Il racconto
Pasolini, la sua Roma proletaria e borghese a 100 anni dalla nascita
di ALESSIO BRANDIMARTE
Dal ghetto ebraico all’Eur, passando per Rebibbia e Pigneto. Sono questi i luoghi romani legati indissolubilmente alla figura di Pier Paolo Pasolini. Poeta, sceneggiatore, attore, regista, scrittore e drammaturgo, Pasolini ha avuto un rapporto con la Città Eterna molto controverso: le periferie ma anche i quartieri
più borghesi sono stati la sua fonte di ispirazione. Ha vissuto la Capitale in età adulta, in un’epoca di grande trasformazione urbana, di rinascita artistica e di speculazione edilizia. “Una doppia Roma, con zone e priorità diverse”, come spiega il poeta e critico letterario Elio Pecora, che ha avuto modo di frequentarlo dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tutt’oggi, a cento anni dalla sua nascita, la figura dell’artista bolognese mantiene un forte legame con molte zone e locali della città.
ALLE PAGINE 6 E 7
PERIODICO NUMERO XII 15/03/2022
Mentre va avanti l’invasione di Mosca ai danni di Kiev online si combatte una battaglia a colpi di fake news
Disinformazione, l’altro fronte della guerra tra Russia e Ucraina
Il dibattito
Anche Biden contro i social “Esperimenti sui bambini” di ROBERTA CHIARELLO
Accedi, metti like, “followa”, accetta la challenge, posta, vai in live. Stacca, ma solo per qualche minuto. E ricomincia. È la spirale dei social network e risucchia tutti, anche i bambini. Le piattaforme lo sanno ma sembrano non intuirne i rischi, o forse si girano dall’altra parte, e l’uso dei social da parte dei più piccoli è ora un problema sentito a livello globale. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel suo primo discorso ufficiale sullo stato dell'Unione al Congresso di quest’anno, ha lanciato un duro attacco ai social media ritenendoli “responsabili per l’esperimento nazionale che stanno conducendo sui nostri figli per fare profitto”.
L’avvocato
Legambiente, l’obiettivo zero emissioni in città entro la fine del decennio è ancora un miraggio
di NICCOLÒ PESCALI
ALLE PAGINE 2 E 3
di THOMAS TOMASSINI
A PAGINA 8
Guido Scorza “Le piattaforme traggono profitto vendendo i dati dei minori”
Il neuropsichiatra
Oliviero Fuzzi “L’autoreclusione e i disturbi del sonno sono i rischi maggiori”
ALLE PAGINE 4 E 5
Disinformazione
PAGINA 2
l’inchiesta
è online
la nuova battaglia
Internet e social cambiano il modo di raccontare la guerra Le fake news diventano strumento integrante di strategia
I
di NICCOLÒ PESCALI
n guerra le fake news possono fare male, come le bombe. Nonostante la forma novecentesca dell’invasione russa in Ucraina, c’è un altro campo di battaglia in cui si combatte uno scontro meno visibile, ma non per questo meno decisivo: quello online. Negli ultimi anni a evolversi non sono state solo le tecnologie militari, ma anche e soprattutto i mezzi di comunicazione digitali, diventati in breve tempo una vera e propria “arma”. Come afferma Francesco Pira, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Messina e presidente dell'Osservatorio Nazionale sulle fake news di Confassociazioni, “per la prima volta nella storia, le fake news diventano strumento integrante di strategia, alla stregua delle armi, come se si stessero combattendo due battaglie parallele”. Ciò è stato possibile grazie all’aumento esponenziale dei contenuti diffusi su internet, che hanno generato quella che il sociologo definisce una vera e propria "autostrada informativa”. Cambiando il modo in cui si documenta la guerra. Il conflitto in Ucraina ha infatti sancito l’affermazione del citizen journalism, ovvero della diffusione online di informazioni e racconti in presa diretta realizzati da persone comuni che si trovano nelle zone di conflitto. Un modo di raccontare la guerra più diretta ma che, se non correttamente contestualizzato, rischia di mistificare la realtà. La costante disintermediazione assicurata dai tanti video pubblicati dai cittadini e militari ucraini che documentano gli scontri, su invito del Governo, sta senza dubbio agevolando il lavoro degli inviati di guerra, provenienti da tutte le parti del mondo - aggiunge il professor Pira - ma è anche vero che loro stessi ammettono che ogni giorno devono dribblare decine di fake news diffuse per controinformare l'opinione pubblica, pseudonotizie verosimili che distorcono la realtà delle città invase”. Si crea quindi una dicotomia: da una parte il flusso informativo costante può essere utilizzato per raccontare ciò che accade in presa diretta, dall’altra questa corrente impetuosa di contenuti può essere difficile da gestire e, soprattutto, facilmente strumentalizzata. Tanto da attori non statali quanto da governi autoritari. Non a caso in Russia la gestione delle informazioni è di primaria importanza fin dai tempi dell’Urss. Come sottolinea Dario Fertilio, docente di Teoria e tecniche della comunicazione giornalistica all'Università Statale di Milano, “la propaganda governativa, la dezinformatsiya, che nasceva dai servizi segreti e lambiva ogni ambito della società, è stata applicata metodicamente dentro e fuori i confini, fin dai tempi di Lenin”. Con la crescita dell’ambiente online, il Cremlino ha spostato la sua attenzione anche verso il controllo di Internet, arrivando a fondare nel 2013 la Internet Research Agency (IRA). Questa organizzazione ha oltre 1000 dipendenti nella sede centrale di San Pietroburgo, ma si serve di un ancor più grande gruppo di collaboratori sparsi in tutto il mondo. “Questa rete viene chiamata nel linguaggio tecnico Dead Hand, o anche sistema perime-
trale - spiega il professor Fertilio - ed è formata da volontari, delle sorte di cellule dormienti, che si attivano in particolari occasioni, come delle elezioni o appunto la guerra, e immettono sul web una grandissima quantità di messaggi disinformanti, tramite l’utilizzo di profili falsi (troll) o attraverso i cosiddetti agenti di influenza”. Si tratta di enti o persone permeabili alle notizie pro-Russia che “mescolano una particella di verità e una buona dose di falso, e lo traducono in un messaggio a favore del Cremlino”. L’Internet Research Agency (Agentstvo internet-issledovanija in russo) è di primaria importanza per Putin. A dimostrarlo è il fatto che l’IRA sia gestita dal gruppo Concord, di proprietà di uno degli uomini più ricchi di Russia, Yevgeny Prigozhin, soprannominato il “cuoco di Putin”, fedelissimo del presidente e a capo anche del gruppo Wagner, un esercito di mercenari altamente specializzato attivo in Donbass e in diverse parti del mondo. Come rivelato dal New York Times in un’inchiesta che ha poi dato il via al Russiagate, “la più grande fabbrica di troll e fake news al mondo” è fondamentale per screditare l’opposizione interna e per destabilizzare l’opi-
nione pubblica delle democrazie liberali occidentali, secondo uno schema che viene adesso applicato per l’Ucraina. I disinformatori pro Putin hanno inondato Internet con immagini e video che raffigurano il paese confinante come aggressivo, sanguinario e neonazista, responsabile del genocidio della popolazione russofona del Donbass. Un’accusa, quella di pulizia etnica, smentita da NewsGuard, la più grande azienda al mondo che si occupa di valutare l’affidabilità di siti di informazione in sinergia con enti di debunking locali, secondo cui nessun organismo internazionale ha mai segnalato nulla che sostenga le affermazioni della Russia. Eppure, “termini quali ‘nazisti’ e ‘genocidio’ sono utilizzati specularmente da entrambe le parti, sia russa che ucraina, per alimentare le proprie propagande nazionali”, spiega Lorenzo Federico, analista e fact checker dell’IDMO, l’hub italiano European Digital Media Observatory, secondo quello che appare dall’analisi di un’immensa mole di dati digitali che i ricercatori dell’IDMO fanno utilizzando strumenti di come il Natural Language Processing. Online si possono anche trovare storie a metà
tra realtà e finzione ma dal forte impatto emotivo, come quella del “fantasma di Kiev”, un asso dell’aviazione ucraina che da solo avrebbe inflitto numerosissimi danni all’avversario a bordo di un velivolo obsoleto, un Mig-29 progettato nel 1977, prima di essere abbattuto. Propaganda, storie sensazionalistiche e leggende trovano così terreno fertile nell’ambiente digitale, trasformato in teatro di guerra tra il vero e il falso. “Armi” diventano allora i bot, programmi automatizzati che simulano sempre più precisamente il comportamento umano, o i puppet, eserciti di account creati da singole persone per rendere preponderante la propria opinione online. L’ampia disponibilità di informazioni rischia così di trasformarsi in una bolla fatta di notizie selezionate per noi da un algoritmo e che rafforzano le nostre opinioni, fino a estremizzarle. Per invertire questo processo e tutelare la validità delle informazioni, come sottolinea il professor Pira, diventa sempre più necessario "salvaguardare e promuovere un profondo e attento giornalismo d’inchiesta, libero e indipendente".
I MEDIA SOTTO ATTACCO La torre della tv di Kiev colpita dai missili russi lo scorso 1 marzo. Il raid ha interrotto temporaneamente tutti i segnali televisivi delle emittenti ucraine
LUMSAnews
L’INTERVISTA
“L’invasione è definita un’operazione speciale e l’Ucraina una nazione nelle mani dei nazisti”
Dario Fertilio, giornalista e docente universitario “La dezinformatsiya in Russia è fondamentale su due fronti: mantenimento dell’ordine interno e disorientamento degli avversari esterni”
La propaganda governativa russa pare essere molto storicamente affrancata sistemica e avanzata. Ce ne parli. “Tutto inizia con l’Unione Sovietica, già con Lenin c’erano delle indicazioni governative sotto copertura o apertamente disinformanti allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’espansione del comunismo nel mondo. L’idea di fondo è che tutto è lecito per l’ideologia comunista. Da quel momento in poi la dezinformatsiya si è evoluta con il tempo”. E arrivando ai giorni nostri? “Un momento fondamentale per capire la disinformazione russa in tempi moderni è la costituzione dell’IRA (Internet Research Agency), con sede a San Pietroburgo. Questa società ha oltre 1000 dipendenti nell’ufficio principale, pagati poco più di 200 euro al mese che in Russia è tanto, e poi si serve di una fitta rete di collaboratori esterni, sia nel Paese che all’estero. Nel linguaggio tecnico questa rete è chiamata Dead Hand, mano morta, oppure sistema perimetrale. Si tratta di un gruppo di volontari che come cellule dormienti si attivano in particolari situazioni, come la guerra, cominciando a diffondere messaggi e materiali disinformanti direttamente sul web oppure fornendo materiale a persone scelte”. Per esempio? “Si tratta di agenzie, blog o gruppi sui social più vicini o permeabili alla propaganda russa
in Occidente. I cosiddetti agenti di influenza, che prendono una serie di notizie, dove si mescola una particella di verità e una buona dose di falso, e le traducono in un messaggio disinformante in favore del Cremlino. Basta aprire Internet per vedere quanti messaggi ad hoc, di dubbia provenienza, siano diffusi nei social e nelle chat occidentali. Ci sono quindi due tipi di disinformazione: una per l’interno e una per l’esterno della Russia”. L’aumento della disponibilità informativa che ci possono dare la rete e i social può aiutare ad avvicinarci alla verità, dandoci un contatto più diretto con la realtà? Oppure, dall’altro punto di vista possono essere usati per distorcere le notizie a scopi propagandistici? “È una regola fondamentale dell’informazione. L’aumento esponenziale della quantità d’informazione che con Internet ha avuto un grandissimo sviluppo, porta come effetto un naturale aumento della disinformazione. Sarebbe come dire che l’aumento della radiazione della luce porta con sé un aumento della zona d’ombra. Più luce e più ombra. Ecco perché la disinformazione non è mai stato un fenomeno diffuso come lo è oggi”. Parlando in specifico dell’invasione russa dell’Ucraina quali sono i punti che vengono maggiormente distorti e perchè? “Innanzitutto l’invasione non viene mai pre-
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IL VIDEO DI ZELENSKY Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si ritrae in un video con i suoi collaboratori durante uno dei primi giorni di conflitto. Il leader comunica molto attraverso i social e ha intensificato la sua attività con lo scoppio della guerra
enorme di informazioni tra loro contrastanti. Possiamo confrontare le fonti e creare secondo le nostre categorie personali, qualcosa che si avvicini il più possibile alla verità, almeno secondo noi. Noi occidentali possiamo costruirci una difesa critica mettendo insieme e confrontando diverse sfumature informative. Sul versante russo invece si bada perlopiù, nel modo più veloce e inavvertibile possibile, a soffocare gli oppositori e le voci contrastanti. Tutte le fonti critiche o di opposizione sono andate via via restringendosi nel tempo, per non minare la stabilità del governo. Uno dei metodi DARIO FERTILIO più comuni per raggiungere questi risultati è Giornalista e scrittore, nel 1998 ha fondato seminare disorientamento e paura nella popocon lo scrittore e attivista russo Vladimir lazione”. Bukovskij i Comitati per le libertà. La Russia cerca anche di disorientare l’OcIdeatore di Memento Gulag, la celebrazione cidente? della giornata in memoria delle vittime del “Si finanziano partiti, sia di destra che di sinicomunismo, dal 2018 è docente presso stra europei, che possono mettere in difficoltà l’Università Statale di Milano lo status quo occindentale. Il potere di disinformazione e spionistico della Russia è immenso e molto ben pagato dalla politica perché fondamentale per la strategia, sia interna che esterna”. (n.p.) sentata come un’invasione. Non viene mai utilizzato questo termine. Ma viene definita “operazione speciale” e l’Ucraina viene presentata come una nazione in mano ai nazisti di cui la Russia si deve liberare per garantire la sicurezza dei propri cittadini. Chiaramente l’opinione pubblica, specialmente quella lontana dalle grandi città, crede a quanto detto dai media governativi, cioè che l’esercito stia liberando un paese caduto in mano ai nazisti. Poi c’è la componente pseudo-umanitaria che stanno cercando di sostenere gli esponenti del Cremlino, ovvero la linea di pensiero secondo la quale la Russia vuole solo disarmare il nemico per farlo tornare sotto la sua sfera d’influenza, per poi liberare i civili attraverso i corridoi umanitari. In questo modo la Russia vincerebbe due volte, ribaltando il governo e mandando una quantità immane di rifugiati verso l’occidente, che se ne dovrà occupare. Non ci sarebbe da stupirsi se una volta andati via i profughi, i russi ripopolassero i territori con altre persone provenienti dal loro paese cambiando sostanzialmente il tessuto sociale. Infine c’è la classica propaganda di guerra sui caduti, la differenza fra i due fronti è sempre immensa”. Quali sono le differenze fra Occidente e Russia per quanto riguarda la disinformazione? “In Occidente siamo sottoposti a un flusso
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La Dead Hand è un gruppo composto da volontari Cellule dormienti che diffondono fake news sul web in particolari situazioni
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Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha accusato i social di essere responsabili per “l’esperimento nazionale” che sfrutta i dati online dei minori per trarne profitto
il dibattito
primo discorso ufficiale sullo stato dell'Unione al Congresso di quest’anno, ha lanciato un duro attacco ai social media ritenendoli “responsabili per l’esperimento nazionale che stanno conducendo sui nostri figli per fare profitto”. In effetti, durante la pandemia di Covid l’uso dei social da parte dei giovanissimi è aumentato, e proprio una ricerca statunitense condotta nel 2020 su un campione di 2000 minori da Thorn, un’organizzazione internazionale impegnata contro lo sfruttamento sessuale dei bambini, lo testimonia. Nonostante il limite minimo di età per iscriversi alle piattaforme sia di 13 anni, il 66% dei bambini tra i 9 e i 12 anni ha usato Instagram, TikTok, Facebook e Snapchat. Il Centro comune di ricerca (Jrc) presso la Commissione europea, con un’indagine effettuata in 11 Paesi Ue, restituisce poi una fotografia del nostro continente, in cui i bambini hanno passato in media 6,5 ore online ogni giorno nell’anno del Covid. E sebbene il 49% dei giovani intervistati non si sia imbattuto in situazioni pericolose sui social, il 30% di loro dichiara non non sentirsi “del tutto al sicuro” online. Ma quali sono i rischi di una sovraesposizione di bambini e adolescenti ai social e, più in generale, ai digital device? Per Oliviero Fuzzi, neuropsichiatra infantile e vicepresidente della Società italiana neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia), “sono abbastanza frequenti i disturbi del sonno dovuti all’abuso di schermi video”. Basti pensare che il 75,6% degli adolescenti in Italia non spegne il cellulare neanche di notte, come testimonia l’indagine nazionale “Adolescenza, un anno dopo” condotta nel 2021 dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca
DIPENDENZA GLOBALE Secondo indagini statistiche il 66% dei bambini statunitensi tra i 9 e i 12 anni usa i principali social network, mentre i piccoli utenti europei passano in rete 6.5 ore al giorno.
Iard. Inoltre, il 73,4% dei giovani fa fatica ad addormentarsi. Come spiega Fuzzi a Lumsanews, tra i ragazzi più grandi è tipica “l’associazione tra utilizzo massiccio di internet e il ritiro sociale, nelle forme classiche di autoreclusione Hikikomori”, che portano l’adolescente a ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria abitazione. Ma si corrono anche altri pericoli sul web. Il cyberbullismo è uno di questi e, secondo le statistiche del Jrc, il 44% dei bambini che lo ha subito almeno una volta nella vita dichiara che gli atti di violenza online si sono intensificati durante il lockdown. Anche l’adescamento online è un fenomeno tristemente frequente e, come spiega l’avvocato Marisa Marraffino, “il meccanismo è sempre lo stesso: all’inizio si gioca sulla fiducia della vittima inviando messaggi neutri. Solo dopo iniziano i messaggi più spinti e le richieste sessualmente esplicite”. Inoltre “non c’è un profilo unico di chi adesca i minori online”, e spesso i predatori cibernetici sono addirittura persone a contatto con i ragazzi.
Minori in balia dei Social A
di ROBERTA CHIARELLO
ccedi, metti like, “followa”, accetta la challenge, posta, vai in live. Stacca, ma solo per qualche minuto. E ricomincia. È la spirale dei social network e risucchia tutti, anche i bambini. Le piattaforme lo sanno ma sembrano non intuirne i rischi, o forse si girano dall’altra parte, e l’uso dei social da parte dei più piccoli è ora un problema sentito a livello globale. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel suo
I social più frequentati come Facebook, Instagram, YouTube e TikTok assorbono ogni giorno dati sensibili di migliaia di utenti, ma quando queste informazioni riguardano i minori i rischi aumentano. La tutela della privacy del bambino in rete è quindi fondamentale, ma è necessaria un’azione preventiva che coinvolga in primis le stesse piattaforme. “Attualmente non è ancora possibile verificare l’età dell’utente, ma è aumentato il numero di moderatori in lingua italiana che verificano un istante dopo l’ingresso in piattaforma”, afferma Guido Scorza, avvocato cassazionista e membro del Garante per la protezione dei dati personali, che lo scorso anno ha imposto a TikTok il blocco dei profili di chi non fosse possibile accertarne l’età. Una volta constatata la violazione delle regole, la piattaforma “blocca l’utente e gli dà la possibilità di rientrare solo previa presentazione di documento d’identità, e quindi solo dimostrando di avere davvero 13 anni”, chiarisce Scorza. Un’azione di controllo preventivo di fondamentale importanza, considerando che il 40% dei bambini tra i 5 e i 10 anni fornirebbe dati e informazioni personali ad “amici” conosciuti in rete, come testimonia l’indagine effettuata nel 2021 in 88 scuole italiane da Kaspersky, un'azienda russa specializzata nella produzione di software progettati per la sicurezza informatica. Il rischio che possano incorrere in malintenzionati è concreto: il 36% dei piccoli intervistati ha dichiarato di aver ricevuto online proposte di giochi o sfide pericolose da parte di sconosciuti. I social, inoltre, sfruttano i dati personali condivisi dai minori a scopo di profilazione commerciale. La procedura è sempre la stessa, dice l’avvocato Scorza. Le piattaforme “monitorano il comportamento del bambino mentre usa il proprio profilo, raccolgono e organizzano le sue preferenze, per poi vendere a un gestore pubblicitario la possibilità di raggiungere un bambino che ha un’inclinazione verso un determinato prodotto”. Tuttavia, il gestore della piattaforma “ha bisogno di un consenso, che non può essere dato dal minore di 13 anni” e a meno che questo non venga dai genitori “la pubblicità targettizzata non è consentita e quando c’è è illecita, con la conseguenza che il Garante può intervenire”. Nonostante tutte le insidie, i social non devono essere necessariamente un buco nero per i piccoli utenti, e durante la pandemia hanno dato modo ai bambini di evadere virtualmente dalle mura di casa e mantenere i contatti con amici e familiari. Ma è necessaria maggiore consapevolezza della potenza del mezzo, che deve partire innanzitutto dai genitori. È ormai consolidato il fenomeno dello “sharenting”, la costante condivisione online da parte dei genitori di immagini, situazioni e contenuti che riguardano i propri figli, ma per Scorza “la sovraesposizione del minore, anche se fatta in assoluta buona fede, è una condotta che espone a una serie di rischi concreti il minore”, che nel peggiore dei casi può finire in database pedopornografici. Anche scuola e istituzioni dovrebbero essere parte integrante del processo di apprendimento, e per Marraffino “si dovrebbe lavorare di più sull’educazione sessuale e digitale dei ragazzi”, perché “è un dovere di tutta la società aiutare i più piccoli a crescere”.
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
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L’INTERVISTA/2
“Le piattaforme monitorano i contenuti del bambino per vendere i suoi dati alle aziende pubblicitarie”
“L’uso eccessivo dei dispositivi può causare disturbi post-traumatici da stress”
Circa un anno fa il Garante ha ordinato a Tik Tok il blocco immediato dei profili di cui non si potesse accertare l’età. Quali sono i passi in avanti a un anno di distanza? Il Garante ha avviato una serie di iniziative ulteriori rispetto a quelle oggetto dell’ordine, come attività di formazione, educazione e consapevolezza attraverso media diversi sia dentro Tik Tok sia attraverso televisione, giornali, eventi, collaborazioni con associazioni di consumatori. E sopratuttto ha avviato uno studio per provare a identificare delle soluzioni che consentano, anche attraverso il ricorso a intelligenza artificiale, di verificare l’età degli utenti. Su Tik Tok e altri social è vietata l’iscrizione ai minori di 13 anni, ma questo divieto sembra facilmente aggirabile. Cosa ha fatto il Garante per risolvere questo problema? Attualmente non è cambiato nulla, non è ancora possibile verificare età dell’utente ma è aumentato il numero di moderatori in lingua italiana che verificano ex post , un istante dopo l’ingresso in piattaforma, che osserva quali sono i contenuti che attraggono l’interesse dell’utente che ha dichiarato di avere 13 anni. La piattaforma a quel punto blocca l’utente, e gli dà la possibilità di rientrare solo previa presentazione di documento d’identità. Anche un utente può segnalare, tramite apposito pulsante in app, un profilo sospettando che dietro ci sia un bambino A chi rivolgersi se il bambino è vittima di cyberbullismo o revenge porn sui Social? Prima di tutto alle figure di riferimento del bambino, come genitori, scuola, o un adulto di cui si fidi. Dal punto di vista delle autorità, dipende dal rischio che si ha davanti. Per il cyberbullismo ci sono tre strade parallele: la più diretta consiste nel segnalare il contenuto alla piattaforme affinché venga rimosso. Se l’interazione diretta con i social non produce quel minimo risultato, ci si può rivolgere al Garante andando nella sezione dedicata sul sito, compilare il modulo e inviarlo. Non c’è nessun requisito di forma né serve un avvocato. Per tutto il resto, dopo aver affrontato la situazione di emergenza, tendenzialmente l’interlocutore privilegiato è la polizia polstale o la magistratura, per perseguire gli autori della condotta di cyberbullismo. Per il revengeporn: il potere del Garante è analogo, si può segnalare l’abuso attraverso modulo. Ma in questo caso, oltre a poter intervenire ex post, è possibile farlo ex ante. Se la potenziale vittima non ha ancora subito l’episodio di revenge porn ma teme che i contenuti stiano per essere pubblicati, si può chiedere di bloccare in maniera preventiva questi contenuti Sui Social c’è poi la questione dello sfruttamento, da parte delle aziende o delle stesse piattaforme, dei dati personali dei minori a scopo di profilazione commerciale. Cosa può fare il Garante per tutelare i dati sensibili dei minori in rete? Normalmente queste azioni di marketing mirato sono figlie di attività di profilazione. I social monitorano il comportamento del bambino mentre usa Tik Tok, raccolgono e organizzano le sue preferenze, e vendono a un gestore pubblicitario la possibilità di raggiungere un bambino che ha un’inclinazione verso un determinato prodotto. Il gestore della piattaforma però ha bisogno di un consenso, che non può essere dato dal minore al di sotto dei 13 anni. Salva l’ipotesi che non ci sia un consenso dei genitori, almeno in relazione ai bambini sotto i 13 anni la pubblicità targettizzata non dovrebbe esserci e quando c’è è illecita, con la conseguenza che il Garante può intervenire. Spesso sono proprio i genitori a esporre, sin dalla prima infanzia, i propri figli ai social o a incentivarne l’uso. Un genitore può violare la privacy di un minore solo perché si tratta di suo figlio?
Possono i contenuti presenti sui Social causare disturbi psichiatrici nei bambini? Gli effetti attribuiti a una esposizione incongrua ai social si basano soprattutto su considerazioni quantitative: l’eccesso può essere associato a disturbi del sonno, emotivi, ossessivi, psicosomatici, del comportamento. In più, nei social l’interazione è simmetrica, invece che unidirezionale, e quindi consente uno scambio comunicativo a distanza, in sé virtuale ma che può avere effetti relazionali reali, favorevoli, neutrali o negativi. Sono quindi un canale per possibili interazioni disturbanti, per aggressività, stimolazioni inappropriate, o semplicemente perché troppo difficili da decodificare per un bambino. Nella pratica non è eccezionale incontrare reazioni di adattamento, o veri e propri disturbi post-traumatici da stress, derivanti dal coinvolgimento, anche indiretto, di un bambino in scambi comunicativi virtuali incongrui. Ha mai avuto a che fare con pazienti che hanno sviluppato disagi e patologie proprio a causa dei Social? Pensando a tutto lo spettro dell’età infantile e adolescenziale, e a tutti i dispositivi digitali, ovviamente sì. Clinicamente, sono abbastanza frequenti, anche se solitamente non invalidanti, i disturbi del sonno secondari all’abuso di schermi video. Tra i più grandi, tipica è l’associazione tra utilizzo massiccio di internet in qualche sua forma e il ritiro sociale, sia nelle forme classiche di autoreclusione “Hikikomori”, che in quelle associate a un altro disturbo psicopatologico. Ma è presto per valutare l’effetto delle restrizioni sociali Covid su queste condizioni. I bambini più piccoli sono più a rischio rispetto agli adolescenti? L’età ridotta è tra i principali fattori di rischio per successivi disturbi collegati alla dipendenza da Internet, insieme al sesso maschile, all’esposizione massiccia e all’isolamento sociale. Pensando a bambini piccoli o piccolissimi, il sovradosaggio del tempo di esposizione incontrollata a internet si associa spesso a una riduzione delle interazioni significative in famiglia: non è perciò facile distinguere quanto gli effetti a lungo termine dipendano dalla “tossicità” dell’esposizione al mondo virtuale, e quanto da una corrispondente deprivazione relazionale. In generale, sembra dimostrato un collegamento, non una causalità diretta, tra il funzionamento del bambino e l’uso dei mezzi virtuali: i bambini con sintomi esternalizzanti, quelli più agitati, a 3 anni tendono a stare un po’ di più davanti a uno schermo. Invece, per quanto riguarda i sintomi internalizzanti, quelli presenti nei bambini che quando non stanno bene si preoccupano “dentro”, sembra che aver usato di più gli apparecchi elettronici a 3 anni si colleghi alla loro comparsa tra i 5 e i 9 anni. Sembra cioè che giocare con uno schermo, invece che in compagnia, tenda a rendere più difficile imparare ad adattarsi nel gestire le relazioni sociali. L’esposizione ai Social può influire, negativamente o positivamente, nell’approccio alla socializzazione nella vita reale dei minori? Sì. I social sono ovunque, come opportunità e\o tentazione costante, e non possono non influire sulla socialità di tutti, e dei minori in particolare, che hanno come loro compito evolutivo proprio la formazione di una loro rete sociale, dove rinascere come individui nuovi dopo l’incubazione infantile nella rete familiare. Come rovescio della medaglia, l’immersione nei social, o nelle chat di un videogioco, compare spesso come elemento del guscio di protezione utilizzato, per eclissarsi dal mondo esterno. Interagire con il mondo esterno attraverso la mediazione dei Social, o attraverso l’Avatar di un videogioco, propone un’alternativa magicamente efficace all’imbarazzo o alla vera e propria vergogna di sé, propria di molti
L’avvocato: “Le immagini dei minori postate in rete finiscono in database pedopornografici”
Questo è un fenomeno diffusissimo che va sotto il nome di sharenting. Un genitore ha il diritto di gestire la privacy del figlio ma naturalmente deve farlo nell’interesse del minore. Sono scelte genitoriali, ma la sovraespozizione del minore, anche fatta in assoluta buona fede, è una condotta che espone a una serie di rischi concreti il minore. I rischi son sempre gli stessi: quell’immagine, purtroppo è ormai scientificamente provato, finisce molto spesso ad affollare database pedopornografici, e nel peggiore dei casi, tramite la tecnologia del “deep fake”, il bambino diventa a sua insaputa protagonista di video pedopornografici. (r.c)
COLLEGIO DEL GARANTE Guido Scorza è un componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, già avvocato cassazionista e socio fondatore dello Studio Legale E-Lex
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In casi di revenge porn il Garante può intervenire preventivamente prima che i contenuti siano diffusi sul web
Il neuropsichiatra: “I profili virtuali favoriscono nei giovani forme di autoreclusione Hikikomori” adolescenti, e consente loro di vivere da lontano una vita virtuale, di non andare più a scuola e qualche volta neanche a portar fuori il cane.
Spetta solo ai genitori fornire un’adeguata “educazione digitale” ai bambini? Il criterio per educare alla navigazione in rete somiglia a quello necessario per consentire ai bambini di andare da soli in acqua: occorre imparare gradualmente a stare a galla, a conoscere il mare, e la gente che si incontra in spiaggia, e occorre impararlo prima di quando si avrà occasione e bisogno di emanciparsi dalla tutela dei genitori. Quindi occorre un rodaggio coerente e appropriato al livello di sviluppo del bambino, in cui i genitori e gli altri familiari, gli insegnanti e tutti gli adulti di riferimento presentino al bambino il mondo virtuale. (r.c)
OLIVIERO FUZZI È un neuropsichiatra infantile e vicepresidente SINPIA, la Società italiana neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza
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Nei social i bambini possono rinascere come individui nuovi dopo l’incubazione infantile nella rete familiare
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Poeta, sceneggiatore, scrittore, regista, attore e drammaturgo. A cento anni dalla sua nascita, la sua figura mantiene un legame forte con la Capitale
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La Roma nel segno di Pasolini
di ALESSIO BRANDIMARTE
al ghetto ebraico all’Eur, passando per Rebibbia e Pigneto. Sono questi i luoghi romani legati indissolubilmente alla figura di Pier Paolo Pasolini. Poeta, sceneggiatore, attore, regista, scrittore e drammaturgo, Pasolini ha avuto un rapporto con la Città Eterna molto controverso: le periferie ma anche i quartieri più borghesi sono stati la sua fonte di ispirazione. Ha vissuto la Capitale in età adulta, in un’epoca di grande trasformazione urbana, di rinascita artistica e di speculazione edilizia. “Una doppia Roma, con zone e priorità diverse”, come spiega il poeta e critico letterario Elio Pecora, che ha avuto modo di frequentarlo dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tutt’oggi, a cento anni dalla sua nascita che cade sabato 5 marzo, la figura dell’artista bolognese mantiene un forte legame con molte zone e locali della città. Pasolini si trasferisce a Roma nel 1950, dopo essere stato espulso dal Partito comunista italiano (Pci) per “indegnità morale e politica”. La sua nuova vita ha inizio nel ghetto ebraico di Roma, nella sua prima abitazione in Piazza Costaguti, in cui vive in condizioni di miseria con la madre. Dopo pochi mesi si trasferisce in una borgata tra Ponte Mammolo e Rebibbia. Qui entra in contatto con la fascia popolare delle borgate e con il dialetto romano, che diventano la sua principale fonte di ispirazione letteraria e cinematografica: il quartiere di Pietralata fa da sfondo a “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta” e “Mamma Roma”. “Era una Roma antica e popolare, prima dell’industrializzazione, non molto distante dal mondo che lui aveva vissuto in Friuli”, sottolinea Pecora. La casa in via Tagliere è oggi disabitata ed è stata messa all’asta, ma quest’ultima è andata deserta lo scorso 17 dicembre. L’intenzione del Comune è di farne una residenza temporanea per i vincitori di una borsa di studio dedicata allo scrittore. Nella zona di Monteverde, l’artista bolognese trova una sua stabilità e inizia a frequentare scrittori e registi, diventando parte integrante della vivace vita culturale della Roma degli anni Cinquanta. “Aveva davanti a sé una Roma che si portava dietro tutti gli strascichi del Dopoguerra ma si percepiva l’entusiasmo di una possibile rinascita”, da cui “è venuto fuori tutto il suo talento”, spiega Pecora. Ma bisogna spostarsi nella zona est della Capitale per trovare le tappe più simboliche dell’itinerario romano di Pasolini. Nel 1943 i bombardamenti che colpirono il quartiere di San Lorenzo trasformarono Tor Pignattara e via del Mandrione in vere baraccopoli: è dalla condizione disumana di quei luoghi che Pasolini racconta la contraddizione del boom economico dell’epoca. “Aveva un’idea molto sacra della vita e della dignità umana”, precisa il poeta. Negli stessi anni, inizia a scrivere “Petrolio”, un’opera rimasta incompiuta, le cui denunce sono tra i motivi alla base del suo omicidio. La sua assidua frequentazione della zona è testimoniata dalla presenza di numerose opere di street art, che continuano lungo via Casilina. Anche il quartiere Pigneto è una sorta di museo a cielo aperto: un’area proletaria della periferia romana degli anni Sessanta, prima che diventasse un centro di movida, giovane e multietnico. Il legame con lo scrittore si sente ancora nelle strade, nelle trattorie e nei bar dove passava le sue giornate – come il famoso bar Necci in via Fanfulla da Lodi –
il racconto
Le periferie ma anche i quartieri borghesi erano fonte d’ispirazione per le sue opere e che fanno da sfondo alle riprese del suo primo film dal titolo “Accattone”. Le ultime drammatiche scene della pellicola sono girate nel quartiere Testaccio. Un vivace rione storico, fatto di tratti antichi, edifici industriali e monumentali architetture contemporanee. Dalle sue numerose visite al Cimitero Acattolico, trova l’ispirazione per scrivere “Le ceneri di Gramsci”, in cui critica lo stato del comunismo dell’epoca, proponendone un nuovo modello. Il suo secondo film “Mamma Roma” è invece ambientato nel quartiere del Quadraro, una borgata abitata negli anni Sessanta da gente povera e sfollati. In quel periodo inizia, nelle vicinanze, la grande speculazione edilizia che determinerà negli anni successivi la creazione di nuovi agglomerati urbani e l’espansione verso i quartieri di Cinecittà e Don Bosco. L’ultimo decennio di vita, Pasolini lo trascorre in
Ha vissuto la Città Eterna in età adulta dal 1950, in un’epoca di grande trasformazione urbana, di rinascita artistica e di speculazione edilizia Il Pigneto ha fatto da sfondo alle riprese del suo primo film “Accattone” e conserva il suo ricordo nelle strade, nei bar e nelle trattorie che frequentava IL TRIBUTO DEL PIGNETO Uno dei numerosi murales in via del Pigneto, dedicato a Pier Paolo Pasolini. Accanto al ritratto, è presente una sua citazione: “Non illuderti: la passione non ottiene mai perdono. Non ti perdono neanche io, che vivo di passione”.
una zona alto-borghese, totalmente diversa da quelle vissute in precedenza: l’Eur. L’architettura razionalista del quartiere, con le sue strutture razionaliste e i suoi marmi bianchi, sembrano la forma più adatta per accogliere il suo periodo più tormentato. Negli stessi anni, continua però a scegliere le periferie come ambientazione delle sue opere: via Portuense – simbolo della rapida e profonda trasformazione della città in “Accattone” e “Una vita violenta” – fa da cornice a “Uccellacci e Uccellini”, il film con Totò e Ninetto Davoli. Insieme all’attore calabrese, Pasolini consuma la sua ultima cena nella trattoria “Pommidoro” a San Lorenzo, la sera del primo novembre 1975. All’interno del locale è ancora appeso l’assegno con il quale l’artista ha pagato il conto. Il giorno seguente viene ritrovato il suo corpo privo di vita nel litorale di Ostia, travolto dalla sua stessa macchina. “Ero
con Alberto Moravia e siamo andati insieme all’Idroscalo”, racconta Pecora. Un mistero che non verrà mai del tutto risolto, nonostante l’arresto del giovane Pino Pelosi. Nel luogo dell’omicidio è sorto nel 2017 un parco letterario a lui dedicato, oltre a un sentiero che parte dal ponte monumentale di Mezzocammino e arriva all’Idroscalo di Ostia. La più grande eredità che ha lasciato l’artista è stata “la capacità infinita di cercare e riflettere sulle vere ragioni dell’esistenza umana”, dichiara Elio Pecora, sottolineando come Pasolini abbia raccontato “quelli che sono tuttora i mali della nostra società e dell’Italia”. Un addio arrivato fuori dalla Roma che ha fatto da palcoscenico alla vita e alle opere del genio Pasolini, lasciando tracce profonde nella sua produzione artistica e conservando intatta la sua memoria per le strade della Capitale.
LUMSAnews
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L’INTERVISTA
“La sua più grande eredità è stata la capacità di ricercare e riflettere sulle vere ragioni dell’esistenza dell’uomo”
L’analisi del critico letterario Pecora “Aveva una visione sacra della vita”
STREET ART Il murales dedicato a Pier Paolo Pasolini, in via dell’Acqua Bullicante, sulla parete del Cinema Impero. costruito nella metà degli anni Trenta e chiuso negli anni Settanta.
In occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, Lumsanews ha intervistato il poeta, scrittore, saggista e critico letterario, Elio Pecora, vicino a molti protagonisti del panorama culturale italiano: da Alberto Moravia a Elsa Morante, passando per lo stesso Pasolini. Pecora ha tratteggiato il rapporto dell’artista bolognese con la città di Roma, evidenziando la grande eredità che ha lasciato fino ai giorni nostri. Quali ricordi ha della figura di Pasolini, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista artistico? “Non l’ho frequentato molto però ho avuto modo di conoscerlo, gli ho parlato e l’ho incontrato più volte, anche a casa di amici. Mi ricordo la gentilezza della persona e la grazia della voce. E poi le sue certezze di un mondo che non amava e che lo voleva molto diverso. Era una persona gentile ma una figura straziata per tutto quello che gli era accaduto. La mattina in cui è stato trovato morto ero con Moravia che mi aveva chiamato e siamo andati insieme all’Idroscalo”. Come si può definire il rapporto di Pasolini con la città di Roma? “Si può dividere in due fasi: la prima era quella più felice anche se povera, quando abitava in quartieri periferici. Era una Roma antica e popolare, prima dell’industrializzazione, non molto distante dal mondo che lui aveva vissuto in Friuli. Ne ha assunto la forza del dialetto, l’immediatezza dei sentimenti e dei comportamenti. Lo vediamo nei primi film come ‘Accattone’, ‘Mamma Roma’ e ‘La Ricotta’, dove Pasolini esalta una verità primaria, spoglia di ogni finzione e abbellimento. E poi c’è la seconda fase, che è coincisa con la metà degli anni Sessanta, in quella rincorsa a un finto benessere che ha toccato l’intera Europa. Pasolini aveva un’idea molto sacra della vita e della dignità umana, che non doveva essere turbata dall’ipocrisia e dalla bugia. Ha vissuto una doppia Roma, con zone e priorità diverse”. Quale Roma si è trovato davanti Pasolini al suo arrivo? “Erano luoghi di costruzioni povere, di casupole, di grandi campi. Una periferia disadorna, prima della grande edilizia. Pasolini è arrivato a Roma nei primi anni Cinquanta, costretto a venire via dal Friuli con la madre. Aveva davanti una città che si portava dietro tutti gli strascichi del Dopoguerra, ma si percepiva l’entusiasmo di una possibile rinascita. Nuova vita anche nel mondo delle arti, se pensiamo al cinema, alla letteratura e alla pittura. Pasolini si è trovato in un mondo molto ricco e positivo, pieno di espressione, in cui è venuto fuori tutto il suo talento”. Qual è stata la più grande eredità che ha lasciato l’artista, a cento anni dalla sua nascita? “La sua capacità infinita di cercare e riflettere sulle vere ragioni dell’esistenza umana. Pasolini ha visto negli anni Sessanta e Settanta quelli che sono tuttora i mali della nostra società e dell’Italia. Nella quotidianità la sua parola risuona ancora molto forte e vicina, a quasi 50 anni dalla sua morte. Quello che ha fatto Pasolini è stato compiuto già nell’Ottocento da poeti come Baudelaire o scrittori come Dostoevskij, cioè mettersi a nudo per cercare la propria essenza”. (a.b.)
ELIO PECORA Poeta, scrittore, saggista e critico letterario. Ha frequentato molti protagonisti del panorama letterario italiano, come Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia ed Elsa Morante.
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Valerio Albertini, Alessio Brandimarte, Roberta Chiarello, Niccolò Pescali, Tomas Tomassini Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
il focus
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LUMSAnews
Mal d’aria Italia bandiera nera per l’inquinamento Le città sono lontane dagli obiettivi di mobilità ecosostenibile
Il 17% dei morti a causa dello smog in Europa sono italiani
I
di THOMAS TOMASSINI
n Italia l’obiettivo zero emissioni per la mobilità urbana entro il 2030 è ancora un miraggio. Questo è quanto emerge dall’indagine di Clean Cities, la campagna di Legambiente che sostiene la mobilità attiva. L’associazione ha stilato una classifica delle città europee più pulite e dove la qualità della vita è maggiore. L'italia, con quattro città relegate agli ultimi posti, è ancora una volta il fanalino di coda. Un anno fa, dopo il primo lockdown, le politiche nazionali in materia di mobilità avevano avuto una improvvisa accelerazione, andando di pari passo con l’obiettivo di limitare al massimo i contagi da Covid19 durante gli spostamenti quotidiani. Ad oggi è però evidente una decisa inversione di tendenza: incentivi per l’acquisto di nuove auto diesel e benzina oltre l’introduzione di deroghe per il blocco degli Euro IV. Lo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza non sembra rivolgere grande attenzione alla mobilità nelle città e nelle aree metropolitane, dove la densità di popolazione è maggiore. La sfida lanciata da Clean Cities, spiega Andrea Poggio, segretario di Legambiente, è quella di “raggiungere una mobilità sostenibile entro il 2030”. Per fare questo è necessario “dimezzare l’inquinamento - prosegue Poggio - incentivando il trasporto pubblico elettrico”. Un gap, quello tra le città italiane e le capitali europee in cima alla classifica stilata da Clean Cities, che secondo il segretario deriva “da una mobilità più efficiente e a una minor presenza di mezzi di trasporto privati”. Entrando nel dettaglio della classifica, troviamo nelle prime tre posizioni Oslo, Amsterdam e Helsinki. La prima italiana è Milano in ventesima posizione, seguono Torino (23), Roma (32) e il fanalino di coda della lista, Napoli (36). L’inquinamento urbano ha un costo dal punto di vista della salute dei cittadini. Ed è stata l’Agenzia euro-
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pea per l’ambiente (Eea) a stimare, sulla base delle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che in Italia nel corso del 2019 ci sono stati 49.900 decessi prematuri causati dall’inquinamento da polveri sottili (Pm 2,5). Mentre il biossido d’azoto può essere ritenuto causa di 10.640 decessi, decisamente meno quelli per l’ozono, 3.170. Il 17% dei morti per inquinamento in Europa sono ita-
Lo sviluppo urbano delle nostre città non consente la realizzazione di molte ciclabili
”
liani: siamo il Paese dove si registrano più decessi causati da inalazione di biossido d’azoto (No2), il doppio degli anni di vita persi: 180 anni ogni 100mila abitanti, contro i 99 della media dell’Unione. Uno scenario fosco, che dovrebbe spingere il Paese ad evitare di incappare nel solito errore di aspettare che sia l’Unione Europea a risolvere la situazione, evitando così di essere nuovamente percepiti come ‘la pecora nera’ d’Europa. La soluzione, sottolinea il segretario di Legambiente, sarebbe quella “di partire dalle basi che abbiamo e creare una nuova politica di sharing mobility". Si tratta di ridisegnare lo spazio pubblico, disincenti-
vando l’uso delle auto e promuovendo un efficiente trasporto pubblico, combinato con la riorganizzazione dei servizi (città di prossimità, “città dei 15 minuti”). Un modello di città sostenibile che arriva da Parigi, proposto dall’urbanista franco-colombiano della Sorbona Carlos Moreno. Il progetto è stato inserito nel 2020 nel programma elettorale della sindaca parigina Anne Hidalgo e nel frattempo se n’è cominciato a parlare sempre più spesso anche in Italia. Anche se esistono varie declinazioni, la “città dei 15 minuti” è tendenzialmente un luogo in cui ciascun cittadino ha a meno di 15 minuti a piedi tutto ciò di cui ha bisogno per vivere, divertirsi e lavorare. Dunque negozi, servizi ma anche il proprio posto di lavoro. Potendo così limitare il più possibile gli spostamenti. Solo ripensando le infrastrutture delle città possiamo auspicare di cambiare gli stili di vita degli abitanti, attraverso un trasporto integrato, efficiente e sempre più green. Una città dei 15 minuti è anche uno degli obiettivi principali delle linee programmatiche del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e della sua Giunta. Una visione di città policentrica, accessibile e sostenibile che però si sta scontrando con la dura realtà della Capitale. Una politica che “ha come obiettivo principale per il 2030 - spiega Poggio - la realizzazione di strade con limite di percorrenza a 30 km/h”. Percorsi più lenti e sicuri sui quali possono circolare anche le biciclette. Questo è necessario perché, conclude il segretario, “le nostre città non hanno una urbanistica che consente la realizzazione di un numero importante di piste ciclabili”. La classifica parla chiaro, nessuna delle città italiane si avvicina alla sufficienza. A preoccupare è soprattutto la situazione in cui versa la Capitale, 32esima su 36 città prese in esame. Giovanni Zannola, presidente della Commissione mobilità del Comune di Roma, ha definito la graduatoria “impietosa, anche rispetto alle altre città italiane”. Per Zannola “la grande differenza è la vastità di Roma che in confronto alle altre capitali europee ha
avuto una infrastrutturazione molto minore”. Tanta pianificazione, che molto spesso non si è tradotta in realizzazione. La soluzione, spiega il presidente, sta nel “rafforzare il trasporto pubblico locale, disincentivando l’utilizzo di quello privato”. In questa direzione, riveste una certa importanza l’approvazione del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (Pums) che, come sottolinea Zannola, è “un punto da cui partire”.Lo step successivo sarà quello di proseguire con gli iter amministrativi per realizzare una rete che, come sottolinea il presidente, “insieme al ritorno ‘in bonis’ di Atac, connetterà la città attraverso tutti i mezzi del trasporto pubblico di Roma”. Per migliorare ulteriormente questo aspetto, ricorda Zannola, “è indispensabile la realizzazione della rete ciclabile. Il tema è centrare la pianificazione delle infrastrutture alla mobilità intermodale”.In sintesi serve un servizio di trasporto pubblico efficiente a tal punto da scoraggiare il cittadino a prendere il proprio mezzo per spostarsi. La rete ciclabile serve per connettere il quartiere ai centri pubblici di mobilità. “Chi usa la bici - sottolinea Zannola - in un chilometro di pista ciclabile deve avere la possibilità di prendere un qualsiasi mezzo pubblico. Attraverso una offerta variegata del servizio di trasporto pubblico”. Il traguardo resta quello di avere una città totalmente sostenibile con livelli di inquinamento accettabili. Per fare questo conclude Zannola: “Sono indispensabili i fondi del Pnrr e del Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile (Mims) che, se combinate con una velocizzazione dei processi amministrativi, consentiranno la realizzazione di numerose opere”. Una strada tutta in salita che difficilmente porterà a rispettare gli obiettivi posti per il 2030. La poca prontezza di risposta degli iter burocratici, il sovrappopolamento e l’urbanistica delle nostre città sono tutti ostacoli difficilmente superabili nel brevemedio termine. Molto, se non tutto, dipenderà dall’uso che si farà dei fondi del Pnrr, ridisegnando città più vivibili.