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Lumsanews n. 10 del 15 gennaio 2024

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PERIODICO NUMERO X 15/01/2023

Il mercato social della beneficenza

Il focus Obbligo di trasparenza, stretta su truffe e influencer Le regole delle campagne solidali promosse dai testimonial Nei centri

antiviolenza il grido d’aiuto delle donne vittime d’abusi di ALLEGRA CIVAI

di SOFIA ZUPPA

ALLE PAGINE 4 e 5

L’analisi

Tg a picco i numeri della crisi nel mondo delle news

di ALESSANDRO RAELI

Sport e tecnologia

ALLE PAGINE 2 e 3

Formula Uno la rivoluzione tech che ha sconfitto la morte in pista

Foto Ansa

Sempre meno italiani guardano il telegiornale. Un fenomeno preoccupante. Ma anche un sintomo di un crescente disinteresse versola fruizione delle notizie tramite i tradizionali mezzi di comunicazione. È questo il dato che emerge dallo studio condotto dall’Agcom – l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – che riguarda il periodo che va da gennaio asettembre 2023. Le statistiche fornite dall’authority sottolineano, in generale, un crollo di ascolti nel settore televisivo. Una flessione del 2,8%,il che significa una diminuzione di spettatori da 8,31 a 8,07 milioni.

A PAGINA 8

di NICCOLÒ MAURELLI e LORENZO URBANI

Come andare in bici dentro una cucina. L’essenza della Formula Uno racchiusa nella similitudine del tre volte campione del mondo Nelson Piquet. Poco importa se l’ex pilota brasiliano ce l’avesse con Montecarlo, il più glam degli appuntamenti del mondiale. Quale che sia il circuito, il paragone calza e svela il fascino mortale della Formula Uno. I primi anni del motorsport sono una corsa alla sopravvivenza. Come se morire facesse parte del gioco.

ALLE PAGINE 6 e 7

Foto Ansa


PAGINA 2

IL CASO MEDIATICO

l’inchiesta

Secondo gli esperti del terzo settore il caso Ferragni-Balocco impone nuove regole L’AgCom interviene sulle operazioni scorrette

Tra sfiducia e leggi più severe il day after della beneficenza dopo lo scandalo del pandoro Boom di donazioni nel 2022, ma ora si rischia un calo L’obiettivo è combattere i mercanti della solidarietà

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di SOFIA ZUPPA

o scandalo del pandoro Balocco griffato Chiara Ferragni rischia di minare il settore virtuoso delle donazioni e potrebbe mettere in crisi il fenomeno di massa della beneficenza. Gli esperti del terzo settore mostrano preoccupazione. “Il rischio è che i donatori perdano fiducia negli ETS in futuro”, teme Valentina Martano, responsabile raccolta fondi di Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism). I dati parlano chiaro: anche se le donazioni sono in ripresa rispetto alla frenata subita nel periodo della pandemia (12,8% nel 2022 rispetto al 12% nel 2021), lo scetticismo tra coloro che le effettuano potrebbe acuirsi a causa delle operazioni scorrette e dei meccanismi di scarsa trasparenza. Secondo Giovanna Cosenza, direttrice del corso di laurea triennale in Comunicazione e Digital media dell’Università di Bologna, “il sospetto da parte del cittadino c’è da sempre, ma adesso rischia di aumentare”. Nei rapporti aziendali invece, secondo gli esperti, si prefigura la possibilità di dare l’avvio a un meccanismo virtuoso di maggiore controllo sui rapporti e sulle partnership. Il caso Ferragni ha destato anche l’attenzione della politica e ora il governo sta lavorando a una proposta di legge per rendere obbligatorie alcune indicazioni che favoriscano la trasparenza nel settore. Chi si fida della beneficenza? La parola degli esperti “Il donatore si deve sentire tutelato: se viene meno la fiducia finisce la relazione”, spiega Veronica

L’influencer cremonese Chiara Ferragni

Manna, corporate fundraiser e co-founder di Non Profit Factory. Daniela Reppucci, esperta di fundraising, ha riscontrato concretamente un aumento dello scetticismo da parte dei donatori: “Viene confuso il lavoro dei privati con quello delle Onlus, ma sono due cose diverse”. Anche Valentina Martano è d’accordo: “Il vero pericolo è che il cittadino generoso venga fuorviato dal troppo rumore sulla non trasparenza”. Più fiducioso è Rossano Bartoli, presidente della Lega del Filo d’oro, che confida nel buon senso dei donatori: “La preoccupazione c’è, ma sono certo che il cittadino maturo non dubiti dell’affidabilità degli enti non profit, che hanno sempre mantenuto la loro trasparenza, al massimo sarà spinto a informarsi di più”.

“Il sospetto da parte del cittadino c’è sempre stato, ora il rischio che aumenti è alto”

In termini di rapporti tra testimonial e aziende, invece, gli esperti concordano che non ci saranno grandi cambiamenti, aumenterà piuttosto l’attenzione alle normative: “Non verrà inaugurata una stagione del sospetto solo perché questo caso è andato male”, commenta la professoressa Cosenza. Per Veronica Manna la diffidenza delle aziende potrebbe addirittura innescare un meccanismo virtuoso che porti a scegliere il testimonial in maniera più accurata. Dello stesso parere è anche la fundraiser Aism Martano, che parla di opportunità: “Secondo me migliorerà la qualità delle partnership con le aziende”. Inoltre, concordano tutti che l’enorme risonanza mediatica che il tema sta riscontrando contribuisca a creare confusione: “Se si continua a parlare del tema con tanta negatività, generalizzando, il rischio è che anche chi non ha colpa venga penalizzato”, dice Martano. Bartoli crede che “l’enorme risonanza all’esempio scorretto vada a discapito degli esempi virtuosi che si verificano tutti i giorni”. Mentre Cosenza parla di “accanimento mediatico generale”.

Le nuove linee guida AgCom Un primo intervento concreto è arrivato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AgCom), che ha pubblicato una lista di regole a cui gli influencer devono attenersi, in primis quelli con almeno un milione di followers. Queste figure, uniformate agli editori, devono adeguarsi al Testo Unico dei media audiovisivi e rispettare dunque gli interessi della collettività. Ne deriva il rispetto del diritto d’autore e della privacy, la tutela della persona e soprattutto dei minori. I video promozionali devono essere dichiarati e ogni forma di pubblicità occulta evitata, altrimenti la possibilità è quella di incorrere in multe fino a 285 mila euro. La soglia si alza a 600 mila nel caso di violazione delle norme sui minori.

Beneficenza non fa rima con profitto, le conseguenze politiche “Obbligo di trasparenza per i testimonial che nelle pubblicità annunciano donazioni”. Dopo l’affaire Balocco-Ferragni, il governo si è interrogato su come ristabilire l’ordine in materia di beneficenza. Per questo motivo ha in mente una legge che impedisca le pratiche commerciali scorrette. Secondo il Messaggero, il decreto potrebbe prevedere l’obbligo di rendere note le cifre e di dichiarare esplicitamente la modalità di elargizione: se in relazione alle vendite o a cifra fissa, e in quest’ultimo caso in che percentuale. Tra le idee anche quella di rendere note le sponsorizzazioni, con l’obiettivo di informare i consumatori in merito alla retribuzione della partnership con il testimonial, se presente. Le indicazioni, riporta il quotidiano, potrebbero finire nell’etichetta del prodotto posizionato sugli scaffali. Il timore, da parte dei rappresentanti delle associazioni e del fundraising, è che le normative diventino

LA SCHEDA

L’ingresso degli influencer nel solidale

Una cosa è il business e un’altra la beneficenza. Chi contribuisce a confondere le due operazioni è responsabile dell'aumento generale dello scetticismo nei confronti delle donazioni. Esistono però anche delle pratiche virtuose che legano profit e non profit, unite per raggiungere un obiettivo comune nell’interesse della società in generale. In questi casi è necessario che vengano abbracciati i principi di onestà e trasparenza. Spesso invece assistiamo a pratiche scorrette che pongono l'attenzione esclusivamente alla visibilità del brand.

Brand activism Con "brand activism" si intende la pratica commerciale per cui un'azienda o un privato sostiene una causa di un ente non profit con il fine di stimolare un impatto sociale. L'obiettivo è di dare visibilità al brand, ma anche di

contribuire al sociale. Oggi la pratica è molto diffusa, soprattutto grazie all'azione dei social media, che funzionano da cassa di risonanza.

La figura del testimonial I testimonial sono ormai fondamentali per l’universo del fundraising. Infatti, sempre più diffuso è l’utilizzo di figure popolari, del mondo dello spettacolo e non solo, che vengono affiancate all’iniziativa per rafforzare la credibilità dell'iniziativa o del prodotto agli occhi del donatore. Recentemente anche i cosiddetti influencer hanno fatto il loro ingresso in questo mondo, ma in molti ci tengono a fare delle precisazioni. “Il testimonial di prassi non riceve i soldi per quello che fa ma presta gratuitamente la sua opera all’associazione non profit per uno scopo benefico”. Commenta Veronica Manna, Corporate Fundraiser e Co-fouder di Non

Profit Factory.

Cause related marketing Tra le modalità che le aziende hanno per contribuire a cause benefiche, si posiziona il "Cause Related Marketing (CRM)", una tipologia di "brand activism". "Rispetto alla sponsorizzazione, più tesa a una restituzione di visibilità per l'azienda, il CRM è una modalità più legata al mondo del non profit", spiega Valentina Martano, responsabile raccolta fondi AISM. "Si tratta di un'operazione di co-marketing dove si stabilisce una partnership tra profit e non profit, finalizzata a sostenere un progetto. Il brand produce, distribuisce e allo stesso tempo si impegna a donare una percentuale dei propri ricavi alla causa sociale”, precisa la fundraiser. “La partnership è regolata da contratti chiari tra l’azienda e l’associazione in cui le percentuali sono chiaramente descritte”, conclude.

ancora più stringenti. Manna ribadisce che “Le norme devono esserci ma non devono strozzare un settore che è virtuoso. Spero che il governo tenga conto di questo”. È d’accordo anche Rossano Bartoli: “Confido che qualsiasi legge nuova sia introdotta si basi sul buon senso e che non diventi troppo stringente da scoraggiare chi vuole dare una mano donazioni”.

Il cono d’ombra del bene: dove può celarsi l’abuso Testa e cuore. L’atto della donazione è associato sia a elementi razionali che emozionali. Quest’ultimo, secondo numerosi report, è ciò che più smuove gli italiani. Per questo motivo, dietro ad alcune modalità di beneficenza potrebbero celarsi pratiche opache che approfittano della vicinanza emotiva delle persone per ottenere elargizioni.

Banchetti, crowdfunding e partnership a rischio trasparenza “La beneficenza deve essere tracciata e tracciabile, dunque eseguita con circuiti che permettano la verificabilità, tutti gli altri metodi sono automaticamente poco trasparenti”. Il commento è dell’avvocato Dimitri Gallorini dello Studio Dieci di Arezzo, in merito alle elargizioni effettuate presso i banchetti delle associazioni. “Non esiste una norma specifica”, sottolinea Gallorini, ma è possibile ricostruirne il meccanismo. Il decreto n. 117 del 2017 spiega che se un ente del terzo settore fornisce beni e servizi di valore limitato può ottenere in cambio donazioni. L'obbligo dell’ente è di registrare il rendiconto che deve essere pubblicato insieme al bilancio annuale. Inoltre è ne-

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

cessario che chi effettua la donazione venga messo al corrente di quali sono i progetti per cui la donazione viene effettuata”. Veronica Manna spiega che “la procedura è regolare ma non si può mai sapere per certo”. L’attività del crowdfunding, la raccolta fondi fatta online tramite piattaforme, “è sicura se è fatta da un’organizzazione, dove tutto viene dichiarato”, continua la fundraiser. “Più complicato è stabilire la sicurezza delle campagne di personal fundraising, cioè di persone che raccolgono i soldi per una causa. Bisogna fidarsi”. Stesso principio per le partnership dove è bene controllare che siano ben comunicate le percentuali”. Secondo Martano “nelle partnership il contratto tra azienda e associazione è chiaro. Dopodiché esistono i rivenditori, per cui la percentuale destinata all’associazione cambia”.


LUMSAnews

Le vetrine del negozio di Chiara Ferragni in via del Babuino a Roma

LA FUNDRAISER

“Se diminuisce la fiducia finisce la relazione tra ente e persona” “Necessario applicare una comunicazione chiara”

“”Fundraising” è un termine anglosassone composto dalle parole “fund”, terreno e “raising”, crescita: indica qualcosa che se coltivato dà i suoi frutti e cioè la relazione che è basata sulla fiducia. Quando viene meno la fiducia le persone abbandonano la causa. Questo è l’enorme danno arrecato dall’operazione di marketing spacciata per beneficenza tra Chiara Ferragni e Balocco”.Veronica Manna, Corporate Fundraiser e Co-fouder di Non Profit Factory, racconta a Lumsanews le conseguenze arrecate dallo scandalo che ha investito il mondo della beneficenza e spiega quanto sia importante la garanzia di trasparenza. Testimonial e influencer sono due cose diverse? “Il testimonial di prassi non riceve i soldi per quello che fa ma presta gratuitamente la sua opera all’associazione non profit per uno scopo benefico. Il testimonial può anche essere un influencer ma la sua caratteristica dovrebbe essere la totale gratuità della sua azione, cosa che non è avvenuta nel caso Balocco-Ferragni. In quel caso si è trattato di operazione commerciale”. Una pratica molto distante dalla beneficenza… “Si è trattato di una pratica molto scorretta che tra l’altro si inserisce in un clima di sfiducia generale nella donazione. Il donatore si deve sentire tutelato dall’organizzazione e se viene meno la fiducia finisce la relazione e il Paese ha bisogno di donazioni”. Cambieranno i rapporti tra testimonial e aziende? “Forse sì, ma secondo me il caso può aver innescato un meccanismo virtuoso nella scelta di testimonial seri e affidabili. Questo può avvenire quando di mezzo, tra azienda e testimonial, si posiziona l’organizzazione non profit con i suoi professionisti, in particolare i fundraiser, veri e propri “professionisti del dono” con le competenze necessarie a garantire la correttezza di questo genere di operazioni”. Come vengono ripartiti i soldi nella donazione? “Le organizzazioni virtuose che applicano una comu-

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IL PROTAGONISTA

ESPERTA DI FUNDRAISING Veronica Manna, co-fouder di Non Profit Factory

nicazione trasparente, esplicitano la suddivisione delle donazioni addirittura nel sito dove elencano, tra le altre cose, i ricavi, le spese e dove vanno a finire i soldi”. Il dato deve essere sempre specificato? “Sarebbe una buona pratica renderlo di pubblico dominio. Nel caso delle associazioni, la quota destinata alle spese di struttura dell’organizzazione, alle campagne di comunicazione e alle spese di raccolta fondi non dovrebbe superare il 30%, nei casi più virtuosi il 15% o addirittura il 10%. Il resto deve andare interamente ai progetti dell’organizzazione”. Ci sono altri metodi di garanzia di trasparenza? “Nell’ambito delle donazioni aziendali solitamente la stessa azienda che dona funge da controllore, perché attraverso i documenti di rendicontazione si accerta che i soldi vengano concretamente destinati alla causa e che dunque vengano realizzati i progetti per cui si è stanziato il denaro. Loro vogliono vedere i risultati e controllare anche la rendicontazione economica, certo. Nel caso di donazioni tra individui c’è la reputazione dell’organizzazione, che si costruisce e si mantiene con un corretto storytelling”. (s.z)

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Il caso del pandoro? Una pratica scorretta che mina un settore serio, ma può anche innescare un meccanismo virtuoso

“I non profit da sempre corretti e regolati da norme precise”

“Ampia risonanza agli esempi scorretti a discapito dei virtuosi” “Sono sicuro che se ci fosse stata la presenza di un’organizzazione non profit o di un fundraiser probabilmente gli accordi sarebbero stati gestiti diversamente e sarebbe stata garantita la trasparenza”. Lo scandalo Balocco Ferragni ha sicuramente avuto alcune ripercussioni in termini aziendali e in termini di affidabilità nelle opere di beneficenza. Rossano Bartoli, Presidente della Lega del Filo d’Oro parla a Lumsanews e si dice fiducioso: “Confido nella maturità del cittadino che si informa e che è consapevole della trasparenza delle associazioni non profit”. I testimonial sono fondamentali nell’ambito della pubblicità. Recentemente anche gli influencer hanno fatto il loro ingresso in questo mondo “Il testimonial agisce secondo un principio di vicinanza emotiva alla finalità dell’organizzazione e sceglie di non percepire nulla. Personalmente, abbiamo una lunga esperienza con la figura del testimonial storico Renzo Arbore, poi col tempo si è aggiunto Neri Marcorè e altri personaggi legati al mondo dello spettacolo e dello sport che agiscono esclusivamente a titolo di volontariato”. Nel Caso Ferragni Balocco cosa è stato sbagliato? “Non voglio entrare nel merito ma credo non sia stato chiaro l’accordo stipulato tra le parti, di natura non benefica. Sono sicuro che se ci fosse stata la presenza di un esperto di fundraising, probabilmente gli accordi preventivi sarebbero stati diversi. I contratti, anche diretti, tra aziende e organizzazioni non profit sono chiari e ben definiti, senza l’intermediazione di altre figure”. Pensa che adesso potrà esserci un aumento della diffidenza verso testimonial di beneficenza e di reticenza verso l’atto di fare donazioni? “La preoccupazione sicuramente c’è, ma il senso di sfiducia cresce e cala a seconda dei periodi. Confido che il cittadino maturo che si informa, riesca a distinguere la comunicazione reale e quella meno chiara. Dopo questo episodio al massimo sarà spinto

PRESIDENTE Rossano Bartoli presiede la Lega del Filo d’Oro

a documentarsi in maniera più attenta. La responsabilità è anche dei mass media che danno enorme risonanza all’esempio scorretto a discapito degli esempi virtuosi che si verificano tutti i giorni”. Penso che d’ora in avanti le aziende ci penseranno un po' prima di chiamare testimonial e influencer? “Sicuramente ci sarà una maggiore attenzione, poiché è nell’interesse di ogni azienda quella di trovarsi in situazioni positive, ma credo che verrà fatto trascorrere del tempo prima di assumere decisioni troppo drastiche”. Che ne pensa della proposta del governo di creare una legge sugli obblighi di trasparenza? “Credo che gli strumenti per controllare le organizzazioni non profit siano già abbondanti. La riforma del Terzo Settore, l’introduzione del RUNTS e tutti gli adempimenti in termini di trasparenza hanno aiutato il processo. Confido che qualsiasi legge nuova sia introdotta si basi sul buon senso e che non trasformi il sistema in qualcosa di troppo stringente da scoraggiare chi vuole dare una mano donazioni”. (s.z)

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Confido nella maturità del cittadino che si informa e che è consapevole della trasparenza delle associazioni non profit”


il focus

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di ALLEGRA CIVAI

on voleva farmi male. Sono scivolata. Non è colpa sua, è colpa mia”. Sara (nome di fantasia) per anni ha giustificato le azioni di un marito violento. “All’inizio era premuroso e affettuoso, poi sono iniziate le liti, le spinte, le urla - racconta a Lumsanews -. Quella mano che prima mi accarezzava dolcemente, all’improvviso è diventata un’arma per farmi del male. Tornava a casa la sera e avevo paura. Speravo che la giornata fosse andata bene e che non fosse nervoso perchè altrimenti sapevo che se la sarebbe presa con me. Nonostante tutto non sono mai riuscita a lasciarlo e non riesco a fare a meno di lui”. Secondo lo studio Ipsad, condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche, Sara è una delle 12 milioni di donne che hanno subìto almeno una volta nella vita un episodio di violenza fisica o psicologica. Di queste solo cinque su cento hanno denunciato. Per molte, infatti, è difficile chiedere aiuto. “Alcune volte la vergogna ti blocca, altre volte invece sei così stufa che decidi di reagire”, spiega Teresa Dattilo, psicologa e presidente dell’associazione “Donna e politiche familiari". Sono proprio associazioni come questa che guidano i cosiddetti centri antiviolenza, che aiutano le donne in difficoltà. Come “Differenza donna”, che gestisce 14 centri antiviolenza grazie ai quali riesce a offrire supporto “a tutte le donne, anche migranti, sopravvissute alla violenza maschile e alla tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo”, come spiega una delle responsabili Alessia D’Innocenzo, anche a capo del centro “Alessia e Martina Capasso”. Una rete di supporto I centri antiviolenza (Cav) sono luoghi in cui vengono accolte le donne che hanno subìto violenza fisica o psicologica. Spazi autonomi gestiti da donne per le donne, nati dall’esperienza dei movimenti femministi degli anni ‘60 e ’70. “Un servizio pubblico considerato un nodo di quella rete volta a contrastare la violenza maschile contro le donne”, chiarisce D’Innocenzo. Il primo contatto di solito avviene telefonicamente e dopo una prima valutazione viene fissato un colloquio individuale per studiare, insieme a delle esperte, un percorso personalizzato. Inizia così un cammino di ascolto e accoglienza, di aiuto psicologico, supporto legale e orientamento al lavoro. “Questi sono solo alcuni dei servizi che possiamo offrire con l’obiettivo di aiutare le donne a supe-

Donne, dagli abusi al riscatto Centri antiviolenza, quando la paura diventa coraggio e voglia di ripartire NUMERO DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

Fonte: Report D.i.Re 2023

rare il trauma e di proteggerle, per costruire un nuovo futuro per sé e per i loro figli”, continua D’Innocenzo. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’associazione D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, in Italia ci sono 108 centri, distribuiti su tutto il territorio nazionale, fatta eccezione per il Molise. Oltre la metà, 57, pari al 54% del totale, si trovano nel Nord Italia; nelle regioni del Centro ce ne sono 23, il 22% del totale, mentre tra Sud e isole se ne contano 25. A essere accolte sono state complessivamente, nel 2022, 20.711 donne. Di queste 14.288 hanno chiesto aiuto per la prima volta. Numeri sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente (14.565 nel 2021). I finanziamenti e il ruolo della sensibilizzazione Questi centri sopravvivono grazie al volontariato e a risorse economiche che provengono sia da soggetti pubblici che privati. I finanziamenti pubblici arrivano dai Comuni e dalle Regioni con cifre che si aggirano intorno ai 95.000 euro annui, sempre secondo quanto riportato dall’Associazione D.i.Re. Per quanto riguarda i finanziamenti privati, invece, si registrano cifre minori, circa 32.700 euro all’anno (quasi 44.000 nel 2021), mentre ammontano a circa 2.900 euro annui i fondi provenienti dall’ autofinanziamento. “Purtroppo non sono abbastanza per far fronte alle tante spese che abbiamo”, spiega Alessandra Balla, responsabile comunicazione del Telefono Rosa che gestisce cinque centri antiviolenza. Dello stesso parere è Teresa Dattilo: “Mancano i finanziamenti, senza i quali non si può fare soprattutto la giusta sensibilizzazione”. Sensibilizzare, infatti, è una delle parole chiave per spingere le donne a chiedere aiuto. Come ha fatto Francesca (nome di fantasia), che dopo anni di violenze è riuscita a dire basta. Un basta che le ha cambiato la vita, grazie all’Associazione “Donna e Politiche familiari”. “Dopo la nascita di nostra figlia è iniziato il mio calvario, perché mio marito era geloso del tempo che dedicavo a lei - racconta -. Ho giustificato botte, pugni e calci, ma quando mi ha minacciato di morte davanti alla bambina ho deciso di non giustificarlo più. Così ho chiesto aiuto all’associazione che mi ha aiutata nel mio percorso di rinascita. La mia vita ha ripreso senso. Ho denunciato e adesso sono una donna nuova”.


LUMSAnews

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Le testimonianze di chi aiuta le donne a ripartire da zero e ricostruire la propria vita

LA PSICOLOGA

LA DIRIGENTE

“Chi subisce violenza “Supporto telefonico sente su di sé case rifugio e ascolto così aiutiamo le vittime” un senso di colpa”

Cosa accade a una donna quando si trova all’interno di una relazione violenta? “Spesso è convinta che quello che le accade dipende da lei, pensa che sia una sua responsabilità, è portata a pensare che sia lei a provocarlo”.

Di che cosa si occupa la sua associazione? “E’ nata a Roma nel 1989 e offre supporto a tutte le donne sopravvissute alla violenza maschile. Differenza Donna fin dalla sua nascita ha avuto chiaro che la discriminazione, l’emarginazione e la sopraffazione nei confronti delle donne sono un fenomeno diffuso e complesso, da combattere con competenze specifiche”.

Quindi come si sente? “Prova vergogna, pensa che nessuno possa capirla ed è arrabbiata con sé stessa. È confusa e crede che non ci sia una soluzione”.

Quali sono gli strumenti di cui Differenza Donna si avvale per prevenire e contrastare la violenza di genere? “Luoghi irrinunciabili e prioritari sono i centri antiviolenza, che riconoscono la violenza contro le donne come una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, causa di discriminazione”.

I FONDI

I Cav sopravvivono grazie al volontariato e a risorse economiche che provengono sia da soggetti pubblici che privati. I finanziamenti pubblici arrivano dai Comuni e dalle Regioni con cifre che si aggirano intorno ai 95.000 euro annui, Per quanto riguarda i finanziamenti privati si registrano intorno a 32.700 euro all’anno, mentre ammontano a circa 2.900 annui i fondi provenineti dall’autofinanziamento.

I DATI

L’Istituto di fisiologia clinica del Crr, attraverso lo studio Ipsad, ha rilevato che 12 milioni di donne, tra i 18 e gli 84 anni, ha subito almeno una volta nella vita violenza fisica o psicologica. Di queste solo il 5% ha denunciato. Oltre 2,5 milioni di donne ha subito violenza psicologica e sono 80.000 quelle attualmente vittime di violenza fisica. A commettere abusi fisici sono soprattutto familiari conviventi ed ex partner.

Quali sono gli effetti fisici e psichici nel lungo periodo? “Subire queste violenze porta ad avere ansia, che spesso viene colmata con l’uso di alcol e psicofarmaci. Dal punto di vista psichico questa situazione provoca apatia, rabbia, angoscia, instabilità emotiva, ma anche disturbi ossessivi.”

Cosa fa un centro antiviolenza? “Accoglie le donne che subiscono violenza o minacce. Un servizio pubblico considerato un nodo di quella rete volta a contrastare la violenza maschile contro le donne. Un centro in grado di fornire supporto specializzato immediato, nel breve e lungo periodo. Nei centri le donne possono usufruire di molteplici servizi in forma gratuita: ascolto telefonico 24 ore al giorno, collocazione in casa rifugio in caso di grave pericolosità, accoglienza per i figli, consulenza legale, sociale, psicologica e sportelli antistalking, per aiutare le donne a superare il trauma e portarle a costruire un nuovo progetto di vita per sé e per i loro figli”.

Come si mantiene un’associazione come la vostra? Com’è organizzata? “Il centro di cui sono responsabile LA DIRIGENTE è gestito dal 1° marzo 2021 dalAlessia D’Innocenzo, responsabile del centro l’associazione Differenza Donna, antiviolenza «Alessia e Martina Capasso» finanziato da Roma Capitale e legato al Numero nazionale antiviolenza e stalking 1522. I centri antiviolenza ricevono finanziamenti da diversi soggetti e sono organizzati attraverso un’equipe multidisciplinare composta da una responsabile, una psicologa, un'assistente sociale, una educatrice, operatrici professionali e avvocati. Nel nostro caso il team è formato dall’associazione «Differenza Donna»”.

Quali sono invece i motivi che spingono una donna a chiedere aiuto? “Sono tanti: la donna sta male per le violenze subite, la violenza si protrae anche sui figli, i figli stessi spingono le madri a chiedere aiuto oppure semplicemente perché arrivano a un livello di saturazione o anche perché si sono spaventate dopo un episodio più violento del solito”.

LA PRESIDENTE Teresa Dattilo, psicologa e presidente dell’associazione “Donna e politiche familiari”

Quali sono le forme di violenza più frequenti per cui una donna arriva nel vostro centro? “In prevalenza hanno subito violenza psicologica, fisica e verbale. Nella maggior parte dei casi maltrattamenti domestici da parte del partner, ex partner o familiari. Altre forme diffuse di violenza sono stalking e atti persecutori ma anche violenza sessuale e violenza di genere virtuale. Nel 2023 questo Cav ha accolto 205 nuove donne. E dal 2021 seguiamo più di 700 donne”.

Quali sono i fattori che spingono una donna a giustificare il marito e a non denunciarlo? “Il primo motivo è perché vogliono tenere unita la famiglia, il secondo è il senso di vergogna nel raccontare quello che sta accadendo. La vittima si sente sporca e crede che sia stata lei a provocare questo stato di cose. La vergogna è un deterrente enorme. Cambiare poi è difficile, significa mettersi in discussione e ricominciare una nuova vita. Fa paura, quindi si preferisce soffrire. Reagire poi alla violenza significa anche provocare una sofferenza ai figli; e poi subentra la convinzione di poter cambiare le cose col tempo”.

Sono utili, secondo lei, questi centri antiviolenza ? “Certo, però ci sarebbe bisogno di maggiori sportelli, ma soprattutto mancano i finanziamenti, senza di essi non si può fare la giusta sensibilizzazione. Sensibilizzare vuol dire spiegare che non è amore se qualcuno ti controlla, ti denigra, ti umilia”.Il problema nasce dal fatto che non sappiamo cosa sia l’amore e lo scambiamo con il possesso”. Quindi bisognerebbe fare sensibilizzazione e farla con cognizione di causa; spiegare alle ragazze che amore e libertà vanno di pari passo”.

a.c.

a.c.

I percorsi ad hoc per aiutare i figli delle vittime di abusi

Stop ai giudizi e fiducia nelle relazioni le basi dell’attività dei centri antiviolenza I centri antiviolenza aiutano le donne vittime della crudeltà dei partner a ricostruire un futuro. Offrono molti servizi, tutti usufruibili gratuitamente, dal supporto telefonico 24 ore su 24, al collocamento in case rifugio, luoghi riservati e protetti che permettono alla donna di essere al sicuro. Accolgono anche i bambini, vittime secondarie della violenza, studiando per loro un percorso ad hoc per aiutarli a elaborare il danno subito. Inoltre of-

frono sportelli antistalking e accompagnano la donna nella ricerca di un lavoro. Il sostegno è fornito da un’equipe multidisciplinare composta da psicologi, assistenti sociali, educatrici, operatrici professionali e avvocati. La metodologia di accoglienza è basata sull’empowerment della donna, che consiste nel prendere consapevolezza di sé e dei propri sentimenti, ma anche nell’aver fiducia nella relazione con le altre

donne, una relazione paritaria e non giudicante. Il cambiamento avviene grazie a una connessione che nasce tra la donna che ascolta e quella che condivide la propria storia. La donna ottiene così una consapevolezza più profonda di sé e delle proprie capacità. Questo metodo consente di confidarsi, consapevoli che vige un principio di riservatezza e di non giudizio da parte delle operatrici. a.c.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Allegra Civai, Niccolò Maurelli, Alessandro Raeli, Lorenzo Urbani, Sofia Zuppa

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


lo sport

PAGINA 6 L’HALO SALVA HAMILTON A Monza, durante il Gran Premio d’Italia del 2021, Max Verstappen affianca Lewis Hamilton alla prima variante: la Redbull dell’olandese rimbalza su un cordolo decollando sopra la Mercedes del britannico, illeso grazie all’Halo, l’aureola salvavita che circonda la testa del pilota. Introdotto nel 2018, l’Halo fu criticato perché antiestetico. Pesa solo nove chilogrammi ma può reggere il peso di un pullman a due piani. Inquadra il codice QR per scoprire come funziona.

di NICCOLÒ MAURELLI e LORENZO URBANI

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ome andare in bici dentro una cucina. L’essenza della Formula Uno racchiusa nella similitudine del tre volte campione del mondo Nelson Piquet. Poco importa se l’ex pilota brasiliano ce l’avesse con Montecarlo, il più glam degli appuntamenti del mondiale. Quale che sia il circuito, il paragone calza e svela il fascino mortale della Formula Uno. I primi anni del motorsport sono una corsa alla sopravvivenza. Come se morire facesse parte del gioco. Sedici morti in 84 gran premi soltanto nel primo decennio di gare, dal 1950 al 1959. Quasi due all’anno, quando in una singola stagione si correva in soli otto circuiti diversi. Oggi i gran premi sono 24. Dal 2010 al 2019 – 20 gare in media a stagione – perde la vita un solo pilota: Jules Bianchi a Suzuka nel 2014. Aumentare il numero delle gare significa alzare il rischio. Eppure gli incidenti mortali sono diminuiti drasticamente. Negli anni, infatti, è migliorata molto la sicurezza. Le auto a motore posteriore Nel 1957 il primo, grande passo in avanti in termini di sicurezza e innovazione tecnologica. Gli ingegneri del team Cooper spostano il motore dalla parte anteriore al centro della monoposto, rendendola più stabile. Un cambio di paradigma dagli effetti immediati. Nel decennio successivo infatti, anche grazie all’introduzione della monoscocca (1962), il tasso di mortalità crolla dell’8%, nonostante l’aumento dei gran premi stagionali. Due rivoluzioni che gettano le basi della Formula Uno come la conosciamo oggi. Le tute ignifughe e il casco integrale Il decennio ‘70-79 è il vero spartiacque in termini di sicurezza. Tute ignifughe, cinture e casco integrale. Dispositivi sconosciuti fino ad allora. Per compiere un ulteriore passo avanti risulta decisivo l’incidente di Niki Lauda al Nürburgring nel 1976, quando l’austriaco rimane intrappolato nella sua vettura in fiamme prima di essere estratto vivo dalla sua Ferrari. Da quel momento si decide di aumentare la percentuale di kevlar presente nel tessuto della tuta ignifuga. Inoltre, nella battaglia per la sicurezza si schiera in prima fila lo scozzese Jackie Stewart, che nel ’66, in Belgio, rischia di morire intrappolato nel suo abitacolo con la tuta inzuppata di benzina. La safety car Nel ‘73 il debutto della safety car (“macchina di sicurezza”), una vettura stradale usata per raggruppare e rallentare il gruppo delle monoposto in caso di pericolo in pista. Per il suo impiego in pianta stabile bisognerà aspettare il 1992. Le nuove misure riducono drasticamente non solo le morti, ma anche gli infortuni in pista. Nel quinquennio 1978-82 soltanto tre. Quasi il 95% in meno rispetto alle cinque stagioni precedenti (51 infortuni). Negli anni Ottanta la sperimentazione del sistema Hans (Head and neck support), un dispositivo che riduce il rischio d'infortuni alla testa e al collo e che verrà introdotto in Formula Uno a partire dal 2003. Negli anni ‘90, inoltre, è stata migliorata la sicurezza passiva delle auto con cellule di sicurezza più robuste, e la sicurezza attiva con vie di fuga più ampie e con la graduale eliminazione delle fughe su ghiaia. I numeri rendono l’idea di quanto queste innovazioni abbiano inciso sul tasso di mortalità, che tra il Settanta e il Novanta si dimezza rispetto a quello del primo decennio di gare. Imola 1994, il weekend più nero L’illusione svanisce il 1° maggio 1994, quando la bandiera a scacchi torna a tingersi di rosso nel tragico weekend di Imola, dove Roland Ratzenberger e Ayrton Senna perdono la vita a distanza di un giorno l’uno dall’altro. Le uniche vittime del decennio. Il tasso di mortalità e quello degli infortuni non seguono sempre lo stesso andamento

Progresso tecnologico, regolamenti stringenti e commissari inflessibili. Così la regina del motorsport ha quasi azzerato il rischio di perdere la vita in pista

Halo, guanti biometrici e IA La rivoluzione della sicurezza nella nuova Formula Uno decrescente. Nella seconda metà degli anni Novanta questi tornano a salire, toccando quota 11 tra il 1993 e il 1997. Dato replicato nelle cinque stagioni successive. Il 1997 l’anno del più grave incidente della carriera di Michael Schumacher. A Silverstone il tedesco della Ferrari finisce contro le barriere riportando la frattura della gamba destra. Con l’introduzione del controllo di trazione e del sistema antibloccaggio delle ruote in frenata, la fine degli anni ‘90 dà l’impressione di aver lasciato la morte alle spalle. Dalla scomparsa di Senna, per oltre vent'anni, nessun incidente mortale. Nel 2009 grande apprensione per Felipe Massa. Durante le qualifiche del Gran Premio d’Ungheria il brasiliano viene colpito alla testa da una molla saltata dalla monoposto del connazionale Rubens Barrichello. Massa riporta un taglio alla fronte e una commozione cerebrale con lesione della parte sinistra del cranio.

La morte di Bianchi e il debutto dell’Halo Cinque anni più tardi il tragico incidente di Jules Bianchi. A Suzuka il francese si schianta contro una gru impegnata nella rimozione della vettura di Adrian Sutil. Morirà dopo nove mesi di coma. A segnare la sua sorte, in questo caso, non tanto un difetto di costruzione della monoposto quanto le scarse condizioni di sicurezza al momento dell’incidente, che avrebbero richiesto la sospensione del Gran Premio da parte della direzione gara. L’incidente di Massa e la morte di Bianchi riaprono la corsa all’innovazione in termini di sicurezza nel circus. Accompagnato dal progressivo irrigidimento dei commissari di gara, nel 2018 fa il suo debutto l’Halo: una barra di titanio posta a protezione della testa del pilota, in grado di reggere il peso di un bus a due piani senza deformarsi. In uso da appena sei stagioni, l’Halo salva la vita a diversi piloti, da Charles Leclerc a Lewis Hamilton, passando per Romain Grosjean, che nel 2020 in Bahrain rimane intrappolato nella

sua Haas in fiamme per 28 secondi. In questo caso l’Halo non solo impedisce l’impatto della testa del pilota contro le barriere, ma agevola anche l’uscita dal veicolo incastrato nelle lamiere. Nell’anno d’esordio dell’Halo anche il debutto dei guanti biometrici, in grado di fornire un quadro immediato sullo stato di salute del pilota in caso d’incidente. Tutto merito di un chip spesso appena 3 millimetri, che misura la frequenza cardiaca e il livello di ossigeno nel sangue. L’Intelligenza artificiale in pista La strada verso monoposto sempre più sicure, però, non è ancora finita. Nonostante la grande efficacia dell’Halo, infatti, nelle categorie minori si continua a morire, come testimoniano gli incidenti di Anthoine Hubert nel 2019 e Dilano Van’t Hoff nel 2022, rispettivamente in F2 e Formula Regional. Ad Abu Dhabi infine, ultimo appuntamento del 2023, in pista è scesa anche l’Intelligenza artificiale, usata per il controllo i track limits (eccedenza dei piloti dal limite della pista).


LUMSAnews

ROBERTO CHINCHERO SKY SPORT F1

PAGINA 7

“Fia, ottimo lavoro Così convivono tutela dei piloti e spettacolo” Morire in pista non è fatalità e non è sfortuna. Non è accetabile. Non più, almeno. Roberto Chinchero, giornalista di Sky Sport F1, ripercorre l’evoluzione della Formula Uno, anticipando alcune novità sul futuro.

Come è cambiato l’approccio alla sicurezza in Formula Uno? Nei primi anni c’era una sorta di accettazione del pericolo. Non a caso i piloti venivano chiamati “cavalieri del rischio”, celebrati come degli eroi che sfidano la morte in un “Colosseo high tech”. Decisivo per cambiare questa concezione il tragico weekend di Imola del ’94. In quel momento la Fia prende consapevolezza e lancia una nuova campagna di sicurezza: crash test sempre più accurati; dimensioni minime dell’abitacolo e soprattutto l’analisi di ogni incidente da parte di un Dipartimento specifico.

Come lavora il Dipartimento di sicurezza della Fia? Prendiamo come esempio l’incidente di Grosjean in Bahrain nel 2020. La sua analisi ha permesso di perfezionare la tecnologia dei guanti dei piloti, rendendoli ancora più ignifughi. Anche il poggiatesta è stato modificato. Adesso è scomponibile in più parti per agevolare l’uscita del pilota dalla monoposto in caso d’incidente.

GLI INCIDENTI MORTALI

Foto Ansa

Negli ultimi anni i commissari di gara hanno applicato il regolamento in modo sempre più stringente, non sempre in modo uniforme, generando polemiche tra gli appassionati. Spettacolo e sicurezza possono convivere? Sul fronte della sicurezza l’uniformità non manca, anzi. Dopo la morte di Bianchi, la Fia ha messo la tutela dei piloti al primo posto, senza rinunciare allo spettacolo. Chi critica questa scelta sarebbe il primo, in caso di tragedia, a puntare il dito contro la Federazione. A far discutere, piuttosto, è la mancanza di omogeneità nell’applicazione delle sanzioni in caso di contatto tra piloti.

Oltre all’Halo, quali sono le altre tecnologie che consentono di limitare il rischio in pista? Le barriere tecpro per attutire gli impatti, ma anche i guanti con sensori biometrici per misurare in tempo reale i parametri vitali del pilota. Senza dimenticare le barre anti-intrusione ai lati dell’abitacolo, in grado di assorbire quasi 40 kJ di energia per impatti laterali od obliqui.

Fonte: Wikipedia

Quali novità verranno introdotte nelle prossime stagioni? Uno dei temi più attuali è la visibilità in caso di pioggia. Le gomme da bagnato consentono già di guidare in queste condizioni, ma c’è un problema: ciascuno

L’ESPERTO Roberto Chinchero, giornalista Sky Sport F1

“Nei primi anni si accettava di morire Era parte dello sport”

degli pneumatici solleva oltre 60 litri d’acqua al secondo, compromettendo la visibilità dei piloti che seguono chi li precede. Per attenuare il fenomeno la Fia sta pensando di introdurre una sorta di parafango.

La Formula Uno ha vinto la sua battaglia contro la morte? Nonostante le molte gare stagionali, l’alta velocità e il peso delle monoposto, in Formula Uno non si sono più verificati incidenti con gravi conseguenze fisiche. Sotto questo aspetto, la battaglia è stata vinta, ma la guerra prosegue. n.m e l.u

GLI INFORTUNI

Fonte: Autosport.com


l’analisi

PAGINA 8

LUMSAnews

Il crollo degli ascolti dei tg nazionali e la crisi della televisione generalista

Foto Ansa

Agcom, nel 2023 fuga di spettatori dai notiziari di Rai, Mediaset e La 7 Tg1 e Tg2 i più colpiti, risultati negativi anche per i canali all news

di ALESSANDRO RAELI

S

empre meno italiani guardano il telegiornale. Un fenomeno preoccupante. Ma anche un sintomo di un crescente disinteresse verso la fruizione delle notizie tramite i tradizionali mezzi di comunicazione. È questo il dato che emerge dallo studio condotto dall’Agcom - l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – che riguarda il periodo che va da gennaio a settembre 2023. Le statistiche fornite dall’authority sottolineano, in generale, un crollo di ascolti nel settore televisivo. Una flessione del 2,8%, il che significa una diminuzione di spettatori da 8,31 a 8,07 milioni. Il fenomeno del calo degli ascolti televisivi si è riflesso sulle edizioni dei tg, sia di quelli pubblici che di quelli privati. Stando ai dati dell’Agcom, il telegiornale che ha registrato - in percentuale – il maggior calo di ascolti è stato il Tg2. Prendendo in considerazione solamente le edizioni serali, il telegiornale diretto da Antonio Preziosi ha fatto registrare un crollo dell’11,4% rispetto al 2022, passando da 1,25 a 1,11 milioni di spettatori. Un andamento simile anche per il Tg1 che ha visto un calo dell’8% (- 0,37 milioni di spettatori) e del

AUDIENCE DEI PRINCIPALI TELEGIORNALI PERIODO 2019 - 2023

DIFFERENZA 2022 - 2023

Dal 2022 al 2023 gli spettatori sono diminuiti da 8,31 a 8,07 milioni 3,5% per il Tg3 (meno 60 mila di spettatori). Se si considerano sia le edizioni dell’ora di pranzo che quelle serali si nota una “fuga” dai telegiornali del servizio pubblico, testimoniata dalla scomparsa complessiva di circa 510 mila spettatori rispetto al 2022. In particolare, il calo di ascolti per il Tg1 ha fatto subito pensare (soprattutto alle opposizioni) a una correlazione con l’ascesa del governo di Giorgia Meloni e alla mancanza di diversi punti di vista nella presentazione delle informazioni. Il report dell’Agcom dimostra che nel 2022 il Tg1 ha fatto registrare risultati migliori solamente rispetto al 2019 (4 milioni di spettatori contro i 3,94 del 2019). Tuttavia, bisogna tener conto di diversi aspetti. Il governo Meloni è salito in carica solamente nell’ottobre del 2022 e gli ascolti sono legati a una grande quantità di eventi che hanno segnato l’anno solare. Tra questi lo scoppio della guerra in Ucraina, la rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica, l’arrivo a Pa-

Fascia oraria 18:30 - 20:30 lazzo Chigi della premier Meloni, la morte della regina Elisabetta e i mondiali di calcio in Qatar. Complessivamente, nell’arco temporale che va dal 2019 al 2023 il Tg1 ha costantemente visto - eccezion fatta per il 2020 a causa degli eventi legati alla pandemia – un calo degli spettatori (-357 mila). L’analisi potrebbe far pensare a un fenomeno che interessa esclusivamente i telegiornali del gruppo Rai. Ma la situazione non cambia se si analizzano

Variazioni in % i dati relativi ai telegiornali di Mediaset. Sui canali del Biscione la perdita - seppur minima - ammonta a circa 95 mila spettatori in totale. Nonostante i dati negativi, nell’edizione delle 13 il Tg5 fa registrare una variazione positiva del +2,5% rispetto all’anno precedente. Tg4 e Studio Aperto hanno perso, nelle edizioni serali, rispettivamente 43 mila e 34 mila spettatori rispetto al 2022. Trend negativo confermato anche dal tg di La7 -

Fonte: AGCOM

diretto da Enrico Mentana – che nel 2023 ha perso circa 46 mila spettatori rispetto all’anno precedente. Il crollo dell’audience non ha risparmiato neanche i canali “all news” (Rai News 24, Sky Tg24 e Tgcom24). Tra questi è Sky Tg24 il canale che mostra la flessione più rilevante in relazione al 2022 (-19,5%), mentre Rai News 24 e Tgcom24 hanno ridotto gli ascolti rispettivamente del 17,3% e del 9,1%.


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Lumsanews n. 10 del 15 gennaio 2024 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu