L’inchiesta
Cure in aumento per ansia e depressione Il tunnel della dipendenza dai farmaci ALLE PAGINE 6 E 7
di MICHELA PAGANO
PERIODICO NUMERO VI 15/11/2021
“Non lasciateci morire” Afghanistan, continuano le proteste delle donne dopo l’arrivo dei Talebani Le attiviste si nascondono in casa e chiedono aiuto all’Europa
Il caso
Greenwashing quando l’impresa si dice sostenibile di ROBERTA CHIARELLO
I consumatori sono bombardati quotidianamente da campagne pubblicitarie e l’ecosostenibilità è oggigiorno tra i temi più diffusi. Per le aziende è fondamentale restituire ai clienti un’immagine rispettosa dell’ambiente. Ma non tutto ciò che viene spacciato per ecologico è davvero green. Fino a dove le aziende sono disposte a spingersi per il profitto?
L’intervista Federico Spadini
L’attivista di Greenpeace “Stop alle pubblicità dei colossi del fossile” “Come riconoscere il Greenwashing? Qualsiasi comunicazione che promuove attività inquinanti spacciandole come sostenibili è greenwashing, così come qualsiasi messaggio che promuove attività realmente green ma in modo esasperato, portando a credere che rappresentino il core business dell’impresa, quando invece sono una parte minoritaria. Bisogna studiare sia i messaggi che l’operato delle aziende”.
ALLE PAGINE 4 E 5
di FRANCESCA FUNARI, AGNESE PALMUCCI e CLAUDIA TORRISI
Lo scorso 6 novembre il suo corpo crivellato di colpi è stato ritrovato senza vita a Mazar-i-Sharif nel nord dell'Afghanistan. Frozan Safi, 29 anni, era un’attivista per i diritti delle donne. Una delle prime a morire dopo il ritorno dei talebani, o almeno così racconta la stampa. Intanto uno dei primi provvedimenti del regime è stato vietare le manifestazioni in strada. Divieto che le donne non stanno
rispettando, a rischio della propria vita, perché i talebani hanno riportato indietro di vent’anni l’orologio della storia relegandole di nuovo in casa, senza diritti. “Perché ci voltate le spalle?”, gridano all’Europa che finge di non sentire.
ALLE PAGINE 2 E 3
Il calcio va in streaming tra ricavi milionari disservizi e ascolti in calo di PAOLO CONSOLINI
A PAGINA 8
il racconto
PAGINA 2
Nella foto sopra l’attivista Farahnaz Mustafawi che affronta i talebani e chiede loro di non fermare le proteste. A destra le manifestazioni per la difesa dei diritti delle donne
Dopo il ritrovamento, lo scorso 6 novembre, del corpo senza vita dell’attivista afghana Frozan Safi e di altre tre donne, si riaccende l’attenzione sulla situazione nel Paese. Le donne sfidano il divieto dei talebani di manifestare e continuano a rischiare la propria vita
Afghanistan Donne
a volto scoperto di FRANCESCA FUNARI, AGNESE PALMUCCI E CLAUDIA TORRISI
I
l 6 novembre a Mazar-i-Sharif, nel nord dell’Afganistan, è stato ritrovato il corpo senza vita, crivellato di colpi, della attivista afghana Frozan Safi. La ragazza ventinovenne è una delle prime a morire in nome dei diritti delle donne da quando i talebani sono tornati al potere. Ad agosto, durante le operazioni di ritiro dei soldati americani, italiani e degli altri contingenti occidentali, l’aeroporto di Kabul era stato preso d’assalto da migliaia di persone in fuga. In questi due mesi hanno fatto il giro del mondo le immagini delle donne afghane scese in strada a manifestare. Rivendicavano i diritto allo studio, al lavoro e a un salario vero. Mai ottenuti del tutto, ma già sotterrati dal regime del mullah Mohammad Hassan Akhund. La narrazione di un Occidente che ha cercato di esportare in Afghanistan diritti e valori democratici continua a infrangersi contro le testimonianze di chi il Paese lo ha sempre vissuto. Per gli afghani il governo dell’ex presidente Ashraf Ghani, fuggito poco prima della presa di Kabul, era corrotto sia a livello morale che economico. Il regime talebano è sentito come un prolungamento dell’amministrazione precedente. La politica non ha mai fatto grandi passi avanti nel riconoscimento dei diritti umani. Né ieri, né oggi. Non si tratta di tornare indietro di 20 anni, ma di vedere annullati quei pochissimi diritti fino ad oggi conquistati. Un afghano su due ha meno di 20 anni, e chi, come Zahra Adeli, è nato nel 2001, non ha mai conosciuto la vita sotto i talebani. Zahra è una giovanissima giornalista, ha potuto studiare sotto gli americani come l’80% delle sue coetanee, ma a metà agosto è fuggita in Europa con la sua famiglia. Molte donne stanno sostenendo la resistenza armata afgana contro i talebani, stando vicino ai propri mariti, figli e fratelli. Fahim Fetrat dalla Germania, dove è fuggito dopo la conquista di Kabul, continua a denunciare la condizione drammatica dei diritti umani nel suo Paese. Fahim è un giornalista, attivista politico, portavoce della resistenza ed è sicuro che le donne afgane siano le più coraggiose del mondo. Ora, a migliaia di chilometri da casa, continua il suo impegno sulle pagine social, dove ha migliaia di follower. Perché ci guardate morire in silenzio?”, “Perché il mondo guarda la nostra fine senza agire?”, scrivono sui cartelli le poche donne che ancora scendono in strada e sfidano i divieti del regime. Ora che i talebani sono impegnati in un’offensiva diplomatica con Cina e Russia, si sta alzando sempre più il grido di aiuto verso la comunità internazionale. Fino ad ora è stata raccontata solo la storia di chi è riuscito a fuggire. A due mesi dalla caduta della capitale nelle mani dei talebani, diamo voce alle donne che sono rimaste in patria e che combattono per i diritti che il regime sta calpestando.
L’INTERVISTA/1
LUMSAnews
L’attivista Alina Ghyasi “Noi ancora a Kabul per paura restiamo chiuse tra le quattro mura di casa” Alina Ghyasi è un’attivista per i diritti delle donne della provincia del Badashkan e ha collaborato con il vecchio governo afghano. Ha preso parte alle proteste delle scorse settimane e ora vive nella paura di ritorsioni da parte dei talebani. Cosa sta accadendo alle donne in Afghanistan in questi giorni? “Innanzi tutto, fino a qualche mese fa, prima del ritorno dei Taliban, le donne afgane combattevano per avere un ruolo pieno nella società. Nei vent’anni trascorsi le donne afghane hanno imparato a lottare per ogni piccolo miglioramento, e a non accettare un ruolo passivo ed invisibile. Posso personalmente testimoniare del fatto che le donne erano protagoniste con impegno personale nel lavoro, nei business, nella politica ecc. Nella mia città, Badakhshan c’erano 7 supermarket organizzati e gestiti completamente da donne che si operavano anche per istruire ed aiutare le altre donne, e per coinvolgere nelle loro attività, per poter guadagnare autonomia e libertà. Stavano raggiungendo una parità concreta con i diritti e i doveri degli uomini. Dal ritorno dei Taliban, la situazione è purtroppo cambiata velocemente, nell’arco di un giorno ed una notte, è cominciata la guerra e tutto il progresso sociale si è bloccato. Per le donne è stato un tornare indietro a nascondersi. La prima cosa che è successa è stata la chiusura di tutti gli uffici per il lavoro e la politica delle donne, compresi i ministeri amministrati da donne. Per noi è stato un vero shock”. Cosa denunciano le donne? Che cosa rischiano? “Le ragazze non possono più uscire, andare a lavorare o a scuola; non hanno il permesso di andare a scuola tutte le giovani che non hanno ancora raggiunto il sesto anno, al contrario dei ragazzi che possono invece continuare a frequentare. Tutte le università pubbliche sono state chiuse, restano aperte le private ma con separazioni tra donne e uomini, che ora studiano in classi separate. E se non bastano le classi per dividere i sessi, nell’aula si usano coperte o tessuti per separare i maschi dalle femmine, in modo che non si possano nemmeno vedere. Sono state abolite tutte le libertà personali delle donne, in tutti i settori della vita sociale. I primissimi interventi dei talebani sono stati contro le donne. La maggior parte delle donne, prima libere di muoversi e agire, sono ora bloccate in casa, nell’insicurezza del loro futuro”. Che ne è del parlamento? “Non sappiamo se le porte del parlamento sono aperte o chiuse, probabilmente il parlamento è chiuso, come gli altri posti di potere pubblico, e le decisioni vengono prese altrove, i parlamentari sono per lo più fuggiti e sono nascosti, e non si possono mostrare in pubblico, e non sono più presenti alle decisioni per il futuro dell’afganistan. I talebani avevano fatto molte promesse… Tutte le promesse dei Taliban al popolo afgano, tutti gli accordi raggiunti ai tavoli istituzionali, sono state disattese, con mia grande sofferenza; Non è stata mantenuta nessuna delle promesse che ci avevano fatto, comprese quelle in cui parlavano di coinvolgere il popolo nelle decisioni politiche, mentre ancora dichiarano di esprimere la volontà del popolo afgano, o i dettami religiosi, addirittura dichiarano che le scelte sono condivise dalle donne! Mentre non vengono coinvolte neanche le varie etnie conviventi nelle diverse provincia afghane”. Qual è la tua esperienza? Cosa state vivendo voi che siete rimaste in Afghanistan? “Io e le altre donne come me, che siamo rimaste qui in Afghanistan, non sappiamo cosa ci succederà, la nostra vita ora è racchiusa dalle quattro pareti di una stanza nella nostra casa, dove comunque non ci sentiamo sicure. Una volta io e altre giovani volevamo uscire a manifestare in favore di tutte le donne ma dopo pochi minuti siamo state raggiunte dai Taliban che con l’uso delle armi hanno ferito tante ragazze giovani e hanno cosi impedito la manifestazione. Molte hanno dovuto lasciare la propria città e rifugiarsi altrove, dove nessuno le conosce sperando di sfuggire alle punizioni. Le donne non riescono più ad aiutare la propria famiglia economicamente. Vediamo coi nostri occhi che tutti i prezzi stanno salendo, tutto costa di più, anche per il cibo e per tutti i prodotti femminili di cui le donne hanno bisogno. E la situazione non potrà che peggiorare con l’arrivo dell’inverno”.
Alina Ghyasi, attivista per i diritti delle donne
Stanno continuando le proteste delle donne? Cosa chiedono? “Le nostre donne più coraggiose stanno manifestando nelle strade la loro contrarietà alle decisioni dei Taliban, ricevendo in cambio violenze e umiliazioni, sia nella capitale Kabul che in tante altre città. Chiediamo solo la libertà di lavorare, di studiare e di essere padrone delle nostre vita. Ma i soldati cercano di zittire queste proteste, picchiando le portavoci e tutte le altre donne che partecipano, davanti ai nostri occhi terrorizzati e disperati. Picchiano e silenziano chiunque cerchi di documentare e filmare queste situazioni, ma qualcosa è comunque uscito ed è sotto gli occhi di tutti, attraverso il web in tutto il mondo. Ma tutte le donne dell’Afghanistan che hanno la possibilità, in tutte le città, continuano a rifiutarsi di stare in silenzio, e continuano a denunciare attraverso i social”. (a.p)
Una donna manifesta a Kabul
L’INTERVISTA/2
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La giornalista Shabnab Bayani “I talebani ci privano di diritti che abbiamo conquistato in vent’anni”
Shabnab Bayani,è una giornalista afgana fuggita a Dubai dopo l’arrivo dei Talebani. La donna ci racconta cosa sta accadendo a Kabul ora che i riflettori sulla crisi in Afghanistan si sono spenti. Dagli Emirati continua il suo lavoro di denuncia. Cosa sta accadendo alle donne in Afghanistan? Com’è la situazione? “Mi chiedi cosa sta accadendo alle donne in Afghanistan. Da quando i talebani hanno preso il potere le donne sono quelle che hanno sofferto di più. Le donne in Afghanistan sono quelle che non possono più andare al lavoro, non possono più andare a scuola. Queste donne hanno lottato per i loro diritti per 20 anni dopo l'ultimo regime il potere dei talebani 2 anni fa e in questi 20 anni le donne hanno ottenuto risultati molto buoni: abbiamo donne in parlamento, nella polizia, nell'esercito, nei ministeri, abbiamo donne governanti, abbiamo donne pilota. In ogni settore le donne hanno raggiunto risultati molto buoni. Le donne dopo la presa del potere dei talebani hanno perso tutti i loro diritti. I talebani sono un gruppo anti-donne e loro hanno deprivato le donne di tutti i loro diritti”. Cosa stanno denunciando le donne? “Le donne stanno denunciando (e possiamo chiaramente vederlo nelle manifestazioni nella capitale, a Kabul, e in altre città dopo la presa dei talebani) stanno denunciando il fatto di essere state private del loro lavoro, della loro istruzione. Lavoro e istruzione sono diritti basilari e i talebani hanno tolto questi diritti. Quindi principalmente le donne stanno denunciando questo: anche perché i talebani da quando hanno preso il potere hanno chiuso il ministro per gli Affari delle donne. Il rischio maggiore è per quelle donne che dopo la presa del potere dei talebani sono rimaste qua. Molte donne sono solite lavorare nel governo o nei media, molte di loro sono riuscite a scappare dal Paese: alcune sono arrivate in Usa, altre in Europa, sono riuscite a volare in altri Paesi. Altre invece sono scappate in Paesi vicini come Pakistan, Iran ma ancora ci sono molte donne afghane che stanno vivendo la loro vita nascoste per via del lavoro che fanno. Queste donne che non sono potute scappare e sono rimaste qua stanno vivendo in grande rischio e devono rimanere nascoste. È una situazione molto difficile e pericolosa. Se i talebani dovessero catturare queste donne, le ucciderebbero”. Le donne stanno continuando a manifestare? “Sfortunatamente no. Il numero di proteste in Afghanistan è diminuito a causa del fatto che i talebani le hanno messe in guardia e vogliono evitare le proteste. L'ultima volta che ci sono state manifestazioni i talebani sono intervenuti per fermarla. Hanno iniziato a sparare colpi in aria per disperdere le donne e sfortunatamente non hanno potuto continuare la manifestazione. Ormai non vediamo più manifestazioni di donne da quella volta: era circa due settimane fa. Queste donne hanno smesso di dimostrare perché i talebani le hanno messo in guardia: i talebani hanno detto alle donne che non devono più fare manifestazioni perché questa volta hanno solo sparato in aria ma la prossima volta spareranno direttamente a loro. Le donne ora sono spaventate e anche i media che stavano seguendo le manifestazioni delle donne sono stati picchiati dai talebani e portati in carcere. Le telecamere sono state sequestrate e rotte”. Quali sono le rinunce? “Come dicevo le donne non possono più svolgere nessuna professione. Non possono più andare all'università o a scuola. I talebani stanno fermando le università e le scuole per le donne e oltre a questo stanno cercando le donne che erano solite lavorare per l'esercito, per la polizia, per il parlamento, per i media. L'ho già detto, se trovano queste donne le uccidono. Per questo si stanno nascondendo: molte di queste donne hanno cambiato casa per non essere prese, hanno cambiato il loro numero di cellulare in modo che i talebani non le possano raggiungere o tracciare”. Quali sono i rischi che corrono giornalmente? “Molte persone pensano che l'unico problema delle donne afghane siano i talebani che impediscono loro di lavorare o di andare a scuola. Ma questo non è l'unico problema: ci sono problemi maggiori. Il problema principale è che le donne qui sono in pericolo. In primo luogo, i talebani possono prenderle
Shabnab Bayani, giornalista afghana
e ucciderle per il loro lavoro; in secondo luogo, le donne vengono prese per essere sposate con i loro membri. Ci sono molti matrimoni forzati: le ragazze hanno solo 14-15-16 anni e vengono costrette a sposarsi con uomini talebani”. Qual è la situazione delle donne nei campi professionali? “Le donne sono state rimosse da quasi tutte le professioni. L'unica professione che i talebani permettono alle donne di svolgere è il medico. Ma a queste dottoresse non è permesso visitare pazienti maschi. Possono solo visitare pazienti donne. Un altro problema di queste dottoresse è che non vengono pagate. La maggior parte quindi smette di lavorare perché non viene pagata e non vuole continuare a lavorare gratis. Dall'altro lato, alle donne non è permesso recarsi al lavoro senza la presenza di un uomo. Ci deve sempre essere o il padre, o il fratello o il marito. Non possono mai fare la strada da sole. Ci sono però alcune dottoresse che non hanno marito, non hanno un fratello o il padre. Ci sono famiglie composte da sole donne. E queste donne non possono uscire di casa da sole, per loro è molto pericoloso. I talebani le possono fermare: c'è stato un giorno in cui hanno sparato a una ragazza perché era uscita di casa senza un membro maschile della famiglia”. Le ragazze stanno lasciando la scuola? “Si, lo stanno facendo. La maggior parte delle scuole per le ragazze sono state chiuse nella maggior parte delle province. Di recente hanno annunciato (non i talebani ma alcune persone che vivono nelle province del nord dell'Afghanistan) che i talebani vogliono riaprire le scuole per le ragazze ma le ragazze o le famiglie di queste ragazze dicono che, anche se dovessero davvero aprire queste scuole, le ragazze non ci andrebbero perché sono troppo spaventate. Non abbiamo idea di cosa potrebbe accadere a queste raagzze se vanno a scuola. Magari i talebani arrivano e le portano via per costringerle a matrimoni forzati. Amnesty International ha richiesto l'apertura delle scuole e tutta la comunità internazionale sta intimando ai talebani la riapertura delle scuole per le ragazze ma ancora non c'è stata risposta”. (f.f)
il caso
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EQUILIBRI DI MERCATO
L’ecologismo “di facciata” è una forma di concorrenza sleale tra aziende e penalizza le imprese che realmente rispettano l’ambiente
Colossi alla prova del Greenwashing
L’illusione verde delle grandi aziende passa dalla pubblicità Solo una su cinque è davvero sostenibile M
di ROBERTA CHIARELLO
ateriali ecosostenibili, biocarburanti a emissioni zero, cibi biologici, prodotti biodegradabili. Sono solo alcuni dei claims che quotidianamente bombardano il consumatore medio tramite campagne pubblicitarie su ogni media. La lotta al cambiamento climatico è uno dei temi più caldi che campeggia sulle agende di tutti i Paesi leader, e le aziende - le stesse che ci hanno condotto a un punto di non ritorno - lo hanno compreso. Restituire a clienti e investitori un’immagine rispettosa dell’ambiente è, ormai, la mission primaria. Ma fino a che punto le imprese sono disposte a spingersi per il profitto? Per comprendere come i colossi del mercato si avviano verso la transizione ecologica è necessario analizzare il fe-
nomeno del “Greenwashing”. La Commissione Europea, nella Direttiva 2005/29, lo ha definito come “l’appropriazione indebita di virtù ambientaliste, finalizzata alla creazione di un’immagine verde”. Federico Spadini, attivista Greenpeace per la campagna Clima e Trasporti, spiega a Lumsanews che “qualsiasi comunicazione che promuove attività non-green, spacciandole come sostenibili, è greenwashing, così come ogni sponsorizzazione che illustra attività realmente verdi ma in un modo esasperato, portando a credere che costituiscano il core business dell’azienda quando invece rappresentano una parte minoritaria degli investimenti”. Si tratta di simboli, loghi, marchi, colori, imballaggi ed etichette: contenuti talvolta fuorvianti o
studiati a regola d’arte per assicurarsi la fiducia del consumatore e indurlo a credere nella svolta green del prodotto pubblicizzato. Sebbene il fenomeno si possa riscontrare in tutti i settori, in alcuni comparti l'ecologismo “di facciata” è più diffuso e potenzialmente più dannoso. Il gruppo di ricerca britannico DeSmog ha analizzato 3.034 annunci pubblicitari pubblicati tra dicembre 2019 e aprile 2021 su Twitter, Facebook, Instagram e Youtube da sei società europee leader nel commercio dei combustibili fossili, industria al centro del dibattito sul clima. Il 63% è stato classificato come greenwashing, e per ogni azienda le pubblicità in tema di sostenibilità ambientale sono in media il 50%, mentre solo il 18% del loro portfolio è costituito da attività realmente a favore del clima. Tra i colossi energetici presi in esame, Shell è la multinazionale per cui è stata riscontrata la maggiore discrepanza tra pubblicità “verdi” e investimenti in combustibili fossili: l’80% degli annunci pubblicitari promuove iniziative a sostegno dell’ambiente, quando in realtà l’81% degli investimenti aziendali sono destinati a petrolio e gas. Esempi di greenwashing sono tutte le comunicazioni “che enfatizzano genericamente il raggiungimento di risultati di sostenibilità senza esporre dati o presentandoli genericamente”, sottolinea Mauro Bellini, direttore responsabile della testata verticale Digital360. Per risultati affidabili, devono invece essere “corredate da indicatori chiave di prestazione chiari e precisi”, che nell’ambito dell’informazione ambientale si identificano nella dimensione “Esg”, ovvero Environmental, Social e Governance. Tre criteri fondamentali “perché permettono di misurare sulla base di parametri condivisi e standardizzati le performance delle aziende sul fronte della sostenibilità”, aggiunge Bellini. Sempre più aziende, tuttavia, stanno scegliendo la strada della trasparenza. E’ il caso di Alcantara, società italiana che opera nel settore tessile, tra le prime al mondo
a ottenere lo stato di Carbon Neutrality nel 2009. “Ogni anno misuriamo e riduciamo il più possibile le emissioni di anidride carbonica attribuibili alle attività aziendali, dall’inizio del processo produttivo alla fine del ciclo di vita”, spiega l’azienda. Obiettivo primario di Alcantara, infatti, è seguire una strategia rigorosa “certificando ogni passo con la massima trasparenza e stando alla larga da ogni possibile dichiarazione falsa”. Il fine ultimo è scongiurare attività di greenwashing, perché originano “concorrenza sleale e dirottamento degli investimenti”. Secondo l’avvocato Maria Rosaria Raspanti, esperta di diritto antitrust e regolatorio, infatti, il greenwashing “è inquadrabile nell’ambito delle attività commerciali ingannevoli”, ma potrebbe anche qualificarsi come pratica scorretta sotto il profilo concorrenziale: “L’azienda che la pone in essere tenta di incrementare la propria quota di mercato senza accollarsi i costi della produzione sostenibile, sfruttando gratuitamente il generale favore esistente per i prodotti che altre aziende hanno, negli anni, contribuito a costruire sopportandone i relativi costi a livello produttivo e informativo”. A risentirne, quindi, sono le aziende che realmente impiegano tempo e risorse per adottare una condotta sostenibile, essendo “esposte all’erosione della propria market share per effetto di pratiche altrui di aggressione del mercato a costo zero”, ribadisce il legale. Tra i fattori che contribuiscono al disastro climatico c’è anche l’informazione ambientale ingannevole, che alimenta un mercato che troppo spesso antepone il profitto al pianeta. Senza una regolamentazione univoca a livello continentale, aziende più o meno estese continueranno a sponsorizzare business dannosi. Per Spadini, il solo modo di limitare l’azione delle grandi imprese inquinanti è imporre “il divieto di pubblicità e sponsorizzazioni”, unica drastica soluzione che “le spingerebbe sulla strada di una vera transizione ecologica”. Puntare su un’informazione più lim-
LUMSAnews
PAGINA 5
L’INTERVISTA
L’attivista di Greenpeace “Vietare spot sui business inquinanti” Federico Spadini “I messaggi fuorivianti del Greenwashing confondono o ingannano il consumatore”
Federico Spadini, attivista Greenpeace
SANZIONI SALATE PER ENI Il Tar del Lazio ha sanzionato Eni con una multa da cinque milioni di euro per pubblicità ingannevole sul biodiesel “Eni Diesel+”. Un gasolio per autotrazione, secondo il Tar, non può essere considerato “green” né si può dichiarare che attraverso il suo utilizzo è possibile prendersi cura dell’ambiente
pida, infatti, non basterebbe. "Imporre una maggiore trasparenza nelle campagne di marketing non ha funzionato”, spiega l’attivista, citando iniziative promosse da Greenpeace in passato, in quanto “le aziende hanno sfruttato ogni scappatoia possibile per continuare con la propria comunicazione nociva”. Per Bellini, invece, “comunicare in modo trasparente la sostenibilità” è possibile, ma significa “organizzare ed esporre tutte le fonti, sia interne sui processi produttivi che esterne legate a realizzazione e commercializzazione del prodotto finale”. Un obiettivo ambizioso, che potrà essere raggiunti soltanto quando “la sostenibilità diventerà una missione da completare davvero per tutti”.
MARKETING INGANNEVOLE PUBBLICITÀ VERDI
INVESTIMENTI SOSTENIBILI
80%
19%
92%
20%
81%
1% Fonte: DeSmog
Come riconoscere le operazioni di greenwashing? “Per il Cambridge Dictionary sono finalizzate a «far credere che un’azienda si stia impegnando per proteggere l’ambiente più di quanto non faccia in realtà e sia interessata a proteggere l’ambiente quando invece non lo è». Qualsiasi comunicazione che promuove attività inquinanti spacciandole come sostenibili è greenwashing, così come qualsiasi messaggio che promuove attività realmente green ma in modo esasperato, portando a credere che rappresentino il core business dell’impresa, quando invece sono una parte minoritaria. Bisogna studiare sia i messaggi che l’operato delle aziende. Lo abbiamo fatto nel recente rapporto di Greenpeace Paesi Bassi, realizzato dal gruppo di ricerca DeSmog, “Tante parole e pochi fatti” per smascherare chi investe sui combustibili fossili e mostrare la verità celata dalla pubblicità”. In quale comparto di mercato il fenomeno del greenwashing può essere più dannoso? “Ovunque, perché si tratta di messaggi fuorvianti che confondono, o addirittura ingannano, le persone. È molto pericoloso in i settori che hanno a che fare con l’attuale crisi climatica. Penso all’energia, ai trasporti, ma anche al comparto dell’alimentare e della plastica”. Per abolire le pubblicità delle multinazionali inquinanti occorre però un milione di firme. “Greenpeace, insieme ad altre venti organizzazioni, ha appena lanciato una “Iniziativa dei Cittadini Europei” per chiedere il bando delle sponsorizzazioni da parte del settore fossile, tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico. Abbiamo di fronte una vera sfida: raccogliere un milione di firme in Europa entro ottobre 2022. Se l’obiettivo verrà raggiunto, allora la Commissione Europea avrà l’obbligo – in virtù del funzionamento dell’ICE – di discutere la proposta di legge ed esprimere valutazioni politiche e giuridiche. In ultima analisi ciò potrebbe tradursi in una nuova legge europea”. Non basterebbe imporre maggiore trasparenza alle campagne marketing? “In passato iniziative simili non hanno funzionato e le aziende hanno sfruttato ogni scappatoia possibile per continuare con la propria comunicazione “nociva”. Vogliamo risolvere il problema alla radice e replicare esattamente quello che è successo con l’industria del tabacco. In quel caso l’Unione Europea ne ha vietato le sponsorizzazioni, riconoscendo il pericolo per la salute: perché le aziende del fossile, che con il loro business hanno impatti sia sulla salute delle persone che su quella del Pianeta, dovrebbero continuare indisturbate a farsi pubblicità?”. (r.c.)
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PSICHE E DIPENDENZA
Negli ultimi anni i disturbi neuropsichiatrici sono aumentati e con loro anche l’uso di rimedi farmacologici Una situazione resa ancora più grave dagli scarsi investimenti nell’assistenza psicologica che potrebbe invece costituire una modalità di trattamento più sostenibile
O
di MICHELA PAGANO
gni anno il 25 per cento della popolazione europea si ammala di ansia o depressione. A dichiararlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nell’ultimo decennio ha registrato un costante aumento del numero di persone a cui è stato diagnosticato un disturbo ansioso o depressivo, con conseguente aumento dell’utilizzo di psicofarmaci. Uno studio della fondazione Openpolis ha ripreso una pubblicazione di Civio, rivista europea partner di Edynet, la rete europea del data journalism, che accende una luce su un fenomeno poco conosciuto. Sempre secondo l’Oms i disturbi mentali rappresentano il 26 per cento di tutte le malattie nei paesi dell’Unione europea e la sola depressione raggiunge quota 15 per cento.“Sosteniamo una vita più stressante rispetto a dieci anni fa – dice a Lumsanews il professor Fabio Lugoboni, responsabile dell’Unità Medicina delle Dipendenze del Policlinico Borgo Roma di Verona – e la risposta di fronte a queste situazioni stressanti solitamente è di tipo ‘on-off’: se facciamo fatica a fare qualcosa o avvertiamo ansia, immediatamente prendiamo un farmaco per risolvere il problema”. Il ruolo della pandemia Secondo il Rapporto nazionale sull’uso dei farmaci in Italia, realizzato dall’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali dell’AIFA (OsMed), nel 2020, l’anno caratterizzato dalla pandemia da Covid19, gli antidepressivi rappresentavano il 3,7 per cento del consumo totale di farmaci, confermando un trend in aumento a partire dal 2014. “Durante la pandemia il consumo degli psicofarmaci è aumentato soprattutto in chi li assumeva già prima dell’emergenza sanitaria”, spiega Fiammetta Cosci, direttrice del gruppo di ricerca “Smettere gli psicofarmaci”, unico centro italiano dedicato dell’Università di Firenze. “In particolar modo sono aumentati i problemi di ansia e sonno”, aggiunge Lugoboni. Nel 2020 l’EpiCentro, il portale di epidemiologia per gli operatori sanitari dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ha condotto uno studio per valutare l’impatto della pandemia e della quarantena sulla salute mentale della popolazione. Su un campione di 20.720 partecipanti è emerso che durante il lockdown sono aumentati i livelli di ansia, depressione e sintomi legati allo stress, soprattutto in soggetti femminili, e che la prolungata esposizione a questi stimoli negativi ha aumentato il rischio di presentare sintomi ansioso-depressivi, confermando il trend in crescita. La dipendenza da benzodiazepine: tra gli psicofarmaci più pericolosi Una delle cause dell’aumento della dipendenza farmacologica per i disturbi d’ansia e di depressione è l’accesso sempre più facile ai medicinali antidepres-
l’inchiesta
Ansia, depressione e farmaci I rischi nascosti del fai-da-te In Europa è boom di cure terapeutiche tranquillanti Sempre più facile l’accesso autonomo ai medicinali
sivi, spesso preferiti a cure psicologiche. Tra questi le benzodiazepine, farmaci dall’attività sedativa, ipnotica e ansiolitica, il cui abuso può creare un vortice di dipendenza dal quale uscire diventa molto faticoso. “L’abuso di benzodiazepine causa una dipendenza psicofisica spesso caratterizzata dal desiderio compulsivo di assumere il farmaco”, afferma Graziano Pinna, neuroscienziato e ricercatore italiano dell’Università dell’Illinois. “Le benzodiazepine a differenza di altri antidepressivi hanno un uso raccomandato che non deve superare le quattro settimane perché – specifica Lugoboni – prolungando questo tempo il rischio di sviluppare dipendenza cresce di molto”. Quando si è sulla via dell’abuso, “si verificano principalmente due cose: dipendenza, e quindi si è costretti a continuare ad assumere il farmaco perché se viene sospeso si sta male, e tolleranza o assuefazione, cioè col tempo è necessario aumentare le dosi perché quelle iniziali non fanno più effetto”.Tuttavia, non tutti gli addetti ai lavori hanno un’idea negativa delle benzodiazepine. “La letteratura scientifica suggerisce che non tutte sono uguali: alcune hanno una probabilità alta di indurre dipendenza mentre per altre è molto bassa”, ricorda la dottoressa Cosci. Le benzodiazepine sono state spesso al centro di una campagna denigratoria poiché considerati farmaci pericolosi ma “si tratta di farmaci il cui utilizzo è molto ampio e la cui efficacia è ampiamente dimostrata”, chiarisce Cosci. Dello stesso parere anche Cesare Por-
celli, neuropsichiatra della Azienda sanitaria locale di Bari, che spiega: “Le benzodiazepine hanno un margine terapeutico molto ampio per cui non possono essere ritenute solo pericolose, a condizione, naturalmente, che chi ne consiglia l’uso lo faccia secondo precise regole che rispettino i vari parametri farmacologici. Sono sicuramente farmaci che possono creare dipendenza o assuefazione ma questi sono in genere effetti secondari ad un uso non corretto del farmaco”.Anche sotto questo aspetto un ruolo importante lo ha svolto la pandemia. Secondo i dati dell’Istituto europeo per il trattamento delle dipendenze (IEuD), in Italia nei primi sei mesi del 2020 i consumi di benzodiazepine hanno subito un’accelerazione, con tassi di crescita di oltre il 4 per cento. Interruzione delle cure e crisi di astinenza Il meccanismo per cui si pensa che per ogni problema ci sia il farmaco come soluzione è il cuore della dipendenza. Talvolta però alcuni pazienti decidono di interrompere le cure e disintossicarsi. Il percorso tuttavia non è semplice. “Se parliamo di antidepressivi ci dovrebbe essere un medico esperto che valuti i pro e i contro di una sospensione della terapia. Nel caso delle benzodiazepine invece, eliminarle potrebbe essere addirittura pericoloso, poiché si potrebbe arrivare al caso limite delle convulsioni da astinenza”, commenta il dottor Lugoboni. Inoltre, “la differenza principale fra benzodiazepine e antidepressivi o antipsicotici è che nel primo caso
un’astinenza da sospensione è solitamente breve e transitoria mentre per le altre due famiglie di farmaci si registrano sempre più spesso casi di astinenza persistente”, sottolinea Fiammetta Cosci. “Nei casi più gravi è necessario il ricovero ospedaliero e a volte anche un percorso di riabilitazione in centri specializzati”, ricorda il dottor Pinna. La dipendenza farmacologica dunque può trasformarsi in un incubo. Il primo passo da compiere per un suo corretto superamento è riconoscere che l’uso di questi farmaci è diventato un problema e rendersi conto che non si è più in grado di gestire la situazione. Semplice solo a dirsi.
“Durante la pandemia il consumo di psicofarmaci è aumentato soprattutto in chi li assumeva già prima dell’emergenza sanitaria”
I DATI DEL RAPPORTO OSMED SULLE DOSI GIORNALIERE DI PSICOFARMACI PER 1000 ABITANTI
43,6
41,6
42,8
40,4
39,2
2014
39,5
2015
39,7
2016
2017
2018
2019
2020
LUMSAnews
PAGINA 7
L’INTERVISTA
“Quindici italiani su cento assumono benzodiazepine Così nasce la dipendenza” Lugoboni, medico delle dipendenze “Allarme sindrome da sospensione”
IL RUOLO DELLE BENZODIAZEPINE Tra i medicinali antidepressivi maggiormente utilizzati dalla popolazione europea ci sono le benzodiazepine, farmaci dall’attività sedativa, ipnotica e ansiolitica, il cui abuso può creare un vortice di dipendenza dal quale uscire diventa molto faticoso. Allo stesso tempo però, secondo alcuni studiosi, hanno un margine terapeutico molto ampio, per cui la dipendenza e l’assuefazione sono considerati casi limite, secondari solo a un uso non corretto del farmaco.
LA VARIAZIONE DEL COSTO MEDIO GIORNALIERO
0,70 0,60 0,50 0,40
0,53 0,46
0,41
0,41
0,42
0,42
0,42
0,30 0,20
2014 2015
2016 2017
2018 2019 2020
“La probabilità di diventare dipendenti raggiunge l’80%”. Fabio Lugoboni, direttore responsabile dell’Unità Medicina delle Dipendenze del Policlinico di Verona, spiega il fenomeno dell’abuso di benzodiazepine tra la popolazione italiana, che in molti casi rischia di originare una forte dipendenza. Dottor Lugoboni, secondo l’Oms negli ultimi anni si è assistito a un aumento delle cure farmacologiche contro ansia e depressione. Perché e quali fattori hanno contribuito? Quanto ha influito la pandemia? “Sosteniamo una vita più stressante rispetto a dieci anni fa e la risposta di fronte a queste situazioni solitamente è di tipo “on-off”, nel senso che se facciamo fatica a fare qualcosa o avvertiamo ansia immediatamente prendiamo un farmaco per risolvere il problema. Non mettiamo in discussione il nostro stile di vita o andiamo in psicoterapia. Possiamo anche farlo ma principalmente optiamo per un approccio “onoff”. La pandemia poi ha contribuito in maniera drammatica a questo aumento. In particolar modo sono aumentati i problemi di ansia e di sonno”. Quando si diventa dipendenti dai farmaci antidepressivi? “Non è riconosciuta da tutti allo stesso modo. È dimostrato che alcuni farmaci antidepressivi hanno provocato una sindrome da sospensione, ovvero quando vengono sospesi dopo tanti mesi di assunzione possono avere conseguenze negative, il cosiddetto effetto “rebound”, e per ridurne le dosi è richiesto più tempo. Diverso invece è il discorso per le benzodiazepine, per cui la crisi di astinenza può essere più grave”. È vero che l’uso prolungato delle benzodiazepine rappresenta un fattore di rischio per la dipendenza? “Assolutamente sì. Infatti a differenza di altri antidepressivi si raccomanda di non superare le quattro settimane di assunzione continua, perché prolungando questo tempo il rischio di sviluppare dipendenza cresce di molto e soprattutto non si può sapere in anticipo come il paziente reagirà. In questo poi si inseriscono molte volte fattori genetici e ci sono persone che diventano dipendenti in tempi brevi e altre che lo diventano in tempi più lunghi. Solitamente la probabilità di diventare dipendenti varia dal 15 all’80 per cento se un paziente le assume per oltre tre mesi”. In questi casi le benzodiazepine che effetti hanno sul paziente? “Si verificano principalmente due aspetti: dipendenza, ovvero si è costretti a continuare ad assumerle perché se vengono sospese si sta male, e assuefazione, cioè col tempo è necessario aumentare le dosi perché quelle iniziali non fanno più effetto. In Italia assume regolarmente benzodiazepine circa il 15 per cento della popolazione, un numero enorme. Di queste il 2 per cento, pari a circa 100.000 soggetti tra coloro che ne fanno uso saltuariamente e chi invece le assume tutti i giorni, sviluppa tolleranza, ovvero la necessità di aumentare le dosi anche oltre quelle massime consentite. In sostanza la tolleranza è una complicazione della semplice dipendenza”. Il paziente che inizia un percorso di riduzione o sospensione dei farmaci a cosa va incontro? “Ci possono essere due scenari diversi. Se parliamo di antidepressivi ci dovrebbe essere uno psichiatra o un medico esperto che valuti i pro e i contro di una sospensione della terapia. Nel caso delle benzodiazepine invece eliminarle potrebbe essere addirittura pericoloso, quindi bisogna farlo in maniera oculata. L’eliminazione può portare infatti ad un’esacerbazione dell’ansia, una grave insonnia, contratture muscolari, alterazioni della vista, fischi alle orecchie ma la cosa peggiore sono le crisi convulsive. Più si assumono benzodiazepine più il rischio di convulsioni può essere significativo”. (m.p.) RAPPORTO OSMED 2020 A sinistra due riproduzioni dei dati raccolti nel rapporto nazionale sull’uso dei farmaci in Italia nel 2020, realizzato dall’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali dell’AIFA.
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L’ESPERTO Fabio Lugoboni è il direttore responsabile dell’Unità Medicina delle Dipendenze del Policlinico Borgo Roma di Verona.
Di fronte a un problema scegliamo la strada più semplice: il farmaco Non ci interroghiamo sul nostro stile di vita o andiamo in terapia
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L’uso raccomandato per l’assunzione di queste sostanze è di quattro settimane Andando oltre il rischio di dipendenza cresce
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Roberta Chiarello, Paolo Consolini, Francesca Funari, Michela Pagano, Agnese Palmucci, Claudia Torrisi
Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
il dibattito
Diritti tv, tra Dazn e Sky la guerra miliardaria del calcio
PAGINA 8
LUMSAnews
Agcom: migliorare la qualità del servizio entro 30 giorni Il futuro è sempre più lontano dalla tv via cavo
D
di PAOLO CONSOLINI
opo quasi trent’anni il calcio italiano ha traslocato. Il 26 maggio 2021 Sky ha detto addio alla serie A. Non accadeva dal 2003, quando il colosso inglese era nato dalla fusione di Stream e Tele+, che aveva trasmesso il campionato nel decennio precedente. È la fine di un ciclo.A essersi insediata sul trono è Dazn, pay-tv britannica nata nel luglio 2015, che trasmette via streaming, abbattendo i costi e raggiungendo un pubblico in continua evoluzione. Finanziata dal miliardario Len Blavatnik, statunitense nato in Ucraina, a marzo si è aggiudicata i diritti tv del campionato per il triennio 2021/2024, per 840 milioni di euro a stagione. Ma perché Sky Italia ha rinunciato al grande calcio? Pesa il difficile momento economico che vive l’emittente, aggravato dalla pandemia. Il 2020 si è chiuso con un rosso da ben 690 milioni di euro e un calo del fatturato dell’11%. Alla base della rinuncia vi sarebbero quindi perdite che incidono più delle strategie imprenditoriali.Una tesi sostenuta a Lumsanews da Marco Bellinazzo, opinionista del Sole 24 Ore: “Credo che l’acquisto di altri diritti, come la C di calcio e la pallavolo femminile, rappresenti la conseguenza dell’esito dell’asta sulla A. Sky voleva mantenere i diritti ma non si aspettava un’offerta così alta da parte di Dazn, supportata da Tim”. Non a caso, a inizio giugno, per cercare di limitare i danni, ha rilanciato mettendo sul piatto 500 milioni per trasmettere tutti i match in co-esclusiva, ma la proposta è stata rifiutata. Dazn si è appoggiata a Tim, che vanta una vasta clientela e un’infrastruttura interessata da corposi investimenti. La partnership ha superato anche la scure dell’Antitrust, che a luglio ha aperto un’istruttoria per verificare se l’intesa potesse penalizzare eccessivamente la concorrenza, ma poi ha dato il via libera all’accordo.La contesa sembrava chiusa, ma la partita si è riaccesa con l’inizio del campionato. Dazn ha dovuto ammettere numerosi disservizi, rimborsando il primo mese agli abbonati scontenti, e il confronto con la qualità garantita da Sky sembra impietoso. I problemi di connessione continuano a far spazientire milioni di spettatori e anche gli ascolti, che verrebbero gonfiati fino al 50% rispetto alle stime ufficiali, rappresentano un caso. Scenari smentiti dall’azienda in una nota stampa il 19 ottobre: “Il mercato sta dando fiducia alla nostra offerta, registrando un incremento dell’audience di oltre il 10% rispetto alla stagione 2019/2020”. Ma mancano, e non è un dettaglio, i valori assoluti. In attesa che Dazn e TimVision forniscano dati certi, invocati anche da club e pubblicitari, Auditel stima invece una perdita di circa 600.000 abbonati per Sky, che ora trasmette solo tre gare su dieci. Un’analisi sommaria ma efficace, che confronta lo stesso match trasmesso a canale e orario invariato, otto mesi dopo. Il 22 settembre la Commissione Telecomunicazioni della Camera in una risoluzione ha invitato il Governo a dare più poteri ad Agcom per controllare e intervenire su qualità del servizio di trasmissione in streaming e misurazioni dell’ascolto. Il 7 ottobre l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha avviato un procedimento. Un ultimatum di trenta giorni, entro i quali Dazn dovrà “adottare comportamenti rispettosi dei diritti degli utenti e accorgimenti funzionali a prevenire i malfunzionamenti della piattaforma”. Il problema è che l’Agcom attualmente non può multare Dazn, che opera solo su internet. L’emittente non ha richiesto un’autorizzazione ministeriale e di fatto non è sottoposta alle regole che governano il settore. I poteri sembrano quindi limitati, come ci conferma con franchezza il funzionario Francesco Di Giorgi: “Più che a una vera e propria norma siamo di fronte a un auspicio della Commissione e quindi non possiamo fare molto. Ma se un emendamento cambierà lo stato dell’arte l’Agcom interverrà subito”. Bellinazzo sostiene che “una revisione della licenza è molto difficile da immaginare e potrebbe arrivare soltanto di fronte a inadempimenti ancora più gravi”. Più probabile una soluzione tampone, già percorsa in passato. L’imposizione a Dazn di trasmettere anche sul digitale terrestre, più affidabile rispetto alle connessioni via internet in un Paese ancora segnato da di-
L’intervista
MARCO BELLINAZZO
“Le difficoltà sono evidenti ma la revoca della licenza è complessa” Il giornalista del Sole 24 Ore “Il binomio calcio/pay-tv è in crisi”
Marco Bellinazzo, giornalista Sole 24 Ore
Panoramica dello stadio Meazza durante il derby tra Milan e Inter del 7 novembre 2021
gital divide e reti ballerine, è un’ipotesi che sta prendendo corpo. Anche il giornalista di Ansa e Tuttosport, Simone Di Stefano, sottolinea come “essendo di fronte a un contratto tra due enti privati, appare improbabile un intervento diretto del governo. Clausole e penali rendono la revoca molto complessa”. L’esperimento Dazn, al netto dei disservizi, evidenzia come il futuro sia sempre più distante dalla tv via cavo. Amazon e Netflix, che già trasmettono parte della Champions e i campionati inglese e francese, sembrano destinate a conquistare il settore. Gli scenari per i broadcaster tradizionali non sono rosei. Secondo Di Stefano “per sopravvivere dovranno ripensare le loro strategie e sfruttare le occasioni messe a disposizione dal mercato. Sky potrebbe puntare tutto sulle Olimpiadi di Parigi 2024 ma rischia
di diventare un canale “all sports” a tutti gli effetti, con meno calcio. Sicuramente, a livello strategico, questo triennio senza serie A sarà utile per riflettere su cosa sia meglio concentrarsi”. Probabilmente il prodotto dovrà adeguarsi alle rinnovate esigenze dei fruitori. Lo sottolinea Marcel Vulpis, ex direttore del portale Sport Economy e vicepresidente di Lega Pro: “Credo che il mercato debba andare verso i bisogni moderni. I più giovani stanno manifestando l’incapacità di restare 90 minuti collegati a uno schermo Le Leghe dovrebbero cambiare le modalità di fruizione e distribuzione. Il contenuto rimane la partita ma bisogna fare in modo che sia spacchettato in modo differente in base al target a cui ci si sta rivolgendo: un tifoso di 60 anni ha esigenze diverse da un ragazzo di 15”.
Sky ha rinunciato all’esclusiva sui diritti tv della Serie A. La decisione è stata dettata soltanto dalle difficoltà economiche dell’emittente? “Credo che l’acquisto di altri diritti, come quelli della Serie C e della pallavolo femminile, sia un po’ la conseguenza dell’esito dell’asta per i diritti della A. Penso che Sky volesse mantenere comunque il campionato italiano, ha avanzato la sua offerta ma evidentemente non si aspettava una controproposta così alta da parte di Dazn, che è stata anche supportata da Tim. Comcast, che è l’azienda americana controllante di Sky, ha ritenuto di non voler ulteriormente alzare la posta e così si è conclusa la trattativa”. La Commissione Telecomunicazioni ha suggerito al Governo di dare più poteri di controllo e intervento all’Agcom. Una revoca dell’intesa con Dazn è possibile? “Mi sembra sia complicato immaginarla, nonostante i problemi siano evidentemente innegabili. Tornare indietro e revocare la licenza richiederebbe un livello di inadempimento ancora più grave rispetto agli attuali disservizi. Sicuramente un’Agcom con più poteri potrebbe rappresentare un pungolo per Dazn per aumentare il livello di qualità del proprio servizio”. Il binomio pay-tv/calcio è a rischio? La palla passerà ad Amazon e Netflix? “Sicuramente è in crisi. I livelli di crescita registrati negli ultimi quindici anni saranno molto difficili da replicare a meno che non si riescano a trovare modalità di trasmissione che abbattano ulteriormente i costi per aumentare la platea. Lo streaming rappresenta il modello del futuro, al di là delle difficoltà che si stanno materializzando in Italia. Mi sembra evidente che la presenza dei grandi player, come Amazon, sia rilevante. Per Netflix credo che il discorso sia perché si basa su una strategia aziendale diversa. Certamente i classici broadcaster e le telco in futuro avranno una grande concorrenza. Sono mutati i media e i modelli di trasmissione”. Quale può essere il futuro di Sky dopo l’attuale crisi? “Tutto dipenderà dal numero di abbonati che Sky riuscirà a mantenere, perché è vero che ha perso la serie A ma è anche vero che, rinunciando ai diritti, ha risparmiato più di 700 milioni all’anno. Ha acquistato i diritti di altre manifestazioni importanti seppur non paragonabili al campionato italiano. Considerando i numeri negativi di bilancio, bisognerà capire tra qualche mese quale sarà stato l’impatto effettivo e come si regolerà la proprietà americana. Credo che Sky Sport resterà un punto di riferimento per l’informazione sportiva in Italia, anche se ridimensionato”. (p.c.)