PERIODICO NUMERO XI 31/01/2024
L’analisi
L’attacco del cancro In Italia la crescita è costante
di ALESSANDRA BUCCHI
Narco Roma
Bastano pochi euro e uno smartphone per comprare una dose Un viaggio nei quartieri considerati fortini del traffico di droga
L’epidemia dello spaccio di MARTINA VIVANI
In sedici anni, dal 2003 al 2019, il numero di morti per tumori in Italia è aumentato di 12.750 unità. Una costante crescita che si registra in tutte le regioni e che si arresta solo nel 2020, il primo anno di Covid, durante il quale sono aumentati i decessi per altre cause. L’andamento è destinato a crescere e porterà il nostro Paese ad avere una “popolazione di malati di cancro”, come spiega Mario Fusco, direttore del Registro tumori della Campania. Nonostante la chiarezza di questa tendenza, tuttavia, non sono aumentati adeguatamente i medici oncologi nel Paese. Uno squilibrio che in futuro potrebbe portare al collasso il sistema di cura. Secondo le stime contenute nella ricerca “I numeri del cancro in Italia 2023”, nello scorso anno sono stati diagnosticati 395 mila nuovi casi di tumore.
ALLE PAGINE 4 e 5
ALLE PAGINE 2 e 3
Il reportage
Il focus
Nigeria il massacro dimenticato dei cristiani
di ROSARIO FEDERICO
ALLE PAGINE 6 e 7
L’Egitto di Al-Sisi lacerato dalle crisi
di VERONICA STIGLIANI
ALLE PAGINE 8 e 9
PAGINA 2
LA MAPPA DELLO SPACCIO
l’inchiesta
Da nord a sud di Roma. I quartieri considerati fortini dello spaccio di stupefacenti nella Capitale sono dominati da famiglie e gruppi criminali che fanno del narcotraffico il loro business. Stando alle indagini di antimafia e forze dell’ordine, la città si può mappare a grandi linee. Inquadra il codice QR per scoprire chi ha il controllo della piazze di spaccio romane.
L
di MARTINA VIVANI
e tracce dello sballo sono sui marciapiedi. Bottigliette di plastica con piccoli fori per inserire cannucce, a mo' di rudimentali pipe. E poi pezzi di stagnola, filtri di sigaretta, cucchiai bruciati e abbandonati. Non è ancora tarda notte e non è una favela brasiliana. Sono i portici di piazza Vittorio, nel rione Esquilino di Roma. Gruppetti di senzatetto e sbandati sparsi qua e là, rannicchiati sotto grandi coperte in uno dei quartieri storici della Capitale. Non è difficile trovare qualcuno che si prepara a fumare una dose in pieno giorno, tra passanti e residenti spesso rassegnati, e ciò accade perché la droga, in città, è democratica. “Il funerale dell'eroina è stato celebrato troppo presto”, spiega a Lumsanews Massimo Barra, fondatore della Fondazione Villa Maraini, centro per la cura dalle dipendenze patologiche e attivo per le strade di Roma con unità mobili di soccorso. Ma non solo eroina. Chiunque può acquistare sostanze in qualsiasi momento e a qualsiasi fascia di prezzo, anche perché “le droghe ormai si trovano ovunque”, racconta Francesco Conte, giornalista e tra i fondatori di Termini Tv che si occupa del degrado intorno alla stazione ferroviaria principale di Roma. Stando ai dati rilevati dal Dipartimento Centrale dei Servizi Antidroga (DCSA), i prezzi medi non sono alti: si può comprare marijuana a cinque euro al grammo se è di medio-bassa qualità, eroina a 30 ma anche a 90 euro (dipende dalla tipologia), ecstasy a circa 20 euro e, infine, cocaina (la più costosa) tra i 70 e i 90 euro al grammo, anche se sul mercato può arrivare anche a 400 euro al grammo nel caso della tusi, meglio conosciuta come “cocaina rosa”. Droga e adolescenti: “Una dose si compra con cinque euro” In particolare, è tra i giovanissimi che aumenta il consumo di sostanze. Le droghe “sono sempre state facili da reperire”, continua Conte, ma “è aumentato il numero di giovani ragazze che iniziano a frequentare piccoli spacciatori e che, poi, finiscono anche per strada”. Un assunto avvalorato dai numeri: stando all’ultima Relazione annuale depositata al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze, il dato relativo al consumo di eroina e oppiacei descrive un quadro completamente nuovo, dove è la popolazione femminile a riferire un utilizzo maggiore. Oppioidi, cannabinoidi sintetici e cocaina: le percentuali più alte di consumo si registrano proprio tra le giovanissime, di un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Questo avviene poiché “lo spaccio si è fatto furbo”, come denuncia Paolo De Laura, fondatore dell’associazione Anglad. Se prima si comprava e si vendeva al grammo, nel post-Covid il business della droga è in parte cambiato: si smerciano direttamente bustine di crack, eroina e cocaina anche a 5 e 10 euro, “quindi l’adolescente che chiede cinque euro alla mamma - continua De Laura - può andare tranquillamente a farsi una busta di crack, cocaina cristallizzata con ammoniaca e bicarbonato, già pronta per essere consumata”. A preoccupare non è solo il crescente consumo di sostanze, ma soprattutto “il peggioramento della loro qualità”, denuncia De Laura: i ragazzi “arrivano a farsi di sostanze tagliate male, e alla lunga, facendone uso, ciò li porta anche a sconfinare in forme psicotiche”. Tra nuove e vecchie sostanze Certo, nella Capitale si fa ancora largo uso di droghe “classiche”: eroina, hashish e crack. Non sono mai spariti lo shaboo (diffuso nella comunità asiatica), il GBL (meglio noto come “droga dello stupro”) e soprattutto la cocaina. La “polvere bianca”, stando ai dati della DCSA, regna ancora indiscussa, con un consumo di circa 20 dosi al giorno ogni mille abitanti (su una media nazionale che oscilla tra le nove e le 12 dosi). Ma l’impero romano della droga è dominato anche dalla realtà delle nuove sostanze. “Al momento ne sono state identificate circa mille, duecento solo nell’ultimo anno”, afferma Simona Pichini, direttrice del Centro nazionale dipendenze e doping del-
Senzatetto, spaccio e abuso di sostanze stupefacenti: i residenti del quartiere romano dell’Esquilino lamentano da anni la situazione di degrado in cui versa l’area di Piazza Vittorio Un viaggio nella Capitale dello spaccio, in cui chiunque, con pochi euro e uno smartphone, può acquistare una dose
Roma caput mundi della droga 20 dosi di cocaina
al giorno ogni 1000 abitanti
32 i decessi
per overdose nel Lazio nel 2022
200 nuove droghe
identificate nel 2023
Fonti: Rapporto DCSA e ISS
l’Istituto Superiore di Sanità. Nel 2022 Roma è stata la città dove si è registrato il sequestro più significativo di ecstasy e anfetamine (rispettivamente 3.977 e 575 dosi). Tra i giovani romani, poi, dilaga il Wax: si fuma come il crack, ma ha l’effetto dell’hashish e l’aspetto simile alla cera d’api. E all'ombra del Cupolone si consumano anche dosi crescenti di MDMA, probabilmente come conseguenza della riapertura delle discoteche dopo lo stop per la pandemia da Covid-19, e di metanfetamine. Proprio queste ultime fanno registrare numeri da record: si stima un consumo di circa 0,57 dosi ogni mille abitanti, il quadruplo di Torino e della media nazionale. E se l’abuso di sostanze spesso uccide, il Lazio registra un triste primato in numeri assoluti: 32 decessi per overdose nel 2022, dietro solo a Veneto e Toscana. Soddisfatti o rimborsati, i pusher 2.0 Il mercato delle sostanze stupefacenti è, per sua natura, estremamente dinamico. In particolare, la pandemia da Covid-19 ha influito nel cambiamento dei trend di acquisito “provocando una crescita dei consumi di nuove sostanze psicoattive, grazie alla facilità di reperimento”, afferma Pichini. La vendita online di droga non è un fenomeno nuovo, ma fino
Un gruppo di senzatetto a Piazza Vittorio a Roma.
a poco tempo fa era limitata al dark web, la parte di internet “nascosta” ai motori di ricerca tradizionali. Di recente, i black market online, ma anche le piazze di strada, stanno lasciando il posto alle chat dei social network. Instagram usato come vetrina virtuale, Telegram per rendere note le offerte e la "merce" in vendita, per concludere l'acquisto e per condividere le recensioni sui prodotti. Infine, pagamenti con carta di credito, criptovalute e Bitcoin per il pagamento e un sistema di spedizioni per far arrivare le sostanze direttamente a casa. E se Telegram rischia di essere ancora troppo permeabile, per evitare le intercettazioni un altro canale ampiamente utilizzato, e di difficile criptazione, è Wickr: il software permette di impostare una data di scadenza per i messaggi crittografati che, dunque, si autodistruggono. Narco-mappa della Capitale Esiste una geografia che racconta insieme un naufragio e una catastrofe sociale. Da Tor Bella Monaca a Primavalle, passando per il Quarticciolo e San Basilio. Roma è un supermarket della droga, aperto H24. Anche perché “i tossicodipendenti oggi fanno ancora affidamento sulle piazze. Vogliono vedere, toccare e assaggiare la sostanza”, racconta De Laura. Tuttavia, secondo l’ultimo Rapporto
LUMSAnews
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“Eroina, killer silenzioso e sottovalutato” L’INTERVISTA
Barra: “Per le forze politiche i tossici sono un vuoto a perdere”
La foto è stata scattata da alcuni residenti del quartiere che denunciano le condizioni della zona
Immagini di chat Telegram utilizzate per lo spaccio di stupefacenti a Roma
sulle mafie nel Lazio, le piazze non sono tutte uguali. Ci sono quelle “chiuse”, dove da anni sono radicate famiglie criminali che gestiscono i traffici e basano lo spaccio su un metodo ormai collaudato: utilizzo di sentinelle, rigida suddivisione dei compiti, impiego di minorenni e controllo del tessuto sociale. Sono situate in quartieri come Tor Bella Monaca, San Basilio, Montespaccato, Romanina, Acilia, Primavalle, Ponte di Nona, Quarticciolo, e Tufello. Nel contempo, in altre aree della Capitale risultano operative piazze minori e “aperte”: Pigneto, San Lorenzo e, più in generale, nei centri della movida romana. È in queste zone franche che la filiera dello spaccio permette di acquistare e rivendere qualsiasi tipo di sostanza, senza distinzione di ceto sociale o età. I signori della droga Da decenni nella Città eterna clan e cosche si dividono le piazze della droga, in un equilibrio precario in cui tutti desiderano il controllo. “Se tu vieni a Cinecittà non puoi fare come ti pare. [...] A casa mia comando io!”. Connivenze, complicità e sopraffazione. Il senso della la spartizione territoriale messa in atto dai clan che fanno affari a Roma è tutto racchiuso in questa frase, intercettata tra due sodali di Michele Senese, detto “‘O pazz”, re del
narcotraffico nel quadrante sud-ovest della Capitale insieme ai Casamonica, ai Pagnozzi e ai Carlomosti. Tuttavia, a giocare un ruolo determinante nella gestione delle piazze di spaccio romane sono soprattutto le famiglie della ‘ndrangheta. I clan malavitosi calabresi hanno allungato i loro tentacoli da nord a sud della Capitale, stringendo alleanze in particolare con i boss della mafia albanese. Roma fa gola a tanti: a Tor Bella Monaca e a San Basilio concorrono al narcotraffico famiglie ‘ndranghetiste come i Marando e camorriste come gli Esposito, mentre a nordovest della Capitale le piazze di spaccio sono in mano alle cosche locali dei Gambacurta, degli Sgambati e degli Sterlicchio. E se da un lato il business del narcotraffico e del controllo dello spaccio è al centro delle attività di questi gruppi, i clan assumono anche connotati che destano sempre più allarme sociale: non si spara senza il consenso dei vertici, chi non rispetta le regole viene espulso dal quartiere e chi tradisce viene punito violentemente. In sostanza, nuove mafie autoctone e con strutture autonome, la cui presenza è ben radicata sul territorio: proprio nel cono d’ombra delle periferie romane, questa industria invisibile riesce ancora a prosperare.
Roma e il Lazio sono strette in una morsa, in cui morire di overdose da stupefacenti è ancora una realtà. Secondo Massimo Barra, medico esperto in tossicodipendenze e fondatore di Villa Maraini (Agenzia nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa Italiana), le forze politiche stanno operando una grave sottovalutazione del fenomeno. Barra non ci gira troppo attorno e lancia un grido di allarme: “gli ospedali sono intasati e i Ser.D. sotto finanziati, la Regione Lazio non sta facendo abbastanza”. Dottor Barra, in che cosa consiste questa sottovalutazione del fenomeno delle tossicodipendenze? “Anzitutto il funerale dell'eroina, come dichiaro da almeno 10 anni, è stato celebrato troppo presto. Le nostre evidenze ci dicono che l'eroina c'è sempre stata e il numero di morti sarebbe stato molto più alto senza il nostro intervento. Negli ultimi venti anni siamo intervenuti in oltre 3000 overdosi “fauste”, cioè gente che sarebbe morta senza il nostro aiuto”. Di che sostanze si abusa e qual è il punto della situazione? “Il consumo di sostanze è oscillante, sia nel singolo che nella collettività, alternando fasi di prevalenza dell'eccitante e fasi di prevalenza del sedativo. Se si prende troppo sedativo, come l'eroina, a un certo punto c'è bisogno di eccitanti, come la cocaina. Al contrario, se si prendono troppi eccitanti, poi c'è bisogno di smorzare il fuoco indotto da questo consumo e si ricorre all'eroina. Spesso queste fasi, anche del singolo, si alternano contemporaneamente. Poi ci sono le altre sostanze, le cosiddette nuove droghe, che in realtà esistono da almeno 30 anni, come le anfetamine e gli allucinogeni. La situazione è molto grave e molto sottovalutata dall’opinione pubblica e dalle forze politiche. Anche perché, con i tossici, ci si rimette sempre: fanno reati, muoiono e, soprattutto, con i tossici non ci si guadagna. Per le forze politiche, il tossico è un vuoto a perdere”. Che importanza ha una fondazione come la vostra sul territorio? Noi crediamo di conoscere tutti i tossicomani di Roma, nel senso che la strategia di Villa Maraini è unica. In primis, siamo aperti H24: quando un tossico sente la necessità di essere aiutato, è quando è in crisi e deve essere accolto. Una cosa che nessuno fa, anche perché gli ospedali sono intasati. I Ser.D., invece, non hanno fondi sufficienti e quindi sono costretti a selezionare chi accogliere. Qual è attualmente il ruolo della Regione Lazio? “La Regione non si sta muovendo particolarmente bene, ha attuato solo proroghe con una predilezione negativa per Villa Maraini, che è oltretutto poco finanziata. Nonostante l’importanza della struttura: noi ogni giorno incontriamo 700 tossicomani”. Siete attivi anche su strada? “Sì. Andare a chiedere aiuto non è una cosa semplice, richiede molta frustrazione. Si chiede aiuto solo quando si sta peggio e finisce la “luna di miele”, la fase di benessere legata all’uso di sostanze. Ma chi non supera la frustrazione è su strada”. In cosa sbagliano le istituzioni?
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IL MEDICO Massimo Barra, medico e fondatore di Villa Maraini, centro per la cura dalle dipendenze
Gli ospedali sono intasati e i Ser.D. sottofinanziati Le istituzioni e la Regione Lazio non fanno abbastanza
“Lo Stato dovrebbe essere interessato ad incontrare e aiutare non solo i tossicomani che vogliono smettere, ma anche quelli che vivono situazioni più complicate e che si trovano spesso per strada”. Data la sua esperienza, che tipo di danni provoca sul fisico l’abuso di droghe, sia le classiche che le nuove sostanze psicoattive? “Le sostanze agiscono colpendo il sistema nervoso centrale. Ci sono danni immediati e noi, come struttura, vediamo soprattutto i danni a distanza. Abbiamo molti tossicomani adulti, dipendenti da sostanze da molti anni, e alcuni hanno l'Alzheimer, il Parkinson e patologie neurodegenerative. Sono convinto che una parte di queste patologie vanno fatte risalire all’abuso di droghe fatto sin da giovani”. (m.v.)
data journalism
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Tumori, male dimenticato
Dal 2003 al 2019 aumento di 12.750 morti. Conta anche l’invecchiamento della popolazione
Sempre più casi, crisi di vocazione dei medici specializzati così il sistema di cura rischia la paralisi
I
di ALESSANDRA BUCCHI
n sedici anni, dal 2003 al 2019, il numero di morti per tumori in Italia è aumentato di 12.750 unità. Una costante crescita che si registra in tutte le regioni e che si arresta solo nel 2020, il primo anno di Covid, durante il quale sono aumentati i decessi per altre cause. L’andamento è destinato a crescere e porterà il nostro Paese ad avere una “popolazione di malati di cancro”, come spiega Mario Fusco, direttore del Registro tumori della Campania. Nonostante la chiarezza di questa tendenza, tuttavia, non sono aumentati adeguatamente i medici oncologi nel Paese. Uno squilibrio che in futuro potrebbe portare al collasso il sistema di cura. Secondo le stime contenute nella ricerca “I numeri del cancro in Italia 2023”, nello scorso anno sono stati diagnosticati 395 mila nuovi casi di tumore. Il documento viene elaborato annualmente da Aiom (Associazione Italiana di oncologia medica), Airtum (Associazione italiana registri tumori), Osservatorio Nazionale Screening (Ons), Passi, Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia, Passi d’Argento e della Società italiana di anatomia patologica e di citologia diagnostica (Siapec-Iap). Nei prossimi due decenni, il numero annuo di nuove diagnosi oncologiche in Italia aumenterà in media dell’1,3% per gli uomini e dello 0,6% per le donne. Gli esperti hanno lanciato l’allarme. Un aumento dovuto anche alla mancanza di screening nel periodo della pandemia. Circa il 30% dei decessi nella popolazione italiana tra il 2005 e il 2009 è dovuto a un tumore. Più di una persona su 4. Una percentuale che crolla invece al 24% nel 2020. Un crollo non dovuto non tanto a una diminuzione delle vittime di tumori ma all’aumento delle morti per altre cause (come il Covid). Questo aumento di decessi è dovuto a una crescita esponenziale dei malati. Il progresso scientifico ha abbassato il tasso di mortalità del tumore (ossia il numero dei morti di tumore sul numero dei malati). A dimostrarlo è anche un gruppo internazionale di ricercatori, guidati da Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia all’Università Statale di Milano, che stima un calo del 6,5% nei tassi di mortalità per tumore negli uomini e del 3,7% nelle donne tra il 2018 e il 2023. La Sanità italiana sarà in grado di gestire e curare tutti questi pazienti oncologici? C'è un numero sufficiente di medici specializzati? Secondo i dati dell'Istat il numero degli oncologi in Italia è aumentato di 252 unità dal 2013 al 2019, per poi però diminuire nel 2020. A causa dell’organizzazione regionale della Sanità, gli oncologi non sono distribuiti in maniera uniforme sul territorio nazionale. Si passa da 0,37 ogni 10mila abitanti del Trentino Alto Adige a 1,4 del Friuli Venezia Giulia. La diminuzione degli specialisti la si può osservare anche tra i banchi universitari. “A partire dallo scorso anno nelle scuole di specializzazione molti posti sono rimasti vuoti. Questa crisi si inquadra in una generale diminuzione di attrattività del settore sanitario che inizia a coinvolgere anche l'oncologia”, spiega Francesco Perrone presidente di Aiom. “I numeri di oggi rappresentano il problema di domani”. Curare un paziente oncologico “non significa solo fare una diagnosi e somministrare dei trattamenti, ma significa prenderlo in cura in maniera più ampia” aggiunge il presidente. “Parliamo di malattie con un impatto emotivo sia sul malato che sulla famiglia. Tutto questo richiede tempo e disponibilità, e noi andiamo nella direzione opposta”. Se ci saranno sempre meno dottori a farsi carico di sempre più malati, la qualità delle cure diminuirà inevitabilmente. Per Mauro Biffoni, direttore del Dipartimento di oncologia e medicina molecolare dell’Iss, “non è detto che questi numeri siano insufficienti”, ma "è più importante capire quanto le strutture sono in grado di soddisfare i bisogni dei pazienti”. Biffoni sottolinea come “nei vari convegni di medicina non viene mai citata la carenza di servizi tra gli oncologi, né ho mai sentito le associazioni di categoria lamentarsene”.
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I dati Istat
ONCOLOGI OGNI 1O MILA ABITANTI ANNO 2020
MORTI PER TUMORE OGNI 1O MILA ABITANTI ANNO 2019
Il 30 % degli italiani tra il 2005 e il 2009 è morto per un tumore Il report
Lo scorso anno sono stati diagnosticati 395 mila nuovi casi
Per Biffoni la scarsa presenza di oncologi in regioni quali la Calabria e Basilicata (dove si trovano rispettivamente 0,64 e 0,55 oncologi ogni 10mila abitanti), dipende in parte da una fortissima migrazione dei pazienti verso nord, dove ci sono più strutture specializzate”. I cosiddetti “viaggi della speranza”. Viaggi che per Perrone sono in parte “funzione della strategia delle regioni che hanno un elevato sviluppo della sanità privata”. Queste regioni ne hanno un “beneficio economico che aumenterebbe qualora dovessimo andare verso l’autonomia differenziata”. Dove si muore di più? La regione con più morti di tumore è la Liguria. In generale il centro nord ha una un numero di morti più alto del sud. “La prima causa di cancro è un fattore buono, ossia l'aumento dell'età media della popolazione, poiché il cancro è una patologia dell'età avanzata. I numeri della Liguria sono in parte spiegati da una popolazione più anziana”, commenta Mario Fusco, direttore del Registro tumori della Campania. I fattori di rischio aumentano all’aumentare dell'età. Le persone continueranno ad ammalarsi, e l'incidenza aumenterà. Il grafico potrebbe quindi trarre in inganno facendo pensare che si corrono più rischi in Liguria che in Calabria. Per spiegare questa discrepanza è necessario pensare a diverse variabili, tra le quali una difformità nella raccolta dei dati a livello regionale che porta a risultati diversi. “In alcuni Paesi in via di sviluppo abbiamo visto che l’incidenza di alcuni tumori è molto bassa. Questo però non significa che in quei Paesi non ci siano tumori, ma banalmente potrebbe dipendere dalla mancanza di strumenti di diagnosi”, spiega a Lumsanews Valentina Silvestri, ricercatrice al dipartimento di Medicina molecolare dell’Università Sapienza di Roma. Il nodo rimane però sempre la regionalità del sistema sanitario. I dati non vengono riportati uniformemente in tutte le regioni, potremmo quindi arrivare al paradosso secondo il quale dove la Sanità funziona meglio si registra un picco di mortalità. Quello che manca ancora una volta nella sanità italiana sono investimenti e personale, elementi necessari per lo sviluppo di una rete di screening oncologici. Una macchina organizzativa complessa ma che permette di salvare tante vite. Nei casi oncologici il tempo è una componente essenziale, ed è quindi necessario agire il prima possibile. A fronte di un aumento dell’età media della popolazione, il sistema sanitario italiano ormai ridotto all’osso rischia il collasso.
Fonte: Istat
MORTI PER TUMORE SUL TOTALE
Fonte: Istat
ONCOLOGI IN ITALIA DAL 2013 AL 2020
Fonte: Istat
L’ONCOLOGO
FRANCESCO PERRONE Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom)
La carenza degli oncologi già tra i banchi di scuola oggi rappresenta un grosso problema di domani. A sottolinearlo è Francesco Perrone presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. L’esperto spiega a Lumsanews che “prendere in cura un paziente oncologico non significa solo fare una diagnosi e somministrare dei trattamenti”. Come mai il numero degli oncologi in Italia è diverso da regione a regione? “Il dato della variabilità degli oncologi tra le regioni è solo in parte spiegabile con l'incidenza del cancro. Credo che sia una conseguenza della gestione federale della sanità in Italia che porta a disparità regionali anche su investimenti e scelte strategiche.” Gli oncologi in Italia sono sufficienti? “Non sono sufficienti. A partire dallo scorso anno nelle scuole di specializzazione molti posti sono rimasti vuoti. Questa crisi si inquadra in una ge-
IL DIRIGENTE
MAURO BIFFONI Direttore del dipartimento di oncologia e medicina molecolare dell’Istituto superiore di sanità (Iss)
“Al sud ci sono meno oncologi anche perché non ci sono strutture che li richiamano”, questo costringe tanti pazienti a intraprendere i “viaggi della speranza”. Mauro Biffoni direttore del dipartimento di oncologia e medicina molecolare dell’Iss racconta a Lumsanews “uno degli aspetti più drammatici della difformità delle prestazioni sanitarie in Italia”. Il numero dei morti per tumore è cresciuto in tutte le Regioni dal 2003 al 2023. A cosa è dovuto questo aumento? “L’aumento dei morti è dovuto a una crescita dei malati in parte determinata da un allungamento della vita. Questo fattore è considerato come uno dei maggiori fattori di rischio nel mondo occidentale. Anche se poi è stato notato un aumento dei tumori che interessano classi di età precedenti, a esempio il tumore del sistema nervoso centrale del bambino, come viene evidenziato dal National Counselor Institute.” L'aumento di diagnosi è dovuto anche a un aumento di fattori di rischio come l’inquinamento?
LUMSAnews
““I numeri di oggi
La mancanza di medici tra i banchi di scuola
rappresentano il problema di domani” nerale diminuzione di attrattività del settore sanitario che inizia a coinvolgere anche l'oncologia. I numeri di oggi rappresentano il problema di domani. I dati del report “I numeri del cancro in Italia 2023” mostrano un'incidenza dei tumori in aumento costante, ma anche un miglioramento delle cure che si traduce sia nell'aumento delle guarigioni, sia nella cronicizzazione della malattia. Si tratta di un grande risultato. In questo modo però si aumenta il carico di lavoro degli oncologici perché significa seguire più pazienti. Cresce anche la complessità delle cure e diminuisce l'attenzione che vorremmo porre a una presa in carico più generale del paziente. Prendere in cura un malato non significa solo fare una diagnosi e somministrare dei trattamenti, ma significa prenderlo in cura in maniera più ampia. Parliamo di malattie con un impatto emotivo sia sul paziente che sulla famiglia. Tutto questo richiede tempo e disponibi-
lità, e noi andiamo nella direzione opposta.” C'è differenza nella prestazione e nell'adesione alla campagne di prevenzione nelle regioni? “Sì, ci sono differenze. L'Italia è abbastanza lontana dal target che l’Europa richiede sui programmi di screening. Anche in questo caso ci sono inoltre delle differenze tra le macro-regioni italiane. Da molti anni si osserva un trend nord, centro, sud progressivamente decrescente, con il meridione ancora molto indietro rispetto ai tassi di screening delle regioni settentrionali. La macroregione sud e isole, con fatica, tende a risalire nella performance ma a una velocità troppo bassa. Quest'anno anche al nord si vede un’inversione di tendenza. Le regioni che erano quasi vicine ai livelli indicati dall'Europa hanno un calo. In questo modo ci allontaniamo sempre dall’obiettivo fissato dall’Europa? “Il target europeo è una misura del diritto dei cit-
““Pochi oncologi
L’inquinamento tra i fattori di rischio
nel Meridione perché non li assumono ” “Tra i fattori di rischio rientra sicuramente l’inquinamento ambientale. Basta guardare la distribuzione regionale sembra esserci un'associazione con alcuni fattori di rischio ambientale. Al Sud c’è un'elevata incidenza, ad esempio in Campania.” Dal grafico risulta però che il numero morti in Campania per tumore ogni 10mila abitanti è più basso rispetto al nord, e in particolare alla Liguria. “Tra i fattori di rischio riconosciuti, l'unico che vede favorito il mezzogiorno rispetto al nord e quello dell'inquinamento da particolato pm 2.5 che effettivamente vede il sud meno contaminato rispetto al resto del Paese. Tra le altre spiegazioni rientra il fatto che la Liguria ha una popolazione molto più anziana, mentre l’aspettativa di vita al sud è più bassa, almeno in Campania. Si tratta di quasi un anno e mezzo in meno rispetto alle regioni del nord, questo potrebbe essere un indicatore che il servizio sanitario funziona meno bene”. Se guardiamo il grafico, il numero degli oncologi presenti sul territorio non è distribuito uniformemente, e il numero delle morti non è
aumentato di pari passo con gli oncologi. Dobbiamo preoccuparci di questo dato? “Non so dire quale sia il numero degli oncologici necessario. Non è detto che questi numeri siano insufficienti. Dobbiamo capire quanto le strutture sono in grado di soddisfare i bisogni dei pazienti. In Calabria ci sono 0,64 oncologi ogni 10mila abitanti, mentre in Basilicata 0,55. Queste regioni hanno tuttavia una fortissima migrazione dei pazienti verso il nord del Paese, dove ci sono più strutture specializzate. Vengono chiamati “i viaggi della speranza”, e questo è uno degli aspetti più drammatici della non uniformità delle prestazioni in Italia. L'Emilia Romagna, il Lazio e la Lombardia drenano una grande quantità di pazienti oncologici dal sud. Mancano le strutture più che i medici, anche se lo 0,55 della Basilicata è un dato molto basso. Nei vari convegni di medicina a cui ho partecipato, tuttavia, non sento mai citare una carenza di servizi tra gli oncologi, ne ho mai sentito le associazioni di categoria lamentarsi della mancanza di oncologi. L'oncologo interviene quando il tumore è in fase avanzata e c'è una tera-
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tadini ad avere il meglio possibile. Non raggiungere quell'obiettivo significa non tutelare il diritto alla salute. Il successo dello screening è la combinazione di due passaggi: l'offerta e la risposta cittadini. Il problema è nell’offerta che l’Italia continua a gestire con modalità antiche che non funzionano. Si ritorna sempre alla variabilità dell'approccio regionale. Non abbiamo un sistema che sfrutti le nuove tecnologie. Che cosa si dovrebbe fare? “Quella degli screening è una macchina organizzativa complessa che deve essere sostenuta dallo Stato, e che richiede personale e soldi. Non si organizzano gli screening in carenza di persone e quasi tutte le regioni, soprattutto al sud, sono in difficoltà. Sono in difficoltà anche le regioni più ‘virtuose’. In Lombardia c'è uno spostamento dell'equilibrio verso la sanità privata a danno di quella pubblica e le cose cominciano a non funzionare”. Il nord si fa inoltre carico dei malati di altre regioni che migrano in cerca di cure in centri più specializzati presenti nel meridione. Questo non aggrava ancora di più il sistema? “I malati che realmente hanno bisogno di spostarsi lontano dalla propria regione per essere curati sono veramente una minoranza. La migrazione sanitaria è una diretta conseguenza non solo delle lunghe liste d’attesa ma della strategia delle regioni che hanno un elevato sviluppo della sanità privata. Se da una parte c'è il servizio sanitario nazionale e le reti oncologiche che lavorano per disincentivare la migrazione, dall'altra parte c’è chi ne trae un beneficio economico. Beneficio che aumenterebbe qualora dovessimo andare verso l’autonomia differenziata”. (a.b)
pia medica, ma si spera di agire prima che il tumore arrivi a quello stadio” C’è una carenza di strutture specializzate al sud? “Al sud ci sono meno oncologi anche perché non ci sono strutture che li richiamano. In giro per l'Italia ci sono moltissimi oncologi calabresi. In Italia c’è un problema di programmazione delle regioni per rendere disponibili dei servizi oncologici di ottimo livello in maniera uniforme nel paese.” E le liste d’attesa per gli screening? “I dati dell’osservatorio nazionale degli screening mostrano come l’offerta e la risposta alle analisi di prevenzione siano molto diverse tra nord e sud, con le Regioni meridionali che hanno risultati più bassi rispetto al settentrione. C'è un problema di organizzazione dei servizi sanitari in quelle regioni”. (a.b)
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Alessandra Bucchi, Rosario Federico, Veronica Stigliani, Martina Vivani Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
il focus
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È
Una residente seduta davanti alla sua casa bruciata dopo l’assalto dei fulani nel villaggio di Mbong. Foto di MasaraKim/TruthNigeria.com
Fedeli perseguitati non solo per questioni religiose, ma anche per motivi economici, geopolitici e di lotta di classe. I miliziani vogliono i loro terreni, promessi dai capi
la notte della vigilia di Natale 2023. Le comunità cristiane di tutto il mondo si preparano a celebrare la nascita di Gesù. Un giorno di festa e convivialità, ma non nel villaggio di Bokkos, in Nigeria. Lì, così come in altri 29 villaggi, domina la morte. I predoni fulani passano di casa in casa e uccidono 300 cristiani, in prevalenza donne e bambini. Una strage che porta alla memoria la notte di terrore del 14 aprile 2014, quando in una scuola di Chibok i miliziani di Boko Haram sequestrarono 276 ragazze pronte a sostenere gli esami di fine anno. Parole unanimi di condanna, allora, da tutto l’Occidente. Con il potente messaggio lanciato da Michelle Obama: “Faremo di tutto per riportarle a casa”. Oggi, a quasi dieci anni di distanza, sono 98 le studentesse di Chibok ancora prigioniere. Da allora le atrocità commesse dai miliziani hanno costretto migliaia di persone a fuggire dal Paese. “Chi scappa, scappa dall’insicurezza, dal terrore e non solo dalla povertà”, spiega a LumsaNews Alessandro Monteduro, direttore della fondazione cattolica “Aiuto alla Chiesa che soffre” (Acs). Fedeli martiri
Nigeria di ROSARIO FEDERICO
I dati parlano chiaro: ogni anno in Nigeria vengono uccisi più cristiani che in tutto il resto del mondo. Come avviene in altri Paesi africani, sono attivi focolai di crisi che hanno nella religione la loro matrice comune. Nel solo 2023 in Nigeria sono stati uccisi 4.118 cristiani sulle 4.998 vittime nel mondo, l’82 per cento. A questi vanno aggiunti i 3.300 credenti rapiti su 3.906 fedeli. Il quadro emerge nel rapporto annuale sulla persecuzione dei cristiani fornito da Open Doors International. La onlus denuncia uccisioni, simili a “massacri”, casi di abusi e stupri per ragioni culturali e sociali. Come rivela il rapporto di World Watch List, nel 2023 ci sono stati nel Paese 2.622 casi di violenza sessuale. Ben 609, invece, i matrimoni forzati. Essere donna e cristiana in Nigeria può, infatti, esporre a pericoli. Le famiglie spesso impongono alle figlie matrimoni precoci. Un modo per trovare maggiore stabilità sociale e così essere meno esposte a minacce. Tuttavia, la macchia resta: essere cristiana non ti mette al sicuro, anche se sposata. Nel mirino dei miliziani di Boko Haram, Iswap e Fulani
il martirio cristiano che l’Occidente
non vede
Il motivo di tanta violenza verso uomini e donne di fede cristiana si trova nel significato stesso del nome dell’organizzazione terroristica Boko Haram: “Essere occidentale è proibito”. Nell’Islam, infatti, harm descrive tutto ciò che è vietato. Il suo contrario, halal, invece, si riferisce a tutto ciò che è permesso dalla Sharia. La legge del Corano che Boko Haram vuole imporre in tutto il Paese. Le azioni più cruente e crudeli verso i cristiani, però, spesso provengono dal gruppo terroristico dello Stato Islamico della provincia dell'Africa occidentale, l’Iswap, formazione nata da Boko Haram nel 2016. “Non c’è più la parola d’onore. A volte li uccidono, altre volte li rapiscono e fanno perdere le loro tracce”, racconta la vice direttrice di Africa Express Cornelia Isabel Toelgyes. Ostilità che si rintracciano nel secolare conflitto tra fedi: cristiana e musulmana in primis. Le Crociate, il colonialismo e le guerre hanno fatto crescere i motivi di scontro. I cristiani, sono secondo i gruppi estremisti attivi nel paese, figli di un Occidente che vuole distruggere la loro cultura, convinto che sia necessario convertire. La divulgazione della fede cristiana, che premia gli ultimi e tutela la società civile, è, per chi si fa interprete di un’ideologia estremista come Boko Haram o Iswap, un'erba che va sradicata. “Molti missionari cristiani sono morti perché espressione qualificata della società civile”, spiega il missionario comboniano don Giulio Albanese. Non solo. I cristiani nel Sahel sono anche nel mirino dei fulani, etnia nomade musulmana. Il motivo della loro persecuzione, però, non è solo di matrice religiosa. Qui, infatti, entra in gioco anche la ragione economica. Come evidenziato da Luca Mainoldi, redattore dell’agenzia Fides: “Si compie violenza nei confronti dei cristiani anche per una logica di scambio di beni con i leader dei villaggi”. Il silenzio dell’Occidente Sullo sfondo, i nuovi equilibri geopolitici in Africa, con Russia e Cina che puntano a egemonizzare vaste aree del continente sia dal punto di vista militare che da quello economico. Con un Occidente che, di contro, perde sempre più influenza. “Oltretutto l’Europa ha un pregresso coloniale e non può proporre un modello di sviluppo autoritario che va bene alle leadership africane”, spiega il direttore del Desk Africa del Centro Studi Internazionali Marco Di Liddo. L’effetto collaterale è la disattenzione o comunque il silenzio dei Paesi occidentali, concentrati peraltro sui drammatici conflitti più vicini, come quelli in Medio Oriente e in Ucraina. Per questo in Nigeria i cristiani muoiono nella nostra sostanziale indifferenza, fatta eccezione per i ripetuti appelli del Papa e della Chiesa. Un martirio che richiama, come conclude don Albanese, “la difesa di verità di fede, come è successo al Cristianesimo nei primi secoli”.
LUMSAnews
Le violenze in Nigeria commesse dai miliziani ai cristiani le sfere d’influenza e il business di Russia e Cina in Africa
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IL DIRETTORE
L’ESPERTO
Alessandro Monteduro, direttore della fondazione cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre, analizza le persecuzioni cristiane in Nigeria in seguito all’attentato della vigilia di Natale in cui hanno perso la vita trecento persone. Perché i cristiani sono perseguitati? “I cristiani soffrono come soffrivano duemila anni fa. Soffrono perché sono percepiti come figli dell’Occidente che non manifesta una grande considerazione nei loro riguardi. I fedeli vengono percepiti come pacificatori. Essere un pacificatore significa creare un ponte di comunicazione tra parti che hanno difficoltà ad avere un dialogo”. Avere il ruolo di pacificatori può portare queste conseguenze? “Quando Isis si insediò nel nord dell’Iraq nel 2014 la cacciata dei cristiani fu motivata soprattutto da questo: i cristiani svilupparono il dialogo a Mossul non solo tra le comunità medesime ma erano il cuscinetto tra i sunniti e gli sciiti. Questo era inaccettabile per chi si faceva interprete e si fa tuttora interprete di un’ideologia estremista. Non di una fede, ma certamente di un’ideologia politica religiosa ma deviata”. Quale è l’attuale situazione in Nigeria? “In Nigeria è in atto una caccia all’uomo. Quando gli estremisti entrano nei villaggi colpiscono innanzitutto realtà in cui vi è la presenza di cristiani. Gli autori dell’eccidio del 24 dicembre sono uomini di etnia Fulani, allevatori di bestiame che cercano di acquisire nuovi terreni e lo fanno ai danni dei cristiani”. Cosa potrebbero fare le società occidentali? ALESSANDRO MONTEDURO “Ci vorrebbe maggiore Direttore della fondazione cattolica Aiuto alla consapevolezza su quanto sta Chiesa che Soffre (Acs) avvenendo in Africa tra le nazioni europee e tra le istituzioni sovranazionali ed è un problema non solo dell’Europa, ma delle società occidentali più in generale. Laddove anche non ci fosse l’interesse, il desiderio e il dovere di difendere questi nostri fratelli cristiani, ci dovrebbe essere almeno un interesse politico e strumentale. Ciò che sta avvenendo in Nigeria e in tutta l’area del Sahel è fotografato perfettamente rispetto a quello che sta avvenendo sulle coste di Lampedusa, di Pantelleria. su quelle coste se dovessimo analizzare i numeri, le nazioni da cui provengono i flussi migratori ci accorgeremo che non a caso ad avere decuplicato gli arrivi sono paesi nei quali l’estremismo islamista si sta radicando. Si scappa dall’insicurezza, dal terrore e non solo dalla povertà. Interessiamoci della sicurezza delle coste, intervenendo lì e cercando di far venire meno quelle cause del terrore e dell’insicurezza”. (r.f.)
Marco Di Liddo, direttore e analista responsabile del desk Africa, Russia e Caucaso presso il Centro Studi Internazionali, esamina con LumsaNews le sfere d’influenza russa e cinese in Africa e il motivo degli eccidi nei confronti dei cristiani. Perché gli Stati africani si stanno allontanando dall’Occidente? “Il modello di sviluppo proposto da Russia e Cina è diverso da quello proposto dall’Occidente. Dal punto di vista politico non hanno un passato coloniale lì e si possono relazionare su una base di parità, non c’è un pregresso negativo. Il grande vantaggio è proporre un modello di sviluppo autoritario incentrato sullo sfruttamento delle risorse e sulla partnership militare ed economica che va bene alle leadership dei poteri in Africa perché non è in alcun modo vincolato alla politica. Russia e Cina non chiedono alle leadership africane di rispettare i diritti umani e fanno accordi di business. Questa situazione incentiva un fenomeno migratorio? “Se non si sviluppa un modello che crea un mercato interno e economico in questi Paesi la maggior parte della popolazione è spinta ad emigrare. Per l’Europa diventa difficile creare una partnership vantaggiosa perché chiediamo il rispetto dei diritti umani e non abbiamo il capitale politico che ha la Cina in Africa”. La consapevolezza c'è. Speriamo sotto la prospettiva italiana che il piano Mattei con la sua parabola possa aiutare a risolvere. Qual è l’aspetto economico che muove i fulani verso i terreni cristiani? “Una logica di scambio in uno scontro per la terra e l’acqua. Quando un terreno diventa infertile MARCO DI LIDDO gli allevatori si spostano alla direttore del desk Africa, Russia e Caucaso ricerca di un nuovo villaggio ed presso il Centro Studi Internazionali entrano a contatto con gli agricoltori che coltivano. Tale situazione è viene manipolata da un leader di villaggio che in cambio del supporto dei fulani può chiedere loro azioni violente in cambio di nuove terre”. Perché si compie violenza nei confronti dei cristiani? “Una parte della popolazione cristiana del nord della Nigeria emigrò lì a partire dalla metà degli anni 60 a seguito della guerra del Biafra. Ci furono profughi interni che venivano dalla zona meridionale del Paese e ricevettero forme di compensazione. I gruppi del Nord ebbero la percezione che il governo avesse cominciato a privare i locali delle loro terre dandole a stranieri, i cristiani nigeriani del Sud.. “La disaffezione delle popolazioni del Nord Est verso il Governo unita alla crescita economica dei cristiani emigrati. Il seme iniziale è questo, i cristiani vengono presi di mira perché sono una minoranza reputata influente”. (r.f.)
“In Nigeria i cristiani “Il modello di sviluppo scappano dal terrore autoritario va bene non solo dalla povertà” alla leadership africana” IL NOME
Il termine Boko Haram è una combinazione di una parola Hausa, “boko” (libro o educazione occidentale) e della parola araba “haram” (proibito o peccato): il che significa che l’educazione occidentale e proibita o che l’educazione occidentale è considerata un peccato o un abominio.
Una casa distrutta a Mbong
I DATI
La onlus Open Doors International nel suo rapporto annuale sulla libertà religiosa dei cristiani nel mondo World Watch List, ha rilevato il primato della Nigeria per il numero di cristiani uccisi (4118 sulle 4998 vittime) e rapiti (3300 su 3906 fedeli) nel 2023. I risultati della ricerca sono sottoposti a revisione da parte dell’istituto Internazionale per la libertà religiosa.
“Il fenomeno migratorio ci dice che l’estremismo islamista si sta radicando”
“È una caccia all’uomo, gli estremisti colpiscono villaggi e realtà cristiane”
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il reportage
Il bisogno di valuta estera forte spinge il governo ad approvare progetti per attrarre investimenti dalle monarchie del Golfo e dall’Asia
L’Egitto delle crisi economia al collasso e instabilità ai confini
Quasi un terzo degli egiziani vive in povertà, l’inflazione è alle stelle Al-Sisi alle prese con i dossier interni e internazionali anticipa il voto di VERONICA STIGLIANI
“Q
uanto hai pagato le tue scarpe? E il telefono?”. È una curiosità genuina quella di Saladdin, mercante di Qena, città lungo il Nilo nel centro dell’Egitto. Ascoltando la risposta, scherza: “Io con gli stessi soldi ci compro una casa”. Lo dice in italiano, mentre prova a convincerci a comprare una borsa o un vestito tradizionale, e quando capisce che non vale la pena insistere si rivolge in spagnolo ad altri visitatori. Viene da Esna, più a sud, dove saper parlare la lingua dei turisti “francesi, tedeschi, ma anche russi e cinesi” è la priorità. Sono tanti gli egiziani che dipendono dal turismo, che nel 2022 rappresentava quasi l’8% del Pil del Paese. Introiti già intaccati dalla pandemia e dalla guerra tra Russia e Ucraina, da cui proveniva il 30% degli stranieri in viaggio. “E da quando è scoppiato il conflitto in Palestina non vengono più nemmeno gli europei, hanno paura che qui non sia sicuro”, si lamenta Hodari che vende statuette nel suq del Cairo. Dello stesso parere è Ashraf, che offre tour panoramici nel sito delle piramidi di Giza. Ci insegue, ci prega di salire sul suo carretto, poi rinuncia: “E pensare che fino a
Con la guerra in corso nella Striscia di Gaza il Paese è circondato da centri di instabilità
tre mesi fa erano i turisti che rincorrevano me”. In crisi tra le crisi Con la guerra nella Striscia di Gaza, l’Egitto è circondato da epicentri di instabilità: a ovest la Libia, nel caos dal 2011; a sud il Sudan, dove dallo scorso aprile è in corso una guerra civile che ha portato a scappare verso l’Egitto oltre 300mila rifugiati. Secondo Sameh, un venditore di papiri in un negozio di Giza, “la popolazione egiziana è dalla parte dei palestinesi, ma di quello che accade nella Striscia i media non parlano”. “E voi cosa ne pensate?”, chiede inaspettatamente Mostafa quando ci vede entrare nella sua piccola cartoleria nel centro del Cairo. Definisce “terribile” quello che sta accadendo, prima di lasciarsi sfuggire che “pare una guerra americana”. Anche per questo “l’Egitto non può mettere fine alla guerra”, che “costa agli egiziani”. Sospira: “Il nostro problema sono sempre i soldi”. Il collasso economico Nel Paese quasi un terzo della popolazione vive con un reddito pari a due euro al giorno. L’inflazione su base annua è oltre il 35%. Il debito pubblico è pari al 90% del Pil, la sterlina egiziana ha perso metà del suo valore nell’ultimo anno. Il forte bisogno di liquidità e di moneta estera ha spinto il governo di Abdel Fattah Al-Sisi ad approvare un programma di razionamento energetico che prevede l’interruzione dell’elettricità per due ore al giorno. Secondo Mohammed – che ha studiato egittologia e ha vissuto 13 anni in Germania, ma lavora nel negozio di souvenir del Museo di Luxor – il motivo è che “bisogna compensare i consumi dell’estate”. La sua idea corrisponde alla versione uffi-
Il mercato Khan el-Khalili del Cairo
LA CITTÀ DEL 6 OTTOBRE
I NUOVI CENTRI URBANI Alla periferia della Capitale vengono costruiti nuovi quartieri per alleggerire il centro sovrappopolato. La città del 6 Ottobre, istituita nel 1979, si trova nel governatorato di Giza, a ovest del Cairo. Abitata da oltre 180 mila abitanti, prende il nome dal giorno dell’attraversamento da parte dell'esercito egiziano del Canale di Suez, nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur
Un manifesto elettorale di Al-Sisi in bicicletta al Cairo per promuovere la mobilità ecologica
ciale, ma solo in parte alla realtà: il programma serve a ridurre il consumo nazionale di energia per aumentare le quote destinate all’esportazione, su cui il governo punta per risollevare l’economia. Soprattutto da quando i Paesi occidentali hanno escluso la Russia dal mercato energetico internazionale. Ma il conflitto tra Mosca e Kiev ha rappresentato un problema per l’Egitto non solo per le ripercussioni sul turismo: nel 2020 il Cairo importava l’86% del grano da Russia e Ucraina, ingrediente essenziale per i prodotti alimentari di base. Come il pane, uno dei beni sovvenzionati dallo Stato, per cui nell’ultimo anno ha speso 2,6 miliardi di dollari. Troppi per le casse del Paese, che in sei anni si è rivolto sei volte al Fondo monetario internazionale. L’Fmi, però, condiziona i prestiti, chiedendo al Cairo misure di austerità, ma anche l’eliminazione dei sussidi sui beni di consumo e la privatizzazione delle società statali e militari. Richieste che scontenterebbero tanto la popolazione quanto gli
oligarchi: un incubo per Al-Sisi. Le elezioni anticipate È in questo contesto che si inseriscono le elezioni presidenziali, previste per maggio 2024 e anticipate a dicembre 2023. L’obiettivo di Al-Sisi era evitare il crollo dei consensi ma anche confermare la sua legittimità. Un mese dopo il voto, i suoi manifesti elettorali troneggiano ancora sui palazzi di tutto il Paese: il presidente sorride guardando verso l’orizzonte, in alcuni indossa un paio di occhiali da sole, in altri fa sport: “Al-Sisi presidente, dalla parte degli egiziani”, “La provincia di Hurghada sostiene Al-Sisi”, si legge. I progetti faraonici Da quando nel 2013 ha preso il potere, Al-Sisi ha investito in grandi opere infrastrutturali. L’obiettivo è sia vantare la modernizzazione del Paese, sia attrarre investimenti dall’estero (dalle monarchie del Golfo ma anche dalla Cina). Circa il 70% degli investimenti
esteri sono infatti destinati al settore dell’edilizia, storicamente in mano alle forze armate. L’afflusso di capitali rafforza il sostegno per Al-Sisi all’interno dell’élite di potere. Il megaprogetto più eclatante è la Nuova Capitale amministrativa, anche nota come Sisi City, una cattedrale nel deserto distante 45 chilometri dal Cairo. La città, è costata finora almeno 60 miliardi di dollari. Ma “le strade non si mangiano”, polemizzano gli egiziani. Nella futura Capitale saranno concentrati gli edifici governativi. Tra le motivazioni non ufficiali anche quella di scongiurare rivolte popolari, come la Primavera araba del 2011, quando i manifestanti raggiunsero il palazzo presidenziale occupato da Hosni Mubarak costringendolo a dimettersi. Rifugiandosi lontano dal popolo, Al-Sisi conta di risparmiarsi un simile destino.
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L’ESPERTO
“La popolazione è con i palestinesi ma il Cairo non li accoglierà”
“Il presidente deve tenere conto delle esigenze degli oligarchi” All’estero la crisi di Gaza, il conflitto in Sudan, l’instabilità libica. All’interno l’economia sull’orlo del collasso, lo scontento della popolazione, i flussi migratori che attraversano il Paese. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi deve gestire i vari dossier mantenendo rapporti con diversi partner spesso in contrasto fra loro e scongiurando il rischio di aumentare l’instabilità del Paese. Luciano Pollicheni, analista geopolitico per la Fondazione Med-Or e collaboratore di Limes, spiega a Lumsanews le sfide del governo egiziano. Che impatto ha avuto il conflitto in corso tra Israele e Hamas sull’Egitto? “Dopo Israele, lo Stato più danneggiato dall’attacco del 7 ottobre è l’Egitto. Se prima Al-Sisi ha sfruttato la possibilità di essere l’interlocutore privilegiato dei gruppi palestinesi – potendo garantire i loro diritti e al contempo evitare escalation di violenza verso Israele – il 7 ottobre ha stroncato questa forma di diplomazia. L’Egitto si è trovato in una strettoia: vuole rimanere il garante dell’autorità dei palestinesi ma non può permettere che Israele proceda allo sfollamento dei gazawi nel Sinai. Tale sviluppo comporterebbe il rischio dell’ingresso di membri di Hamas nel Paese, con il pericolo di una riattivazione dei Fratelli Musulmani”. D’altra parte il progetto della cosiddetta grande Gaza può anche essere sfruttato da Al-Sisi, consentendogli di alzare la posta in gioco nei negoziati internazionali sui rifugiati palestinesi. “Sicuramente sì. La gestione della crisi di Gaza si aggiunge a quella del Sudan e a quella libica, a cui si somma la questione dei flussi migratori che attraversano il Paese. Il fatto di stare fronteggiando queste crisi è una pedina nelle mani di Al-Sisi, che può chiedere denaro ai partner internazionali per farlo. Non è un caso che durante le elezioni di dicembre la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen si trovasse in Egitto, ad annunciare una nuova partnership bilaterale”. A proposito di elezioni, perché Al-Sisi ha deciso di anticiparle?
Un locale a Luxor
L’ANALISTA GEOPOLITICO Luciano Pollicheni è esperto di Sahel e Corno d’Africa, scrive per la Fondazione Med-Or e collabora con Limes
“Per vantare il risultato come dimostrazione della legittimità del suo governo. Al-Sisi infatti doveva gestire sia lo scontento della piazza (che si reprime facilmente) sia la necessità di togliere agli oligarchi alcuni dei loro benefici. Ha vinto con oltre l’89% dei consensi (senza partiti di opposizione rilevanti)”. Un’altra delle critiche rivolte ad Al-Sisi è quella di aver lanciato megaprogetti che vengono visti come uno spreco di risorse. “I progetti come Sisi City nascono con delle motivazioni architettoniche, per alleggerire un Cairo ingolfato. La vera funzione è quella di calamita per investimenti internazionali. Alcuni fenomeni internazionali come la pandemia o la guerra in Ucraina hanno drenato gli investimenti dall’estero, contribuendo alla crisi del Paese”. Che ha stretto rapporti anche con Paesi che non appartengono all’Occidente. “Dal primo gennaio l’Egitto è diventato membro dei Brics. Inoltre, conscio della necessità di riattivare gli investimenti diretti esteri, ha cominciato a valutare potenziali partner anche in Asia, trovandoli soprattutto in Cina e India. Prendendosi quindi alcune libertà rispetto all’orbita dell’impero americano”. (v. s.)
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Dal primo gennaio l’Egitto è entrato nel gruppo dei Brics e trova nuovi partner in Cina e India
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IL TESTIMONE
“Il governo è al lavoro per assistere i più poveri”
“Sanità pubblica e istruzione sono i settori su cui puntare” Gamal Zekrie ci dà appuntamento nella hall di un hotel a cinque stelle appena fuori dal centro del Cairo. La confusione delle strade, i palazzi in rovina della città sembrano lontanissimi. Zekrie, segretario generale dell’organizzazione umanitaria “Sheperds and mothers of light” (legata alla Chiesa copta), viene dalla nuova capitale amministrativa, dove ha partecipato a un incontro tra associazioni e istituzioni statali sul contrasto alla povertà. “Mi piace definirmi un assistente sociale”. Si presenta così, prima di raccontare i suoi 40 anni di esperienza nel settore umanitario. Su cosa punta la sua organizzazione per aiutare concretamente gli egiziani più poveri? “Credo che tutti abbiano il diritto di vivere una vita dignitosa. La mia organizzazione garantisce aiuti ai poveri per toglierli dalla strada e per consentire l’accesso alla sanità pubblica e all’istruzione. In Egitto la popolazione, di quasi 113 milioni di abitanti, è in crescita, e in parallelo aumenta anche la povertà. La situazione peggiore si trova nel sud del Paese, dove abita un popolo davvero dimenticato”. Il conflitto in Palestina ha dirottato verso Gaza parte degli aiuti destinati alla popolazione egiziana? “Sicuramente sì, ma grazie ai programmi del governo, come il “Takaful e Karama” lanciato nel 2015 dal Ministero della solidarietà sociale, milioni di famiglie ricevono aiuti . L’Egitto, poi, ospita rifugiati anche da Libia, Sudan, Siria, e i programmi riescono a raggiungere tutti e gli egiziani sono felici di aiutare ”. Ma gli egiziani sono a loro volta alle prese con una pesante crisi economica. “Gli egiziani sono generosi, si aiutano tra di loro e aiutano i più poveri. E, per essere preciso, chi arriva da un Paese straniero non viene nemmeno chiamato ‘rifugiato’, viene integrato nella società”. Anche al Cairo ci sono i razionamenti di energia? “Sì, per poter vendere il gas all’estero a un prezzo più alto. Il presidente Al-Sisi è stato chiaro con la popolazione: dobbiamo fare dei sacrifici per migliorare la nostra situazione, tenere duro per risollevarci”.
L’ASSISTENTE SOCIALE Gamal Zekrie è Segretario generale dell’organizzazione umanitaria “Sheperds and mother of light”
Quindi lei crede che le politiche del governo siano efficaci? “Sì. Il governo sta investendo molto per migliorare le condizioni del Paese, anche costruendo infrastrutture e città altamente tecnologiche tra cui la Nuova capitale amministrativa”. Molti considerano questi progetti un enorme spreco di risorse. “In qualsiasi situazione si trova qualcuno che critica”. E perché Al-Sisi ha anticipato le elezioni? “Non sono state anticipate, il suo mandato inizierà ad aprile”. Allora perché si sono svolte con quattro mesi di anticipo? “È una questione politica, non lo so”. Durante la sua esperienza ha potuto notare un peggioramento delle condizioni di vita degli egiziani? “La situazione è migliorata, rispetto al passato ci sono centinaia di laureati in più, centinaia di bambini che ora vanno a scuola. Tre anni fa Al-Sisi ha lanciato il programma “Haya Karima”, che ha l’obiettivo di garantire una vita dignitosa agli egiziani, partendo dal colmare i divari di sviluppo tra i centri e i villaggi”. (v. s.)
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Milioni di famiglie ricevono assistenza grazie ai programmi organizzati dallo Stato e dai gruppi umanitari