Skip to main content

Lumsanews n. 7 del 15 novembre 2023

Page 1

PERIODICO NUMERO VII 15/11/2023

Kennedy 60 La fragilità del sogno americano

il protagonista

La Nuova Frontiera

l’economia

la comunicazione

Un nuovo programma il rilancio dell’economia e della difesa nazionale, per fornire aiuti internazionali e promuovere i programmi di esplorazione spaziale

Un nuovo fenomeno mediatico dal fascino moderno. L’importanza della televisione per innalzare il suo successo e la sua ars oratoria

l’attentato

le tragedie

La marea kennediana L’uomo del dialogo La Guerra fredda di RAFFAELE ROSSI

IL DISCORSO D’INSEDIAMENTO NEL 1961 Il discorso in cui pronunciò la celebre frase: “Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”. Foto: Record Group 111, Records of the Office of the Chief Signal Officer (111-SC-578830), Public domain, via Wikimedia Commons.

Il presidente della Nuova Frontiera, della sfida della modernità, del coinvolgimento dei cittadini in una visione partecipata del futuro. Lo sguardo rivoluzionario gli permise di passare alla storia come il primo vero presidente del Ventesimo secolo. Ma oltre la leggenda, chi era davvero JFK?

di MARIA SOLE BETTI

ALLE PAGINE 2 e 3

la politica estera

A PAGINA 6

di SOFIA ZUPPA

A PAGINA 7

Quel giorno a Dallas Un cognome segnato

Il suono forte di un colpo di fucile. Un secondo sparo genera un rumore sordo. Il terzo colpo è quello fatale. La morte e gli infiniti segreti dietro l’omicidio di JFK

Una famiglia potente segnata da vite sregolate e da una scia di morte, di dolore e di segreti. Colpevoli forse di una hybris troppo sfrenata?

la vita privata

la first lady

Un protagonista dalle mille sfaccettature. Una vita privata segnata da fascino, belle donne e amicizie storiche. Cosa c’era dietro al mito

Un tailleur rosa Chanel macchiato del sangue dell’omicidio di suo marito. Ma chi era veramente la prima donna americana della storia?

di LORENZO SIVILLI

Vizi e virtù

A PAGINA 8

di BEATRICE D’ASCENZI

A PAGINA 10

di MARTINA VIVANI

A PAGINA 9

La Ginevra triste

di DONATELLA ROSETTI

A PAGINA 11

LA DISTENSIONE TRA USA E URSS Il segretario generale sovietico Chruš ëv e il presidente statunitense Kennedy a Vienna nel 1961. Foto: Work of the United States Federal Government, Public domain, via Wikimedia Commons

Nonostante una distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il presidente statunitense dal momento del suo insediamento dovette affrontare alcune grandi sfide: il fallito sbarco americano alla Baia dei Porci, la successiva crisi dei missili di Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, l’americanizzazione del conflitto in Vietnam.

di VERONICA STIGLIANI

ALLE PAGINE 4 e 5


il protagonista

John Fitzgerald Kennedy

PAGINA 2

Sessant’anni fa, il 22 novembre 1963, l’assassinio a Dallas del 35° presidente degli Stati Uniti. Un venerdì che segnò per sempre l’America e il mondo Ma ancora di più la memoria collettiva e l’immaginario di milioni di persone

Cosa resta dell’uomo della Nuova Frontiera

“D

ov'eri quando hai saputo che avevano sparato a John Fitzgerald Kennedy?”. Gli americani, e non solo loro, se lo sono chiesto negli ultimi sessant’anni, quanti ne sono trascorsi dall’assassinio del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma anche per i posteri meno anziani e per tanti giovani delle ultime generazioni Kennedy rappresenta un sogno infranto, il mistero su un’America che avrebbe potuto essere diversa. Accadde tutto in una giornata di sole il 22 novembre 1963 nel centro di Dallas, in Texas. Un venerdì rimasto impresso per sempre nella memoria d’America, al pari dell’11 settembre 2001. Una tragedia che raggelò i cittadini statunitensi e quella parte di mondo che, dall’altra parte dell'oceano, lo aveva visto come il campione dell’Occidente. Non serve essere americani per riconoscere in Kennedy lo spirito del tempo. Anni fatti di speranze e illusioni, di scommesse e sfide, di cui JFK incarnava le migliori qualità. Giovane, ricco, bello, amato, aperto al cambiamento. Lo stesso sguardo rivoluzionario e entusiasta che gli permise di passare alla storia come il primo vero presidente del Ventesimo secolo. Ma anche di diventare uno se non il martire degli Stati Uniti ed essere elevato a santo laico degli anni Sessanta. Già, perché non c’è stato da allora nessun altro leader al mondo in grado di conquistare una popolarità così grande come quella di John Kennedy dopo la morte. Decine tra libri, film, memoriali, vie, piazze. Un mito intramontabile per spinta politica, appeal e carisma, che ancora oggi, a distanza di sessant’anni, continua ad alimentare teorie e a suscitare dibattito. Kennedy fu il primo presidente cattolico degli Stati Uniti d’America, nonché il presidente più giovane della storia del Paese. Ma fu soprattutto il presidente della Nuova Frontiera, della sfida della modernità, del coinvolgimento dei cittadini in una visione partecipata del futuro. “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Queste parole del discorso inaugurale per la

di MARIA SOLE BETTI

ICONA DI STILE

IL MARCHIO KENNEDY Rampollo di una delle dinastie più importanti d’America, campione di etichetta e di eleganza. Un determinato capo di Stato nei suoi abiti su misura di Brooks Brothers, che fece del potere carismatico la chiave del suo successo. Un fascino che JFK utilizzerà sia nel privato che nella sfera pubblica durante tutta la sua fulminea ascesa politica, suscitando simpatia, vicinanza e empatia nei propri elettori. Ha saputo sedurre il mondo dello spettacolo grazie alla sua amicizia con Frank Sinatra e quello della criminalità con il presunto legame con Sam Giancana, boss della malavita di Chicago. Ma seppe anche preservare l'immagine di padre di famiglia nonostante le sue numerose avventure tra cui quella con Marylin Monroe

presidenza nel 1961 racchiudono meglio di tutte la filosofia kennediana. Un uomo passato alla storia per l’“Ich bin berliner”, il memorabile discorso sulla libertà pronunciato davanti al Muro di Berlino dove era andato in visita tre mesi prima della sua scomparsa. E per aver regalato al mondo la speranza di andare sulla Luna, incarnando un messaggio di benessere e speranza. Eppure Mr. President fu anche un personaggio controverso, un donnaiolo in presunti rapporti con la mafia, capace di farsi strada nel cuore di una delle crisi più gravi di sempre - i famosi 13 giorni di Cuba e il confronto con Nikita Krusciov - e di sfiorare, non per una ma per ben due volte, una terza Guerra mondiale. Oltre la leggenda, dunque, chi era davvero John Fitzgerald Kennedy? Nato a Brookline, nel Massachusetts, il 29 maggio 1917, John discendeva da una ricca famiglia di origini irlandesi emigrata nel secolo precedente in America, dove aveva avuto successo negli affari e nella politica. Fu proprio la fortuna familiare, oltre che gli appoggi politici - la madre era figlia dell’ex sindaco di Boston e il padre, il senatore Joseph Kennedy, un ricco uomo d'affari ed ex ambasciatore in Gran Bretagna durante la seconda Guerra mondiale - a fare da trampolino di lancio a Jack, come in molti lo chiamavano affettuosamente, e a condurlo a occupare la poltrona presidenziale a 43 anni. Secondo di nove figli, crebbe con un’educazione fortemente cattolica, conservatrice per certi versi. Un cammino rafforzato in scuole e istituzioni accademiche prestigiose, come il collegio maschile Choate, le università di Harvard e Princeton, la London School of Economics. Una formazione che ritornerà in seguito anche in politica, campo a cui si affacciò ben presto. Ben prima della svolta pubblica, Kennedy fu ufficiale, giornalista e scrittore. Nonostante i problemi di salute che sin da bambino lo tormentavano, John decise di arruolarsi comunque nella Marina militare e di partecipare alla seconda Guerra mondiale. In-

FINE SETTIMANA NEL PORTO DI HYANNIS Il Presidente John F. Kennedy fuma un sigaro a Hyannis, Mass Foto: Public Domain | Cecil Stoughton. White House Photograp

viato nel Sud Pacifico come comandante di una motovedetta PT-109, tornò a casa come eroe dopo aver condotto in salvo parte dell'equipaggio di un’imbarcazione americana affondata dai giapponesi. È qui che nasce la leggenda dell'uomo coraggioso disposto a combattere per la libertà anche a sprezzo della propria vita. Ed è forse anche per questo che, una volta abbandonata la Marina e ottenuto il congedo, il nome di Kennedy non verrà più associato né al discusso padre né al popolare fratello caduto in guerra, Joseph Jr.. Il giovane John divenne in breve tempo una piccola celebrità. La fama aumentò alla fine della guerra grazie all'interessamento di un caro amico del padre, William Randolph Hearst, editore e imprenditore che gli aveva trovato un posto come corrispondente per il proprio quotidiano. Cominciò di qui una nuova carriera di JFK, quella da giornalista. Una carriera che non sarà molto lunga - circa un paio di anni - ma che gli permetterà qualche anno più tardi, nel 1957, di aggiudicarsi il prestigioso premio Pulitzer con “Ritratti del coraggio”, una raccolta di otto saggi dedicati a otto senatori diversi accomunati dall’aver posto al di sopra di ogni altra istanza l’avvenire degli Stati Uniti. La leva militare, l’esperienza all’Hearst Newspaper, i saggi di successo. Fu anche questo a rafforzare l’immagine pubblica del giovane e a gettare le basi per la sua carriera politica, costruita su una strada già spianata dalla famiglia. Lo sbarco nella res publica avvenne nel 1947, con l’elezione alla Camera dei rappresentanti tra le fila dei democratici su spinta del padre. Quando il deputato James M. Curley lasciò il suo posto per l’undicesimo distretto elettorale del Massachusetts, fu proprio il patriarca Joe a stimolare il figlio a prendersi quel seggio. E fu esattamente ciò che avvenne, visto che JFK riuscì a battere il rivale repubblicano con ampio margine. Furono però gli anni Cinquanta a suggellare l’ascesa politica. Nel 1952, appena trentacinquenne, JFK venne eletto al Congresso degli Stati Uniti, passando

IL GIURAMENTO DEL Il presidente Lyndon B. giuramento sull’Air Forc l’assassinio di JFK | Pub Stoughton. White House Museum


LUMSAnews

LA GIOVENTÙ

sachussets, l’11 maggio 1963 seguito dalla guardia del corpo e da un fotografo phs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

SUCCESSORE Johnson presta e One dopo blic Domain| Cecil e Photographs and

dalla Camera dei rappresentanti al Senato. Un ingresso, quello a Capitol Hill, seguito da un altro passo importante: le nozze con la ventiquattrenne Jacqueline Lee Bouvier. Una scrittrice del Washington Times-Herald - ben presto ribattezzata Jackie Kennedy - che diventerà una delle più ammirate First lady americane. Al punto da influenzare con la sua eleganza tanto i costumi quanto l’immaginario collettivo. Un idillio coronato da una crescente popolarità, culminata nella candidatura alla vice-presidenza nel 1956. Impegni e progetti di legge a poco a poco portarono il giovane senatore a farsi conoscere e apprezzare sempre di più tra i Democrat, che quattro anni più tardi gli dettero fiducia, scegliendolo come il candidato su cui puntare per le elezioni presidenziali. Sì, perché nel 1960 quel quarantenne cattolico malvisto dai Wasp (White anglo-saxon protestant) ed espressione di una dinastia potente e chiacchierata riuscì a imporsi alla Casa Bianca. Una vittoria inaspettata con 303 voti dei grandi elettori contro i 219 di Nixon, che darà inizio a quella che diventerà una presidenza iconica. Sin dall’avvio della campagna presidenziale, JFK aveva potuto contare sulla numerosa e potente famiglia, la prima a intuire l'enorme potere che già in quegli anni stava assumendo il mezzo televisivo oltre che la stampa. Agli americani, e al mondo intero, venne così presentato un giovane “profeta” attraente e appetibile, con un passato eroico da soldato ma l’aspetto da bravo ragazzo tutto casa e famiglia. Per la costruzione della “macchina Kennedy” il clan familiare non era però abbastanza. Al servizio di John lavorarono per mesi centinaia di manager elettorali, esperti di sondaggi sull'opinione pubblica e persuasori occulti. Uno dei più brillanti brain trust che un politico americano sia mai riuscito a mettere insieme, ma anche una delle candidature più dispendiose di sempre in termini di mezzi economici. È in questo modo che il “giovane arrampicatore” come fu definito all’epoca dallo scrittore Mauro Ca-

EROE O ANTIMITO

CHOMSKY vs SCHLESINGER Si è molto parlato del fatto che Kennedy fosse un eroe per alcuni e un antimito per altri. E chi meglio di chi lo conobbe da vicino poteva spiegarlo se non Arthur Schlesinger Jr, suo ex assistente speciale, e Noam Chomsky, che proprio alla vita Kennedy dedicò un’approfondita analisi in “Alla corte di re Artù. Il mito Kennedy”. Da un lato il Kennedy che portò una ventata di cambiamento in una società conservatrice come quella americana di allora, ma che morì troppo presto per portare a termine il suo disegno di Stati Uniti traino del Mondo. Dall’altro quello che per incoscienza spinse gli Usa verso quell'inferno che fu stata la guerra del Vietnam. Chomsky ricorda bene che l'intervento vero e proprio di Washington avvenne con Johnson un anno circa dopo la morte di Kennedy

PAGINA 3

LA GUERRA

La famiglia Kennedy a Hyannis Port, il 4 settembre 1931| Public Domain | Fotografia di Richard Sears conservata presso la John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

JFK ritratto nel 1942 in tenuta da tenente prima di essere assegnato al Pacifico meridionale come comandante della torpediniera PT-109 | Public Domain

IL MATRIMONIO

LA PRESIDENZA

Jacqueline Bouvier Kennedy e John F. Kennedy tagliano la torta nuziale durante il ricevimento a Newport il 12 settembre 1953| Public Domain | Toni Frissell. John F. Kennedy Presidential Library

La prima conferenza stampa del Presidente John F. Kennedy il 25 gennaio 1961| Public Domain | Abbie Rowe. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

LO SPAZIO

LA MORTE

JFK osserva una capsula spaziale durante una visita allo McDonnell Aircraft Corporation a St. Louis, Missouri | Public Domain | Robert Knudsen. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

Il presidente con la moglie Jacqueline, il governatore del Texas John Connally e la consorte Nellie Connally, nella limousine presidenziale pochi istanti prima dell'assassinio | Victor Hugo King, Public domain, via Wikimedia Commons

lamandrei su L'Espresso - vinse la sfida contro il leader repubblicano Richard Nixon: attraverso discorsi sapientemente creati a tavolino e scritti in base ai sondaggi popolari e al benestare della sinistra intellettuale americana. Nonché per merito di tantissimi giovani che cercavano in lui qualcosa di nuovo. In pratica grazie alla costruzione del futuro senza la celebrazione del passato e a una ben riuscita operazione di marketing che, tra l’altro, per la prima volta sfruttò sapientemente il mezzo televisivo con una incessante campagna di spot. Ebbene, fu proprio questa la chiave che permise a Kennedy di provare a “rimettere ancora in moto l'America”, così come promesso in uno degli slogan della campagna presidenziale del 1960. Un Paese emozionato e speranzoso che non aspettava altro che essere guidato verso un nuovo mondo. Ma che, dall'insediamento a Washington il 20 gennaio 1961, dovette affrontare più sfide che cambiamenti. Dentro e fuori i confini nazionali. Se è vero che il grande merito di JFK fu quello di aver dato agli americani e al mondo occidentale la speranza della Nuova Frontiera - la stessa di cui gli Stati Uniti sarebbero poi divenuti i protagonisti indiscussi - è altrettanto vero che fu la presidenza Kennedy a dare accelerazione se non inizio alla guerra del Vietnam. Fu sotto Kennedy che si mise in atto la fallimentare spedizione della Baia dei Porci e che si dovette fronteggiare la pericolosa crisi dei missili di Cuba. Può certo definirsi un effetto collaterale della crisi UsaUrss anche la costruzione del Muro di Berlino e la ripresa della corsa agli armamenti. Allo stesso modo, anche il progresso sulla questione razziale e il riconoscimento dei diritti civili per la comunità afroamericana fu per molti versi un processo fittizio e poco convinto. Alla vigilia di Dallas tutta la politica di John Kennedy era in una fase di stallo. Neanche la sua grande dimestichezza con i media sembrava poterlo aiutare. Eppure, tra successi e insuccessi, la sua morte im-

provvisa colpì profondamente tutto il Paese, lasciandolo orfano e trasformando il sogno in una grande illusione. Fu così che un uomo sull'orlo della disfatta politica e con una presidenza caratterizzata da luci e ombre fu improvvisamente idealizzato e il suo operato profondamente rivalutato. Il presidente che aveva scalato la Casa Bianca e ne aveva fatto per poco più di mille giorni il regno di Camelot - come ci si riferisce spesso alla sua amministrazione - fu beatificato. E con JFK tutto ciò che con lui era morto. E se invece John Fitzgerald Kennedy non fosse stato assassinato, che cosa sarebbe accaduto in America e nel mondo? La domanda ha prodotto negli anni una vera e propria letteratura, ma ha lasciato spazio ad altrettanti dubbi su cosa il presidente avrebbe potuto fare se fosse sopravvissuto e il suo mandato terminato il 20 gennaio 1965. Difficile individuare le ragioni del suo successo e i motivi per i quali ancora oggi la sua immagine viva nella mente di milioni di persone. Si potrebbero cercare all’infinito le risposte e immaginare come avrebbe scontato i due incarichi se non fosse morto e avesse vinto le elezioni del 1964 al posto del suo ex vice Lindon Johnson. Ci si potrebbe interrogare su che cosa sarebbe successo con la guerra del Vietnam e quale sarebbe stato il destino del “sottofondo rumoroso” - come scrisse il giornalista Gianni Bisiach - della presidenza Kennedy. Si potrebbe addirittura ipotizzare la fine del matrimonio con Jackie Kennedy per le ennesime scappatelle del marito. Una cosa però è certa: Kennedy fu simbolo della grandezza e, allo stesso tempo, della caducità del potere, e fu la sua fine a trasformarlo in un'icona pop. Un uomo in grado di cambiare per sempre la politica americana grazie a una tragica eredità e alla rivalutazione postuma di una visione della storia. E che in questo modo divenne leggenda seducendo l’immaginario collettivo con la potenza che solo i miti sono in grado di sprigionare.


PAGINA 4

IL DISCORSO DI BERLINO

la politica estera

“ICH BIN EIN BERLINER” Il 26 giugno 1963 Kennedy pronuncia davanti a 250 mila persone il celebre discorso alla Rudolph Wilde Platz. Le sue parole sono un messaggio di solidarietà ai cittadini di Berlino Ovest Public Domain | Robert Knudsen. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

di VERONICA STIGLIANI

F

urono gli anni della coesistenza pacifica con l’Unione Sovietica quelli in cui John Fitzgerald Kennedy occupò la Casa Bianca. Gli anni in cui le due superpotenze avevano scelto di riconoscere la reciproca legittimità e lo status quo in diversi teatri globali, Europa in testa, nel tentativo di scongiurare un confronto diretto. Nei fatti, però, quei tre anni furono i più caldi della Guerra fredda, caratterizzati da alcuni degli episodi più rilevanti del periodo: il fallito sbarco americano alla Baia dei Porci, la successiva crisi dei missili di Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, l’americanizzazione del conflitto in Vietnam. E il rapporto tra Usa e Urss fu competitivo anche nei Paesi in via di sviluppo, dall’America Latina, all’Africa, all’Asia, dove i due blocchi volevano espandere la propria sfera di influenza. La teoria della modernizzazione Mentre la situazione in Europa si era cristallizzata a partire dagli anni Cinquanta, la politica estera di Kennedy si caratterizzò per il tentativo di ribadire la centralità statunitense nel resto del mondo, assicurando una particolare attenzione al problema del sottosviluppo. Per conciliare le due esigenze, l’amministrazione Kennedy costruì il rapporto con le aree sottosviluppate a partire dalla “teoria della modernizzazione”, delineata dal sociologo Walt Rostow (poi scelto come consigliere dal governo) nel testo Gli stadi dello sviluppo economico. L’idea era che gli Stati potessero raggiungere la modernità attraverso diverse fasi, e che il compito degli Usa fosse “indirizzare il percorso verso il modello capitalista e democratico per arginare il pericolo della deviazione verso il comunismo”, spiega a Lumsanews la ricercatrice dell’Università di Roma Tre Alice Ciulla. In America Latina Kennedy lanciò l’Alleanza per il Progresso, un programma di aiuti economici che, nelle parole del presidente, doveva essere “un esempio per tutto il mondo che libertà e progresso vanno a braccetto”. Tra gli obiettivi americani c’era anche quello di migliorare la propria immagine macchiata dall’imperialismo colonialista, per cui Kennedy promosse la formazione dei Peace Corps, giovani volontari da dispiegare nei Paesi sottosviluppati “per aiutare i poveri ad aiutarsi”. Inoltre, sottolinea Ciulla, Washington lanciò “progetti legati alla gestione delle risorse idriche e dell’agricoltura in Medio Oriente e in Indocina”. Il fallimento del Vietnam Ma proprio la gestione del Sud-est asiatico fu una delle questioni più controverse della presidenza J.F.K. Se il presidente aveva capito di dover accettare il neutralismo di alcuni Paesi, come fece con il Laos nel 1962, le sue scelte in Vietnam sono da molti considerate le radici del conflitto che si sviluppò nel decennio successivo. In Vietnam Kennedy “ereditò l’impegno dall’amministrazione Eisenhower e lo interpretò a suo modo”, spiega Ciulla. La teoria della modernizzazione applicata al Paese si tradusse nella creazione di “villaggi strategici” pensati per il benessere dei contadini, che in realtà venivano duramente sfruttati. La retorica di prosperità e sviluppo promossa da sempre da Kennedy svelava le sue contraddizioni, mentre il progetto vietnamita contribuiva “a radicalizzare i cittadini contro il governo” del presidente filo-americano Ngo Dinh Diem, rivelatosi uno spietato dittatore, assassinato in un colpo di Stato nel novembre del 1963. A descrivere la reazione di Kennedy alla notizia fu Arthur Schlesinger: “Senza dubbio si rendeva conto che il Vietnam era il suo grande fallimento in politica estera (...). Quando entrò in carica c’erano in Vietnam 2mila soldati, diventati 16mila durante il suo mandato. (...) Non lo vedevo così depresso dai tempi della Baia dei Porci”. Cuba, la spina nel fianco Era stato il fallito sbarco degli esuli anticastristi a Cuba, organizzato nell’aprile del 1962 da Kennedy per destituire Fidel Castro, a convincerlo a optare per un approccio più morbido verso le regioni sottosviluppate. D’altro canto, era stato lo stesso tentativo di invasione dell’isola a preoccupare tanto Castro quanto l’Urss di Nikita Krusciov. Washington aveva

Negli anni della presidenza di JFK lo scontro bipolare si era spostato fuori dall’Europa, dove Stati Uniti e Russia dovevano proporre nuovi modelli di sviluppo Dall’America Latina al Sud-est asiatico, i successi e i fallimenti della politica estera

Da Cuba a Berlino le sfide globali della coesistenza paci

“

IL VIAGGIO IN EUROP Kennedy al Campidogl John F. Kennedy Presi

Il contesto

Kennedy fu eletto in un contesto in cui la politica estera statunitense era ancora segnata dal confronto bipolare iniziato circa un quindicennio prima. Ma doveva anche rispondere a nuove sfide globali, su tutte il processo di decolonizzazione e la nascita di nuovi Stati

già imposto nel febbraio del 1962 un embargo commerciale su Cuba, che chiedeva l’intervento di Mosca. L’11 settembre del 1962 la Russia inviava un comunicato agli Usa: “Se ci fossero normali relazioni diplomatiche ed economiche tra Cuba e gli Stati Uniti, Cuba non avrebbe bisogno di rafforzare le difese”. Mentre l’America cominciava a sospettare l’invio di missili russi verso l’isola, Mosca avvertiva gli Stati Uniti che avrebbe risposto a un eventuale attacco militare americano. Il mondo guardava con il fiato sospeso alla crisi dei missili: la competizione tra le due superpotenze minacciava di diventare aperto scontro. Forse anche nucleare. Il 14 ottobre gli aerei U-2 americani tornavano dall’isola con le foto che dimostravano la costruzione di siti militari sul territorio. Iniziavano giorni di apprensione dentro gli apparati statunitensi, divisi sul da farsi: attaccare o negoziare. “Non rischieremo prematuramente o inutilmente una guerra nucleare mondiale in cui anche i frutti della vittoria sarebbero cenere nella nostra bocca. Ma nemmeno ci sottrarremo se ce ne fosse bisogno", dichiarò il presidente, che scelse poi il compromesso del blocco navale intorno all’isola per impedire l’arrivo dei missili sovietici. Di tutte le letture della situazione presentate dall'Excom, il gruppo istituito ad hoc per gestire la crisi, Kennedy credette a quella che vedeva la mossa sovietica come “un test alla forza e alla credibilità americana”. Mentre la gestione della crisi dei missili viene ampiamente considerata un successo diplomatico dell'amministrazione Kennedy, che riuscì ef-

fettivamente a evitare lo scontro diretto, è vero anche che Washington tirò la corda, facendone una questione di reputazione. Come spiegò poi il fratello del presidente, Robert Kennedy, “nessuna delle due parti voleva una guerra, ma era possibile che una delle due facesse un passo che, per ragioni di "sicurezza" o di "orgoglio" o di "faccia", avrebbe richiesto una risposta da parte dell'altra”. Fu Krusciov, che non mancava di ricordare alla Casa Bianca la presenza di missili statunitensi in tutta Europa, a proporre a Kennedy - in una delle tante lettere scritte in quei giorni concitati - una metafora della contrapposizione in corso: “Non dovremmo tirare le estremità della corda in cui avete stretto il nodo della guerra, perché più tiriamo, più quel nodo si stringerà. E potrebbe arrivare un momento in cui quel nodo sarà così stretto che nemmeno chi lo ha legato avrà la forza di scioglierlo, e allora sarà necessario tagliarlo”. Alla fine Kennedy accolse l’offerta russa, grazie anche alla mediazione dell’Onu: Cuba non avrebbe ospitato i missili, a condizione che gli Usa assicurassero che non l’avrebbero invasa. In un accordo segreto, poi, Washington accettò di rimuovere i suoi missili da Turchia e Italia. La paura vissuta in quei giorni fu il carburante dei negoziati sulla limitazione dei test nucleari: il 5 agosto 1963 Usa, Urss e Gran Bretagna firmarono il Partial Test Ban Treaty, uno dei maggiori successi diplomatici dell’amministrazione Kennedy. “Ich bin ein Berliner” Quando il 13 agosto 1961 l’Unione Sovietica decise


LUMSAnews

“Così la popstar della politica conquistò l’Italia”

PAGINA 5

L’INTERVISTA

Del Pero: “L’apertura al centro-sinistra strumento del confronto con Mosca”

ifica

PA io con il sindaco di Roma Glauci Della Porta| Public Domain | Robert Knudsen. White House Photographs. dential Library and Museum, Boston

di costruire il Muro di Berlino, per impedire ai tanti tedeschi che scappavano dall’Est della città di raggiungere la parte occidentale, Washington scelse di non intervenire, pur assicurando il fermo sostegno alla Germania Ovest. D’altra parte la costruzione del muro “sollevava” l’amministrazione Kennedy, che poteva escludere un intervento militare russo nella città. Il muro, poi, era “il simbolo tangibile dei limiti del modello socialista”, sottolinea Ciulla. E Kennedy sfruttò l’errore sovietico nel suo viaggio in Europa del 1963, quando giunto a Berlino disse a una folla galvanizzata: “Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino”. Kennedy mostrò la sua vicinanza alla popolazione dichiarando “Ich bin ein Berliner”, io sono un berlinese. Sarà ricordato con questa espressione uno dei discorsi più celebri del presidente. Il suo tour europeo - che voleva mostrare la vicinanza degli Stati Uniti alla popolazione - continuò in Irlanda e Regno Unito per concludersi in Italia. A Roma fu accolto dal primo ministro Giovanni Leone e dal presidente della Repubblica Antonio Segni, che prima della visita aveva scritto a Kennedy che “agli storici legami” tra Usa e Italia si aggiungeva “un’alleanza senza precedenti nella storia". Al Vaticano J.F.K incontrò Papa Paolo VI, eletto il 21 giugno, e si recò poi a Napoli, dove insieme alle figure istituzionali fu accolto da una folla entusiasta. Lasciando il Paese il presidente promise: “L’unica scusa per la brevità del mio soggiorno è la certezza del mio ritorno”. Non ne ebbe il tempo.

LA CRISI DEI MISSILI

L’INCONTRO CON GROMYKO Il 18 ottobre 1962, in piena crisi dei missili di Cuba, Kennedy incontra il ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica Andrei Gromyko nello Studio Ovale della Casa Bianca | Public Domain | Public Domain | Abbie Rowe. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

In visita in Italia l’1 e il 2 luglio 1963, Kennedy fu accolto trionfalmente a Roma e Napoli. In piena Guerra fredda, la sua amministrazione si differenziò dalle precedenti anche nei rapporti con l’Italia. Mario Del Pero, professore a SciencesPo di Parigi e specializzato in storia degli Stati Uniti, racconta a Lumsanews le priorità della presidenza Kennedy, l’approccio nei confronti dell’Italia all’interno del contesto europeo, i rapporti di Washington con il Vaticano. A cosa si deve la popolarità di Kennedy in Italia? “Già prima della sua morte Kennedy era una sorta di popstar della politica globale, giovane, affascinante, inserito dentro lo star system dell’epoca. Era magnetico, il primo politico pienamente televisivo. E portò in Italia l’America dei consumi di massa, del cinema, incarnando il mito americano. Inoltre, modificò i codici comunicativi, parlando il linguaggio del riformismo e dello sviluppo. Era meno anticomunista di Eisenhower e Nixon e per questo piaceva anche all’Italia non comunista ma di sinistra, che guardava all’America liberal, colta e progressista, anche se piena di contraddizioni”. Perché J.F.K guardò con favore all'apertura al socialismo? “In quel momento le priorità di Washington erano altre: la Guerra fredda si era spostata fuori dall'Europa, in America Latina, Africa, e Sud-est asiatico, dove la competizione con Mosca riguardava la proposta di un modello di modernizzazione e sviluppo, per inserirsi nei Paesi di nuova formazione cavalcando il processo di nation building in corso. Per i liberal americani il radicalismo politico prosperava in condizioni di povertà. Anche l’Italia si inseriva in questo schema: poiché il comunismo era una forma quintessenziale di estremismo politico, lo si combatteva promuovendo benessere e ricchezza. La domanda nel 1961 era perché l'Italia - che tutto sommato si era ripresa economicamente grazie agli ingenti aiuti ricevuti dagli Usa - continuava ad avere un partito comunista forte? La risposta era che rimaneva un Paese arretrato, e quindi bisognava accettare un'alleanza tra una Dc progressista e i socialisti per promuovere delle riforme, per arginare il comunismo: il centro-sinistra era uno strumento della Guerra fredda. Allo stesso modo Kennedy è meno ostile ai neutralismi, capendo che in alcuni contesti non ci deve per forza essere uno schieramento netto”. Prima della visita, il Presidente della Repubblica Antonio Segni disse che quella tra Italia e Stati Uniti era "un’alleanza senza precedenti nella storia". “Ogni alleato degli Stati Uniti pretende di avere una relazione speciale con gli Stati Uniti, inclusa l'Italia, che faceva leva sulla presenza di tanti italiani in America. Roma da un lato dipendeva dagli Usa in ambito securitario - membro della Nato concedeva a Washington importanti privilegi, come quello per cui i militari americani sul territorio italiano non erano soggetti alla legge - dall’altro era frontiera di Guerra fredda, avendo il più grande partito comunista occidentale. Il Pci avrebbe infatti potuto raggiungere il

“

l’esperto

Per i liberal americani il radicalismo politico prosperava in condizioni di povertà. Anche in Italia

LO STORICO Mario Del Pero è professore di Storia internazionale a SciencesPo, Parigi, insegna corsi sugli Stati Uniti nel mondo e sulla Guerra Fredda. Tra le sue pubblicazioni più recenti Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il Mondo, 1776-2011 (Laterza, 2017). Collabora con Ispi e commenta la politica americana per la Radio svizzera e per SkyNews. potere per via elettorale, controllando già regioni importanti. E l’Italia cercò di cavalcare la relazione con Washington chiedendo aiuti, mentre i singoli politici italiani cercavano la “benedizione” americana da spendere negli scontri interni”. In cosa si differenziò il rapporto con l'Italia rispetto agli altri Paesi europei? Perché l'Italia, al contrario della Francia, scelse di ospitare sul suo territorio i missili Polaris? “Nella rete di rapporti con gli Stati Uniti c’è una gerarchia di potenze, e l'Italia pesava meno della Francia, che aveva un’autonomia d'azione maggiore. La Francia addirittura cercava di sviluppare il suo arsenale nucleare, tentò di costituire un asse franco-tedesco per aumentare la propria autonomia strategica. Anche l’Italia aveva le sue ambizioni, ma aveva un margine di manovra molto ridotto. Una comparazione più appropriata è con la Repubblica federale tedesca: Italia e Germania erano gli alleati più disciplinati perché la loro dipendenza dagli Usa era maggiore”. Durante il suo viaggio in Italia Kennedy incontrò Papa VI. Come si caratterizzarono i rapporti con il Vaticano? All’epoca non c’erano relazioni diplomatiche ufficiali, stabilite solo nel 1984. Kennedy è il primo presidente cattolico e questo ci dice che l’anti cattolicesimo del mondo protestante evangelico negli anni Sessanta pesava meno. E soprattutto J.F.K. è un presidente progressista, riformatore, che dialoga con il primo Papa postconciliare, quindi con una Chiesa che pure si riforma. Il dialogo, anche se non è ancora del tutto naturale, è facilitato da condizioni che sono mutate da entrambe le parti. Questo significa che in tempi relativamente rapidi l’anti cattolicesimo americano viene relegato ai margini e il presidente può incontrare il Papa senza generare scalpore”. (v. s.)


LUMSAnews

l’economia

La marea kennediana per risollevare l’America PAGINA 6

Fisco, salario minimo, corsa allo Spazio Così il nuovo corso fece impennare il Pil

IL BILANCIO FEDERALE E LA SPESA NAZIONALE Sale la spesa federale con l’aumento della spesa nazionale lorda. Con Eisenhower il bilancio federale occupava il 18% della spesa nazionale (1954) passando al 16% con Kennedy e Johnson.

di RAFFAELE ROSSI

U

n cambio di rotta per un’America più forte. Un programma, la Nuova Frontiera di John Fitzgerald Kennedy, nato per il rilancio dell’economia e della difesa nazionale, per fornire aiuti internazionali e promuovere i programmi di esplorazione spaziale. Ma anche per l’aumento del salario minimo e un maggior controllo dei prezzi dei monopoli. L’intento dell’Amministrazione democratica era quello di perseguire un incremento del livello di occupazione e un più alto tasso di crescita economica, rispettando però i vincoli della stabilità dei prezzi delle merci e dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Sostegni alla politica fiscale interventista kennedyana furono nuovi concetti come il reddito potenziale e il bilancio di pieno impiego, con lo scopo di mostrare le potenzialità ancora non sfruttate dell’economia americana. L’America in recessione in mano a Kennedy Al momento dell’insediamento di John Fitzgerald Kennedy come nuovo presidente degli Stati Uniti, nel gennaio 1961, l’America stava attraversando un periodo di crisi recessiva con un deficit di 7 miliardi di dollari. Dal 1958 il tasso di disoccupazione era stabile sopra il 5% e nel 1960 oscillava tra il 6% e il 7%, con circa 5 milioni e mezzo di disoccupati. Il tasso di crescita, al di sotto del 3%, era uno dei più bassi tra i Paesi industrializzati. L’industria operava all’80% della capacità produttiva con profitti e investimenti in declino. La situazione era conseguenza dei principi liberisti del minimo livello possibile del bilancio federale e del suo pareggio. La corsa dell’economia Obiettivo di Kennedy era porre fine a un periodo di rigide politiche fiscali vissuto con Eisenhower, mante-

Nella sua riforma fiscale la proposta di abbassare le aliquote per aumentare le entrate a lungo termine

nendo basso il tasso d’interesse e incoraggiando la crescita complessiva dell’economia nazionale. Il suo primo bilancio governativo, datato 1961, portò al primo budget che non si trovasse in recessione dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Nel 1962, poi, il bilancio governativo superò i 199 miliardi di dollari, e dopo due fasi di recessione in tre anni, il sistema finanziario americano fece registrare una nuova accelerazione. Se con Eisenhower il Pil era cresciuto in media del 2,2% all’anno, con Kennedy l’economia arrivò al 5,5% in media dall’inizio del 1961 e fino alla fine del 1963. Stabile l’inflazione all’1%, mentre la produzione industriale subì un aumento del 15% con un incremento del 40% delle sole autovetture. La marea che solleva tutte le barche La politica fiscale era l’arma principale dell’Amministrazione per stimolare l’economia. Ma con la crescita economica del 1962 Kennedy cominciò a preoccuparsi del problema inflazionistico. La richiesta del presidente a sindacati e aziende fu quella di mantenere i prezzi bassi. Nel suo discorso del 1963 sullo stato dell’Unione, Kennedy propose una riforma fiscale sostanziale e la riduzione delle aliquote d’imposta sul reddito, dal 20-90% al 14-64%. Inoltre introdusse una riduzione delle aliquote d’imposta sulle aziende, dal 52% al 47%. Il tasso massimo doveva fissarsi al 70% con l’'eliminazione per i redditi più alti di alcune detrazioni. Qual era allora il modo più sicuro per aumentare le entrate a lungo termine? “Abbassare le nuove aliquote”, affermò lo stesso Kennedy in un incontro all’Economic Club di New York. La crescita economica si espanse poi nel ‘63 mentre democratici e repubblicani insistevano sul fatto che la riduzione delle tasse senza corrispondenti tagli alla spesa fosse inaccettabile. Ma per JFK una forte cre-

SCEGLIAMO DI ANDARE SULLA LUNA Kennedy al telefono con l'astronauta John H. Glenn dopo l'ammaraggio del Mercury-Atlas 6 Foto: Public domain | Robert Knudsen. Fotografie della Casa Bianca. Biblioteca e museo presidenziale John F. Kennedy, Boston

Il boom dopo l’era Eisenhower

702,017

617,010 502,140

545,575

scita economica non sarebbe continuata senza una riduzione delle tasse perché, come disse lui stesso, “una marea crescente solleva tutte le barche”.Insomma, quel che importava era l’aumento del reddito. Solo tre mesi dopo la sua morte, il 26 febbraio 1964, venne approvato il Revenue Act: al suo interno l’abbassamento al 70% del tasso individuale più alto e al 48% il tasso massimo sulle società. Per stimolare l’economia il presidente aveva previsto anche un programma di edilizia da 3,19 miliardi di dollari per fornire residenze abitative a prezzi accessibili alle famiglie di medio-basso reddito. La nuova autorità sulle tariffe Emanato l’11 ottobre 1962, il Trade Expansion Act concesse al presidente degli Stati Uniti il potere di tagliare o imporre nuove tariffe commerciali interna-

zionali su qualsiasi merce importata. Le riduzioni erano valide fino al 50% con il Mercato comune europeo. Il Congresso concesse poi al presidente l’autorità di negoziare riduzioni tariffarie fino all’80%. La spinta al salario minimo Nel 1961, con i nuovi emendamenti presentati nel Fair Labor Standards Act, Kennedy aumentò il salario minimo da 1 dollaro all’ora a 1,25. Compresi nell’Atto anche l’assunzione di studenti nei settori della vendita al dettaglio e dei servizi con un salario a tempo pieno che non scendesse sotto il 15% del minimo e con una corretta certificazione dal Dipartimento del Lavoro. Gli emendamenti estesero la copertura salariale da 250.000 a 2,2 milioni di lavoratori, includendo anche i dipendenti di imprese del commercio al dettaglio con un fatturato sopra il milione di dollari

IL PRESIDENTE DA 200 MILIARDI

Dai 502,140 miliardi di dollari con Eisenhower (1958) il Pil aumenta a 545,575 all’inizio della presidenza Kennedy (Gennaio 1961). Raggiunge poi 617,010 miliardi prima della proposta fiscale del presidente democratico a fine 1962. Un anno dopo la morte di JFK a fine ‘64, sale fino a 702,017 miliardi.

all’anno. Questi emendamenti miravano ad eliminare la disparità salariale basata sul sesso, battaglia portata a termine da Lyndon Johnson nel 1964 con il Civil Rights Act. La corsa verso lo spazio Kennedy si fece portavoce del programma Apollo, che portò allo sbarco dei primi uomini sulla Luna. Inizialmente contrario al progetto per i suoi alti costi, il presidente decise di proseguire vedendo la ferma convinzione del suo vice Johnson. Con il timore di essere lasciati indietro in una competizione tecnologica con i russi, a seguito del primo viaggio nello spazio del sovietico Jurij Gagarin nel ‘61, gli americani continuarono così con Kennedy la corsa verso lo spazio. Una spesa di 40 miliardi di dollari, giustificata per cause di prestigio internazionale.


LUMSAnews

la comunicazione

Il re dei dibattiti che bucava lo schermo

JFK un fenomeno mediatico Fascino e discorsi su misura

J

di SOFIA ZUPPA

ohn Fitzgerald Kennedy possedeva tutto. Una famiglia ricca, una moglie perfetta, una carriera politica da vincente. Aveva fascino, sapeva parlare alle persone e sfruttare i nuovi strumenti di comunicazione per ottenere consenso. Anche per questo riuscì a entrare facilmente nelle case degli americani e li ammaliò. L’era della modernità L’ascesa di Kennedy non sarebbe stata la stessa senza l’affermarsi della televisione come principale medium anche per l’informazione politica. Infatti, la diffusione dei televisori come elettrodomestici di massa, spinse i politici sul finire degli Anni Cinquanta a riadattare il loro linguaggio ai nuovi formati e Kennedy riuscì a sfruttare questa novità. La capacità di comparire al meglio sul medium più importante per la società americana ebbe dunque un impatto cruciale per il suo successo. Arena politica Fondamentale fu la nascita del dibattito politico televisivo, grazie al quale la comunicazione diventò ancora più diretta e i candidati, con le loro parole e i loro volti, entrarono nelle case degli spettatori. Il 26 settembre 1960 fu trasmesso dalla NBC il celebre confronto tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Richard Nixon, allora vicepresidente, e il senatore Kennedy. Fu il primo incontro trasmesso in diretta televisiva su tutto il territorio statunitense e divenne un mito fondativo per quanto riguarda alcune nuove dinamiche comunicative. I due si sfidarono a colpi di slogan politici, ma quello che milioni di americani notarono fu la diversa presenza scenica dei due leader. Nixon apparve trasandato, teso, con la fronte imperlata di sudore. Kennedy al contrario elegante, spigliato e sicuro di sé. Non ci furono dubbi: nonostante i due fossero alla pari in termini di oratoria, il vincitore del confronto fu il senatore democratico. Una vittoria possibile grazie alle caratteristiche del nuovo medium di massa: la superiorità della performance di Kennedy non fu avvertita infatti da chi aveva ascoltato il dibattito alla radio. Il suo modo di apparire incantò gli elettori: anche grazie a quel confronto televisivo antesignano di tanti talk-show, per centomila voti di differenza Kennedy sconfisse il rivale repubblicano nelle elezioni di novembre. L’ars oratoria Il nuovo presidente si insediò alla Casa Bianca il 20 gennaio 1961. In quell’occasione pronunciò un discorso ritenuto tra i più celebri del XX secolo e famoso per la frase: “Miei concittadini americani, non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”. Il poeta Robert Frost parlò addirittura dell’inizio di una nuova età augustea. Ma il vero inizio del mito kennediano fu sancito durante il discorso di investitura, pronunciato a Los Angeles il 14 luglio 1960, che prese il nome dal suo motto politico, divenuto un simbolo per i suoi elettori: “la nuova frontiera”. “Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera, la frontiera degli Anni Sessanta. Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce”. Nel suo programma di governo trovò spazio anche la lotta alla discriminazione razziale. Insieme a Martin Luther King si fece promotore di una forte politica di inclusione: “Se a scuola vi insegnano che siete tutti americani - diceva - ebbene bisogna che sia vero, che ciò si realizzi nella vita quotidiana, che appaia nelle scuole, nel lavoro, nel redditoSimbolo della Guerra fredda fu il discorso che il presidente pronunciò il 26 giugno 1963 a Berlino Ovest, per sottolineare la presa di posizione statunitense in

LO SCONTRO IN TV Il confronto fra Kennedy e Nixon fu trasmesso il 26 settembre 1960 su tutto il territorio statunitense Foto: United Press International, Public domain, via Wikimedia Commons

LA SOCIOLOGA

“Faceva arrivare alla gente i concetti più complessi”

La comunicazione politica di John Fitzgerald Kennedy è uno degli esempi di retorica migliori del Ventesimo secolo e per questo motivo oggetto di molti studi odierni. Maria Cristina Antonucci, sociologa politica, ricercatrice in Scienze Sociali al CNR dal 2010 e attualmente docente di comunicazione e politica all’università Sapienza di Roma, ne ha svelato alcuni segreti. “Kennedy è stato un fenomeno mediatico per vari motivi - spiega - la diffusione di massa della televisione ha permesso di dare ampia risonanza alla sua vicenda umana e politica. Inoltre, il suo giovane aspetto e la famiglia presentata come elemento narrativo di una storia americana di successo hanno contribuito a renderlo una figura popolare”. Qual era il segreto della comunicazione di JFK? “La capacità di rendere accessibile un sistema complesso di concetti politici, grazie a metafore e toni emotivi, è stata la chiave che ha reso la comunicazione di Kennedy così incisiva”. Che ruolo ha avuto la televisione nell’ascesa politica di Kennedy? “È stata fondamentale. La capacità del presidente di comparire al meglio sul medium più importante per la società americana, grazie ad una comunicazione autentica, eloquente e carismatica, ha avuto un impatto cruciale per il suo successo”. Possiamo dire che i fenomeni di personalizzazione e mediatizzazione sono nati con lui? “Kennedy è stato protagonista di entrambe le dimensioni. Ha saputo fare un uso rilevante del medium televisivo grazie a un lavoro di cura della propria immagine ed è stato il precursore della personalizzazione dell’offerta politica attraverso la presentazione di un’immagine pubblica di sé e della sua famiglia molto forte”. (s.z)

PAGINA 7

IL GHOST WRITER Ted Sorensen, Consigliere presidenziale di Kennedy, autore di molti suoi discorsi pronunciati in pubblico. Foto: Gotfryd, Bernard, photographer, Public domain, via Wikimedia Commons risposta alla costruzione del muro che divideva le due Germanie: “Duemila anni fa il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum", sono cittadino romano. Oggi, nel mondo libero il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner", io sono berlinese”. I discorsi del presidente Kennedy furono tra i più efficaci della storia del Novecento, attentamente studiati e redatti in collaborazione con dei consiglieri presidenziali. Tra tutti si distinsero Ted Sorensen, avvocato e scrittore, e Arthur Meier Schlesinger Jr., storico e saggista. Il primo è considerato l’autore della maggior parte dei discorsi pubblici, mentre il secondo curò in particolare i discorsi per le campagne elettorali. Il presidente giovane La chiave della sua forza comunicativa risiedeva nell’utilizzo di un linguaggio evocativo e profondamente emotivo, che riusciva a creare un forte legame con le masse. Mentre prima l’uomo politico era distante dalla collettività, lui vi si avvicinò e si pose al suo stesso livello: “Tutti noi respiriamo la stessa aria. Tutti amiamo i nostri figli. Tutti siamo mortali”, era solito dire. Diventò presto una figura popolare e insieme alla sua famiglia incarnò il simbolo del successo della storia americana. Tutto ciò contribuì alla creazione del fenomeno mediatico Kennedy, spesso sulle prime pagine delle riviste di cronaca rosa. La minuziosa costruzione della propria immagine iniziò già prima della corsa alla presidenza. Kennedy si costruì un’immagine progressiva, dinamica e al passo con i tempi, che toccava tutti i campi, da quello intellettuale, a quello militare e sportivo: fu arruolato in Marina, pubblicò un libro che gli valse un premio Pulitzer e praticò molteplici sport. Gli altri presidenti Conquistare i propri elettori grazie a una comunicazione efficace è sempre stato il presupposto di ogni presidente per cercare di ottenere consenso. Dalle chiacchiere al caminetto di Franklin Delano Roosevelt, alla prima conferenza stampa in diretta televisiva di Eisenhower, fino al linguaggio di guerra adottato dal presidente Truman. Tutti hanno tentato di sfruttare i mezzi comunicativi del momento per avvicinarsi agli elettori, ma nessuno ci è riuscito meglio di John Fitzgerald Kennedy che, nella completezza della sua figura, ha segnato non solo la sua epoca.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Maria Sole Betti, Beatrice D’Ascenzi, Chiara Esposito, Donatella Rosetti, Raffaele Rossi, Sofiya Ruda, Lorenzo Sivilli, Veronica Stigliani, Martina Vivani, Sofia Zuppa Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


l’assassinio

LUMSAnews

Le ombre dell’ultimo viaggio a Dallas

PAGINA 8

I segreti sepolti dell’omicidio Kennedy, dai misteri della CIA alle carte segrete

I

di LORENZO SIVILLI

l suono forte di un colpo di fucile spezza il vociferare della folla accorsa in Dealey Plaza a Dallas. Un secondo sparo genera un suono sordo che, oltre a colpire il presidente John Fitzgerald Kennedy, provoca cinque ferite al governatore del Texas John Connally. Il terzo colpo è quello fatale. Le immagini impresse su una pellicola di otto millimetri sono realizzate dal sarto ucraino Abraham Zapruder che, come altri ignari cittadini, filma una delle scene più famose della storia contemporanea. In ventisei secondi viene ripreso l’omicidio di JFK. I filmati e le testimonianze, fondamentali per ricostruire le dinamiche dell’assassinio, contribuiscono ad avvolgere in un velo di mistero una vicenda costellata di ipocrisie, errori e teorie del complotto. Lee Harvey Oswald L’identikit del presunto assassino viene diffuso circa 15 minuti dopo l’omicidio: un uomo bianco, alto e magro fuggito dal Texas School Book Depository, l’edificio da cui sono partiti gli spari. Circa 45 minuti più tardi, un agente di polizia viene ucciso da una figura che rispecchia le caratteristiche fisiche del sospettato numero uno: Lee Harvey Oswald. Dipendente del Book Depository, lungo la Elm Street a Dallas, Oswald è descritto dai suoi colleghi come un individuo aggressivo e violento, dai comportamenti narcisistici e sociopatici. Appassionato di armi da fuoco, nel 1957 entra nel corpo dei Marines, che

Secondo i sostenitori del complotto il percorso del corteo è stato cambiato all’ultimo verso Elm Street

chiederà di abbandonare due anni dopo. Quello stesso anno viaggia a Mosca con l’intenzione di ottenere la cittadinanza sovietica, che gli viene però negata. A causa delle sue forti simpatie comuniste, Oswald è considerato immediatamente dall’opinione pubblica una spia sovietica. Il fucile Il 21 ottobre 1964 il magazine Life pubblica due fotografie, note come backyard photos, raffiguranti Oswald che imbraccia un fucile Carcano Mod. 91, lo stesso che viene ritrovato dalla polizia di Dallas al sesto piano del Book Depository. L’arma, utilizzata dal Regio Esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale, è un residuato bellico ma risulta semplice da usare per chiunque abbia una certa dimestichezza con le armi. Il rapporto redatto dalla commissione d’inchiesta parlamentare costituita da Lyndon Johnson, la Commissione Warren, avvalora l’ipotesi secondo cui Oswald abbia sparato tre colpi in otto secondi, a una distanza di circa 60 metri e lo considera unico esecutore materiale dell’attentato. Una prestazione tutt’altro che “olimpica”, come testimoniano le prove balistiche effettuate dall’FBI, in cui alcuni tiratori dilettanti sono riusciti a replicare l’impresa. In verità Oswald era tutt’altro che inesperto. Il colonnello Joseph Folsom disse dinanzi alla Commissione Warren, che Oswald possedeva la qualifica di tiratore sceltissimo, frutto di accurati test di routine svolti periodicamente dal corpo dei Marines. Un “eccellente grilletto”, dunque, come è stato definito dagli esperti militari, un appellativo che contribuisce a consolidare la già citata Lone gunman theory. Il proiettile magico Il reperto catalogato dalla Commissione Warren con il numero 399 è il secondo proiettile sparato a Dallas quel 22 novembre 1963, che aveva provocato in totale sette ferite. I sostenitori delle teorie del complotto contestano la possibilità che tutti i fori riscontrati dall’autopsia siano riconducibili a un unico sparo. Sulla base di questa ipotesi, divenuta nota come “teoria del proiettile magico”, le ferite sarebbero state provocate da una pallottola fantasma che avrebbe effettuato una traiettoria anomala cambiando direzione durante lo sparo. Dubbi che si sono rivelati completamente infondati, sulla base delle indagini sia della Commissione Warren che della House of Representatives Select Committee on Assassinations istituita nel 1976. Come scrisse il ricercatore Jim Moore nel suo libro Conspiracy of One: “Se è vero che l’88% degli americani critica il rapporto Warren, posso assicurare che il 99% di questi non l’ha letto”. Innanzitutto, il reperto 399 è un proiettile corazzato calibro 6.5 di tipo full metal jacket, ovvero con camiciatura rinforzata, in grado di perforare più corpi senza perdere la propria energia cinetica. Il dettaglio più rilevante, però, è in-

GLI ULTIMI ISTANTI John F. Kennedy e sua moglie Jacqueline a bordo dell’auto presidenziale del corteo insieme al governatore del Texas John Connally Foto: Walter Sisco, Public domain, via Wikimedia Commons

GLI ATTIMI CRUCIALI

8,00

12,30

La mattina del 22 novembre 1963 Lee Harvey Oswald entra all’interno del Texas School Book Depository, a Dallas, per iniziare il suo turno di lavoro. Un testimone confessa di fronte alla Commissione Warren di aver visto Oswald entrare con un pacco lungo 60 cm contenente,a detta di Oswald, aste da tendina.

Il primo sparo manca il bersaglio e frange con il marciapiede di Elm Street. I testimoni pensano che si tratti di un colpo di mortaretto. Il secondo colpo ferisce il presidente Kennedy e il governatore del Texas John Connally. Il terzo sparo colpisce Kennedy al cranio. L’omicidio avviene in 8 secondi.

L’auto con a bordo il presidente John Kennedy e sua moglie Jaqueline, lasciano l’areoporto Love Field. Il corteo è in ritardo nella tabella di marcia, la quale prevede l’arrivo presso il Dallas Market Center alle ore 12:00, dove il presidente americano deve svolgere un discorso prima dell’ora di pranzo.

Il presidente Kennedy viene dichiarato morto presso il Parkland Hospital. Il secondo proiettile viene trovato di fronte all’ospedale, probabilmente caduto dall’ultima ferita provocata a Connally. Alcune teorie sostengono che sia stato lasciato lì di proposito da un presunto complice di Oswald.

Oswald viene visto al 2° piano del Book Depository mentre acquista una Coca Cola. Altre dichiarazioni affermano di averlo visto all’interno della sala mensa. L’assassino, secondo le indagini, non sa a che ora potrebbe passare il corteo, ma decide di non rimanere in agguato al 6° piano.

Oswald viene arrestato dagli agenti di polizia di Dallas all’interno del Teatro Texas, una sala cinema. Le forze dell’ordine ricevono una chiamata dalla cassieradel locale che li avverte che un uomo, che rispecchia l’identikit dell’assassino di Kennedy è entrato senza pagare il biglietto.

11,50

12,15

Il colpevole

13,00

13,45

EX MARINES Lee Harvey Oswald viene arrestato dalla polizia 75 minuti dopo l’omicidio in una sala cinema. Durante la fuga uccide anche l’ufficiale J.D. Tippit. Due giorni dopo l’omicidio, mentre viene trasferito dal Dipartimento di Dallas alla prigione della contea, viene ucciso da Jack Ruby, un gestore di un night club e grande estimatore di JFK. Ruby affermerà poi di fronte alla Commissione Warren di aver agito per vendicare il presidente. La foto segnaletica di Oswald / Foto Ansa

dividuato nella posizione assunta da Kennedy e Connally. Le ipotesi complottiste sfruttano semplici disegni per mostrare la traiettoria “magica” del proiettile, presentando il presidente e il governatore posti uno dietro l’altro alla stessa altezza. Le ricostruzioni ufficiali dimostrano il contrario. L’auto presidenziale del corteo su cui viaggiava Kennedy era un modello di Lincoln Continental caratterizzato da sedili posteriori montati a un livello più alto rispetto a quelli anteriori. Ciò ha posto la figura di Kennedy leggermente più in vista, rendendo perfettamente plausibile la traiettoria lineare del proiettile. L’inchiesta Garrison Il clima di incertezza che invade gli Stati Uniti dopo la morte di Kennedy è alimentato dall’insoddisfazione provocata dall’esito delle indagini condotte dalla Commissione Warren, che consegna un rapporto considerato inconcludente e superficiale. L’avvocato Jim Garrison si rivela il più fervente oppositore della ricostruzione ufficiale. Tra il 1966 e il 1973, infatti, svolge le sue personali indagini per avvalorare la teoria secondo cui Kennedy è stato vittima di un vasto complotto. Un sondaggio effettuato da Gallup nel 2001, rivela che l’81% dei cittadini americani è convinto che Oswald non abbia agito da solo. Tra le considerazioni più significative, Garrison sottolinea il presunto coinvolgimento di alcuni vertici della CIA che, per motivi politici, avrebbero cospirato contro il

Solo il 30% dei cittadini americani considera Oswald l’unico esecutore materiale del delitto

presidente Kennedy. Secondo le indagini, le antipatie della CIA sarebbero scaturite dalla mancata risoluzione della questione cubana che, oltre a mettere in cattiva luce l’agenzia di intelligence, aveva portato al licenziamento del direttore Allen Dulles. La possibile vicinanza della CIA a Oswald e al suo assassino Jack Ruby, considerato da Garrison come parte del complotto, non è stata mai comprovata. I nemici di Kennedy, in verità, erano molteplici. Il KGB avrebbe potuto vendicare lo smacco subito proprio nella crisi dei missili di Cuba, mentre le continue battaglie del fratello Robert contro Cosa Nostra avrebbero potuto generare una pesante ritorsione. Per non parlare poi della teoria secondo cui l’allora vicepresidente Lyndon Johnson avrebbe organizzato segretamente l’attentato per prendere il posto di Kennedy. Le indagini di Jim Garrison si sono concentrate anche sullo sparo che avrebbe ucciso il presidente, il terzo. “Indietro e a sinistra”, è la frase pronunciata da Garrison in merito al movimento effettuato dal cranio di Kennedy dopo il colpo. Una scena che il film di Oliver Stone ha reso famosa. L’indagine tenta di avvalorare l’ipotesi della presenza di altri tiratori, spiegando come il proiettile sarebbe necessariamente partito da una posizione diversa rispetto a quella di Oswald per generare quel movimento. L’autopsia smentisce però questa tesi, chiarendo che il proiettile è partito alle spalle di Kennedy con un'inclinazione di circa 20 gradi. Garrison ha notato però come il colpo mortale, se fosse davvero partito dal sesto piano del Book Depository, avrebbe dovuto avere un’inclinazione di almeno 55 gradi. Un dettaglio che rende plausibile la presenza di un secondo tiratore al primo piano dell’edificio. Le ipotesi di Garrison avanzano la possibilità che il complice di Oswald fosse Jack Ruby, il quale lo avrebbe poi ucciso per paura che potesse rivelare informazioni cruciali per risalire a quello che viene spesso definito il più grande complotto d’America. Le carte segrete L’omicidio del presidente Kennedy è ancora oggi un caso di dibattito. Le inesattezze e i dubbi sono stati ingigantiti dalla moltitudine di documenti rimasti segreti poiché strettamente riservati. Nel 1998, a 35 anni dall’omicidio, sono stati messi a disposizione del pubblico più di 60.000 documenti grazie al Freedom of Information Act. Il resto del materiale, oltre 10.000 file, doveva essere desecretato entro il mese di ottobre 2021, a norma della legge JFK Records Act del 1992, firmata da George H.W. Bush. La scadenza, però, non è stata rispettata. Joe Biden, l’attuale presidente in carica, non ha reso pubblici alcuni documenti, su richiesta di CIA e FBI, poiché “coinvolgenti la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Restano classificati ancora come segreti circa il 30% dei documenti complessivi.


LUMSAnews

JOSEPH P. KENNEDY SENIOR Il capostipite della famiglia Kennedy. Foto: Wide World Photos, Public domain, via Wikimedia Commons

Tra incidenti e omicidi la maledizione della dinastia Kennedy Dalla lobotomizzazione di Rosemary alla morte del primogenito di JFK

“S

ROSEMARY KENNEDY La famiglia tentò per anni di nascondere la sua disabilità mentale e nel 1941 il padre la sottopose a una lobotomia. | Public Domain | Photograph by Richard Sears in the John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

JOSEPH P. KENNEDY JUNIOR Ultima foto di Joseph P. Kennedy Jr, morto in un incidente aereo nel 1944. Foto: This photo belonged to my grandfather, Earl P. Olsen, whom I believe took this photo., Public domain, via Wikimedia Commons

ROBERT F. KENNEDY Fu assassinato nel 1968 la notte della sua vittoria alle primarie per la presidenza degli Stati Uniti. Foto: Warren K. Leffler, U.S. News & World Report Magazine, Public domain, via Wikimedia Commons

le tragedie

PAGINA 9

JOHN F. KENNEDY JUNIOR Il figlio minore di JFK, pilotava l’aereo con cui si schiantò sull’isola di Martha’s Vineyard nel 1999. Joyce Naltchayan | Foto Ansa

di MARTINA VIVANI

omebody up there doesn’t like us” (“A qualcuno lassù non piacciamo”). Con queste parole Robert Kennedy, meglio conosciuto come Bob, nel 1964 evocò quella sorta di sventura che da decenni colpiva la sua famiglia. Sollevò l’idea dopo l’assassinio del fratello John Fitzgerald nel 1963 e fu il primo, ma non l’unico, a pensare che lui e i suoi cari fossero stati investiti da una vera e propria maledizione. Robert, lettore di tragedie greche antiche, conosceva bene i tòpoi greci del fato e dell’hybris, che esprime la pericolosità dell’eccedere in orgoglio e sicurezza. Quegli stessi eccessi che segnarono le vite dei componenti della dinastia Kennedy, a partire dal capostipite Joseph. Il potere della ricchezza Una figura caratterizzata da luci, emanate dal fascino di una famiglia ricca e potente, ma soprattutto ombre, che oscurarono la vita di Joseph Kennedy. Uomo controverso e smodatamente ambizioso, politico e imprenditore, divenne presto un esperto operatore del mercato azionario non regolamentato, sviluppando tattiche che in seguito sarebbero state definite manipolazioni di mercato. Da astuto uomo d’affari sopravvisse al cosiddetto Martedì nero del 1929, una delle giornate più buie della storia dei mercati, che gli consentì tuttavia di decuplicare il suo capitale. Ma Joseph sognava anche potere e fama per i figli e, grazie alle ricchezze accumulate e alle conoscenze diffuse, costruì una rete nazionale di sostenitori, base per la carriera politica degli eredi. Ci riuscì, ma i Kennedy furono eroi fragili, alle prese con il peso di un'ambizione sfrenata e con le alte aspettative di una famiglia ingombrante e costantemente sotto i riflettori. La loro fu una storia segnata anche dall’abuso di droghe e da vite sregolate. Tuttavia, che si sia trattato di una maledizione o la conseguenza di vite sopra le righe, le vicende della famiglia Kennedy furono indubbiamente percorse da una vena di tragedia che coinvolse amici, spose e parenti. Rosemary, la figlia dimenticata Tra le prime vicende riconducibili alla maledizione dei Kennedy c’è la storia della sorella minore di JFK, Rosemary. La famiglia tentò per anni di nascondere la disabilità mentale di cui soffriva dalla nascita, e nel 1941, a 23 anni, fu sottoposta per decisione del padre a una lobotomia. La procedura chirurgica - che comportava l'interruzione della connessione tra il lobo frontale e altre parti del cervello - divenne popolare negli anni '40 e '50 tra i medici americani e britannici per curare alcune malattie mentali come depressione, disturbi bipolari e schizofrenia. Tuttavia, i rischi dell’operazione al tempo erano già noti. L'intervento inizialmente produsse gli effetti desiderati, ma ridusse Rosemary a uno stato vegetativo. Il padre Joseph, però, ebbe una sola preoccupazione: temeva che la sua esuberanza sociale e sentimentale fosse troppo spinta e che ciò potesse minare la reputazione della famiglia. I disastri aerei Nel 1944 iniziò, invece, una serie di incidenti aerei che sarebbe proseguita fino alle soglie del Duemila. Il primo Kennedy a morire in volo fu il luogotenente della Marina americana Joseph Patrick Jr., fratello maggiore di JFK: durante la seconda Guerra mondiale, in un’operazione segreta, l’aereo che pilotava saltò in aria nei cieli dell’East Suffolk, nel Regno Unito. Quattro anni dopo, nel 1948, fu la quartogenita Kathleen Agnes a morire con il marito in un incidente aereo nei cieli francesi. Nel 1955 i suoceri di Robert, George Skakel e Ann Brannack, persero la vita a bordo del loro aereo privato. Nel 1967, loro figlio George, cognato di Robert, morì anche lui in un in-

cidente aereo. In anni più recenti, a luglio 1999, il figlio minore di JFK, John F. Kennedy Jr., morì con la moglie Carolyn Bessette tra le lamiere di un aereo nell’isola di Martha’s Vineyard. Pilotava lui il Piper Saratoga che poi precipitò: aveva portato a termine solo metà dei corsi di addestramento da pilota e non aveva ancora ricevuto il brevetto per guidare velivoli in condizioni avverse. Gli omicidi di JFK e Robert I sogni di gloria del patriarca Joseph sembrarono finalmente avverarsi con l’elezione di JFK a presidente degli Stati Uniti nel 1961. Tuttavia, il 22 novembre 1963, arrivò lo shock: l’omicidio di John Fitzgerald, segnato da numerose tesi cospirazioniste e complottiste. Un assassinio preceduto pochi mesi prima, a luglio 1963, dalla morte del terzogenito del presidente JFK, deceduto a causa di una malattia polmonare. Cinque anni dopo, nel 1968, i Kennedy furono scossi da un altro tragico omicidio, quello di Robert, colpito ripetutamente con un revolver calibro 22 dal 24enne di origine giordano-palestinese Sirhan Sirhan. La morte avvenne la notte della sua vittoria alle primarie in California e in Sud Dakota come candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico. Chappaquiddick, l’incidente che fu uno scandalo La notte del 18 luglio 1969 il senatore Ted Kennedy, fratello di JFK e Robert, guidando lungo una strada dell’isola di Chappaquiddick, una propaggine di Martha’s Vineyard, imboccò a grande velocità un ponte, finendo con l’auto in acqua. Kennedy riuscì a salvarsi ma in macchina con lui c’era una sua collaboratrice, Mary Jo Kopechne, che rimase intrappolata. Quello che successe nelle ore successive fu oggetto di indagini e ancora oggi la storia è poco chiara. Di certo quella notte Kopechne morì in quell’auto: soltanto la mattina successiva, dieci ore dopo, Kennedy denunciò l’incidente alla polizia. Ted, che già era sopravvissuto a uno schianto aereo nel 1964, fu travolto dallo scandalo ma, sebbene le indagini accertarono le sue negligenze alla guida, gli fu riservata una pena leggera: due mesi di carcere, sospesi per la condizionale. I morti per dipendenze Anche il peso dell’abuso di sostanze stupefacenti gravò sulla vita di molti componenti della dinastia Kennedy. Nel 1984 David, uno degli 11 figli di Robert, morì 29enne per overdose di cocaina e oppiacei sintetici, dopo una breve vita segnata da tentativi di disintossicazione e endocarditi batteriche correlate alle iniezioni di droghe. Un’altra nuora di Robert, Mary Richardson Kennedy, si tolse la vita a maggio 2012 dopo anni di lotte contro alcolismo e depressione. Recentemente, il 2 agosto 2019 Saoirse Roisin Kennedy-Hill, nipote 22enne di Bob, è stata trovata morta di overdose in casa, a Cape Cod. Marilyn Monroe, i suoi rapporti con i Kennedy Connessa alla maledizione dei Kennedy è anche la morte di Marilyn Monroe. Robert e JFK si videro coinvolti nelle numerose teorie complottiste attorno al decesso dell’attrice: una delle voci che si diffuse a partire dagli anni successivi alla morte di Marilyn fu infatti relativa a una presunta relazione tra la diva e i due fratelli più famosi d’America. Per anni la sua morte è stata narrata come un suicidio o un omicidio per mano della mafia. Sebbene non ci siano certezze, proprio un filone delle teorie complottiste vorrebbe la Monroe assassinata da Cosa Nostra, in quanto tra i Kennedy e i vertici del clan mafioso di origine siciliana ci sarebbero stati rapporti e frequentazioni condivise (come quella con il cantante Frank Sinatra).

Una famiglia potente segnata da vite sregolate e da una scia di morte di dolore e di segreti

CAROLYN BESSETTE KENNEDY La moglie di JFK Jr., anche lei perse la vita insieme al marito nell’incidente aereo del 1999. Joyce Naltchayan | Foto Ansa

MARILYN MONROE Robert e John F. Kennedy si trovarono coinvolti nelle teoria complottistiche attorno alla morte dell’attrice. Foto: Milton H. Greene, Public domain, via Wikimedia Commons

TED KENNEDY Si salvò da un incidente automobilistico nel 1969 ma morì la passeggera che era con lui, Mary Jo Kopechne. Foto: Ted_Kennedy,_official_photo_portrait.jpg: United States Senatederivative work: Tktru, Public domain, via Wikimedia Commons


PAGINA 10

la vita privata

LUMSAnews

Mr. President, l’uomo dietro al mito

LE CROCIERE DEL FINE SETTIMANA Il presidente John F. Kennedy siede al timone della barca "Manitou" della Guardia costiera degli Stati Uniti mentre naviga al largo della costa di Johns Island, nel Maine il 12 agosto 1962. Foto: Public domain | Robert Knudsen. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

“

La vita privata di John Fitzgerald Kennedy tra vizi e virtù di BEATRICE D’ASCENZI

U

n predestinato a una vita da protagonista. Ma anche un uomo tormentato da dolori fisici, affiancato da amicizie sospette, con un matrimonio perfetto solo in apparenza. La vita privata di John Fitzgerald Kennedy, anche se costantemente sotto i riflettori, resta per molti versi un mistero. L'incidente della PT-109 e le conseguenze sulla salute di Kennedy Un infortunio di gioco con la squadra di football dell’università di Harvard gli procurò nel 1937, a vent’anni, una grave lesione spinale. Un problema che peggiorò nel 1943 quando, durante la Seconda Guerra mondiale, la nave su cui prestava servizio, la PT-109, venne affondata nel Pacifico da un cacciatorpediniere giapponese. Kennedy nuotò per cinque ore nell’oceano che circonda le isole Salomone, riuscendo a salvare la vita di molti commilitoni. L’impresa gli valse una medaglia, la Navy and Marine Corps Medal, ma lo condannò anche a dolori fortissimi, spesso invalidanti. Già affetto dal morbo di Addison - una patologia cronica rara che colpisce la corteccia dei surreni - nel 1954 si sottopose a una delicata operazione alla colonna vertebrale, per tentare di risolvere il problema causato dall’infortunio. Fu difficile trovare presto una cura, fino a quando la specialista Janet Travell scoprì che aveva la gamba sinistra più corta della destra di oltre un centimetro. Per questo motivo fu costretto a indossare una scarpa rialzata e a sottoporsi a pesanti sedute di fisioterapia e a massicce iniezioni di novocaina. Una condizione che lo costrinse periodicamente all’immobilità e all’uso costante di una sedia a dondolo e di un busto ortopedico. John, l’uomo dietro al politico: dalla passione per lo sport all’amicizia con Frank Sinatra JFK amava lo sport, che aveva iniziato a praticare sin da bambino. Un amore a cui non rinunciò neanche dopo l'incidente. La passione per l’attività fisica è dimostrata anche da un aneddoto famoso: un reporter che aveva ricevuto il compito di seguirlo per un weekend telefonò in redazione per chiedere di essere sostituito da un atleta professionista. In pochi giorni Kennedy era andato a vela, aveva pescato in alto mare, aveva fatto immersioni subacquee, aveva giocato a golf, a cricket e a softball. Un esempio di come utilizzasse anche lo sport per promuovere il proprio programma è un articolo per il giornale sportivo “Sports Illustrated” , dal titolo “The soft american”, pubblicato il 26 dicembre 1960. Kennedy esprimeva preoccupazione per la gioventù americana, definita incapace “di destarsi, di stare all’erta, di mostrar vigore” a causa delle comodità della vita moderna. Una inadeguatezza atletica delle nuove generazioni che, a suo modo di vedere, avrebbe portato anche alla decadenza del pensiero. Ma Kennedy era anche un uomo attratto dalle feste e dal fascino delle celebrità. Un interesse che lo portò a gravitare intorno al Rat Pack, il circolo frequentato dagli artisti più famosi dell’epoca: Dean Martin,

le rivali

Quando Jackie disse a Marilyn Monroe “Lo vuoi? Prenditelo insieme ai miei problemi”

Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop e Frank Sinatra, tanto che proprio Sinatra, in suo onore, ribattezzò il gruppo "Jack Pack". Un'amicizia, quella con The Voice, che segnò un incrocio pubblico di politica e intrattenimento raro per l'epoca. I due si erano conosciuti negli anni Cinquanta, quando Patricia, una delle sorelle Kennedy, sposò l’attore Peter Lawford, amico di Sinatra. I due entrarono subito in sintonia, così quando Kennedy decise di candidarsi alle presidenziali del 1960, chiese a Sinatra di aiutarlo. Sinatra accettò volentieri, tanto che il suo successo "High Hopes", divenne la colonna sonora della campagna elettorale. Tuttavia, nel 1962, la vicinanza di Sinatra con gli ambienti della criminalità organizzata portò a una rottura tra i due. Il cantante fu intercettato dall’Fbi mentre parlava con un amico vantandosi di una sua storia segreta proprio con Patricia Kennedy, alla quale aveva chiesto di intercedere con il fratello per salvaguardare gli interessi di alcuni mafiosi. La vita extraconiugale: il dossier Kennedy John Fitzgerald Kennedy infatti aveva basato la sua campagna elettorale costruendo per gli elettori l’immagine di uomo e marito perfetto. Tanto perfetto da nascondere, per almeno i mille giorni della sua presidenza, una movimentata vita sentimentale. Numerose furono infatti le sue amanti, ma fra tutte la più temuta da Jackie Kennedy, sua moglie, fu anche la più nota: Marilyn Monroe. Non tanto per la storia in sé, ma per lo scalpore che quella storia avrebbe potuto creare. La diva, infatti, rivelando pubblicamente la relazione, avrebbe potuto provocare uno scandalo tale da distruggere la reputazione del presidente, esponendo tutta la sua famiglia alla gogna mediatica. Noto è un episodio in cui la first lady avrebbe detto proprio alla Monroe: “Lo vuoi? Prenditelo. Vieni pure alla Casa Bianca, io me ne vado. Tu prenditi anche tutti i miei problemi”. Una relazione quella tra il presidente e l’attrice capace di entrare nell’immaginazione collettiva, alimentata soprattutto dall’episodio al Madison Square Garden di New York. Era il 19 maggio del 1962 dieci giorni prima del 45° compleanno del presidente – quando Monroe fece il suo ingresso sul palco, fasciata nel celebre abito color carne di Jean Louis che contribuì a fare la storia di quella serata. L’attenzione del pubblico (e di JFK) fu unicamente per lei e per la sua interpretazione di “Happy Birthday, Mister Pre-

FRANK SINATRA

Cantante e attore cinematografico statunitense, conosce JFK negli anni 50. Entrambi erano accomunati dall’amore per i vestiti eleganti e i party e per questo entrarono subito in sintonia. Così, quando Kennedy decise di candidarsi alle presidenziali del 1960, chiese a Sinatra di aiutarlo proprio con il mondo del cinema, organizzando raccolte fondi e galà.

JFK CON MARILYN MONROE NEL 1962 La celebre foto che ritrae John e Bob Kennedy con Marilyn Monroe il 19 maggio 1962 alla festa di compleanno di JFK. Foto: Cecil W. Stoughton, official White House photographer, Public domain, via Wikimedia Commons sident”, tanto che John Kennedy disse che si sarebbe anche potuto ritirare dalla politica, dopo aver ricevuto un “buon compleanno” così dolce. Ma l’elenco delle amanti di Mister President è lungo: nel 1977, il giornalista William Safire del New York Times svelò l’esistenza di un dossier Kennedy in mano all’Fbi. Si trattava della lista completa delle donne con cui il presidente aveva tradito la moglie in dieci anni di matrimonio, stilata pazientemente da J. Edgard Hoover, considerato il funzionario più potente della storia del Bureau. Nel dossier compare l’affaire con la ventitreenne Pamela Turner, addetta stampa e amica intima di Jackie, ma anche la relazione con la stagista diciannovenne Mimi Beardsley, considerata dai media americani una Monica Lewinsky ante litteram. Tra i nomi anche quelli delle due segretarie, conosciute con il nome di Fiddle e Faddle e la ballerina di burlesque Fiery Blaze, incontrata a Maryland in uno strip club nel 1954 e invitata alla Casa Bianca nel 1962. Compaiono poi anche le donne seguite dai servizi segreti: tra queste Judith Campbell, presentata a Kennedy da Frank Sinatra e amante del boss di Cosa Nostra Sam Giancana. Ma ben 478 pagine del dossier sono dedicate a Ellen Rometsch, la ventisettenne sospettata di essere una spia tedesca, che colpì profondamente il Presidente per la sua somiglianza con l’attrice Elizabeth Taylor. Donne molto diverse tra loro, tutte accomunate dagli inviti ai party nella piscina di Pennsylvania Avenue, l’alcova d’amore del presidente.

MARILYN MONROE

Le fonti non concordano sul primo incontro fra la diva e il futuro presidente degli Usa. Alcuni sostengono che i due furono presentati dall’amico comune Frank Sinatra, altri invece riferiscono che fu grazie a uno degli agenti avuti dall'attrice, Charles Feldman, che nel 1954 in una festa a casa sua i due si conobbero. Tutti però concordano nel dire che grazie all’attore Peter Lawford i due poterono incontrarsi ripetutamente.

J. EDGAR HOOVER

Considerato il funzionario più potente della storia dell’Fbi, Hoover fu l’autore del Dossier Kennedy, la documentazione contenente la lista completa delle donne con cui il presidente aveva tradito Jacqueline Kennedy nei dieci anni di matrimonio. Il documento venne portato alla luce nel 1977 dal giornalista del New York Times William Safire.


LUMSAnews

la first lady

Jacqueline Kennedy la Ginevra triste alla corte di Camelot

L’ombra dello stress post-traumatico dietro a un’esistenza sotto i riflettori

“N

di DONATELLA ROSETTI

on lasciate che si dimentichi che una volta c’era un posto per un breve splendente momento che era conosciuto come Camelot”. Questo era l’epitaffio che Jacqueline Kennedy dettò al giornalista Theodore White di Life nella sua intervista del 6 dicembre 1963, due settimane dopo l’assassinio di John F. Kennedy. Era la canzone preferita di suo marito, tratta dal musical di Broadway “Camelot”. Jackie voleva far capire che in futuro non ci sarebbe stata una nuova amministrazione dagli ideali utopici e dalle grandi speranze. Se Kennedy era stato una sorta di Re Artù per il governo americano, lei era stata una moderna Ginevra. Le origini francesi La famiglia di Jackie era la parabola del sogno americano. Il trisnonno paterno di Jacqueline, Michel Charles Bouvier, era un ebanista di Point-SaintEsprit che aveva fatto fortuna con i giacimenti di carbone. I suoi tre figli diventarono esponenti della Borsa di New York e la famiglia Bouvier entrò a far parte della cerchia delle famiglie americane benestanti. Il padre di Jacqueline, John Vernou Bouvier III, broker, si sposò nel 1928 con Janet Norton Lee, figlia dell’imprenditore edile irlandese James T. Lee, con cui ebbe lei e Caroline Lee Bouvier. I due divorziarono nel 1940 per la condotta dissoluta di John e la madre di Jackie si risposò nel 1942 col broker e avvocato Hugh Dudley Auchincloss Jr. Il lavoro da reporter al Washington Times-Herald Educata come una Wasp (White Anglo-Saxon Protestant), Jacqueline non voleva fare la casalinga, come scrisse nell’annuario della propria classe. Vinse il primo premio come assistente editoriale per un anno alla rivista Vogue ma quando si presentò in redazione, la caporedattrice Carole Phillips la rispedì a casa, ritenendola ancora in età da matrimonio e non del tutto convinta ad intraprendere quel lavoro. Nel 1951, grazie all’aiuto del patrigno, trovò un posto nel giornale Washington Times-Herald, e iniziò a collaborare come reporter per la sua rubrica “Inquiring Camera Girl”: intervistò Trisha Nixon, figlia di Richard Nixon, seguì tra l’altro l’incoronazione di Elisabetta II e l’ascesa alla Casa Bianca del 34esimo presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower. Il matrimonio con John F. Kennedy e il ruolo importante nella sua amministrazione Jackie sposò John Fitzgerald Kennedy il 12 settembre 1953 nella Mary’s Roman Catholic Church di Newport con una grande copertura mediatica garantita dal padre di John, Joe, che voleva pubblicizzare la nuova unione per fini politici. Quando Kennedy fu eletto presidente, Jackie fu un fondamentale sostegno per il marito in termini politici e sociali. La sua conoscenza delle lingue come italiano, spagnolo e francese la fece viaggiare in tutto il mondo, ma soprattutto fece vincere Kennedy nello Stato di New York, abitato per la maggior parte da immigrati. Istituì la White House Historical Association e rilanciò le cene di Stato con artisti e musicisti famosi, politici, scienziati e capi di Stato. Il tailleur simbolo della morte di Kennedy Jackie non lavò mai il suo tailleur rosa Chanel macchiato dell’omicidio di suo marito. Il 22 novembre 1963 la sua esistenza mutò in otto minuti e mezzo. “Proprio quando avevamo sistemato ogni cosa, mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi”, confessò a padre Richard McSorley dopo l’assassinio. Si riferiva, più che a suo marito, alla conquista dell’apprezzamento da parte degli americani durante il loro viaggio in Texas. Quando Lindon B. Johnson prestò giuramento come presidente degli Stati Uniti, Jacqueline decise di partecipare con il tailleur incrostato di sangue ancora indosso per mostrare quello che avevano fatto a Kennedy. La sofferenza per il disturbo da stress post-traumatico Nel 1964 Jackie quasi sparì dagli schermi con una

La conoscenza delle lingue, come francese e spagnolo, fu utile per la campagna elettorale di JFK e per i viaggi in giro per il mondo

PAGINA 11

LA CREAZIONE DI UNA ICONA

IL LANCIO DEL BOUQUET Jacqueline Kennedy in procinto di lanciare il bouquet il giorno del suo matrimonio con JFK nel 1953. Foto: Toni Frissell, Public domain, via Wikimedia Commons

Il feeling tra Jackie e Oleg Cassini il Segretario dello Stile

L’esperienza giornalistica da giovane le servirà negli ultimi trent’anni della vita per il lavoro da editor in due casi editrici della Grande Mela LO STILISTA Oleg Cassini, lo stilista della first lady. Foto: ebay.com, front of photo, back of photo, Public domain, via Wikimedia Commons

RITRATTO DI FAMIGLIA Jacqueline Kennedy tiene in braccio il piccolo John Jr.. Accanto Caroline e il presidente JFK per una foto di famiglia nella casa estiva di Hyannis Port, in Massachusetts nell’agosto 1962. Foto: Cecil W. Stoughon, Public domain, via Wikimedia Commons. breve apparizione televisiva a gennaio, in cui ringraziò il pubblico per i messaggi e le lettere di affetto dopo l’assassinio di John. Soffriva di una malattia che ancora non era stata diagnosticata all’epoca e che sarebbe stata definita con i veterani della guerra in Vietnam. Era affetta da disturbo da stress post-traumatico, che le provocava impennate di ansia con l’avvicinarsi di ogni anniversario della morte del marito. Solo nel 1975 cominciò a vedere l’ex psicologa di Marilyn Monroe, Marianne Kris, per superare la malattia. Riuscì a guarire e acquisì una certa consapevolezza del calvario vissuto soltanto nell’ultima parte della sua vita. Amore e odio con Onassis Il 20 ottobre 1968 si risposò con l’armatore miliardario greco Aristotele Onassis sull’isola privata di Skorpios, nel Mar Ionio. I due si erano conosciuti quando JFK era ancora vivo, sul mega yacht del magnate, su cui incontrarono tra l’altro Winston Churchill, idolo politico di John. Onassis, però, non era ben visto in America per il suo sostegno alla ditta-

tura dei colonnelli e Jackie diventò una figura scomoda per gli States. All’inizio Onassis fu un marito affettuoso, ma l’improvvisa morte del figlio Alexander e il peggioramento della miastenia gravis da cui era affetto lo cambiarono. Dopo la morte di Onassis il 15 marzo 1975, l’armatore lasciò a Jacqueline un reddito annuale di 200mila dollari, compresi 25mila all’anno per ciascun figlio fino al compimento dei 21 anni. Gli ultimi anni da editor Letitia Baldrige, ex addetta stampa di Jackie alla Casa Bianca, le propose di lavorare come editor in una casa editrice di New York. L’ex first lady fu assunta nel 1975 come junior editor della Viking Press e curò diversi libri importanti. Due anni più tardi lasciò il posto e passò alla Doubleday & Company nel 1978. Visse l’ultima parte della sua vita con il mercante di diamanti Maurice Templesman. Alla fine del 1993 una caduta da cavallo le fece scoprire di avere il linfoma non-Hodgkin in stadio avanzato. Jacqueline morì il 19 maggio 1994 all’età di 64 anni, e fu sepolta accanto J.F.K. nel cimitero di Arlington.

Jacqueline si affidò a un costumista di Hollywood, Oleg Cassini, per diventare una donna sofisticata e cancellare le critiche sul suo modo di vestire esterofilo. Lo stilista americano era di origini russe ed era cresciuto in Italia, dove aveva perfezionato la sua tecnica sartoriale. Cassini aveva collaborato tra gli anni Quaranta e Cinquanta con i Paramount Studios e la celebre costumista Edith Head. Vestì star del calibro di Veronica Lake, Audrey Hepburn, Shirley Temple, Gina Lollobrigida, Marilyn Monroe. Sposò l’attrice Gene Tierney nel 1941 con cui ebbe due figlie ma il loro matrimonio non durò a lungo. Negli anni Sessanta si fidanzò con Grace Kelly ma si lasciarono per volere della famiglia di lei che favorì invece il fidanzamento con il Principe Ranieri di Monaco. Oleg conobbe Jackie attraverso la sua mentore Charlene Wrightsman, moglie del fratello Igor. Lo stilista creò 300 outfit esclusivi nel corso del governo Kennedy. Al contrario di quanto si pensò in un primo momento, gli abiti non venivano acquistati con i soldi dei contribuenti americani, ma con quelli di John e del padre Joe Kennedy. Furono usati colori come rosa, fucsia, verde pistacchio, azzurro, rosso, e tessuti pregiati come seta, satin, organza, chiffon, velluto. La sua vestibilità era caratterizzata da linee dritte, giacche squadrate e un uso molto sobrio di rifiniture e ornamenti, il tutto ispirato alla couture francese. Fu la stessa Jacqueline a conferirgli l’appellativo di “Segretario dello Stile”. Degno di nota fu il vestito per il galà dell’inaugurazione con il cappello "pillbox", che Oleg fece indossare a Jacqueline per spiccare tra gli altri, rendendolo il suo segno distintivo. Così lanciò la prima versione di una moderna First Lady, trasformando la donna in un’icona di stile a cui tutti aspiravano e che la moda dei primi anni Sessanta copiò. Anche le ultime First Lady sono state influenzate da Jackie: Hillary Clinton, Michelle Obama e Melania Trump. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, tuttavia, Jackie non indossò più Cassini per lasciarsi il passato alle spalle. In seguito, donò la maggior parte del suo guardaroba al Met che nel 2001 organizzò la mostra “Jacqueline Kennedy: The White House Years” per il 40esimo anniversario del suo Fashion and The Costume Institute. L’esperienza con l’ex First Lady fece esplodere la carriera di Cassini, che quando morì a 92 anni nel marzo 2006 lasciò un business del valore presumibile di 54 milioni di dollari. Fu uno dei primi fashion designer americani a concedere in licenza il suo nome a costumi da bagno, calzetteria, fondotinta, abbigliamento sportivo, pellicce, bigiotteria e tanti altri prodotti. Oleg si distinse anche nella moda da uomo, in particolare le camicie eleganti, lanciate dal “The Tonight Show di Johnny Carson”. Ricevette molti premi, tra cui il Chicago Gold Coast Award for Excellence in Design.


le idee

PAGINA 12

Larry Sabato, docente presso l’Università della Virginia e massimo esperto di analisi elettorale “I tre presidenti dell’era televisiva furono Kennedy, Reagan e Obama. JFK è stato il migliore”

L’OMAGGIO DELLA NAZIONE Il feretro del presidente John F. Kennedy mentre lascia la Casa Bianca il 25 novembre 1963 Foto: Public Domain | Robert Knudsen. White House Photographs. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

“C

di LORENZO SIVILLI

redo che tra un secolo Kennedy sarà ancora una presenza importante nella politica e nei governi americani”. Larry Sabato, analista politico statunitense e professore all’Università della Virginia, è fondatore e direttore del “Center for Politics” e di “Crystal Ball”, sito leader nella previsione accurata dei risultati elettorali. È autore del libro Kennedy mezzo secolo dopo: la presidenza, l’omicidio, leredità di JFK, uscito nel 2013. Sabato spiega a Lumsanews qual è stato l’impatto della figura di John Kennedy nella storia politica americana. Professor Sabato, John Kennedy è stato un presidente rivoluzionario e controverso. Qual era la percezione che i cittadini americani avevano di lui durante gli anni della sua presidenza? “JFK era visto come un liberal, anche se non lo era particolarmente, in verità. Essendo stato eletto con solo un piccolo margine di vantaggio, era cauto e voleva essere rieletto. Il Congresso era molto più conservatore, anche se era di composizione democratica; gran parte di esso, infatti, era costituito da democratici di destra provenienti da Stati del Sud. Verso la fine della sua breve presidenza, Kennedy iniziò a improntare la sua politica in favore dei diritti civili, il che significa che sarebbe stato fortunato se avesse conquistato molti Stati del Sud nelle successive presidenziali del 1964”. Dopo la sua morte, sono emersi segreti e affari privati che hanno messo in cattiva luce la sua fi-

gura. Questo ha influenzato la considerazione del popolo americano nei suoi confronti? “Quando le informazioni cominciarono a emergere, nel 1975, in effetti sconvolsero gli americani perché JFK era stato elevato a santità laica dopo essere stato ucciso in modo così efferato, seduto accanto a sua moglie. Ma questo sentimento svanì con il tempo e con il cambiamento della morale pubblica. Oggi non credo che le scappatelle sessuali abbiano influito molto sull'immagine pubblica di Kennedy”. Nel suo libro lei fa riferimento al fatto che Kennedy sarebbe stato giudicato diversamente se non fosse morto tragicamente. Può spiegare bene perché? “Dopo Dallas, per anni, fu impossibile dire qualcosa di critico su Kennedy senza essere pesantemente attaccati. Se non fosse stato assassinato, forse sarebbe stato giudicato come un presidente retorico, che aveva ottenuto relativamente pochi risultati per essere degno di quella retorica. Eppure quello spargimento di sangue lo ha trasformato in uno dei grandi presidenti del Ventesimo secolo. Ad esempio, è citato sia dalle persone nere che dai bianchi come leader del movimento per i diritti civili. In realtà Lyndon Johnson ha ottenuto molto più di Kennedy in quel campo, sfruttando l'assassinio di JFK come leva. Ma LBJ non è ricordato con affetto, soprattutto a causa del Vietnam”. Kennedy ha cambiato radicalmente la comunicazione politica. Quanto è stato determinante

“Kennedy moderno” ANALISTA POLITICO USA Larry Sabato, politologo americano, professore all’Università della Virginia e fondatore del “Center of Politics” e “Crystal Ball”

è ancora un presidente

“

l’uso del mezzo televisivo? Come è cambiato da allora? “Ci sono tre presidenti dell’era televisiva che si distinguono: Kennedy, Reagan e Obama. Probabilmente JFK è stato il migliore. Le sue parole potenti, rese tali perché scritte da Ted Sorensen per la maggior parte (oltre che da Schlesinger ovviamente), erano accompagnate da una pronuncia eloquente. Anche i miei studenti, nati in questo secolo, possono citare il discorso inaugurale di Kennedy, il discorso sui diritti civili e il discorso “Ich Bin Ein Berliner”. Kennedy è stato il primo presidente televisivo; era fatto per la tv e la tv era fatta per lui”.

l’analista

Dopo Dallas era impossibile parlare male di lui. Quello spargimento di sangue lo ha reso uno dei più grandi presidenti del Ventesimo secolo

In che modo la sua politica innovativa ha influenzato le presidenze successive? “La maggior parte dei presidenti ha citato Kennedy per dare slancio alle proprie proposte. Lyndon Johnson, ad esempio, lo ha fatto costantemente. Ronald Reagan era d’accordo con Kennedy sui tagli alle tasse e sull’anticomunismo, e lo citava spesso per corteggiare i colletti blu democratici. Bill Clinton era un ammiratore di Kennedy fin dalla giovinezza e si è ispirato al suo eroe giovanile”. Secondo lei, l’eredità che ha lasciato Kennedy è ancora presente nella politica di oggi? “Con il passare dei decenni, credo che la figura di John Kennedy sia passata alla storia. Tuttavia, rimane una forza singolare tra i presidenti e la sua eredità comprende politiche come i corpi di pace, l’esplorazione dello Spazio e l’abile diplomazia come alternativa alla guerra. Ritengo che tra cento anni Kennedy sarà ancora una presenza importante nella politica e nei governi americani, soprattutto per l’ispirazione che ha fornito durante la sua breve vita e la sua presidenza. Kennedy è uno dei pochi presidenti che sembra ancora moderno, nonostante sia morto da sessant’anni. Mi aspetto che continui a esserlo a lungo”.


LUMSAnews

L’INTERVISTA/VELTRONI

“John e Bob sono stati incarnazione di un’utopia capace di diventare realtà” “L

di SOFIYA RUDA

’idea di un pensiero democratico che sia capace di applicare ricette radicali al cambiamento della società è la soluzione giusta”. Walter Veltroni, politico, giornalista, scrittore e regista italiano, ma anche primo segretario del Pd, ex vicepresidente del Consiglio e già sindaco di Roma, rievoca la figura dei due fratelli Kennedy. Veltroni ha appena pubblicato il libro “I fratelli che volevano cambiare il mondo. La storia di John e Bob Kennedy”. A sessant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy qual è la prima cosa che viene in mente dell’ex presidente degli Stati Uniti? “Inevitabilmente ci ricordiamo la morte, quella scena e quella sequenza filmata da una telecamera di otto millimetri di Abraham Zapruder che fissò il momento in cui Kennedy fu colpito. Ma quello è l’atto conclusivo di un periodo di grandi speranze e grandi sogni. Un periodo in cui la guerra sembrava lontana anni luce. Un periodo di profondi cambiamenti in cui Kennedy si batté soprattutto sul tema dei diritti civili e della lotta alla segregazione razziale. E poi la crisi dei missili di Cuba, risolta con una soluzione di pace non ispirata all’idea che la guerra potesse essere la risoluzione del problema. Trattò, discusse, trovò la soluzione usando la politica, che è un grande strumento di salvaguardia anche della sicurezza e dell’integrità delle persone. Io associo come immagine inevitabilmente quella del 22 novembre del 1963 a Dallas, ma come pensiero l’incarnazione di un’utopia capace di diventare realtà”. Kennedy è il simbolo di un sogno e anche nel libro che lei ha scritto uno dei protagonisti è proprio il diario di un sogno. Secondo lei Kennedy rappresenta il sogno americano? “Rappresenta quell’idea del sogno americano non statica, dinamica. In fondo il tema della Nuova Frontiera alludeva proprio a questo, cioè ad una società sempre in movimento e alla conquista di nuovi spazi. Per lui il nuovo spazio era lo spazio. Negli anni ‘60 annunciò che entro la fine di quel decennio l’uomo sarebbe arrivato sulla Luna e poi è realmente accaduto. C’è l’idea di una società che combattesse i conservatorismi e che si mettesse in sintonia con un cambiamento anche dal punto di vista del costume. Sono gli anni dei Beatles, della televisione, della Beat Generation. Il giovane Holden di Salinger è uscito proprio in quel tempo lì. Sono anni effervescenti in cui i due Kennedy, John e Robert, sono l’espressione di questa febbre di cambiamento che attraversa la società occidentale”. Quali sono invece secondo lei gli aspetti più problematici della figura dei due fratelli Kennedy? “Nel caso di John Kennedy l’errore più grande fu l’invasione della Baia dei Porci che peraltro era stata preparata dall’amministrazione precedente, ma che lui non ebbe la forza di fermare. Nel caso di Bob sinceramente non saprei dire, lui è stato veramente l’ultima grande speranza di quel periodo. Una speranza che si è poi rinnovata con Barack Obama che in qualche modo ha incarnato quel tipo di sentimento. Lo hanno ucciso quando stava per diventare presidente degli Stati Uniti e la storia della Casa Bianca sarebbe cambiata con lui”. Il sogno americano è un concetto molto contraddittorio. Purtroppo molto spesso, come la storia ci insegna, il sogno si infrange. Alla fine i due fratelli Kennedy muoiono, muore Martin Luther King. Ma cosa rimane di questo sogno infranto? “La convinzione che quelli che veramente cercano di cambiare le cose non sono i declamatori che agiscono con le idee più estreme, ma sono quelli che cercano di cambiare le cose realisticamente. I Kennedy hanno fatto questo e sono stati uccisi per questo, come Olof Palme, Yitzhak Rabin, Aldo Moro, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Tutti personaggi che cercavano di spostare il mondo un pochino più avanti. Chi invece lo vuole tenere fermo e vuole gestirsi un potere che evidentemente ha, capisce che sono quelle le persone che bisogna colpire. Per i Kennedy il sogno americano non doveva essere appannaggio solo dei ricchi e dei fortunati, ma estendersi a tutti gli strati della popolazione. Per loro il sogno americano era un progetto di giustizia sociale e di diritti civili”.

Nella sua carriera politica lei cosa ha attinto da questi miti della storia americana? “Io ho studiato la loro vita, ho scritto vari libri su di loro, ho conosciuto molti delle loro famiglie e anche molti dei collaboratori di John e Robert. Mi sono convinto, ma lo ero fin da allora, che quel filone, cioè l’idea di un pensiero democratico capace di applicare ricette radicali al cambiamento della società sia la soluzione giusta. Lo pensavo allora, lo pensavo da ragazzo e lo penso ancora adesso”. Alla luce della difficile situazione internazionale che stiamo vivendo lei cosa si augura in generale e per l’Italia? “Che si capisca che non esiste la soluzione di distruggere un Paese, un’identità, una storia, una nazione. Che i popoli devono convivere rispettando le loro diversità e che una società che faccia della contrapposizione dell’uno contro l’altro è una società destinata alla violenza e alla guerra. Mi auguro che più che le armi parli la politica”.

“

EX VICEPREMIER Walter Veltroni, politico, giornalista, scrittore e regista italiano primo segretario del Pd e già sindaco di Roma | Foto Ansa

il politico

Per i fratelli il sogno americano non doveva essere appannaggio solo dei ricchi e dei fortunati ma estendersi a tutta la popolazione. Per loro il sogno americano era un progetto di giustizia sociale e di diritti civili

L’INTERVISTA/PASTORI

PAGINA 13

“Capire come parlare con un mondo nuovo la grande sfida di JFK” “K

ennedy è stato nella percezione internazionale un personaggio divisivo e che ha lasciato il segno”. Gianluca Pastori, collaboratore ISPI e docente di Storia delle relazioni politiche tra il Nord America e l’Europa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega il contesto internazionale che John Fitzgerald Kennedy visse durante gli anni della sua presidenza. Quali furono le grandi sfide internazionali che John Fitzgerald Kennedy dovette affrontare? “Kennedy diventa presidente in un momento in cui i rapporti fra Stati Uniti e Unione Sovietica nel quadro della Guerra Fredda stanno cambiando. Già negli anni precedenti, sotto l’amministrazione di Eisenhower, vi era stato un primo parziale riavvicinamento fra le due superpotenze, dopo la morte di Stalin e dopo le trasformazioni che questo aveva portato in Unione Sovietica. Capiscono che non possono continuare a ignorarsi per sempre e non possono continuare ad assumere ancora a lungo l’atteggiamento ostile che avevano avuto fino ad allora. Nella seconda metà degli anni ‘50 si aprono alcune finestre di dialogo che però si chiudono relativamente in fretta. Nel 1959 le cose non sono più particolarmente rosee. Quando Kennedy viene eletto si trova di fronte alla necessità di capire cosa fare di questa Unione Sovietica. Continuare con la chiusura oppure riprendere il discorso che Eisenhower aveva avviato – e che si era interrotto – per cercare una nuova modalità di collaborazione. Questa è a livello globale la grande sfida che deve affrontare. D’altro canto Kennedy e la sua amministrazione devono tenere conto di una serie di situazioni contingenti. Il mondo e il sistema internazionale stanno cambiando. Sono gli anni della grande decolonizzazione, gli imperi europei stanno cessando di esistere e al loro posto stanno nascendo tanti Stati nuovi con cui gli Stati Uniti devono capire come relazionarsi. Questa è l’altra grande sfida che Kennedy deve affrontare: capire come parlare con un mondo nuovo”. Kennedy era considerato l’uomo del dialogo. Alla luce delle guerre che sono in corso, come possiamo interpretare l’arte diplomatica dell’ex presidente statunitense? “Era un uomo di dialogo, ma non soltanto quello. È anche il presidente che autorizza l’operazione della Baia dei Porci, quindi il tentativo di ribaltare con la forza il regime castrista. È il presidente che inventa, per così dire, le forze speciali da impiegare in Vietnam, quindi è anche un presidente belligerante, non è soltanto dialogo. La sua fama come presidente dialogante nasce da un episodio specifico, ovvero dalla crisi dei missili di Cuba, quando gli Stati Uniti si trovano di fronte al rischio concreto di avere armi nucleari sovietiche schierate a poche miglia dalla costa. In quel momento la strategia di Kennedy di parlare con l’Unione Sovietica, anziché ricorrere semplicemente allo strumento militare, si dimostra pagante, ma è comunque un parlare accompagnato da un uso della forza. Kennedy negozia con l’Unione Sovietica, ma allo stesso tempo schiera le navi della marina americana intorno a Cuba per porre in essere di fatto un blocco navale. Dietro al negoziato c'è una forza. Se c’è una lezione che potremmo imparare oggi dall’esperienza di Kennedy è questa: le due dimensioni della forza e della diplomazia non devono mai essere scollegate, la forza deve essere sempre al servizio di una visione politica”. Cosa possiamo imparare invece dai suoi errori, se ce ne sono stati? “Parlare male di Kennedy è sempre abbastanza difficile per tante ragioni. In un certo senso è diventato un’icona, negativamente è diventato diciamo così un santino che ne ha appiattito la complessità. Invece, era un presidente complesso, molto più sfaccettato di quanto lo si percepisca oggi. È difficile anche parlare di errori perché la politica kennediana non è mai stata veramente messa alla prova. Kennedy muore troppo presto, diciamo così, per vedere le conseguenze delle sue scelte. Se dovessi individuare un errore, che però sarebbe stato difficile da evitare, è quello di impelagarsi nel pantano vietnamita. È Johnson che dopo la Risoluzione del Golfo del Tonchino porta veramente gli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, ma le premesse per quello che farà sono poste dall’amministrazione Kennedy”.

Kennedy in un certo senso rappresenta un simbolo del sogno americano. All’estero come lo percepivano? “Kennedy è stato nella percezione internazionale un personaggio divisivo e che ha lasciato il segno. Per la classe dirigente sovietica il fatto che fosse giovane e portasse un certo tipo di messaggio non era un valore ma un disvalore, perché la cultura politica sovietica era basata sulla seniority. Per l’Europa, invece, sicuramente è stato un simbolo, soprattutto per i giovani europei dell’epoca che non avevano vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Kennedy rappresentava un modello di novità e modernità americana. E lui gioca consapevolmente sul suo essere simbolo di novità. I collaboratori di Kennedy guadagnano subito il soprannome di “best and brightest”, i migliori e i più brillanti elementi di questa nuova America che si contrappone a quella un po’ polverosa e vecchio stile che l’amministrazione Eisenhower aveva rappresentato”. (s.r.)

“

POLITOLOGO Gianluca Pastori, collaboratore ISPI e docente di Storia delle relazioni politiche tra il Nord America e l’Europa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

il docente

Se c’è una lezione che potremmo imparare oggi dall’esperienza di JFK è che le due dimensioni della forza e della diplomazia non devono mai essere scollegate, la forza deve essere sempre al servizio di una visione politica


PAGINA 14

8

PT109

oltre i 1000 giorni Il nome della motosilurante comandata da Jfk

Nella notte tra il 1° e 2 agosto 1943 la nave fu speronata e spezzata in due nel Pacifico. Il presidente mise in salvo l’equipaggio guadagnandosi una medaglia all’onore militare

La famiglia Kennedy a Hyannis Port, 04 settembre 1931 | Richard Sears

I fratelli del presidente Kennedy

Nato a Brookline, nel Massachussets, il 29 maggio 1917. Secondogenito di una famiglia borghese cattolica di origine irlandese

Le persone che hanno assistettero al dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon

Il 26 settembre 1960 andò in onda il primo dibattito televisivo tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, quello tra Nixon, allora vicepresidente degli Stati Uniti, e il senatore Jfk

112.000

10.924

Il numero dell’odine esecutivo con cui Kennedy istituì i Corpi di Pace Il 1° marzo 1961 il presidente diede vita all’organizzazione di volontariato internazionale per intervenire nei Paesi sottosviluppati

I voti di scarto che consentirono a Kennedy di diventare il 35° presidente degli Stati Uniti

272

John F. Kennedy e i membri dell'equipaggio della PT-109, 1943

L’8 novembre 1960 Jfk vinse, a 43 anni, le elezioni alla presidenza americana battendo il rivale Richard Nixon con uno stretto margine di voti

Scritto dal presidente nel 1955, descrive gli atti di coraggio e d'integrità di otto senatori degli Stati Uniti. Con l’opera Kennedy vinse il Premio Pulitzer per la biografia e autobiografia nel 1957

L’erede mancato

19

Kennedy visita i tirocinanti dei Corpi di Pace, 9 agosto 1962 | Abbie Rowe

Le pagine del libro premio Pulitzer Profiles of courage

ROBERT KENNEDY

Il compleanno di Joseph P. Kennedy, 7 settembre 1963 | Cecil Stoughton

70 milioni

I Paesi dell’America Latina coinvolti nell’Alleanza per il Progresso

Nell’agosto del 1961 il presidente Kennedy sottoscrisse un programma decennale con lo scopo di stabilire una collaborazione economica tra gli Stati Uniti e l’America Latina

L’ATTENTATO

Insediamento di John F. Kennedy, 20 gennaio 1961|Army Signal Corps

Le prime pagine internazionali

Nasce a Brookline, nel Massachussets, il 20 novembre 1925

Si laurea ad Harvard nel 1948 e nel 1951 lavora come legale nel Dipartimento di Giustizia di Georgetown

Nel 1960 è al fianco del fratello John nella corsa alla presidenza. Nel suo governo è ministro di Grazia e Giustizia

Instancabile la lotta alla criminalità. Il 3 ottobre 1963 porta a testimoniare davanti alla commissione Mcclean il mafioso italo americano Joe Valachi, che per la prima volta nomina Cosa Nostra

Nel 1964 si candida al Senato degli Stati Uniti per il seggio di New York. Vince con 719 mila voti. Come senatore lotta per i diritti delle minoranze

Nel febbraio 1966 rompe con l’amministrazione di Lyndon Johnson. JFK è contrario all’aumento degli sforzi bellici in Vietnam

Corriere della Sera, Italia

La Stampa, Italia

Nel 2000 si laurea in giurisprudenza all' Università Economica nazionale di Kiev

The New York Times, Stati Uniti

The Washington Post, Stati Uniti

The Guardian, Regno Unito

Daily Mirror, Regno Unito

Le Monde, Francia

Bild, Germania

Il 18 marzo 1968 annuncia la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti

Robert Kennedy durante un comizio il 14 giugno 1963 Foto: Leffler, Warren K., Public domain, via Wikimedia Commons

Il 5 giugno 1968 viene ucciso da un colpo di pistola a Los Angeles. A sparare è Sirhan Sirhan, un palestinese probabilmente contrario al sostegno degli Usa a Israele.Robert Kennedy muore all’età di 42 anni


1400

I soldati chiamati all’invasione della Baia dei Porci

L’operazione, compiuta tra il 17 e il 20 aprile 1961, fu diretta segretamente dal governo degli Stati Uniti per rovesciare il regime di Fidel Castro, all’epoca al potere da poco più di due anni. L’invasione si rivelò un fallimento

13

LUMSAnews 9

Gli Stati europei visitati nel corso del 1963

Dal 23 giugno al 2 luglio 1963 il presidente Kennedy si recò in visita alle principali cittàà europee. Il 26 giugno fu la volta di Berlino ovest. Davanti a migliaia di persone, nell’attuale John F. Kennedy Platz, il presidente pronunciò nel suo discorso una frase diventata poi celebre: “Ich bin ein Berliner”, cioè io sono un berlinese. Parole scelte per esprimere la vicinanza e l’amicizia degli Stati Uniti al Paese, visto il sostegno dato dall’Unione Sovietica alla Germania Est. Due anni prima c’era stata infatti la costruzione del Muro di Berlino

PAGINA 15

1°

Il luglio del 1963, per la chiusura del tour, Kennedy fece tappa in Italia, a Roma. Nel suo discorso al Campidoglio, accolto da un bagno di folla, disse: “Come presidente degli Usa rappresento due o tre volte il numero di italiani che rappresenta il sindaco di Roma”. L’obiettivo era far sentire all’opinione pubblica la potenza e l’amicizia del Paese alleato

2

Kennedy pochi istanti prima dell’assassinio | Victor Hugo King

I colpi che uccisero il presidente John Fitzgerald Kennedy

Il 22 novembre 1963 fu ferito mortalmente mentre si trovava a bordo della limousine presidenziale nella Dealey Plaza a Dallas, in Texas. A sparare i colpi fu un unico cecchino: Lee Harvey Oswald. Kennedy morì poco dopo al Parkland Hospital Memorial

200 15 mila

Kennedy firma il divieto di consegna di armi offensive a Cuba | Abbie Rowe

I giorni della crisi dei missili di Cuba

Dal 16 al 28 ottobre del 1962 si temette lo scoppio di una terza guerra mondiale, dopo la scoperta da parte degli Usa di basi missilistiche russe a Cuba. Alla fine Kennedy e il presidente Krusciov trovarono un compromesso

Kennedy davanti alla Tomba del Milite Ignoto a Roma | Robert Knudsen

Kennedy davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino | Robert Knudsen

I partecipanti alla marcia della pace a Washington

10 Il 28 agosto 1963, al termine della manifestazione a sostegno dei diritti degli afroamericani, Kennedy ricevette alla Casa Bianca gli esponenti del movimento per i diritti civili. Presente all’incontro anche Martin Luther King, che quella mattina aveva pronunciato al Lincoln Memorial il suo celebre discorso I have a dream, seguito in diretta tv dallo stesso presidente

mila

Il 2 luglio 1963 ci fu l’incontro in Vaticano con Papa Paolo VI. Il viaggio si concluse però a Napoli. Dall’aereoporto di Capodichino, prima della partenza, il presidente dichiarò l’intenzione di ritornare in Italia con la moglie. Non potè mai mantenere la promessa

32

I funerali del presidente Kennedy, 25 novembre 1963 | Abbie Rowe

I consiglieri militari inviati da Kennedy in Vietnam tra il 1961 e il 1963

I discorsi pronunciati durante gli anni della I titoli del Civil Rights Act presidenza L’11 giugno 1963 il presidente presentò in un discorso il suo disegno di legge per garantire i diritti civili dei cittadini afroamericani, con particolare riferimento a maggiore tutela per il diritto di voto e a trattamenti egualitari in strutture aperte al pubblico. Il 19 giugno 1963 Kennedy inviò al Congresso degli Stati Uniti il progetto di legge contro la segregazione e discriminazione razziale. La legge federale vide la luce nel 1964, dopo la sua morte

FONTE: UNESCO

Investimenti Fondi per il programma in America Latina spaziale Apollo 11 dal 1962 al 1967

22 mld 8,4 mld

60 metri di dollari

La distanza da cui è stato colpito il presidente Kennedy

di dollari

Gli approfondimenti

Per saperne di più Il museo

Kennedy Presidential Library and museum https://www.jfklibrary.org/asset-viewer/archives/JFKWHP

I libri

I mille giorni di John F. Kennedy

Arthur M. Schlesinger Jr nel 1992 fa una cronaca puntuale della presidenza

La maledizione dei Kennedy

Edward Klein ripercorre, nel 2007, la vita dei Kennedy con interviste esclusive

Kennedy mezzo secolo dopo

Nel 2013 Larry Sabato analizza l’impatto dell’’omicidio Kennedy in America

Il complotto

Nel 2022 James Hepbur propone la controinchiesta dei Kennedy

I fratelli che volevano cambiare il mondo

Walter Veltroni reinterpreta il sogno dei fratelli Kennedy in un romanzo del 2023

I film

Le fotografie

Le fotografie di questo numero di Lumsanews sono di dominio pubblico e tratte dall’archivio del museo John F. Kennedy Presidential Library and Museum, da Wikipedia e da altre fonti aperte

Rush to judgment (1967)

Con il documentario-inchiesta del regista Emile De Antonio subentra nell’opinione pubblica l’idea di un complotto per la morte di Jfk

JFK-Un caso ancora aperto (1991)

Diretto da Oliver Stone, è il lungometraggio più famoso sull’omicidio Kennedy che racconta i momenti precedenti e le successive indagini

Jackie (2016)

La pellicola di Pablo Larrain è una biografia della first lady Jacqueline Kennedy. Candidata tre volte al premio Oscar,vincitrice a Venezia 73


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Lumsanews n. 7 del 15 novembre 2023 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu