LUMSA
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IL PERIODICO
Libera Università Maria Ss. Assunta - Ordine dei giornalisti del Lazio Periodico del MASter in giOrnALiSMO n. 55 - 15 giugno 2015
Incendi, diossina, voli annullati e ritardi. È caos nel più grande aeroporto italiano. E la chiusura di una pista preoccupa i piloti
Emergenza Fiumicino di Raffaele Sardella Nei mesi dell’Expo e del Giubileo doveva diventare l’approdo privilegiato per milioni di turisti provenienti dai quattro angoli della terra, ma l’aeroporto di Roma-Fiumicino perde pezzi. Nell’arco di un mese abbiamo assistito alla chiusura della pista principale per colpa del terreno “cedevole”; all’incendio del terminal tre e alla sua frettolosa riapertura nonostante l’aria malsana; al black-out del radar che smista il traffico aereo sulla metropoli; infine, alle invasioni di pista di “fuggitivi” che forzano i sistemi di sicurezza per evitare i controlli. Nello scalo di Fiumicino passano ogni anno quasi 40 milioni di passeggeri. Prima ancora dei musei, le città d’arte e l’Expo, è l’aeroporto della capitale la prima vera grande “vetrina” con cui il Bel Paese si presenta al mondo e il risultato, di certo, non è rassicurante.
Vita da pedoni il pericolo dietro l’angolo
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La fuga degli algerini
C’è un repertorio molto creativo di stratagemmi con cui, nell’ultimo anno, quasi 500 persone hanno provato a darsela a gambe dopo l’atterraggio a Fiumicino. Il sistema più banale si basa su un approccio “atletico”: attraversare di corsa la pista sperando di far perdere le proprie tracce nei campi che circondano l’aeroporto. Avolte un diversivo può aiutare, lo sanno bene i tre algerini che lo scorso 14 maggio hanno forzato le porte di sicurezza (l’aereo era in movimento) e sono scesi con lo scivolo d’emergenza mentre a bordo imperversava il panico. Certamente più discreta, infine, la trovata di una decina di nordafricani che, arrivati in prossimità del terminal, hanno indossato dei fratini catarifrangenti e si sono dileguati fingendosi personale dello scalo.
Tassiste romane “Noi siamo tutte a rischio”
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Difficile a Roma l’accoglienza per rifugiati e rom
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EMERGENZA FIUMICINO
PRIMO
Pista chiusa troppi rischi
Dopo l’incendio e la diossina altri guai per lo scalo romano
di Domenico Cappelleri
Se Leonardo Da Vinci fosse vivo e seguisse le vicende che riguardano l'aeroporto a lui intitolato, probabilmente si vergognerebbe un po'. Dopo più di un mese dall'incendio che ha causato ingenti danni al terminal tre, continuano i disagi. Dopo la riapertura dei gate, è stato posto sotto sequestro il molo D del terminal andato a fuoco. La decisione è arrivata dalla Procura di Civitavecchia nell’ambito del nuovo fascicolo aperto per il rischio salute. Secondo quanto si apprende, nell’area sequestrata, i valori di diossina supererebbero di dieci volte il valore riscontrato in situazioni analoghe e ciò rappresenterebbe un pericolo. La magistratura è al lavoro, ma per-
ché tutto torni alla normalità ci vorrà un periodo non ben definito: Si parla di tempi “biblici”, nonostante l'enorme flusso di denaro che piove ogni anno nelle casse di “Aeroporti di Roma”, la società controllata dalla famiglia Benetton che gestisce lo scalo. L'anno scorso il prezzo pagato da “Adr” per la concessione degli aeroporti di Fiumicino e Ciampino si aggirava sui 31 milioni di euro (nel 2013 erano stati 28). Questa è la valutazione economica che era stata data per tutti i servizi presenti nell’area, dal transito dei passeggeri agli spazi affittati alle compagnie, passando per la subconcessione delle aree commerciali. A fronte di tale esborso, “Adr” ha dichiarato nel 2014 ricavi per un totale di 726 milioni di euro.
Con guadagni che superano di venti volte il prezzo della concessione, come sono possibili allora disservizi così importanti? A dare una risposta al quesito hanno provato i due deputati PD Lorenza Bonaccorsi e Michele Anzaldi che attraverso un'interrogazione al ministero dei Trasporti hanno chiesto di “fare chiarezza sui contratti tra lo Stato e le società di gestione, anche in virtù di quanto successo". In attesa che il ministro si pronunci, restano i disagi per i viaggiatori ormai abituati a cancellazioni e ritardi negli scali capitolini. Molti sono stati i turisti infuriati che “hanno preso d’assalto” i banchi delle varie compagnie aeree per avere spiegazioni, ottenere un rimborso, o
farsi pagare una notte in albergo per i disservizi prolungati. A pochi giorni dall’incendio un altro episodio ha funestato la giornata dei passeggeri, ovvero il guasto al radar Enav di Ciampino che ha portato alla paralisi di entrambi gli aeroporti romani con tutti i voli dello spazio aereo del centro Italia che sono stati deviati su rotte alternative. Sulla questione sicurezza, a tenere banco negli ultimi giorni è la chiusura della pista principale di Fiumicino “16L”, che ha portato allo spostamento di diversi atterraggi su piste più piccole e meno sicure. Secondo quanto riportato da ilfattoquotidiano.it, in media cinque aerei al giorno, in prossimità dell’atterraggio,
Scendono con lo scivolo e si danno alla fuga Così spariscono centinaia di immigrati algerini
“Allacciate le cinture, l’aereo sta per decollare”. E invece no, tre algerini dileguati nella notte di Fiumicino e ritardi per l’intero scalo. Quello di qualche settimana fa è l’ennesimo caso (più di 30 dall’autunno scorso) di una fuga rocambolesca finita con persone che si disperdono nelle campagne adiacenti l’aeroporto Leonardo Da Vinci. La procedura eseguita da fuggitivi è sempre la stessa: in fase di decollo la porta dell’aereo viene forzata, e con l’aereo in movimento, via lungo lo scivolo d’emergenza. Episodio dopo episodio, i numeri iniziano a diventare pesanti: secondo stime sono 500 le persone che dal 2014 si sono date alla fuga con questo metodo, anche se il primo caso di registra addirittura nel 2009. Il fenomeno rappresenta un allarme non solo per l’immigrazione ma anche per l’antiterrorismo che sta analizzando
la situazione, resa nota ormai da tempo dai sindacalisti-poliziotti della Consap e affrontata anche in una serie di interrogazioni parlamentari al ministro dell’Interno Alfano. «Per le modalità con le quali accadono, gli episodi non possono essere in alcun modo previsti». È quanto ha tenuto a sottolineare il Viminale in una nota, ricordando che «la polizia di Fiumicino, da oltre sei mesi, adotta misure straordinarie di controllo e di sicurezza per evitare il ripetersi di fughe già avvenute in passato, durante il transito in aeroporto per proseguire il viaggio verso destinazioni fittizie in Paesi terzi». «La scelta di scappare con l’aereo in movimento – viene aggiunto - dimostra la totale impossibilità di individuare altre vie di fuga percorribili, rimarcando così l’ottimo lavoro svolto dalla Polizia di Stato».
(DC)
Scalo aereo Roma
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FiammealT3,«pocasicurezza» La denuncia del sindacato di base
PIANO
Sotto accusa le imprese private per i disservizi
di Emanuele Bianchi
sono costretti a ridare potenza ai motori per poi ripetere la manovra, a causa della ridotta larghezza delle piste “tampone”. La versione online del quotidiano ha denunciato anche episodi anomali nello scalo romano, che hanno portato tensione tra gli addetti ai lavori: sembra si sia verificato per ben due volte il cosiddetto “runway incursion”, ovvero l’incrocio ravvicinato in prossimità dell’atterraggio di due aerei. Gli episodi che hanno coinvolto veivoli della Air Berlin e dalla Brussels Airlines non hanno portato a conseguenze ma di questi tempi nell’aeroporto romano sembra regnare sovrano il caos.
Nonsonoancorachiareleresponsabilitàperl’incendio che ha devastato il Terminal 3 di Fiumicino e la procura di Civitavecchia ha iscritto fra il registrodegliindagatiLorenzoLoPresti,amministratore delegato diAeroporti di Roma. Le accusecheloriguardanosonolegateall’utilizzodel personale già dalle ore successive al rogo con la conseguente presunta violazione delle norme in materia di tutela della salute. Indagato anche un dirigentedell’AslRmDperabusod’ufficioealtri 4, dipendenti della ditta che aveva in appalto la manutenzione degli impianti di manutenzione e riscaldamento nel T3. Pochi giorni fa i vertici dell’Enac convocati per un’audizione alla commissione Trasporti della Camera si sono perfino lamentatidellerilevazionisullatossicitàdell’area effettuate dagli enti pubblici ed hanno reclamato il dissequestro dei 16 gate. Nelle ore successive al rogo erano stati pochi i disagiperipasseggerigrazieallavorodellesquadre tecniche. Ma a quale prezzo? Lo abbiamo chiesto a Susi Ciolella, dell’Unione Sindacale di Base, lavoro privato. Come si è arrivati all’apertura del molo T3 a poche ore dall’incendio che ha devastato buona partedellazonacommercialeinternaalterminal? «Si pensi che le fiamme sono state spente in 12 ore e l’area interessata misura più di 700 mq. Sonoandatiinfumonegozi,magazzinichecontenevanocomputerebatteriedivariogenere.Era evidente che si fosse sprigionata un’alta tossicità nell’aria dentro al terminal. Già poche ore dopo il rogo è stato chiesto ai lavoratori di intervenire per ripulire i danni causati dall’incendio. Inizialmentenonerastatofornitolorodall’aziendanessun materiale protettivo. Solo in un secondo
Incendio Terminal 3 aeroporto Fiumicino
momento,edopoiprimimaloriaccusatidalpersonale chiamato a intervenire, sono state distribuitedellemascherinecheperònonsonorisultate adeguate. Abbiamo segnalato noi alla Asl e all’Enac la situazione di pericolo per la salute dei lavoratori.Eppurel’aziendahapreferitorispristinare l’operatività del terminal anteponendola ai rischi per la salute di chi ci lavora dentro. Fin dai primi giorni della bonifica i casi di intossicazione fra il personale sono stati più di 150, con il verificarsidimaloriancheimportanti.Abbiamoinpiù occasioni richiesto l’esenzione di lavoratrici madri o in stato interessante, di operai con patologie oncologiche pregresse o malattie respiratorie. E chi ha provato a rifiutare il turno di lavoro hasubitopressionidaidirettisuperiori.Èevidente la necessità di un riordino a 360 gradi del management che cura la gestione e l’organizzazione dell’aeroporto. Manca un ente di controllo che
sappia produrre regole e riesca anche a farle rispettare». Lo scalo aeroportuale si può definire sicurodopol’incendio,ilguastoalradardellesettimane scorse e la tentata fuga di clandestini da un aereo sulla pista in fase di rullaggio? «In un aeroporto così importante, da cui partono e arrivano circa 900 voli al giorno, può accadere qualcosadiinaspettato.All’internoperòsitrovano molte eccellenze sul versante dei controlli e della sicurezza. Ci sono però ancora parecchi mezzi di trasporto e manutenzione sulle piste che sono fatiscenti,rottiononconformiaglistandard.Icarichi di lavoro aumentano sempre di più al solo scopo di raggiungere il livello massimo di produttività.Conilliberismosfrenatodegliannipassati imprese private che operano all’interno dell’aeroporto hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. Si continua così a svendere progressivamente i diritti dei lavoratori».
Un aeroporto da 40 milioni di passeggeri Il record del traffico: 900 voli al giorno e più di 30 mila dipendenti
Code di turisti
L’Aeroporto Leonardo Da Vinci si trova a circa 30 km a sud della capitale e si sviluppa su circa 1.300 ettari di superfice. Lo scalo è stato utilizzato nel 2014 da oltre 38 milioni di passeggeri, circa il 30% dell’intero mercato nazionale ed è collegato alla città da una rete stradale e ferroviaria. È uno scalo utilizzato principalmente dalle compagnie aeree di lenea che effettuano voli in ambito nazionale, internazionale e intercontinentale. Al suo inetrno lavorano circa 30.000 addetti. Sono più di 900 i voli che ogni giorno decollano e atterrano sulle tre piste normalmente in uso. Nel 2014 state oltre 100 le compagnie aeree che hanno scelto di utilizzare questo scalo arrivando a servire più di 200 destinazioni in tutto il mondo. La galleria commerciale si estende su una superfice complessiva di oltre 25.000 metri quadrati ed ospita più di 140 attività retail. Sono presenti circa 45 punti di ristorazione e più di 40 servizi commerciali. L’Hub di Roma Fiumicino è in grado di garantire un’elevata attività
legata al traffico nazionale e intercontinentale con voli di lungo raggio. Il Leonardo Da Vinci è composto da tre terminal passeggeri interconnessi (334.800 mq lordi) e da un terminal passeggeri remoto, il T5 (18.500 mq lordi), dedicato ai voli per il Nord America e Israele con vettori che necessitano di particolari misure di sicurezza. Si possono contare 355 banchi checkin, 83 gate di imbarco, 36 gate con loading bridge, 125 piazzole aeromobili e 90 aerei che decollano e atterrano ogni ora, attività di accoglienza e gestione bagagli completamente liberalizzate. Sono più di 19.033 i posti auto totali. Ogni giorno transitano in media 660 vetture l’ora agli arrivi e 250 alle partenze. Numeri impressionanti la cui gestione metterebbe in difficoltà chiunque. La sicurezza e la piena efficienza dello scalo non prevedono errori e se proprio qualcosa dovesse andare storta non può gravare sulla salute e sulle condizioni di sicurezza degli addetti ai lavori. (EB)
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Viaggio a San Basilio
Il Far west di Roma R
il Periodico LUMSANEWS
Ancora agguati nel quartiere dei “regazzini” con la pistola GIOVENTU’ BRUCIATA
di Renato Paone
assegnazione. Questo è il sentimento che si legge sul volto degli abitanti di San Basilio, zona di periferia del quadrante est della Capitale, dopo aver rivolto loro le prime domande sulla situazione del quartiere. La paura non è più contemplata, se non in minima parte. Ormai sono abituati a scene come quella di qualche giorno fa, quando all'alba un uomo di 47 anni, già noto alle forze dell'ordine, è stato ferito gravemente a colpi di arma da fuoco. Un regolamento di conti. Emblematica a questo proposito la frase di A.V., proprietario della macelleria del mercatino di via Amandola: «Qui si deve capì ‘na cosa, non è che siamo alla frutta, avemo proprio sgrullato la tovaglia». Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, che hanno ascoltato la persona che ha accompagnato l’uomo in ospedale, sembra che il ferimento sia avvenuto in una traversa di via del Casale di San Basilio. La pista seguita dagli inquirenti porta inevitabilmente allo spaccio di droga, anche se non si escludono altre ipotesi. Cristiano Raschi, questo il nome del ferito, infatti, ha precedenti per stupefacenti ed è già, anche indirettamente, legato alla criminalità locale perché fratello di Osvaldo, ex pugile di fama nazionale, deceduto due anni fa, e membro di una gang che partecipò ai sequestri di Mirta Corsetti, giovane figlia di un ristoratore, e Luigi Amadio, proprietario di due cliniche romane. Spaccio di droga e rapina sono elementi ben noti a chi è solito frequentare “San Ba”: così è chiamato il quartiere dai “regazzini”, che girano per le vie adiacenti al campo di calcio e alla chiesa, che ha lo stesso nome del santo a cui è dedicata. Ragazzini di quindici, sedici anni, che vivono una realtà differente rispetto a quella dei coetanei della “Roma
San Basilio, via Fiuminata
bene”, cui massimo pensiero è di evitare il debito a fine anno o, nel peggiore dei casi, la bocciatura. Eppure vivono a pochi chilometri di distanza, ma a separarli, a quanto pare, c’è un abisso. «Loro no, non hanno di questi problemi. Non ci pensano proprio alla scuola. Pensano ad altro», commenta F.T. mentre osserva il campo di calcetto vuoto dell’associazione sportiva di cui è socio. «È triste vedere come da dieci anni a ‘sta parte il quartiere ha cambiato faccia», ha proseguito il signore che ricorda va-
gamente l’attore Mario Brega. «Prima almeno aspettavano il buio pe’ fa gli intrallazzi loro, ora se ne fregano, fanno tutto alla luce del sole, in pieno giorno, davanti alla scuola, vicino alla chiesa. Manco se guardano alle spalle a vedè se ci sono le guardie». Si prende una lunga pausa per poi concludere: «Tanto anche se li acchiappano a loro non cambia niente, neanche lo vedono il carcere. Due giorni e li rivedi fuori, pure più spavaldi de prima. Se vantano». Poco importa agli abitanti di San Basilio
di Domenico Cappelleri
in alcune recenti dichiarazioni, ha criticato duramente la scelta del Comune di favorire l’arte di strada come principale strategia di riqualificazione delle periferie. Uscendo dal contesto politico e mediatico, il fenomeno della street art merita, tuttavia, una riflessione a parte, meno istantanea e di “ampio raggio”. Se, da un lato, queste iniziative non risolvono nell’immediato i dilemmi delle periferie, dove spesso mancano biblioteche, aree verdi, impianti sportivi e servizi sanitari pubblici, hanno il merito di aver dato visibilità ai quartieri più marginali e, ci si augura, alle loro problematiche. Un ulteriore dato a favore può individuarsi nella grande partecipazione riscontrata intorno agli street artist nei mesi di gennaio e febbraio, soprattutto nella borgata di Tor Marancia, dove gli stessi abitanti hanno collaborato nella scelta dei soggetti da rappresentare e delle tematiche da affrontare. Una sinergia e un’apertura inaspettata nei confronti di una cultura da sempre relegata, nell’immaginario collettivo, a un ambito illegale e sub-metropolitano. Per concludere, l’esperimento della street art non costituisce il vero problema della (mancata) riqualificazione urbana delle periferie.
LE ULTIME AGGRESSIONI
Dopo la grande e positiva attenzione mediatica, il fenomeno della street art torna nuovamente sotto i riflettori ma, questa volta, al centro di accese polemiche per quanto riguarda la sua utilità nel difficile contesto delle periferie della Capitale. La questione si inserisce nel già caldissimo dibattito intorno al tema del decoro urbano, e in un contesto, quello romano, in cui il rischio di strumentalizzare la diffusa “insofferenza” dei cittadini è sempre in agguato. Oggetto principale delle critiche mosse dall’opinione pubblica, e da alcuni media, è il concetto di “riqualificazione urbana”, che vede nella street art, appunto, uno strumento teso alla rigenerazione di aree degradate o in stato di abbandono. A distanza di pochi mesi dalle ultime opere realizzate, l’esperimento lanciato dall’amministrazione capitolina sembra non convincere e, anzi, si teme una sopravvalutazione del fenomeno, mentre i problemi che attanagliano l’hinterland romano restano senza soluzioni. Perplessità espresse non solo dagli schieramenti in opposizione alla giunta Marino ma anche dal presidente del Municipio VIII Andrea Catarci che,
del nuovo piano di sicurezza “porta a porta” che verrà messo in atto dal nuovo prefetto di Roma, Franco Gabrielli. Un’operazione studiata per raccogliere direttamente sul territorio i disagi e, allo stesso tempo, per dare risposte ai cittadini esasperati dalla criminalità locale. Progetto che si articolerà in una seconda fase: attivare nei municipi dei mini-comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico. Un modo per «dimostrare ai romani la presenza del Governo sul territorio», ha dichiarato il nuovo prefetto. I residenti fanno spallucce: «Ma quante volte l’abbiamo sentita ‘sta storia? – si domanda ironicamente il macellaio del mercatino – La verità, e non lo dico solo io, ma tutti quelli che vivono e lavorano qua, è che lo Stato lo sentiamo lontano. Noi ci sentiamo cittadini romani di serie B. Fanno le retate, li acchiappano e poi? Tempo pochi giorni e sono tutti di nuovo al loro posto» Si parla della «nostra situazione solo quando ci scappa il morto o se succedono cose eclatanti. Per due-tre giorni siamo sulla bocca di tutti; il governo, il sindaco e il municipio ci assicurano che interverranno, che penseranno ai nostri problemi, ai nostri ragazzi», dice la signora Livia, nonna di due bambini di cinque e sette anni. «Guardatevi intorno, però, e ditemi se vi sembra che qualcuno sia venuto a combinare qualcosa». Il colpo d’occhio è immediato: sugli intonaci rovinati delle case, sulle sbarre completamente arrugginite delle finestre e dei terrazzini campeggia in bella vista il decadimento, la stessa rassegnazione trovata a inizio giornata sui volti delle persone. «Per quel che mi riguarda – ha concluso la signora Livia - a noi adulti ci possono pure lasciare così come stiamo, poco importa. Ma è fondamentale che si attivi qualcuno per salvare il futuro di questi regazzini».
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SANGUE SULL’ASFALTO
La strage dei pedoni
L’investimento di via Battistini e la morte della giovane donna filippina ripropongono drammaticamente il problema della sicurezza sulle strade romane
R
di Giulia Lucchini
oma caput mundi. Ma Roma è anche capitale degli incidenti stradali. E detiene pure il triste record dei pedoni investiti e uccisi. Il tasso di mortalità dei pedoni laziali e romani è infatti tra i più alti d’Italia. E molti sono stati falciati proprio mentre attraversavano le strisce pedonali. Pochi giorni fa una donna filippina di 44 anni è stata travolta e uccisa da un’auto impazzita che non si è fermata all’alt della polizia. La tragedia, che ha coinvolto anche altre sei donne (tre delle quali ora ricoverate in condizioni critiche), è avvenuta a Boccea, vicino alla fermata metro Battistini. Ma purtroppo la strage di pedoni a Roma è veramente lunga. Dal ventenne di Villa Gordiani investito dal conducente del bus N4 a Piazza Venezia, proprio nel cuore di Roma, alle due turiste irlandesi travolte mentre attraversavano il Lungotevere all’altezza di Castel
Sant’Angelo, fino ai diversi scontri avvenuti all’incrocio killer di Via Nomentana angolo Viale Regina Margherita. Addirittura quest’anno, nel mese di febbraio, sono morti due pedoni nel giro di un’ora. Un 70enne a Talenti e un 42enne in Via di Vigna Murata a Fonte Meravigliosa. Purtroppo sono tanti e troppi i tragici incidenti stradali che avvengono all’ombra del Cupolone. La notte poi si concentrano la maggior parte degli infortuni mortali. Ma di giorno la situazione non migliora. Secondo l’indagine Aci-Istat sulla sicurezza stradale la maggior parte degli scontri sono infatti concentrati tra le 8 e le 9 del mattino, mentre il pomeriggio ne vengono conteggiati a decine proprio in corrispondenza con l’uscita degli impiegati dagli uffici tra le 18 e le 19. Nel 2013 sono morti 39 passanti e sono stati registrati ben 12.974 scontri a fronte dei 43.536 registrati in Italia. E quale è la strada più pericolosa d’Italia? La Pontina. I romani e i pen-
Alla capitale il triste record degli incidenti di Emanuele Bianchi
dolari della provincia la conoscono molto bene non solo per il traffico congestionato del weekend (è la strada che collega Roma alla provincia di Latina e alle varie località balneari del litorale laziale), ma anche per gli incidenti che vi si registrano, a causa delle pessime condizioni del manto stradale, per la cattiva illuminazione e per la segnaletica danneggiata, coperta dalla vegetazione o inesistente. La strada statale 148 Pontina con 280 incidenti, 322 persone ferite e 11 morti nel 2013 raggiunge così un primato assolutamente non invidiabile. In cima alla lista nera anche l’autostrada Roma-L’Aquila, il Raccordo Anulare e la Via del Mare. “La sua importanza di arteria veloce non è proporzionale alle effettive condizioni di utilizzo soprattutto per problemi di efficienza e manutenzione”, afferma il Dirigente della Polstrada di Latina Francesco Cipriano, confermando questi dati allarmanti e aggiungendo: “Nei soli primi cinque
Alessandro Di Santo tentava di farsi aprire le porte dell’autobus sul quale erano riusciti a salire gli altri tre amici della ristretta comitiva. I cinque erano di ritorno da una festa di compleanno quando verso le tre del primo marzo si è consumata la tragedia a piazza Venezia, in pieno centro di Roma, a due passi dall’Altare della Patria. Alessandro è morto schiacciato dalle ruote posteriori del bus di linea si cui tentava di salire mentre l’amico assisteva impotente alla tragedia. Alessandro è solo uno degli ultimi nomi del lungo elenco di morti sulle strade della Capitale. Roma detiene il triste record dei pedoni investiti e uccisi. Spostarsi a piedi in città è un vero inferno: scarsa segnaletica, illuminazione insufficiente, attraversamenti insicuri, marciapiedi occupati da auto parcheggiate male e moto in sosta selvaggia. Spostarsi senza mezzi propri in città significa fare i conti con le infrazioni degli automobilisti e con sedi stradali in condizioni vergognose e inadatte al caotico
mesi del 2014 per ben cinque volte abbiamo fermato automobilisti contromano”. Secondo un’indagine condotta dall’ACI avvengono quasi 8 incidenti per chilometro sulla SR148. Dati che confermano sempre di più quanto sia necessario trovare una soluzione. Si pensa infatti ad un’autostrada a pagamento Roma-Latina di 53 km che prenderà il posto dell’attuale Pontina. E proprio in questi giorni su quest’argomento infiamma la polemica tra Pd e M5S. Il Movimento 5 stelle obietta come gran parte dei comitati che sia possibile mettere in sicurezza la Pontina senza per questo ricorrere all’autostrada a pedaggio, anche perché quest’ultima opzione rischierebbe di gravare pesantemente sia sull’ambiente che sulle tasche dei pendolari. L’alternativa, tante volte proposta, sarebbe quella di una metropolitana leggera. Così sicuramente si ridurrebbero non solo gli incidenti, ma anche il traffico in entrata nella Capitale.
traffico cittadino.I romani guidano di fretta per andare a lavoro e corrono per tornare a casa. Appena un mese fa nel tardo pomeriggio sono stati investiti e uccisi due uomini, uno su via di Vigna Murata, l’altro nel quartiere Talenti. Nelle ore serali stanchezza e disattenzione si uniscono a velocità e imprudenza. La maggior parte degli incidenti mortali avviene di notte, complici il buio la voglia di premere sull’acceleratore. Le strade più pericolose della città sono la Tiburtina, la Cassia, la Cristoforo Colombo, l’Appia Nuova, l’Ostiense, la Prenestina, la Casilina, la Salaria, viale Togliatti e l’Aurelia. Quelle riconosciute come killer di pedoni sono via Ravenna, la Nomentana, via Maiella, circonvallazione Cornelia, via del Teatro Di Marcello, via di S. Croce in Gerusalemme, lungotevere Diaz, via Baldo degli Ubaldi, piazza di Porta S. Giovanni e piazzale Aldo Moro. Mazzi di fiori, sciarpe, foto, striscioni costellano le nostre strade. Volti di ragazzi sorridenti la cui vita è stata cancellata in un attimo.
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il Periodico LUMSANEWS
PSICOSI E TERRORISMO
Manifestazioni internazionali e voglia di sicurezza. Il ministero dell’Interno aumenta gli organici e mette in campo altri 500 uomini delle forze dell’ordine
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L’Italia si blinda
di Stelio Fergola
l 2015 scandito dall’Expo di Milano e dal Giubileo di Roma ha tra i suoi temi caldi la sicurezza: non potrebbe essere diversamente, visti gli enormi strascichi dopo l’attentato di gennaio allo Charlie Hebdo. Giuseppe Sala, responsabile unico di Expo (in programma per sei lunghi mesi, fino al 31 ottobre) all’epoca dei fatti pose immediatamente la kermesse tra i possibili obiettivi del fondamentalismo. Un rischio che corre anche il Giubileo straordinario annunciato da Papa Francesco, previsto invece dall’8 dicembre a Roma. Nel capoluogo lombardo non è iniziata bene: il 1 maggio l’assalto dei
Black block al centro di Milano è stato cruento, tra vetrine distrutte, macchine bruciate, muri imbrattati. Eppure il piano messo in piedi pare, almeno sulla carta, sontuoso: oltre 2000 telecamere, una ogni 40 metri intorno al sito in zona Fiera. Poi i droni a monitorare l’intero sito della manifestazione, diviso in 84 quartieri e un responsabile per la sicurezza in ogni padiglione. Il dispiegamento di uomini è, anch’esso, numericamente importante: più di duemila tra poliziotti, carabinieri e militari. Ma su quest’ultimo tema sono nate non poche polemiche dopo le violenze del giorno inaugurale. Durante gli scontri, infatti, le direttive del Dipartimento di pubblica sicurezza
La “staffetta” tra Roma e Milano di Maria Lucia Panucci
sul “tema Black block” sono state chiare: “Limitare, o se possibile azzerare i contatti”. I risultati sono stati pochi scontri, qualche poliziotto pestato, città devastata ma fortunatamente nessun ferito grave. Qualcuno l’ha chiamata, forse non a torto, “Sindrome Diaz”, in riferimento a quanto accaduto a Genova 14 anni fa. A Roma la nuova operazione “Strade sicure” ha portato sotto protezione 34 siti culturali (tra cui il Colosseo e Piazza Navona). Al momento sono solo 500 le unità militari impiegate. Sorvegliate speciali le stazioni della metropolitana, ma particolari attenzioni sono riservate al Ghetto e alle altre sedi della comunità ebraica romana.
E’ previsto l’arrivo di oltre 25 milioni di turisti e pellegrini per il Giubileo straordinario sulla Misericordia annunciato da papa Francesco. L’evento, che ricorre nel cinquantesimo della fine del Concilio Vaticano II, sarà inaugurato con l’apertura della porta santa della basilica di San Pietro il prossimo 8 dicembre e per prevenire il rischio di attentati Roma sarà sorvegliata speciale. L’annuncio del pontefice è arrivato a sorpresa e certamente un Giubileo nel periodo in cui la minaccia del Califfato è ai massimi livelli rischia di trasformarsi in un incubo per la sicurezza ma dal Viminale assicurano che la macchina organizzativa è già in moto. “Non ci aspettavamo l’annuncio di un avvenimento così importante ed impegnativo – ha spiegato più volte il ministro dell'Interno, Angelino Alfano - ma sotto l’aspetto della sicurezza la capitale sarà pronta ad affrontare questo evento mondiale così come lo è stata
Rafforzate le ambasciate che sono sotto stretta sorveglianza: il piano della Prefettura prevede una protezione speciale anche per le sedi diplomatiche che di solito non sono controllate dalle forze armate italiane: così sono aumentate le presenze di militari di fronte alle ambasciate di Algeria, Tunisia ed Egitto. Le risorse destinate per Roma, per il momento, sono evidentemente inferiori. Strategia giustificata dal contesto storico, inscindibile dai destini della capitale economica. Il momento, comunque, resta critico non semplicemente per le prime due città d’Italia, ma per le sorti di un Paese che, ora più che mai, ha bisogno di risalire la china.
in occasione della beatificazione dei due Papi lo scorso 27 aprile". Come? I cinquemila agenti delle forze dell'ordine previsti in più a Milano per i sei mesi dell'Expo, una volta finita l'esposizione universale, il prossimo 31 ottobre, saranno trasferiti nella città eterna per l’Anno Santo. La conferma arriva anche dal sindaco di Roma, Ignazio Marino che assicura: “Gli agenti rimarranno costantemente a presidio della sicurezza dei tanti turisti, pellegrini e romani che verranno durante l’anno del Giubileo”. Nulla sembra essere lasciato al caso. “Avremo un mese di tempo per trasferire l’apparato predisposto a Milano su Roma”, ha specificato il ministro Alfano. E in questo tempo li attende un duro addestramento e corsi specifici di antiterrorismo. Perché il Governo e il Papa non si lasciano intimorire dall’Isis e dai suoi proclami contro il Vaticano. Almeno così pare.
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OLTRETEVERE
I “protettori” del Santo Padre, simboli della Chiesa cattolica
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Sono i militari più “colorati” del mondo
L’«esercito» del Papa pronto per il Giubileo
Vita e misteri delle Guardie Svizzere
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di Elisa Mariella
l corpo delle Guardie Svizzere fu istituito nel 1506 per difendere Papa Giulio II e i palazzi pontifici. Fu proprio questo Papa a scegliere un corpo di guardie per proteggersi dagli avversari e dai frequenti delitti politici che avvenivano a Roma in quel periodo. I soldati elvetici, per la loro forza d’animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili. Lo storico latino Tacito diceva di loro: “Gli Helvetii sono un popolo di guerrieri, famoso per il valore dei suoi soldati”. Dal Cinquecento in poi il nucleo di guardie fedeli al Papa ha continuato a svolgere con dedizione e abnegazione il proprio ruolo. Riconosciuti come i protettori del Santo padre i “soldati” svizzeri sono uno dei simboli della chiesa cattolica. Figure silenziose, a tratti affascinanti, gli Helvetii però sono stati al centro di alcuni fatti di cronaca del nostro paese. L’8 aprile 1959 il primo: Adolf Rucker, una guardia svizzera in congedo, sparò prima contro il suo ex comandante Robert Nunlist e poi contro sé stesso. L’arma s’inceppò e i due si salvarono anche se feriti. Un episodio questo, che non rimase isolato, come conferma il caso Estermann. Il 4 maggio 1998, in un palazzo della curia della Città del Vaticano, vengono ritrovati in una stanza i cadaveri di Alois Estermann, 44 anni, allora comandante del corpo
delle Guardie Svizzere, di Cedric Tornay, suo subordinato e della moglie di Estermann, la venezuelana Gladys Romero. I due coniugi, apparentemente, sono stati uccisi; il giovane Tornay invece, sembrò essersi suicidato. Secondo le indagini dell’epoca il duplice omicidio avrebbe avuto origine
dalle frustrazioni del giovane Tornay, che nei giorni precedenti al delitto sarebbe stato più volte ammonito dal comandante per alcune mancanze. Così il portavoce della Santa Sede Navarro Valls, spiegò i motivi che avrebbero portato la giovane guardia svizzera Cedric Tornay a ucci-
IL GIURAMENTO DI 32 NUOVI “SOLDATI” di Corinna Spirito
Curiose ma autoritarie nella loro divisa rinascimentale, le guardie svizzere sono un punto fermo nella storia del Papato sin dal 1506. Da oltre cinquecento anni prestano servizio al pontefice della Chiesa cattolica con fedeltà e fermezza. Ma chi sono le guardie svizzere? I criteri per l’ammissione al corpo militare sono ferrei: è necessario essere cittadini svizzeri; aver frequentato la scuola reclute in Svizzera; essere in possesso di una maturità di scuola medio-superiore o di un certificato di capacità professionale; avere una reputazione irreprensibile. Ma non basta. Occorre avere un’età compresa tra i 19 e i 30 anni, essere alti almeno 174 cm ed essere celibi. Ma, sopra ogni cosa, un’aspirante recluta al servizio del Papa deve dimostrare di avere tutte le qualità di un fedele cattolico, perché fare
la guardia svizzera non è un mestiere, è una vocazione. Lo ha ricordato anche il cardinale Pietro Parolin, lo scorso 6 maggio, durante la messa in San Pietro in occasione del giuramento delle 32 nuove Guardie Svizzere: «Prestando il vostro prezioso servizio non contano solo le vostre capacità e competenze, pure importanti. Il fondamento portante, la base, è la fede nella presenza e nell’aiuto del Signore, solo con Cristo il servizio porta crescita e dà frutto, altrimenti sarebbe un funzionamento da macchina senza vita senza crescita e senza futuro». Un compito impegnativo quello degli elvetici al servizio del pontefice, ma anche estremamente importante. «Voi Guardie Svizzere siete un “manifesto” della Santa Sede!»: ha dichiarato di recente Papa Francesco, ricordando quanto la fede genuina in Cristo sia la pasta di cui sono fatti i giovani del corpo militare della Santa Sede.
Il primo papa a servirsi di mercenari svizzeri come guardie del corpo fu Giulio II nel 1506, sull’esempio di Luigi XI di Francia. Arruolò 150 elvetici che, durante il Sacco di Roma, si distinsero per una totale fedeltà al Papato: da allora la Guardia Svizzera Pontificia è una vera e propria istituzione. Solo nel XX secolo il numero dei militi scese a 100 (cui si aggiungono 6 ufficiali), ma quelli furono anche gli anni in cui Jules Repond disegnò l’attuale divisa, nei tipici colori giallo e blu, a cui le guardie svizzere devono molta della loro fama nel mondo. dere Alois Estermann e sua moglie prima di togliersi la vita. Nonostante le numerose incongruenze che l’indagine rivelò, il caso fu archiviato e mai più riaperto. La mattina del 3 settembre 1997 ancora un caso di cronaca nera: un allievo della Gendarmeria vaticana, Alessandro Benedetti, si sparò un colpo di pistola alla testa nel bagno della caserma. I primi indizi lasciarono pensare che il giovane si fosse suicidato come affermò all’epoca padre Federico lombardi, direttore della sala stampa vaticana, Il ventiseienne fu trovato in condizioni gravissime e subito portato all’ospedale Santo Spirito di Roma, dove morì qualche ora dopo. Il giovane Benedetti faceva parte del Corpo della Gendarmeria come allievo. Passano alcuni anni: il 7 gennaio 2014 un altro “mistero vaticano: una ex guardia svizzera confessò a un settimanale elvetico di aver ricevuto una ventina di proposte a sfondo sessuale da alcuni religiosi che vivevano in Vaticano. L’ex “guardia papale” raccontò di una telefonata ricevuta da un prelato in piena notte che lo invitava ad andare nella sua stanza e di un biglietto d’invito a cena di un vescovo accompagnato da una bottiglia di whisky. Vicende amare, che nel corso degli anni hanno gettato un’ombra su un corpo da sempre considerato d’elite.
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Lasatiraantislamista? “Non è obbligatoria” LIBERTA’ DI STAMPA
il Periodico LUMSANEWS
Dopo la strage di Charlie Hebdo nascono polemiche e contrasti
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di Alessandro Testa
inque mesi dopo la strage terroristica nella sede del giornale satirico francese Charlie Hebdo, cosa resta di quella grande indignazione planetaria? La libertà di stampa e quella di satira sono effettivamente garantite in Italia? Formalmente sì, almeno a leggere gli articoli 21 e 27 della nostra Costituzione, ma nelle classifiche internazionali di settore l’Italia scivola sempre più in basso, superata anche da molti paesi in via di sviluppo. Ciò è colpa principalmente di un codice penale scritto ai tempi del fascismo che prevede ancora il carcere per la diffamazione a mezzo stampa, e di una legge sulla stampa (del 1948) che ha addirittura aggravato le pene. I vari progetti di riforma depositati in Parlamento non sembrano andare verso posizioni più liberali, e non propongono nemmeno un tetto massimo alla richieste di risarcimento danni, che sempre più spesso si quantificano ormai in milioni di euro: molto più di quanto giornalisti onesti ma non famosi riusciranno mai a mettere insieme in tutta la loro vita professionale. A queste preoccupazioni di tipo giuridico, molti aggiungono poi considerazioni generali sulla tendenza al c.d. «pensiero unico» e sull’abitudine del potere a cercare il consenso “scoraggiando” le voci dissonanti dal coro. Una tendenza
Sergio Staino
Vignette satiriche
antica, ovviamente, ma che in base a considerazioni di tipo più squisitamente politico oggi alcuni ritengono accentuata dalla tendenza al rafforzamento del ruolo del Governo a scapito di quello del Parlamento, a cominciare dalla nuova legge elettorale e dalle possibili riforme del sistema costituzionale. All’inaugurazione della mostra Satira e Sogni di Sergio Staino – il papà di Bobo – Lumsanews ha raccolto il parere di alcuni intellettuali storicamente “contro”. «Sono per Charlie Hebdo fino in fondo – racconta Vincenzo Gallo, in arte Vincino – ma dobbiamo chiarire che i concorsi e altre cose che avvengono negli Stati Uniti (dove pochi giorni prima c’era stata una sparatoria a un premio per vignette anti-islamiche, ndr.) non hanno niente a che vedere con la satira». Tornando alla strage di Parigi, «Noi siamo gli ultimi difensori della libertà illuminista ed anticlericale – aggiunge lo storico fondatore del Male – ma sono d’accordo con Luz: il nostro mestiere non è disegnare Maometto (a cui il vignettista francese ha recentemente
“rinunciato”), ma raccontare delle storie. Dobbiamo sempre cercare la verità nelle vicende umane, ma senza per questo arruolarci in guerre altrui e senza cercare il martirio». Il punto – interviene Paolo Hendel – è che «la satira non deve fornire risposte o verità assolute. Al contrario, il suo ruolo storico è proprio quello di fare le domande, di suscitare dei dubbi: è un percorso che arricchisce e fa bene alla salute. Il nostro mestiere è importantissimo, perché serve a esorcizzare e a prendere le distanze dalle cose negative della vita, rovesciandole». Oggi purtroppo – aggiunge con amarezza il comico toscano – fare battute su una religione può costare la vita. Io credo che non ci sia nulla di “sacro”, però bisogna rimanere nei limiti del buon gusto e del rispetto per l’altro. Ovviamente tutto ciò è soggettivo: è difficile individuare una regola valida in modo uniforme, ma nessuno può imporre la sua agli altri; nessuno può decidere qual è il limite, perché ridere delle cose della vita è fisiologico».
La mostra di Staino dedicata a Wolinski
di Maria Lucia Panucci
È ancora aperta a Roma la mostra itinerante dedicata a Sergio Staino, uno dei vignettisti più irriverenti del nostro Paese, arguto critico del costume nazionale che si è saputo destreggiare con successo anche nella scrittura e nella regia cinematografica. Fino al 23 agosto al Macro di Testaccio, negli spazi della Pelanda, i visitatori potranno ammirare 300 opere tra disegni, acquerelli e lavori digitali che ripercorrono gli oltre 35 anni di carriera dell’autore satirico e raccontano in modo pungente e ironico la storia d’Italia dalla fine degli anni ’70 fino ad oggi. “Era molto tempo – ha confessato Staino a Lumsanews – che aspettavo questa mostra. Non perché la meritassi ma perché era l’85 quando l’Assessore Nicolini me la promise. Poi cadde la giunta e sono passati trent’anni”. Un itinerario affascinante e un titolo, “Satira & Sogni” che racchiude la filosofia a cui il fumettista si è sempre ispirato: “La satira non deve scivolare nel rancore e nella cattiveria – ha spiegato – ma deve essere sincera, nascere dalle passioni e dal sogno, rispecchiare la realtà, quella realtà che molti non hanno il coraggio di raccontare”. E’ una mostra che, dopo i drammatici fatti di Parigi, rivendica con forza il diritto di fare satira. “L’attacco degli jidahisti alla redazione di Charlie Hebdo è stato un semplice atto di violenza. – ha specificato Staino – come potevano attaccare loro potevano colpire chiunque”. Non a caso il catalogo della mostra è dedicato al collega Georges Wolinski, una delle vittime dell’attentato. “E’ stato un duro colpo per la satira perdere questo grande maestro – ha raccontato ancora Staino – e anche per me è stata una grave perdita perché era un modello di vita e un amico indimenticabile. Dedicargli questo catalogo mi è sembrato il minimo che potessi fare”. Dal “rottamatore” Renzi al “2 volte presidente” Giorgio Napolitano, dal “piazzista” Silvio Berlusconi all’“ex comico” Beppe Grillo. Sono tanti i personaggi presi di mira dalla matita di Staino. Ma a dominare l’esposizione sono anche i due grandi fondali del Teatro Ariston di Sanremo, che l’artista ha disegnato in occasione delle edizioni del Premio Tenco del 2006 e 2007, e uno schermo su cui scorrono le immagini e le musiche di famose interpretazioni di Gaber e DeAndré.
“Vogliamo protezione”
9 Un lavoro pericoloso. “Chiediamo un registro degli stupratori”9
il Periodico LUMSANEWS
IL DRAMMA DI VIA BATTISTINI
Tassista violentata Ogni corsa un rischio
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di Corinna Spirito
e auto bianche sono spesso sulle pagine dei giornali per i motivi più vari: dalle proteste per Uber, il servizio concorrente da poco dichiarato illegale dal Tribunale di Milano, fino alle denunce per gli abusivi alle stazioni o agli aeroporti. Raramente però si ricorda quanto pericolosa possa essere questa professione. I tassisti si trovano ogni giorno completamente soli, nella propria automobile, con dei perfetti sconosciuti. E qualche volta, specie in orari notturni, scappa la rapina o l’aggressione. Uno stupro, però, ancora non era mai accaduto, forse perché le donne al volante delle auto bianche sono poche e, comunque, entrate nella professione soltanto negli ultimi anni. Certo, hanno già imparato a stare in guardia, soprattutto durante i turni di notte, quando è più facile che in macchina salga un ubriaco o qualcuno dall’atteggiamento
strano. La tassista che aveva caricato Simone Borgese in auto, però, non ha proprio immaginato che quel trentenne simpatico e di bell’aspetto potesse rivelarsi uno stupratore. Il ragazzo stava aspettando l’autobus in via Aurelia, all’altezza dell’hotel Ergife, ma, spazientivo, ha deciso di fermare un taxi. È stato “Aquila 9” ad accogliere la sua chiamata, una vettura della radiotaxi 3570 guidata da una quarantatreenne. Borgese le ha chiesto di dirigersi verso Piana del Sole, in zona Ponte Galeria, ma, una volta arrivati a destinazione, ha fatto proseguire la tassista per una stradina sterrata. È lì che è passato al sedile anteriore dell’auto, ha tirato un pugno alla donna, facendole sbattere la testa sul finestrino e rompendole il naso. L’ha afferrata per i capelli e ha continuato a picchiarla finché lei non ha perso le forze per opporsi. Allora ha abusato di lei per poi derubarla e scendere tranquillamente dall’auto, come se nulla fosse accaduto. Poco dopo, alle 8.30, la donna ha chiamato la radiotaxi per chie-
dere aiuto: proprio grazie al suo identikit, Borgese è stato individuato velocemente. L’uomo, separato dalla moglie e padre di una bambina di 7 anni, ha ammesso il gesto, definendolo un raptus, un’azione improvvisa che non sa spiegarsi. In realtà Simone Borgese è un recidivo: non solo era già stato denunciato da diversi tassisti per essersi rifiutato di pagare la corsa, ma ad aprile 2014 aveva violentato una diciassettenne in un ascensore. La ragazza l’ha riconosciuto immediatamente quando ha visto il suo volto sui giornali. Ora Simone Borgese è in carcere, ma la paura delle tassiste resta. Il trentenne era insospettabile, sembrava una brava persona, ed è stato caricato in macchina alle 7.00, in una zona trafficata. Un episodio che ha dimostrato alle autiste che non basta fare attenzione ai clienti ed evitare i turni notturni per sentirsi al sicuro. Cosa fare perché una violenza simile non ricapiti? Il 9 giugno, dalle 11 alle 17, gli autisti delle auto bianche non hanno lavorato: a Roma si è svolto uno scio-
pero per chiedere maggiore sicurezza sul lavoro e una propensione al confronto sui problemi storici della categoria. Ritorneranno dunque le richieste che da anni i tassisti fanno al comune di Roma, ma che ogni amministrazione ha snobbato finora: bagni ad hoc da poter usare durante le ore di servizio perché finora gli autisti sono costretti a vagare da un bar all’altro alla ricerca di una toilette; e poi la lotta all’abusivismo, grande piaga della categoria che toglie molti clienti ai professionisti; e pene gravi per i colleghi che violano le regole, infamando l’intera categoria. Il punto su cui si insisterà di più però sarà la richiesta di un sistema di sicurezza: una delle possibilità è quella dell’installazione di un bottone accanto ai pedali che, in caso di pericolo, possa essere schiacciato per avvisare una sala operativa. Un primo passo per assicurare una maggiore tranquillità sul lavoro alle circa 1000 donne che forniscono il servizio pubblico del trasporto passeggeri.
Le conducenti dei taxi preoccupate per la loro sicurezza
“Non abbiamo validi strumenti di difesa”
Una tassista romana fa salire ogni giorno, per 8 ore, degli sconosciuti nella propria auto. Quanto si sente al sicuro? Lo abbiamo chiesto a Lara Mancini, che da 9 anni svolge questo lavoro con la radio taxi 3570. Come ha reagito alla notizia dello stupro della sua collega? «Ho provato una rabbia incredibile, soprattutto perché il ragazzo era recidivo. Non solo era stato segnalato per furto da altri colleghi, ma aveva già tentato di stuprare una diciassettenne tempo fa, che ha poi riconosciuto la sua foto sul giornale. Ma io lo sospettavo, non ci si improvvisa violento». Qual è l’approccio delle donne a questo lavoro? Vi sentite in pericolo quando fate salire un cliente? «Ci si abitua a viaggiare sempre in tensione, anche se casi così gravi come quello dello stupro non ne erano mai successi. Però rapine e aggressioni avvengono e a una donna fanno ancora più paura. Ecco perché siamo sempre all’erta. Io ad esempio non lavoro mai dopo le 21.00: quando mi toccherebbero i turni di notte li scambio con i colleghi. In più è necessario essere per-
spicaci. Se qualcuno non mi piace non lo faccio salire, oppure se mi portano in una zona deserta tengo d’occhio il cliente, scendo dall’auto appena arrivata a destinazione così evito di distrarmi per prendere il portafogli». Con i colleghi invece il rapporto com’è? Su 8000 auto bianche solo 800 sono guidate da donne… «Il rapporto con i colleghi uomini è ottimo. Non ci trattano mai in maniera diversa: sono spietati con noi, come fra di loro, quando si tratta di accaparrarsi la corsa migliore, ma sono anche molto disponibili a darci una mano quando serve». Cosa potrebbe aiutare a rendere il vostro lavoro più sicuro? «Intanto delle telecamere in auto, in modo che cliente e autista siano controllati. E poi un pulsante d’emergenza con cui mettersi in contatto con le forze dell’ordine in modo che ci sia un intervento immediato in caso di pericolo».
(CS)
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Pensionati in fuga In Tunisia “una vita da re”
VACANZE INFINITE
il Periodico LUMSANEWS
Anche per i giornalisti che lasciano il lavoro è la meta ideale
“D
E se vuoi ancora scrivere ti aspetta la Svizzera
di Alberto Gentile e Flavia Testorio
a quando sono andato in pensione vivo in Tunisia, ad Hammamet. Qui è bellissimo”. Ferdinando Pellegrini, ex inviato di Radio Rai, è solo uno dei circa 400mila italiani che alla fine della loro carriera hanno deciso di lasciare il proprio paese per trasferirsi all’estero. La scelta ricade su quelle realtà, come Tunisia e Portogallo, dove il valore della pensione aumenta e che, tra l’altro, sono facilmente raggiungibili dall’Italia. Con circa 200 euro di biglietto aereo si vola andata e ritorno. Il clima mite mediterraneo, l’accoglienza della popolazione uniti al basso costo della vita e degli appartamenti rendono, dunque, queste mete le preferite degli italiani. “Un esempio per tutti? Ho una casa enorme e pago di affitto ogni mese meno di 400 euro - ha aggiunto Pellegrini – in Italia sarebbe impensabile”. E dalla benzina ai prodotti locali, dai farmaci alle bollette di luce e gas, il calo dei prezzi è notevole. Basti pensare che un panetto di burro da 200gr in Tunisia costa circa 1,60 dinari, ovvero 75 centesimi di euro. Nei nostri supermercati verrebbe acquistato a quasi il triplo. Piuttosto ridotto anche il costo per muoversi in città: ci sono i taxi collettivi, a pochi euro, per sopperire alle carenze del trasporto pubblico e per spostarsi da un centro abitato all’altro bastano circa 5 dinari, cioè due euro. E ancora, la benzina a 70 centesimi a litro e una visita medica specialistica al prezzo di circa 25 euro. Insomma
Monastir città della Tunisia che si trova sulla estremità meridionale del Golfo di Hammamet, a circa 160 km a sud di Tunisi.
come ha raccontato Pellegrini: “Con un reddito di 1500 euro, che in Italia corrisponde allo stipendio di un insegnante, qui ci vivo da signore”. Ovviamente grazie anche alla defiscalizzazione sulla pensione per i residenti all’estero. E molti giornalisti pensionati hanno seguito il suo esempio. La situazione nel Belpaese è completamente diversa. L’Italia infatti registra una delle più alte tassazioni sul reddito in Europa. È quindi normale che, se le condizioni non cambiano, ci saranno sempre più pensionati che sceglieranno di vedere figli e nipotini sol-
tanto sei mesi l’anno. Per diventare cittadino tunisino, infatti, non bisogna certo fare mille peripezie: bastano 183 giorni di soggiorno in 12 mesi. Inoltre integrarsi non è poi così difficile. Paese tradizionalmente di fede musulmana, ha subito un cambiamento notevole grazie alla rivoluzione del 2011. La società sembra essere meno vincolata alla religione e favorevole alle interazioni con persone appartenenti a culti diversi. “È un posto islamico ma estremamente moderato e moderno rispetto a tanti altri – dice ancora Pellegrini - addirittura ci sono ristoranti in cui si possono bere alcolici”. Ultimamente, però, ciò che sta accadendo in Libia sta avendo ripercussioni anche in Tunisia. Sono, infatti, molti i libici – soprattutto quelli ricchi - che scappano dal loro paese e che quindi stanno inflazionando il mercato, facendo aumentare i costi. Anche l’attentato al museo del Bardo di Tunisi ha creato qualche problema, in un paese che vive fondamentalmente di turismo. “La reazione popolare è stata decisamente forte – ha spiegato Pellegrini - come a far capire che loro non vogliono avere a che fare con il terrorismo.
Non solo imprenditori e manager italiani. In Svizzera continuano a trasferirsi per lavoro anche i nostri giornalisti. L’ultimo caso è quello dello storico direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli che ha deciso di “emigrare” al Corriere del Ticino. La scelta è ricaduta sul quotidiano elvetico anche perché l’ex direttore de “Il Sole 24 ore” era vincolato a un patto di non concorrenza che gli impediva di assumere altri incarichi presso testate nel nostro Paese, patto che però non vale per quelle straniere. E così la Svizzera si avvale di un’altra grande firma italiana. Sono infatti molti i giornalisti della penisola che si sono trasferiti nella patria degli orologi. Il Canton Ticino, tra l’altro, ha grande attenzione per l’Italia e per la lingua che ci appartiene. Così come tutta la nostra fascia alpina e prealpina che è interessata a quanto accade in Svizzera. Nel 2011 Marcello Foa, dopo 22 anni al “Giornale”, dove era stato capo degli Esteri, aveva deciso di mollare tutto per assumere il ruolo di amministratore delegato del Corriere del Ticino. Un quotidiano che tra gli editorialisti annovera anche Piero Ostellino. Insomma si potrebbe anche parlare di una tendenza che spinge i giornalisti a varcare il confine di Chiasso. “Qui si respira aria diversa – ha spiegato Massimo Donelli, che dopo aver lasciato Mediaset si è messo a disposizione della tv di stato Svizzera – mi sento libero di fare quello che voglio, di scrivere qualunque cosa. Sempre con serietà e rigore ma qui non ci si schiera, la neutralità si nota anche nei mezzi di informazione”. Lino Terlizzi, vicedirettore del Corriere del Ticino, invece, non crede che questa propensione possa coinvolgere altri giornalisti italiani. “Al momento abbiamo Marcello Foa, che già lavorava qui come giornalista prima di essere al giornale e Massimo Donelli, tra quelli che mi vengono in mente – ha spiegato il corrispondente del Sole 24 Ore dalla Svizzera – per Ferruccio si tratta di una collaborazione, ma lui rimarrà in Italia”. Attenzione quindi a parlare di esodo. (AG e FT)
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I clochard attori per una sera
DALLA STRADA AL PALCOSCENICO
Con la regia di Carlo Del Giudice
Spettacolo al teatro Brancaccio Il Papa: “Gente da cui imparare”
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di Corinna Spirito
hi mai pensa che un senza dimora sia qualcuno da cui imparare?”: se lo è chiesto Papa Francesco quando alcuni clochard di Roma sono diventati star del Teatro Brancaccio per una sera. È avvenuto per il nono anno consecutivo, grazie alla Caritas che, dal 2006, offre agli ospiti del suo ostello nella Capitale un laboratorio teatrale. Un progetto lodevole della durata di un anno, che sfocia, in primavera, in uno spettacolo autobiografico che gli stessi senzatetto scrivono e interpretano. Il palcoscenico, pur essendo diverso ogni anno, è sempre uno dei più importanti della Capitale: in passato, gli ospiti della Caritas si sono esibiti al Sistina, all’Orione, all’Italia; quest’anno è
stata la volta del Brancaccio con “Se non fosse per te”. Uno spettacolo che raccoglie le storie d’amore di questi clochard: l’amore verso una donna, verso i propri figli o i propri genitori; ma anche l’amore verso lo studio e i libri; l’amore verso Dio e il bene del prossimo. Della regia si è occupato Carlo Del Giudice, professionista di alto livello, come lo sono tutti coloro che hanno lavorato dietro le quinte per mettere a disposizione degli esordienti il miglior ambiente possibile in cui “donare” agli altri il proprio vissuto. Una scelta vincente che ha fatto di “Se non fosse per te” un successo: mentre circa 20 senzatetto raccontavano le proprie storie senza intermediari, il pubblico non ha risparmiato applausi e lacrime. Troppo spesso i romani dimenticano i senzatetto, passano loro accanto
senza vederli, li allontanano senza provare a capirli. “Se non fosse per te” è stato un momento di riscatto: per gli ospiti dell’ostello della Caritas che hanno raccontato se stessi davanti a un pubblico attento; e per gli spettatori che hanno guardato il mondo da un punto di vista diverso. D’altronde lo stesso Papa Francesco ha visto “Se non fosse per te” come “un’occasione di dialogo e di scambio significativo”, in cui chi è più umile e povero si siede alla cattedra e insegna ai più ricchi. Il Pontefice, infatti, piacevolmente colpito dall’iniziativa della Caritas, ha voluto inviare un videomessaggio agli interpreti dello spettacolo per incoraggiarli e complimentarsi con loro, ma anche per riflettere sull’incontro tra il pubblico e le storie dei clochard. E allora torniamo alla sua domanda iniziale: “Chi mai
pensa che un senza dimora sia qualcuno da cui imparare?”. Ogni cristiano dovrebbe, dal momento che Gesù si nasconde proprio dietro al povero che soffre. “Voi per noi non siete un peso, siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani – sono state le parole che il Papa ha rivolto ai senzatetto - Non perdete la fiducia e la speranza. Dio ci vuole bene!”. E proprio in quanto ricchezza per i cristiani, i più bisognosi dovrebbero essere accolti a braccia aperte e ascoltati, come è stato fatto al Brancaccio. "Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all'ingresso di un povero in Chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore!”: questo l’augurio eloquente di Francesco.
Presto una casa per tutti i senzatetto
Alla stazione Termini per iniziativa della comunità Don Luigi Di Liegro
di Roberto Rotunno
Potrebbero essere i personaggi narrati in una delle canzoni di Fabrizio De Andrè: gli ospiti dell'ostello Caritas di via Casilina si sono trasformati in attori per una serata e hanno portato in scena le loro storie con dignità e orgoglio di fronte al pubblico del teatro Brancaccio. Racconti di chi cerca da tanti anni i suoi famigliari dei quali non ha notizie o di chi ha perso improvvisamente il lavoro e mai prima di quel momento avrebbe potuto immaginare di trovarsi nella condizione di dover chiedere aiuto alla Caritas romana. Quest'anno sono stati ventidue gli attori, improvvisati ma nemmeno troppo, tra le migliaia di persone che si rivolgono all'ostello per chiedere assistenza, pasti caldi e ospitalità notturna. In una capitale che – come tantissime altre città italiane – si trova a fare i conti con una drammatica emergenza abitativa ed è stretta nella morsa dei tagli alla spesa sociale, sempre più importante si rivela il supporto della
struttura diocesana. Ma la sistemazione in via Casilina è una soluzione momentanea inaugurata all'inizio del 2013: il vero punto di riferimento per l'accoglienza dei senzatetto romani è la comunità don Luigi di Liegro, situata all'interno degli immobili della stazione Termini, attualmente in fase di ristrutturazione. Inaugurata nel 1987, la struttura ha ospitato solo nell'ultimo anno, prima della provvisoria chiusura, più di 1500 persone per un totale di oltre 63mila pernottamenti. Il progetto di riqualificazione, che era tra l'altro imposto dalla normativa, ha visto anche l'intervento del Comune di Roma: sarà ricavato un secondo piano – oltre al piano terra già esistente – per rendere possibile la realizzazione di 34 stanze. Quattro milioni di euro è la cifra impegnata grazie ai contributi della Regione Lazio, del gruppo Ferrovie dello Stato, della Conferenza episcopale e di altri partner privati, per un progetto che si sperava potesse essere portato a termine entro Natale 2014 ma ha subito una serie di ritardi nei lavori.
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Non passa lo straniero
SCONTRI SU
La difficile accoglienza per chi arriva in Italia attraverso il Mediterraneo
A Casale San Nicola, Ponte Mammolo e nei campi nomadi un muro contro migranti e rom
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di Mario Di Ciommo
a ricollocazione dei migranti dai centri di prima accoglienza ai comuni di tutta Italia è un’operazione tutt’altro che facile. L’ultimo caso è quello di Casale San Nicola, quartiere isolato di Roma Nord confinante con l’Olgiata. Nessun mezzo pubblico a collegare la stazione con le abitazioni. “Qui stanno tutti bene e non serve il trasporto pubblico, hanno tutti l’automobile per accompagnare i figli a scuola o per andare a lavoro” dichiara un residente della zona nei pressi della stazione dell’Olgiata. “In questa zona i furti sono frequenti e siamo preoccupati se arriva un gruppo di persone non identificate che non sappiamo chi sono e che vita faranno. Qui
– spiega un residente - non c’è una piazza, un bar o un centro di aggregazione e questi rifugiati sarebbero isolati in mezzo al nulla col rischio che diventino persone del tutto fuori controllo. Nessuno pensa che i rifugiati vengano a delinquere qui e capiamo il loro disagio ma, dall’esperienza di altri centri simili a questo, temiamo che possano avere delle reazioni impreviste”. La vita della tranquilla quanto benestante estrema periferia romana potrebbe essere dunque squassata dall’arrivo, previsto a giorni, di un gruppo di circa cento migranti. La loro sistemazione sarà l’ex scuola privata Socrate, all’estremità del lungo vialone che taglia in due Casale San Nicola. Gli abitanti della zona però non ci stanno e da giorni hanno bloccato la strada di accesso al quartiere formando un ‘fronte
del no’ ai migranti. Ma a protestare non sono solo loro. Da giorni infatti proprio davanti alla scuola che ospiterà i migranti si è formato un altro presidio, quello del fronte ‘Nessuno tocchi il mio popolo’. “Noi siamo qui da giorni, mangiamo, dormiamo qui per far sentire la nostra voce – dichiara Alfredo, uno degli esponenti dell’organizzazione – chiediamo alle istituzioni di garantire prima una casa ai nostri concittadini che non ne hanno una e poi di concedere una sistemazione ai migranti”. Davanti alla scuola ci saranno una ventina di persone, una donna incinta compresa. La loro non è una protesta mirata contro i migranti, la loro è una richiesta di case per quei cittadini italiani che da anni ne chiedono una. “Non siamo contro i migranti, ci mancherebbe. Siamo anche di-
sposti ad ospitarli nelle nostre case, l’importante è che le nostre richieste vengano accolte” dicono altre persone che formano il presidio. Non sono state accolte ma qualcosa è comunque successo se pochi giorni dopo la polizia municipale ha posto sotto sequestro l’ex scuola Socrate. Dalla prefettura assicurano che il sequestro del cantiere sarebbe scattato per una irregolarità amministrativa e non come conseguenza delle proteste e che i lavori di adeguamento potranno proseguire per realizzare il centro per richiedenti asilo. “L'amministrazione capitolina farà tutto il possibile per arrivare alla realizzazione del Centro, che è urgente e necessaria – ha dichiarato il vicesindaco Luigi Nieri - va chiarito altresì che non siamo disposti ad accettare pressioni da parte di nessuno".
Le vite spezzate dei rifugiati di Ponte Mammolo Smantellato in poche ore il campo che ospitava nomadi e profughi
di Silvia Renda
Erano le sette di mattina dell’11 maggio quando sono arrivate le ruspe a Ponte Mammolo. Un quarto d’ora di preavviso e poi il campo nomadi che si trovava da oltre 15 anni in quella zona è stato smantellato, ridotto in un cumulo di macerie. Sotto di esse si trovano ancora adesso i documenti e i pochi beni posseduti dai diversi gruppi di migranti (eritrei, etiopi, ucraini) che abitavano in quella zona e che tornati dal lavoro non hanno trovato più niente. “Hanno perso tutto. Hanno perso i loro soldi, hanno perso i loro documenti, hanno perso una parte della loro esistenza. Molti di loro piangevano quella mattina”. Daniela Pompei è la responsabile per i servizi agli immigrati della Comunità di Sant’Egidio, tra le principali associazioni volontarie che, dal giorno dello smantellamento operato dal Comune, stanno portando cibo e coperte ai rifugiati, che hanno occupato il parcheggio di fronte al campo. Passeggiare di notte a Ponte Mammolo significa imbattersi nelle loro vite, nel silenzio di quei 150 uomini rimasti senza una casa e che adesso, sotto le luci arancioni dei lampioni, sembrano far parte di uno strano presepe. C’è la donna
che stende i panni sulle transenne di fil di ferro, ci sono i ragazzi che giocano a calcio passandosi fra di loro un pallone sgonfio, c’è un uomo completamente nascosto sotto una coperta, dalla quale si sentono provenire solo colpi di tosse. C’è anche Stefanos tra loro. Lui ha 21 anni ed è arrivato in Italia dall’Eritrea, dopo aver attraversato il deserto del Sahara, in un viaggio nel quale non tutte le persone che si trovavano con lui sono riuscite a giungere a destinazione. “Mentre attraversavamo il deserto una donna incinta si è sentita male ed è morta. L’abbiamo seppellita e abbiamo continuato il nostro viaggio, nonostante fossimo tutti molto scossi”, ha raccontato Stefanos, “Ho speso 4 mila euro per arrivare qui in Italia. O meglio per arrivare da qualche parte, perché allora non sapevo dove stavo andando, sapevo solo da dove stavo fuggendo”. Da due anni viveva nel campo di Ponte Mammolo, dove si era lentamente costruito una seconda vita, andata nuovamente distrutta. Questo stesso campo era stato visitato a sorpresa qualche mese fa da Papa Francesco. “Si parla molto di accoglienza. Ma dov’è l’accoglienza in questo caso?”, dice Daniela Pompei, “Dormire in un parcheggio non può essere una soluzione dignitosa.”
UI MIGRANTI
Si apre il Fronte Nord Tarvisio come Lampedusa Massiccio arrivo di profughi anche in Friuli
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di Renato Paone
Sbarchi in aumento
Sono già 26.556 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall’inizio dell’anno, numero che, se confrontato con le già enormi cifre del 2014, è salito vertiginosamente. L’anno scorso, infatti, sono state ben 170.100 le persone, tra rifugiati e migranti, arrivate in Italia: di queste, stando ai dati del ministero dell’Interno, i due gruppi più numerosi erano formati da siriani ed eritrei. Come dichiarato dalle varie organizzazioni umanitarie, la maggioranza dei migranti arriva dai paesi dell’Africa subsahariana e di questi alcuni hanno scelto di andare in Italia, mentre la maggioranza ci è arrivata per caso. La Germania è tra le mete più richieste, segue la Svezia. Ad accomunare la sorte dei migranti è la Libia, paese-crocevia della tratta dei trafficanti di persone e delle trattative con gli scafisti, che si fanno pagare cifre esorbitanti, comprese tra i cinque e gli otto mila euro.
aranno pure agli antipodi, saranno caratterizzate da paesaggi diametralmente opposti, ma Lampedusa e Tarvisio condividono lo stesso destino, quello, cioè, di essere crocevia sulle grandi rotte dell’immigrazione, una marittima e l’altra terrestre. La storia di Lampedusa è già nota da parecchio tempo, quella di Tarvisio è salita alla ribalta nei giorni scorsi dopo l’allarme lanciato congiuntamente da Lega e Forza Italia relativo “all’invasione dei profughi”, cui è seguito l’annuncio di una manifestazione di dissenso che lo stesso Matteo Salvini ha guidato a metà aprile. La situazione ha preoccupato anche la vicina Austria, che si è imposta per evitare un’eventuale apertura di un Centro Accoglienza in quella che viene ormai chiamata “la Lampedusa del nord”. Soprannome giustificato dall’ingente numero di profughi registrati nella regione, ben 1.870, uno ogni 656 residenti. Il Veneto, che ha quasi quattro volte la popolazione friulana, ha un numero di profughi di poco superiore. Il problema, stando alle parole di Massimiliano Fedriga, capogruppo della Lega alla Camera dei deputati, è anche e soprattutto morale: «Mi chiedo come Renzi, Alfano e Serracchiani possano dormire sonni tranquilli mentre ci sono italiani che non hanno una casa e nemmeno i soldi per far mangiare i propri figli. Manifesteremo perché tutto questo è gravissimo e inaccettabile e crea una filiera
opaca e non trasparente». Entrambi gli schieramenti si sono così scagliati contro il meccanismo degli appalti e degli appartamenti per i clandestini, richiedendo l’apertura di una commissione d’inchiesta che faccia luce su come vengono utilizzati i soldi. Il sistema dell’accoglienza, infatti, comporta una spesa notevole, circa 13 milioni di euro solo per il 2015, come quantificato dal capogruppo di Forza Italia, Riccardo Riccardi. «Oneri che contrastano con il momento di crisi che ha messo in ginocchio tanti concittadini», ha affermato Riccardi, che ha poi proseguito, definendo il sistema “un vero e proprio business”, un
mestiere che vive «sul perdurante e straordinario afflusso di cittadini stranieri». La gran parte dei richiedenti asilo presenti in Friuli arriva dai Paesi dell’Est attraverso il confine orientale, come ha dichiarato il prefetto di Gorizia, Vittorio Zappalorto. Il percorso affrontato dai profughi “friulani”, per certi versi, comporta più difficoltà e rischi rispetto a quello degli omologhi “siciliani”: sbarcano in Iran, raggiungono la Turchia, attraversano l’Ungheria e la Serbia, per giungere in Austria e in Slovenia. Entrano così a Tarvisio per poi finire a Gorizia, dove ha sede la commissione che esamina le loro richieste di asilo.
Il sindaco: «Io non sono razzista. Però...» Per Carlantoni impossibile realizzare un centro di accoglienza
di Anna Bigano
Renato Carlantoni è il sindaco di Tarvisio (Ud). Insieme alla presidente dem della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ha combattuto una battaglia contro la decisione della prefettura di trasformare la caserma Lamarmora in un Cara, cioè un centro d’accoglienza per i richiedenti asilo. Sindaco, parliamo innanzitutto delle dimensioni del fenomeno migranti nel suo Comune. “Nel 2014 abbiamo registrato più di mille passaggi. Di questi, 150 circa sono stati minori. Il loro mantenimento costa fra i due e i tremila euro al mese, anticipati dal Comune e poi risarciti dalla regione. Agli adulti pensa invece la prefettura. Quasi nessuno, comunque, si ferma qui.” Lei si è opposto alla realizzazione di un Cara a Tarvisio. Perché? “Sarebbe una scelta miope, sbagliata. La nostra è una comunità pic-
cola e formata soprattutto da persone anziane, l’impatto di un Cara non sarebbe stato sostenibile per noi: tanto più che il progetto prevedeva che la struttura sorgesse in pieno centro, non distante dalle piste da sci. Ora è al vaglio un’altra ipotesi, quella di creare un centro di accoglienza al confine. Neanche questo mi convince: la gente che abita in quelle zone viveva dell’indotto creato dalla presenza della polizia frontaliera e a stento è riuscita a sopravvivere allo smantellamento delle dogane. Un centro lì sarebbe devastante anche per loro.” Qual è la sua proposta, allora? “Mi rendo conto che come città di confine è giusto che facciamo la nostra parte. Se proprio un centro ci dev’essere, chiedo almeno che serva solo per l’identificazione e che sia presidiato dalle forze dell’ordine. E poi abbiamo bisogno di norme comuni a livello europeo: il problema non sono gli immigrati, è il nostro sistema giuridico farraginoso, per cui uno deve aspettare mesi prima di conoscere il suo destino. Io non sono razzista, però il buonismo mi ha stufato”.
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il Periodico LUMSANEWS
Dopo le recenti polemiche parla Laura Giuliani, “emigrata” in Germania
Calcio femminile
GENTIL SESSO IN CAMPO
Ma questo è uno sport anche per donne
di Domenico Cappelleri
di Carlotta Dessì
Laura Giuliani, calciatrice milanese, classe 1992, è il portiere titolare della nazionale maggiore italiana. Dopo aver giocato in diverse squadre tedesche e ad aver partecipato ai mondiali Under 20 in Giappone, il prossimo anno giocherà per la squadra di Colonia che milita nella prima serie della Bundesliga. Come è nata questa passione per il calcio, uno sport praticato più che altro dai ragazzi? «La mia passione è nata sui campetti di cemento dell’oratorio quando, dopo il catechismo del venerdì e la messa della domenica, mi trovavo coi miei coetanei a giocare a calcio. Quasi tutti gli altri giocavano nella stessa squadra e un giorno chiesi a mio padre cosa pensava se anch’io fossi entrata a far parte di una squadra di calcio. Nonostante lo scetticismo di mia mamma, lui mi ha portata il giorno dopo agli allenamenti e da là è iniziata la mia storia». Ti sei mai sentita discriminata per questa tua scelta? «Sono cresciuta sentendomi chiamare “maschiaccio”, il che, ora lo posso ammettere, mi si addiceva parecchio per il modo di fare che mi caratterizzava, ma che, ai tempi, mi faceva sentire “diversa” dal gruppo in cui io con tanta fatica cercavo di integrarmi e farmi accettare. La strada non è mai stata facile e io non sono mai stata vista bene dai miei compagni. Era la passione per questo sport e il sogno che mi portavo dietro che mi facevano andare avanti a buttarmi nel fango per-
ché io volevo fare a tutti i costi la calciatrice Quali sono le maggiori differenze tra il calcio italiano femminile e quello estero? «Il calcio femminile in Germania è comunque “calcio”, senza diversità e senza pregiudizi; sono un movimento che porta orgoglio e visibilità alla nazione per come è curato e gestito ed è, a vista di tutti, la migliore lega in Europa: il campionato in cui tutte le calciatrici vorrebbero giocare». “Basta dare soldi a queste quattro lesbiche” il commento del
Sara Gami
Le ragazze del pallone figlie di un dio minore
presidente della Lega Nazionale Dilettanti che ha suscitato molto critiche. Che ne pensi, ne avete parlato con le ragazze della tua squadra? «Ha concentrato in una frase tutti i pregiudizi e le idee che in Italia racchiudono e sentenziano il calcio femminile da sempre, riconoscendolo come uno sport di minoranza, uno sport minore Lasciando da parte che ognuno è libero di vivere la propria sessualità tranquillamente e qualsiasi essa sia (cosa che in Italia ancora non viene riconosciuta), noi giocatrici ci sentiamo offese come donne. Come tali ci sentiamo in dovere di avere gli stessi diritti del maschile e di tutti: la libertà di poter scegliere di vivere la propria passione, qualsiasi essa sia. Una bambina deve crescere sapendo che, se vorrà diventare una calciatrice, sarà appoggiata nella sua scelta e che le sarà dato tutto l’aiuto possibile per farle raggiungere il massimo». Il tuo idolo preferito? «Buffon. Tutte le mattine mi alzavo pensando che un giorno avrei voluto volare come lui e per questo, sono andata contro tutti i pregiudizi che, in Italia, fanno da base a una mentalità focalizzata solo sul calcio maschile».
Mentre mezza Italia aspettava la finale di Champions League in cui era impegnata la Juventus, c’era una ragazza italiana che la finale l’aveva già giocata: si trattava di Sara Gama 26enne che milita nelle file del Paris Saint Germain. La squadra della calciatrice triestina ha perso 3-2 a Roma contro il Francoforte, ma in pochi sono informati del risultato. Il calcio femminile in Italia ha poca risonanza, i club che militano in serie A sono staccati dalle società maschili (a differenza di quanto accade nel resto d’Europa), così, scorrendo la lista delle partecipanti alla massima serie ci si accorge della mancanza di Juventus, Inter e Milan. Il movimento femminile ha poca visibilità e le “quattro lesbiche” a cui l’ex presidente della Lega nazionale dilettanti, Felice Belolli, non voleva dare soldi, sembrano davvero figlie di un Dio minore. La storia del calcio femminile in Italia è nata nel 1922 a Milano dove nella sede di via Stoppani 12 si è costituita la fondazione “Gruppo femminile calcistico”. Da subito “le ragazze in sottana” finite sulle prime pagine di molti giornali dell’epoca sono state ostacolate dal Coni, perché ritenute “scomode”. L’immagine della calciatrice sudata che sgambetta per i campi da gioco andava contro quella che era la morale dell’epoca: la donna era addetta al focolare domestico, certamente non poteva praticare uno sport mascolino come il calcio. Oggi le cose sono cambiate, ma fino ad un certo punto. Le donne nel 2015 possono giocare a pallone, ma non pretendere di essere considerate come professioniste. Il dipartimento di calcio femminile è, infatti, dipendente della Lega nazionale dilettanti, un organismo gigantesco che gestisce un enorme numero di tesserati. Tra questi le donne ne occupano una piccola fetta: sono 20mila. Niente a che fare col resto del calcio europeo, in Germania per esempio le calciatrici superano le 250mila unità. Senza la qualifica di professioniste le donne del calcio italiano sono tutte costrette a svolgere una seconda attività per poter vivere e non possono ambire neanche a un decimo dello stipendio dei colleghi di sesso maschile.