L’inchiesta Calcio e criptovalute: l’endorsement reciproco di due universi paralleli
Da una parte i club in difficoltà economica, dall’altra un universo in ascesa che tenta di uscire dall’anonimato. Nell’ultima stagione calcistica è boom di soldi virtuali che finanziano le varie squadre. Un’iniezione di liquidità da oltre 250 milioni tra sponsorizzazioni e partnership a favore della Serie A.
di ANTONIO CONTU A PAGINA 8
PERIODICO NUMERO IX 31/01/2022
Migliaia di lavoratori del Sud-est asiatico sono morti nella costruzione delle infrastrutture per i Mondiali
Qatar 2022, i grandi stadi sulla pelle dei migranti
Il focus
Automobili ancora più green Il biometano come alternativa all’elettrico
di ALESSIO BRANDIMARTE
Investimenti da 1,9 miliardi di euro dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per sostenere la corsa dell’automotive al processo di decarbonizzazione
Il ricercatore
Nft, l’unicità dell’arte si paga a caro prezzo nella nuova era digitale della moneta
di VALERIO ALBERTINI
di CLAUDIA TORRISI
ALLE PAGINE 2 E 3
ALLE PAGINE 6 E 7
Lorenzo Maggioni “I veicoli elettrici inquinano come quelli alimentati con i carburanti” L’esperta
Veronica Aneris “La batteria dei mezzi elettrici può essere riciclata e riusata” ALLE PAGINE 4 E 5
l’analisi
PAGINA 2
IL QATAR SI PREPARA AI MONDIALI L'orologio per il conto alla rovescia della prima partita della manifestazione
Più di 6.500 lavoratori stranieri sono morti durante la costruzione degli stadi che ospiteranno la prossima edizione della Coppa del Mondo. Gli operai arrivati appositamente nel Paese non hanno alcun diritto. Le autorità internazionali non sono intervenute e il problema resta irrisolto
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di VALERIO ALBERTINI
dicembre 2010. Sede della Fifa, Zurigo. L’edizione del 2022 della Coppa del Mondo di calcio è stata appena assegnata al Qatar. L’operazione di Doha per farsi conoscere dal mondo ha raggiunto il suo apice. La notizia mette subito sotto i riflettori un Paese sconosciuto ai più, sul quale si scoprono due dati non proprio trascurabili: il Qatar non brilla per il rispetto dei diritti umani e dispone di un solo stadio già pronto per ospitare le partite. Come possono essere collegate le due cose? Nei dieci anni seguenti, per costruire infrastrutture in vista dei Mondiali, arriva in Qatar una massa di lavoratori migranti sostanzialmente senza diritti. Tra questi, troppo spesso, a mancare è il più importante: il diritto alla vita. Secondo un’inchiesta del Guardian dello scorso febbraio, infatti, tra il 2010 e il 2020 sono morti più di 6.500 operai impegnati nella costruzione degli altri sette stadi e delle infrastrutture che ospiteranno i tifosi di tutto il mondo. Coloro che hanno realizzato gli impianti non sono cittadini qatarini, ma persone arrivate appositamente in prevalenza dai Paesi del sud est asiatico e dai vicini Stati arabi. La popolazione del Qatar, passata da poco più di un milione a circa tre milioni di abitanti nell’ultimo decennio, è infatti composta per l’85% da persone straniere. Come spiega a Lumsanews Giuseppe Dentice, responsabile del desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.SI - Centro Studi Internazionali, “il fenomeno migratorio ha avuto un forte impulso dopo l’assegnazione dei Mondiali".
I 6.751 lavoratori stranieri morti, infatti, sono originari di India, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka e Pakistan. Il bilancio delle vittime è sicuramente più alto, poiché questa cifra non considera né quelle dei lavoratori arrivati da altri Paesi, né i decessi avvenuti tra gli ultimi mesi del 2020 e oggi. Inoltre, secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) pubblicato lo scorso novembre, 50 lavoratori hanno perso la vita nel 2020, mentre poco più di 500 sono rimasti gravemente feriti e 37.600 hanno riportato da lievi a moderate lesioni. L’ILO, però, ha anche spiegato come non sia ancora possibile avere un numero certo delle morti sul lavoro nel Qatar, a causa delle lacune nella raccolta dei dati e delle differenze nei modi in cui i ministeri e le istituzioni qatarine classificano i decessi legati al lavoro. Il Guardian aveva già fatto notare come il Paese catalogasse come “morti naturali” il 69% dei decessi tra lavoratori indiani, nepalesi e bengalesi, attribuendoli a “insufficienza cardiaca acuta o respiratoria”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, aggiunge che “le autorità del Qatar non chiariscono le circostanze dei decessi, non vengono fatte autopsie e non si danno risarcimenti ai familiari delle vittime”. Le cause, dunque, vanno ricercate nelle condizioni di sicurezza dei lavoratori che, spiega Riccardo Cucchi, giornalista e presidente della giuria del premio “Sport e diritti umani”, “hanno lavorato a temperature impossibili da sostenere”. Dopo le pressioni di numerose organizzazioni umanitarie, le autorità qatarine si sono limitate a riportare il numero di vittime straniere tra il 2010 e il
Qatar 2022 i Mondiali senza diritti umani
2019, ovvero 15.021, senza distinguere per età, professione o causa del decesso. Dietro il tema specifico delle morti, si staglia quello più generico delle condizioni in cui i lavoratori migranti sono costretti a vivere in Qatar. A partire dal 2017, il Paese ha cominciato un percorso di riforme per prevenire il lavoro forzato e migliorare le condizioni dei lavoratori eliminando il sistema della kafala. Lo Stato concede a privati o aziende locali permessi di sponsorizzazione per assumere lavoratori stranieri che, però, non hanno alcuna protezione in termini di diritto del lavoro del paese ospitante e, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno del permesso del loro sponsor per terminare il rapporto di lavoro ed entrare o uscire dal paese ospitante. Una ricerca di Human Rights Watch ha dimostrato che gli elementi chiave del sistema della kafala restano tutti ancora oggi. "Sono stati istituiti degli organismi per risolvere le controversie sul lavoro”, afferma Noury, “ma procedono molto a rilento”. Secondo Dentice, per far sì che le condizioni dei lavoratori migranti in Qatar possano migliorare davvero, “sarebbe necessario che anche i loro Paesi di origine rivedessero il concetto di contratto sociale che è stato finora vigente in Medio Oriente”. Quelli riguardanti il lavoro non sono gli unici diritti umani che il Qatar fatica a rispettare. Nel 2015, infatti, alcuni giornalisti tedeschi erano stati arrestati mentre stavano filmando degli operai edili impiegati nella costruzione degli stadi, per poi venire rilasciati soltanto 14 ore più tardi e tornare in Germania senza il materiale registrato, confiscato e distrutto. Il Comitato Supremo qatarino per i Mondiali ha smentito l’accusa, ma un episodio simile si è verificato lo scorso novembre, quando due giornalisti norvegesi sono stati arrestati mentre stavano lasciando il Paese. I due, che stavano preparando dei servizi sulle condizioni dei lavoratori, sono stati interrogati per molte ore e rilasciati soltanto due giorni dopo. In questo caso, il Qatar ha scelto di non commentare la notizia. Negli anni, è stato più volte richiesto un intervento diretto da parte della Fifa che, come spiega Noury, “con Gianni Infantino ha dato l'idea di occuparsi di più di questi temi, ma pone un'eccessiva fiducia nel comitato organizzatore dei Mondiali” ricordando come quello tra la massima istituzione calcistica internazionale e le autorità qatarine sia “un meccanismo di comunicazioni che non funziona o non si vuole far funzionare”. Il tentativo di passare a un’azione concreta è arrivato, invece, da alcune federazioni e dalle proprie nazionali. Norvegia, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia hanno preso posizione nei confronti del Qatar, chiedendo il rispetto dei diritti umani e, nel caso dei norvegesi, minacciando un boicottaggio dei Mondiali. Ciò non si verificherà perché, spiega Cucchi, "una decisione del genere non sarebbe compresa nemmeno dagli appassionati di calcio”. La certezza è che il Qatar abbia voluto i Mondiali per dare credibilità alla sua esistenza di Stato moderno, mentre l’augurio di Cucchi è che questi siano “l'occasione per squarciare il velo che nasconde la verità” su come i diritti umani sono calpestati nel Paese.
LUMSAnews
L’ESPERTO
IL GIORNALISTA
PAGINA 3
Noury: “Il Paese ha fermato Cucchi: “Non è possibile il percorso di riforme pensare a un boicottaggio La kafala è ancora realtà” La Fifa doveva intervenire” Lo Stato è indietro sui diritti dei lavoratori
Più nazionali sono contrarie ai Mondiali
Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione non governativa in prima linea nella difesa dei diritti umani. Amnesty si è mossa attivamente sul tema dei diritti dei lavoratori stranieri impegnati nella costruzione degli stadi in Qatar, a partire dal momento dell’assegnazione al Paese dei Mondiali del 2022.
Riccardo Cucchi, giornalista e voce di Tutto il calcio minuto per minuto per 23 anni, è presidente della giuria del premio “Sport e diritti umani”, indetto da Amnesty International Italia e Sport4Society per riconoscere gesti simbolici o concreti in favore dei diritti umani nell’ambiente sportivo. A Lumsanews ha indicato il ruolo che i Mondiali in Qatar dovrebbero avere nella sensibilizzazione del tema.
Negli ultimi anni Amnesty International ha più volte denunciato le condizioni estreme dei lavoratori impiegati nella costruzione di stadi e infrastrutture in vista dei Mondiali in Qatar. Qual è la situazione attuale? Le riforme promosse dal Paese negli ultimi anni, tra cui l’addio alla kafala, vengono attuate concretamente?
partenenti alla comunità LGBTQIA+ sarebbe stata tollerata a patto che non ci fossero effusioni visibili, ci dicono tanto di un Paese che vuole mostrarsi moderno, scintillante e aperto al mondo, con capacità organizzative importanti, ma che poi sui diritti non riesce a fare passi avanti”. v.a.
I dati sulle morti dei lavoratori in Qatar e le loro condizioni sono ormai di dominio pubblico. Perché la Fifa non è ancora intervenuta? Cosa dovrebbe fare per cambiare le cose?
“Credo che sia impossibile chiedere alla Fifa di fare un passo indietro. Il dato drammatico sulle morti provocate dalla costruzione degli stadi è ormai a disposizione di tutti, anche se dal Qatar si continua a nasconderlo, a correggerlo, a diminuirne i numeri e la portata. Si tratta di un dato che era preoccupante e drammatico già molti anni fa. Sarebbe stato quello il momento di intervenire, il momento nel quale la Fifa, il mondo dello sport e la comunità internazionale avrebbero dovuto chiedere al Qatar di tutelare la sicurezza dei lavoratori. Invece questi vengono utilizzati come manodopera a bassissimo costo, con diritti calpestati soprattutto dal punto di vista umano. Hanno lavorato a temperature impossibili per realizzare gli stadi e sono stati costretti a tour de force sotto il sole. Tutto questo avrebbe dovuto interessare già molti anni fa la Fifa, che avrebbe dovuto sensibilizzare in maniera molto più profonda l'intera comunità internazionale sul tema”.
“La situazione è migliorata rispetto ai primi anni successivi all'assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar, anche se si è interrotto il percorso di riforme iniziato più o meno intorno al 2017. Oggi possiamo dire che le cause di fondo del trattamento crudele inflitto ai lavoratori migranti arrivati in Qatar per i Mondiali del 2022 ci sono ancora tutte, compresa la kafala che, sebbene formalmente abolita, comunque rimane. Resta inoltre - irrisolto il tema delle compensazioni per i mancati versamenti dei salari e il divieto di costituire sindacati dei lavoratori in quel settore specifico”. Quindi dei passi avanti sono stati fatti, ma la strada è ancora abbastanza lunga…
“Sì, perché se le riforme non vengono attuate restano semplicemente delle parole su un pezzo di carta. L'abolizione della kafala avrebbe dovuto rendere liberi i lavoratori di cambiare impiego e anche di lasciare il Paese. Al contrario, ha dato vita a un mercato dei nulla osta con cui il datore di lavoro accetta che il suo dipendente lo abbandoni. Si tratta di un mercato che, per i costi che hanno i certificati grazie ai quali si può cambiare lavoro, tende a escludere la possibilità che questo possa accadere. Sono stati istituiti degli organismi per risolvere le controversie sul lavoro, ma procedono molto a rilento e ci sono ancora numerose citazioni di salari non corrisposti che devono essere affrontate”. Amnesty International ha chiesto più volte un intervento diretto sia delle autorità qatarine che della Fifa per fermare le morti e migliorare le condizioni dei lavoratori. Ci sono state risposte concrete?
“Dal momento dell'assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar, Amnesty International ha pubblicato rapporti regolari, in media uno all'anno, e, negli ultimi anni, anche i cosiddetti Reality Check per verificare l'attuazione delle riforme promosse dalle autorità del Qatar. L'interlocuzione formalmente c’è stata, ma il tema delle migliaia di morti sul lavoro nel settore della costruzione delle strutture per i Mondiali rimane un enorme problema. Le autorità del Qatar non chiariscono le circostanze dei decessi. Non vengono fatte autopsie e non si danno risarcimenti ai familiari delle vittime. La Fifa con Gianni Infantino ha dato l'idea di occuparsi di più di questi temi, ma a sua volta pone un'eccessiva fiducia nel comitato organizzatore dei Mondiali. Ci sono stati casi denunciati da Amnesty International di stipendi non versati per diversi mesi e la Fifa ha detto di non saperne nulla perché il comitato organizzatore non l’aveva informata. C'è un meccanismo di comunicazioni che non funziona o non si vuole far funzionare”. Cosa crede che accadrà ai lavoratori durante i Mondiali?
“Quello che succederà per il futuro dipende strettamente da quello che si farà in questi mesi. Se li utilizzeremo per continuare a parlare del tema del lavoro migrante in Qatar, allora i Mondiali lasceranno un'eredità positiva”. Andando oltre il tema delle condizioni sul lavoro, come si comporteranno le autorità qatarine con la comunità LGBTQIA+ durante i Mondiali?
“Le dichiarazioni inaccettabili fatte dal comitato organizzatore, secondo cui la presenza di persone ap-
nendo fedele ai suoi principi anche di natura economica, non dimenticasse mai che ci sono dei valori da portare avanti. Sono convinto che un atleta debba essere sempre portatore di valori, non soltanto quando prende a calci un pallone, ma soprattutto quando indossa la maglia di un Paese”. v.a.
RICCARDO NOURY Portavoce e direttore della comunicazione di Amnesty International Italia, è autore di libri sulle violazioni dei diritti umani
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Il tema delle migliaia di morti sul lavoro per la costruzione delle infrastrutture rimane un enorme problema. Le autorità qatarine non chiariscono le circostanze dei decessi. Non vengono fatte autopsie e non si danno risarcimenti ai familiari. La federazione internazionale pone un’eccessiva fiducia nel comitato organizzatore
Con i Mondiali il calcio ha l’opportunità di far conoscere al mondo la situazione dei diritti umani in Qatar. Quale sarebbe il modo giusto per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema?
“Sarebbe sempre il momento di denunciare la violazione dei diritti. Il grande tema e problema è quello legato alla capacità che ha il mondo dello sport professionistico, e quello del calcio in particolare, di tener vivi i valori che devono sempre ispirare chi fa sport anche quando si tratta di atleti miliardari, che non dovrebbero essere mai dimenticati. Purtroppo l’affarismo e il giro vorticoso di milioni di dollari stanno calpestando questi valori primordiali”.
Si attende delle prese di posizione forti da parte delle Nazionali o dei singoli calciatori?
“Non so cosa succederà. Io vorrei che ogni singola nazionale scendesse in campo con la consapevolezza di giocare all'interno di stadi per i quali sono morte tante persone. Vorrei che la visibilità dei calciatori diventasse un elemento per dire no a chi viola i diritti. Del resto se il Qatar ha voluto il Mondiale è per dare credibilità alla sua esistenza di Stato moderno, mentre potremo utilizzare la visibilità per poter dire a tutto il mondo che non si può costruire uno stadio su migliaia di morti. Mi auguro che non passi tutto sotto silenzio, che durante quel periodo ci sia la capacità anche da parte dei giornalisti di raccontare che cosa è successo e di onorare le morti di questi uomini sconosciuti, di cui non sapremo mai nemmeno nome e cognome”.
Negli ultimi mesi alcune nazionali, soprattutto scandinave, hanno paventato un boicottaggio dei Mondiali per sensibilizzare sulle condizioni dei lavoratori in Qatar. Crede sia uno scenario plausibile? Un boicottaggio sarebbe utile o controproducente?
“Il boicottaggio è impossibile. Non c'è il clima giusto e credo che non sarebbe compreso nemmeno dagli appassionati di calcio, quindi sarebbe controproducente. Lo sport verrebbe indicato come un terreno politicizzato. Spesso si confonde la difesa dei diritti, che nulla ha a che fare con la politica, con la politica stessa. Io mi auguro, però, che questa grande ribalta planetaria sia l'occasione perché qualcuno possa squarciare il velo che nasconde la verità e possa raccontare cos’è successo, ma soprattutto vorrei che il mondo dello sport, pur rima-
RICCARDO CUCCHI Giornalista e storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto, è presidente della giuria del premio “Sport e diritti umani”
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Non ci saranno passi indietro, bisognava sensibilizzare prima la comunità internazionale sul tema. Se il Qatar ha voluto i Mondiali è per dare credibilità alla sua esistenza di Stato moderno, mentre potremo utilizzare la visibilità per dire a tutto il mondo che non si può costruire uno stadio su migliaia di morti
PAGINA 4
SVOLTA GREEN
il focus
La sfida principale dell’industria automotive è realizzare gli obiettivi Ue sulle emissioni: -55% entro il 2030 e quota zero entro il 2050
La risorsa del biometano nel settore dei trasporti per una mobilità sostenibile
L’elettrico non può essere l’unica opzione per la decarbonizzazione La combinazione con il biocarburante ottimizza il consumo di CO2
R
di ALESSIO BRANDIMARTE
idurre l’impatto ambientale dei veicoli circolanti per contribuire al processo di decarbonizzazione. È questo lo scopo principale dell’industria automotive, per raggiungere gli obiettivi Ue sulle emissioni di CO2: -55% entro il 2030 e quota zero entro il 2050. “Dobbiamo ridurre nei prossimi 28 anni le emissioni del trasporto su strada a zero: parliamo di 100 milioni di tonnellate di CO2. La maggior parte di queste emissioni viene prodotta dalle auto private”, segnala la direttrice di Transport & Environment Italia, Veronica Aneris, sostenendo la necessità di “soluzioni scalabili”, come l’elettricità rinnovabile. I Paesi dell’Ue stanno investendo ingenti risorse per incentivare il passaggio all’elettrico. Ma l’espansione di questo tipo di mobilità implica un aumento della domanda di batterie, la maggior parte delle quali è a litio. La crescente richiesta di questo minerale nei prossimi anni rischia di avere serie conseguenze ambientali e sociali. Pertanto, vanno individuate alternative sostenibili per un trasporto ancora più green. Secondo uno studio realizzato dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle
“Dobbiamo azzerare 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica nei prossimi 28 anni”
Ricerche (CNR-IIA) e presentato lo scorso ottobre, il biometano può svolgere un ruolo strategico per la decarbonizzazione dei trasporti. Si tratta di un gas rinnovabile che si produce dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani e da scarti agricoli e agroindustriali. “Il biometano è un’alternativa già oggi disponibile, che sta crescendo in termini numerici in tutto il mondo”, afferma il responsabile Ricerca & Sviluppo del Consorzio Italiano Biogas (CIB), Lorenzo Maggioni, sottolineando che “grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ci saranno sia incentivi alla produzione sia incentivi all’investimento nella misura massima di 1,91 miliardi di euro”. Il ricercatore del CIB evidenzia che il decreto sugli incentivi, all’analisi Commissione europea a Bruxelles, sarà pubblicato tra marzo e aprile. Questo porterà al raddoppio della produzione del biocarburante, cosicché “più della metà del parco veicoli a metano circolante sarebbe alimentato a biometano”. L’obiettivo è eliminare completamente l’utilizzo del metano di origine fossile. Attualmente c’è un aumento inatteso dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale ma i grandi gruppi industriali, che non hanno alternative sostenibili per i mezzi pesanti, “vedono nei veicoli a biometano la soluzione al loro impegno di decarbonizzazione”. Il motivo, secondo Maggioni, si può ricavare dall’analisi dell’intero ciclo di vita del mezzo, con la quale si dimostra che “un veicolo elettrico inquina tanto quanto i veicoli alimentati con i carburanti tradizionali e inquina di più rispetto a un veicolo alimentato a biometano”. La riduzione delle emissioni, rispetto a un camion a diesel, può arrivare fino al 120%, come di-
mostrato dallo studio del Cnr. Le emissioni di CO2 prodotte nel ciclo di vita del biometano sono infatti pari a zero ma “non si può parlare di emissioni zero in generale, poiché produce PM (particolato) e NOx quando viene bruciato, essendo la composizione chimica del tutto analoga al metano”, precisa Aneris. Secondo la direttrice di Transport & Environment Italia, il biometano non può essere considerato un’alternativa all’elettrico per tre motivi. In primo luogo “non ci sarebbe abbastanza biometano avanzato disponibile per sopperire alla domanda di energia finale dei trasporti”. In secondo luogo destinare risorse e infrastrutture a questo biocarburante, “con un mercato che va in direzione dell’auto elettrica, è sbagliato perché si crea un lock-in tecnologico: le risorse sono limitate e vanno messe nelle soluzioni veramente capaci di decarbonizzare”. Per ultimo, un veicolo a biometano sarebbe esposto “alla volatilità dei prezzi a cui sono soggetti i combustibili fossili”,
essendo presente una percentuale di metano. Per la direttrice dell’ong europea, sarebbe più utile prendere il biogas, metterlo in rete e con quell’energia ricaricare l’auto elettrica, che è molto più efficiente di un veicolo endotermico: “La tecnologia elettrica è nettamente migliore della tecnologia che ci lasciamo alle spalle”. La combustione del diesel infatti si traduce irreversibilmente in emissioni di CO2 e inquinanti atmosferici, mentre i materiali della batteria, alla fine dei suoi due cicli di vita, “possono essere estratti e riciclati in un’ottica di economia circolare”. Tuttavia, decarbonizzare il sistema dei trasporti con un’unica soluzione non sembra possibile. È necessario mettere in campo “una serie di azioni complementari, che trovano la loro base nella strategia europea della mobilità sostenibile”, ammette Aneris. Un buon compromesso potrebbe essere suggerito dal Campionato italiano Green Endurance 2021, dove una Renault Clio ibrida è stata trasformata a biome-
UNA FONTE RINNOVABILE Il biometano è un combustibile derivato dal biogas, che ha subito un processo di raffinazione e purificazione, detto upgrading. Si produce dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani e da scarti agricoli e agroindustriali
tano. Il consumo registrato nelle tre gare della competizione ha oscillato dai 36 ai 47 km per ogni kg di biometano. La combinazione tra il biocarburante e l’elettrico, come indica Maggioni, consentirebbe quindi di ridurre drasticamente le emissioni e aumentare la percorrenza dei veicoli. Due soluzioni che possono andare di pari passo e contribuire a raggiungere quegli obiettivi europei che saranno fondamentali per combattere l’inquinamento dei trasporti e realizzare
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
“Riduzione degli inquinanti fino al 120% rispetto al diesel”
Maggioni, ricercatore CIB “In arrivo 2 miliardi dal Pnrr” Il biometano ha un ruolo centrale per la decarbonizzazione dei trasporti. Lorenzo Maggioni, responsabile Ricerca & Sviluppo per il Consorzio Italiano Biogas (CIB) spiega a Lumsanews quali risorse e strategie saranno messe in campo per lo sviluppo del biometano e perché rappresenta un’alternativa sostenibile per la mobilità. Come si sta muovendo il nostro Paese in termini di sviluppo del biometano? Il Pnrr ha stabilito degli incentivi in merito. “Stiamo attendendo un nuovo decreto che in questo momento è all’analisi della Commissione Ue a Bruxelles. Ci aspettiamo che il decreto venga pubblicato tra marzo e aprile e darà un impulso sostanziale al mondo del biometano. Già oggi in Italia produciamo più di 300 milioni di metri cubi e ci aspettiamo che entro fine anno la produzione raddoppi o raggiunga comunque mezzo miliardo di metri cubi: più della metà del parco veicoli a metano circolante sarebbe alimentato a biometano. L’obiettivo è raggiungere il 100% della mobilità a biometano, affinché tutto il parco mezzi a metano circolante non utilizzi più metano di origine fossile. Saremmo l’unica nazione a livello mondiale che alimenta i mezzi solamente con un biocarburante di origine rinnovabile. Grazie al Pnrr ci saranno sia incentivi alla produzione sia incentivi all’investimento nella misura massima di 1,91 miliardi di euro”. Perché si punta ancora poco sul mercato del biometano? “Attualmente c’è un aumento inatteso dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale. Le società di trasporto che erano intenzionate ad acquistare a biometano confidano in un’evoluzione del mercato che sia favorevole a questo tipo di investimenti. Per i trasporti leggeri, gli acquisti di auto a biometano non sono aumentati in modo sensibile, poiché le case automobilistiche non stanno investendo nel settore. Per i trasporti pesanti, abbiamo assistito a un notevole interesse negli ultimi tre-quattro anni: i grandi gruppi industriali che non hanno alternative per i mezzi pesanti,
L’INTERVISTA/2
LORENZO MAGGIONI Responsabile Ricerca & Sviluppo del Consorzio Italiano Biogas (CIB)
vedono nei veicoli a biometano la soluzione al loro impegno di decarbonizzazione. Mi aspetto che i numeri continueranno a crescere”. Il biometano è un’alternativa sostenibile all’elettrico nel settore dei trasporti? “Il biometano è un’alternativa già oggi disponibile, che sta crescendo in termini numerici in tutto il mondo. L’auto elettrica non ha consumi di per sé ma, effettuando un’analisi well-to-wheel, ovvero considerando l’intero ciclo di vita del mezzo, si dimostra che un veicolo elettrico inquina tanto quanto i veicoli alimentati con i carburanti tradizionali e inquina di più rispetto a un veicolo alimentato a biometano. Nella peggiore delle ipotesi, la riduzione delle emissioni derivanti dal biometano, rispetto a un camion a diesel, sono dell’87-88%. Nella migliore delle ipotesi si ha una riduzione del 120%. Il biometano diventa così ‘carbon negative’ perché la CO2 viene tolta dal ciclo produttivo, con grossi benefici ambientali. Le due soluzioni possono anche andare di pari passo, puntando a una combinazione tra biometano ed elettrico, che consenta di ridurre drasticamente le emissioni e aumentare la percorrenza dei veicoli”. a.b.
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PAGINA 5
Il decreto sugli incentivi e sugli investimenti sarà pubblicato tra marzo e aprile ed entro fine anno raddoppierà la produzione
“Auto ricaricabili sono più efficienti di tutti i veicoli endotermici”
Aneris, direttrice T&E Italia “Servono soluzioni scalabili” Il biometano è spesso considerato una soluzione sostenibile per la mobilità del futuro. Veronica Aneris, direttrice di Transport & Environment Italia, analizza a Lumsanews gli effetti derivanti dall’uso di questo biocarburante in ottica di un’eventuale decarbonizzazione dei trasporti. Quali effetti ha l’utilizzo del biometano nel settore dei trasporti, dal punto di vista ambientale? “Il biometano avanzato, ovvero quello prodotto da rifiuti e residui, è un biocombustibile con un ciclo di vita tale da avere le emissioni di CO2 pari a zero. Tuttavia non si può parlare di emissioni zero in generale, poiché produce PM (particolato) e NOx quando viene bruciato, essendo la composizione chimica del tutto analoga al metano. Dobbiamo ridurre nei prossimi 28 anni le emissioni del trasporto su strada a zero: parliamo di 100 milioni di tonnellate di CO2. La maggior parte di queste emissioni viene prodotta dalle auto private. Abbiamo bisogno di soluzioni scalabili, quali l'elettricità rinnovabile. Sarebbe più utile prendere il biogas, metterlo in rete e con quell’energia ricaricare l’auto elettrica, che è molto più efficiente di un veicolo endotermico”. Il biometano può essere considerato un’alternativa all’elettrico per la decarbonizzazione dei trasporti? “Non possiamo per tre motivi: non ci sarebbe abbastanza biometano avanzato disponibile per sopperire alla domanda di energia finale dei trasporti. Se anche tutto il biogas fosse trasformato in biometano e destinato ai trasporti, a livello europeo potrebbe coprire un fabbisogno del 5% della domanda finale. In Italia questo potrebbe arrivare al 10-15%. Il secondo punto è che destinare risorse e infrastrutture al biometano, con un mercato che va in direzione dell’auto elettrica, è sbagliato perché si crea un lock-in tecnologico: le risorse sono limitate e vanno messe nelle soluzioni veramente capaci di decarbonizzare. Va ricordata infine l'indipendenza energetica:
VERONICA ANERIS Direttrice dell’ong europea Transport & Environment (T&E) per l’Italia
un’auto a biometano, considerando la presenza di una percentuale di metano, espone il consumatore alla volatilità dei prezzi a cui sono soggetti i combustibili fossili”. L’elettrico è quindi l’unica soluzione sostenibile alla decarbonizzazione dei trasporti? “Decarbonizzare il sistema dei trasporti con un’unica soluzione non è possibile: bisogna mettere in piedi una serie di azioni complementari, che trovano la loro base nella strategia europea della mobilità sostenibile. Occorre da un lato ridurre al massimo la domanda di trasporto, dall’altro elettrificare tutto ciò che è elettrificabile, prestando attenzione al ciclo di vita completo. Il numero di auto in circolazione, del quale l'Italia detiene il record negativo in Europa, deve scendere. La tecnologia elettrica è nettamente migliore della tecnologia che ci lasciamo alle spalle: la combustione del diesel si traduce irreversibilmente in emissioni di CO2 e inquinanti atmosferici, mentre la batteria, una volta finito il suo compito, viene riutilizzata e, alla fine della sua seconda vita, i materiali possono essere estratti e riciclati in un’ottica di economia circolare”. a.b.
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La batteria dei mezzi può essere riutilizzata e le componenti possono essere estratte e riciclate in ottica economia circolare
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NON-FUNGIBLE TOKENS
Sono il futuro del mercato digitale e attirano l’attenzione di un pubblico sempre pù ampio L’esperto Pinna “Se la gente si illude di fare soldi rischia forti perdite”
U
di CLAUDIA TORRISI
n meme, un’immagine, una canzone, un tweet. Tutte cose che possono essere vendute a prezzi altissimi e che hanno una caratteristica comune: l’unicità. Stiamo parlando di Nft, nuova frontiera della speculazione digitale che riguarda l’arte e, più in generale, tutti gli “oggetti” digitali collezionabili. L'acronimo sta per non-fungible token, letteralmente “gettone non replicabile”, e indica un atto di proprietà digitale che attesta l’unicità e l’originalità di un determinato contenuto. L’acquisto di queste certificazioni avviene tramite l’utilizzo di criptovalute come l’ether, moneta virtuale privilegiata nella compravendita di Nft. Il possesso del gettone determina inequivocabilmente il possesso dell’opera digitale ad esso collegata. Un Nft è quindi unico, originale e non replicabile. È il 19 febbraio dello scorso anno quando la gif rinominata Nyan Cat viene venduta all’asta al prezzo di 545 mila dollari in ether. La notizia fa clamore e per la prima volta l’attenzione dei media e del mondo economico si concentra sul fenomeno degli Nft. I non-fungible tokens possono essere associati a diversi tipi di risorse: una tra tutte è l’arte digitale. La rivoluzione in atto non sfugge infatti a Christie’s, famosa casa d’aste britannica, che inizia a esporre Nft di arte digitale e lo scorso marzo vende per quasi 70 milioni di dollari Everyday: the first 5000 days dell’artista Beeple. A essere venduta non è stata però l’opera in sé (un file jpeg), bensì il suo certificato di proprietà, il suo Nft. La frenesia ormai in corso colpisce anche il fondatore di Twitter Jack Dorsey che mette all’asta il primo tweet di sempre. Qualcuno, pur di possedere quel tweet, è stato disposto a spendere 2,9 milioni di dollari. Il più grande mercato di cripto-arte è OpenSea. Il 2021 è stato l’anno del boom del settore delle criptovalute e gli Nft in particolar modo hanno visto crescere esponenzialmente il proprio valore sul mercato. Devin Finzer e Alex Atallah, co-fondatori di OpenSea, nell’ultimo anno hanno raggiunto un patrimonio di 2 miliardi di dollari a testa. A marzo 2020 infatti la società contava un volume di transazioni di 1,1 milioni di dollari al mese. Ad agosto 2021, dopo l’esplosione del fenomeno, i numeri mostrano un incremento dei guadagni impressionante: le transazioni hanno toccato quota 3,4 miliardi di dollari. Ma cos’è che giustifica l’incredibile movimento di
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Valerio Albertini, Alessio Brandimarte, Roberta Chiarello, Antonio Contu, Claudia Torrisi
Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
l’inchiesta
Nft, nuova frontiera dell’arte in mano alla speculazione
L’universo che attrae imprenditori e mondo dello spettacolo Parola dell’anno per il 2021: +11.000% di utilizzo soldi che gira attorno agli Nft? Lo dice il nome stesso: il loro essere “non ripetibili”. Lo afferma anche Dannie Chu, amministratore delegato di un’altra piattaforma di compravendita di Nft, MarkersPlace: “Esistono centinaia di migliaia di stampe e riproduzioni della Gioconda, ma dal momento che non sono l’originale creato da Leonardo valgono decisamente di meno. Lo stesso principio si applica agli Nft: puoi copiare e incollare un’immagine o un video ma l’originale, firmato digitalmente dall’artista, è ciò che ha valore”. I non-fungible tokens rendono allora possibile il concetto di unicità anche nel mondo digitale. Una svolta anche per gli artisti che, grazie agli smart contracts, possono ottenere un buon profitto non solo sulla prima vendita ma anche sulle successive transazioni che la propria opera potrebbe subire. Attenzione però anche ai rischi: bolle speculative, truffe, riciclaggio di denaro, ma anche l’impatto ambientale dovuto all’energia elettrica necessaria per le transazioni. “Il riciclaggio di denaro sporco rimane al momento una questione secondaria” sostiene Alessandro Ricci, fondatore e CEO dell’azienda di consulenza digitale Scaling Parrots. Il vero problema è che “non c’è una regolamentazione chiara. Il mondo digitale non si potrà mai controllare del tutto ma perlomeno si può regolamentare”. A oggi, creare Nft non è un’operazione alla portata di tutti. Quello a cui stiamo assistendo è quindi un fenomeno di nicchia, ma che forse è destinato a crescere. La pensa così Efisio Pinna, consulente finanziario esperto in criptovalute, per il quale “il
fenomeno Nft esploderà perché ciò che è nuovo attrae gli imprenditori”. Oltre alle già citate OpenSea e MarkersPlace, esistono molte altre piattaforme che permettono la creazione e la vendita dei nonfungible tokens. La maggior parte di queste, però, richiede il pagamento di una tassa per la coniazione e l’investimento di cifre ingenti. Non è un caso infatti che i principali acquirenti siano attori, politici e imprenditori. “Si tratta di un mercato difficile” sottolinea Pinna a Lumsanews. “Non possono accedere tutti. Se la gente si illude di fare soldi così poi rischia forti perdite”. Tuttavia, non si può escludere che in futuro la catena di transazioni digitali non possa essere associata anche a opere e costi più limitati e, quindi, più accessibili. Lavori basati sugli Nft ma alla portata di tutti sono portati avanti ad esempio dalla compagnia svizzera Luxochain, di cui Davide Baldi è co-fondatore e CEO. “L’applicazione realizzata per la città di Lugano ad oggi viene usata anche da persone anziane, non serve essere esperti. Tutto è basato su blockchain ma è people friendly, senza speculazioni. Un'applicazione concreta della tecnologia per aiutare sia i cittadini che i commercianti”. Persone molto ricche sono disposte a spendere cifre smisurate per opere che, di per sé, non hanno nessuna utilità e nessun significato. Si tratta quindi di pura speculazione? Sì, ma anche di prestigio e unicità. Lo sostiene anche Piero Polidoro, professore di Filosofia e Semiotica all’Università Lumsa di Roma ed esperto di reti sociali, per il quale la spe-
culazione rappresenta “uno dei meccanismi più importanti del mercato dell’arte”. “Credo che il motivo principale che spinga a investire in Nft sia la speranza di poterli rivendere a un prezzo maggiore” osserva il docente. “Secondo alcuni, poi, una motivazione può anche essere il voler “esserci”, il voler partecipare a questo movimento”. Ciò che spinge i compratori a svuotare i propri wallet digitali è anche l’idea di possedere qualcosa di bello perché unico e originale. Ed ecco che allora il nuovo cripto-universo apre le porte al ritorno dell’arte per l’arte: senza alcuno scopo se non quello di essere ammirata e desiderata. L’idea di possedere qualcosa di unico e originale è il fattore primario alla base del collezionismo. Nel caso degli Nft, però, non si possiede nulla di più che un certificato di proprietà. Capire questo concetto significa anche essere disposti a cambiare la propria forma mentis e compiere un passo avanti nell’accettazione di questo nuovo fenomeno. Si tratta di una semplice moda passeggera? Probabilmente no: è qualcosa che proseguirà e aprirà a scenari socioeconomici ancora inesplorati. Allo stesso tempo però, sostiene Polidoro, “non è destinata ad avere quella centralità che qualcuno prefigura”. Sul futuro degli Nft quindi ancora è presto per parlare. La cosa sicura è che il trend in salita iniziato lo scorso anno sembra proseguire anche nel 2022. Il termine è entrato nel linguaggio mainstream fino al punto da essere eletto “parola dell’anno” del Collins Dictionary: nel 2021 l’uso del termine è aumentato dell’11.000%.
OpenSea, l’esplosione di un nuovo giro di af
LUMSAnews
PAGINA 7
L’INTERVISTA
“Per un’opera 70 milioni Ma si possiede solo un certificato di proprietà”
Polidoro, esperto di reti sociali “Il fenomeno non stravolgerà le nostre vite”
ffari
NYAN CAT Gif venduta all’asta il 19 febbraio 2021 al prezzo di 545 mila dollari in ether. È il primo Nft a suscitare sclapore e ad attrarre l’attenzione mediatica.
PAROLA CHIAVE
NFT L’acronimo è stato eletto dal Collins Dictionary britannico “parola dell’anno” per il 2021. La scelta è stata giustificata dalla forte impennata nell’utilizzo del termine nel corso dell’anno: +11.000%. Il non-fungible token è “un certificato digitale unico, registrato in una blockchain, che viene utilizzato per registrare la proprietà di un bene come un'opera d'arte o una colleizone”. L’acquisto di Nft avviene solo tramite criptovalute. La moneta virtuale favorita per la compravendita di questi gettoni digitali è l’ether.
Fonte: Dune Analytics
ENTRATE OPENSEA Il grafico a sinistra evidenzia l’andamento crescente del volume delle transazioni in dollari nel 2021 della piattaforma di compravendita di Nft OpenSea.
Gli Nft rappresentano il futuro della speculazione digitale. Cosa spinge le persone a investire in questo tipo di mercato? Credo che la parola chiave per risponderle sia nella sua domanda: speculazione. Penso che questo sia il motivo fondamentale (e consapevole) per questo tipo di investimenti, che possono raggiungere valori sbalorditivi: a marzo 2021 l’opera digitale “The First 5000 Days” dell’artista chiamato Beeple è stata venduta da Christie’s per quasi 70 milioni di dollari. O meglio, sarebbe più corretto dire che ad essere stato venduto è, più che l’opera (un file jpg), il suo Nft, cioè un certificato di proprietà. Ciò significa che il proprietario non avrà il possesso materiale dell’opera (l’opera è digitale e quindi immateriale); né sarà l’unico a poterla guardare o mostrare: ci sono molte immagini di “The First 5000 Days” disponibili sul web, e molte anche ad ottima definizione. Non è molto chiaro neanche l’aspetto dello sfruttamento dell’opera: ci sono casi in cui l’Nft lo esclude chiaramente; altri in cui il concetto è semplicemente inapplicabile. Se, infatti, il primo tweet della storia (quello di Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter) viene venduto tramite Nft a circa 3 milioni di dollari, che senso ha parlare di diritti di sfruttamento? È visibile in qualsiasi istante a chiunque abbia accesso a Twitter. Quindi credo che il motivo principale che spinga a investire in Nft sia la speranza di poterli rivendere a un prezzo maggiore, magari sfruttando il grande interesse (o clamore) che si è creato sull’argomento. Secondo alcuni, poi, una motivazione può essere anche il voler “esserci”, il voler partecipare a questo movimento, per realizzazione personale o perché rafforza la propria immagine. Tornando alla speculazione, comunque, va detto che non è certo da oggi che essa rappresenta uno dei meccanismi più importanti del mercato dell’arte. Secondo lei si tratta quindi di pura speculazione o di una moda che rischia di risolversi in una grande bolla? Possedere qualcosa di unico e assolutamente originale è, da molto tempo, una delle molle del collezionismo. Ci possono essere collezionisti che amano avere pezzi non unici, che li legano ad altri possessori che appartengono alla stessa comunità. O collezionisti amanti del pezzo unico, da esporre o da custodire gelosamente e, alle volte, segretamente. Qui però c’è da capire che cosa si possiede. In realtà, acquistando un Nft, si possiede per lo più un certificato di proprietà (vedi l’esempio precedente del primo Tweet). Forse dobbiamo prendere ancora le misure con questo fenomeno; forse dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, per poterlo pienamente apprezzare. Ma probabilmente io sono, da questo punto di vista, un conservatore e non ho ancora compiuto questo processo. E quindi penso che si tratti di qualcosa che forse resterà, ma non è destinata ad avere quella centralità che qualcuno prefigura. Diciamo che la mia, più che una previsione (non mi azzardo a farne), è una speranza, magari un po’ moraleggiante. Quali sono secondo lei i pregi e i rischi che il mondo degli Nft porta con sé? In generale, possono essere gli stessi della tecnologia-madre, la blockchain. Senza scendere in dettagli tecnici, che non sono fra l’altro il mio campo, si tratta di un sistema molto sicuro di gestire transazioni e tenerne traccia. Con gli Nft, a causa del ricorso ai marketplace, viene un po’ meno uno dei vantaggi della blockchain, cioè la totale disintermediazione. Un problema, che preoccupa molto in queste settimane, è quello del grande dispendio energetico che queste tecnologie comportano. Nello specifico, l’Nft è certamente un modo interessante ed efficace di sostituire un certificato di autenticità cartaceo. Il discorso diventa più complesso (e incerto) quando si unisce questa caratteristica all’immaterialità anche del prodotto la cui proprietà viene certificata; ma questo è proprio il
Piero Polidoro è professore di Filosofia e Semiotica presso l’Università Lumsa di Roma ed è esperto di reti sociali. caso di cui si parla di più: quello delle opere d’arte digitali. Al momento gli Nft rappresentano un mondo di nicchia: secondo lei sono destinati a crescere fino a diventare accessibili a tutti? Diciamo che la tecnologia c’è. Il suo funzionamento è complesso e la sua comprensione effettiva limitata ai tecnici, ma questo di solito non impedisce a una tecnologia di diffondersi. La questione, piuttosto, è: quali bisogni soddisfano gli Nft? A cosa ci servono? Cosa ci permettono di fare? Come dicevo, sicuramente è un modo interessante per attestare una proprietà (al di là del discorso sull’arte digitale) e magari in tal senso troverà un’applicazione più vasta. Anche limitatamente ai prodotti digitali, non bisogna pensare solo a casi eclatanti, come quelli citati prima, ma magari a transazioni di entità molto più limitata, sempre che siano compatibili con il problema del dispendio energetico. Però, se proprio mi devo sbilanciare, non credo che sia questa la tecnologia che stravolgerà le nostre vite nei prossimi venti o trent’anni. Gli Nft sono spesso associati al mercato dell’arte digitale. Lei pensa che questo possa essere il futuro dell’arte contemporanea? E specialmente, si tratta di un futuro che potrà essere socialmente e universalmente accettato? Ci sono tanti modi di definire l’arte e per ognuno ci sarebbe una risposta diversa a questa domanda. Quello che colpisce (ma forse non dovrebbe, se ragioniamo non in termini di arte, ma di mercato dell’arte) è che si è molto parlato di “The First 5000 Days”, ma non sono sicuro che poi molte persone si siano soffermate a guardare l’opera. Beeple è anche un personaggio simpatico e “The First 5000 Days” può avere diversi spunti interessanti, ma certo è difficile imbastirvi attorno un’analisi e un discorso critico paragonabile a quelli che la critica d’arte, in tanti modi diversi, ha avuto modo di costruire a partire da tante opere del passato o del presente. E, intendiamoci, il valore di questa specifica opera non è neanche, come nell’arte concettuale, l’idea che essa veicola, indipendentemente dal suo valore materiale o estetico; il suo valore dipende, preponderantemente, dal modo in cui è stata venduta. Questo ha certamente un grande interesse in termini di economia, sociologia dell’arte, ecc. Io però sono ancora affezionato all’idea che l’arte, in un modo o nell’altro, ci colpisca profondamente, ci trasformi, ci dia - attraverso idee e sensazioni modo di ragionare su di noi e sul mondo. Credo anche che questa esigenza, innata, non si sia spenta e che le persone continueranno a cercare di soddisfarla, magari in nuovi modi o fra nuove distrazioni. (c.t.)
l’inchiesta
LUMSAnews
Il rapporto tra calcio e criptovalute Un matrimonio di convenienza dove regna il denaro digitale PAGINA 8
In Italia 250 milioni tra sponsorizzazioni e partnerships Gli esperti rimangono scettici: “Valori troppo variabili”
U
di ANTONIO S. CONTU
n vero e proprio matrimonio di convenienza. È quello tra il mondo del calcio e le criptovalute. Se da una parte ci sono i club sempre in difficoltà economiche che hanno bisogno di nuove forme di finanziamento, dall’altra c’è un mondo quasi sconosciuto che ha bisogno di uscire dall’anonimato. Così, con la stagione calcistica in corso, registriamo un vero e proprio boom di soldi virtuali che finanziano le varie squadre. In Serie A, tra sponsorizzazioni e partnership, le criptovalute muovono oltre 250 milioni per i club del campionato italiano: un'iniezione di liquidità per il sistema calcistico italiano, costretto tra l’altro a rinunciare ormai da due anni agli accordi con le aziende di scommesse per il divieto sancito dal decreto Dignità (proventi diminuiti di almeno 100 milioni). “Si tratta di un fenomeno globale e molto complesso, queste aziende sostituiscono di fatto le sponsorizzazioni derivanti dal betting”, dice a Lumsanews Marco Bellinazzo, firma del Sole 24 Ore ed esperto in criptovalute. “Attualmente è un fenomeno finanziario positivo in termini economici, ma è anche vero che è in grado di evolversi in modo incontrollabile”. La società che ha tratto maggior beneficio in Italia finora è stata l’Inter, che in estate ha salutato la storica Pirelli come main jersey partner, accogliendo Socios.com, piattaforma digitale creata da Chiliz, criptovaluta e principale fornitore di blockchain per l’industria globale dello sport. Sponsorizzazione che gonfierà le casse nerazzurre di 20 milioni a stagione fino al 2025. Socios però, oltre alla Beneamata, ha avviato partnership con la Nazionale, Juventus, Milan, Napoli, Roma, Bologna e Novara nell’universo calcistico italiano e con oltre 100 squadre tra calcio, pallacanestro e hockey su ghiaccio americano. Nell’atto pratico si occupa di lanciare Fan Token, degli asset digitali che danno diversi diritti a chi li acquista. Una strategia in criptovalute nella quale avviene un’interazione tra i tifosi e la loro squadra del cuore attraverso diverse esperienze, fatta eccezione per i diritti di voto. Per fare qualche esempio, il Paris Saint Germain ha chiesto quale frase scrivere sul retro della fascia da capitano (ha vinto “Ici c’est Paris”), i tifosi della Roma possono decidere a chi intitolare un campo di allenamento del centro sportivo di Trigoria o i milanisti, che hanno potuto scegliere il motto che fa da sfondo allo spogliatoio di San Siro. Nell’Italia calcistica anche le due squadre capitoline hanno adottato come sponsor principale di maglia due valute digitali. Sul petto della Roma si trova DigitalBits, criptovaluta sviluppata da Zytara Labs, che frutterà ai giallorossi una cifra superiore ai 35 milioni di euro per i prossimi tre anni, con la maggior parte (intorno a 20 milioni) che è prevista nell’ultimo anno di sponsorizzazione. Una parte dei pagamenti sarà effettuata in criptovalute. Sull’altra sponda calcistica è sbarcata la crypto-exchange Binance, che garantirà oltre 30 milioni nei prossimi due anni alla Lazio, con un’opzione di rinnovo per il terzo. A beneficiare delle sponsorizzazioni anche Juventus e Milan, che hanno riempito la manica sinistra con due criptovalute: i bianconeri ottengono 5,5 milioni da Bitget, i rossoneri 5 da BitMEX. La stessa Lega Serie A si è accordata con Crypto.com, la principale applicazione di scambio delle monete virtuali e che di recente ha acquistato i diritti di naming dello Staples Center, lo stadio dei Los Angeles Lakers ora diventato Crypto.com Arena. È arrivata anche una svolta dal punto di vista prospettico da parte delle valute digitali: nel dicembre del 2021, tra le offerte per l’acquisizione della Salernitana, poi rifiutata, è giunta una proposta da un fondo non definito di 40 milioni di euro, più della metà di questi pagabili in criptovalute e in 36 rate. “Siamo all’alba di una intersezione tra calcio e finanza, - spiega Bellinazzo - occorre però prudenza da parte delle leghe sportive, sono pur sempre delle valute digitali e potrebbero incorrere a un deprezzamento. In tal caso potrebbe verificarsi un
Il focus
Dal Bitcoin al conflitto in Kazakistan Alla scoperta delle valute Create nel 2009 dal misterioso Nakatomo, lo scorso anno hanno registrato un vero boom in termini di transazioni e investimenti. Manca però un’autorità centrale che regolamenti il fenomeno
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La prima maglia dell’Inter di quest’anno, con gli sponsor di criptovalute Socios.com nel petto e DigitalBits nella manica sinistra
impoverimento per il tifoso in questione, c’è il rischio onda d’urto della deflagrazione del settore. I club dovrebbero educare finanziariamente le persone che investono in questo settore”. Le “cripto” infatti comportano dei rischi non indifferenti. Innanzitutto hanno dei valori troppo variabili. Infatti, se per la Roma il valore di DigitalBits dovesse crollare, i giallorossi dovranno dire addio a oltre 30 milioni, vitali in questo momento pandemico di gravi perdite economiche per i club. Il rischio più significativo è rappresentato dalla mancanza di un’autorità centrale che controlli le varie transazioni e che quindi vengano pagate massicce commissioni. Altro pericolo, spiega Gianni Dragoni, caporedattoreinviato del Sole 24 Ore è il “possibile favoreggiamento della ludopatia, con i tifosi che siano eccessivamente tentati di acquistare , alcuni prodotti (per esempio su Socios.com) utilizzando le monete digitali nella speranza che i valori possano aumentare e che i soggetti più deboli possano essere gli adolescenti: non c’è un controllo di coloro che effettuano transazioni e i minorenni potrebbero scambiare Token e perdere inconsapevolmente tanti soldi”. A questo proposito, mentre in Italia non c’è nessun
tipo di limitazione, per ora, in Inghilterra la Premier League sta pensando di regolamentare il settore. “Le leghe europee devono attuare un sistema di regolamentazione univoco. Purtroppo le criptovalute favoriscono l’infiltrazione di organizzazioni criminali e il calcio è un terreno fertile per riciclare il denaro sporco”. Questo l’intervento a Lumsanews di Efisio Pinna, consulente finanziario. Anche perché una squadra della Premiership, il Manchester City, ha dovuto sospendere una partnership con l’azienda 3Key Techonologies, piattaforma creata per gestire gli account di criptovalute dei clienti, perché non sono state trovate tracce concrete delle persone effettivamente operanti all’interno della società. Recentemente anche il Barcellona ha dovuto annullare un contratto con la piattaforma Ownix, che ambiva a commercializzare degli Nft per il club catalano, dopo che un membro della società è stato arrestato con l’accusa di frode. Secondo le previsioni di Deloitte, a livello mondiale, nel mondo calcistico le criptovalute frutteranno oltre 1 miliardo di dollari nel 2022, raggiungendo dei livelli difficilmente auspicabili solo un anno fa, mercati e borse permettendo…
e criptovalute sono delle vere e proprie monete digitali che utilizzano tecnologie di tipo peer-to-peer su reti in cui i nodi sono rappresentati da computer di utenti, situati su tutto il globo. Su questi computer vengono avviati alcuni programmi che fungono praticamente da portamonete e non c’è attualmente una autorità centrale che le controlla. Sono delle monete di scambio, proprio come l’euro o il dollaro, che non esistono in forma fisica di monete o banconote a differenza della valuta europea e americana. Mentre le monete fisiche hanno un sistema di controllo attraverso governi o banche centrali (es. l’euro che viene emesso dalla Bce), le criptovalute non dispongono di una gestione di tipo centralizzato e queste proprietà delle monete virtuali non possono essere esplicate dai sistemi di pagamento tradizionale. La prima criptovaluta ad essere creata è stata il Bitcoin, creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto, pseudonimo del misterioso creatore. I bitcoin possono essere scambiati attraverso la tecnologia blockchain, un archivio digitale crittografato condiviso da tutti i suoi utenti all’interno di cui sono registrate tutte le transazioni completate, a partire dalla prima, datata 3 gennaio 2009. Dopo la nascita dei bitcoin, sono nate una serie di criptovalute, subito ribattezzate “alternative coin”, che utilizzano un sistema differente dalla blockchain. Le monete digitali sono esplose però nel 2021, con investimenti ingenti legati a esse e ciò ha comportato un consumo maggiore di energia. Questo perché avviene una sorta di “estrazione” chiamata data mining: l’insieme di tecniche e metodologie che hanno come scopo l’estrazione di informazioni utili da banche dati con metodi automatici o semiautomatici. Questo comporta un notevole utilizzo di energia e recentemente è stata una delle cause della crisi economica del Kazakistan. Nel Paese asiatico infatti alla fine del 2021 si sono registrati una serie di rincari che hanno fatto salire alle stelle i prezzi degli idrocarburi, come il gpl. Con una grave crisi e una svalutazione della moneta locale, è stato inevitabile il caro energia e un’inflazione altissima. Uno dei responsabili è il bitcoin, il Kazakistan è la seconda nazione per estrazione del bitcoin. Data l’assenza di misure restrittive e il bassissimo costo dell’energia, tante aziende della vicina Cina sono emigrate in territorio kazako. Con il mining dispendioso, c’è stata un’impennata della domanda di energia elettrica sovraccaricando la rete di distribuzione, facendo quindi schizzare il prezzo degli idrocarburi, con tanti computer che elaborano algoritmi molto complessi e, in particolare, occorre un numero altissimo di operazioni di calcolo molto elaborate che sono le attività che consumano più energia. (a.s.c.)