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Lumsanews 1° novembre 2017

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Cultura

Mezzo secolo senza il Che, in Bolivia per ricordare l’ultimo atto della rivoluzione di Christian Dalenz

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Sport

Aumentano gli infortuni nel calcio sempre più giocatori nel “limbo” del crociato di Carmelo Leo e Antonio Scali

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PERIODICO NUMERO 6 01/11/2017

Dall’economia alla sicurezza, il riformismo di Macron traccia una simmetria con la politica del Belpaese

Italia e Francia vicine per un’Europa più solida

Cronaca

Estate record per incendi dolosi Il nuovo business della criminalità organizzata

Intervista

di Giordano Contu

Sylvie Goulard ex ministro di Parigi “Gentiloni ottimo premier Macron audace”

di ALESSIO FODERI


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Primo Piano

Italia - Francia la tentazione di un’alleanza “S

di ALESSIO FODERI

iamo due paesi ambiziosi che possono guidare l’avventura europea” scrive su Twitter il Presidente francese Emmanuel Macron durante il vertice di Lione con il premier Paolo Gentiloni lo scorso settembre. Dopo la Francia e la Germania, manca solo il voto italiano per scrivere il nuovo destino europeo. Ma più che un asse italo-francese, l’Italia e il suo futuro premier dovranno riuscire a inserirsi nel motore franco-tedesco superando varie tensioni, soprattutto in materia di economia, immigrazione e sicurezza. Finora però le azioni dell’enfant prodige sembrano privilegiare gli interessi francesi a quelli europei. Non solo, il Presidente vorrebbe esportare il suo movimento fuori dalla Francia per creare nel 2019 un gruppo decisivo nel parlamento Ue. Per questo vuole creare alleanze e guarda anche all’Italia. I PERSONAGGI CHIAVE. Non a caso nell’équipe di Macron figurano alcuni protagonisti che hanno forti legami con la penisola. Prima fra tutti è Sylvie Goulard – per un brevissimo periodo anche ministra della Difesa di “En Marche!” – è stata consigliera dell’allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi e autrice del libro ‘La democrazia in Europa. Guardare lontano’ insieme all’allora presidente del Consiglio italiano Mario Monti. Intervistata da Lumsanews dichiara: “Trovo il premier attuale, Paolo Gentiloni, un ottimo servitore del suo Paese e dell’Europa”. Ma “il riformismo liberale che Macron sta tentando di portare avanti in Francia si ispira molto al piglio decisionista che si è visto in Italia con

Matteo Renzi” ci spiega Mauro Zanon, autore del libro ‘Macron. La rivoluzione liberale francese’. E aggiunge: “Non si sbaglia quando si dice che la nuova riforma del lavoro è un Jobs act alla francese”. Ancora, sarebbe anche in cantiere un “pass culture” per i giovani, simile al bonus di 500 euro per i diciottenni proposto in Italia dal segretario Pd. In vista del nuovo Comité Action Politique 2022, Macron ha scelto l’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, che da due anni dirige la Scuola di Affari Internazionali dell’Università Sciences Po (la stessa dove si è formato l’attuale inquilino dell’Eliseo e da dove arriva tutta la classe politica francese). “C’è da ragionare sull’idea di sovranità ai tempi della globalizzazione” ha dichiarato Letta ad Huffington Post, riferendosi al prestigioso incarico come a “una miniera di idee”. SIMMETRIE POLITICHE. Se Macron ha vinto le elezioni grazie al tema europeo, all’alba della prossima campagna elettorale italiana, il tema dell’Unione non sembra esser la priorità. “È un paragone azzardato, ma il movimento che più si avvicina a Macron in Italia è il M5S, ma soltanto perché si tratta di due movimenti di società” puntualizza Zanon. Per Francesco Maselli, corrispondente francese per Il Foglio e Pagina 99, “non c’è nessuna forza politica italiana affine a La République en Marche e neanche al Front National”. A sinistra, l’Eliseo ha come maggior opposizione La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon che, nonostante non abbia un corrispettivo in Italia, sembra aver preso in prestito il concetto di “rottamazione” lanciato da Renzi nel 2010. In

Italia, “il centro destra è uno schieramento al bivio fra il populismo securitario leghista di Matteo Salvini e il liberalismo parecchio azzoppato dopo vent’anni di fallimenti berlusconiani” scrive il giornalista Davide Allegranti nel suo ultimo libro “Matteo Le Pen”, confrontando come comunicano le destre francesi e italiane. “Mi piacciono diverse cose sia del M5s che della Lega Nord, peccato che non vogliano allearsi” specifica invece a Lumsanews Aymeric Durox, segretario del Front National nel dipartimento Seine et Marne. In riferimento al panorama italiano, aggiunge: “Ho visto anche il sito di Casa Pound e trovo che sia ricco di spunti”. SCINTILLE ITALO-FRANCESI. Nell’attuale rapporto Francia-Italia ci sono state frizioni come la questione dei migranti e il caso Fincantieri. Il presidente francese ha dapprima fatto marcia indietro sul tema dell’immigrazione, per ritornare sui suoi passi al Vertice di Parigi dello scorso agosto. “Macron non vuole scontentare l’opinione pubblica e limitare la già pesante situazione della sicurezza interna. Non dobbiamo scordare che la Francia ha pagato più di qualsiasi altro paese europeo il terrorismo di matrice islamista” precisa Lucio Tirinnanzi, direttore di Oltrefrontiera. “Forse si è reso conto che gli italiani sono fragili” ipotizza Maselli, anche in riferimento alla questione Fincantieri. L’accordo, raggiunto dopo mesi di trattative, prevede una divisione equa del capitale fra Italia e Francia, con il prestito dell’1% agli italiani per 12 anni. Per Macron invece nell’intesa “Italia e Francia hanno vinto insieme”.

Sul caso Vivendi “probabilmente la Francia dovrà piegarsi alle regole italiane” precisa a Lumsanews Richard Heuzé, corrispondente in Italia per “Le Figaro”. Persistono invece le tensioni sul progetto della linea ad alta velocità Torino-Lione: “Il presidente sostiene che non è la priorità del momento, ma il governo italiano ci ha investito molti soldi”, aggiunge Heuzé. GLI SCENARI FUTURI. È quindi evidente la necessità di rafforzare la cooperazione fra i due paesi. Soprattutto sul tema della cultura e dell’istruzione, Macron ha mostrato apertura nei confronti dell’Italia. Ma anche l’ambito della difesa, in cui la penisola potrebbe giocare un ruolo cruciale, non va sottovalutato. Non a caso il presidente francese ha sposato la linea Minniti. “La proposta di creare un ministro europeo delle finanze e un budget comune dell’eurozona” afferma Giampaolo Malgeri, docente di relazioni internazionali dell’Università Lumsa, “sono possibili punti di convergenza fra Italia e Francia”. In un momento in cui tutta l’Europa vacilla, il bisogno di rinnovare dei legami appare fondamentale. Nell’asse italo-francese molto sarà nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, dopo le elezioni italiane 2018 e nella sua capacità di dialogare con Macron. “Non si può lasciare la questione dell’identità nazionale alle destre” sintetizza l’ex premier francese Manuel Valls a Lumsanews. E aggiunge: “Abbiamo ancora bisogno dell’Europa, anche se è in crisi”. Un imperativo dunque di costruire ponti e non innalzare confini.


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Faccia a faccia tra il primo ministro Paolo Gentiloni e il Presidente francese Emmanuel Macron a Lione

L’intervista SYLVIE GOULARD

“Roma e Parigi devono imparare l’una dall’altra”

Infografica tratta da Le Monde sulla base di dati Eurostat

Lei conosce bene Emmanuel Macron. Qual è la caratteristica del suo carattere che apprezza di più? «Emmanuel Macron ha dimostrato di essere coraggioso, lanciandosi in una campagna senza grandi mezzi, né avendo la certezza di vincere. Credeva semplicemente che valesse la pena giocare la sfida di riformare la Francia e rilanciare l’Unione europea. La fortuna aiuta gli audaci». Macron ha annunciato l’intento di internazionalizzare En Marche a livello europeo. Secondo lei, quale sarebbe il possibile movimento politico alleato italiano? «“En marche” è emerso da una volontà di rinnovamento. Alcune personalità della cl-asse politica precedente si sono quasi subito presi gioco di Macron, ma lui non ha sacrificato le sue ambizioni per dei giochi di alleanze. Se l’operazione dovesse esser fatta a livello europeo, la ricetta di successo sarebbe l’innovazione e di certo non il riciclaggio dei movimenti politici passati. Da dove arriveranno, per

le elezioni europee 2019, il rinnovamento e il rifiuto della demagogia? Questa è l’unica domanda da porsi in tutti i paesi. La creazione di liste transnazionali, proposta da Macron, dovrebbe anche aiutare ad europeizzare il voto». A tal riguardo, cosa ne pensa del “dégagisme” di Mélenchon? «Mélenchon, membro del partito socialista, è stato ministro e senatore per anni. È il prodotto più puro del sistema politico precedente. O soffre di amnesia o gioca con la credulità delle giovani generazioni. Il suo “dégagisme” è soltanto uno specchietto per le allodole». Su quali settori si potranno rinnovare le relazioni fra Francia e Italia? «In tema economico, la Francia e l’Italia potrebbero essere ancor più di come lo sono oggi delle forze prepositive insieme alla Germania, a servizio degli investimenti, dell’innovazione e dell’equità sociale. Molte personalità, sia in Francia che in Italia, combattono la battaglia sbagliata, sognando un’alleanza latina contro i tedeschi. Questo significherebbe negare l’Europa. Il rispetto degli impegni presi, la riduzione del deficit e del debito non sono dei regali a Berlino o Bruxelles, ma una necessità per preservare il futuro delle generazioni italiane e francesi». Quali quindi gli interessi in comune? «In alcuni settori, i due paesi hanno degli interessi comuni: per esempio nel rispetto dell’ambiente del Mediterraneo e, più in generale, nella promozione dei legami di cooperazione con la sponda meridionale; per la difesa del patrimonio culturale o ancora lo sviluppo, su scala europea e mondiale, di un’agricoltura di qualità legata ai territori. In altri settori, devono imparare l’uno dall’altro: ad esempio, l’Italia ha conservato una buona industria; la Francia ha per molto tempo avuto un tasso alto di natalità, combinato a una partecipazione delle donne al mercato del lavoro ben più significativa».


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LOTTA AL CRIMINE

Cronaca In cima alla triste classifica delle regioni più colpite c’è il Sud Italia: Sicilia, Calabria e Campania A seguire Lazio e Sardegna

Incendi

il rapporto sul nuovo business

delle mafie

Un 2017 da record in 9 mesi 140mila ettari andati in fumo come 10 anni fa

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di GIORDANO CONTU

l Vesuvio in fiamme è la cartolina forse più impressionante di questa estate 2017. Un’annata record in cui sono raddoppiati gli incendi, oltre 100 mila, e quasi triplicati gli ettari di bosco incenerito rispetto allo scorso anno. Una devastazione che non si vedeva da 10 anni. Nel 2017 in Italia è come se fosse andata a fuoco una superficie pari a due volte la città di Madrid. I CARABINIERI FORESTALI. Eppure l’attenzione era alta. “L’assorbimento del Corpo Fore-

stale dello Stato in altre amministrazioni doveva portare a riorganizzare i sistemi regionali”. Questa la raccomandazione del premier Paolo Gentiloni fatta a giugno in occasione della presentazione della campagna antincendio boschivo 2017, conclusa il 30 settembre. Oggi l’ente è stato assorbito nei Carabinieri forestali. Il suo ex capo Cesare Patrone, secondo un’indiscrezione del giornalista Fabrizio Colarieti pubblicata su formiche.net, “pare sia stato nominato alla guida di una speciale se-

zione della nostra intelligence”, perché incendiare una pineta può essere anche un atto criminale o eversivo. IL TRISTE RECORD. Il 2017 è stato un annus horribilis. Sono raddoppiati gli incendi estivi: oltre 97 mila rispetto ai 50 mila nel 2016; è triplicata la superficie incenerita dall’inizio dell’anno, oltre 140 mila ettari. I dati del Ministero dell’ambiente sui roghi nei parchi nazionali fra il 1997 e il 2015 sottolineano come il numero medio di incendi sia in calo (da 603 a 367). Ma è in aumento la superficie media incenerita (da 3,8 a 5,2 mila) a causa dei 706 incendi del 2007 e alle annate terribili 1997,1998, 2007 e 2012.

Le competenze dell’ex Corpo forestale sono state assorbite dai carabinieri forestali e altri organismi

LE REGIONI SOTTO ATTACCO. I tre territori maggiormente colpiti sono la Sicilia, la Calabria e la Campania. Al quarto posto il Lazio: prima regione non meridionale nella triste classifica di Legambiente. Il fenomeno è radicato al Sud perché in estate è favorito dal clima. Una specificità italiana sono gli incendi che divampano nell’arco alpino in inverno. Ma il 2017 sarà ricordato anche per i numerosi fuochi divampati in provincia di Latina. LE CAUSE. “Il fuoco ha origine soprattutto a

causa del mancato rispetto delle regole”. Lo spiega il dirigente dei Vigili del fuoco Domenico De Vita. Le fiamme si sviluppano soprattutto nelle cosiddette ‘zone di interfaccia’, comprese fra l’area abitata e quella boschiva. “Il fattore doloso in questi tipi di incendi è centrale” dice De Vita. “Ma in queste aree il monitoraggio del territorio è maggiore. Per esempio la pulizia delle pinete riduce al minimo il combustibile. Il fattore casuale è meno raro nelle aree boschive: se si verificano tanti roghi in zone presidiate si può pensare che ci sia una strategia”. L’annata disastrosa è legata alle sei ondate di calore con temperature superiori ai 50 gradi. La situazione facilita l’insorgere degli incendi e le regioni si sono trovate in difficoltà ad organizzare lo spegnimento. LA QUESTIONE DEI CANADAIR. L’Antitrust sta indagando sui costi della flotta aerea antincendio. Questa è di proprietà statale, coordinata dalla Protezione civile e messa a disposizione delle Regioni. Ma appaltata ai privati. Si tratta di 32 mezzi antincendio fra Canadair ed elicotteri dislocati su 14 basi. Il parco mezzi è stato potenziato rispetto al 2016, ma ad agosto arrivarono altri 2 Canadair dalla Francia per far fronte alle 717 richieste d’intervento arrivate fra giugno e luglio. Troppe per le tasche delle regioni. Gli aerei costano 55 milioni l’anno e nell’ultimo anno si sono più che triplicate le ore di volo. Tutti soldi che finiscono ai privati. Come ha rivelato un’inchiesta del quotidiano Repubblica, i velivoli sono in mano a 7 aziende a cui viene appaltato il servizio di gestione. Oltre i costi, c’è la mancata programmazione. La stessa che ha portato al disastro siciliano in primavera, con la macchina dell’antincendio bloccata per mancanza di soldi per l’acquisto di


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Perché servirebbe l’intelligence contro gli incendi? Perché dare fuoco a una pineta è un crimine, ma bruciare un monumento ambientale può assumere i connotati di un atto eversivo Fabrizio Colarieti giornalista Ansa

Nella pagina a fianco: gli animali fuggono dalle fiamme che divorano il parco, rifugiandosi nel fiume. Un elicottero impegnato in Sardegna nello spegnimento di un incendio boschivo che distrusse 60 ettari nelle campagne di Villacidro nel 2010. In questa pagina: un canadair della Protezione Civile durante una dimostrazione sul lago Maggiore

benzina, abiti e per fare le riparazioni. Le fiamme si sviluppano in modo doloso o colposo: nel primo caso è volontario, nel secondo per imprudenza. Il numero dei primi è superiore a quelli colposi in genere, ma il dato cambia a seconda delle stagioni. L’incendio è un fenomeno socio-economico che assume caratteri specifici a livello locale, come nel caso di chi brucia la terra per rinnovare i pascoli. Poi ci sono agli interessi della malavita. In molti casi si tratta di cooperative criminali senza una struttura, che mirano a conseguire obiettivi a breve termine. È il caso dei roghi di Castel Fusano, a Ostia.

Con la soppressione del Corpo forestale dello Stato si provveda a organizzare i sistemi regionali di antincendio al fine di garantire adeguati livelli di risposta Paolo Gentiloni primo ministro

Il sud è più colpito in estate In inverno si sviluppano i roghi lungo l’arco alpino Il caso dell’anno a Latina Gli incendi nascono dal mancato rispetto IL BUSINESS DEL FUOCO. “Dietro a molti incendi ci sono sicuramente le mani della criminalità delle regole. Quelli dolosi organizzata”, denuncia il giornalista antimafia Paolo Borrometi. L’incendio come strumento di si sviluppano ai confini controllo del controllo del territorio, per intimidire e ricattare: “O paghi l’organizzazione criminale della città. Nei boschi oppure arrivano le fiamme e ti bloccano le concessioni edilizie”. Lo stabilisce la legge quadro sugli la casualità è minore incendi 353 del 2000. Le mafie puntano anche sui finanziamenti europei legati agli appalti per i lae di fronte a tanti roghi vori nei parchi naturali. Lo hanno fatto capire al presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, sparandogli sull’auto per aver definito il protoci può essere una strategia collo, divenuto legge, contro le ‘aziende sporche’.

Le mafie – precisa Borrometi – “non sono più una prerogativa del Sud. Le pratiche utilizzate si spostano con le consorterie criminali mafiose. Ma al nord non c’è la stessa comprensione del fenomeno”. “È necessario inasprire le pene per i piromani, rivedere il sistema di prevenzione e multare le Regioni inadempienti” dice Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi. “Occorre la collaborazione della cittadinanza, oltre che la responsabilità dello Stato” sottolinea Borrometi.

Domenico De Vita dirigente dei Vigili del fuoco

Il Sud soffre ma il Nord apra gli occhi L’intervista / Paolo Borrometi

“Lemafiedeiroghiusanogliincendi come strumentiperilcontrollodelterritorio” Quando a metà luglio era scoppiata una serie di roghi intorno al Vesuvio, in molti avevano pensato a uno zampino della criminalità organizzata. Paolo Borrometi, giornalista di Agi, non si stupisce. Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica italiana nel 2017 e medaglia d’oro di benemerenza della Regione Siciliana nel 2015, vive sotto scorta dal 2014 dopo le aggressione ricevute. Il direttore di laspia.it spiega come le fiamme vengono utilizzate dalla criminalità come uno strumento. Perché gli incendi sono triplicati? «Partiamo dalla Sicilia. Io condivido le considerazioni fatte più volte quest’anno dal presidente del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. Dietro quegli incendi, soprattutto nel sud Italia, ci sono sicuramente le mani della crimiavviene Questo organizzata. nalità innanzitutto per una ragione di controllo del territorio, perché laddove non possono arrivare in altri modi, per intimorire bruciano boschi e terreni. E quando vanno in fumo terre che potrebbero essere destinate all’edilizia, la loro destinazione d’uso resta bloccata per 15 anni». Il “Protocollo Antoci” di recente è divenuto legge dello Stato. Ce ne parla? «In Sicilia è stato molto importante perché con quel protocollo è stato bloccato il giochino dei finanziamenti europei che le organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno compreso potesse essere un volano economico». Quali sono le cause per cui il Sud detiene il triste primato dei roghi boschivi? «Sono molti i fattori. Ad esempio i piromani, ci mancherebbe altro. Ma al Sud c’è il fenomeno dei vigili del fuoco volontari. Abbiamo visto ad esempio in un’operazione delle forze dell’ordine nella provincia di Ragusa come

fossero spesso loro ad appiccare gli incendi perché ce n’erano più guadagnavano. A questi dobbiamo aggiungere i tanti forestali che per vendicarsi di aver perso il posto o per far comprendere come siano necessari, in alcuni casi hanno appiccato loro le fiamme. Ovviamente mai generalizzare». Ci parli del business italiano delle mafie con il fuoco. «Io penso che le organizzazioni criminali di stampo mafioso non siano più una prerogativa del sud ma si siano spostate abbondantemente al nord Italia. Ritengo che le pratiche mafiose si spostino con le consorterie criminali, quindi sono assolutamente convinto che le stesse siano utilizzate anche al Nord. Qui però non c’è la stessa comprensione del fenomeno da parte delle forze dell’ordine, ma soprattutto da parte dell’opinione Pubblica. È chiaro che diventa ancora più complesso parlare di questo fenomeno in territori laddove ancora si continua a negare la presenza della mafia. Come si fa a dire che un incendio è stato provocato dalla criminalità organizzata se si nega l’idea che le mafie siano arrivate in quel territorio». Che ruolo può giocare l’educazione civica? «Noi per troppo tempo abbiamo pensato che la lotta alle criminalità organizzate, alle illegalità e alla corruzione, che sono dilaganti nel nostro Paese, la dovessero fare solo gli inquirenti, la magistratura e le forze dell’ordine. Invece penso che questa lotta deve essere praticata nella quotidianità del proprio impegno da qualsiasi tipo di cittadino. Io Spesso ho visto cittadini che vedevano sviluppare un incendio e non chiamavano le forze dell’ordine e non denunciavano, con la scusa, tutta siciliana, del mi faccio i fatti miei. Invece così non deve essere».


Sport

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LEGAMENTI DI CRISTALLO

La Uefa redige ogni anno un report sugli infortuni: molti avvengono nel corso degli allenamenti

Serie A, incubo crociati Il calcio scopre la sua malattia professionale

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di CARMELO LEO e ANTONIO SCALI

odici giornate, sette lesioni al legamento crociato anteriore. La Serie A dovrà fare a meno per gran parte del campionato di Milik (Napoli), Conti (Milan), Tumminello (Crotone), Letschert (Sassuolo) e Vanheusden (Inter), Ghoulam (Napoli) e Karsdorp (Roma). Contando anche gli infortunati dallo scorso anno, 11 squadre su 20 presentano un caso di un calciatore con il crociato rotto. L’impressione è che questo tipo di infortunio sia diventato più frequente rispetto al passato e che ciò non sia solo un caso. Soprattutto considerando alcune recenti ricadute: Florenzi e Strootman ne sanno qualcosa, dato che il loro ginocchio ha ceduto per due volte. «Per dire che le lesioni al crociato sono in aumento – spiega Piero Volpi, medico sportivo ex Inter e oggi consulente sanitario per l’Associazione Italiana Cal-

Lo stop è di circa sei mesi Spesso però le società o i calciatori stessi pressano per accorciare i tempi

ciatori (AIC) – bisognerebbe avere una banca dati di cui non disponiamo. Empiricamente ritengo che siamo sui trend degli ultimi anni, anche se il numero rimane elevato rispetto al calcio di 20-30 anni fa». Anche la Uefa, il massimo organismo del calcio europeo, monitora il fenomeno. E dal 2001 stila un report annuale sugli infortuni. Nella scorsa stagione – secondo i dati forniti da 21 squadre partecipanti alla Champions League – se ne sono verificati 795, di cui il 43% in allenamento. In particolare, sono 132 le lesioni ai legamenti, comprese però anche quelle alla caviglia. I tempi di recupero. La rottura del crociato prevede una lunga riabilitazione. Per questo a volte le società o i calciatori stessi pressano i medici per anticipare i tempi, esponendosi però a ricadute. Prima del ritorno in campo passano in media sei mesi: una brutta tegola per un atleta, ma anche per le squadre costrette a farne a meno. Ne sa qualcosa il Crotone: «Tumminello era l’unico con certe caratteristiche nella nostra rosa – conferma il direttore sportivo Peppe Ursino – e il suo infortunio ci ha un po’ spiazzati». In più, il preparatore addetto al recupero infortuni del club calabrese, Elmiro Trombino, sottolinea che per tornare veramente ai livelli precedenti al trauma «sono necessari dai 12 ai 18 mesi». Se la media per il rientro in campo è di sei mesi, è anche vero che negli anni ci sono stati recuperi record. Su tutti Roberto Baggio: infortunatosi nel gennaio 2002 al crociato del ginocchio sinistro, riuscì a tornare in campo dopo soli 81 giorni. Spinto soprattutto dal sogno di una convocazione ai Mondiali di Corea e Giappone, che tuttavia non arrivò. «Quello di Baggio fu un caso eccezionale – dichiara il dottor Volpi – che non può essere preso in considerazione». Gli fa eco Trombino: «Era un altro calcio, meno veloce e fisico e Baggio era un attaccante senza compiti difensivi. Oggi sarebbe impensabile». Un altro recupero lampo è stato quello di Cristiano Lucarelli, che nel settembre 2010, quando era al Napoli, rimediò una lesione al crociato: tornò in campo dopo soli quattro mesi. All’opposto, nel 2014 per lo stesso infortunio Strootman rimase ai box 8 mesi. Non solo sfortuna. Può capitare che la rottura del crociato avvenga per un contrasto o un movimento innaturale. Ma spesso l’infortunio ha cause ben precise: «Il calcio professionistico – sottolinea Volpi – risente

Mattia Perin, portiere del Genoa, si rompe il crociato per la seconda volta, 8 gennaio 2017

Ghoulam e Karsdorp sono solo gli ultimi in ordine di tempo Sono sette le lesioni al ginocchio nel massimo campionato di quest’anno

di due fattori: la frequenza delle partite e l’intensità degli allenamenti. Gli infortuni sono una conseguenza». Complici anche i diritti televisivi, tra campionato e coppe si gioca quasi ogni tre giorni. Ma secondo il presidente dell’AIC, Damiano Tommasi, il punto è un altro: «Più che le troppe partite, il problema sono i pochi allenamenti tra una e l’altra. Le tante competizioni portano i giocatori a essere continuamente in viaggio, sacrificando la qualità della preparazione». Il preparatore Trombino punta invece il dito sul precampionato: «È sbagliato caricare troppo durante la preparazione estiva: dovrebbe essere ormai superata l’idea che in estate si immagazzina “la benzina” per tutta la stagione». «Le società – sottolinea Tommasi – scelgono durante il precampionato di giocare amichevoli in giro per il mondo per interessi economici, sacrificando così la qualità della preparazione». Come si interviene. Negli anni la tecnica di ricostruzione del crociato si è evoluta. Esistono tre tipologie di intervento, a seconda che il tendine usato per sostituire il legamento venga prelevato dal paziente

Una classifica dei tempi di recupero negli ultimi anni

stesso (trapianto autologo) o da un donatore esterno (allograft). «Se si tratta di un ginocchio alla prima lesione – afferma il dottor Volpi – l’autologo, che nella maggior parte dei casi si realizza asportando parte del tendine rotuleo o di quelli gracile e semitendinoso, assorbe il 95% delle scelte dei chirurghi mondiali». Ciascuna tecnica ha pro e contro: ogni specialista sceglie quale applicare in base alle proprie convinzioni e al tipo di paziente. Calciatori e allenatori più volte si sono espressi a favore di una riduzione delle partite come strumento di prevenzione: «L’AIC – ricorda il presidente Tommasi – da tempo propone di anticipare l’inizio del campionato per diluire gli impegni nell’arco della stagione». Il tema degli infortuni e delle ricadute è molto caldo: le federazioni si stanno attrezzando per reagire ai cambiamenti del calcio moderno. Basti pensare che nella Liga spagnola non esiste preparazione atletica precampionato. Più che le riabilitazioni frettolose sono quindi le troppe partite e i carichi di lavoro eccessivi a mettere il calcio in ginocchio.


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Alessandro Florenzi in barella dopo l’infortunio del 26 ottobre 2016

L’INTERVISTA/1

L’INTERVISTA/2

Il presidente dell’Assocalciatori (AIC) “Tante gare, atleti sempre in viaggio”

Piero Volpi ex Inter, a Lumsanews “Conta anche la preparazione eccessiva”

Calcio e lesioni ai crociati Damiano Tommasi “Non si ha il tempo per allenarsi correttamente”

La rottura del legamento crociato è l’infortunio peggiore per un calciatore professionista, costretto a stare fuori dal campo circa sei mesi. Considerando soltanto la Serie A, ci sono stati sette casi in appena dodici giornate di campionato: un dato significativo, che non può essere spiegato soltanto con la sfortuna. Ma i calciatori sono davvero tutelati, visto anche i recentissimi casi di Ghoulam del Napoli e di Karsdorp della Roma? Ne abbiamo parlato con Damiano Tommasi, ex centrocampista della Roma e della Nazionale e attuale presidente dell’Associazione Italiana Calciatori (AIC). Presidente Tommasi, si può parlare di una gestione scorretta degli infortuni, visti i numerosi casi di ricadute? «C’è sempre stata una certa tendenza ad accelerare il rientro: è una richiesta che proviene dalle società, dagli allenatori e dai calciatori stessi, soprattutto quando ad essere infortunato è un giocatore decisivo per la squadra. Questa prassi però può facilitare le ricadute, nonostante i progressi compiuti in campo medico per quanto riguarda l’intervento al crociato e la successiva riabilitazione». Una causa d’infortunio può essere l’alto numero di partite che i calciatori sono chiamati a disputare nel corso della stagione? In tal senso sarebbe utile ridurre il numero di squadre in Serie A? «Il problema non è tanto il numero delle squadre e delle partite, ma la mancanza di allenamenti. Le tante competizioni da disputare portano i giocatori a essere continuamente in viaggio, c’è sempre un pre e un post partita da gestire. Le società, soprattutto durante il precampionato, scelgono di giocare amichevoli in giro per il mondo per interessi economici, sacrificando così la qualità della preparazione. Servirebbe maggiore lungimiranza: noi come AIC da tempo proponiamo di anticipare l’inizio del campionato per diluire meglio gli impegni nell’arco della stagione. In Olanda o Inghilterra, per esempio, si comincia a giocare già l’11 agosto». Come andrebbe migliorata la preparazione atletica? «Innanzitutto bisognerebbe avere il tempo di farla. Nelle tournée internazionali estive, se vuoi avere visibilità, non puoi far giocare calciatori di terza fascia: il rischio così è di usurare i giocatori più importanti e

di non poterli utilizzare quando le partite contano davvero, perché – non essendo ben allenati – sono soggetti a infortuni. Un altro tema è quello dei trasferimenti, dato che un giocatore in procinto di cambiare squadra non si allena più con il gruppo e quindi inizia troppo tardi la preparazione. Credo quindi che il punto sia – più che le troppe partite disputate – i pochi allenamenti che si riescono a fare».

Da tempo proponiamo di anticipare l’inizio del campionato per diluire meglio gli impegni

Infortuni al ginocchio il medico sportivo “Le tre tecniche operatorie in base al tipo di paziente”

Un inizio di stagione caratterizzato da tante lesioni ai crociati. Piero Volpi è un medico sportivo, responsabile dell’area medica dell’Inter tra il 1995 e il 2000 e poi nel 2014/2015. Oggi è consulente sanitario per l’Assocalciatori. Ai microfoni di Lumsanews, cerca di mettere ordine sulle cause di tali infortuni e su come viene ricostruito il legamento rotto. Dodici giornate e già sette crociati saltati. Sono aumentati gli infortuni di questo tipo? «Bisognerebbe avere una banca dati. In modo empirico, ritengo che siamo sui soliti trend, anche se da anni c’è stato un aumento dell’incidenza di traumi muscolari e articolari. In campo ortopedico il crociato è il sesto o settimo intervento chirurgico più diffuso». Quindi un aumento c’è stato. «Rispetto a tanti anni fa, sì. Il calcio professionistico di oggi risente delle troppe partite e dell’intensità degli allenamenti. È un calcio più veloce e fisico». Come si opera un crociato? «Esistono tre diversi tipi di ricostruzione: l’autologa, in cui viene prelevato un tendine dallo stesso paziente e inserito al posto del legamento, l’allograft, che prevede un donatore esterno (spesso un cadavere), o l’artificiale, che consiste in un legamento ricostruito con materiale sintetico. In tutto il mondo, il 95% degli interventi su un ginocchio alla prima lesione viene svolto con l’autologo. All’interno di questa metodica, si possono scegliere diversi tipi di tendine: il rotuleo, il gracile e il semitendinoso insieme, o il quadricipitale, poco usato». Quali sono i pro e i contro di ciascuna tecnica? «Il rotuleo comporta complicanze in termini di dolore o di tendinite; l’uso del semitendinoso e del gracile comporta la perdita di due flessori importanti nella pratica sportiva. Qualcosa si perde sempre. Ogni chirurgo poi ha le sue convinzioni: io scelgo il rotuleo quando devo operare un professionista, perché dà maggiori garanzie. Uso invece i semitendini per le donne o per chi pratica sport basati sul salto, come il basket o la pallavolo». Può capitare che la pressione della società o del ciatore porti a riabilitazioni troppo veloci? «È chiaro che oggi le società e gli staff chiedono recuperi accelerati. Ma sono persone competenti che, tranne in casi eccezionali, non creano situazioni di

esasperazione. Anche tra i calciatori c’è chi ha un po’ più di pazienza e chi vuole recuperare prima». Baggio nel 2002 recuperò da una lesione al crociato in soli 81 giorni per essere arruolabile per il Mondiale. «Il suo fu un caso eccezionale. In tutto il mondo i tempi di recupero per una ricostruzione del crociato si attestano sempre attorno ai sei mesi, che possono poi diventare cinque e mezzo o sei e mezzo».

Il calcio professionistico di oggi risente delle troppe partite e dell’intensità degli allenamenti


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Reportage tra le montagne della Bolivia, dove il comandante ha passato gli ultimi momenti di vita

A

di CHRISTIAN DALENZ

rrivare a Vallegrande, in Bolivia, non è il viaggio più agevole del mondo. Dall’aeroporto di Santa Cruz de la Sierra, capitale del dipartimento di Santa Cruz, si deve prendere un “micro” (così chiamano qui i van a 8 posti) che passando per strade polverose impiega quattro ore per arrivare in questa cittadina. Ernesto Guevara De La Serna detto “Che” aveva scelto come scenario per la sua ultima guerriglia le montagne di questa provincia della Bolivia. Pensava a questo Paese come una base per estendere la rivoluzione comunista a tutto il continente latinoamericano. Ma la sua avventura fu spenta dall’esercito boliviano, addestrato dalla Cia per fare fuori lui e i suoi compagni. È in una lavanderia dell’ospedale Señor de Malta di Vallegrande che il Comandante fu visto per l’ultima volta. Morto. Il suo cadavere veniva mostrato al mondo per far vedere che l’insurrezione era fallita. Era il 10 ottobre 1967, il giorno successivo all’uccisione. Siamo qui con Gonzalo, la guida turistica del comune di Vallegrande. Gonzalo prima faceva il muratore. Col tempo conobbe persone che avevano avuto a che fare con Guevara, in particolare ufficiali cubani che vennero a visitare i luoghi dove il Comandante aveva conosciuto la sua fine. “Se il Che avesse vinto, oggi voi avreste molte più possibilità di lavoro”, gli dicevano. E così si è interessato sempre più alla sua storia. Racconta la storia del giorno in cui il corpo di Guevara fu esposto. Il luogo in cui il Che fu sepolto dall’esercito boliviano si trova sempre qui a Vallegrande. Gonzalo ci accompagna sul posto. Arriviamo al Centro Culturale Ernesto Che Guevara dopo pochi minuti di macchina dall’ospedale. Accanto all’ingresso, il manifesto della campagna Evo Cumple, che certifica il finanziamento governativo del progetto. Non c’è quasi nessuno, solo noi pochi visitatori portati da Gonzalo. Qui dentro vedremo il museo e il mausoleo dedicati al Comandante. Intorno a noi c’è principalmente campagna e qualche edificio.Entriamo nel museo. Qui dentro ci

Nei luoghi della morte del Che

Busto dedicato al Che nella città di La Higuera sono pannelli che raccontano l’avventura del Che e dei suoi compagni. Le fotografie vanno anche oltre: ne troviamo sia di risalenti a quei giorni sia alcune scattate nei giorni del ritrovamento del cadavere.. Poco oltre, il luogo in cui Guevara fu sepolto per la prima volta. Gonzalo illustra particolari precisi. Qui c’era la pista di atterraggio di Vallegrande, ora spostata un po’ più avanti. Proprio qui sotto Che Guevara era stato seppellito. E oggi proprio in quel punto si erge questo mausoleo. Tutto intorno ad esso, una serie di ricordi di ufficiali cubani e di altri governi, tra cui quello dell’ex Presidente dell’Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner. Dentro, tantissime foto provenienti da varie fasi della vita di Guevara: l’infanzia, il periodo in Messico dove conobbe i Castro, la Rivoluzione Cubana, i preparativi per il viaggio in Bolivia. In fondo, un enorme mosaico contenente tutti i nomi dei partecipanti alla guerriglia, con riportata una frase di Fidel ripresa dall’introduzione

al Diario del Che in Bolivia. Al centro, lapidi che ricordano i cadaveri ritrovati qui. Ci è voluto molto tempo perché questo luogo fosse in qualche modo santificato. Le resistenze politiche sono state molte prima che si riuscisse a costruire un museo e un mausoleo proprio dove il Che fu ritrovato nel 1997. Vallegrande è infatti storicamente una cittadina governata dalle destre. Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, è di sinistra ed è al potere dal 2006; ma prima del 2016 il governo non è riuscito a fare aprire queste nuove strutture. E’ un po’ più lontano da Vallegrande che si possono conoscere i posti dove trascorse gli ultimi momenti in vita del Che. Tre ore di macchina tra le montagne, sempre guidati da Gonzalo, e arriviamo a La Higuera. Un centro piccolo, abitato principalmente da contadini e dai loro animali. Eppure un posto toccato in maniera così profonda dalla Storia. Il Che fu imprigionato nella scuola del villaggio dopo la cattura.

Oggi ne hanno fatto un museo. Ci viene aperto da una signora che ci vive accanto e che ne possiede le chiavi. Anche qui i pannelli raccontano l’avventura della guerriglia. Le dediche lasciate sui muri sono tante, alcune anche in italiano. Nella strada che porta alla piazza, c’è la Casa del Telegrafista. Una volta era l’unico posto attraverso il quale il villaggio riusciva a comunicare con il mondo. Oggi gli edifici sono stati rivelati da un fotografo francese, Juan Lebras, che ne ha fatto un ostello. Vista l’arretratezza della connessione internet che c’è a La Higuera, secondo Lebras era quasi meglio tenersi un telegrafo. Poco più avanti, c’è la piazza principale. Troneggia un enorme busto del Comandante. “Il tuo esempio illumina una nuova alba”, è la scritta che vi si può leggere appena sotto. Una nuova alba che ha colpito e diviso negli ultimi cinquanta anni milioni di persone.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA

Direttore responsabile Carlo Chianura

Direttore scientifico Emilio Carelli

Redazione

Giordano Contu, Christian Dalenz, Valerio del Conte, Alessio Foderi, Carmelo Leo, Rossella Melchionna, Antonio Scali, Giulia Turco

La scuola dove fu ucciso. Oggi museo

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


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