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Periodico numero 57 1 luglio 2015

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LUMSA

NEWS

IL PERIODICO

Libera Università Maria Ss. Assunta - Ordine dei giornalisti del Lazio Periodico del MASter in giOrnALiSMO n. 57 - 1° luglio 2015

Il cantico di papa Francesco Laudato si’, l’Enciclica del Pontefice è un inno alla difesa dell’ambiente e contro il consumismo

I

di Mario di Ciommo

l cantico di Francesco quasi otto secoli dopo. C’è un filo rosso che collega Papa Bergoglio con il santo di Assisi. È un collegamento che nasce dalla scelta stessa del nome, Francesco, il primo in assoluto nella storia dei pontefici romani: un segno di discontinuità, un rivoluzionario. La consacrazione di questo legame che unisce l’emblema della cristianità moderna, il Francesco che si spoglia dei suoi averi materiali e canta della natura e della sua magnificenza, e il Papa sudamericano, che combatte la corruzione, riforma la Chiesa e sceglie di vivere nel convento di Santa Marta. ‘Laudato sì, mì Signore’ scriveva san Francesco, ‘Laudato sì’ è il titolo che il Papa ha scelto per la sua enciclica, forte, diretta, senza mezze misure. È l’enciclica sull’ambiente, è l’enciclica sullo sviluppo sostenibile, è l’enciclica di Francesco. (Servizio alle pagine 2 e 3)

Stagione balneare sarà un’estate senza più “sbarre”

Pag. 10-11

Anche a Torino un bagno di folla

“Non chiudiamoci in una società che esclude, dobbiamo osare e avere coraggio”. Sono queste le prime parole che papa Francesco pronuncia a Torino, in occasione della visita alla Sindone, in ostensione dal 19 aprile scorso. Giovani ma anche tante famiglie, in migliaia hanno voluto salutare Francesco e già all'alba il capoluogo piemontese aveva i ritmi delle ore di punta. Ma tra la gente comune ci sono anche i vip della città come Sergio Marchionne, con il quale scambia anche una stretta di mano e la famiglia Savoia. (CD)

Degrado Esquilino nuovo progetto per Piazza Vittorio

Pag. 12-13

Fiera di Roma in crisi Parla il presidente

Pag. 16-17


2

Il cantico di papa Francesco

PRIMO

Custodiamo la casa comune

Un’Enciclica in difesa della terra nel segno del Santo di Assisi

U

di Nino Fazio

n'enciclica “verde” nel segno di San Francesco, già dal titolo e dall'incipit: «Laudato si’, mi’ Signore». Un cantico, quello di Bergoglio, sulla «cura della nostra casa comune», che – alla maniera del Santo di Assisi – «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia». Sin dal suo insediamento, Francesco ha manifestato grande attenzione al “poverello di Assisi”, prendendone il nome e facendo ripetuti appelli all’armonia tra il Creato e le creature che lo popolano. Il rispetto per l'ambiente è accompagnato qui da un sentimento panico della natura, una fusione tra l'elemento naturale e quello umano che rende impossibile

«considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita». Riscaldamento globale, cambiamento climatico, inquinamento, impoverimento della biodiversità, ma anche dominio della finanza e del consumismo, distribuzione iniqua del cibo, squilibrio tra Nord e Sud del mondo e rischio di «guerre mascherate da nobili rivendicazioni»: il grido degli ultimi che si unisce a quello dell'ambiente in un continuum che fa da fulcro alle 192 pagine vergate da Bergoglio. È il concetto di «ecologia integrale» il raccordo tra i diversi temi affrontati, perché «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Occorre, dunque, adottare «un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello

stesso tempo per prendersi cura della natura». L’esortazione di Francesco, dunque, è generale e indica un cambio di marcia, una nuova concezione della vita, perché il delirio di onnipotenza dell’uomo lo ha portato a credere di poter esercitare «un dominio assoluto sulle altre creature». Ma «noi non siamo Dio – ammonisce il Papa – e la Terra ci precede e ci è stata data», un dono che richiede che l'uomo «rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo». A pagina 144 arriva così la dura critica alla classe politica, ossessionata dal rispetto dei vincoli di bilancio e dalle logiche di mercato e appiattita sulle insostenibili ricette imposte dalla tecnocrazia: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche – scrive Bergoglio – facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la

ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura». Ai costi altissimi a carico della popolazione si aggiunge la distribuzione iniqua delle risorse: «un venti per cento della popolazione mondiale – scrive Francesco, citando i Vescovi della Nuova Zelanda – consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere». È un grande inno alla creazione, quello di papa Francesco, un monito ai potenti e un'esaltazione degli ultimi, in grado di sviluppare tra tante limitazioni «un’ecologia umana», fatta di «relazioni di vicinanza e calore», che riesce a tramutare qualsiasi luogo da un inferno al «contesto di una vita degna».

Laudato si’, l’anatema contro le banche L’accusa del Papa: “Per salvarle ha pagato la gente” di Mario Di Ciommo

Il Palazzo Apostolico, in cui ha sede lo IOR

"I poveri e la terra stanno gridando: Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore, affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza. Laudato si’! Amen." Si conclude così l’Enciclica ‘Laudato sì’ firmata da Papa Francesco. Il finale non è casuale. Se infatti in molti l’hanno intitolata l’Enciclica dell’ambiente non va sottovalutata la critica tutt’altro che velata che il pontefice ha voluto riservare al mondo economico, colpevole a suo dire “di aver saccheggiato interi paesi per salvare le banche” e non perdendo di apostrofare alcune scelte finanziare degli ultimi anni come ‘vergognose’. Il Papa sta portando avanti la sua battaglia contro un

‘progresso esclusivamente finalizzato al lucro ed alla plutocrazia’. Sin dal suo insediamento Francesco ha voluto imprimere un segno di discontinuità con il passato cominciando col riformare la stessa Chiesa. È datata 24 giugno 2013 la riforma della Commissione sullo IOR, che precedette di un solo mese la riforma economica con l'introduzione della Commissione referente costituita prevalentemente da laici. Scelte che solcano sempre più il cammino del primo pontefice che ha deciso di nominarsi ‘Francesco’. Una scelta consapevole che sta portando avanti in maniera coerente: la sua ultima enciclica ne è la prova tangibile. Come il santo d’Assisi il Papa ha scelto l’ambiente, e quindi la natura, come tema predominante della sua lettera, unito ad un messaggio forte al mondo economico chiamato a ‘spogliarsi’ della maggior parte dei propri averi e puntare ad uno sviluppo ‘equo ed inclusivo’.


“Una vera rivoluzione”

PIANO

Parla Raffaele Luise, vaticanista della Rai

3

Mons. Paglia: “E’un documento per farci riflettere”

R

di Samantha De Martin

La sospensione di Magister

Uno scoop mal riuscito?

Voleva bruciare tutti sul tempo ma l’unico risultato che ha ottenuto è stata la sospensione del suo accredito dalla sala stampa vaticana. Stiamo parlando di Sandro Magister, giornalista de ‘L’Espresso’, che ha pubblicato anzitempo il pdf dell’Enciclica di Papa Francesco. Purtroppo per lui il suo tentativo di ‘scoop’ non è passato inosservato, anzi. Il gesto ha provocato la reazione immediata di Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, che ha sospeso l’accredito del cronista. Magister ha sostenuto di non essere venuto in possesso di una copia del testo che di solito viene fornita sotto ‘embargo’(con il divieto della divulgazione) ai giornalisti qualche tempo prima della pubblicazione ufficiale, altresì aveva ricevuto una copia procuratagli dallo stesso direttore de ‘L’Espresso’ tramite canali non ufficiali. Lombardi non ha sentito ragioni e ha sospeso l’accredito del cronista a tempo indeterminato bollando la sua iniziativa come ‘scorretta’ e ‘fonte di forte disagio per moltissimi colleghi giornalisti’ nonché ‘di grave turbamento del buon servizio della nostra sala stampa’. (MDC)

affaele Luise, decano dei giornalisti vaticanisti, si è soffermato sull'aspetto assolutamente rivoluzionario del documento “verde” di papa Francesco. In cosa consiste la novità dell’enciclica di Bergoglio? «L’enciclica del Papa è straordinaria e segna i tempi nuovi come accadde ai tempi della “Pacem in Terris”. Si tratta di un documento di respiro globale che riesce, per la prima volta, e tenere insieme elementi, da sempre frammentari, dei saperi e delle pratiche sulla difesa di ambiente e sulla condanna umana. Riesce, con sguardo olistico, a dare le giuste coordinate su come affrontare la cultura dell’ecologia che oggi manca. Il Papa, attraverso un documento politico e culturale che affronta alle radici problema dell’ecologia, ci fornisce un’ anticipazione ben riuscita che vuole essere una provocazione, uno schiaffo alla politica internazionale». Quali sono, secondo lei, le tematiche più significative affrontate nel documento? «Tutto il testo si costruisce su tre livelli. Il primo è incentrato sull’aspetto culturale dell’enciclica che ruota intorno a quel “Laudato si” che contiene tutta la meraviglia,

Raffaele Luise, vaticanista Rai

l’ affetto per le creature viventi che si stringono in un grande abbraccio, e sul concetto di “casa comune”, dove “casa” allude all’ambiente di vita. Il secondo livello dell’enciclica è quello cardine: un invito a raccogliere il doppio grido lanciato dai poveri e dall’ambiente. Il terzo punto, che rafforza il carattere per-

formativo del messaggio, è quello più etico e antropologico, un invito alla conversione ecologica, un concreto stimolo a realizzare nuovi stili di vita». L’enciclica di papa Francesco inaugura, insomma, una nuova teologia dell’ambiente che si sostituisce a quella forma di ambientalismo, finora concepito come una corrente frammentaria e radical chic. Del messaggio rivoluzionario contenuto nell'enciclica ha parlato anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. «Francesco – ha ribadito monsignor Paglia - ci ha sorpreso tutti riportando alle origini della Creazione e costringendoci a riflettere sulla nostra dimenticanza rispetto alla profezia delle origini».

Conciliare ambiente e sviluppo Il dilemma di sempre nelle parole del Pontefice

di Carlotta Dessì

“Curiamo e proteggiamo la nostra casa comune”. E’ così che papa Francesco parla nella sua enciclica a proposito del dilemma ambiente e sviluppo. Prendendo spunto dal Cantico delle Creature e dai suoi predecessori, il Papa per la sua enciclica ha deciso di affidarsi nuovamente a San Francesco d’Assisi perché esempio di eccellenza della cura per ciò che è debole oltre ad essere patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia. Un’enciclica, un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui si sta costruendo il pianeta perché troppo spesso molti sforzi per cercare soluzioni alla crisi ambientale vengono demoliti dai potenti ma anche dal disinteresse degli altri. «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per

l’umanità», scrive Jorge Mario Bergoglio al numero 25 dell’enciclica. Se «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti», l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi».


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MIGRANTI A TERMINI

IL CUORE DEL

La via romana all’accoglienza Non solo muri difensivi. Dalla città anche tanta solidarietà “Così noi aiutiamo i profughi”

È

di Samantha De Martin

una gara all’ultima busta, all’ultimo pasto caldo offerto dal cuore di una città ai tanti poveri e immigrati che trovano riparo nell’abbraccio grande di Roma. Corre da una parte all’altra del Tevere, dalle chiese ai centri accoglienza, dalle case famiglia alla tendopoli dei migranti al Tiburtino, la lunga via tracciata dall’accoglienza che attraversa la Capitale. Nella navata centrale della chiesa di Sant’Eustachio, un via vai di immigrati, anziani, pensionati attende il pasto caldo che don Pietro compra nei ristoranti del quartiere, insieme ai buoni pasto offerti dalla generosità dei tanti romani. Gli stessi che distribuiscono schede telefoniche, generi alimentari, giocattoli, indumenti ai 150 migranti accolti nella tendopoli allestita dalla Croce Rossa nei pressi della stazione Tibur-

tina. Sono in gran parte eritrei gli ospiti del campo dove i volontari hanno allestito una sala mensa, bagni chimici e un container con le docce. Baraket ha 16 anni, è arrivato dall’Eritrea, ma spera di raggiungere al più presto l’Inghilterra dove lo aspetta suo fratello: l’Italia non gli piace. Elena, invece, ha 20 anni e in Libia ha lasciato sua sorella; sogna la Germania dove viva un’amica e dove sarebbe disposta a fare qualsiasi lavoro. Elena non conosce il significato della parola “migrante”, un amico, arrivato come lei a Lampedusa e poi ad Agrigento, prova a spiegarle il senso di un termine che in Italia è ostile a molti. Qualcuno arriva alla tendopoli con un tavolo e alcune sedie: «Serviranno per la mensa» ringrazia il responsabile del campo. «Non credo si tratti di un gesto eclatante – dice una signora con una grossa busta in mano piena di pacchi di pasta -. Abito sulla Cassia, ma sono ve-

nuta fin qui per portare un po’ di conforto a queste persone». Una ragazzina porta una pesante confezione di caramelle per gli ospiti più piccoli della tendopoli. Anche Save the Children, attraverso la Cooperativa CivicoZero, ha aderito alla gara di solidarietà a sostegno dei tanti migranti arrivati nella Capitale allestendo, all’interno della tendopoli al Tiburtino uno spazio ludico per i più piccoli, gestito da un team di educatori, consulenti legali e mediatori culturali impegnati a fornire un servizio costante di informazione, assistenza e supporto. L’attività del team prosegue anche all’esterno del campo, attraverso attività rivolte a famiglie e minori, attualmente al centro di prima accoglienza Baobab di via Cupa, sempre nei pressi della stazione Tiburtina. Un’attenzione, quella di Save the Children, volta a soddisfare il bisogno di assistenza e protezione dei tanti

migranti in transito che versano in una situazione di particolare vulnerabilità. Particolarmente importante, nel processo di integrazione di migranti e richiedenti asilo, talvolta ostacolato da un lungo iter richiesto dalla burocrazia, il contributo della Caritas, impegnata, a Roma come su tutto il territorio nazionale, nel percorso dell’accoglienza. «Anche la Capitale – ha spiegato Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas - ha aderito all’iniziativa “Un rifugiato a casa mia”, un progetto che vede numerosi migranti trovare accoglienza e ospitalità presso numerose famiglie». Accanto alla cupola grigia di Mafia Capitale che ha fatto di migranti, cooperative e centri di accoglienza un business da dare in pasto a una “mucca” sempre più insaziabile, c’è ancora una Roma che accoglie e che spalanca le proprie porte a chi arriva da lontano.

Baobab, “qui la gente è meravigliosa” Nel centro di via Cupa tra tendopoli e sacchi a pelo

di Carlotta Dessì

E’ sempre emergenza al centro Baobab di via Cupa, a Roma, nato nel 2004 e l’unico in Europa gestito da immigrati. L’ arrivo di rifugiati negli ultimi giorni è leggermente calato in seguito alle diverse partenze di gruppi nel nord Italia e alla diminuzione degli sbarchi ma la situazione resta comunque molto pesante perché centinaia di profughi, donne e bambini sono ammassati in uno spazio disagevole (il centro può ospitare massimo 250 persone). Una ragazza chiede dei pantaloni della sua taglia e delle canottiere per il suo bambino che spensierato gioca con un trenino nel cortile, altri giocano a calcio nella strada. A disposizione degli ospiti della struttura ci sono, oltre a letti e brandine, una lavan-

deria e tre parrucchieri mentre il cibo e gli indumenti vengono portati dai cittadini romani che hanno voluto dare il loro contributo. Poco distante un altro portone si apre sulla mensa riparata dal sole da teli colorati. In cucina una decina di volontarie preparano il pranzo. “Dentro, la situazione resta al limite e continuiamo ad aver bisogno di tutto – ha dichiarato uno dei tanti volontari presenti nel centro - ma è da diversi giorni che tanti residenti della zona hanno bussato alla nostra porta portando cose utili. La gente è meravigliosa, in tanto tempo che sono in Italia non avevo mai visto niente di simile". Intanto nel centro sono iniziate le attività di animazione per bambini organizzate da alcuni volontari che, con palloncini e nasi rossi intrattengono gli ospiti più piccoli del campo.

Centro Boabab, via Cupa. Roma


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La mensa ai piedi dell’altare S. Eustachio, un pasto per clochard e stranieri

LLA CAPITALE

Don Pietro: un miracolo con l’aiuto dei romani

T

di Alberto Gentile

Ma a Ventimiglia s’infrangono le speranze

Lungo il confine francese, il destino di un centinaio di migranti resta ancora abbarbicato sugli scogli di Ponte San Ludovico, tra Ventimiglia e Menton, diventato simbolo di una protesta che, per quasi dieci giorni, ha tradotto la disperazione di 600 profughi nella rabbia contro la chiusura delle frontiere imposta dal Paese. È un tentativo di fuga a ogni costo e con ogni mezzo quello dei migranti “francesi”, incagliatisi nelle reti dell'intolleranza e nello scaricabarile delle responsabilità in atto tra Italia e Francia. Cercano di passare il confine utilizzando la strada che corre lungo la ferrovia che da Ventimiglia arriva a Nizza: un percorso pericolosissimo, soprattutto di notte, ma l'unico per raggiungere il Nord Europa. Molti di loro alla fine vengono “riaccompagnati” in Italia.

avoli apparecchiati in modo frugale, tovaglie bianche, bottigliette d’acqua, piatti, bicchieri di carta e un po’ di pane. Quando l'orologio scocca le 13 nella Basilica di Sant’Eustachio è l’ora della magia: gli inginocchiatoi diventano sedie e la navata centrale somiglia tanto a un ristorante. Solo che non si tratta di una qualsiasi osteria romana, ma di una mensa per i poveri. E l’artefice di questo incantesimo è Don Pietro Siguroni, il prete che dallo scorso dicembre dà da mangiare a tutti i senza tetto della città che si presentano davanti alle porte della chiesa all’ora di pranzo. “In questa basilica possono entrare tutti, l’unico diritto è avere fame”, ha spiegato. “L’idea è nata rifacendoci un po’ alla storia di Sant’Eustachio – ha raccontato il prete - perché fin da quando era pagano, insieme alla moglie e i figli, dava il cibo a chi ne aveva bisogno. Così ho pensato di continuare questa tradizione e grazie all’aiuto di alcuni miei ex alunni sono riuscito a mettere in piedi questa carità”. Don Pietro infatti non riceve contributi pubblici e tutto quello che lui offre ai poveri gli viene regalato dalla beneficenza. Mettendo insieme i contributi di amici, ex allievi, parenti, volontari sono stati infatti comprati 100 buoni pasto da un’azienda di catering. La stessa ditta che ogni giorno, con dedizione, manda i suoi lavoratori a preparare da mangiare nella basilica ma

Mensa a Sant’Eustachio

anche a servire i poveri seduti nella mensa. E quando il numero dei partecipanti al pranzo supera i cento (come spesso succede) nessuno viene rimandato a casa. In quel caso intervengono i ristoratori limitrofi, abbassando notevolmente i prezzi dei loro piatti e permettendo a Don Pietro di comprare i pasti mancanti. Ogni giorno, infatti, la Basilica offre il pranzo a circa 120-130 persone e, ogni volta, Don Pietro va a fare la “spesa”. “Oggi cosa compro? Cinque o sei chili di pasta? e per secondo trenta cosce di pollo vanno bene?” ironizza il parroco per completare il menù del giorno offerto nella Basilica. L’idea da cui nasce questo progetto è di non lasciare mai i bisognosi privi di aiuto e l’annuncio di Don Pietro ne è la dimostrazione: “Mi rivolgo a chi di voi farà il ramadan e vi invito a passare lo stesso ogni giorno,

gli daremo un cestino da mangiare dopo il tramonto”. Insomma, un sostegno completo e senza distinzioni. E ad aiutare il prete oltre i volontari, sono anche gli stessi poveri. Come Daniel, un giovane senzatetto rumeno che aiuta i dipendenti del catering a disporre le panche della chiesa. “Mi viene dato da mangiare una volta al giorno e io ringrazio per questo, do una mano e non chiedo nulla in cambio – racconta - ho un bambino e una moglie in Romania che vivono in un centro Caritas da quando la nostra casa è andata a fuoco. Tutto quello che guadagno lo mando a loro”. Dalla porta principale si affaccia qualche turista e resta meravigliato. E non è la prima volta. “Io spiego sempre loro che Roma non è solo Michelangelo, il Caravaggio o Piazza Navona – spiega Don Pietro - ma è anche questo: una goccia nell’oceano di carità”

E all’Astalli bussano 400 rifugiati al giorno Un’associazione per l’inserimento e l’integrazione

di Nino Fazio

C’è un’associazione che da più di 30 anni si prende cura dei migranti giunti nella Capitale. Il Centro Astalli, sito nell’omonima via, è ormai un punto di riferimento per la prima e la seconda accoglienza. Ad oggi conta diverse sedi in tutta la penisola – Vicenza, Trento, Catania e Palermo – ma tutto nasce nel 1981 a Roma, al civico 14 di via degli Astalli, su iniziativa dell’allora Superiore della Compagnia di Gesù, Pedro Arrupe. Nel tempo la rete del Sevizio dei Gesuiti per i Rifugiati, di cui il Centro Astalli fa parte, si è ampliata, raggiungendo più di 50 nazioni. Ogni anno 21mila migranti nella sola sede di Roma – 400 al giorno – bussano alla porta dell’associazione per usufruire di numerosi servizi: la mensa e una doccia calda dopo un lungo viaggio, in quello che spesso è il primo approdo romano. E poi quattro strutture di accoglienza sparse per la Capitale, un ambulatorio e una scuola d’italiano con undici classi attive. Un aiuto immediato offerto alle persone arrivate da poco sul territorio ita-

liano, ma anche un sostegno nella delicata fase successiva, quella dell’inserimento in società e dell’integrazione. Aperto a tutti i migranti, da sempre il centro ha mostrato particolare attenzione al percorso di integrazione dei rifugiati, gli “effetti collaterali” delle guerre che nessuno prende in considerazione. Per presentare la richiesta d’asilo e i documenti necessari ad ottenere il permesso di soggiorno, ad esempio, bisogna dare un domicilio dove essere reperibili: via degli Astalli 14, grazie all’intesa con il Comune e la Questura, è da anni il domicilio di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo. Non solo bisogni materiali ma anche opera di sensibilizzazione e di informazione – impreziosita dall’attività del centro studi – e la difesa decisa dei diritti e delle istanze dei migranti. I volontari si fanno portavoce di storie e percorsi da far conoscere alla politica, che sulle tematiche dell’immigrazione deve decidere, ma anche all’opinione pubblica, spesso vittima di disinformazione o cattiva informazione.


Le Olimp al Coloss

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Consiglio comunale e Coni dicono sì alla candidatura. E Marino pensa ad un’a I GIOCHI

Come coinvolgere nei Giochi i monumenti storici di Roma

I

Nicola Stacchietti

l Villaggio Olimpico, un nuovo Palasport, le premiazioni al Colosseo e le gare di atletica al Circo Massimo: tante e suggestive le proposte per Roma 2024, una “candidatura forte” per le Olimpiadi, a pochi anni dal gran rifiuto del governo Monti per l’edizione del 2020. Una candidatura che è stata approvata anche dall'assemblea capitolina durante il consiglio comunale dello scorso 25 giugno. Solo sei i voti contrari, anche le opposizioni hanno votato in massima parte a favore. "C'è una nuova generazione di ragazzi che chiede di trovare lavoro nello sport. Nei prossimi anni ci sostituiremo sempre più ad altri settori nella capacità di creare occupazione: per Roma 2024

potranno essere coinvolte 170.000 persone che genereranno tra 1,5 e 2 punti di Pil”, ha spiegato Malagò, presidente del Coni e attore protagonista della candidatura di Roma. E’ per questo, oltre che per il prestigio intrinseco delle Olimpiadi, che il Coni, il Comitato promotore, il comune di Roma e il governo hanno deciso di premere sull’acceleratore. Si vocifera anche della nomina di un ministro dello sport ad hoc, che si impegni particolarmente per la candidatura della Capitale: la delega allo sport è ora nelle mani del premier Renzi, da quando l’ex sottosegretario Delrio è diventato ministro dei Trasporti. Il premier ha preferito non assegnarla per ora, e questo per alcuni sarebbe un chiaro segnale.

Affascinante anche la proposta del sindaco Marino: “Io ho un sogno: mi piacerebbe, se riuscissimo ad avere le Olimpiadi a Roma, che le premiazioni avvenissero al Colosseo. Vogliamo ricostruire l’arena del Colosseo e gli atleti vi potrebbero arrivare con degli ascensori come i gladiatori in epoca romana”, ha detto in occasione della visita del presidente del Cio (Comitato Olimpico Internazionale), Thomas Bach, alla sede del Comitato promotore di Roma 2024, alla presenza del presidente Mattarella. Per il Villaggio Olimpico si va invece verso il recupero delle strutture di Tor Vergata, completando anche il progetto della Vela di Calatrava. Altra suggestione: le gare di atletica al Circo Massimo. L'equitazione avrà la sua sede a

Piazza di Siena e ai Pratoni del Vivaro (concorso completo), la vela in Sardegna dove, a la Maddalena, c'è garanzia di vento anche in agosto. Il tennis si sposterebbe a Fiumicino, lasciando al nuoto la zona del Foro Italico. Canoa e canottaggio si terranno a Castelgandolfo, facilmente raggiungibile da Roma. Nessuna ipotesi ancora su dove verranno dislocati i centri media e broadcasting, anche se dall'audizione nella settima commissione del Senato del presidente del Coni, Giovanni Malagò, si conosce la possibilità che venga assegnato un ruolo rilevante anche all’aera della Fiera di Roma, perché “l'utilizzo di cubature preesistenti e il recupero in senso ecologico delle opere inutilizzate che hanno caratterizzato in

sorse pubbliche), tanto da far nascere l’idea di un trasferimento di candidatura a Los Angeles, meglio attrezzata. Con questi ritardi, una candidatura che sembrerebbe nata zoppa. Segue Amburgo, la cui idea di organizzare giochi sostenibili e compatti piace molto al n.1 del Comitato olimpico, che ha fatto sapere delle «buone chances della città tedesca». A ostacolare il progetto, la concomitanza con i campionati europei di calcio, che si disputerebbero in Germania poche settimane prima. Bach è stato anche a Roma, e nel

corso del suo recente incontro al Quirinale con Sergio Mattarella è stato chiaro: «L’Italia ha una candidatura forte. Per la vostra storia. Per la ricca storia sportiva e olimpica, e anche perché avete tanti rappresentanti nell’organizzazione dello sport internazionale». Un buon segnale, che accende le speranze. Ma, c’è un “ma”, che si chiama Parigi, arrivata per ultima, con annesse polemiche in stile bostoniano. Eppure Bach, due anni fa, nell’incontro avuto con il presidente Francoise Hollande quando la Francia non aveva an-

cora nemmeno pensato ad una candidatura - si era lanciato in un incoraggiamento: «La Francia è un grande Paese sportivo. L’entusiasmo dei francesi per lo sport è evidente. Sarebbe una candidatura molto, molto forte». Anche perché nel 2024, ricorrerà il centenario degli ultimi giochi olimpici disputati a Parigi. Insomma, Boston sembra aver perso appeal sul Comitato olimpico mentre Amburgo ha «buone chances», la candidatura di Roma poi è «forte», certo, ma quella di Parigi, è «molto, molto forte».

Corsa a 4 per l’assegnazione. E ci sono anche Amburgo e Boston

Ma anche Parigi si mette di traverso

di Federico Capurso

È una corsa a quattro quella per i giochi olimpici del 2024, con Roma, partita per prima, e a seguire Amburgo, Boston e Parigi. A scegliere tra le contendenti, alla fine, sarà il Comitato olimpico presieduto da Thomas Bach, e dalle sue indicazioni sembra già chiaro quali siano le candidature che insidiano maggiormente il progetto italiano. Poche chance per Boston, in ritardo e con un progetto contestato dai suoi cittadini (che lo vedono come uno spreco di ri-


piadi seo?

arena eccezionale...

DEL 2024

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“Un’idea irrealizzabile” Rossella Rea, direttrice “speciale” del monumento

Tanti problemi logistici e difficoltà per i trasferimenti

F

negativo alcuni eventi precedenti” sono il filo rosso della candidatura. Nel frattempo è già iniziato un importante e capillare lavoro di lobby: i membri del Cio sono 102, diciannove (fra questi anche Batter) non voteranno perché il loro mandato nel frattempo sarà scaduto ma altri arriveranno. Attualmente sono necessari 40 voti per l’assegnazione dell’evento. Uno di loro, il presidente Bach, sembra già dalla nostra parte: “Ho molti ricordi di Roma 1960, fu la mia prima esperienza olimpica e ricordo bene Wilma Rudolph e il suo speciale cammino olimpico. Grazie per questo emozionante benvenuto, posso solo congratularmi per i progressi che avete fatto”, ha spiegato Bach.

unzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dal 1979, Direttore archeologo presso la Soprintendenza Speciale per i Beni archeologici di Roma, è stata responsabile della tutela del Municipio IX del Comune di Roma, Direttore del Parco archeologico delle tombe della via Latina, responsabile di una porzione del Parco dell’Appia antica, vice Direttore del Colosseo. E’ attualmente Direttore del Colosseo, responsabile della tutela del Foro della Pace e dei Fori Imperiali, responsabile della tutela di una porzione del Centro storico. Dottoressa Rea, il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini ha dichiarato che sono stati stanziati 20 milioni per l’ultimazione dei lavori del Colosseo. Compresa la suggestiva arena dei gladiatori. Si è aperto un acceso dibattito sulle acque reflue che scorrono sotto di esso, che potrebbero essere d’impedimento alla realizzazione dell’arena. Ci sa dare maggiori notizie? “Il problema idraulico che affligge il Colosseo va avanti dalla fine dell’800. Gli unici lavori di manutenzione in tal senso sono stati fatti negli anni ’50 contestualmente alla realizzazione della metro B. I collettori di acque reflue che provengono da una doppia diramazione, dal lato Celio e dal lato est-labicana (dal fosso di San Clemente), erano stati collegati con un by-pass che incanalava l’acqua in uscita verso ovest. Ora questo by-pass risulta troppo stretto: ogni volta che piove copiosamente si ottura (anche a causa della sporcizia che occlude il passaggio delle acque). Bisognerà allargarlo, rivedendo il sistema delle uscite delle

acque.” Come procederete alla realizzazione del progetto del Ministero di 5 anni? E le premiazioni delle Olimpiadi, che Marino vorrebbe all’interno del Colosseo, solo suggestione? “Per il 2016-2017 è previsto un programma di rilievi e monitoraggi nel sottosuolo, per preparare un piano d’intervento. Nel 2018 verrà pubblicato il bando per la realizzazione dei lavori veri e propri ed entro il 2020 verranno realizzate le strutture ipogee tramite il finanziamento di Della Valle. Il Ministero provvederà al resto. In ogni caso nei sotterranei non transiteranno più di una cinquantina di persone alla volta, debitamente accompagnate, a gruppi di due. Per le premiazioni penso sia un progetto irrealizzabile a livello logistico: gli atleti dovrebbero essere spostati dai campi di gara al Colosseo in continuazione, dividendo due momenti (la gara e la premiazione) che storicamente

alle Olimpiadi sono consequenziali”. Cosa pensa della rinnovata viabilità intorno al Colosseo? Quali sono stati gli effetti positivi? “L’effetto più immediato è stato sicuramente sulle condizioni strutturali del Colosseo: meno vibrazioni derivanti dal traffico, meno emissioni di sostanze inquinanti nell’area interessata. Il Colosseo è stato appena “sbiancato”. Un lavoro che si sarebbe rilevato inutile in pochi anni se fossero continuate a passare tutte quelle automobili”. Le resta ancora un sogno da realizzare come direttore speciale del Colosseo? “Sì, vorrei che l’esterno del Colosseo sia degno della maestosità del suo interno. Venditori ambulanti, gladiatori, degrado e sporcizia non sono congruenti con la nostra gestione e gli sforzi che stiamo facendo per proiettare il Colosseo fra i monumenti più visitati del mondo”. (NS)

Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali e del Turismo, ha deciso di stanziare 20 milioni di euro per ricostruire nel Colosseo l’arena dove combatterono i gladiatori. Si tratta di un'impalcatura che ricopre la pavimentazione, in parte già realizzata: cosa potrebbe accadere a quest'opera se le acque reflue che scorrono sotto il Colosseo dovessero risalire con la consueta forza? È una questione che ha innescato un acceso dibattito. Ne abbiamo parlato con Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza, ex direttore del Messaggero ed esperto del settore. Le Olimpiadi ci hanno da sempre abituato a spese pazze. Non possiamo digerire questa dell’arena per Roma2024? "Il fatto che i Paesi organizzatori di Olimpiadi

abbiano realizzato opere tanto costose quanto inutili non autorizza, certo, a spendere 20 milioni per l’Arena del Colosseo invece di investire nelle aree archeologiche (straordinarie) in difficoltà per mancanza di tutela, di lavori idraulici (Sibari o Metaponto), concentrandosi su di un totem che già attira oltre 6 milioni di visitatori. Spettacolarizzare l’archeologia, in una certa misura, può essere utile, ma ci sarebbe ben altro, di più strutturale e essenziale da fare". L'ha detto lei: 6 milioni di visitatori l'anno. Posto che è molto difficile indirizzare i turisti verso Musei chiusi, divisi, lontani dal centro di Roma, non crede che sarebbe giusto togliere definitivamente le impalcature attorno al Colosseo e consegnare ad una mole così vasta di visitatori un anfi-

teatro rinnovato e, perché no, suggestivo? "Certo, se si vogliono altri turisti, bisogna saperli accogliere e non spennare soltanto. I lavori di restauro del Colosseo sono andati avanti celermente per quanto lo consente la complessità di un restauro efficace e con poca chimica (la quale corrode e deteriora, alla lunga, i marmi). Ma le società private che gestiscono i servizi del Colosseo, la stessa biglietteria, chissà perché, guadagnano cifre iperboliche mentre allo Stato, cioè alla Soprintendenza, vanno le briciole, sui 20 euro delle visite notturne, neanche un centesimo". In Italia, e a Roma dove impazzano le inchieste su corruzione e mafia, crede sia ancora più rischioso avventurarsi in un lavoro che presenta tutte le difficoltà tecnico-idrauliche che ha esposto lei nella sua

inchiesta? “Certamente sì, ma non solo per Mafia Capitale, corruzione, ecc. Credo che il progetto Colosseo potrebbe essere realizzato in modo onesto e trasparente. Non siamo una “razza inferiore” corrotta in ogni poro. Ma l’Arena Colosseo non può essere ricostruita senza aver prima risolto totalmente i grandi problemi idraulici del sottosuolo che, nel 2010, durante la grave alluvione di quell’autunno portarono tumultuosamente l’acqua fino al primo piano del monumento. Se ci fosse stata la copertura dell’arena, essa sarebbe saltata rovinosamente sotto l’urto delle acque. Vogliamo buttare altri soldi quando ci sono priorità ben più impellenti degli spettacoli al Colosseo?”. (NS)

Rossella Rea, direttore speciale del Colosseo

Parla Vittorio Emiliani, presidente del comitato per la bellezza

L’Anfiteatro? “Una spesa folle da evitare”


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STORIE DI SOLIDARIETA’

il Periodico LUMSANEWS

Compie 25 anni una delle più antiche cooperative di assistenza

Le ruote del “Carro”contro le disabilità

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di Samantha De Martin

ontana dalla cupola grigia di “Mafia Capitale”, estranea agli ambienti para-istituzionali che prosperano nell’illegalità, a Roma resiste ancora una forma di cooperazione sana, che investe nell’impegno sensibile di volontari, operatori ed educatori per garantire supporto, vicinanza e accoglienza alle tante persone con gravi disabilità mentali. Anche se l’Italia, e in particolar modo, il Lazio rappresentano il fanalino di coda dal punto di vista degli investimenti nel campo del sociale – a Roma la spesa pro capite nel 2011 è stata del 34% – da alcune case accoglienza della Capitale emergono storie di intensa umanità. Ne è una testimonianza l’Associazione onlus “Il Carro”, una delle prime case famiglia nate nella Capitale, che ha celebrato i 25 anni di storia: un’esperienza nata su iniziativa di un gruppo di giovani come Matteo Mazzarotto e Ivana Perri, appartenenti al movimento “Fede e Luce”, fondato con l’obiettivo di costruire relazioni di amicizia e condivisione tra persone con disabilità mentale e le loro famiglie. «Durante la nostra esperienza a contatto con i disabili – ha spiegato Matteo – abbiamo avuto modo di percepire soprattutto la preoccupazione dei genitori riguardo al futuro. L'esistenza di questa piccola comunità rappresenta un elemento di conforto per tante famiglie. La nostra casa si impegna a guarire le ferite inferte dalla disabilità creando le condizioni perché la persona si senta amata e affinchè dispieghi le proprie potenzialità».

Il Carro ruota intorno a “Casa al Plurale”, la più importante rete di case famiglia di Roma e del Lazio, che comprende circa 350 ospiti e oltre 50 strutture che investono nella valorizzazione dei disabili e si battono per il riconoscimento dei loro diritti. «Mafia Capitale ha gettato discredito nel mondo dell’assistenza sociale – ha spiegato Luigi Berliri, presidente di “Casa al Plurale” -. Le numerose persone in lista di attesa per entrare nei nostri istituti,

gli scarsi investimenti nel sociale da parte di Regione e Comune, il numero esiguo di assistenti, l’assenza di monitoraggio e controllo da parte delle istituzioni, la mancanza di personale specializzato, rappresentano ancora forti ostacoli». Secondo i dati forniti dall’Istat, entro i prossimi quindici anni il numero di persone con disabilità subirà un aumento compreso tra il 65% e il 75%. Stime allarmanti se si pensa che lo Stato destina alle

case famiglia solo lo 0,003 per cento del proprio bilancio. Eppure in queste strutture, attraverso percorsi di scambio, esperienze di ascolto e relazioni costruite tra operatori, volontari e disabili, trovano spazio l’accoglienza e l’affetto, come emerge dai racconti commossi dei volontari, di Matteo Ivana, ma anche di Mimmo, Sabina, Pablo, i cui sorrisi costituiscono, per i volontari, la gioia più grande.

abbiamo intervistato Gabriella Villino Ferretti, cofondatrice della casa famiglia Ain Karim, che si trova a Roma nel quartiere Tiburtino. “Sono quasi vent’anni che abbiamo fondato questa casa famiglia. Attualmente la bambina più piccola che teniamo ha quattro mesi. E’ arrivata con la mamma, che poi è stata ricoverata per problemi psichiatrici e ora è in attesa della sentenza del giudice. Ci sono anche bambini più grandi di 12-13 anni. In questo momento la metà sono italiani, che sono in aumento rispetto a prima. Ci sono anche donne che subiscono violenza e che denunciano il compagno e cercano qui un rifugio insieme ai loro figli”. C’è una grande differenza tra i bambini che stanno con le mamme e quelli senza? “Dipende dall’età. Quelli che sono allontanati dalle mamme in un’età che se lo ricordano ne risentono, mentre se sono molto piccoli non si rendono conto. Per fortuna da noi

trovano tanto affetto. E stiamo molto attenti a fargli vedere sempre le stesse persone: abbiamo in totale 12 operatori e anche i volontari non cambiano quasi mai”. Siete finanziati dal Comune di Roma? “Sì abbiamo una convenzione. Ci viene data una quota che è diversa se è solo il bambino o c’è anche la mamma”. Ci sono dei controlli? “Sì siamo in continuo collegamento con il Tribunale dei Minori, con gli assistenti sociali e con i giudici”. Secondo lei cosa si può fare per combattere le case famiglia che funzionano male? “Ci vuole una verifica frequente e questa non sempre viene attuata. Dipende anche molto da chi dirige la casa famiglia. Inoltre ci vuole sempre un operatore ogni 4 bambini in modo tale che il bimbo sia sempre accudito. Prima di tutto c’è il bambino poi ci sono le madri”.

Case famiglia, una risorsa per la comunità e a volte anche un fiorente business

di Giulia Lucchini

Oltre 40.000 minori in Italia vengono sottratti alle loro famiglie d’origine e la prima causa è la povertà. Nonostante la nostra Costituzione vieti di allontanare i figli dalle famiglie d’origine per condizioni economiche e sociali (legge 149 del 2001 art.2). Ogni anno vengono spesi 506 milioni di euro per mantenere le comunità che ospitano i minori, mentre solo 50 milioni vengono spesi per aiutarli nelle proprie case. Spesso i giudici onorari del Tribunale dei Minori sono anche soci o responsabili di case famiglia. Un chiaro conflitto d’ interesse. Le tariffe variano da 92 a 135 euro al giorno per minore. Ci sono quindi molti interessi economici dietro le comunità che giustificano questi allontanamenti. Naturalmente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e per fortuna ci sono tante case famiglia che lavorano benissimo. A tal proposito


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Le due suore che pregano nel luna park il Periodico LUMSANEWS

INCONTRI INASPETTATI

Ostia. La visita del Papa alle religiose che abitano in una roulotte

S

di Cesare Bifulco

i chiamano Geneviève Jeanningros e Anna Amelia Gigli le “suore giostraie” che hanno ricevuto l’inaspettata visita di Papa Francesco alle giostre del Parco del Lido. Bergoglio, infatti, era atteso alla parrocchia Regina Pacis di Ostia per l’undicesima visita dall’inizio del pontificato ad una comunità locale della capitale. “Avevamo scritto al Papa per chiedergli di venire a vedere il nostro gioco, l’Arca di Noè - ha detto Anna Amelia Gigli – ma il giorno prima il capo della sicurezza ci aveva detto che non era possibile, dati gli spazi troppo aperti e difficili da controllare”. Ma il Santo Padre ha stupito tutti, è entrato da una piccola porta su via Cardinal Ginnasi per salutare le due suore della fraternità delle piccole Sorelle di Gesù di Charles de Foucald, che da più di quattro anni vivono in un caravan bianco con gli altri giostrai alle spalle del parco di divertimenti. Dopo una breve preghiera nella cappella allestita dalle due sorelle nella vecchia casa-roulotte in cui vivono, il Papa si è fermato a benedire i giostrai accorsi per salutarlo. “E’ stata una grandissima emozione – ha detto Lionella giostraia incinta di otto mesi – mio figlio ha avuto una grande fortuna, ancor prima di nascere è stato benedetto dal Papa”. Prima di lasciare il luna park per dirigersi alla vicina parrocchia Regina Pacis dove era atteso, Francesco ha salutato con un lungo e toccante abbraccio Geneviève. La suora settantunenne di origine francese, infatti, aveva già incontrato il Papa il 28 maggio scorso in piazza San Pietro in occasione dell’Udienza Generale con i familiari di “desaparecidos” e prigionieri politici di Argentina, Cile, Uruguay, El Salvador. La zia di suor Geneviève, Léonie

Duquet consacrata fra le Suore delle missioni estere Notre-Dame de la Motte è stata una delle circa trentamila vittime “desaparecidos” della dittatura militare del generale Jorge Rafael Videla a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Suor Léonie, inviata dal suo istituto religioso nel 1949 tra i poveri a Buenos Aires, sparì tra l’otto e il dieci dicembre 1977 insieme con la consorella Alice Domon e con altre donne. “Fu fermata – racconta suor Geneviève - perché consentiva alle madri di incontrarsi nella chiesa di Santa Cruz per raccogliere informazioni sui figli e sui parenti scomparsi. Poi è stata torturata e una decina di

giorni dopo gettata in mare, ancora viva, in uno dei famosi voli della morte”. Da circa quaranta anni Geneviève e Anna Amelia vivono fianco a fianco

L’INTERVISTA

“Viviamo così in letizia per portare Dio anche qui”

di Cecilia Greco

Suor Anna, trent’anni nel mondo delle giostre itineranti con la sua pesca a premi, ha di nuovo incontrato papa Francesco. Ci ha sperato, l’ha desiderato, ha mandato tante lettere, un giorno, lui è arrivato, inaspettatamente, proprio dove lei trascorre le sue giornate insieme a Suor Genevieve: nel parco giochi di Ostia. “Ha benedetto le nostre roulotte, tutti i giochi e la piccola folla che ha saputo del suo arrivo, la visita è durata circa quindici minuti, ma è stato bellissimo, una grande emozione” ha raccontato Anna. “All’improvviso ha chiamato il capo della sicurezza e abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di grande”. Perché era così importante per lei che il Santo padre visitasse proprio il parco? «Qui è dove vivo, dove amo stare, è la mia comunità. Il gioco è un grande fattore aggregativo, unisce creatività, condivisione e libertà. Passano tante persone ogni giorno, si creano rapporti, legami semplici, intensi, reali. Volevo che il Papa vedesse tutto questo e lo condividesse con noi» Come riesce a conciliare la sua missione in un ambiente così “atipico”? «La missione non è uguale per tutti. Può essere portata avanti in modo diretto o indiretto. La divulgazione del messaggio di Dio ha tanti canali differenziati. Qui è come essere una grande famiglia, tutti abbiamo bisogno di tutti e attraverso le cose semplici si riscoprono e si divulgano i valori cristiani più puri. Non si può settorializzare l’uomo. Il Vangelo non è in noi solo quando lo si proclama, è in tutto, soprattutto nelle piccole cose che viviamo qui ogni giorno».

con le famiglie itineranti di giostrai di Roma e del Lazio spostandosi con le loro carovane. “Sono l’anima religiosa del nostro parco – ha detto Ginetto Pugliè, gestore della struttura - Vivono qui, aiutano i malati e i senzatetto”. Sono arrivate con il loro stand di pesca miracolosa l’Arca di Noè al luna park di Ostia nel 2008 in seguito alla chiusura del Luneur. “Testimoniamo anche tra piazze e strade la tenerezza del Signore per ogni persona umana, è questa la nostra missione”. E’ con queste poche ma efficaci parole che Anna Amelia sintetizza il loro apostolato. Le due piccole Sorelle di Gesù di Charles de Foucald hanno scelto di condividere la vita con i giostrai itineranti, una vita umile ma vicina alle fasce più deboli e a rischio in un mondo sempre “meno interessato a chi sta peggio”.

Il papa al suo arrivo a Ostia


M ARE APERTO 10

PER QUEST’ANNO

Con l’inizio dell’estate romani subito in spiaggia. E a Ostia trovan

I nuovi varchi autorizzati dal Tar rilanciano il turismo balneare lungo la costa laziale

L

di Alessandra Aurilia

a definitiva apertura dei varchi sul lungomare di Ostia non sarà l’unica grande novità dell’estate romana. Il litorale laziale, che quest’anno vedrà sventolare ben 8 bandiere blu da Anzio a Ventotene, è pronto a “rifarsi il look”, grazie a un nuovo piano di investimenti da 65 milioni di euro, destinato a coprire più di 50 opere pubbliche. Con questo finanziamento, comprensivo di fondi europei, la Regione Lazio prosegue l’azione di rilancio turistico della nostra costa, prevista dalla legge regionale 23/2007. Solo nell’ultimo anno, la Giunta

Zingaretti ha investito 12,2 milioni di euro: 2,4 milioni per opere da realizzare, 2,8 milioni per quelle in corso e 7 milioni per quelle sbloccate. Interventi per migliorare la viabilità, l’offerta turistica, i servizi, la rete fognaria e idrica e l’accesso al mare. I lavori straordinari sono già partiti in 19 Comuni: 8 di questi, i più “virtuosi”, riceveranno altri 2,4 milioni di euro del nuovo finanziamento. Trecentoventimila euro saranno assegnati ad Anzio (per completare marciapiedi e piste ciclabili del Lungomare via Ardeatina), Cerveteri (per realizzare una rete ciclabile e una rotatoria di connessione

tra le aree verdi), Nettuno (per l’illuminazione di piazzale Michelangelo e la sua messa in sicurezza dai danni metereologici), e Pomezia (per ripristinare i marciapiedi del lungomare di Torvaianica in direzione di Ostia e di Anzio). Sabaudia riceverà 310mila euro per realizzare nuovi tratti di marciapiede, di rete fognaria e idrica e di illuminazione. E ancora 300mila euro per Fiumicino, che estenderà la pista ciclabile e i marciapiedi del lungomare di Fregene, Minturno, che investirà nell’illuminazione del lungomare, e infine 160mila euro per Ladispoli, che installerà nuove passerelle d’accesso al mare utilizzando materiali riciclati e ri-

ciclabili. Il restyling, però, non sarà solo urbanistico: quattro comuni del litorale pontino, Latina, Fondi, Pomezia e Formia, hanno ottenuto quasi 2,8 milioni di euro – parte di un fondo europeo da 8,9 milioni – per promuovere interventi con tecnologie Itc e “smart city”. A Pomezia saranno installati 45 impianti di videosorveglianza a protezione delle nuove strutture pubbliche e 23 punti wi-fi; Latina invece offrirà postazioni wireless gratuite sul Lungomare della Marina, applicazioni per smartphone rivolte ai turisti e servizi di infomobilità attraverso paline “intelligenti” che saranno montate in

care o attivare grazie a un uso virtuoso delle risorse. Siamo entrati in una fase nuova, in cui la Regione non annuncia bandi con risorse che non ha, bensì mette in campo misure concrete e paga i debiti maturati negli anni precedenti». Come sono stati selezionati gli otto Comuni “virtuosi” che otterranno i nuovi fondi? «Abbiamo individuato 2,4 milioni di euro mai utilizzati e abbiamo pubblicato una nuova manifestazione di interesse ri-

volta ai Comuni del litorale, perché potessero presentare ulteriori progetti rispetto a quelli già finanziati dalla legge regionale 23/2007. Sono stati selezionati i progetti più meritevoli: sia quelli che integrassero al meglio gli interventi già realizzati nel quadro dell’art. 41 della Legge, sia quelli che avessero uno stato di avanzamento dei lavori soddisfacente». Cos’è il Piano di coordinamento dei porti? «Il Piano, in fase di predisposizione da parte dell’Assessorato

alle Politiche del territorio, è uno strumento di cui la Regione ha grande bisogno (il più recente risale al 1998). Il progetto individuerà la vocazione specifica per ogni scalo regionale, partendo dalla messa in sicurezza di quelli esistenti. Questo strumento, che s’integrerà con il Piano della Costa e il Piano di Utilizzazione degli Arenili, propone di istituire una zona franca nel porto di Civitavecchia, come richiesto da una delibera di Giunta».

Intervista all’assessore regionale Guido Fabiani

Un nuovo piano per tutto il litorale

di Domenico Cappelleri

Lo scorso 7 maggio il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha presentato il nuovo Piano di riqualificazione del litorale laziale. Con lui c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico e Attività produttive, Guido Fabiani, che abbiamo intervistato. Assessore Fabiani, può illustrarci il nuovo Piano di investimenti? «Il Piano contiene interventi che questa Giunta è riuscita a sbloc-


NON CAMBIARE...

no una novità

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La spiaggia ora è di tutti Soddisfatti i bagnanti dopo le decisioni del Tar

Ed è lotta contro abusivismo e inquinamento

O

di Cecilia Greco

corrispondenza di quattro grandi parcheggi. Anche a Fondi saranno garantiti nuovi impianti di videosorveglianza, punti wi-fi e sistemi di efficientamento energetico per edifici pubblici, mentre il lungomare di Formia sarà valorizzato attraverso la messa in sicurezza e il miglioramento dell’arredo urbano e dell’offerta turistica. La Giunta ha inoltre creato un ente, la “Cabina di regia dell’Economia del mare”, con l’obiettivo di formulare politiche integrate per la gestione del litorale. Già nelle prossime settimane sarà presentata la prima bozza del “Piano di coordinamento dei porti”.

stia festeggia: il mare è tornato alla portata di tutti. Il sindaco Ignazio Marino ha fatto breccia nella “muraglia” che separava cittadini e bagnasciuga, vincendo la battaglia per l’abbattimento dei varchi sul litorale ostiense. “Finalmente non dobbiamo più pagare un euro per andare in spiaggia – afferma un residente – era uno scandalo che non ci fossero accessi liberi e che fossimo costretti a pagare”. Il primo atto di tutta la vicenda ha avuto luogo lo scorso luglio, quando le forze dell’ordine, grazie a un esposto dei Radicali e all’azione pressante della Procura, demolirono due varchi accanto al Pontile. Tutti, poi, ricordiamo le immagini di pochi mesi fa: agenti, ruspe e proprietari infuriati davanti a stabilimenti abusivi rasi al suolo. Una battaglia lunghissima, fatta di ricorsi al Tar – tribunale amministrativo regionale – e stop, che ha visto la vittoria del PD e in primo luogo proprio di Marino, autoproclamato presidente straordinario del X municipio. “Voglio riportare la legalità, la trasparenza e il rigore amministrativo”, aveva dichiarato una volta preso l’incarico, reso necessario dallo scandalo di “Mafia Capitale”, inchiesta che ha scoperchiato infiltrazioni mafiose nell’amministrazione, corruzione e giri di mazzette. “Ostia, come ha confermato il resoconto di Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica, in Commissione Antimafia – aveva sottolineato con forza

Le dune di Ostia

Matteo Orfini, presidente del Partito Democratico – è una delle situazioni più pericolose della città, con un altissimo livello di infiltrazione della criminalità organizzata nell’amministrazione e nel tessuto sociale ed economico”. La lotta per la legalità, però, non sembra fermarsi all’apertura dei dieci ingressi sulla spiaggia. Quest’estate, sul bagnasciuga, insieme ad allegre famigliole – alleggerite dall’onere del costo dell’accesso al mare – ci saranno i finanzieri in incognito. Via divise e accessori riconoscibili per lasciare posto a un abbigliamento perfettamente camuffabile, in modo da scovare facilmente eventuali irregolarità. Segnale positivo che conferma una

nuova attenzione su un territorio – 300 mila abitanti che d’estate diventano mezzo milione – fino ad ora tristemente marginalizzato, è stata la nomina di Alfonso Sabella come Assessore alla legalità del Comune di Roma con delega sul litorale. “Ritengo che Sabella sia per i cittadini di Ostia una vera garanzia di trasparenza, correttezza e legalità – ha commentato il sindaco – la mia giunta ed io ci sentiamo pienamente impegnati a dare risposte a questo territorio. I gravi segnali di infiltrazioni delle mafie e delle criminalità nel tessuto produttivo, sociale e anche politico, ci devono spingere al massimo rigore. Un impegno che Alfonso è in grado di onorare con costanza e determinazione”.

Parla il comandante della Capitaneria di porto di Roma

Savarese: “Guadagneremo anche in sicurezza”

di Cesare Bifulco

Si avvicina la bella stagione e il litorale ostiense torna al centro delle polemiche. Ad un anno dalla lettera inviata al sindaco Marino dalla Capitaneria di porto di Roma riguardo dubbi e perplessità sulla situazione del litorale, le cose sembrano migliorare. Lo spiega a Lumsanews, il Capitano di Vascello Lorenzo Savarese, autore della lettera e comandante della Capitaneria di porto di Roma. Il 3 marzo 2014 ha inviato una lettera al sindaco Marino esprimendo la sua preoccupazione riguardo il litorale ostiense. Ad un anno di distanza cosa è cambiato? «Qualunque cittadino passeggiando può notare la differenza. Pochi giorni fa sono stati aperti dei nuovi varchi sul lungomare rendendo la spiaggia libera accessibile, inoltre sono state rimosse strutture abusive che ostruivano il passaggio e la vista del panorama. Il miglioramento c’è stato ed è evidente, ma c’è ancora molto da fare. Abbiamo avuto, inoltre, massima disponibilità dal sindaco Marino e dall'assessore alla legalità Sabella che hanno giustamente

fatto fronte ad un’esigenza della comunità: l’accesso libero al mare. Voglio infine ricordare che il problema sollevato un anno fa da noi era legato alla sicurezza, in quella situazione per la capitaneria era quasi impossibile effettuare interventi in spiaggia». Come hanno risposto le associazioni di categoria? «In un primo momento si erano mostrate ostili, tuttavia vi è stato un progressivo miglioramento nei rapporti in particolare con Assobalneari, che in quest’ultimo periodo ci sta aiutando a ricostruire le planimetrie esatte dei lidi e di conseguenza dei varchi, soprattutto in funzione della sentenza del Tar che ha ritenuto tali planimetrie insufficienti, bloccando di fatto la procedura di riapertura dei varchi. Proprio in questi giorni stiamo elaborando un vero e proprio piano operativo con Assobalneari per poter ripartire appena possibile». Come sta procedendo la capitaneria? «Sto inviando ogni giorno uomini in borghese per controllare che tutto funzioni come si deve: che i varchi non siano ostruiti e che venga garantito l’accesso libero al bagnasciuga anche attraverso i lidi come previsto dalla legge».


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Allarme Esquilino

Di notte l’intera zona è terra di nessuno. Tanti i timori e i problemi

QUARTIER

CAOS E SPORCIZIA

È ancora nel degrado totale uno dei quartieri più belli e ricchi di tradizioni della città

R

di Nino Fazio

apine, spaccio e risse tra gruppi di sbandati, in quest'angolo di Roma, sono all'ordine del giorno. Dei fasti di piazza Vittorio, progettata dall'architetto Koch all'indomani dell'Unità d'Italia, è rimasta solo qualche traccia sbiadita. Passeggiando sotto i portici che la incorniciano, nel cuore pulsante del rione Esquilino, non sembra nemmeno di stare in Italia. Sotto le arcate, tanti i negozi gestiti dai cinesi e, in forte crescita, i minimarket bengalesi, aperti anche di notte. D'altronde il quartiere, e soprattutto la zona che gravita intorno alla piazza più grande di Roma, è da decenni la Chinatown capitolina. Un laboratorio di integrazione, un autentico crogiolo di etnie che vede – tra le altre – anche la presenza

della comunità nepalese e di quella nordafricana. Qui i cinesi hanno piano piano rilevato i negozi che gli italiani non riuscivano più a gestire, a causa delle difficoltà economiche. “Sono seri e molto puliti”, ci dice un ragazzo che sta per entrare in un negozio, manco a dirlo, cinese. “Fino all'orario in cui tengono le serrande aperte, qui è tutto tranquillo!”. Sotto i portici, però, il degrado è visibile anche di giorno. I muri dei palazzi sono sporchi, scrostati e anneriti; del bianco originario, le colonne, non hanno più nulla. Addossate a loro, bancarelle di ambulanti, cinesi anch'essi, mentre a ridosso delle pareti qualche clochard sonnecchia. Al centro della piazza, i giardini sono un bivacco per ubriachi, spacciatori, drogati e persone senza fissa dimora. Ma tutto questo, di giorno, si intuisce appena:

dietro le siepi non potate si nascondono traffici che solo quando cala il buio diventano evidenti. Sul viale principale che conduce verso l'uscita dei giardini, la situazione non è così differente da quella di tanti altri quartieri. Sulle panchine, tra i tanti che si beano del sole mattutino, una coppia di mezz'età. È in vacanza a Roma e alloggia nei pressi della vicina stazione Termini, ma qui viene spesso. “Di giorno sembra tutto tranquillo”, ci dice la signora. “Certo, non è un salotto – e indica la panchina di fronte interamente sommersa dai rifiuti – un po' di sporcizia c'è. Ma l'altra sera ho davvero avuto paura”. Un tentativo di scippo, proprio nel primo giorno romano della loro vita: “Mi sono trovata sto ragazzone dietro – racconta, toccandosi la collana d'oro – e ho subito intuito che non

avesse buone intenzioni”. Il marito annuisce: è grazie alla sua pronta reazione che il malintenzionato si è allontanato, desistendo dal suo proposito. “Ogni tanto si vede qualche camionetta dei carabinieri – precisa un 'vicino' che origlia da un pezzo – ma le mandano alle tre del pomeriggio! La sera invece è terra di nessuno...”. In fondo al viale, due netturbini stanno raccogliendo cumuli di immondizia: bicchieri, piatti e bottiglie, lascito del giorno precedente. “Però è incantevole, Roma”, sospira il turista, guardando la scena. “Anche questa piazza, i palazzi, i portici. Li avete visti? Non è tenuta bene ma si difende alla grande. Ne passerà di tempo, prima che perda lustro!”. Ma, a guardare piazza Vittorio, di impegno in questa difficile impresa pare ce ne stiano mettendo tanto...

“Ma la convivenza è ancora possibile, anche i pakistani mi vogliono bene”

Parla Enea, l’ultimo negoziante italiano

Nella dimessa Chinatown dell’Esquilino i negozi italiani sono in via di estinzione. Sotto i portici di piazza Vittorio si vedono solo saracinesche abbassate, negozi di abbigliamento cinesi e minimarket gestiti da bengalesi. L’ondata asiatica e la crisi economica hanno decimato il commercio nostrano. Eppure, a ben cercare, al civico 94 di via Napoleone III esiste ancora l’ottica “Clem”, dove Lucienne e suo marito lavorano da ben 50 anni. Degli affari non si lamentano e il degrado non li spaventa; l’Esquilino, secondo loro, «ha i numeri per risalire». Quanto ai cinesi, «si fanno i fatti loro e non danno fastidio». In via di san Vito 18, c’è il negozietto di Enea, che da 25 anni vende gioielli in argento e pietre dure comprati in ogni parte del mondo. Collane, bracciali e orecchini di corallo e di perle, di ambra e

di lapislazzuli, importati dall’India e dall’Egitto, dalla Giordania e dall’America Latina. Ma anche piccoli oggetti da collezione, come ditali, bottigliette da fiuto cinesi e animaletti in pietra. «Qui sono l’unico italiano rimasto – racconta – anni fa mi rifiutai di vendere ai cinesi. È stato l’errore della mia vita. Ero dirigente di una multinazionale, ho una buona pensione, ma oggi non posso smettere di lavorare perché mi sono indebitato». Per gli stranieri del vicinato Enea è uno di famiglia: «i pakistani pregano per me otto volte al giorno, perché sono un punto di riferimento». «L’integrazione non è impossibile – ci spiega – basta avere la curiosità di capire un altro modo di vivere e di pensare. Molti stranieri hanno ancora dei valori forti. Sono come eravamo noi 60 anni fa». (AA)

Un negozio cinese dell’ Esquilino


degli abitanti

RI DIFFICILI

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Piazza Vittorio, via al restyling Iniziano i lavori per il rinnovo di giardini e portici

Per il Censis è la zona più pericolosa di Roma

«F

di Alessandra Aurilia

Il degrado dei giardini della piazza

Eppure qui vivono scrittori, registi e intelletuali famosi

Nonostante il degrado, a piazza Vittorio e nei dintorni continuano ad abitare registi, produttori, musicisti e scrittori. Dal Premio Oscar Paolo Sorrentino – nel suo attico di 250 metri quadrati – ai colleghi registi Matteo Garrone, Anna Negri, Mario Martone. E ancora il Premio Strega 2014 Francesco Piccolo, il critico cinematografico Enrico Ghezzi, e persino l’attore americano Willem Dafoe con la moglie Giada Colagrande. (AA)

ermare il degrado è possibile». A dirlo sono gli stessi cittadini che negli ultimi anni si sono battuti per la riqualificazione dell’Esquilino, a partire dal suo centro pulsante, piazza Vittorio. Il Fondo Ambiente Italiano (Fai), d’intesa con il Campidoglio, CittadinanzAttiva Lazio onlus e il comitato Piazza Vittorio Partecipata, finanzia un vero e proprio restyling dei giardini del quartiere più multietnico della Capitale. I lavori inizieranno a luglio e dovrebbero concludersi entro il mese di dicembre. Il progetto coinvolge direttamente i cittadini, che seguiranno passo passo la realizzazione delle opere che renderanno la piazza più sicura e più vivibile. Un salotto verde, quello di piazza Vittorio, che da molto tempo, però, è trascurato. Percorsi pedonali e zone di sosta sono invasi da erbacce e le siepi non potate fungono da paravento per il bivacco di sbandati e clochard. Criticità che i tecnici del servizio giardini cercheranno di superare ripristinando la pavimentazione, ridisegnando gli originali percorsi nel verde ed eliminando le barriere visive. Il progetto punta anche alla manutenzione delle strutture di servizio (bocche di areazione della metro, fontane, centraline Acea/Enel, casetta liberty utilizzata dall’Ama) e al restauro dei locali e degli edifici limitrofi, a cominciare

Una panoramica di Piazza Vittorio

dai portici, oggi abbandonati alla sporcizia e all’incuria, ma che presto potrebbero diventare un’«officina creativa» per attività culturali, sociali ed enogastronomiche. Anche i commercianti del Rione faranno la loro parte. Quelli di via Merulana si sono già impegnati a finanziare la riqualificazione della strada resa celebre dal “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda, in cambio di uno sconto sul canone di occupazione del suolo pubblico. Ma la vera sfida è la sicurezza, specie in vista del Giubileo straordinario di

Il parere del blogger Massimiliano Tonelli

Come risanare la Chinatown romana

di Nino Fazio

Massimiliano Tonelli è nato e cresciuto all’Esquilino, dove vive tuttora. È fondatore delle pagine web di denuncia Degrado Esquilino e Roma fa schifo, che nel 2010 sono entrate a far parte del Coordinamento dei Blog anti-degrado. Il network è animato ogni giorno dalle proteste e dalle segnalazioni di chi non si rassegna all’incuria e vuole riappropriarsi della città. Qual è l'obiettivo del vostro progetto? «Miriamo a sensibilizzare i cittadini romani, che come tendenza hanno quella di assuefarsi al degrado. Cerchiamo di aprire loro gli occhi». Quali sono oggi le maggiori criticità del quartiere

Esquilino? «Incuria – specie delle aree verdi – graffiti, sosta selvaggia, arredo urbano, commercio all’ingrosso, scarsa valorizzazione delle tipicità del Rione – soprattutto la multiculturalità – affissioni non regolamentate, spazi occupati abusivamente». Quali misure si dovrebbero adottare? «Si dovrebbe partire da una riqualificazione delle strade combattendo l’eccesso di auto in sosta. Per riqualificare la Chinatown milanese si è proceduto a pedonalizzare la strada principale di quel quartiere. In seguito anche il commercio è rinato, al pari della percezione e la cura dei cittadini. Non si capisce perché non si possano fare azioni simili anche a Roma».

dicembre.L’Esquilino, secondo l’ultimo rapporto Censis, è il quartiere più pericoloso della Capitale, prima ancora dei periferici San Basilio e Tor Bella Monaca. Il 13% dei romani intervistati ritiene proprio piazza Vittorio il luogo più rischioso, secondo solo alla stazione Termini. Non a caso, nei prossimi mesi nuove telecamere verranno installate in tutto l’Esquilino, come già avvenuto ad aprile all’interno dello scalo ferroviario, che è stato dotato anche di nuove barriere per un accesso controllato ai binari.

Magazzini Mas un angolo di una Roma sparita

Un posto unico, per gli amanti del vintage, dove trovare il capo di abbigliamento o l'accessorio stravagante, che altrove è impossibile reperire. A due passi da Piazza Vittorio, i Magazzini allo Statuto sono un luogo sospeso nel tempo. Negli anni '30, quando hanno aperto i battenti, erano il più grande magazzino di lusso della capitale. Vicini più volte alla chiusura, grazie ai prezzi bassi e alla quantità “industriale” di capi in vendita, i Mas sono oggi un emporio decisamente pop, ultimo e strenuo baluardo di una Roma che non c'è più. (NF)


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METRO C

il Periodico LUMSANEWS

La metropolitana verso il completamento con il record dei costi MOBILITA’

La capitale corre più veloce anche tra disagi e blocchi

APERTE SEI NUOVE STAZIONI

diElisa Mariella

La Metropolitana più costosa d’Europa. Così è stata definita la terza e ultima (per ora) linea di trasporti sotterranea di Roma Capitale. Per un appalto aggiudicato ai vincitori a un prezzo di 2,7 miliardi per l’intera tratta di 25,6 chilometri, si è arrivati al conto di oltre 5 miliardi. Questo senza contare il tratto più problematico di tutta la linea C: il centro urbano sotto corso Vittorio Emanuele. Oltre ai costi, anche i tempi sono stati eccessivi. L’idea si era avuta nei primi anni ’90 con l'erogazione dei primi finanziamenti. L'apertura della linea era stata preannunciata per il 2000 (anno del giubileo) ma ha visto la luce soltanto lo scorso novembre. Quel giorno Roma si svegliò con una nuova linea metropolitana dal colore verde. Il progetto prevede il collegamento fra la parte nord-ovest della città fino alla periferia est, passando oltre il Grande Raccordo Anulare per un totale di trenta nuove stazioni che passano anche per il centro storico. La prima tratta di quindici stazioni parte da zona Monte Compatri-Pantano e arriva fino a Parco di Centocelle. Ancora in costruzione invece l’ultima tratta, lunga circa 9 km con altre nove stazioni. Lungo la linea per ora attiva, vengono effettuate 91 corse al giorno e la frequenza dei treni è di dodici minuti fin dall'apertura della tratta. Gli interscambi previsti con le altre linee saranno a San Giovanni (ancora in costruzione) e Ottaviano (linea A) e Colosseo (linea B). Quelli della linea C sono i primi convogli senza conducente, tecnica già sperimentata in altre città come Milano. La metro è infatti controllata da un sistema di au-

tomazione integrale, gestito dal personale della centrale operativa. I tecnici si occupano dell’avvio automatico dei treni, del controllo e la gestione della posizione, la direzione di marcia, la velocità e la distanza tra un treno e l’altro. I convogli sono dotati anche di monitor funzionanti a lato di ogni panca, che segnalano l’orario di servizio e la prossima fermata con relativa direzione d’uscita. Nonostante le difficoltà ri-

scontrate e che vanno dai tempi lunghi ad alcuni disagi “tecnici”, la linea C sembra funzionare correttamente. L’orario di servizio (per ora ancora provvisorio) va dalle 5:30 alle 18:30 ma cambierà quando verrà aperta la seconda tratta, fino a Piazza Lodi. Invariato il prezzo del biglietto: € 1.50,

Ferrovia per Giardinetti il fascino discreto del vintage

di Alessandro Testa

L’imminente prolungamento della Metro C da Centocelle a piazza Lodi non manderà in pensione la storica ferrovia leggera Roma-Giardinetti – erede di una tratta che originariamente arrivava addirittura a Frosinone attraverso Fiuggi – che il prossimo anno potrà quindi festeggiare il suo primo secolo di vita. Inizialmente era stata ipotizzata la sua dismissione, ma i dati di traffico costantemente più alti di quelli del primo tratto della metro C hanno suggerito un ripensamento, tanto più che il “tram della Casilina” garantisce il collegamento diretto con la stazione Termini. Dunque entro un anno la proprietà della storica infrastruttura passerà dalla Regione Lazio a Roma Capitale, che sta studiando come rilanciarla. Allo studio, secondo quanto anticipato nelle settimane scorse dall’assessore comunale alla mobilità Guido Improta, ci sarebbe il suo ammodernamento – forse mediante la trasformazione in tram urbano – e la costruzione di una nuova diramazione verso sud-est, che da Centocelle potrebbe percorrere via Palmiro Togliatti e viale dei Romanisti-viale di Torre Maura fino al policlinico di Tor Vergata, attualmente escluso dalla rete su ferro. In ogni caso, il mantenimento di un secondo asse diretto Est-centro si renderà ancora più necessario quando la metro C raggiungerà San Giovanni e consentirà lo scambio con la linea A. Per almeno cinque anni infatti, non saranno aperte nuove fermate verso il Colosseo-piazzaVenezia (e ancora di più bisognerà aspettare per Chiesa Nuova-Castel S. Angelo-Ottaviano). A quel punto – come ammettono, chiedendo l’anonimato, alcuni ferrovieri dell’Atac – nelle ore di punta la linea arancione rischierà la saturazione perché per motivi di sicurezza la frequenza dei treni, attualmente pari a 3’, non potrà comunque scendere sotto i 2’.30”. Gli abitanti di Roma est possono stare tranquilli: comunque vada il trenino che da generazioni li trasporta verso il centro non andrà in pensione, ma continuerà a fare su e giù per la Casilina e a far parte della loro vita quotidiana.

come per le altre linee. Lo stesso discorso vale per gli abbonamenti con particolari agevolazioni per studenti e over 65. Contenta l’amministrazione comunale ma soprattutto i cittadini, che finalmente hanno la possibilità di lasciare auto a casa e spostarsi attraverso il servizio pubblico delle metropolitane. Da recenti studi condotti sul trasferimento casa-lavoro, Roma è ai primi posti in termini di stress prodotto: viene addirittura definito come paragonabile a quello determinato da un trasloco. Per molte persone la sensazione che si prova prima ancora di aver messo piede in ufficio è già quella di una profonda stanchezza. Entro luglio dovrebbero essere operative le nuove stazioni di Mirti, Gardenie, Teano, Malatesta, Pigneto e Lodi: altri 5,4 km di comfort per i cittadini. Fra queste la stazione Pigneto era la più attesa: collocata in prossimità dell'incrocio tra via del Pigneto e la Circonvallazione Casilina, ha tre ingressi su via del Pigneto. L'area inoltre è stata riqualificata con un sistema di percorsi pedonali e aree verdi. Per le altre fermate (Venezia, San Giovanni, Clodio) invece, bisognerà aspettare i primi mesi del 2016. Questo, però sembra già essere un ottimo inizio.

Un convoglio della Metro C


il Periodico LUMSANEWS

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TIMBRI E SCARTOFFIE

Il regno dei burocrati

La spending review non intacca i privilegi dei dirigenti pubblici italiani. Che sono notoriamente i più lenti e i più ricchi d’Europa

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di Mario Di Ciommo

no dei problemi più grandi dell’apparato statale italiano è sicuramente rappresentato dai tempi lunghi della cosiddetta ‘burocrazia’. Troppo lenta, arretrata, quasi mai innovativa ma allo stesso tempo profumatamente retribuita. Il paradosso italiano sta tutto qui. A fronte di un settore che arranca paurosamente nel confronto con gli altri stati occidentali (ma non solo) gli stipendi dei dipendenti pubblici nostrani sono i più alti al mondo. Nel nostro paese i dirigenti della pubblica amministrazione sono quasi 70mila e il confronto tra le retribuzioni ‘made in Italy’ e quelle dei nostri vicini europei fanno letteralmente rizzare i capelli, soprattutto quando il confronto in termini di tempistiche e produttività è sproporzionatamente a nostro sfavore. Per fare qualche esempio il capo di ga-

binetto del Foreign Office (il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all’estero) guadagnerebbe il corrispondente di 150mila euro lordi a fronte dei 240mila di quello della Farnesina, mentre circa 300 dirigenti di regioni guadagnerebbero, in Italia, oltre 350mila euro. Il quadro che emerge è quello di una macchina amministrativa e giudiziaria complessivamente lenta, caratterizzata da sempre meno concorsi e da una scarsa e mal distribuita trasparenza che gravita intorno a cattive leggi, abusi democratici, corporativismi e casi di corruzione. Ma c’è anche chi, all’interno della macchina amministrativa statale, a ricevere critiche e a venire additato come il male assoluto non ci sta. È così che nasce Unadis, l’unione nazionale dirigenti dello Stato, l'unico sindacato dei dirigenti dei ministeri, presidenza del consiglio dei ministri, agenzie fiscali,

UN LIBRO INCHIESTA

DI CORRADO GIUSTINIANI

Ecco perché l’era dei “Dinosauri” non si è ancora estinta di Samantha De Martin

segretari comunali e provinciali. “I dirigenti pubblici operano nell'interesse della collettività e delle istituzioni – ha dichiarato Angela Corica, responsabile ufficio stampa Unadis - ma da diversi anni subiscono delle critiche il più delle volte ingiustificate. Inadeguati sono i tagli lineari previsti dalla spending review, mentre ciò che sarebbe auspicabile è il taglio netto che si dovrebbe dare al legame improprio e condizionante con la politica”. Per questo secondo il sindacato dei dirigenti pubblici la soluzione migliore sarebbe quella di una ‘burocrazia’ “svincolata dalla politica, la quale (politica) deve fissare obiettivi e controllare, ma non gestire”. I dirigenti pubblici devono essere “scelti, valutati e trattenuti sulla base delle competenze e dei risultati raggiunti, come avviene in norma nel privato, e avere come unico obiettivo l'interesse collettivo”.

L'era dei “dinosauri” non si è ancora estinta, ma assiste, piuttosto, al rinvigorire di una specie che vede nei superburocrati dello Stato gli esponenti più illustri di una casta che continua ad alimentarsi facendo scorta di privilegi e retribuzioni tra le più alte al mondo. All’interno del suo viaggio-inchiesta tra passato e presente nel “far west retributivo” dei “Dinosauri” – i dirigenti pubblici, gli “esemplari” giganteschi nel numero quanto nel potere e nelle retribuzioni percepite - Corrado Giustiniani, per 25 anni inviato speciale del Messaggero, nel suo ultimo volume edito da Sperling&Kupfer, risale la vetta, talvolta poco visibile, degli stipendi dei dirigenti. Servendosi dei dati OCSE 2013, facendo ricorso ai numeri sviscerati dall’ex commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, snocciolando le ricerche effettuate dall’economista Roberto Perotti, attingendo dai dati Aran (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle

IL MINISTRO MADIA

“Così riusciremo a vincere le loro resistenze”

«Stiamo realizzando a 360 gradi interventi su testi unici in settori strategici – penso a quello che si sta discutendo in senato sugli appalti – con l’obiettivo comune di rendere più semplice un Paese che, in questi anni, attraverso la complessità, non è stato all’altezza di dare risposte ai bisogni dei suoi cittadini. L’attuazione della legge Delrio, la riforma del titolo quinto che chiarisce le competenze tra stato e regioni, il disegno di legge sulla pubblica amministrazione, sono temi che racchiudono il concetto di semplificazione. Tutto il nostro intervento riformatore sullo Stato ha l’obiettivo di rendere più semplice un Paese che, in questi anni, si è visto affogare in troppi livelli di amministrazione e in una eccessiva proliferazione normativa e di regole».

Pubbliche Amministrazioni), Giustiniani ha scrutato le tasche dei circa 70mila dirigenti attualmente presenti in Italia. «Dinosauri – ha spiegato il giornalista riferendosi al titolo del suo libro-inchiesta – è un modo provocatorio per designare i dirigenti e per stimolare il loro amor proprio, spronandoli a essere propositivi». Nell'intricata giungla della burocrazia italiana, la variegata specie dei dirigenti si muove all'interno di un organismo lento e macchinoso, caratterizzato da una sempre minore presenza di concorsi e da una classe politica quasi sempre pronta a elargire lauti stipendi, tuttavia poco capace di fissare gli obiettivi dell'alta dirigenza. In questa mastodontica fortezza dei super dirigenti è il “burocratese” a farla da padrone nella babele di quella che Italo Calvino aveva definito “l'antilingua”. «È importante – spiega Giustiniani - che la gente di altre culture disponga della chiarezza divulgativa coem arma per potere intervenire sui testi legislativi e normativi prima dell'autorità politica.


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Alla Fiera dei debiti

ALLA RICERCA

Rischia il fallimento il polo di Ponte Galeria Con una “sofferenza” finanziaria di 30 milioni di euro

T

di Maria Lucia Panucci

recentonovantamila metri quadri di estensione e 14 padiglioni espositivi. Nei sogni di Walter Veltroni la Nuova Fiera di Roma, a ridosso dell’aeroporto di Fiumicino, doveva essere il fiore all’occhiello della Capitale e invece a meno di dieci anni dall’inaugurazione sembra una cattedrale nel deserto che rischia di soccombere sotto il peso dei debiti e dei danni strutturali. I proprietari, Camera di Commercio di Roma, Comune di Roma e Regione Lazio, in una parola la Investimenti Spa, contavano sulla vendita del vecchio polo espositivo sulla Cristoforo Colombo per finanziare il progetto, costato ben 355

di Alessandro Testa

milioni di euro, ma quell’area è chiusa da parecchi anni ed è in stato di completo abbandono. Come se non bastasse alla Nuova Fiera di Roma 4 dei 14 padiglioni sono chiusi da tre anni perché dichiarati inagibili: crepe profonde nei muri, pavimenti dissestati, percorsi pedonali diroccati e porte scardinate, risultato del progressivo sprofondamento dei terreni. Tutta colpa, secondo il presidente Mauro Mannocchi, della Lamaro Costruzioni, l’azienda edile che ha eseguito i lavori nel 2006 e che ora rischia di pagare 100 milioni per riparare i danni e restaurare la struttura che sta lentamente cadendo a pezzi. Insieme alla montagna di debiti e ai problemi strutturali non mancano quelli organizzativi. A partire dal 2009 il polo

fieristico è stato infatti privo di una seria organizzazione aziendale. In quell'anno si è dimesso l'amministratore delegato Luigi Mastrobuono, sostituito solamente nel gennaio del 2015 da Carlo Paris. Dopo l’abbandono di Vincenzo Alfonsi che pare abbia lasciato il suo incarico per un taglio allo stipendio, manca un direttore generale. Dal 2012 è vuota la poltrona del direttore commerciale e dal 2008 è assente un ufficio acquisti. L’azienda si ritrova quindi senza guide e inevitabilmente crolla anche il fatturato che passa dai 36 milioni del 2010 ai 21 milioni del 2014. I fornitori non vengono pagati e in dieci anni di gestione la Nuova Fiera di Roma ha accumulato 30 milioni di debiti. Il futuro sembra davvero incerto e a ri-

E quella vecchia non si vende

Sette ettari pregiati sulla Colombo, abbandonati dal 2007. Valorizzare il loro valore immobiliare è l’ultima chance per non far fallire la Fiera di Roma o si rischia invece un’ennesima devastazione del territorio soltanto per favorire una speculazione privata? Il dubbio è sorto a molti, dal momento che, a causa della lunga crisi economica, oggi anche un eventuale intervento edilizio massiccio potrebbe non bastare nemmeno a ripagare l’enorme debito contratto con banca Unicredit ai tempi del’ex sindaco Walter Veltroni per la costruzione del nuovo grande polo espositivo a lato dell’autostrada per Fiumicino. Innanzitutto va precisato che le società in forte difficoltà sono due: “Fiera di Roma srl” si occupa della gestione, ha un fatturato di circa 11 milioni di euro e un debito pari più o meno al doppio, causato da anni di gestione in perdita. Ma non appartiene direttamente agli enti locali e sui suoi conti non grava il maxi buco dovuto alla sua costruzione, che pesa invece sulla controllante (al 100%) “Investimenti spa”, una società immobiliare di proprietà pubblica nata appositamente per realizzare il nuovo polo fieristico – costruito dalla Lamaro costruzioni, proprietaria dei terreni, e costato complessivamente circa 350 milioni – e vendere lo storico sito sulla Colombo, che però il piano regolatore cittadino destina ancora a sede espositiva. In questi anni il progressivo tracollo dei conti di “Investimenti spa”, schiacciata dagli interessi sul mutuo, ha reso necessari due aumenti di capitale, che solo la Camera di Commercio ha sottoscritto integralmente, arrivando così a detenere la maggioranza assoluta (58,5%), mentre

metterci per primi sono i lavoratori. Dopo un anno di contratti di solidarietà, i 76 dipendenti si sono ritrovati dimezzata la paga e per 23 è addirittura scattata la procedura di mobilità. Una soluzione “inevitabile”, a detta di Mannocchi, che ha suscitato l’ira dei dipendenti pronti a scioperare. La protesta era stata indetta per il 9 giugno, proprio in concomitanza con l'inizio di Eular, il congresso internazionale di Reumatologia che nei giorni scorsi ha portato in Fiera ben 15 mila persone e un indotto sul territorio che si aggira intorno ai 70 milioni di euro. Alla fine lo sciopero è stato revocato ma i problemi rimangono e non si esclude che nei prossimi mesi si scatenino altre proteste.

agli ex soci paritari Comune (21,7%) e Regione (19,6%, compresa la finanziaria “Sviluppo Lazio”) sono rimaste solo quote di minoranza. Oggi tutti vorrebbero disfarsi delle loro partecipazioni – per il sindaco Ignazio Marino la fiera «non è strategica» e sarebbe meglio farla gestire ai privati – ma incombe ancora il macigno dei debiti verso Unicredit di “Investimenti spa”, che senza novità il 1° agosto si avvierà al fallimento. La politica romana deve perciò decidere se è meglio risanare la società (e poi chiuderla comunque, dato che a quel punto avrà esaurito la sua funzione) cercando ad ogni costo di massimizzare il profitto sui terreni della Colombo, oppure se replicare in piccolo il “modello Alitalia”, lasciando fallire la bad company “Investimenti spa” e salvando solo la gestione della fiera, magari fondendola con quella del nuovo centro congressi ‘La Nuvola’, che a sua volta potrebbe presto essere l’unico “superstite” di Eur spa (90% ministero del Tesoro, 10% Comune): un’altra società immobiliare pubblica sull’orlo del fallimento e di cui Marino vorrebbe disfarsi, che probabilmente sarà messa in liquidazione non appena saranno terminati i lavori. La giunta comunale ha approvato una bozza di delibera urbanistica per modificare la destinazione d’uso del vecchio sito – da fieristico a prevalentemente residenziale, con percentuali minori di uffici e servizi, più una striscia di verde lungo la Colombo – ma l’ultima parola spetta all’Assemblea capitolina, che ha poche settimane di tempo per decidere il futuro del polo fieristico di Roma.


DI SALVATAGGI

“Un progetto troppo ambizioso”

Intervista al presidente Mannocchi: ma qui non c’è malagestione

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A rischio 23 posti di lavoro dopo i contratti di solidarietà

N

ominato Presidente della Fiera di Roma nel febbraio 2011, Mauro Mannocchi è un imprenditore romano che negli anni ha ricoperto diverse cariche istituzionali. Dal 2009 è Presidente della Confartigianato Imprese di Roma ed è membro del Consiglio Generale della Camera di Commercio di Roma e del Consiglio di Amministrazione di Tecnopolo S.p.A. Molto attivo anche nel sociale e nel laicato cattolico, Mannocchi è stato Presidente Diocesano dell’Associazione Cattolica Artigiani Italiani e ha fatto parte del Comitato dei Presidenti della Consulta Diocesana dei Laici presso il Vicariato di Roma. E’ inoltre membro del Comitato Direttivo del Consorzio delle Periferie Romane. Presidente cosa vorrebbe dire per Roma non avere più la sua Fiera? “Un polo fieristico è un elemento di sviluppo soprattutto in termini di globalizzazione e internazionalizzazione. Chiuderlo sarebbe un’importante perdita per il territorio, difficilmente recuperabile” Crede che spostare la sede in una zona periferica c’entri con il possibile fallimento? “No, credo che questo non abbia influito, anzi spostare la sede ha aumentato il nostro fatturato. Poi la Nuova Fiera di Roma è collocata molto bene. Abbiamo l’autostrada adiacente al quartiere fieristico; c’è l’asse ferroviario che si raggiunge facilmente con una passerella coperta e abbiamo a due passi l’aeroporto internazionale di Fiumicino” Quali sono secondo lei i motivi reali per cui la Nuova Fiera di Roma si trova oggi in “perdita”? “Il progetto iniziale era molto ambizioso e tutte le risorse sono state assorbite dalla costruzione. Questo è stato l’errore. Oggi non ci sono le ri-

Mauro Mannocchi, presidente Fiera di Roma

sorse per gestire un piano industriale serio che tenga in piedi un polo fieristico così grande” E a rimetterci sono i lavoratori… “Purtroppo è inevitabile operare dei tagli quando mancano i soldi. L’anno scorso per evitare i licenziamenti abbiamo attivato con la Regione Lazio contratti di solidarietà ed abbiamo lavorato con tutto il personale pagando al 50%. Questo ci ha permesso di risparmiare un milione di euro ed abbiamo portato il bilancio 2014 in pareggio nella gestione caratteristica. Attendevamo però da parte dei soci delle risorse che c’erano state promesse e che non sono mai arrivate. Per evitare che i fornitori ci

facessero fallire abbiamo chiesto il concordato preventivo al Tribunale. Abbiamo dovuto sospendere la solidarietà e mettere in mobilità il personale per salvare l’azienda” Qual è la ricetta giusta per rilanciare Fiera di Roma? “Dopo l’intervento di progettazione è come se i soci istituzionali si fossero dimenticati di Fiera di Roma. Non è stato capito il valore di questo polo in termini economici, di sviluppo e di immagine. I debiti ad oggi in dieci anni di gestione sono 30 milioni. Abbiamo bisogno di una vera e propria iniezione di denaro per ripartire”. (MLP)

Da Veltroni a Marino attesa per la variante

Il futuro della nuova Fiera di Roma passa dal suo glorioso passato: dai quei 7,3 ettari a sinistra della Colombo che a partire dal 1959 hanno dato vita all’omonimo quartiere. Dal 2007 la società “Investimenti spa” (Camera di Commercio, Roma Capitale e Regione più altri soci simbolici) cerca di valorizzare il vecchio sito, ma il Comune non ha ancora approvato la variante urbanistica. Dopo un primo progetto presentato ai tempi di Veltroni e un secondo tentato da Alemanno, l’Assemblea capitolina dovrà esaminare tra pochi giorni il piano del nuovo assessore Giovanni Caudo. L’idea è sostanzialmente quella di costruire residenze per 60mila metri quadrati – ma almeno il 20% dovrà essere housing sociale – nella parte interna, di proprietà di “Investimenti spa” e di lasciare a verde i 15mila m2 (quasi 13mila dei quali sono già demanio comunale) della fascia lungo la Colombo, così da garantire la continuità dei prati dall’Eur fino a piazza dei Navigatori. Non sembra quindi aver fatto breccia nemmeno nella giunta Marino la controproposta elaborata alcuni anni fa dal Municipio Roma VIII: «Abbiamo lavorato con tutte le associazioni di quartiere – spiega il presidente Andrea Catarci (Sel) – e crediamo che l’utilizzo migliore di

quell’area sarebbe farne degli uffici pubblici per Regione e Comune (soci di “Investimenti spa”), che oggi pagano milioni di euro per affitti. Abbiamo approvato un documento e lo abbiamo inviato a tutti, ma non ci ha

risposto nessuno». Pragmaticamente, il Municipio sembra comunque disposto a una trattativa: «A differenza dei piani precedenti – aggiunge il minisindaco – abbiamo dato parere favorevole a quello di Caudo, ma con 12 condizioni. Le più importanti sono una riduzione della quota edificabile per il residenziale (tanto più che da un nostro studio la vera superficie attuale dei padiglioni è di 45mila m2, di cui un terzo ex abusivi e condonati), la sua suddivisione a metà tra fabbricati per il libero mercato e case popolari, la realizzazione del tram già previsto dall’assessorato alla Mobilità ed il completamento di tutti i servizi pubblici (da ricavare rigorosamente all’interno della superficie dell’ex Fiera) prima della costruzione dei palazzi. L’urbanistica non può diventare solo un modo per fare cassa – conclude Catarci – altrimenti domani il Comune potrebbe pensare di ripagare i suoi debiti autorizzandosi da solo qualche grattacielo, magari in centro». (AT)


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L’ETERNO DUELLO TRA LE DUE ROMA

SFIDE METRO

Nord e Sud così la città si divide

Viaggio da Vigna Clara a Testaccio alla ricerca dell

L

di Renato Paone

a storia delle grandi città ci insegna che queste avevano i loro schieramenti, ognuno con le sue peculiarità. Roma, il centro del mondo, non è certo da meno. Il senso di appartenenza, infatti, sin dalla notte dei tempi, identifica l’uomo e la sua essenza. Schierarsi è un imperativo categorico, lo diceva pure Dante, che puniva gli ignavi costringendoli a rincorrere un’insegna senza mai raggiungerla. I grandi poli contrapposti della Città Eterna sono due: Roma Nord e Roma Sud, con i confini identificati in viale del Muro Torto, per il nord, e viale Marco Polo, per il sud. La “regione del nord” è formata dai quartieri Trieste-Salario, Parioli, Collina Fleming, Prati, ma anche dalle più periferiche Boccea, San Basilio, Bufalotta, spesso protagoniste di lotte intestine con i loro “alleati” settentrionali più borghesi e schicchettosi. La “regione sud” è Laurentina, Cinecittà, Corviale, Garbatella e Ostiense. In mezzo alle due regioni, sorge una terra di nessuno, dai più chiamata Roma Centro, luogo di scambio e oggetto del desiderio di entrambe le forze contrapposte. La Roma Nord è la “Romabbene”, nostalgica dei bei tempi che furono quando si ritrova a passeggiare con le sue Hogan lungo il ponte di corso Francia, dove sfilano a tutta birra Smart, Microcar e cinquantini nuovi di pacca, attirata però, allo stesso tempo, dalla pashmina di cachemere dell’amico radical chic che gira sulla sua ecologissima “Graziella”. Quello del Nord, è un regno popolato da feudi minori, travestiti da circoli di tennis e campi di calcetto di

La tazzina di caffè del “Corrierone”

In un articolo uscito pochi giorni fa sulle pagine romane del Corriere della sera, lo scrittore Marco Lodoli parla delle differenze sociali, culturali, ma anche comportamentali che ci sarebbero tra Roma Nord e Roma Sud. E fa un esempio, quello del caffè al bar. Secondo Lodoli i romani del Nord (Parioli, Flaminio, Vigna Clara, Salario ecc.) lo bevono in tazzina, i romani del Sud (Appio, Ostiense, Testaccio, Monteverde ecc.) lo bevono in vetro. Sarà vero? Siamo andati a vedere…

quarta generazione, contraddistinti da prezzi, ai più, proibitivi. Fino a poco tempo fa, effigie dei vessilli dei “nordisti” era Ponte Milvio, portato alla ribalta da uno degli arditi del Nord romano, Federico Moccia, che, grazie ai suoi romanzi per ragazzi, ha trasformato il ponte mollo in un magazzino di lucchetti. A due passi dal ponte, due brand famosi, uno dedito alla pasticceria, l’altro un forno, luoghi di aperipranzi, aperitivi e apericene. Perché sì, a Roma

Nord è tutto un aperitivo: un rito sacro nel vero senso della parola, che richiede una certa etichetta, nei modi e nel vestire. Pena, l’ostracizzazione dai salotti buoni, dove proliferano banchieri, imprenditori e giornalisti. Il gotha della società. La Roma del Sud, invece, è una Roma più caciarona, genuina, schietta, più cacio e pepe. Il romano di Garbatella si rifiuta di nascondersi dietro a dei riti a lui estranei, preferendo una simpatica

Piazza Euclide regno dei pariolini

veracità, la stessa che viene imitata dall’attore di Roma Nord, De Sica figlio, quando nei suoi cinepanettoni si lascia andare a un linguaggio poco elegante e raffinato. È quella, seppur meno caricaturale, dei Cesaroni di Claudio Amendola, dei bar dalle porte sempre aperte, dei giornali di sport sparpagliati sul bancone e degli sfottò continui tra i tifosi delle due società calcistiche locali, argomento principe delle conversazioni di quartiere. I sudisti sono quelli che vivono tra la basilica di San Paolo, il Gazometro, il Colosseo Quadrato e via Sannio, che all’aperitivo preferiscono “du’ euri de pizza ar tajio e ‘na Ceres”. Loro mangiano “pe’ magnà, mica pe’ fasse vedè”. È la Roma delle lunghe chiacchierate a tavola, vestita della tipica tovaglia da osteria sulla quale campeggia in bella vista una cofana di bucatini affogati nel sugo all’amatriciana, accompagnati dall’immancabile fiasco de vino della casa. Per questo vengono guardati con una certa diffidenza dai rivali nordistipariolini che passano in quelle zone per andare a comprare vestiti di marca taroccati o, più semplicemente, rubati. Comprano, disdegnando, ma comprano. E ogni tanto si fermano pure a mangiare, dato che l’aperitivo non li ha saziati. Tra questi due fuochi, intanto, sorniona e placida, sopravvive la zona del centro storico, l’epicentro del Grande Raccordo Anulare, la “vera Roma”, simbolo di quel che rimane di una città felliniana, neorealista e piegata su se stessa, che poco si interessa di rivalità passeggere costrette a impallidire davanti alla Storia sempiterna di una città che non può essere imbrigliata da un’etichetta, qualsiasi essa sia.


OPOLITANE

le differenze I NUOVI SLANG Come cambia la lingua di Trilussa

di Silvia Renda

“Quelli di Roma Sud sono più coatti e parlano romano normalmente, noi usiamo lo slang più che altro per scherzare con gli amici”. I ragazzi di Roma Nord ci tengono a prendere le distanze dai coetanei dei quartieri popolari. Il loro romanesco, dicono, è quasi forzato: quando il contesto nel quale si trovano è più informale a quel punto anche la loro parlata diventa più scialla, pardon, tranquilla, ma “siamo perfettamente in grado di utilizzare anche un perfetto italiano”. Non sarebbe lo stesso, a loro dire, per i ragazzi di Roma Sud, che tenderebbero a inserire in qualunque contesto i termini propri delle variazioni giovanili. Quali sono? Un elenco completo sarebbe troppo lungo da riportare, tutt’al più che col passare del tempo la lista integra sempre nuovi elementi. Così ormai nel linguaggio universale dei ragazzi romani la parola ciaone ha sostituito la frase “non c’è storia”. Occhio poi a interpretare chiari segnali di rifiuto: se qualcuno si lamenta di quanto t’accolli (ossia di quanto sei pesante) potrebbe decidere di pisciarti (lasciarti perdere) da un momento all’altro. Come per imparare una lingua straniera, il metodo per farlo al meglio resta comunque quello di trasferirsi nel paese nel quale la si parla, quindi lo stesso varrà per gli eventuali studiosi dello slang romanesco. Nun t’aregge? Allora accanna.

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Ma il campanilismo non c’è più “Ormai qui è tutto omologato” «Q I pareri dei romani d’antan

ua le signore vengono a fa la spesa tutte belle, coi capelli appena fatti dal parrucchiere, vestite che manco a ‘na sfilata», dice sorridendo sotto i baffoni il macellaio del mercato di via Antonelli, nei pressi di piazza Euclide, mentre è impegnato a tagliare il prosciutto di Parma “fino fino”, come si è raccomandata la signora davanti al bancone. «Qua è tutta una gara a fa vedè chi c’ha de più, a chi compra la cosa più raffinata, anche nel mangiare», continua Ettore, tutto preso a incartare una fiorentina “salatissima”, non tanto per il condimento quanto per il prezzo. «Qua i prezzi so’ fatti in base ai portafogli di chi vive da ‘ste parti, mica come da me». Ettore, infatti, viene da Testaccio, Roma Sud, zona agli antipodi della rivale “Nord”, non solo geograficamente: «Noi c’abbiamo il mercato de Garbatella, de Testaccio: lì le signore la spesa mica la fanno tutte acchittate». Riccardo, giovane avvocato con lo studio a Vigna Clara, in pausa pranzo, sente le parole del macellaio, amico suo anche se di Roma Sud («Vengo qui da quando ho sei anni») e interviene, difendendo a spada tratta la “sua” zona: «È risaputo che questi quartieri, Trieste-Salario, Ponte Milvio, Vigna Clara, Fleming e piazza Mazzini, si distinguono dal resto della città per reddito medio, che è più alto, fede calcistica, per lo più laziale, e per essere schierati politicamente a destra». Neanche il tempo di finire e la conversazione si anima con le parole di Luca, graphic-designer di una nota agenzia di eventi romana: «Ti schifano a prescindere quelli della cosiddetta Roma Sud. Fanno i maoisti-moralisti sulla borghesia deviata del “Nord”, formata da palazzinari ed evasori, con il portafoglio sempre gonfio, ma dal livello culturale pari a zero, bravi solo a farsi le foto nei locali alla moda. Per me sono solo cliché dettati dall’invidia, si attaccano a qualsiasi pretesto per dire che la Roma cafona sta tutta qua». Intanto, al bancone del pane, la signora Marta, intenta a tagliare un filoncino di pane di Lariano, sorride

Street art a Roma sud

sorniona, commentando le parole di Luca: «Ovvio che non siete tutti così omologati e lo dico io che vengo qui da 30 anni a lavorare e sono della Garbatella. Però non puoi negare che a Roma Nord è concentrato il mondo degli imprenditori, dei giornalisti e di buona parte del mondo del cinema. Stanno quasi tutti qua e a loro piace fare le stesse cose che facevano i loro nonni e che faranno, poi, i loro figli: vanno al mare a Fregene, sennò vanno a Ponza o alla casa all'Argentario mentre mandano i figli in prestigiosissime scuole straniere a imparare l’inglese». Passeggiando per le vie di Roma Nord, non è difficile imbattersi in negozi extra-lusso semi deserti, abi-

Il Gazometro di Testaccio

tati solo dal negoziante che, sull’uscio del suo esercizio, aspira tristemente una sigaretta: «Da quando è scoppiato tutto il casino (Mafia capitale) qua si vende molto di meno. Passano le signore e chiedo dei loro mariti. Manco faccio in tempo a finire la frase che se ne vanno imbarazzate. C’avranno i consorti nei guai, che ne so. Erano tutti politici e assessori». L’ultimo incontro, forse quello più illuminante e chiarificatore della situazione che vede contrapposte le due Roma, è con il signor Aldo, proprietario di una libreria in zona Prati: «Si litigano tanto, promotori di un campanilismo vuoto e sterile. Tutti i quartieri sono ormai omologati alla romanità contemporanea. Io sono toscano, ma vivo a Roma da circa 50 anni e posso dire con certezza che raffinatezza e cafoneria si trovano in ogni parte della città e in perfetto equilibrio. È proprio questa la bellezza romana: il suo fascino si fonda sulle sue contraddizioni, nella sua “liquidità”. La “grande bellezza” di Roma sta proprio in questo gigantesco “mappazzone” dove si mescolano i sapori più diversi».

(RP)


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Nozze

RITI HOLLYWODIANI

Matrimoni civili a villa Borghese o a Fontana di Trevi

da Dolce vita? Ora si può Il Comune autorizza prestigiose location per “fare cassa”

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il Periodico LUMSANEWS

di Valerio Dardanelli

l fatidico sì all’interno dei Musei capitolini o nella cornice del Giardino degli Aranci? Ai mercati di Traiano o nelle piazze del centro storico? Si potrà fare, a patto di avere grandi somme di denaro da versare nelle casse del comune di Roma. La pazza idea di Fabrizio Panecaldo, coordinatore della maggioranza e consigliere Pd in Campidoglio, si è trasformata in realtà. Tutto è iniziato un anno fa, quando Panecaldo ha presentato una delibera dal titolo “Sposarsi a Roma” nella quale veniva preventivato l’allargamento della rosa dei luoghi dove è possibile convolare a nozze, composta dalla sala Rossa del Campidoglio, dal Tempietto di Caracalla e da Villa Lais. «Per anni si è tentato di allargare il numero dei luoghi adibiti ai matrimoni civili. Alcuni comuni, come Lignano Sabbiadoro, hanno approvato delibere ad hoc, ma il diritto contemplava la casa comunale come unico luogo deputato», ha spiegato Panecaldo. «La sentenza del gennaio 2014 del Consiglio di Stato ha cambiato tutto, sottolineando l'aspetto ormai mondano delle cerimonie. Leggendola mi è venuto in mente di proporre la possibilità di sposarsi nei siti più belli di Roma, pagando una giusta quota». Ma quali somme si dovranno sborsare ancora non è dato saperlo. «La Sovrintendenza archeologica dovrà approvare un prezziario “particolare”», ha dichiarato l’assessore al patrimonio Alessandra Cattoi che

ha firmato la memoria che ha dato seguito alla prima proposta firmata da Panecaldo. «Si tratterà di tariffe che non sono di occupazione di suolo pubblico ma speciali, perché effettivamente si tratta di luoghi che verrebbero sottratti alla collettività, anche fosse solo per un’ora, e quindi c’è bisogno di una cifra congrua», ha continuato la Cattoi. La delibera da lei firmata consentirà di sposarsi in location del tutto

particolari, come il centro di una piazza o un luogo storico di Roma, ma non all’interno dell’Olimpico, sulle spiagge di Ostia o dentro il Colosseo, come Panecaldo avrebbe voluto. A spiegare la ragione per la quale non si potranno celebrare le nozze nell’Anfiteatro Flavio è stata Rita Paris, direttore della Sovrintendenza archeologica di Roma: «Abbiamo dovuto scartare il Colosseo perché è di competenza dello

“PERCHE’ MI SPOSO IN UN CASTELLO”

di Giulia Lucchini

Quasi ottocento mila dollari sono entrati al Comune di Venezia dal matrimonio di George Clooney e Amal Alamuddin. Le celebrazioni per le nozze dell’attore e dell’avvocatessa impegnata per i diritti umani hanno persino richiesto il blocco temporaneo del Canal Grande al fine di garantire le tempistiche e la sicurezza del corteo nuziale. Un blocco pagato alla grande. E allora perché non far pronunciare il fatidico sì al Colosseo o magari sulla spiaggia di Fiumicino? Di sicuro le tasche del Comune di Roma ne guadagnerebbero. Come già hanno portato molti soldi al Campidoglio (quasi un milione di euro) le tasse per l’occupazione del suolo pubblico della Capitale che ha pagato la produzione dell’ultimo film di 007. Per non contare gli introiti tra alberghi e ristoranti. Insomma un matrimonio nella città eterna significherebbe notevoli maggiori entrate per Roma Capitale, aumento dell’indotto e anche guadagni per chi metterà a disposizione l’altare. Ma perché si sceglie di sposarsi in un luogo storico piuttosto che in una chiesa o al comune? “Volevamo un posto unico. Un luogo che avesse a che fare con la nostra storia d’amore. E soprattutto all’aperto. Così abbiamo deciso di sposarci a Santa Severa, vicino alla spiaggia dove spesso andavamo la domenica. Mio marito fa kitesurf e io lo accompagno. In più c’era la possibilità di far svolgere la cerimonia da un nostro amico e non dall’ufficiale comunale. Più o meno sarà costato sui 300 euro e devo dire che le pratiche burocratiche sono state molto veloci e per nulla stressanti”, racconta Chiara che si è sposata con Francesco nella magnifica cornice del Castello di Santa Severa. Il castello, sito vicino Roma e arroccato sul mare, si trova nel Comune di Santa Marinella. L’idea non è originale, ma è d’oltreoceano. La cerimonia all’aperto, anche detta matrimonio all’americana, è comunque sempre più di moda anche in Italia, nonostante spesso la burocrazia non renda semplici i preparativi. Certamente le nostre location non sono da meno rispetto alle spiagge californiane o alle alture hollywoodiane di Las Vegas. La location insolita diventa così teatro del ricevimento quanto del matrimonio. E decolla un nuovo fenomeno da sfruttare: il turismo matrimoniale. Perché sembra che tante richieste arrivino soprattutto dall’estero. In primis dai giapponesi disposti a pagare tanto pur di sposarsi in un luogo storico.

Stato, con parere vincolante del ministero dei Beni culturali, e a causa della sua unicità in quanto patrimonio non solo romano ma universale. Questo fa si che un utilizzo simile sia del tutto escluso». Panecaldo, invece, aveva visto nell’utilizzo del Colosseo un modo per raccogliere fondi al fine di restaurare il grande patrimonio archeologico di Roma: «Inizialmente avevamo pensato alla possibilità di bandire aste anche internazionali che potevano riguardare la prenotazione della cerimonia al Colosseo o al Circo Massimo, anch’esso escluso dall’ultima delibera, per valorizzare i monumenti capitolini». Nonostante alcune limitazioni, siamo comunque di fronte a una rivoluzione. «Prima, se una persona particolarmente facoltosa, voleva celebrare il matrimonio in un luogo da favola, non lo poteva fare. Con la memoria che abbiamo approvato, chiunque, evidentemente con delle disponibilità economiche fuori dal comune, decida di volersi sposare in un luogo particolare, avrà la possibilità di farlo e i fondi ricavati verranno investiti nella conservazione dei tesori artistici della capitale», ha concluso la Cattoi. Ma Roma non ha fatto da apripista in questa nuova direzione. Prima della capitale si erano mossi i comuni di Trevignano, per i matrimoni sul lago di Bracciano, e San Benedetto del Tronto e Pescara, dove è possibile sposarsi in spiaggia. Secondo Panecaldo anche il litorale di Ostia sarebbe «ideale per ospitare le cerimonie». Ma a Roma per un matrimonio in bikini bisognerà ancora aspettare.


il Periodico LUMSANEWS

Ruffini rilancia TV 2000 CRESCE L’EMITTENTE

Rivoluzione nell’emittente dei Vescovi. E lo share migliora

Non solo informazione religiosa ma una televisione sensibile ai cambiamenti della società italiana

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di Samantha De Martin

l canale dei vescovi, diretto da paolo Ruffini, investe sulla rivoluzione comunicativa lanciata da Francesco e si apre al pubblico. Share in aumento del 25% e 8milioni di visualizzazioni su Facebook. Proviene dalle schiere del giornalismo politico, dalla direzione di Raitre e dagli studi di La7 l'artefice della lenta rivoluzione che sta conducendo il canale di proprietà della Cei, TV2000, fuori dal palinsesto che orbita attorno all'informazione strettamente religiosa, trasformando la tv dei vescovi in un contenitore mediatico sempre più sensibile ai cambiamenti della società, ai nuovi linguaggi e alle aspettative del pubblico. Una scelta, quella di Paolo Ruffini, alla guida di TV2000 dal 5 maggio scorso, che ha condotto l'emittente del clero sul podio dei dieci canali monotematici più visti sul digitale terrestre, registrando un aumento di share pari al 25%, risultato che supera quello di brand blasonati come Mtv, Rainews e TgCom24. L'impegno del neo direttore a investire sulle aspettative di pubblico giovane e sulla nuova grammatica dei linguaggi scritta da papa Francesco è testimoniato da quasi 8 milioni di visualiz-

zazioni della visita del Papa nel quartiere di Ponte Mammolo a Roma, riscontrate, ad esempio, sul profilo Facebook. Un successo che conferma il sempre crescente interesse dei giovani alla rete e all'interazione sul web. “Ho ricevuto dalla Cei il mandato di non fare una rete solo per i fedeli ma di allineare TV2000 alle caratteristiche comunicative della Chiesa moderna – commenta il neodirettore Ruffini -. Abbiamo cercato di creare una televisione che non parlasse soltanto a chi è dentro la Chiesa, ma che fosse aperta al racconto del mondo”. Il nuovo assetto di una tv che sceglie di investire nel rapporto di affezione, appartenenza, comunità con il pubblico, punta su un palinsesto che apre il contenitore della mattina con la rassegna stampa e con trasmissioni come “Bel tempo si spera”. I collegamenti esterni con le parrocchie, i mercati e i luoghi frequentati dalla gente comune, sono un esempio di come

Paolo Ruffini,

La sala regia di Tv2000

TV2000 abbia scelto di investire nella vicinanza del pubblico. Dalla trasmissione “Il mio medico”, un programma sul mondo della salute, della durata di un'ora e non più di 20 minuti, con un pubblico in studio, ospiti e servizi alle fiction in onda nelle prime ore pomeridiane, dalla novità rappresentata dal programma di Licia Colò, “Il mondo insieme” su tematiche legate all'ambiente e agli animali, ai docu-reality come “Reparto maternità” e “La Classe”, un filo sottile lega i contenuti di una tv che cambia senza però perdere di vista i temi sociali che sviluppano e accrescono un approccio alle tematiche della solidarietà e sussidiarietà, care alla chiesa. Con un palinsesto che resta tuttavia ancorato all'informazione religiosa con vari appuntamenti legati alla preghiera, TV2000 non perde mai di vista l'attenzione alla notizia, maturata attraverso un telegiornale più lungo. Nella televisione guidata da Ruffini guadagna spazio

anche il format televisivo, con Il programma “Attenti al lupo” che tende a mettere in guardia i cittadini di fronte alle insidie della burocrazia. La cucina e l'enogastronimia trovano voce nella trasmissione “Quel che passa il convento” che affida a un monaco in studio il doppio ruolo connaturato al suo essere religioso e ortolano insieme. L'ambizione televisiva di Paolo Ruffini è rappresentata dall'“essere al passo con le sfide che Papa Francesco pone a tutti noi ogni giorno, guardando al mondo per convertirlo, vedendolo e ascoltandolo”. Nella rivoluzione della nuova tv dei vescovi restano tuttavia ancora tanti i programmi ancora in fase di scrittura, simili ai talkshow ma con la nuova formula del listen-show, che, come spiega Ruffini, aiuta a focalizzare il presente, l’ascolto e il racconto, attraverso l'analisi di temi lontani dalla concezione cattolica ma che si intendono comprendere e conoscere.

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PARLA IL DIRETTORE

“I giovani giornalisti debbono avere più coraggio”

di Emanuele Bianchi

Paolo Ruffini ha iniziato scrivendo di cronaca e politica sui quotidiani, ha lavorato in Rai: diretto il Gr 3, è stato direttore di Rai 3 ai tempi in cui Corrado Guzzanti andava in onda con i suoi show, direttore a La7 e da maggio 2014 dirige la rete delle emittenti Rete Blu, Tv2000 e Radio InBlu, canali della Cei, la Conferenza episcopale italiana. Dal Messaggero a La 7 passando per Rai 3, come ha vissuto professionalmente l'esperienza nei diversi contesti della comunicazione? «L'editoria e la comunicazione dei media, sempre in cerca di ascolti, rischiano di smarrire il messaggio stesso per il quale comunicano. Ho svolto il mio ruolo in un giornale laico come il Messaggero e prima ancora in un quotidiano più attento alle tematiche del mondo cattolico come il Mattino di Napoli. Alla Rai ho lavorato prima a Radio3 con una programmazione votata al pluralismo e a Rai 3 ho cercato di fare una televisione di qualità che fosse anche in grado di difendere il senso del racconto della realtà. Secondo me sbaglia chi vuole dividere il mondo in noi e loro, in cattolici o no». Tv 2000 accoglierà giovani nelle proprie redazioni? «Siamo un’azienda piccola con finanziamenti contenuti. A Tv2000 si fanno abitualmente stage con studenti universitari e delle scuole di giornalismo. Cercheremo di aprire le porte ai ragazzi. Spero di realizzare ascolti sempre maggiori, scrivere nuovi programmi e allargare l'organico delle redazioni. La modernità sta cambiando velocemente il mondo dell’informazione ed è difficile tracciare i nuovi confini del giornalismo. Voi giovani dovete avere grande coraggio».


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Troppi musei pochi visitatori

Parla Antonella Magagnini. “Negli altri paesi maggiori investimenti

“L

di Anna Bigano e Corinna Spirito

’idea di museo è cambiata in maniera radicale a partire dagli anni ’70 e ancora di più negli anni ‘90. Da quel momento si è smesso di guardare al museo come un luogo di mera conservazione per venire incontro alle esigenze del visitatore”. Antonella Magagnini è responsabile della gestione delle risorse dei Musei Capitolini, il più importante museo civico del Comune di Roma e uno fra i più antichi in Italia (“Sono nati nel 1471, prima della scoperta dell’America”, osserva con orgoglio). Etruscologa di formazione, ha dovuto – come molti curatori al giorno d’oggi – imparare a fare anche la manager (“Per quanto non mi piaccia pensare a un museo come a un’azienda”). Com’è cambiato, allora, il concetto di museo? “La legge Ronchey nel 1993 ha reso obbligatori dei servizi aggiuntivi come il guardaroba, un bar interno, un negozio con libri e gadget, un personale preparato che conosca almeno un’altra lingua oltre all’italiano. Tutti servizi affidati a società private scelte con gare pubbliche.” E oggi a che punto siete? “Intanto, dopo soli 15 anni (per un museo antico come il nostro è un tempo brevissimo) stiamo rimpiazzando tutta la segnaletica per renderla ancora più funzionale. I visitatori sono sempre più esigenti. Non è vero ciò che si dice riguardo al pubblico: chi paga il biglietto si

interessa molto a ciò che vede, soprattutto i giovani. Poi stiamo cercando di migliorare il modo in cui il museo viene vissuto: ad esempio con le attività didattiche per le scuole o i percorsi ad hoc per i disabili. L’altro grande obiettivo è far diventare i nostri musei luoghi di produzione della cultura: ci piacerebbe che le ricerche in campo storico e archeologico partissero da noi.” Cosa ve lo impedisce? in molti musei del mondo è già così… “Non si possono paragonare i nostri musei con quelli internazionali. Funziona tutto in modo talmente diverso… Altrove ci sono investimenti decisamente più ingenti: in pochi lo sanno, ma il Louvre, per dire, di-

LE GRANDI

Le gallerie italiane alla classifica per nu

spone di fondi nazionali a mai finire. Da noi mancano anche i meccanismi fiscali che incentivino gli investimenti privati. Restauri un’opera? Ti faccio pagare meno tasse.” Per questo nella classifica di TeaAecom sui musei più visitati al mondo non c’è nessun italiano fra i primi 20? “Certamente sì. Dipende però anche da uno scenario diverso. Il panorama italiano è estremamente polverizzato, con tanti piccoli musei bellissimi, come quelli diocesani. Noi dobbiamo lavorare sulle nostre peculiarità, mettere in relazione beni culturali e turismo. Consideriamo anche che fra i musei più visitati ci sono quelli di Storia naturale di New York

e Washington: realtà bellissime, ma completamente diverse dalla nostra. Fra l’altro ai primi posti ci sono anche il British Museum e la National Gallery di Londra, entrambi gratuiti. Da qualche giorno anche noi siamo riusciti a far diventare a ingresso libero permanente otto piccoli musei del circuito di Roma Capitale (Villa di Massenzio, Barracco, Bilotti, Canonica, Napoleonico, della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, delle Mura, di Casal De’ Pazzi ndr). Per gli altri servirebbe ripensare al sistema di assegnazione delle risorse.” Da luglio 2014 anche i musei statali sono gratuiti la prima domenica del mese. Che impatto hanno

Vendita biglietti, in testa il Louvre con 9 milioni all’anno

E all’ottavo posto ecco i “Vaticani”

Hanno suscitato un certo scalpore, su alcuni giornali, i risultati dell’ultimo rapporto Tea-Aecom sulle attrazioni più visitate nel mondo. Nella categoria “musei” vince il Louvre, con i suoi oltre 9 milioni di biglietti staccati ogni anno, seguito dal Museo nazionale di storia naturale di Washington, con 8 milioni, e dal Museo nazionale cinese di piazza Tienanmen, 7,5 milioni e un balzo del 40% rispetto al 2012 (la classifica si basa sui dati 2013). Scendendo nella top 20, comunque, non s’incontra alcuna istituzione italiana (i Musei Vaticani però sono ottavi, con 5,5 milioni di visitatori). Uno scandalo nel paese dell’arte per eccellenza, come hanno pensato in molti? Non necessariamente, o forse non così grave come potrebbe ap-

parire. Che i musei italiani debbano lavorare sulle loro potenzialità per essere più attrattive, è pacifico. Che spesso i loro direttori non abbiano competenze manageriali e siano tuttavia costretti a destreggiarsi con i continui tagli al settore, anche. Eppure non si può non tener conto delle caratteristiche del nostro patrimonio culturale, sparso in tanti musei “minori” che qualche volta sono piccoli gioielli. Strutture che, anche volendo, non sarebbero adatte ad accogliere imponenti flussi di visitatori. I grandi numeri fanno crescere gli incassi, ma anche la difficoltà di gustare la bellezza delle opere in mezzo alla calca. Secondo le stime davanti alla Gioconda ci si può fermare in media per 11 secondi. La povera Monna Lisa, forse, merita di meglio. (AB)


i per la cultura” BELLEZZE

Il Maxxi cambia faccia e diventa multiculturale

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Le attività “trasversali” dei centri d’arte romani

di Corinna Spirito

e sono in fondo umero di turisti iniziative del genere? “Decisamente positivo. Chi entra senza pagare scopre la ricchezza dei musei meno noti. La prossima volta sarà disposto a pagare per visitarne un altro.” E per il Giubileo? Prevedete un incremento di turisti? “Noi romani siamo avvezzi alle grandi occasioni, ci siamo abituati da più di duemila anni. Il Giubileo non ci fa scomporre più di tanto, ma certamente per l’evento i musei di Roma saranno pronti. Non c’è ancora nulla di certo, ma vorremmo organizzare delle grandi mostre che riprendano i temi dell’Anno Santo.”

“Games Night”, “Mamma Cult”, “La tribù dei lettori”, “I Martedì Critici”: dietro tutti questi nomi bizzarri si nascondono alcune delle belle attività trasversali organizzate nei musei romani. Spinti dal desiderio da parte del pubblico di nuovi spazi e momenti di aggregazione, il museo sta cambiando. Sempre più spesso smette di essere un luogo di mera conservazione per aprirsi ad attività che nulla hanno a che vedere con l’identità del luogo: rassegne cinematografiche e musicali, intrattenimento per bambini, serate dedicate alla poesia, workshop per appassionati d’arte e grafica. Basta fare un salto al Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che ormai da anni è diventato un punto di ritrovo per giovani e appassionati di cultura. All’interno della moderna architettura di Zaha Hadid, definita dal Guardian “un capolavoro pensato per restare al fianco delle meraviglie della Roma antica”, i ragazzi si ritrovano per studiare nella confortevole biblioteca B.A.S.E., dotata di Wi-fi libero, oppure nella suggestiva caffetteria. Anche la sera, però, il museo è affollatissimo e basta guardarsi intorno per capire il perché: il Maxxi offre un ristorante interno, ma anche tantissimi eventi serali. Si può trattare di una mostra, di un aperitivo di beneficenza con tanto di musica, di un’anteprima cinematografica. Con la settima arte, d’altronde, questo museo ha un rapporto speciale visto che ormai da anni il suo auditorium ospita parte della programmazione del Festival Internazionale del Film di Roma. Una si-

Una veduta notturna del Maxxi

tuazione molto simile la si vive al MACRO, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, che spesso apre le sue sale ad attività particolari. Come la “Games Night” in cui si ritrovano gli appassionati di giochi da tavola o “I martedì critici” dove si incontrano artisti, critici d’arte e pubblico. Ma anche i musei tradizionali stanno allargando i propri confini. Pensiamo al programma “Mamma Cult”, visite guidate in cui le necessità dei bambini sono al centro dell’attenzione. Un progetto che tocca tantissime realtà (dalle mostre per-

I gioielli nascosti della Capitale

manenti dei Musei Capitolini a quelle temporanee come “Matisse.Arabesque” alle scuderie del Quirinale) permettendo ai neogenitori di vivere l’arte insieme ai propri figli. Anche realtà più piccole, come La Casina di Raffaello, non sono da meno: è proprio in questo antico palazzo, nel cuore di Villa Borghese, che si svolgono attività come “La tribù dei lettori“, festa dedicata alla lettura con un programma di incontri con gli autori, letture ad alta voce, laboratori e picnic letterari per grandi e piccoli.

Il grande successo delle piccole collezioni di Anna Bigano

Centrale Montemartini, Roma

Chi viene in vacanza a Roma non manca mai di visitare i grandi classici come il Colosseo e i Musei Vaticani, che infatti anche nel 2014 hanno fatto il pieno di visitatori: oltre sei milioni di biglietti staccati per il circuito archeologico comprendente anfiteatro Flavio, Fori e Palatino; quasi altrettanti quelli per l’illustre istituzione voluta da papa Giulio II. Eppure, un po’ “fuori rotta” rispetto ai tour tradizionali, la Capitale nasconde delle vere chicche. Il quotidiano britannico The Guardian, per esempio, ha incluso nella top 10 dei musei più belli e meno conosciuti d’Europa la Centrale Montemartini di via Ostiense, prestigiosa collezione di arte greca e romana esposta fra i macchinari della vecchia centrale termoelettrica. Un altro gioiellino apprezzato dai (pochi) visitatori è il Museo Napoleonico, che a due passi

da piazza Navona raccoglie nelle sale di una dimora aristocratica oggetti e memorabilia legati al Bonaparte e dove ora fervono i preparativi per il duecentesimo anniversario della battaglia di Waterloo, il 18 giugno. Il 21, invece, parte “Notti di musica al museo”, una manifestazione con artisti internazionali per far valorizzare la bella e misconosciuta collezione – ora in riallestimento – del Museo degli strumenti musicali di piazza di Santa Croce in Gerusalemme, il più importante nel suo genere in Europa. Roma, comunque, non se la cava troppo male neanche con l’arte contemporanea. Vale una visita il Maxxi, il Museo delle arti del XXI secolo, se non altro per dare un’occhiata alla struttura firmata dall’archistar Zaha Hadid. Qui anche i numeri sono più consistenti. Il museo ha chiuso il 2014 con 352mila visitatori: non ancora abbastanza per competere con la Tate di Londra o con il Centre Pompidou di Parigi, ma un buon risultato per un’istituzione aperta solo cinque anni fa.


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APPESI A UN FILO

il Periodico LUMSANEWS

TRASPORTI VOLANTI

In funivia sopra i tetti di Roma Mobilità, Marino rispolvera una vecchia idea di Veltroni

di Roberto Rotunno

Quello delle funivie urbane a Roma è un progetto di oltre dieci anni fa, chiuso in un cassetto e di volta in volta rispolverato. Il sindaco Ignazio Marino ha pochi giorni fa manifestato l’intenzione di fare sul serio: il collegamento pensato dal primo cittadino unirebbe il porto di Civitavecchia alla stazione di San Pietro, vicinissima alle mura vaticane. Un tratto percorso ogni giorno da circa un centinaio di pullman, un numero che Marino spera di ridurre drasticamente con la nuova infrastruttura. “In alcune città con più problemi di Roma – ha affermato durante l’incontro con un circolo Pd al teatro Aurelio - il sistema delle funivie ha

risolto in maniera intelligentissima i disagi nel trasporto pubblico”. L’idea non è certo originale: almeno dal 2003 a oggi sono diverse le amministrazioni che hanno valutato con attenzione gli studi di fattibilità della funivia urbana per risolvere l’annosa questione delle inefficienze nel sistema dei trasporti. Ritardi, corse saltate o deviate, offerta che non riesce a soddisfare la grande quantità di domanda e costringe spesso gli utenti a viaggiare stretti come sardine. Tutti disservizi che non sempre sono da imputare all’azienda municipalizzata Atac, in quanto spesso dipendono dal caos della città di Roma, dalle manifestazioni in corso, dalle colonne di traffico, dagli automobilisti

La funivia urbana di La Paz, capitale della Bolivia

indisciplinati. Interventi per allargare le carreggiate sarebbero ormai impraticabili, dunque la priorità è liberare le strade ancora troppo ingolfate poiché il trasporto su gomma resta indispensabile per quelli che raggiungono le tante zone della capitale non raggiunte dalla metropolitana, comunque funzionante al massimo fino all’1.30. Dodici anni fa, l’allora sindaco Walter Veltroni guardava con favore alle ipotesi di studio condotte presso l’Università La Sapienza dall’architetto Stefano Panunzi. Tra le proposte c’era quella di collegare via fune il Corviale – rione denso di edilizia popolare – con le direttrici ferroviarie e metropolitane che scorrono

lungo le sponde del Tevere ma anche Villa Bonelli con la fermata Eur-Magliana. Pochi anni dopo, però, la giunta ha approvato un progetto pilota che individuava un percorso che partiva da Magliana e arrivava sull’altra sponda del Tevere. Nonostante tutti i propositi, in ogni caso, con la probabile complicità degli avvicendamenti in Campidoglio, nessuna di queste ipotesi si è concretizzata. Attorno alla proposta delle funivie urbane a Roma, tuttavia, si è creato un grande dibattito pubblico anche grazie alla costituzione di associazioni e comitati che spesso lamentano la scarsa attenzione che i media riservano all’argomento.

Si chiamerà “Gondolina” la metropolitana aerea lunga 700 metri

E a Casalotti il progetto è già pronto

di Stelio Fergola

Le p rotes te s ulle in eff icien ze d ei tr as p o rti p u b b lici a R oma hann o tradizio n i rad icate, s op rattu tto n elle p erif erie. A lcu ne hanno storie vecchie di decenni come quella del rione di Casalotti, sulla Via di Boccea, all’esterno del raccordo anulare. Una zona complicata, che solo nell’ultimo anno ha visto concretizzarsi interventi di viabilità e riqualificazione. Fino all’autunno del 2014 uscire dal quartiere era un’impresa: la bretella che da Via di Casalotti conduce alla Boccea, viene inaugurata proprio a dicembre. Un primo passo: ma c’è chi, nell’associazione CasalottiLibera, chiede a gran voce un mezzo esterno che conduca alla vicina stazione metropolitana di Battistini. E’ la cosiddetta “Gondolina”, la funivia che dovrebbe risparmiare i casalottiani dalle file chilometriche mattutine. Il progetto, ideato dall’ingegner Panunzi dell’Università del Molise, è in piedi da oltre 4 anni.Le caratte-

ristiche sono: un tracciato di 700 metri, con un solo sostegno in prossimità del viadotto della Magliana, ad un’altezza di 40 metri. Ogni tratta potrebbe durare circa 4 minuti, con un carico di oltre 2000 passeggeri all’ora. Costo tutto sommato abbordabile: 15 milioni di euro che dovrebbero provenire da fondi eur op ei. G ius ep pe M an zi, v icep r es id en te d i Cas alottiliber a, ha sottolineato più di una volta i vantaggi economici del trasporto a fune, senza perdere in efficienza. I tempi sono ancora indefiniti. Dopo una nuova presentazione del progetto nel 2013, il 27 aprile scorso Casalottilibera lo ha ribadito nel corso dell’incontro avvenuto con la Commissione Mobilità e Lavori Pubblici del XIII M u nicip io . U n ’ azion e ch e, nelle inten zio ni d ei cas alo ttiani, dovrà “spingere il Comune di Roma ad un’ azione più concreta nei confronti della funivia urbana, predisponendone, eventualmente, uno studio di fattibilità ed inserendola nel PMU prossimo venturo”, cita il testo riportato sul sito dell’Associazione.


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Periodico numero 57 1 luglio 2015 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu