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Cultura
Editoria
Così i giornali di carta sfidano le profezie di sventura di Gloria Frezza
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Italiano, la parabola stanca di una lingua in crisi di Michela Eligiato
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PERIODICO NUMERO 4 01/10/2017
1917 2017
La Rivoluzione russa, i principi e l’eredità di un secolo Politica che ha cambiato la storia della nazione e del mondo
I primi cento anni dell’utopia rossa
Movimento cinque stelle il decennio che ha cambiato il Palazzo
di Marco Assab e Christian Dalenz
Sport
Opportunità o business? Gli stadi e l’ipotesi privatizzazione
di Davide Di Bello
di SIRIA GUERRIERI, LUISA URBANI e MASSIMILIANO VENTURINI
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Primo Piano
1917 - 2017
I primi cento anni dell’utopia M
di SIRIA GUERRIERI, LUISA URBANI e MASSIMILIANO VENTURINI
osca, 25 ottobre 1917. I bolscevichi lanciano la parola d’ordine: “Insurrezione generale”. Gli ex servi della gleba, i contadini analfabeti, gli operai sfruttati delle (poche) fabbriche allora esistenti, ma soprattutto i soldati, i marinai spinti al massacro sul fronte di una guerra folle e catastrofica, attaccano il Palazzo d’Inverno. I comizi di Lenin in giro per la Russia avevano infiammato gli animi già rivoluzionari, lo spirito di quelle masse che a febbraio, pochi mesi prima, avevano messo fine all’impero millenario degli Zar, ma che ancora non avevano ottenuto nulla delle richieste collettive: terra, pace, potere ai soviet. La rivoluzione di febbraio non aveva portato cambiamenti concreti. Neanche un’Assemblea Costituente. “Tutta la terra ai contadini, tutte le fabbriche agli operai, pace immediata”. È l’urlo collettivo con cui in poche ore, quella stessa mattina, un corteo formato da operai, bolscevichi e soprattutto dai giovani marinari di Kronstadt assalta la residenza invernale dei Romanov, simbolo del potere degli zar. Il palazzo, divenuto sede del governo provvisorio insediatosi a febbraio, cade senza quasi opporre resistenza.
L’idea di un nuovo mondo. È l’inizio di una nuova era. Il mondo intero guarda all’ Ottobre Rosso come alla realizzazione di un’utopia finalmente possibile. Ma per la Russia il sogno in pochi mesi si trasformerà in un incubo, con la guerra civile, le carestie, la repressione, l’istituzione della Čeka, poi l’orrore dello stalinismo.
La rivoluzione del ’17 segna indelebilmente i destini di un intero secolo. Perché si tratta della manifestazione vivente e concreta che un mondo diverso non è materia dell’aldilà, che una società più equa e più giusta è realizzabile, su questa Terra. A simboleggiare la vittoria di un’idea di riscatto da un mondo di oppressione e di miseria, per milioni di persone. “La rivoluzione proletaria era possibile solo in Russia, perché in Russia mancavano tutte quelle strutture sociali borghesi che in Europa erano già consolidate”. Una considerazione, quella di Gramsci, che non può non far sorgere interrogativi, specie nella ricorrenza del centenario della Rivoluzione d’ Ottobre. Un anniversario che illumina conquiste ed orrori, al quale il mondo capitalista guarda con noncuranza e la Russia di Putin con diffidenza. Che cosa resta oggi. Eppure, cosa resta oggi della “spinta propulsiva” della prima rivoluzione non liberale, la sola capace di tradurre in azione il messaggio evangelico dell’uguaglianza per tutti gli esseri umani? Studiosi provenienti da aree diverse come Luciano Canfora, saggista, storico e membro della Fondazione
Istituto Gramsci, e Piero Bevilacqua, docente di Sto ria Contemporanea all’Università di Roma La Sapienza, trovano punti in comune sulle conquiste della Rivoluzione: i diritti sociali tradotti poi nelle Costituzioni dei Paesi occidentali, l’emancipazione femminile, le conquiste sindacali, l’educazione estesa alle varie fasce della popolazione, il tentativo di ridurre l’orario di lavoro a favore di una maggiore attenzione alla vita sociale e culturale. Anche il crollo dell’Unione Sovietica dopo il 1991 ha avuto ripercussioni sul mondo occidentale: da allora le conquiste sociali introdotte con l’avvento della rivoluzione e recepite nelle politiche di welfare delle socialdemocrazie sono state rimesse in discussione, anche a causa della crisi economica e politica. Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, docente di Storia Internazionale all’Università di Roma Tor Vergata e autore della Cambridge History of Communism per la Cambridge University Press, ai nostri microfoni delinea la grande influenza che ha avuto la Rivoluzione d’ Ottobre per il mondo e per la storia globale, analizzando l’eredità del 1917 per la
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LUMSAnews
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LE OPINIONI
“La Russia di oggi? Più democratica degli Stati Uniti” Gli esperti sull’eredità della rivoluzione
Il periodo di transizione iniziato con il crollo del muro di Berlino, fino all’ascesa al potere di Putin, ha evidenziato luci e ombre del lascito del comunismo all’interno dell’ex Unione Sovietica: da un lato la corruzione e la concentrazione del potere nelle mani degli oligarchi, la cui influenza permetteva loro di mantenere un ruolo di contro-potere rispetto alle nascenti istituzioni democratiche. Dall’altro, i primi segnali di democrazia importati guardando soprattutto all’Europa occidentale. Anche sotto questo aspetto Luciano Canfora vede la Russia come “più democratica degli stessi Stati Uniti”. Bevilacqua rovescia la prospettiva critica e attribuisce la responsabilità degli aspetti autoritari del governo di Putin alla combinazione di due fattori di politica estera: l’atteggiamento degli Stati Uniti, che sembra tendere alla contrapposizione fra blocchi come ai tempi della guerra fredda, e la remissività dell’Europa, che anziché imporsi come terzo polo sullo scenario internazionale, si limita a ratificare le decisioni dell’alleato americano. La Russia di Putin. Il passaggio ad una forma di democrazia “completa”, nell’attuale scenario internazionale, non sembra potersi distaccare dall’influenza di questi elementi. Il largo consenso interno di Putin – pur contraddistinto da ombre significative – va letto, secondo Bevilacqua, a partire dalla mancanza di un dialogo costruttivo nel panorama globalizzato fra le varie potenze. La Russia di oggi, spiega Sergio Paini, corrispondente Rai da Mosca, “è una democrazia sui generis, di tipo autoritario, a cui guardano come modello l’Ungheria e i movimenti sovranisti europei di estrema destra”. Una “democrazia so-
Luciano Canfora, saggista, storico e membro della Fondazione Istituto Gramsci
vrana”, come ha teorizzato Vladislav Surkov, uomo di Putin, che a differenza delle democrazie liberali non è fondata sui diritti e sulle li bertà individuali. “Sul piano internazionale la Russia putiniana si propone come modello alternativo e contrapposto all’egemonia globale di Washington. Non c’è però nessuna radice ideologica alla base di questa contrapposizione: anche le alleanze con Cina, Cuba, Venezuela, Iran, paesi che si oppongono alla globalizzazione a guida americana, sono di tipo tattico e geopoli-
tico”. Anche il prof. Silvio Pons sottolinea, nella politica estera della Russia di oggi, la mancanza di una spinta ideologica analoga a quella del comunismo. Pons rileva però anche una linea di continuità tra l’Unione Sovietica e Putin: “La politica di potenza dell’Urss è sicuramente una premessa storica della Russia di Putin. In quest’ottica, il punto di riferimento di Putin in politica estera sembra essere molto più Stalin che Gorbaciov”. L.U.
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Cultura
LUMSAnews
Campanello d’allarme per l’italiano PAGINA 4
La nostra lingua è in crisi, deve fare i conti con l’uso eccessivo di anglismi
L
di MICHELA ELIGIATO
a lingua italiana sta bene, gli italiani un po' meno. Per capirlo, basterebbe consultare i dati OCSE 2017 che analizzano la capacità di comprendere un testo scritto nella propria lingua. Analizzando un campione di persone tra i 16 e i 65 anni in 64 Paesi, ne risulta che gli italiani sono ultimi nella comprensione di un testo e penultimi a risolvere problemi di matematica. L’ignoranza deriva in parte da un’eccessiva superbia: la maggior parte delle persone selezionate non consulta il dizionario e, fatta eccezione per i ragazzi che devono leggere libri scolastici, non si studiano nemmeno più i testi utili per arricchire il lessico. Ne consegue che il 20% degli italiani non va oltre le basi della lingua. I dati raccolti dall’OCSE sono allarmanti, perché gettano luce su un fenomeno che coinvolge non solo l’università, ma che prende forma nelle scuole elementari e medie. La scuola. L’italiano viene spesso sbandierato come la disciplina centrale nella nostra scuola ma, di fatto, non viene coltivato come tale. Manca infatti la cognizione che la lingua prima serva all’individuo per sviluppare le sue competenze cognitive. La scrittura nella scuola primaria, ormai modernizzata, viene insegnata in modo sempre più approssimativo. Una condizione dovuta sia alla convinzione che ormai sia utile solo la scrittura elettronica, sia al desiderio dei docenti di “andare oltre” l’insegnamento della grammatica standard, puntando sul nozionismo di altre discipline. Molto dipende anche dalle attese che hanno le famiglie nei confronti degli insegnamenti primari, soprattutto l’idea che, per permettere ai propri figli di trovare lavoro all’estero, sia fondamentale dedicare molte ore all’insegnamento della lingua inglese. L’Università. Per quanto riguarda gli indirizzi di studio universitari scelti dai ragazzi italiani, quest’anno si registra un cambio di tendenza: spiccano materie umanistiche, scienze sociali, giornalismo e informazione, con il 30% degli iscritti, seguite dalle discipline scientifiche, con il 24% delle iscrizioni. Tuttavia il livello di istruzione universitaria è tra i più bassi dell’Unione europea, con solo il 18% di laureati. Livelli forse causati dal basso tasso di occupazione e di retribuzione dei giovani laureati, inferiore del 21% alla media OCSE per gli uomini, del 35% per le donne. Arrivano puntuali le lamentele dei docenti universitari, che denunciano la mancata preparazione degli studenti nella realizzazione di tesi di laurea, così come gli errori di grammatica trovati nei testi di diversi concorsi pubblici. Tra i casi più eclatanti, l’esame per l’ingresso in magistratura. Le iniziative. Scendono in campo i linguisti. Giuseppe Antonelli, conduttore su Radio 3 del programma “La lingua batte”, ha curato una nuova collana del Corriere della Sera in edicola dal 20 settembre. Biblioteca della lingua italiana sarà una serie di 25 volumi sull’uso dell’italiano. “Prima lezione sul linguaggio” di Tullio de Mauro, il primo volume ad essere uscito, potrà fornire una guida che aiuterà il lettore a capire i modi e gli effetti di come parliamo, nel tentativo di arricchire le nostre espressioni quotidiane. I tanti odiati “classici”, fatti studiare tra i banchi di scuola, diventano la Bibbia del sapere e della grammatica anche per la nuova collana di Repubblica. L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile, con i suoi 14 libri firmati da studiosi e ricercatori scelti dall’Accademia della Crusca, farà il punto su ciò che si muove nel mondo della comunicazione. Anche Sky Arte, con una trasmissione in onda fino al 30 settembre, sta regalando una serie di interessanti “Pillole” realizzate in collaborazione con la casa editrice Zanichelli, in occasione del compimento dei cent’anni dello storico vocabolario. Tutti i giorni un volto noto del cinema, dell’arte, del giornalismo, dello sport e della cultura in genere si cimenta in una “definizione d’autore”, in onda alle 21:10, e anticipata attraverso i social del canale durante il pomeriggio. I pareri. Le riforme infinite della scuola, che sono state fatte in questi ultimi decenni, si sono risolte in un abbassamento sostanziale del livello della formazione. Si colgono dei segnali allarmanti se si pensa alla proposta di diminuire le ore di italiano insegnate nei licei e forse anche la sottrazione di un anno nella scuola superiore. Segnali rischiosi anche nel provvedimento della Ministra Fedeli di introdurre l’uso degli smartphone nelle classi. “Dobbiamo sicuramente modernizzarci, ma per quanto riguarda lo sviluppo delle capacita linguistiche non si può prescindere da ciò che ci dicono le scienze del linguaggio”, spiega, in un’intervista a Lumsa News, il Professor Francesco Sabatini, accademico della Crusca. Dello stesso parere è Paolo Martino, professore di glottologia e linguistica generale all’Università Lumsa di Roma, che è preoccupato soprattutto dal-
l’uso eccessivo di anglismi nel nostro vocabolario e dell’insegnamento della lingua inglese a discapito delle ore dedicate all’italiano. “Si parla con slogan, si parla della Scuola smart nei documenti del Ministero, della scuola 4.0 fondata sulla digitalizzazione. Usare questa terminologia quando si parla di scuola, vuol dire che bisogna ‘disinstallare’ il precedente modello, che però non è tutto da buttar via. La scuola ha una tradizione secolare”, spiega nell’intervista. Massimo Cacciari, filosofo, politologo e accademico italiano, parla di una gerarchia di valori del tutto capovolta a discapito della lingua italiana: “L’italiano, che era l’insegnamento fondamentale fino a qualche decennio fa, perde importanza rispetto ad altre materie. Ad esempio, oggi una famiglia preferisce di gran lunga che il proprio figlio esca dalla scuola sapendo bene l’inglese, piuttosto che l’italiano”, spiega Cacciari in un’intervista a Lumsa News.
IL PARERE/1
Francesco Sabatini: lo smartphone a scuola rischioso
Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, individua nell’uso dei cellulari nelle classi un segnale negativo per la scuola italiana. Com’è cambiato l’insegnamento della lingua italiana nel corso degli anni? “Colgo segnali che riguardano la diminuzione di ore dedicate all’insegnamento dell’italiano, forse la sottrazione di un anno nella scuola superiore. Sono segnali rischiosi, come anche l’introduzione di smartphone nelle classi. Dobbiamo sicuramente modernizzarci, ma per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità linguistiche non si può prescindere da ciò che ci dicono le scienze pedagogiche e del linguaggio, così come quelle del cervello, visto che la lingua ha sede nel cervello”. Quanto sono importanti le iniziative promosse dai media sulla lingua italiana? “Non è la prima volta che c’è un richiamo d’allarme sull’inefficienza della scuola e della formazione per la padronanza dell’italiano come lingua prima nella nostra società. Sono decenni che da parte dei linguisti più attenti si insiste su questi segnali crescenti che la stampa, non solo di oggi, raccoglie” .Quali potrebbero essere le controindicazioni? “Si spera però che tutto non venga poi interpretato nel senso della semplificazione degli studi o dell’attenuazione dell’impegno preciso, tecnico, scientifico per lo sviluppo delle capacità linguistiche. Accolgo quindi con favore le iniziative della televisione e dei giornali, ma non basta. È necessaria una formazione più specifica del corpo docenti. Se non formiamo come si deve i docenti, le varie politiche sulla scuola non potranno che risultare inefficaci”. Dai dati Ocse 2017 si legge che solo il 18% degli iscritti all’università completa gli studi, come commenta i dati? “Spesso non è un problema degli studenti ma delle tante riforme apportate, dobbiamo avere più cura della nostra istruzione”.
IL PARERE/2
Massimo Cacciari: le persone preferiscono l’inglese
Massimo Cacciari, filosofo, politologo e accademico italiano, si scaglia contro il linguaggio sempre più semplificato dei giornali e della televisione. Anche l’uso di anglismi, entrati nel registro linguistico quotidiano, non stimola i giovani ad usare parole della lingua italiana. Alla fine del percorso scolastico, sono molti i ragazzi che scrivono male in italiano e leggono poco. Lei afferma però che spesso non è colpa degli studenti né degli insegnanti, ma dell’impianto dei vecchi licei che è stato smembrato. Può spiegarci meglio questo suo punto di vista? “Gli attuali mezzi di comunicazione favoriscono tutto fuorché l’apprendimento di un italiano corretto, ricco, articolato. Dalla televisione fino ai nuovi mezzi di comunicazione, tutto congiura in favore di un linguaggio ultra semplificato, che a volte si riduce a dei segni, come quelli che adoperiamo quando scriviamo messaggi sul telefonino o anche quando scriviamo email. È tutto un sistema che concorre alla perdita della lingua madre, o comunque a un suo scarso approfondimento e a una mancanza di amore nei suoi confronti”. Spesso al centro delle critiche c’è la scuola. Lei che cosa ne pensa? “Certo, la scuola dovrebbe resistere, dovrebbe mettere ancora al centro il gusto della conoscenza dell’italiano, al fine di scriverlo e parlarlo in modo adeguato, ma ormai anche in quel contesto si segue l’andazzo. Ne consegue che l’italiano, che era l’insegnamento fondamentale fino a qualche decennio fa, perde importanza rispetto ad altre materie. Ad esempio, oggi una famiglia preferisce di gran lunga che il proprio figlio esca dalla scuola sapendo bene l’inglese, piuttosto che l’italiano. C’è una scala di priorità che è cambiata nel corso degli ultimi cinquant’anni, e ancor più precipitosamente nel corso degli ultimi dieci-quindici. Io credo che si tratti di un destino: il mondo va verso una sorta di lingua franca che è l’inglese medio-basso, e tutto il resto si colloca dietro”. Cosa pensa di queste iniziative promosse dai quotidiani? “I giornali e la televisione sono i primi protagonisti di questo massacro della lingua. E’ ridicolo che siano loro ad essere i promotori”.
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA
Direttore responsabile Carlo Chianura
Direttore scientifico Emilio Carelli
Redazione
Marco Assab, Dino Cardarelli, Christian Dalenz, Davide Di Bello, Michela Eligiato, Gloria Frezza, Siria Guerrieri, Salvatore Tropea, Luisa Urbani, Massimiliano Venturini Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
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LUMSAnews
Editoria
PAGINA 5
I giornali di carta, la lunga resistenza
Così la stampa tradizionale sfida le testate online e le profezie di sventura di GLORIA FREZZA
«L
a società non ha bisogno dei giornali di carta. Ha bisogno del giornalismo» scriveva così nel 2009 Clay Shirky, saggista e webnauta americano, nel suo articolo Newspapers and Thinking the Unthinkable, che vaticinava un futuro orfano della carta stampata. Una scomparsa più che annunciata, a giudicare dalle molteplici e sfortunate previsioni collezionate dagli esperti in questi anni. Tra i tanti Vittorio Sabadin, ex direttore della Stampa, che nel suo libro L'ultima copia del New York Times, già nel 2007 parlava perentoriamente di “cambiare o morire”. Nel 2016, Internet ha compiuto 40 anni dalla prima avveniristica intuizione di Licklider e 30 dal suo primo ingresso in Italia. Meno della metà di questo tempo da quando il world wide web è diventato fruibile per tutti, eppure la minaccia per la forma più tradizionale del giornalismo è tangibile. «I giornali sono un beneficio per la società nella sua interezza. Questo è vero, ma irrilevante per affrontare il problema. “Vi mancheremo quando non ci saremo più” non è mai stato un gran modello di business», scriveva ancora Shirky. Nel 2012, sul Foglio, si leggevano già parole poco rassicuranti. La diffusione media era appena scesa sotto i 4,5 milioni di copie e, seppure con prudenza, si prospettava l'apocalisse. Piero Vietti, caporedattore della versione online del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, ne vedeva l'origine nelle forze respingenti dei giornalisti incapaci di accettare il nuovo mezzo, e dei lettori, non più così interessati all'informazione in quanto tale. Parole che sembrano avere ricevuto in questi anni conferma dai dati. Nel Rapporto 2016 sull'industria dei quotidiani in Italia, promosso dalla Asig e dall'Osservatorio Quotidiani “Carlo Lombardi”, si legge: “Nel caso del settore editoriale, a complicare il quadro c'è lo spostamento dei clienti verso stili di vita dove l'utilizzo di prodotti digitali ha un ruolo preminente. E purtroppo nessun editore, né in Italia né nel resto del mondo, ha trovato la formula magica per guadagnare con il digitale. (…) Concentrazione ed aumento delle dimensioni dell'azienda, sinergie e riduzione dei costi, ricerca dell'efficienza: sono e saranno questi i trend inevitabili nel nostro settore.” Nel 2007, si legge ancora, il fatturato dell'editoria quotidiana sfiorava i 4 miliardi di euro. Dopo la crisi del 2008, la cifra si è dimezzata, stanziandosi intorno ai 2 miliardi nel 2016. Così la diffusione media delle copie da 5,4 milioni è scesa a 2,9, con la free-press ai minimi. D'altro canto, le aziende editoriali quotate in Borsa hanno registrato un margine operativo lordo (differenza tra costi e ricavi) pari al 5% del fatturato.
LA SCHEDA
“La società non ha bisogno dei giornali di carta, ha bisogno del giornalismo”
QUANTO E COSA SI LEGGE:
In alto - Perde l’1,5% il mercato italiano dell’editoria cartacea dal 2015 al 2016. La cifra peggiore per i magazine mensili, che perdono 1,3 milioni di copie acquistate.
“Purtroppo nessun editore ha trovato la formula magica per guadagnare con il digitale”
“Se la stampa resiste è per un’esigenza umana che non vuol rinunciare all’approfondimento”
«La novità è che nell'ultimo anno i valori produttivi degli impianti stampa italiani sono rimasti invariati, segno che si è giunti al punto di rottura.» Secondo i dati dell'Audipress, riportati dal sito primaonline.it, il trend negativo in Italia non si arresta. Dal 2015 i 43,5 milioni di lettori di carta stampata sono ora arrivati a 42,7. La maggiore diminuzione ha riguardato i mensili, che da 16,1 sono arrivati a 14,8 milioni di copie vendute. Meno divario per i settimanali che da 16,8 si stanziano a 16 milioni. I quotidiani sono passati da 19 a 18,1 milioni. Eppure, questo tramonto tarda a concretizzarsi. Sebbene possa sembrare azzardato parlare di ripresa, la carta sta senz’altro incontrando un processo di rivalutazione. Il Wall Street Journal, che pure ha dovuto ridimensionare il suo quotidiano, non vi ha rinunciato. Il direttore Gerard Baker ha deciso di rinnovarlo inaugurando una nuova sezione, “Business and Finance”, per affrontare il 2020. Con il segno più registrato dal mercato editoriale statunitense, si moltiplicano i casi di riviste, mensili o settimanali, che tornano a stampare la versione cartacea prima abbandonata, su richiesta dei propri lettori. In America il Newsweek, settimanale fondato nel 1933, ha ripreso a stampare
In basso - Primato al Corriere della Sera tra i quotidiani, con 240,219 milioni di copie. Quasi il doppio delle copie per il settimanale più venduto, Sorrisi e Canzoni, con 549,248 milioni. Tra i mensili, con il numero più basso, primeggia Al Volante, seguito da altre due riviste di settore. Una testimonianza che il modello mensile
ad inizio anno dopo la sospensione avvenuta nel 2013, con una risposta economicamente positiva. Un percorso simile è quello della rivista italiana Pagina99, che dopo la chiusura è tornata in edicola nel 2016 come settimanale. L'idea di un supporto fisico che affianchi il giornale online pare affascinare più di una testata, in Italia e all'estero. Arrigo Berni, amministratore delegato della famosa ditta di taccuini Moleskine, spiega a La Stampa: «Ci sono prodotti come il nostro taccuino, ma anche i dischi in vinile o alcune riviste cartacee, capaci di farci fare esperienze estetiche, emotive e sensoriali che uno schermo non potrà mai offrire». Varie operazioni imprenditoriali si stanno sviluppando attorno all'editoria giornalistica. Si pensi all'acquisizione del Washington Post, in grave crisi finanziaria, da parte del gigante online Amazon. Oppure, in Italia, all’operazione “Stampubblica”, l'accordo che ha unito gli asset editoriali di Repubblica e La Stampa in un unico soggetto. Entrambi rientrati in lunghi dibattiti circa il conflitto d'interessi e la “purezza” editoriale. «Se la stampa resiste è perché abbiamo a che fare con una esigenza umana che per quanto mortificata dai
nostri tempi di vita, non vuole rinunciare all’approfondimento» dice a LumsaNews Donatella Pacelli, docente di Sociologia della comunicazione all’Università Lumsa di Roma. Guardando i dati Mediobanca con una prospettiva più ampia, che spazi sugli ultimi cinque anni, c'è una ripresa visibile, sebbene ridotta, nella reddittività operativa del settore editoriale italiano dal 2014. La politica di tagli e contenimenti dei costi ha fruttato un inizio di consolidamento di mercato. Questo ha permesso a gruppi come L'Espresso e Cairo Editore di chiudere in utile il quinquennio. «La vita economica della carta non sono in grado di immaginarla – dice ancora la prof. Pacelli – posso dire che mi è sembrato sterile il tentativo di inseguimento dell’audiovisivo, che non ha avuto grandi risultati. Una rivalutazione culturale deve rimanere sul solco di una identità, non restando troppo di nicchia. Deve parlare a chi, pur informandosi attraverso l’online, non rinuncia alla capacità del cartaceo di entrare nel cuore dei problemi.»
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Politica
PAGINA 6
GLI SCENARI
Nel 2004 l’incontro tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio l’anno dopo lo sbarco sulla rete con il blog
Movimento 5 Stelle: i dieci anni che hanno cambiato il Palazzo
D
di MARCO ASSAB e CHRISTIAN DALENZ
al M5S di Grillo al M5S di Di Maio. Dal blog alla piattaforma di democrazia diretta Rousseau, sulla quale Di Maio ha appena vinto le primarie per il candidato premier con 30.936 voti su 37.442. Dai V-Day al meeting di Rimini, dalle urla ai toni istituzionali, dagli abiti casual alla impeccabile giacca e cravatta, passando per vittorie, sconfitte, espulsioni, risse parlamentari. Nonostante tutto, il M5S resta stabile nei sondaggi al 26%, uno zoccolo duro di elettorato conquistato e fidelizzato nel corso dei 10 anni che vanno dal primo V-Day ad oggi. Dieci anni che sembrano lunghi quanto un secolo e che hanno cambiato completamente la politica italiana. A partire proprio dal Movimento stesso. Se si dovesse pensare a una data cruciale, viene alla mente l’8 settembre 2007: Beppe Grillo raccoglie 336.000 firme, di molto eccedenti le 50.000 necessarie per la presentazione di una legge di iniziativa po-
Alle elezioni politiche 2013 l’affermazione Il Movimento conquista il 25,56%, pari a 109 deputati e 54 senatori
polare. Tre i temi che si propongono di scardinare i partiti nati con la Seconda Repubblica. Divieto di candidatura in Parlamento per i condannati, in via definitiva o non definitiva, per reati non colposi con pene superiori a 10 mesi e 20 giorni; limite di due legislature per i parlamentari; modifica della legge elettorale (Porcellum) attraverso l’introduzione del voto di preferenza. È il V-Day, abbreviazione di Vaffanculo Day, a certificare quel giorno di settembre la nascita di un nuovo grande gruppo di pressione attorno alla figura del comico genovese. La rete è il mezzo al quale Grillo approda con la conoscenza nel 2004 di Gianroberto Casaleggio, fondatore nello stesso anno della Casaleggio Associati, società informatica ed editoriale che si occupa di consulenze in materia di strategie di rete. Internet come amplificatore dei temi che Grillo, dopo il suo allontanamento dalla Rai, ha continuato ad affrontare nei suoi celebri spettacoli in teatro. “Il muro del pianto” era stato il primo post apparso sul neonato blog di Beppe Grillo il 16 gennaio 2005. Si trattava di uno spazio aperto dove i primi utenti potevano confrontarsi liberamente sui temi che non riguardano “le città della tournée”, quella che porta lo spettacolo a pagamento Beppegrillo.it in molte città italiane, iniziando da Pordenone. A metà anni 2000 della crisi economica, che sarà il combustibile dei populismi nel decennio successivo, non c’è ancora traccia, ma in un Paese già travolto dallo scandalo di Tangentopoli e affetto da una corruzione endemica, non manca humus per l’antipolitica. Ed è proprio attraverso il blog, nel giugno del 2005, che il comico lancia la campagna “Parlamento pulito”, che sfocerà poi nel V-Day e nella legge di iniziativa popolare. Le prime esperienze elettorali seguono la nascita del blog. Il movimento Amici di Beppe Grillo, attivo dal 2005, e le Liste Civiche a Cinque Stelle, anticipano la nascita del vero e proprio M5S, che verrà annunciata il 4 ottobre 2009 a Milano. L’ossatura ideologica poggia anche sui contenuti della Carta di Firenze, documento presentato l’8 marzo precedente e che riguarda le amministrazioni locali. E sull’ideologia e la collocazione del M5S, fin dalle sue origini, si hanno pareri molto diversi. A parere di Ilvo Dia-
manti, intervistato da Lumsanews, catalogare il M5S secondo le categorie storiche è impossibile, visto che i grillini le rigettano. I risultati delle liste civiche sono, tuttavia, molto magri. Ma la crisi economica, unitamente agli scandali regionali delle “spese pazze” occorsi tra il 2010 e il 2012, forniscono propulsione al Movimento e alla sua comunicazione aggressiva e anti-sistema, che raccoglie sempre più consensi. In questa fase storica la strategia è vincente ed è semplice: Grillo unica voce del Movimento. Successivamente poi si passerà ad una comunicazione più allargata che, cedendo il passo a toni più istituzionali e meno dirompenti, includerà anche i parlamentari e rivelerà talvolta falle e impreparazioni, come ha osservato il professor Roberto De Rosa, docente e studioso di comunicazione politica che ha insegnato alle Università Lumsa di Roma e Tuscia di Viterbo. I consensi elettorali si impennano fino ad arrivare alla
vittoria di Federico Pizzarotti alle comunali di Parma nel 2012. Successo che anticipa l’affermazione definitiva alle elezioni politiche del 2013, dove il M5S conquista il 25,56%, 109 seggi alla Camera e 54 al Senato, paralizzando di fatto la formazione di un nuovo governo e costringendo le altre forze politiche alle larghe intese. Inizia quindi l’esperienza istituzionale del Movimento, che da forza anti-palazzo entra all’interno del palazzo. E dal 2013 ad oggi molto è cambiato. Il M5S è cresciuto, ha attratto consenso e continua a mantenerlo nelle vesti di forza trasversale, capace di muoversi da destra a sinistra, di volta in volta, a seconda delle questioni in oggetto. A questo proposito Nadia Urbinati, professoressa alla Columbia University di New York, arriva a definirlo in un’intervista a Lumsanews un movimento centrista. Sebbene i temi ambientalisti, ivi inclusa l’acqua pubblica, che sono pilastri del Movimento, appartengano alla tradizione storica della sinistra, l’adesione
nel 2014 al gruppo europarlamentare dello UKIP, il partito inglese xenofobo di Nigel Farage, ha spiazzato molti politologi e analisti. Samuele Mazzolini, ricercatore in scienza politica presso l’Università di Essex in Inghilterra, crede che il paragone più adatto sia da farsi con il peronismo argentino. Si aprono, fino alle polemiche delle ultime ore sulle primarie e sul ruolo dell’ala ortodossa rappresentata da Fico, gli interrogativi sulla reale democrazia interna al Movimento. Il famoso slogan di Grillo “uno vale uno”, a detta dei detrattori, sarebbe solo fumo negli occhi. Echi di una possibile ideologia autoritaria o populista? Il politologo Gianfranco Pasquino non ci crede. “Il riferimento al popolo è sfumato nel M5S: non c’è un attacco alle istituzioni, non c’è l’idea di avere un rapporto diretto col popolo”. La verità, argomenta Pasquino, è che “i loro elettori vengono da destra e da sinistra. La loro forza è saper combinare questi elementi; la loro debolezza è che
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LUMSAnews
PAGINA 7
Ilvo Diamanti
Roberto De Rosa
“Non sono né di sinistra né di destra. Rifiutano tutto lo spazio politico”
“Nel M5S c’è un magma di stili diversi e un linguaggio certamente populista”
“Il Cinque Stelle? Estremisti del senso comune ma non di centro”
Il sociologo e politilogo Ilvo Diamanti ha dedicato molte analisi al Movimento Cinque Stelle, utilizzando spesso indagini effettuate dall’istituto Demos. La sua lettura non identifica un chiaro riferimento a partiti o gruppi politici del passato e qualifica il Movimento soprattutto come forza politica di opposizione. Il fulcro dell’analisi di Diamanti è il rifiuto di tutto lo spazio politico da parte del M5S, che non si considera né di destra né di sinistra. Come possiamo definire, ma soprattutto catalogare il M5S? “Partiamo col dire che per me quando un soggetto politico si presenta alle elezioni, pur definendosi come movimento, è un partito e basta. Per quanto riguarda una categorizzazione, entro le vecchie categorie destra-sinistra, trovo che sia praticamente impossibile effettuarla. Loro le rifiutano, e tutti insieme viviamo in un’epoca che va ormai oltre le vecchie ideologie. Tutti i partiti oggi hanno un rapporto diverso con la società, sono molto più personalizzati, il problema quindi non riguarda solo il Movimento Cinque Stelle.” A quale movimento politico del passato paragonerebbe quello pentastellato? “Non le posso dare un riferimento preciso, però un paragone tra loro e formazioni del passato può essere trovato solo nel loro essere partito di massa, e in questo senso sono trovo delle similitudini sia con la Democrazia Cristiana che con il Partito Comunista Italiano. Soprattutto nel loro riuscire a captare settori sociali diversi tra loro. A ben vedere partiti di questo tipo non ne esistono più..” A suo parere è possibile definirlo un Movimento populista? “Ho avuto modo di scrivere molto sulla questione. E’ un discorso complicato, perché prima di tutto dovremmo identificare che cosa sia con esattezza un populismo. Tecnicamente tutti i populismi rifiutano la democrazia rappresentativa. Il Movimento Cinque Stelle si autodefinisce un non-partito quindi, alla luce di questo, possono essere considerati tecnicamente come una delle va-
rianti del populismo. Ma va sempre tenuto conto però che è difficile dare al populismo un colore politico di natura ben definita. Loro in particolare non sono né di destra né di sinistra, anzi si chiamano proprio fuori.” Bersani era arrivato a definire i grillini “estremisti di centro”. Pensa che forse questa definizione renda meglio l’idea di cosa sia il Movimento? “Non sono esattamente di centro, perché rifiutano tutto lo spazio politico. Guardiamo al loro elettorato: questo viene da sinistra, ma anche da centro e da destra. Tuttavia quasi la metà di questi elettori non si riconosce in queste categorie, secondo una indagine Demos. Se c’è qualcosa che caratterizza la loro ideologia è proprio questo rifiuto
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“I populismi rifiutano la democrazia rappresentativa. M5S definendosi “non partito”, può essere visto come una variante del populismo”
non-partito. Ho scritto in una mia analisi che sono “estremisti del senso comune”, nel senso che cercano di cogliere i pareri dell’uomo della strada per costruire una democrazia della sorveglianza nel senso ricordato da Pierre Rosanvallon. Ovvero, una controdemocrazia di pressione e controllo che però non aspira a prendere il potere.”
“Il Movimento detta l’agenda del messaggio politico”
Quanto conta davvero la Casaleggio Associati nella comunicazione pentastellata, e quanto la creatività di ciascun attivista? Roberto De Rosa è uno studioso di comunicazione politica ed ha insegnato alle Università Lumsa di Roma e Tuscia di Viterbo. Con lui cercheremo di capire meglio come funziona la comunicazione politica nel M5S. Che ne pensa del modo in cui la Casaleggio Associati prepara la comunicazione del M5S? “Si tende a credere che il M5S funzioni in maniera ben definita. In realtà c’è un magma di stili molti diversi tra loro e di molte persone senza alcuna esperienza di comunicazione politica. Si tende a credere che la Casaleggio istruisca gli eletti, ma è vero solo in parte. L’azienda opera per rendere il movimento in grado di avere una linea unica, ma l’interpretazione dei singoli è però molto personale e diversificata da persona in persona. Faccio un esempio: Di Maio durante le amministrative rispettò il silenzio istituzionale anche sui social media, Di Battista invece lo ruppe. Troviamo insieme una comunicazione professionale come quella pianificata per la campagna elettorale di Virginia Raggi e una presenza capillare sul territorio non facilmente osservabile, ma molto efficace. In questo secondo caso i cittadini riescono a sentire i candidati ed eletti del m5s persone come loro. I dati a mia disposizione dicono che questa strategia è per loro la più importante e fruttifera in questa fase: l’emotività è la linea rossa della comunicazione pentastellata, “rivoluzione” la loro parola chiave. Un linguaggio certamente populista.” Dunque la Casaleggio è meno coinvolta rispetto a quanto si pensi, e c’è molta anarchia? “Magari la Casaleggio stesse più dietro ai pentastellati! Le cadute di stile sono molte, pensi alla recente uscita di Carlo Sibilia sulle code per comprare l’iPhone. Il tema dell’innovazione è importante, ed è un tema più urgente del dibattito su fascismo e comunismo. Ma qui la questione è stata posta male. Se c’è una regia dietro la comunicazione politica, non avviene in ogni contesto.”
Il Partito Democratico ha dunque una comunicazione molto più studiata, rispetto all’improvvisazione pentastellata? “Sicuramente sì. Il PD ha la struttura, la capacità e l’esperienza politica per poter articolare una comunicazione coerente. Ma c’è una questione fondamentale: il M5S sta dettando l’agenda della comunicazione (in parte anche la Lega Nord), e il PD lo sta seguendo, affrontando gli stessi identici temi e allo stesso identico modo dei grillini. È una tendenza che Renzi assunse già all’epoca delle elezioni europee nel 2014. Ad esempio, “prima gli italiani” viene ormai detto anche dal segretario del PD.” Che ne pensa dei toni eccessivi usati a volte nei titoli del Blog di Beppe Grillo? È una strategia
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“Si crede che il M5S funzioni in maniera ben definita. In realtà c’è un magma di stili diversi tra loro, con molte persone senza esperienza di comunicazione politica”
di marketing? “Penso che sia più uno stile, una firma. Che ha trovato un grande consenso, al punto di essere preso in giro. Proprio questo dileggio ci fa capire che è ormai uno stile riconosciuto da tutti, un patrimonio comune. La strategia è consistita nel capire che una grande fetta di elettorato poteva essere raggiunta in quel modo.”
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Sport
LUMSAnews
L’Italia alla prova degli stadi privati
La Juventus ha aperto la strada dei nuovi impianti Il progetto della Roma è ormai un caso politico
F
di DAVIDE DI BELLO
inita l’epoca dei grandi presidenti mecenati, gli stadi di proprietà rappresentano un vantaggio competitivo sia a livello finanziario che sportivo e di spettacolo. Negli ultimi 8 anni sono stati presentati in Europa ben 58 progetti legati a stadi di nuova costruzione o alla riqualificazione di strutture già esistenti. E in questa direzione sono andate le ultime disposizioni della riforma Madia sull’impiantistica sportiva, volte a velocizzare la realizzazione delle nuove strutture e la ristrutturazione o l’ammodernamento di impianti vetusti, delineando iter e tempistiche di costruzione, anche nell’eventualità di poter ospitare in Italia grandi manifestazioni internazionali. Il confronto tra Europa e Italia appare impietoso per il Belpaese. Se in Europa i moderni stadi di proprietà rappresentano una realtà ormai consolidata da tempo, il fallimento italiano è da imputare ad un duplice ordine di ragioni: estetiche ed organizzative. Colpa di stadi vecchi, fatiscenti e inospitali, dove spesso la partita si vede male, che impallidiscono al confronto con gli stadi europei di nuova generazione; senza dimenticare l’ulteriore inasprimento delle misure di controllo sulle modalità di acquisto dei biglietti e di fruizione dello stadio. L’enorme differenza risulta evidente nei numeri del cosiddetto load factor: considerando i cinque maggiori campionati europei, la nostra Serie A è penultima per quanto riguarda la media spettatori ed ultima per quanto riguarda la percentuale di riempimento degli impianti. In Italia è stata la Juventus a fare da apripista. Il nuovo impianto bianconero, per il quale la società ha scelto un formato medio da 41mila posti, è stato inaugurato nel 2011 ed è divenuto un fattore sia a livello sportivo che economico.L’esempio della Juventus è stato seguito da Udinese e Sassuolo, che però ha acquistato l’impianto una volta di proprietà della Reggiana, e di recente è stato inaugurato l’impianto del Frosinone. Inoltre sono stati presentati i progetti anche da parte di Fiorentina e Cagliari, mentre lo stadio della Roma è divenuto un vero e proprio caso. La nuova impiantistica sportiva è stata caratterizzata dal disimpegno del pubblico a favore dell’ascesa del modello privatistico. La logica alla
base degli stadi di proprietà rappresenta la sintesi tra cultura sportiva e cultura di impresa e punta a massimizzare il potenziale degli impianti. Gli stadi si trasformano perciò in centri direzionali, la vera e propria casa del club, che vede sorgere il museo e lo store della squadra, ma anche un’altra serie di servizi, volti a far coincidere una congrua remunerazione per gli azionisti e la copertura economico-finanziaria per la progettualità futura del club. Lo stadio 3.0 si propone di offrire contemporaneamente spettacolo e prodotti sportivi, intrattenimento, servizi commerciali e ristorazione, garantendo un’esperienza più completa per il tifoso e grandi dividendi ai proprietari. Nei conti del calcio italiano risulta evidente l’eccessiva dipendenza delle società dai soldi delle televisioni, a scapito degli introiti da stadio e commerciali. I diritti tv occupano quasi il 60% del bilancio, il che rende le società quasi ostaggio della spartizione della torta televisiva o di altre variabili come le plusvalenze o i premi per i risultati sportivi. La disciplina riguardante la costruzione dei nuovi stadi è contenuta in tre commi della legge di stabilità del 2013 (la 147/2013 art. 1 commi 303-306). Il procedimento coinvolge il comune di competenza, che ha 90 giorni dalla presentazione del progetto per decidere se deliberare l’interesse pubblico dell’opera e indire poi la conferenza dei servizi decisoria in regione, che deve concludersi entro 180 giorni. Nella legge si stabiliscono l’obbligo per l’impresa costruttrice di definire e presentare uno studio di fattibilità, corredato da un adeguato piano economico-finanziario e dall’accordo con una o più società sportive che utilizzino l’impianto in modo prevalente. Si possono prevedere altri tipi di strutture funzionali alla fruibilità dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’opera, nella direzione di uno sviluppo sinergico della destinazione d’uso dell’impianto diversa da quella sportiva, che privilegi servizi e commercio. Nell’ottica di impedire che il rilancio dell’impiantistica sportiva costituisca un pretesto per agevolare interessi di settore, è vietata la realizzazione di nuovi complessi di edilizia residenziale e l’edificazione di
aree periferiche verdi, ma questo vincolo è sparito nella finanziaria-bis licenziata in primavera dal Consiglio dei Ministri, per cui in futuro potremmo vedere realizzati edifici ad uso abitativo intorno agli stadi, con potenziali affari milionari. La novità non interesserà comunque la procedura in corso per il nuovo stadio della Roma. A Trigoria considerano fondamentale la realizzazione del Colosseo moderno. “Lo stadio andrà a incidere sulla nostra posizione finanziaria in modo significativo, aiuterà tremendamente, farà una differenza enorme – ha dichiarato il presidente James Pallotta al sito sport360.com – Puoi immaginare l’atmosfera che possiamo creare con l’incredibile emozione dei nostri tifosi così vicini al campo? Un sacco di squadre certamente non si divertiranno a trovare 50mila persone che tifano per la Roma. Ritardi nell’iter? Noi siamo a Roma, questo ha influito”. Infatti, dopo il cambio di giunta tra Pd e M5s che è intercorso durante l’iter di approvazione, il sogno del nuovo impianto giallorosso è alle prese con una importante revisione del progetto iniziale, che non ha superato la valutazione di impatto ambientale ed è al centro di ipotesi di speculazione, con chi muove l’accusa di voler costruire un intero quartiere.In particolar modo Legambiente ha attaccato quello che ha definito l’ecomostro di Tor di Valle, parlando del progetto come di una colata di cemento in merito allo spessore e al numero degli edifici; mentre nel mirino di Italia Nostra, associazione a tutela del patrimonio storico-artistico-naturale, c’è l’area di Tor di Valle, destinata alla costruzione e considerata dall’associazione importante dal punto di vista urbanistico e naturale, oltre che a rischio dissesto idrogeologico. Il fronte dei favorevoli allo stadio sostiene un progetto con investimenti della portata di 1,6 miliardi e che prevede, oltre al complesso dello stadio, la riqualificazione di un’area dove al momento regna il degrado. Dopo le modifiche apportate in seguito alle richieste del Comune, i proponenti hanno ottenuto il placet, ma il percorso è ancora lungo. I tifosi della Roma attendono speranzosi.
L’intervista
Tommasi: “A Roma ci sono tanti interessi”
Damiano Tommasi, anche l’Italia finalmente si sta muovendo verso la realizzazione dei nuovi stadi? Nì, nel senso che si stanno muovendo alcune società mentre altre sono lontane anche solo dal pensarlo. Juve, Udinese e Sassuolo sono andate avanti sulla strada che aveva provato la Reggiana a suo tempo, ma siamo ancora lontani visti anche i pochi investimenti sulle strutture sportive di allenamento. I nuovi impianti possono funzionare da volano per il definitivo rilancio del calcio italiano? Non so se sono due cose complementari. Sicuramente il fatto che una società investa su una struttura di proprietà dà comunque un segnale una visione pluriennale. Di solito chi ha una visione pluriennale fa le cose fatte bene e con la tradizione calcistica che abbiamo si migliorano anche i risultati sportivi sul campo. Quanta differenza fa per giocatori e spettatori avere le tribune attaccate al campo, senza pista di atletica un mezzo? Parlando da spettatore, certamente lo stadio di calcio è diverso da quello con la pista d’atletica. Per un giocatore, credo che la carica in più la dia la vicinanza e la calorosità del pubblico. Su questo credo che, più che la pista d’atletica, lo stadio di proprietà e quindi la cura della struttura dove si andranno a vedere le partite possa aumentare le presenze allo stadio. La struttura in sé ti permette di avere lo stadio pieno, perché quando si ha lo stadio di proprietà è interesse di chi è proprietario riempirlo il più possibile. Oggi non c’è questo grande interesse perché la fetta più grande degli introiti arriva dai diritti tv. Che idea si è fatto della vicenda dello stadio della Roma? L’idea è che ci sono tanti interessi in ballo, immobiliari, politici e del territorio, contrasti tra imprenditori. Secondo me il fatto che la proprietà non sia romana o italiana incide anche sul rallentamento di certe operazioni. Poi c’è la fattibilità, anche se non conosco le carte e la situazione tecnicamente. Quello che è evidente è che c’è una grande volontà di questa proprietà di costruire lo stadio e spesso come succede in Italia la grande volontà trova continui ostacoli e vincoli. La tifoseria della Roma è per la grande maggioranza presente in città e quindi lo stadio avrebbe la funzione di aumento del numero delle presenze e di coesione allo stadio.