convenienti e sicure. Qualora questo fosse verificato, sarebbe importante capire se possono essere usate”. Quindi, come ci hanno spiegato anche i fisici Scalia e Romano, bisogna attendere. Il dibattito si riaccenderà magari tra qualche anno, a meno che i cambiamenti climatici non impongano ai governi decisioni più drastiche e tempestive.


LUMSAnews

INTERVISTA /1

PAGINA 7

INTERVISTA/ 2

La bocciatura di Scalia L’apertura di Romano “Un fallimento scientifico “Fonte sicura e verde l’atomo ormai è superato” ecco il futuro dell’energia”

Cosa pensa del nucleare di quarta generazione? I progetti di quarta generazione sono stati patrocinati dal “Generation IV International Forum” in cui sono illustrati sei schemi di reattore, tre “veloci” e tre termici. Sono sei modi per produrre energia dalla fissione. Sono sempre stati pensati come reattori di potenza, perché avrebbero dovuto sostituire la mitica “generazione 3 plus”, quella che ha clamorosamente fallito in Francia, Olanda e Finlandia. Gli unici ad essere in funzione sono in Cina. La fissione non ha risolto il problema di fondo rispetto alla produzione delle scorie: la sicurezza deve essere garantita dal principio fisico di funzionamento del reattore. La fisica del reattore deve essere concepita in modo tale che il reattore si auto-regoli, quindi quando ci sono delle escursioni di temperatura o pressione si ripristina l’andamento non rischioso del reattore. È vero che nel progetto Carem il “reattore ad acqua pressurizzata” è molto sicuro? È falso. Adesso hanno immaginato di realizzare reattori più piccoli, modulari, che viaggiano su 100 megawatt circa. Se ne discute già da dieci anni, dai tempi del referendum del 2011, ma non si sfugge alla critica di fondo che è quella di cui già parlava nel 2007 Carlo Rubbia, in una famosa intervista a Repubblica, cioè che se non si ripensa alla fisica del reattore non c’è spazio per la quarta generazione o almeno per un suo uso diffuso. Ora se ne parla nella prospettiva del “Net- zero 2050”, ovvero l’azzeramento delle emissioni carboniose entro il 2050. Questa quarta generazione, quand’anche impiegata diffusamente, assicurerebbe una bassa percentuale di produzione elettrica. Quindi chiamarlo nucleare verde è improprio? Possono sostenerlo soltanto i sostenitori dell’energia nucleare. Soprattutto quando potrebbe dare questo suo contributo energetico? I progetti dei reattori modulari non vedranno la luce prima del 2030, quando il mondo già funzionerà al 40% con le energie rinnovabili. Rispetto a queste il nucleare è nulla. Quelli che contano sono i consumi finali di energia, non le fonti primarie. Perché quando approvvigiono energia ho tutta una catena di perdite, per raffinazione o per trasferimento. Se lo scarto è notevole, evidentemente siamo di fronte a un problema. Non a caso anche l’Unione europea pone come obiettivi i consumi e non il fabbisogno. Le centrali elettro-nucleari, al pari di tutte quelle termoelettriche, rappresentano un fallimento tecnologico dal punto di vista del rendimento. Nel caso delle nucleari è pari al 33%, il che significa che i 2/3 del calore che produco lo devo buttare. Il nucleare nel 2020 è stato superato anche dalle fonti rinnovabili, che sono invece in crescita vertiginosa.

(f.c.m.)

“La quarta generazione nucleare, anche se impiegata diffusamente, assicurerebbe una bassa percentuale di produzione elettrica”

L’AMBIENTALISTA

Massimo Scalia è uno dei padri dell’ambientalismo scientifico in italia. Professore di fisica matematica alla Sapienza di Roma, è il fondatore di Legambiente ed è contrario all’uso dell’energia nucleare

Il nucleare verde esiste ? Si passa sempre dalla fusione, è sempre energia nucleare. Chiaramente si basa su un meccanismo diverso, che però è una tecnologia ancora molto in là da venire. Eni ha appena dichiarato che il prototipo sarà pronto per il 2025 e dopo un altro decennio di ricerca si riuscirà magari ad averla su scala commerciale. L’operazione mi sembra un po’ troppo ottimistica, se la paragoniamo all’Iter, il più grande progetto mondiale di ricerca sulla fusione nucleare, finanziato dall’Unione Europea, a cui partecipano tra gli altri anche Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea e Canada. C’è differenza con i reattori che oggi producono energia nel mondo, tutti a fissione, perché sfruttano l’uranio. Ad oggi la fusione è ancora lontana. Cosa serve per ottenere una fusione? Richiede una camera a vuoto, che stanno costruendo a Cadarache, nel sud della Francia, con dei magneti superconduttori alimentati con tecnologia genica. Il plasma Prevedono di produrre nel 2025 il plasma, che arriverà a una temperatura di 150 milioni di gradi, più del doppio del Sole. Mentre i magneti con sospensione avranno una temperatura di 7 gradi Kelvin, 7 gradi sopra lo zero assoluto, ottenuta con elio liquido. La prima fusione è attesa nel 2035. Se gli esperimenti avranno successo si inizierà a costruire il primo reattore in grado di produrre energia elettrica con fusione ma non ancora l’elettricità, che rappresenta il passo successivo. Ma potrebbe volerci molto più tempo. La fusione su scala industriale secondo me è complicata, non è una tecnologia ancora disponibile. Oggi dobbiamo concentrarci su quello che abbiamo e ridurre le emissioni di CO2. Cosa pensa del Carem argentino? A mio avviso è un reattore a fissione, di piccola taglia, modulare. Ci si riferisce a potenze che vanno da 500 chilowatt a 300 megawatt e possono essere fabbricati in serie. Di progetti così ce ne sono tantissimi nel mondo: alcuni prototipi già funzionanti, altri invece in via di sviluppo, che puntano comunque alla produzione di massa perché il vantaggio di reattori come il Carem è che richiedono tempi e costi inferiori e soprattutto non devono essere realizzati in loco ma possono essere completati in fabbrica e poi trasportati e installati sul sito, permettendo di fare economie di scala. Questi reattori possono rappresentare il futuro? Sì. Con la quarta generazione solitamente ci si riferisce ai progetti di ricerca sui reattori autofertilizzanti a neutroni veloci, quindi a metalli liquidi, a gas, a trasformare l’uranio 238 in plutonio. Le scorie nucleari sono particolarmente complesse da gestire ma la quantità che se ne produce è estremamente bassa. La resistenza verso il nucleare ci rende purtroppo estremamente dipendenti dai combustibili fossili, in particolare dal gas. (f.f.)

“È vero che le scorie nucleari sono particolarmente complesse da gestire ma la quantità che se ne produce è estremamente bassa”

LO SCIENZIATO

Luca Romano è da anni impegnato in difesa dell’utilizzo dell’energia nucleare. Conosciuto sui social come “L’avvocato dell’atomo”, ritiene che rappresenti una fonte di energia sicura e sostenibile


PAGINA 8

ambiente

LUMSAnews

Smog e Covid, un legame pericoloso

Sotto accusa i particolati: possono trasportare il virus nell’aria e indebolire il sistema respiratorio

L’

inquinamento contribuisce a aumentare la mortalità del Covid-19. Questo è quanto emerge da numerosi studi di importanti centri di ricerca volti a dimostrare un legame causale tra elevati livelli di particolato atmosferico (PM10 e in particolare PM2,5) e il peggioramento del quadro clinico dei pazienti affetti da coronavirus. Queste polveri sottili, essendo estremamente rarefatte, non vengono filtrate dalle mucose del naso e della bocca e penetrano in profondità nell’apparato respiratorio, danneggiandolo.Ci sono però ancora delle questioni aperte. Sono state proprio le sostanze inquinanti ad aver veicolato il Covid, aumentandone la diffusione? Oppure hanno favorito i contagi, debilitando i sistemi respiratori dei soggetti già deboli? O entrambi i fattori hanno operato in concomitanza? Il bacino padano, che registra livelli record di inquinamento, è un interessante caso di studio. L’epidemia di Covid-19, soprattutto nella sua fase iniziale, ha colpito in maniera particolarmente severa questa zona d’Italia la quale, come ricordato dal Barcelona institute for Global Health, ha la più alta incidenza di mortalità in Europa legata all’esposizione alle polveri sottili PM2,5. Le regioni inizialmente più colpite dalla diffusione del coronavirus (Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna) fanno parte di una delle aree più densamente popolate, pesantemente industrializzate e inquinate d’Europa. Nella classifica dell’Agenzia europea per l’Ambiente del 2019 la Lombardia risulta la regione più inquinata d’Europa mentre a Brescia, una delle città più colpite dal virus, la concentrazione di particolato ha superato la soglia consentita per 150 giorni nel 2018, rendendola la più inquinata in Italia. All’insieme di questi fattori antropici si aggiunge anche una componente naturale: le caratteristiche orografiche del territorio, con l’arco alpino che cinge il bacino padano, portano alla quasi totale assenza di venti e al ristagno dell’aria. Come detto, i PM2.5 possono avere conseguenze nefaste sull’organismo umano, e ciò potrebbe essere legato a doppio filo al Coronavirus. Interessante a questo proposto lo studio condotto dalla fondazione Eni Enrico Mattei sul Nord Italia, The Effects of Air Pollution on COVID-19 Related Mortality in Northern Italy, che dimostra l’incidenza del PM2,5 sull’aumento delle morti nel bacino padano. I risultati del paper italiano individuano un aumento di mortalità per l’aumento di un singolo microgrammo di polveri sottili in un intervallo tra il 9% e il 12%, in linea con altri studi condotti negli Usa. Resta tuttavia da capire in che modo l’inquinamento interagisce con il Covid e il corpo umano e quanto influisce sull’aumento della mortalità. Secondo la comunità scientifica il particolato atmosferico funziona da carrier – ovvero da vettore di trasporto – per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Il

di NICCOLÒ PESCALI e ENRICO SCOCCIMARRO

Un’immagine satellitare invernale del bacino padano

processo seguito per “attaccarsi” al PM2,5 è quello di coagulazione: l’agente patogeno rimane sulla superficie della particella anche per ore, giorni o settimane, con la possibilità di essere trasportato per lunghissime distanze. Come ricorda Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente, “nelle centrali di controllo dell’aria dell’Arpa sono state rinvenute sulle polveri PM2,5 delle sorte di cadaveri del virus Covid-19”. Non è però ancora chiaro se “quando la gente respira queste polveri, il virus, e la relativa carica virale, sono ancora attive e in grado di infettare l’organismo”. Al momento, sottolinea Minutolo, “non ci sono ancora evidenze scientifiche”. La questione dunque rimane aperta ed è al centro dell’attenzione della comunità scientifica. Un recente studio di Neeltje van Doremalen, scienziata del National Institute of Health, ha dimostrato che il Covid può rimanere vitale e infettivo negli aerosol (particolato; PM) per ore e sulle superfici per giorni. In particolare, è stato dimostrato ancora una volta che il PM 2.5 e il PM10 agiscono come vettori di diffusione virale e facilitano la sopravvivenza prolungata dei microrganismi, inclusi i virus. Gli esperimenti condotti da van Doremalen hanno quindi indicato che la trasmissione di SARS-CoV-2 tramite aerosol è plausibile. La prova preliminare di questo lavoro ha mostrato la presenza di SARS-CoV-2 RNA sulle particelle di PM di Bergamo. Questo suggerirebbe una serie di scoperte allarmanti: possono essere effettuati rilevamenti del virus sulle particelle PM10 e PM2,5,

“Nelle centrali di controllo dell’aria dell’Arpa sono state rinvenute tracce di virus sulle polveri PM2,5”

“Chi vive in zone con alta percentuale di polveri PM2,5 ha una capacità di riserva funzionale polmonare ridotta” il virus può creare cluster con le stesse migliorando la sua persistenza nell’atmosfera e questo potrebbe fungere da indice per la diffusione di COVID-19. Ad oggi, in ogni caso, persistono alcuni dubbi sul ruolo di vettore del coronavirus nelle particelle sottili, ma ciò che è certo è che l’inquinamento atmosferico rappresenta un serio problema di salute pubblica. Lo stato di infiammazione costante causato dalla sovraesposizione a particelle come le polveri sottili indebolisce il sistema respiratorio e lo rende più penetrabile al coronavirus. Questo accade per “un’affinità elettiva”, così definita da Fabio Ciciliano, membro del Comitato tecnico scientifico, che questo virus ha con il tessuto polmonare. “Chi vive in zone con alta percentuale di aerogeni inquinanti, come le polveri sottili – spiega Ciciliano – ha una capacità di riserva funzionale ridotta (la capacità di un organo ad adempiere, in condizioni di necessità, a funzioni che non gli sono proprie ndr), rispetto a chi ha vissuto in un altro contesto. L’impatto del Covid su queste persone a livello polmonare è sicuramente maggiore e ciò prescinde dalla presenza di altre malattie e dall’età”. Ci sono poi da considerare le condizioni ambientali, a cui il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico è connesso: un’umidità elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus. Per stabilire una relazione precisa di causa-effetto tra inquinamento e coronavirus serviranno dunque altre ricerche, ma quelle attualmente a disposizione non ci lasciano ampi margini di ottimismo.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Valerio Albertini, Francesco Fatone, Francesca Funari, Francesca Chiara Massimano, Niccolò Pescali, Enrico Scoccimarro, Luca Sebastiani, Thomas Tomassini, Claudia Torrisi

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Lumsanews n. 4 del 15 ottobre 2021 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu