L’inchiesta
Mafia nigeriana come la ‘Ndrangheta Tra voodoo, tratta d’esseri umani e riciclaggio
ALLE PAGINE 4 E 5
di THOMAS TOMASSINI
PERIODICO NUMERO VII 1/12/2021
Il dossier
Arbitri tra calcio e violenze L’escalation silenziosa
di ENRICO SCOCCIMARRO
I direttori di gara non hanno mai avuto un buon rapporto coi media, gli viene dato spazio solo quando sbagliano o subiscono violenze Ma qualcosa sta cambiando
ALLA PAGINA 8
Il focus
Social Francesco Twitter, Instagram e Click to pray, numeri da record per la comunicazione digital del Pontefice
di FRANCESCA CHIARA MASSIMANO
ALLE PAGINE 2 E 3
Moda sostenibile Svolta green che piace alle aziende di PAOLA PALAZZO
La sostenibilità conquista anche il mondo giovanile e rientra tra le opportunità per l’industria del settore di riprendersi dalla crisi post-Covid
ALLE PAGINE 6 E 7
il caso
PAGINA 2 A destra l’account Twitter @Pontifex_it. Al centro Papa Francesco ad Assisi per la “Giornata mondiale dei poveri”
“C
di FRANCESCA MASSIMANO
ari amici è con gioia che mi unisco a voi via Twitter”. È il 12 dicembre 2012: con queste parole inizia quella che nella storia della Chiesa rappresenta una vera rivoluzione. Il vicario di Cristo in Terra, abituato per duemila anni a parlare di sé in terza persona e ad usare il pluralis maiestatis come si addiceva ad un sovrano dei secoli passati, sbarca sulla piazza virtuale dove spopolano teenager e influencer e si presenta: “Buongiorno sono Papa Benedetto XVI”. Già Giovanni Paolo I aveva abbandonato il "noi" usato ancora da Paolo VI specie nelle occasioni più solenni, ma il salto che la comunicazione della Chiesa compie quel giorno di dicembre è storico, come storico fu l’arrivo di internet in Vaticano, nel Natale del 1995, grazie a Papa Giovanni Paolo II. Papa Benedetto, quindi, inaugura su Twitter l’account ufficiale @Pontifex ed inizia la comunicazione social del Vaticano che vanta numeri impressionanti e in continua crescita. Ad oggi, i follower di @Pontifex, account ora ereditato da Papa Francesco, sono circa 52 milioni, 5 milioni solo per quello italiano (@Pontifex_it). Su Instagram, invece, l’account @Franciscus conta 8,3 milioni di seguaci, mentre su Facebook, nonostante non ci sia un account ufficiale del Santo Padre, la pagina Vatican News ha 4,5 milioni di iscritti. “Negli ultimi anni il Santo Padre ha aperto anche un account personale sulla nuova piattaforma Click to Pray, gestita in sinergia con la Rete mondiale della Preghiera del Papa”, racconta Nataša Govekar, a capo della Direzione Teologico - Pastorale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Click to Pray è l’innovativa applicazione che permette ai fedeli di unirsi virtualmente per pregare per le grandi sfide dell’umanità e per la missione della Chiesa. Ogni giorno, infatti, sono proposti tre brevi momenti di raccoglimento in connessione con migliaia di persone in tutto il mondo. Ad oggi, sono già stati raggiunti 2,5 milioni di utenti. Prima di analizzare la comunicazione social del Santo Padre, che, come spiega Anna Maria Lorusso, docente di semiotica all’Università di Bologna, è “uno dei fenomeni comunicativi più interessanti della nostra contemporaneità” per temi trattati e scelta dei media, è necessario capire in che modo la Santa Sede divulghi i suoi messaggi. Nel 2018 viene designato alla guida della comunicazione vaticana il giornalista Paolo Ruffini. La nomina arriva direttamente da Papa Francesco, intenzionato a proseguire una riforma chiave del suo pontificato: ovvero l’istituzione di un Dicastero della Comunicazione che comprenda tutti i media, progetto che era stato già iniziato da monsignor Dario Viganò, precedentemente responsabile della comunicazione della Santa Sede. Il dicastero, quindi, riunisce l’Osservatore Romano, Radio Vaticana, il sito web Vatican News, gli account social, il Centro televisivo vaticano, la Sala stampa e la Tipografia vaticana. Un dicastero
Twitter, Instagram, Click to pray: la comunicazione digital del Pontefice ha raggiunto numeri da record Analizzare lo “stile Francesco” aiuta a comprendere la reale portata di uno dei più grandi successi web degli ultimi tempi
Social la visione del Papa “
L’esperta
Quello del Pontefice è uno dei fenomeni comunicativi più interessanti della nostra contemporaneità
che conta oltre 500 persone, quasi la metà sono giornalisti, e che permette di diffondere informazioni in oltre 40 lingue in tutto il mondo. Sono stati 250 milioni gli articoli di Vatican News letti nel 2020, con punte di 46 milioni al mese nel periodo del primo lockdown. Radio Vaticana diffonde 12 mila ore di trasmissioni all’anno ed è ritrasmessa da oltre mille emittenti in tutto il mondo. @Pontifex twitta in nove lingue e nel 2020 i cinguettii sono stati visti 35 miliardi di volte. L’utilizzo dei social network è stato un altro dei modi con cui il Papa ha cercato di avvicinarsi alla pratica quotidiana delle persone” spiega la professoressa Lorusso. Al di là di tutte le occasioni comunicative del Pontefice, come le omelie, le lettere apostoliche e le encicliche, attraverso i social Francesco è riuscito non solo a raggiungere un insieme di persone estremamente più vasto ma a cercarle nella loro quotidianità, richiedendo anche una lettura meno impegnativa. Leggere un'enciclica o ascoltare un discorso comporta un certo sforzo intellettivo, per leggere un tweet, spiega ancora Annamaria Lorusso, bastano pochi secondi. “Direi che lo ‘stile Francesco’ è essere lui stesso
medium e messaggio e questo spiega anche perché non accetti di farsi dettare l’agenda dei suoi interventi dagli esperti di comunicazione” osserva monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti. Bergoglio, come raccontato dal vescovo, non è un Pontefice che si adegua in modo pedissequo ai diktat della comunicazione digitale ma si impone con la sua fisicità e con il suo pensiero che non è trasponibile semplicemente attraverso i linguaggi ma ha una sua originalità legata al messaggio evangelico. Della stessa idea è Filippo Sensi, deputato e blogger, che aggiunge: “La comunicazione di Francesco è anche una comunicazione politica, perchè questa personalità dei suoi account social non è esclusivamente una personalizzazione ma è il farsi ‘persona social’ del messaggio del Pontefice”. È una narrazione crossmediale, ideata per le diverse piattaforme già in fase progettuale, ma è anche puntuale, pulita e pastorale, come osserva Sensi, e in grado di ovviare alle criticità che può sperimentare qualsiasi protagonista della vita pubblica. Engagement troppo aggressivi e polemiche, conclude il deputato, “non solo sono stati tenuti ben presenti ma anche evitati”.
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
L’INTERVISTA/2
Sensi: “La comunicazione di Francesco ha un aspetto politico. È il farsi ‘persona social’ del messaggio del Pontefice”
Govekar: “A seguire il Santo Padre sono cristiani, fedeli di altre religioni ma anche non credenti che apprezzano i suoi insegnamenti”
Filippo Sensi, deputato del PD e autore del blog di comunicazione politica “Nomfup”
Nataša Govekar, a capo della direzione teologico pastorale del Dicastero per la Comunicazione
Cos’ha significato l’arrivo dei social nella Chiesa?
Come comunica la Santa Sede?
“Puntuale pulita e pastorale”
“La Chiesa ha sempre dimostrato una grande vitalità sugli strumenti per diffondere il proprio messaggio”
Come possiamo definire la comunicazione social di Papa Francesco? Quali sono le sue caratteristiche?
“Può essere sintetizzata con tre “P”: puntuale, pulita, pastorale. Puntuale perché è quotidiana: ogni giorno accompagna con diversi post o tweet la giornata. Pulita perché il messaggio è chiaro e rispettoso delle diverse piattaforme. Pastorale perché l’atteggiamento è di chi accompagna la sua comunità, talvolta la anticipa e il più delle volte la porta con autorevolezza, con comprensione, con umanità”.
È una comunicazione davvero moderna o ha solo cambiato media? Ha degli elementi in comune con la comunicazione politica?
“Moderna. Sui canali e sulle piattaforme social, Francesco ha aperto per primo un account Instagram, ha ereditato e riattivato l’account Twitter, nato con Papa Benedetto, ed è concentrata sulla forza della sua immagine, della sua persona. Una comunicazione anche politica perché questa personalità dei suoi account social non è esclusivamente una personalizzazione ma è il farsi “persona social” del messaggio del Pontefice”. Lo “stile Francesco” è paragonabile a quello di qualche altro Capo di Stato?
“Mi verrebbe di dire uno in particolare: il Presidente Mattarella. Laddove la sua comunicazione social, come per Francesco, mi pare più concentrata sulla Istituzione che rappresenta che sul tratto individuale e personale”.
Quali sono le criticità per un Papa che vuole comunicare sui social nel 2021?
Piazza San Pietro a Roma
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“Quelle che può sperimentare qualsiasi protagonista della vita pubblica: un engagement troppo aggressivo nei suoi confronti, un proliferare di polemiche o di una cassa di risonanza troppo tossica a seguito di una dichiarazione. Mi pare che questo tipo di rischi siano, non solo, tenuti ben presente ma anche evitati”. (f.m.)
“La parola del Papa è rivolta a tutti”
“In molteplici modi: dal patrimonio storico-artistico alle celebrazioni liturgiche, dalle parole pronunciate dal Santo Padre o dai diversi dicasteri in ambito religioso, diplomatico e sociale, ai gesti concreti in favore dei più vulnerabili. Più specificamente, poi, ci sono vari mezzi, ora riuniti nel dicastero per la Comunicazione, tramite i quali si offre in 40 lingue l’informazione d’attualità sull’attività del Papa, della Santa Sede, della Chiesa nel mondo. Tramite L’Osservatore Romano, la Radio Vaticana, il portale Vatican News e i social media si cerca di dare voce anche a tante storie di persone comuni che promuovono la pace, la fraternità, la giustizia, la cura del creato, la difesa della vita, la solidarietà con i fratelli meno fortunati”.
Che ruolo hanno i social network?
“Il Papa è il pastore universale, la sua parola è rivolta a tutti. Per parlare alla gente, in piazza San Pietro, deve avere il microfono e il maxischermo. Per parlare ai milioni di persone che forse non verranno mai in piazza, deve usare altri “microfoni” e “maxi” o “mini” schermi. Si tratta semplicemente di raggiungere le persone dove si trovano e, oggi, le persone passano molto tempo sui social network. Tra di loro ci sono cristiani, fedeli di altre religioni, ma anche tanti non credenti che apprezzano gli insegnamenti di Papa Francesco ed entrano in dialogo con lui esprimendo un commento o una domanda. È interessante vedere come soprattutto le immagini riescano a trasmettere l’emozione di un incontro. I gesti, gli sguardi, i sorrisi, il tono di voce e anche i silenzi del Santo Padre parlano prima ancora delle parole. Nel vedere un’immagine carica di forza simbolica come, ad esempio, il Papa che abbraccia un bambino malato, tante mamme e tanti papà sentono che quell’abbraccio è rivolto anche ai loro figli”. Come vengono ideati i tweet di Papa Francesco?
“In genere, sono il riflesso della sua attività quotidiana, di una catechesi, un’omelia, un Angelus, oppure sottolineano una ricorrenza liturgica, o ancora, offrono un contributo a una giornata mondiale di rilievo. La proposta, l’approvazione, la traduzione e la pubblicazione di questi messaggi avvengono in una sinergia continua tra il Santo Padre, la Segreteria di Stato e il dicastero per la Comunicazione”. (f.m.)
l’inchiesta
PAGINA 4 In foto alcuni esponenti del Cult ‘Black Axe’. Il gruppo è nato negli anni ‘70 a Benin City, in Nigeria.
I gruppi criminali nigeriani nascono a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 all’interno delle università sotto forma di confraternite Durante le riunioni si usano abiti specifici e se due membri si incontrano, per riconoscersi hanno un modo segreto per salutarsi
di THOMAS TOMASSINI
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isticismo, riti voodoo, violenza efferata, riciclaggio di denaro, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione. Sono queste alcune delle accuse che il 22 novembre scorso hanno portato all’arresto di 40 persone da parte della Dda, in collaborazione con la Guardia di finanza di Cagliari, in diverse regioni d’Italia. L’operazione ha consentito di smantellare un’organizzazione criminale costituita da soggetti di nazionalità nigeriana gravemente indiziati di delitti di riciclaggio internazionale, proventi illeciti e di esercizio abusivo di attività di prestazione di servizi di pagamento. Secondo quanto ricostruito dalla Finanza, il gruppo era al vertice dell’organizzazione criminale che sfruttava altri connazionali anche nelle altre regioni coinvolte nel blitz. Un episodio che può sembrare isolato ma che in realtà conferma l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso ben strutturata e organizzata. La mafia nigeriana, come sottolinea il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, “sembra quasi rimodellare la configurazione della ‘ndrangheta”. Negli ultimi 20 anni, all’ombra delle protagoniste della narrazione criminale italiana, sono nate e cresciute nuove mafie, che hanno ripercorso il solco di sangue, intimidazione e anche superstizione scavato dalle sorelle maggiori. Tra queste spicca proprio la mafia nigeriana, passata sottotraccia nei primi anni di attività ma sempre più presente sulle pagine dei quotidiani italiani. Il fenomeno della criminalità organizzata nigeriana, come racconta a Lumsanews I.M.D., iniziali dello scrittore poliziotto autore di numerosi libri sull’argomento, “nasce alla fine degli anni ‘80, quando la Nigeria vive una serie di colpi di Stato e all’interno delle Università organizzazioni simili a confraternite americane si trasformano in gruppi armati al soldo del potentato locale”. Nella loro evoluzione criminale, questi gruppi ”acquisiscono strutture verticistiche con ruoli ben definiti - prosegue I.M.D - instaurano rapporti solidali e segreti tra gli appartenenti allo stesso gruppo, si infiltrano nelle istituzioni e uso della forza, assomigliando così alle mafie italiane”. Alla base del loro operare vi è, infatti, un sodali-
CRIMINALITÀ E MISTICISMO
Il blitz del 22 novembre da parte della Dda, con 40 arresti, ha puntato i riflettori su una realtà criminale spesso sottovalutata
Il boom della mafia nigeriana i traffici dell’organizzazione che ricorda la ‘ndrangheta zio tra criminalità organizzata, politica e territorio già sperimentato dalle cosche nostrane a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Questa somiglianza - spiega lo scrittore - non le rende però dipendenti dalle altre organizzazioni: “La mafia nigeriana è una organizzazione criminale transnazionale assolutamente autonoma”. Ma soprattutto, “non esiste una mafia nigeriana unitaria - specifica lo scrittore - bensì diversi gruppi chiamati Secret Cult, ognuno con un proprio capo e una propria struttura”. I più famosi sono i Black Axe, i Supreme Eiye e i Maphite. Quest’ ultimo, in particolare, presenta numerose analogie con le mafie italiane, in particolare con la ‘ndrangheta. Maphite è l’acronimo di “Maximum, Academic, Performance, Highly, Intellec-
tuals, Train, Executioner” e indica l’organizzazione criminale nigeriana che maggiormente si è sviluppata sul territorio italiano. Maphite arriva in Italia nel 2011, ma nasce in Nigeria a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta all’interno delle Università. Organizzata sulla base di gerarchie rigide, regole inflessibili e riti di affiliazione, fornisce assistenza alle famiglie dei detenuti e non permette in alcun modo ai suoi affiliati di fare un passo indietro. L’unico modo per uscire dal giro è la morte. Tutte caratteristiche tipiche anche della ‘ndrangheta. Altra similitudine tra le due organizzazioni è l’esistenza di un tribunale per chi non rispetta le regole. Anche in questo caso la sentenza di condanna è una sola, la morte.
Per accedere al gruppo criminale nigeriano, gli aspiranti candidati devono rispettare un insieme di regole elencate all’interno di un decalogo noto come la “Bibbia verde”. Tra queste spicca la ricerca di introiti. In che modo? Con estorsioni, però sempre all’interno della comunità nigeriana, traffico di droga e sfruttamento della prostituzione. Quest’ultimo, per come è organizzato, è quello che più si discosta dal modus operandi delle mafie autoctone. La prostituzione non è stata fin da subito la principale fonte di introito per i Cult nigeriani. Come spiega Alberto Mossino, presidente di Piam onlus: “All’inizio degli anni ‘70, lo sfruttamento della prostituzione era un’attività unicamente
LUMSAnews
“I cult sono radicati in tutta Italia, lo Stato lo ha capito”
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Intervista al poliziotto-scrittore che combatte i gruppi criminali
svolta dalle Madame, più comunemente chiamate ‘protettrici’, che costringevano altre donne a pagare un debito nei loro confronti”. Ciò avveniva nella fase embrionale del fenomeno, ma con il tempo il racket della prostituzione iniziò ad attirare l’attenzione dei Cult che “con la promessa di un lavoro e ricchezza in Europa - spiega Mossino - e suggellando il tutto con un rito voodoo che, in caso di mancato pagamento del debito, avrebbe generato pene e digrazie per la famiglia, convincevano le donne a migrare per prostituirsi”. La motivazione principale che spinge le ragazze ad accettare questa forma di sfruttamento resta quella di garantire una vita migliore alla propria famiglia. Le donne all’interno del racket della prostituzione hanno anche la possbilità di fare carriera. Come racconta il presidente di Piam, Alberto Mossino: “Una volta pagato il debito con l’associazione possono proporsi per il ruolo di Madame alla quale verrà poi affidata la custodia di altre donne”. Una vera e propria scalata che permette di sostenere economicamente la propria famiglia assicurandosi anche una vita più agiata, avanzando di grado all’interno dell’organizzazione. La mafia nigeriana non è quindi una leggenda metropolitana, ma una realtà criminale presente nel nostro come in molti paesi. “Oggi la mafia nigeriana è presente in circa 80 paesi del mondo - conclude Mossino - questo a testimonianza del ruolo da protagonista che ha sulla scena criminale mondiale”.
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Alberto Mossino, presidente di Piam Onlus
Gli inizi
Negli anni ‘70 lo sfruttamento della prostituzione, era una attività unicamente svolta dalle Madame Le attività
Misticismo, riti voodoo, riciclaggio di denaro, tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione
La mafia nigeriana è legata alle tradizionali cosche meridionali, cioè mafia, ndrangheta e camorra? Oppure ha margini di autonomia? “La mafia nigeriana è una organizzazione criminale transnazionale assolutamente autonoma. Entra in relazione con le mafie endogene se queste sono presenti nel territorio”. Quando e dove nasce la mafia nigeriana ? Quali sono le similitudini che ha con le altre mafie, in particolare la ndrangheta? “I secret Cult nigeriani nascono alla fine degli anni '80 quando la Nigeria vive una serie di colpi di Stato e all'interno delle Università, organizzazioni similari alle confraternite americane, si trasformano in gruppi armati al soldo del potentato locale. Non nascono nelle strade e in ambienti poveri, ma tra i giovani dell'élite nigeriana. Nella loro evoluzione criminale, questi gruppi acquisiscono strutture, ramificazioni e codici segreti che li fanno somigliare alle mafie italiane. Struttura verticistica con ruoli ben stabiliti e rigide gerarchie, rapporti solidali e segreti tra gli appartenenti dello stesso gruppo (similari a cosca o famiglia); infiltrazioni nelle varie istituzioni locali e nazionali; uso della forza e del potere intimidatorio per acquisire risorse e potere; codici linguistici segreti; rituali specifici di affiliazione”. Com'è strutturata la mafia nigeriana? “Non esiste una Mafia nigeriana ma esistono diversi gruppi criminali chiamati Secret Cult ognuno con un proprio capo e una propria struttura nazionale con ramificazioni internazionali. Le indagini hanno rilevato che in Italia esistono e sono radicate i seguenti cult: Black Axe o Aye, Supreme Eiye Confraternity o Eiye, Viking (nei suoi diversi gruppi) e Maphite.Ognuno di questi gruppi ha una organizzazione che si ispira a dei simboli specifici: la Black Axe, tradotto Asce nere è una organizzazione che come confraternita universitaria nasce il 07/07/1977 presso l'università di Ibadam in Nigeria. Il 7 è il numero simbolo dell'organizzazione che ricorda per forma l'ascia, l'arma simbolica dell'organizzazione. Esiste un legame tra il vertice in Nigeria e i gruppi distribuiti nelle diverse nazioni. Ogni gruppo, infatti, in base al proprio numero versa una quota parte alla madre patria dei profitti dei propri business: droga, prostituzione, traffico di esseri umani, truffe online. Durante le riunioni si usano abiti specifici e se due membri si incontrano, per riconoscersi hanno un modo particolare e segreto per salutarsi. Hanno anche frasi in codice per potersi riconoscere. Un membro non può parlare con altro membro alla presenza di un non appartenente al gruppo”. Ha dei rituali di affiliazione? e se sì quali? “Ogni gruppo ha uno specifico rituale, negli Eiye, ad esempio, lo young bird cioè il novizio viene portato dal suo padrino davanti al capo o un suo delegato chiamato ebaka. Questo sceglierà il luogo e la data. I simboli usati da questo gruppo si ispirano al cielo e agli uccelli e il giovane dovrà scegliere il suo nome in codice e dovrà pagare un certa quota di denaro. Poi verrà sottoposto ad una serie di sevizie che dovrà sopportare con coraggio senza mostrare tentennamenti e paura, così potrà dimostrare il proprio coraggio al gruppo e la propria forza. In fine il giuramento: giuro di sostenere l'Eiye confraternita moralmente, spiritualmente, e finanziariamente.. se io non lo faccio, l'avvoltoio spietato mi strapperà gli occhi”. Il fatto che in Nigeria non sia presente un ceto sociale medio può essere considerato un fattore che spinge i più poveri ad 'arruolarsi'? “In Nigeria esiste un ceto sociale medio e l'arruolamento dei membri avviene per vari motivi che si possono riassumere a due principali: i membri vengono cooptati dal gruppo perché servono al gruppo; i membri scelgono di entrare (non è detto che vi riescano) perché spinti da varie motivazioni tra cui la
Un manifesto dedicato alle vittime della mafia paura o la stessa sopravvivenza. Un cult controlla specifici territori, non appartenere ad esso significa non potere lavorare senza avere ritorsioni. Non appartenere a un cult ti espone anche ad attacchi da parte di altri gruppi, per cui serve anche per difendersi”. Quanto è radicata nel nostro Paese? In Italia siamo organizzati per contrastare questo tipo di mafie? “Le indagini svolte nell'ultimo decennio hanno dimostrato il radicamento dei Cult su tutto il territorio ma anche la risposta, se pur tardiva in alcuni casi, dello Stato: decine di processi con altrettante decine di condanne anche per associazione a delinquere di stampo mafioso”. Quanto è importante la componente mistico-religiosa all'interno di questa organizzazione? “E' solo un altro strumento in mano all'organizzazione per avere un seguito nella comunità nigeriana in termini non soltanto di riconoscimento (i nostri boss che portano croci o che partecipano alle processioni) ma anche di omertà e paura. Il voodoo viene utilizzato per controllare le giovani che con l'inganno vengono adescate in Nigeria e poi costrette a prostituirsi in giro per il mondo. Nella ritualistica interna l'animismo è uno strumento usato dai capi per tenere unito il gruppo”. Quali sono le principali attività della mafia nigeriana e come si sovvenziona? “Con lo sfruttamento della prostituzione si raccolglie il denaro necessario per iniziare e sovvenzionare il traffico di stupefacenti, principale mezzo di approvvigionamento. Anche le truffe telematiche di cui i nigeriani sono leader permettono di raccogliere moneta forte che viene rimessa in Nigeria e che riviene investita per l'acquisto e la vendita di beni di lusso e stupefacenti”. (t.t.)
il focus
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COVID E SVOLTA ECOLOGICA
La transizione rientra fra le opportunità per l’industria del settore per riprendersi dalla crisi economica post-pandemia
La moda si fa sostenibile Il bollino verde conquista i giovani e piace alle aziende
L’89% delle imprese attua strategie legate all’economia circolare ma venticinque su 100 tendono a valorizzarsi più del dovuto
E
di PAOLA PALAZZO
ssere sostenibili va di moda. A rivelarlo è un report di Trustpilot, sito web di recensioni di consumatori, in collaborazione con London Research, che ha analizzato il comportamento d’acquisto di capi d’abbigliamento di 2800 consumatori, 200 in Italia. Il sondaggio rivela che l’82% è più propenso a comprare da aziende che limitano le emissioni in fase di produzione e tutelano i propri lavoratori. Negli ultimi anni l’interesse verso l’ambiente è diventato una tendenza soprattutto per le nuove generazioni, sempre più attente alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Un esempio è il Fridays for Future, movimento studentesco fondato nel 2018 da Greta Thunberg e diffusosi in poco tempo in tutto il mondo. L’attivista svedese ha recentemente detto la sua sul mondo della moda in un’intervista per Vogue Scandinavia, accusando le industrie di “contribuire enormemente all’emergenza climatica ed ecologica”. I giovani dunque amano l’ambiente, le aziende devono adeguarsi. Un aspetto sottolineato da Massimo Torti, segretario generale di Federazione Moda Italia: “Sappiamo quale sia l’importanza dei ‘trend’ nel settore della moda, dove il consumatore è diventato sempre più ConsumAttore delle proprie scelte di acquisto”, ovvero è più consapevole e chiede prodotti di qualità, eco-sosostenibili ed etici. Quanto siano green le aziende della moda in Italia lo spiega un sondaggio di Cikis Studio, società specializzata in strategie e piani operativi sostenibili. Su un campione di 100 imprese italiane , l’89% è attivo nel campo della sostenibilità. Un fenomeno dovuto soprattutto all’aumento della domanda di mercato. Ma il report sottolinea anche che c’è un 25% che ha una percezione di sé non corrispondente alla realtà, ovvero tende a valorizzarsi più del dovuto rischiando di incorrere nel cosiddetto greenwashing. Questa pratica consiste nel promuovere un’immagine aziendale positiva sotto il profilo dell’ecosostenibilità, distogliendo l’attenzione dal reale impatto ambientale causato dalle proprie attività. Andrea Crespi, membro di Sistema Moda Italia, spiega che “il concetto di sostenibilità viene troppo spesso usato dai marchi come una strategia di marketing”. E se l’ecologismo di facciata è sempre una scelta consapevole o dettata da mancate competenze nell’ambito, Crespi chiarisce che “il greenwashing non è casuale ma voluto. Nella filiera c’è chi ne ha fatto troppo a discapito di aziende molto più attente ma che si espongono meno”. Quando un’azienda di moda può dirsi realmente sostenibile? “Quando il suo modello di business – spiega Torti – riesce a raggiungere un equilibrato rapporto tra tre aspetti: economici, dettati dalle variabili qualità/prezzo; ambientali con la realizzazione o la vendita di prodotti eco-sostenibili, riciclati o riutilizzati; sociali che tengano conto del contesto in cui viviamo e quindi anche delle persone che ci lavorano”.Torti riflette sul ruolo che la crisi post Covid ha avuto nel binomio moda-sostenibilità. “La pandemia ha evidenziato la necessità di un ripensamento dei tempi della moda. Lo stesso Giorgio Armani ha auspicato un rallentamento della produzione per ridurre gli sprechi, invocando il principio del “meno è sempre meglio” legato al numero delle collezioni che, per alcuni gruppi del fast fashion, sono addirittura 24 all’anno, due al mese”. Gucci ha già iniziato: nel 2020 il brand ha abbandonato i calendari ufficiali delle sfilate a favore di due sole presentazioni l’anno. Il report The State of Fashion 2021 di
IL COMPORTAMENTO DI ACQUISTO DEI CONSUMATORI Smetteresti di acquistare da rivenditori o marchi che sai essere privi di standard etici?
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Media The Business of Fashion (Bof) e McKinsey & Company sottolinea che se la pandemia e la conseguente crisi economica rappresentano le più grandi sfide per l’industria, la sostenibilità rientra tra le opportunità di ripresa post-covid. Un esempio è rappresentato dal mercato dell’usato nel settore della moda. Secondo un sondaggio del Boston Consulting Group, in collaborazione con Vestiaire Collective, tra le big della vendita e acquisto online di prodotti di seconda mano di lusso, il mercato di abbigliamento e accessori usati ha raggiunto un valore tra i 30 e i 40 miliardi di dollari nel mondo e si stima possa crescere nei prossimi cinque anni fino al 20%. “La pandemia ha spinto il cliente ad essere più attento ad acquistare prodotti ecosostenibili, senza tempo, che possano durare come investimenti e che siano acquistabili a prezzi inferiori e più compatibili con il ridotto potere di acquisto di gran parte dei
Regno Unito
Stati Uniti
Francia
consumatori” spiega Elena De Cò, senior director Strategy & Transaction EY. La svolta green ha inevitabilmente attirato l’attenzione di grandi brand del lusso che hanno quindi deciso di investire in collaborazioni con i portali specializzati nella vendita dell’usato. Esempi di questo tipo sono la partnership tra il sito di second hand The RealReal e Burberry e l’acquisizione di Watchfinder da parte di Richemont. C’è anche chi ha deciso di mettersi in proprio con negozi online interamente auto gestiti, come Gucci, che lo scorso mese ha lanciato Vault, con pezzi di seconda mano e vintage d’archivio. “Certo – sottolinea De Cò – c’è sempre l’altro lato della medaglia, la rivendita di usato è più esposta alla contraffazione ed i brand rischiano autoriciclaggio in caso di eccesso di offerta o di prezzi troppo scontati rispetto al nuovo. Una grande opportunità da maneggiare con cura”.
29%
27% 20%
Italia
Paesi Bassi
Svezia
Il REPORT Quattro persone su cinque (82%) hanno dichiarato che smetterebbero ‘definitivamnente’ o ‘probabilmente’ di acquistare da un marchio privo di standard etici. Sondaggio effettuato alla fine del 2020 da Trustpilot e London Research su un campione di 2800 persone
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
“I consumatori vogliono prodotti di qualità, etici ed eco-sostenibili”
Torti di Federmoda: “Un abito deve essere bello e buono” Massimo Torti è il Segretario generale presso la Federazione Moda Italia. In un’intervista a Lumsanews analizza il binomio moda-sostenibilità con particolare riferimento alla realtà aziendale italiana. Cosa significa essere un’azienda di moda sostenibile? “Un’azienda di moda può dirsi sostenibile quando il suo modello di business riesce a raggiungere un equilibrato rapporto tra tre aspetti: economici, dettati dalle variabili qualità/prezzo; ambientali con la realizzazione o la vendita di prodotti eco-sostenibili, riciclati o riutilizzati; sociali che tengano conto del contesto in cui viviamo e quindi anche delle persone che ci lavorano. Perché un prodotto di moda deve essere bello e buono, come usavano dire gli antichi greci. “Bello” dal punto di vista estetico e “buono” dal punto di vista etico”. Nel corso degli ultimi due anni avete riscontrato un interesse maggiore da parte delle aziende e/o dei consumatori verso la sostenibilità? Che ruolo ha avuto la pandemia in tutto questo? “Negli ultimi anni, l’attenzione all’ambiente è divenuto un ‘trend’ imprescindibile in tutti i campi produttivi e sociali. E sappiamo quale sia l’importanza dei ‘trend’ nel settore della moda, dove il consumatore è divenuto sempre più ‘ConsumAttore’ delle proprie scelte di acquisto. Con la digitalizzazione l’offerta di prodotti ha assunto una dimensione globale ed il contesto di mercato si è posizionato su un’offerta massificata, facendo emergere, nei consumatori più consapevoli, l’esigenza di prodotti di qualità, eco-sostenibili ed etici. La pandemia ha poi evidenziato la necessità di un ripensamento dei tempi della moda. Lo stesso Giorgio Armani, ha auspicato un rallentamento della produzione per ridurre gli sprechi, invocando il principio del ‘meno è sempre meglio’ legato al numero delle collezioni che, per alcuni gruppi del fast fashion, sono addirittura 24 all’anno, due al mese”. In qualità di Federazione Moda Italia come vi state muovendo per spingere le aziende ad attuare strategie e piani operativi più sostenibili?
L’INTERVISTA/2
MASSIMO TORTI segretario generale di Federazione Moda Italia
“Sostenibilità ed economia circolare sono al centro della nostra azione di accompagnamento delle imprese e della distribuzione commerciale del settore tessile, moda, calzature, pelletteria e accessori volta ad accrescerne la consapevolezza ed il valore in un’ottica di filiera. Per questo Federmoda ha collaborato con l’UNI, l’Ente Nazionale di Normazione per la realizzazione di una norma che introduce la connotazione ‘green’ nell’ambito dei requisiti standard di profilazione nei negozi di moda”. Quanto incide l’etichettatura dei capi sulla qualità dei prodotti eco-sostenibili? “L’etichettatura è la carta d’identità di un prodotto tessile o di una calzatura. È però importante che ci sia uniformità di informazioni ed è auspicabile l’adozione di un sistema per il tracciamento della filiera, ad esempio con la blockchain, anche con finalità di informazione al consumatore attraverso l’identificazione del punto vendita o del sito internet in cui avviene l’acquisto. Conoscere gli estremi del venditore (punto di vendita fisico o online con Partita IVA e Iscrizione al REC), infatti, produrrebbe notevoli benefici alla lotta alla contraffazione e all’abusivismo commerciale”. (p.p)
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Nel settore della moda l’acquirente è diventato sempre più ConsumAttore delle proprie scelte
“La sostenibilità è spesso usata come strategia di marketing”
Crespi, Smi: “L’ecologismo di facciata non è mai casuale” Il vicepresidente Sostenibilità di Sistema Moda Italia, Andrea Crespi, spiega a Lumsanews quali sono gli strumenti adottati in Europa per contrastare il fenomeno del greenwashing. Quali sono i vantaggi per un’azienda tessile di produrre in maniera sostenibile? “Essere sostenibili vuol dire consumare meno risorse. Per un’azienda produrre un bene limitando gli sprechi ma mantenendo un'efficienza alta vuol dire perseguire un circolo virtuoso. Da un lato si diventa più competitivi sul mercato, dall’altro si è in grado di generare maggiore profitto. Oggi un’impresa che non è attenta all’impatto che ha sull’ambiente difficilmente potrà stare al passo con le logiche di mercato. Non è un valore aggiunto cercare di fare meglio con meno ma è una condizione senza la quale non si può sopravvivere”. Diversi report confermano un aumento del numero di aziende che decidono di investire in sostenibilità, ciò nonostante si sente spesso parlare di Greenwashing. Secondo lei l’ecologismo di facciata è sempre una scelta consapevole o può essere data da una non conoscenza della tematica da parte dell’azienda lo pratica? “Non mi sento di essere ottimista e di pensare che si tratti di errori. Il concetto di sostenibilità viene troppo spesso usato dai marchi come una strategia di marketing. Purtroppo il greenwashing non è casuale ma voluto. Nella filiera c’è chi ne ha fatto troppo a discapito di aziende molto più attente ma che si espongono meno. È necessario un cambio di rotta”. Esistono dei progetti nel settore della moda per arginare questo fenomeno e garantire trasparenza e tracciabilità? “Sistema Moda Italia supporta le nostre aziende attraverso diversi percorsi finalizzati a comprendere e implementare la misurazione dell’impatto ambientale. A livello europeo si utilizza la metodologia del Product Environmental Footprint (PEF) con la quale si può calcolare l’impatto lungo il ciclo di vita dei prodotti e dell’intera azienda. Dopodiché tocca alle im-
ANDREA CRESPI Consigliere per la Sostenibilità di Sistema Moda Italia
prese porre i correttivi necessari, che si traducono in investimenti. Non dimentichiamoci che la sostenibilità ha un costo, relativo alle tecnologie e risorse umane necessarie per poter migliorare e ottenere benefici nel lungo periodo. Poi esiste il regolamento europeo Reach sulla chimica utilizzata nei processi di nobilitazione dei tessuti. Si tratta di misure molto rigide per la salvaguardia sia del consumatore che dell’ambiente e che in altre parti del mondo non esistono”. (p.p)
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Nella filiera c’è chi ha fatto troppo greenwashing a discapito di aziende molto più attente ma che si espongono meno
il dossier
LUMSAnews
Arbitri e media, insieme contro la violenza PAGINA 8
Il presidente Aia Trentalange: “Dobbiamo umanizzare il direttore di gara”
L’INTERVISTA
A
di ENRICO SCOCCIMARRO
Il giudice sportivo “Pochi controlli, responsabili genitori e stampa”
rbitri e mezzi di comunicazione non hanno mai avuto un rapporto idilliaco. Da sempre vige un silenzio tombale da parte dei primi, finalizzato anche a evitare l’enfatizzazione degli episodi più controversi che ogni settimana nel nostro Paese finiscono al centro di polemiche, che monopolizzano i dibattiti televisivi e social. Ora però all’orizzonte sembra aprirsi uno spiraglio. Il nuovo presidente dell’Associazione Italiana Arbitri Alfredo Trentalange vuole rivoluzionare questo rapporto, pur con le dovute cautele. Ha già permesso che l’arbitro Daniele Orsato, ancora in carica, intervenisse alla trasmissione Rai “90° minuto” lo scorso febbraio. “Il presidente ha dato una grande occasione a tutti – ha detto in trasmissione il fischietto veneto –. Sta a noi e a voi addetti ai lavori coglierne l’occasione e fare in modo che diventi usuale”.A oggi, tuttavia, i direttori di gara ottengono la copertina soltanto quando commettono un grave errore o, magari, se sono vittime di episodi di violenza. Lo testimonia l’aggressione di un arbitro appena 18enne della sezione di Torino, colpito alle spalle da un violento pugno al volto da parte di un allenatore. L’episodio, avvenuto l’11 ottobre 2021, è documentato anche da un video.Lo stesso Trentalange ha seguito dalla tribuna la sua successiva
“L’assistente di parte mi si scagliò contro e mi picchiò con la bandierina”
direzione e il presidente della Figc Gabriele Gravina lo ha invitato ad assistere dal vivo alla partita di Nations League tra Italia e Spagna. La Juventus infine lo ha chiamato per arbitrare la sua amichevole con l’Alessandria, consegnandogli poi una targa e una maglia autografata dall’attaccante argentino Paulo Dybala.Gli ultimi dati dell’Osservatorio violenza Aia ai danni degli ufficiali di gara, aggiornati a luglio 2019, suggeriscono che il fenomeno è molto diffuso e non limitato ai pochi episodi che raggiungono le cronache spesso grazie alle telecamere presenti. “In una partita di prima categoria siciliana il custode del campo era anche assistente di parte. Mi si scagliò contro e mi picchiò” è il racconto di Emanuele, un altro arbitro che ha vissuto un simile episodio cinque anni fa. “Dal primo minuto non fece altro che contestare ogni mia decisione. Sottovalutai la sua figura per il rapporto che si era creato durante l’accoglienza al campo. A due minuti dalla fine, dopo l’ennesimo rigore cercato e non concesso, dalla sua postazione mi corse incontro, mi diede una manata e mi colpì con la bandierina, così fischiai la fine della gara”.Come fa quindi un arbitro a tutelarsi? Nei campi provinciali la presenza delle forze dell’ordine è carente. L’unica disposizione è quella di fuggire, cercare riparo e chiamare polizia o carabinieri. Rispondere alla violenza è vietato, pena il ritiro della tessera. Il regolamento del gioco del calcio, tuttavia, dà la facoltà di non dare inizio alla gara nel caso si ritenga che non ci siano le condizioni minime di sicurezza. Salvatore Marzo, giudice sportivo della Lega Nazionale Dilettanti, avverte: “Se si applicasse sempre alla lettera questa regola, non disputeremmo la maggior parte delle gare. I dirigenti hanno l’obbligo di richiedere la presenza della forza pubblica. Il problema è che poi nelle serie minori la disposizione viene ignorata perché il personale è insufficiente per coprire tutto il programma dei campionati. La Questura dispone quindi una vigilanza dinamica e qualche rapido sopralluogo, intervenendo soltanto se allertata”. “Ci vuole prima di tutto un controllo sociale da parte di genitori, pubblico e allenatori – sottolinea il presidente Trentalange in un colloquio con Lumsanews – . Al di là dell’impegno delle forze dell’ordine, è necessario compiere un salto culturale. La violenza è un problema per tutto il mondo del calcio perché così i giovani si allontanano”. C’è una crisi di vocazioni (secondo Repubblica ci sono almeno 500 arbitri in meno) e dopo la pandemia una vera e propria emergenza soprattutto nelle categorie minori, dove sono necessari doppi turni. Secondo Trentalange un rapporto mediatico più evoluto può ridurre gli episodi di violenza e avvicinare maggiormente al pubblico la figura arbitrale: “Bisogna aprire canali di comunicazione, farsi conoscere, educare, umanizzare il direttore di gara, che non è l’uomo nero, ma una componente del gioco che lui stesso ama. I tempi per farli parlare davanti ai microfoni potrebbero essere maturi, ma non ci devono essere elementi di conflitto e la stampa dev’essere corretta e rispettare i ruoli”.
Una partita tra Napoli e Lazio
Tuttavia addetti ai lavori e tifosi non sembrano molto propensi ad elevare il dibattito e conoscere maggiormente il regolamento. Invece di comprendere le decisioni e il motivo per cui si sono commessi degli errori si cerca di demonizzarli, cavalcando la polemica, giustificando un insuccesso o continuando a parlare di episodi avvenuti anche molti anni prima. Per abbattere le distanze la Lnd ha avviato da un mese un nuovo progetto, che prevede la possibilità per gli under 17 di diventare arbitri, continuando a giocare per le rispettive società sportive. Una possibilità fino a oggi preclusa. “Il doppio tesseramento è la sublimazione – conclude il presidente Aia -. I calciatori che fanno anche gli arbitrirappresentano un valore aggiunto sul fronte della tattica e del regolamento e il connubio tra arbitri e media può portare a una svolta”. Che vada oltre il prossimo episodio controverso.
Il presidente dell’Aia Alfredo Trentalange (Foto Ansa)
Il giudice sportivo della Lega Nazionale Dilettanti Salvatore Marzo, attivo nel comitato provinciale di Messina, racconta il fenomeno delle violenze nel calcio minore. I primi destinatari sono i direttori di gara, che in queste categorie ottengono peraltro semplici rimborsi spese. Secondo l’osservatorio Aia la Sicilia risulta, insieme alla Calabria, la regione con il numero più alto di violenze nei confronti di arbitri “Non credo che sia un fenomeno legato a singoli territori. I giovani hanno una falsa rappresentazione del mondo calcistico. L’incidenza delle famiglie ha una sua valenza perché c’è la convinzione che il proprio figlio sia un campione. Assistiamo anche a liti tra genitori e allenatori per questo. Ci sono poi altre istigazioni che influiscono: basti vedere anche quello che succede nelle categorie principali, in diretta Tv. Dirigenti e calciatori hanno voglia di prevaricare sull’arbitro”. Serve una maggiore presenza delle forze dell’ordine negli impianti del calcio provinciale? “Sarebbe, in teoria, obbligatoria. I dirigenti devono inviare settimanalmente la richiesta per ogni gara. Il problema è che poi le serie minori non vengono presidiate. Le Questure affermano di non avere personale sufficiente per coprire tutte le partite in programma. Dispongono una vigilanza dinamica, effettuando soltanto un paio di sopralluoghi e intervengono soltanto se allertati. Se si applicasse sempre alla lettera la regola che prevede di non dare inizio a una partita in assenza di totale sicurezza non ne disputeremmo nessuna. Agli arbitri non resta che scrivere sul referto arbitrale di non avere notato la presenza delle forze dell’ordine”. Sono sufficienti le misure di allontanamento date agli autori di violenza? “Ci sono parametri rigidi, che lasciano la possibilità di acuire o meno le pene con una gradazione in base alla gravità delle infrazioni commesse. L’obiettivo però è introdurre anche sanzioni pecuniarie a danno delle società, che così saranno invogliate a dissuadere i calciatori e a tenere a bada le eventuali reazioni del pubblico”. Quali sono gli strumenti per prevenire e tutelarsi? “Il direttore di gara può soltanto applicare nel miglior modo possibile il regolamento. Ai corsi per diventare arbitro si invitano i praticanti ad essere i più calmi e disponibili possibile, per evitare atteggiamenti che potrebbero innescare sentimenti di antagonismo o avversione per le regole”. Il rapporto tra pubblico, media e arbitri deve cambiare? “A mio avviso aiuterebbe a ridurre gli episodi di violenza. Il presidente Trentalange sollecita un maggiore dialogo anche tra Aia, società e Federazione. Anche aumentare gli incontri tra dirigenti e capitani delle varie società contribuirebbe a mitigare il problema”. (e.s.)
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Francesca Massimano, Paola Palazzo, Thomas Tomassini, Enrico Scoccimarro, Antonio Salvatore Contu Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003