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Lumsanews n. 12 del 15 febbraio 2024

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Terra Malata PERIODICO NUMERO XII 15/02/2024

Il settore che protesta contro le misure ecologiche dell’Unione Europea è il più inquinante nel mondo dopo quello dei combustibili fossili

Il lato oscuro dell’agricoltura

Il focus

Il mercato delle stelle

di SOFIYA RUDA

di LORENZO URBANI

Siamo venuti in pace per l’intera umanità”. È la frase incisa sulla targa in acciaio lasciata sulla superficie della Luna. È il 20 luglio 1969 quando mezzo miliardo di persone è sintonizzato per vedere i primi due uomini che mettono piede sul suolo lunare: Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Più di cinquant’anni dopo, il 18 gennaio 2024, la missione privata Axiom-3 della società americana Axion Space è in volo verso la Stazione spaziale internazionale. A bordo anche il pilota italiano Walter Villadei, colonnello dell’Aeronautica militare e ottavo italiano in orbita. In oltre cinque decenni molte cose sono cambiate.

Parmitano

“Abbiamo in eredità il futuro”

La storia

Come fermare l’emigrazione conlecomunità energetiche di ALBERTO ALESSI

ALLE PAGINE 2 e 3

Da borgo montanaro che ha subìto nei decenni spopolamento e marginalità, passando da diecimila a duemila abitanti, a centro di avanguardia delle politiche di coesione sociale europea in campo energetico. È la parabola di Berceto, a due passi dalla Cisa, ultimo paese emiliano prima della Toscana in quella terra di confine che unisce l’Appennino tosco-emiliano a quello ligure. Una storia dura di emigrazione, di famiglie in cerca di fortuna, lontane dalla loro montagna. Una storia ricorrente nei 5383 borghi che, secondo Legambiente, sono a rischio abbandono. A Berceto, rischiavano di rimanerci solo i castagni e le querce. Ma proprio dagli alberi e dall’utilizzo dei loro scarti per produrre energia pulita potrebbe emergere un’arma di riscatto.

ALLE PAGINE 4 e 5

ALLE PAGINE 8 e 9

Il caso

Dipendenti dallo schermo il nuovo virus dei socialmedia di DONATELLA ROSETTI

Il 12% dei bambini è condizionato dagli influencer. Già nel 2017, per Eurispes, oltre il 40% del totale dei nuovi utenti di Internet in tutto il mondo erano bambini. Il potere della televisione è stato sostituito da reel su TikTok, Instagram e YouTube. Se consideriamo che il 75% dei bambini tra i 6 e i 9 anni usa uno smartphone, percentuale che sale al 96% per gli adolescenti dai 10 ai 13 anni, ne consegue che l’esposizione ai social è pressoché continua. I bambini non sono solo consumatori ma anche protagonisti dei social con il fenomeno dei baby influencer. Nel 2018 ha fatto scalpore il caso di Ryan Kaji che ha guadagnato 22 milioni di dollari in 12 mesi. L’ultimo è lo stilista di 4 anni, Max Alexander, che ha già vestito una star come Sharon Stone.

ALLE PAGINE 6 e 7


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La marcia dei trattori sulle Capitali europee Green Deal e Pac al centro delle proteste con l’Europa che cerca di tendergli la mano eliminando i nuovi regolamenti sull’uso dei pesticidi e interrompendo la ratifica del Mercosur

l’inchiesta

N

di LORENZO URBANI

uovo Green Deal e Politica Agricola Comune (Pac). Sono racchiuse in questi due titoli le cause della protesta contro l’Europa che da settimane attraversa le principali Capitali europee. Da Berlino a Bruxelles, da Parigi a Roma a Milano e nei giorni scorsi anche al Festival di Sanremo: con un'imponente dimostrazione di forza, il popolo dei trattori sta trasformando le strade in un palcoscenico per esprimere la propria rabbia e frustrazione. Sul banco degli imputati le istituzioni e le politiche comunitarie in materia di agricoltura e in particolare l'Agenda verde – il cosiddetto Green Deal – che dovrebbe portare alla neutralità climatica entro il 2050. L’Unione europea chiede agli agricoltori di eliminare i pesticidi dannosi, di aumentare la rotazione delle colture, di implementare nuove tecnologie. Un’altra ondata di proteste si è poi levata contro la decisione della Commissione di destinare all’agricoltura biologica almeno il 25% dei terreni coltivati. C’è poi il capitolo delle politiche ambientali. Uno dei punti più criticati è contenuto all’interno della Pac, l’insieme di norme che regolano l’erogazione dei fondi europei per l’agricoltura. L’obbligo per gli agricoltori europei di lasciare incolto il 4% dei propri campi, in modo da stimolare la biodiversità dei terreni. Provvedimento da sempre criticato come “un’inutile privazione di terreno potenzialmente produttivo". Il vincolo però non è mai davvero entrato in vigore, dato che nel 2023 è stato sospeso a causa della crisi energetica e della guerra in Ucraina. La misura sarebbe dovuta diventare effettiva dal 2024, ma mercoledì 31 gennaio la Commissione presieduta da Ursula Von Der Leyen ha proposto una sorta di deroga, nel tentativo di arginare le proteste delle ultime settimane. Una parte degli agricoltori contesta all'Europa il mancato sostegno economico: la Pac assorbiva il 50% del bilancio comunitario, ora ridotto al 25%. Tuttavia, gli stanziamenti per l'agricoltura sono rimasti sostanzialmente stabili intorno ai 55 miliardi di euro all'anno. Il settore agricolo, che rappresenta l'1,4% del PIL europeo, consuma il 25% del bilancio comunitario e produce il 10,5% delle emissioni di gas serra dell'Ue. Nella riunione del 6 febbraio 2024 l'Unione ha modificato l’obiettivo climatico raggiungibile entro il 2040 “stralciando ogni riferimento numerico per l'agricoltura”. Oltre a ritirare la norma sui pesticidi, l’Unione Europea ha interrotto la ratifica del Mercosur per la creazione di un’area di libero scambio nell’America del Sud con cui si eliminavano i dazi tra i Paesi Ue e quelli aderenti all’accordo. Anche in Italia il movimento degli agricoltori si è accreditato con slogan che esaltano la funzione indispensabile del loro lavoro, spesso in contrapposizione con l’attività delle industrie. Un aspetto però trascurato riguarda proprio l’impatto ambientale dell’attività primaria, che è poi l’essenza delle iniziative messe in campo dall’Europa. Secondo uno studio di Greenpeace, i gas inquinanti originati dall’agricoltura equivalgono a un quarto di tutti quelli emessi nell’atmosfera. A livello globale, 4,6 milioni di tonnellate di pesticidi chimici vengono spruzzati nell’ambiente ogni anno. Inoltre, circa 115 milioni di tonnellate di fertilizzanti a base di azoto vengono sparsi ogni anno sulla Terra. Solitamente si associano le emissioni di gas serra al settore dei combustibili fossili, ma anche gli allevamenti intensivi contribuiscono a questo fenomeno. In Italia costituiscono la seconda causa di inquinamento, preceduti solo dagli impianti di riscaldamento. Questa forma di zootecnia industriale, caratterizzata da un'elevata densità di animali in spazi ri-

Proteste agricole intensive

L’altra faccia della medaglia: il settore che sfama è la seconda causa dell’inquinamento globale stretti, richiede notevoli quantità di mangime, l'uso diffuso di farmaci e un considerevole consumo d'acqua. Gli allevamenti intensivi generano grandi quantità di deiezioni, contribuendo alla produzione di gas serra più pericolosi dell'anidride carbonica, come ammoniaca e metano. Come sottolinea Francesca Grazioli, ricercatrice di Bioversity International, “il metano nell’atmosfera proviene per il 37% dagli allevamenti intensivi e, rispetto a 100 anni fa, è 86 volte più distruttivo”. Anche Guido Lanzani, responsabile della qualità dell’aria per Arpa Lombardia, conferma la tendenza per cui “il principale problema legato al settore agricolo è rappresentato dall'inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di ammoniaca. Nell’area padana, l'agricoltura rappresenta la prin-

cipale fonte di emissioni di ammoniaca, contribuendo fino al 97% del totale”. A sua volta l’ammoniaca è la prima fonte responsabile della formazione delle cosiddette Pmi, le polveri sottili che inquinano le città del Nord. Emilia Romagna, Veneto e Piemonte sono le regioni in cui si concentrano i tre quarti del bestiame italiano, e questo spiega gli alti livelli di inquinamento atmosferico in quest’area. L’ammoniaca presente nell’aria proviene principalmente “dai fertilizzanti usati sul terreno, dagli allevamenti intensivi attraverso liquami, dagli impianti di stoccaggio di questi liquami e dallo spandimento a livello superficiale del letame sui campi”, sottolinea l’esperto di Arpa. Le soluzioni però non mancano. Per limitare l'in-

quinamento e quindi l’emissione di ammoniaca nell’aria, conferma Lanzani, “si può iniettare il letame direttamente nel terreno, così da rallentare la dispersione delle sostanze nocive nell’aria oppure coprire con teli appositi gli impianti di stoccaggio dei liquami o ancora modificare la dieta degli animali con l’obiettivo di ridurre l’ammoniaca presente nelle loro feci”. Un’altra misura discussa e poi scartata riguarda le emissioni degli allevamenti intensivi di bovini: nelle prime fasi delle negoziazioni europee era stato proposto di trattarle allo stesso modo di quelle delle fabbriche – incentivandole ad elaborare piani di trasformazione per conseguire gli obiettivi dell’Ue in materia di inquinamento zero, economia circolare e decarbonizzazione entro il 2050 –, ma alla fine il


LUMSAnews

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“In Pianura Padana si produce il 97% di ammoniaca” L’INTERVISTA

L’esperto: “Le emissioni che causa sono parte di un problema più grande”

Trattori di agricoltori italiani del movimento Riscatto agricolo durante la protesta su via Nomentana a Roma, 13 febbraio 2024 | Foto Ansa

DENSITÀ DI EMISSIONE DELL’AMMONIACA NEL BACINO PADANO

Parlamento Europeo decise di continuare a escluderle. Alcune norme europee sulle emissioni industriali prevedono già che gli allevamenti di pollame o suini che superano un certo numero di animali debbano avere dei permessi speciali per operare. Come segnalato dal report di Greenpeace, nonostante gli sforzi in altri settori per ridurre le emissioni di gas inquinanti, gli allevamenti intensivi non hanno registrato alcun miglioramento in termini di inquinamento atmosferico negli ultimi 16 anni. È necessario un approccio più incisivo e concreto per affrontare l'inquinamento derivante dal comparto agricolo, implementando normative più stringenti e promuovendo pratiche agricole sostenibili, senza però penalizzare un settore primario

per le economie globali. Le proteste che attraversano le principali capitali europee sono il risultato di un profondo malcontento degli agricoltori nei confronti delle politiche europee che, se da un lato mirano a promuovere la sostenibilità ambientale, dall'altro suscitano preoccupazione negli agricoltori che si sentono penalizzati. Al contempo però, l'impatto ambientale del settore agricolo è fonte di preoccupazione per le emissioni di gas serra e l'inquinamento atmosferico. Si deve quindi creare un dialogo aperto e costruttivo tra le istituzioni europee, gli agricoltori e gli attori del settore, al fine di trovare soluzioni equilibrate che garantiscano la sostenibilità economica, ambientale e sociale del settore agricolo europeo.

“Il comparto agricolo non va colpevolizzato o criminalizzato perché è parte di un problema più ampio. Esiste un progetto concreto per ridurre le emissioni e va percorso con serietà e rigore, tenendo in considerazione le esigenze del mondo agricolo”. Guido Lanzani, responsabile della qualità dell’aria per Arpa Lombardia, spiega a Lumsanews come un modello di agricoltura intensiva, insieme ad altri fattori, può determinare l’inquinamento atmosferico. Esistono però anche delle soluzioni pratiche al problema come sottolinea l’esperto, “ per ridurre le emissioni di ammoniaca, nella fase di spandimento si può iniettare direttamente il letame nella terra”. Le regioni della Pianura Padana sono al lavoro. Queste opzioni individuano un percorso verso la soluzione del problema, già avviato nei piani regionali di qualità dell'aria. Quali sono i principali inquinanti atmosferici emessi dall’agricoltura intensiva? “Il principale problema legato al settore agricolo, che include sia l'agricoltura che gli allevamenti, è rappresentato dall'inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di ammoniaca. Queste emissioni sono responsabili anche della produzione di polvere, particolarmente di PM10, che costituisce una parte significativa delle particelle sospese nell'aria che respiriamo. La qualità dell'aria è fortemente influenzata dall'emissione di ammoniaca, come evidenziato dal progetto Life Prepair che ha coinvolto tutte le regioni del bacino Padano. Questo progetto ha analizzato la composizione del PM10, rivelando la presenza significativa di nitrato e solfato di ammonio, connessi all'emissione di ammoniaca dall'ambiente agricolo. Se si vuole affrontare efficacemente il problema del PM10, è necessario intervenire sulle fonti di ammoniaca, soprattutto nell'ambito dell'agricoltura. Nel bacino padano l'agricoltura rappresenta la principale fonte di emissioni di ammoniaca, contribuendo fino al 97% del totale. Queste emissioni hanno un ruolo fondamentale nella formazione del PM10, il quale ha un impatto diretto sulla salute pubblica e sull'ambiente. Pertanto, è cruciale adottare misure efficaci per ridurre le emissioni di ammoniaca e migliorare così la qualità dell'aria che respiriamo”. Da dove proviene principalmente l’ammoniaca presente nell’aria? “Semplificando la stima, un quarto dell’ammoniaca prodotta dall’agricoltura intensiva deriva dai fertilizzanti usati sul terreno. A diretto contatto con l’aria, l’ammoniaca si espande nell’atmosfera. Un'altra parte proviene direttamente dalle strutture dagli allevamenti intensivi attraverso liquami ed escrementi. Un quarto deriva invece dalle emissioni degli impianti di stoccaggio di questi liquami. Infine un’altra dispersione la si ha nel momento dello spandimento a livello superficiale del letame sui campi”. Come vengono rilevati e monitorati gli inquinanti provenienti dall’agricoltura? “L’Arpa svolge monitoraggi ambientali in due modi. Il primo in cui raccogliamo direttamente le polveri su un filtro per poi analizzare la composizione. Questa pratica ci consente di determinare le sorgenti delle specifiche particelle inquinanti. Completamente

L’ESPERTO Guido Lanzani, responsabile della qualità dell’aria per Arpa Lombardia

diversa e indipendente è la seconda modalità: l’inventario delle emissioni. Un database sulle emissioni atmosferiche da attività naturali e umane, essenziale per gestire e monitorare la qualità dell'aria. Identifica settori critici come trasporti, agricoltura e industria, guidando azioni mirate per ridurre l'inquinamento. La sua realizzazione agevola la pianificazione e il controllo ambientale”. Qual è l'entità dell'impatto dell'agricoltura intensiva sull'aria rispetto ad altre fonti di inquinamento atmosferico? “Non si può assolvere nessuno. L’agricoltura e gli allevamenti hanno un impatto determinante sul problema inquinamento così come lo hanno le emissioni della combustione residenziale, soprattutto di legna, le industrie e gli ossidi di azoto prodotti dalle automobili. Il mix di tutte queste emissioni nocive nell’atmosfera ha portato alla situazione attuale di inquinamento non solo in Pianura Padana ma in tutta Italia”. Esistono delle pratiche per ridurre le emissioni inquinanti dell’agricoltura intensiva? “Sì. Ad esempio, per limitare l’emissione di ammoniaca durante lo spandimento, si può iniettare il letame direttamente nel terreno, così da rallentare la dispersione delle sostanze nocive nell’aria. O ancora si possono coprire con coperture apposite gli impianti di stoccaggio dei liquami. Questa pratica porta a ricadute positive dal punto di vista ambientale. Infine si può intervenire a livello di strutture agricole e dieta degli animali con l’obiettivo di ridurre l’ammoniaca presente nelle loro feci. Le regioni della Pianura Padana sono al lavoro. Queste opzioni individuano un percorso verso la soluzione del problema, peraltro già avviato nei piani regionali di qualità dell'aria”. (l.u.)


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Dal rischio abbandono a modello di progresso La lezione di Berceto

di ALBERTO ALESSI

a borgo montanaro che ha subìto nei decenni spopolamento e marginalità, passando da diecimila a duemila abitanti, a centro di avanguardia delle politiche di coesione sociale europea in campo energetico. È la parabola di Berceto, a due passi dalla Cisa, ultimo paese emiliano prima della Toscana in quella terra di confine che unisce l’Appennino tosco-emiliano a quello ligure. Una storia dura di emigrazione, di famiglie in cerca di fortuna, lontane dalla loro montagna. Una storia ricorrente nei 5383 borghi che, secondo Legambiente, sono a rischio abbandono. A Berceto, rischiavano di rimanerci solo i castagni e le querce. Ma proprio dagli alberi e dall’utilizzo dei loro scarti per produrre energia pulita potrebbe emergere un’arma di riscatto, solidarietà e benessere.“Io non so – ammette con una punta di ironia il sindaco Luigi Lucchi – se sono il sindaco di duemila abitanti o di 131 milioni di alberi”. Ma nella sua voce non si sente lo sconforto; piuttosto la consapevolezza di dover intraprendere un’azione concreta. “Vivere in montagna è un lusso – spiega Lucchi – la gente, quando apre il cassetto dei risparmi, lo trova vuoto. Ha speso tutto per il riscaldamento, che qui sta acceso per dieci mesi all’anno”. La crisi energetica insomma, spiega il sindaco, sarebbe potuta essere il colpo di grazia per Berceto. Poi, tra il 2021 e il 2022, un’idea. Dopo un paio di riunioni comunali, i cittadini propongono di partecipare a un bando europeo per le idee innovative in ambito energetico e ambientale, l’Eucf, European City Facility. L’iniziativa mette in palio 60mila euro per finanziarne la progettazione. I bercetesi ipotizzano un reattore a biomassa a scarso impatto ambientale, da alimentare con le potature degli alberi.Da Bruxelles, poi, verso la fine del 2022, la lettera di conferma: il paese è tra i vincitori del bando. Il progetto viene firmato nell’ottobre 2023. Si chiamerà Berceto Energy Park, una Comunità Energetica Rinnovabile (Cer). Un modello di consumo e produzione energetica che nei prossimi anni potrebbe

L’energia che genera coesione la storia

Una veduta aerea di Berceto | Foto Bjørn Christian Tørrissen via Wikimedia Commons trainare la transizione ecologica in tutto il territorio italiano, che già ne ospita più di un centinaio. Le potenzialità rivoluzionarie delle Cer Le Cer, spiegano al Gse (Gestore dei Servizi Energetici), la società italiana che ne sta scrivendo le normative, sono “un insieme di cittadini, imprese, enti territoriali, cooperative e altri raggruppamenti che

condividono l’energia elettrica rinnovabile prodotta dagli impianti dei soggetti associati”. Il concetto entra nella legislazione europea nel 2019 con il pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei” e ottiene il via libera con la Direttiva sulle regole per il mercato energetico interno. Inizia allora un processo di diffusione capillare delle Cer in Europa, tra sperimentazione e

Comunità energetiche rinnovabili

Come si formano le Cer

Le Comunità energetiche rinnovabili sono un insieme di cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali, ma anche cooperative, enti di ricerca ed enti religiosi che condividono l’energia rinnovabile prodotta dagli impianti energetici di uno o più soggetti associati alla comunità. Per creare una Cer è necessario costituirla legalmente, dotandola di una propria autonomia giuridica attraverso un atto costitutivo e uno statuto, e presentare la domanda sul sito del Gse. Tutti i tipi di impianti a fonti rinnovabili possono far parte di una Cer, ad esempio pannelli fotovoltaici,centrali idroelettriche, impianti eolici, biogas e a biomasse solide. Esiste poi, per costituire una Cer, un vincolo geografico; in altre parole, tutti i consumatori e i produttori devono essere collegati alla stessa cabina elettrica primaria, ovvero il nodo “centrale” della rete elettrica. del Gse, il Gestore dei Servizi Energetici.

transizione verso le pratiche e le specifiche tecniche più efficienti. Tra i suoi attori principali c’è la divisione Smart Energy di Enea, che ha sviluppato strumenti appositi per misurare la loro efficienza. “I simulatori RECON, Smart Sim e Dhomus – spiega il ricercatore Matteo Caldera – permettono un’analisi energetica, economica e finanziaria delle Comunità Energetiche, e sono dedicati al coinvolgimento del cittadino”. Gli utili non finiscono nelle tasche degli affiliati alle Cer, tra “enti pubblici, aziende e privati ma ricadono anche sul territorio”. Una soluzione non indifferente, alla luce della progressiva elettrificazione dei consumi. La democrazia energetica della condivisione “La finalità è quella di democratizzare l’energia, ovvero rendere il cittadino maggiormente consapevole su questo mercato”. La condivisione come vera sfida per la democratizzazione energetica. Condivisione di costi, di guadagni, di responsabilità verso il futuro. A farsene carico, comunità accompagnate dalle ESCo, le “compagnie di servizi energetici”, che mettono in contatto i soggetti che progettano le Cer e le guidano nel processo di costituzione. Anche il nostro Paese ha da poco recepito le direttive comunitarie che le promuovono.Il decreto del ministero per l’Ambiente in vigore dal 24 gennaio prevede lo stanziamento di 2,2 miliardi di euro del Pnrr per la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili su iniziativa delle Cer, e che nei paesi sotto i cinquemila abitanti possono coprire fino al 40% dei costi di realizzazione.Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha stimato per il 2050 oltre ventimila Cer italiane. Secondo Caldera, “si tratta di un orizzonte molto lungo”, ma che iniziative come l’Eucf possono contribuire a realizzare, favorendo l’innovazione che parte dal basso. I vantaggi permettono ricadute positive anche sul comparto sociale ed economico. Ora c’è bisogno solo di buona volontà. Che al sindaco Lucchi, alla sua Berceto, e alle altre 109 Cer italiane, non mancano: “La gente che si coalizza – conclude Lucchi – ha una forza eccezionale”.


LUMSAnews

I vincitori del bando innovazione

“Così le Cer possono salvare i piccolipaesi e unire le comunità” L’INTERVISTA

Parla il sindaco di Berceto Lucchi “Un tesoro di 131 milioni di alberi” “Io non so se sono il sindaco di duemila abitanti o di 131 milioni di alberi”. È questo il dilemma di Luigi Lucchi, dal 2009 sindaco di Berceto (PR), piccolo comune dell’Appennino tosco-emiliano, vittima dello spopolamento, che potrebbe guidare la rivoluzione delle comunità energetiche rinnovabili attraverso il progetto Berceto Energy Park. Sindaco Lucchi, che paese è Berceto? “È l’ultimo paese dell’Emilia, anche se ci sentiamo fortemente emiliani. Confiniamo con la Lunigiana. Berceto ha sempre amalgamato le persone, le ha sempre unite, attraverso il valico della Cisa. Da qui, poi, passa la via Francigena. Un territorio di 231 chilometri quadrati, con 250 gruppi di case e 12 frazioni. Dal 1921 a oggi ha perso 8 mila residenti, colpa dell’emigrazione. Nel mio ufficio ho gli orologi con i fusi orari che mi ricordano i miei emigrati. Mi fanno dire che, sui bercetesi, non tramonta mai il sole. La nostra emigrazione è stata soprattutto in Francia, a New York e anche a Londra e in Australia. E poi, visto che dal 1988 siamo gemellati con i Lakota Sioux, ho anche il fuso orario della riserva di Pine Ridge, in Sud Dakota, che ho visitato nel 1989. Anche noi, in effetti, ci sentiamo un po’ una comunità «di riserva»”. A proposito di comunità, parliamo della Comunità Energetica Rinnovabile di Berceto Energy Park, che ha vinto il bando dell’Eucf sui progetti innovativi di investimento. “Abbiamo creato una rete di persone che ci ha permesso di ottenere i 60 mila euro del bando e il parere favorevole da parte dello Stato. Senza le persone, non avremmo avuto le capacità per farlo, dal momento che sembra ed è un progetto molto tecnico e noioso da mettere assieme. Il Berceto Energy Park, però, è una delle cose a cui tengo di più. Non solo perché è necessaria, ma perché è uno strumento per la lotta al dissesto. Soprattutto adesso, dal momento che si parla molto, e giustamente, di ambiente, di biodiversità, di consumo di anidride carbonica. Noi siamo ricchi di boschi poveri, invasivi; con sempre meno gente, non si creano pascoli, non si mantengono le siepi e non si

“

I costi

Qui si spende tutto per luce e riscaldamento, la soluzione è un impianto alimentato a biomassa

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Alberto Alessi, Donatella Rosetti, Sofiya Ruda, Lorenzo Urbani

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003

Decreto Cer

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Il colloquio MATTEO CALDERA

Come attivare “Via maestra gli incentivi per un mercato Il decreto dedicato alle Comunità energetiche rinnovabili pubblicato dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, in vigore dal 24 gennaio, prevede diversi incentivi per la creazione di Cer. È disponibile sia un contributo a fondo perduto che copre fino al 40% dei costi, finanziato con i fondi del Pnrr e destinato alle comunità che intendono costituirsi in comuni sotto i 5 mila abitanti, sia un incentivo sull’energia rinnovabile condivisa. L’obiettivo del provvedimento è quello di favorire lo sviluppo di 5 Gigawatt complessivi entro il 2027 attraverso impianti di produzione di energia rinnovabile, aumentando la disponibilità di rete elettrica coperta da fonti rinnovabili e a bassa impatto ambientale Per ottenere questi incentivi, è necessario sottostare alle regole previste dal Gse.

energetico democratico e partecipato”

Parla il comico e show man toscano dopo le aspre reazioni al suo programma sulle reti nazionali Rai

MATTEO CALDERA Ricercatore della divisione Smart Energy di Enea | Foto Matteo Caldera

LUIGI LUCCHI Il primo cittadino del borgo dell’Appennino in provincia di Parma | Foto fornita da Luigi Lucchi

compiono quei piccoli lavori di manutenzione idrica che, come dicevo, prevenivano frane e smottamenti. Credo quindi che i nostri territori debbano essere valutati per tutto questo. Molti amministratori locali devono porsi questo problema. E comunque, io vorrei che nascesse una grande cooperativa di produzione energetica, cosa che contribuirebbe notevolmente al governo del territorio, oltre ad affrontare uno tra i problemi più gravi degli abitanti della montagna”. E qual è il problema del vivere in montagna? “Che è un lusso. Il riscaldamento sta acceso dieci mesi all’anno, a Berceto. Poi, quando ti devi muovere, devi farlo sempre con i mezzi privati. La gente, quando apre il cassetto dei risparmi, lo trova vuoto perché ha speso solo per la luce e il riscaldamento. Le comunità energetiche potrebbero risolvere questi problemi, abbassando il costo dell’energia. Prevedo, in futuro, il pericolo che le grandi società e le multinazionali possano controllare il mercato energetico. La gente che si coalizza insieme, però, è eccezionale. Il mio modello è quello di Mondragòn, città basca praticamente gestita per intero da una cooperativa, che lì ha creato aziende e università”. Come funzionerà il Berceto Energy Park? “Abbiamo coinvolto i 5000 proprietari di immobili del comune, anche quelli che vivono fuori. Sarà alimentato, principalmente, con un reattore a biomassa, e il carburante si dovrebbe produrre tutto dal materiale vegetale di risulta, potature e sfalci dei boschi locali. Comunque, il progetto sta andando in una direzione corretta, per unire le persone e per salvare il nostro territorio. Presenteremo ora un’altra domanda sulle comunità energetiche e, in futuro, credo ci saranno sempre più filoni per finanziare i progetti, sia qui che in Europa. Anche dopo la fine del mio mandato, sono convinto che chi riceverà il mio mandato avrà sensibilità e capacità notevole in merito a questo progetto. Noi dobbiamo lavorarci perché dobbiamo abbassare i costi dell’energia. Ne va della salvezza del nostro paese”. (a.a.)

Dietro il fenomeno delle Comunità Energetiche Rinnovabili c’è anche la ricerca sull’uso consapevole dell’energia. Matteo Caldera è ricercatore della divisione Smart Energy di Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che si occupa di implementare nuove soluzioni tecniche per il sistema produttivo, per le istituzioni e per i cittadini. “Da almeno dieci anni partecipiamo a diversi progetti europei e nazionali,” spiega Caldera, “grazie alla nostra ricerca abbiamo sviluppato diverse soluzioni tecnologiche che poi abbiamo adattato per le comunità energetiche. La finalità delle Cer è quella di democratizzare l’energia, ovvero rendere il cittadino maggiormente consapevole della risorsa e sul suo mercato”. Si parla di simulatori, in grado di calcolare il consumo energetico e le specifiche tecniche particolari di ogni impianto di autoconsumo condiviso. Strumenti come “il simulatore RECON, disponibile da maggio 2021, che permette un’analisi energetica, economica e finanziaria delle Cer. Abbiamo realizzato anche una serie di prodotti dedicati al coinvolgimento del cittadino: lo strumento online Smart Sim, che permette di rendere consapevole il privato sui propri consumi; ma anche una piattaforma di monitoraggio residenziale, Dhomus. Stiamo sviluppando anche altri prodotti dedicati alle Cer che rientrano nella più ampia piattaforma di Smart Energy Community.” I soggetti più interessati dalle Cer sono “molteplici. Gli enti pubblici, dal momento che le Cer hanno il fine di portare benefici ambientali ma soprattutto economici e sociali: attivare nuovi servizi per i cittadini, lottare contro la povertà energetica. Poi ci sono le aziende, interessate alle Cer soprattutto dopo la crisi energetica del 2022 che le ha portate a virare a favore dell’autoconsumo, ottenendo anche benefici economici sotto forma di incentivi, eventualmente da ridistribuire tra i lavoratori. Da ultimo, i cittadini. Ma la cittadinanza va ancora adeguatamente informata delle potenzialità delle Cer”. Sul futuro dell’energia si è espresso anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che ha ipotizzato 20 mila Cer sul suolo italiano per il 2050, tuttavia “parliamo di un orizzonte molto lungo, anche tenendo conto che il decreto del ministero ha previsto incentivi che termineranno a fine 2027. La diffusione delle Cer chiede regole chiare e stabili nel tempo. I fattori alla base del loro successo sul lungo termine sono tanti, tra cui anche i meccanismi di promozione dell’autoconsumo e delle fonti rinnovabili previsti nel futuro”. (a.a.)


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LA RETE NOCIVA

il caso

Non è una dipendenza ancora riconosciuta come un disturbo vero e proprio ma è possibile curarla con genitori ed esperti

Abuso di social network l’epidemia di tossine che avvelena i bambini

Negli Usa i giganti del Web (come Meta) sotto accusa per i danni provocati ai minori, dal suicidio al cyberbullismo

“S

di DONATELLA ROSETTI

ignor Zuckerberg, lei e le società qui presenti avete le mani sporche di sangue”. Non ha usato mezzi termini il senatore repubblicano Lindsey Graham rivolgendosi all’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, e ai responsabili di TikTok, X, Discord e Snapchat. Un duro atto di accusa arrivato durante un’udienza al Senato degli Stati Uniti per l’impatto dei social media sulla salute dei minori. Una settimana prima, il sindaco di New York Eric Leroy Adams e il commissario alla salute cittadina Ashwin Vasan avevano definito ufficialmente i social media come un pericolo per i bambini. Una “tossina ambientale”, ha accusato Adams, per le loro “funzionalità pericolose e tendenti alla dipendenza". Nella stessa giornata, la Camera della Florida ha approvato il disegno di legge che proibisce alle piattaforme di consentire ai giovani sotto i 16 anni di avere un account. In Italia nel 2023 il leader di Azione, Carlo Calenda, ha presentato alla Camera dei deputati una proposta di legge per vietare l’accesso ai social ai giovani sotto i 13 anni per proteggere la loro salute mentale. La proposta prende spunto da una norma approvata il 2 marzo 2023 dall’Assemblea nazionale in Francia, che prevede l’innalzamento dai 14 ai 15 anni del limite di età minimo per esprimere il consenso al trattamentodei dati sulle piattaforme.

Bambini condizionati da cellulari dati in mano troppo presto e influencer della loro stessa età

Ma possono le leggi da sole risolvere un problema globale? Bambini, precoci esperti di smartphone Il 12% dei bambini è condizionato dagli influencer, stando allo studio Hotwire sul rapporto tra Generazione Alpha (cioè di coloro nati dopo il 2000) e tecnologia. Già nel 2017, per Eurispes, oltre il 40% del totale dei nuovi utenti di Internet in tutto il mondo erano bambini. Il potere risucchiante della televisione è stato sostituito da reel e video su TikTok, Instagram e YouTube. Se consideriamo che il 75% dei bambini tra i 6 e i 9 anni usa uno smartphone, percentuale che sale al 96% per gli adolescenti dai 10 ai 13 anni, ne consegue che l’esposizione ai social è pressoché continua (dati Swg per Italian Tech e Telefono Azzurro). I bambini non sono solo consumatori ma anche protagonisti dei social con il fenomeno dei baby influencer. Nel 2018 ha fatto scalpore il caso di Ryan Kaji che ha guadagnato 22 milioni di dollari in 12 mesi col canale YouTube, Ryan ToysReview. L’ultimo è lo stilista di 4 anni, Max Alexander, che ha già vestito una star come Sharon Stone. In Italia c’è Chiara Nasti, diventata famosa all’età di 15 anni per il suo blog su bellezza e moda. I deus ex machina di solito sono i genitori, che li manovrano a partire dall’iscrizione ai social, che altrimenti non gli sarebbe permessa: il limite minimo d’età è di 13 anni in Usa e di 14 in Italia. I pregi e i difetti dell’estrema socialità “L’interconnessione è sicuramente un pregio dei so-

Occhi riflettono il simbolo di Facebook | Foto di Pixabay

cial”, ammette Alessandra, insegnante di lingue in una scuola media della provincia di Macerata. I suoi studenti giocano a Fortnite, una piattaforma online di social gaming in cui è possibile comunicare con persone da tutto il mondo, e spesso le chiedono il significato delle frasi in spagnolo che sentono o leggono dagli altri utenti. I social, inoltre, possono incrementare le competenze digitali con la creazione e condivisione dei contenuti, l’apprendimento di nuovi programmi e applicazioni, e aiutano a sviluppare il pensiero critico tramite la lettura di articoli e l’individuazione di fake news. Possono anche contribuire a sviluppare una propria identità e aumentare l’autostima. Nonostante il limite d’età fisso, i bambini più piccoli possono accedere ai social con relativa facilità, pur se non esistono dati ufficiali a riguardo. Il rischio è che siano condivise molte informazioni personali. I social sono usati anche come “maschere” per proteggere la propria identità e strumenti di cyberbullismo nei confronti dei coetanei. Inoltre, non tutti gli utenti sono chi dicono di essere e c’è il rischio di adescamento, soprattutto da parte di pedofili. Per i teenager è necessario prestare attenzione anche al sexting, lo scambio di testi, immagini e video a sfondo sessuale, e alla condivisione non consensuale di foto esplicite. Una dipendenza non ancora riconosciuta a tutti gli effetti La dipendenza da social è un fenomeno in crescita, soprattutto negli ultimi anni. I bambini non sanno autoregolarsi e gli adolescenti potrebbero nascondere carenze interiori. “Il problema nasce quando c’è una carenza che va colmata - dice la pedagogista esperta nelle problematiche relazionali, Tiziana Cristofari, dello studio di consulenza pedagogica e homeschooling “Figli Meravigliosi” di Roma - Diventiamo dipendenti come con le sigarette o l’alcol. Il social è una droga che, però, non è condannata perché non porta a conseguenze negative immediate ma solo a lungo termine”. Senonché, siccome non è universalmente riconosciuta, di questa dipendenza non si parla abbastanza in famiglia. L’assuefazione da social funziona come quella da sostanze e si basa sul circuito della dopamina, l’ormone del benessere. “Quando postiamo un contenuto su un

social - spiega la psicoterapeuta specializzata in psicoterapia della Gestalt, Monica Vivona, dello Studio “Liberamente” di Roma - attendiamo una reazione, un commento o un like. Quando una di queste reazioni arriva provoca un rilascio di dopamina, una scarica positiva, che siamo poi portati a cercare di nuovo. È una trappola”. Nel Dsm-5, il manuale dei disturbi mentali, la dipendenza da internet è segnalata ma non è considerata un disturbo a pieno titolo perché sono necessari studi più approfonditi per classificarla tale. L’ansia sociale, un’altra importante conseguenza Secondo uno studio di Skuola.net con l’Associazione Nazionale Di.Te., il 57% degli adolescenti prova ansia sociale in interazioni con più soggetti, mentre questo dato aumenta al 61% quando devono partecipare attivamente. Sette giovani su dieci preferiscono rifugiarsi in attività digitali, giudicate più rassicuranti. “Avere a che fare tutti i giorni con modelli non realistici - spiega Vivona - crea l’ansia del non essere all’altezza”. I campanelli d’allarme sono la limitazione o esclusione delle attività offline e il ritiro sociale. Se bambini e adolescenti passano molto tempo sugli schermi senza orari, la mancanza di sonno porta a un’alterazione ormonale che può innescare la depressione. “Una mia alunna dodicenne - racconta un’insegnante che preferisce rimanere anonima - si addormenta spesso in classe perché sta fino a mezzanotte a fare video su TikTok”.L’ansia sociale potrebbe condurre a un’inibizione emotiva e a un umore depresso ma non ci sono ancora studi sufficienti che colleghino i due disturbi. “Bisogna mettere dei paletti e sicuramente dare dei limiti di tempo - consiglia Vivona - come staccare un’ora prima di andare a dormire per permettere al cervello di tranquillizzare la sua attività, visto che l’attenzione nei giochi online è alta”. Per la psicoterapeuta, gli adulti, che spesso vivono lo stesso problema, devono dare l’esempio stabilendo abitudini sane e funzionali. La spinosa questione del cellulare Quante volte osserviamo bambini sotto i cinque anni giocare con lo smartphone dei genitori? In genere, lo si dà per farli stare buoni ma è un’attività pericolosa. “Non è sbagliato avere una app come WhatsApp in cui ci si può confrontare con un’amica - dice la

mamma di una bambina di sette anni - per compiti o confidenze ma con i tempi giusti, che per me sono le medie”. L’adolescenza sembrerebbe il momento giusto per consegnare i cellulari ai figli, che non devono essere vietati totalmente “perché si devono rendere conto di quello che gira su internet”. Secondo la pedagogista Cristofari, proibirli fino alle superiori “diventa escludere il proprio figlio da un’aggregazione”, dato che a quel punto tutti li hanno. A scuola i telefonini ora possono essere usati esclusivamente per fini didattici e sotto la supervisione e il permesso del docente. “Molti quando finiscono le lezioni corrono agli armadietti dove sono riposti i cellulari - riporta un’insegnante - e c’è chi con la scusa di vedere i compiti sul registro digitale passa tempo al cellulare”. Per Cristofari, il dispositivo potrebbe essere comunque concesso con delle limitazioni, come lasciarlo a casa nell’orario scolastico e autorizzarlo a tempo pieno il sabato e la domenica per chiacchierare con gli amici.L’importante è che il divieto venga accompagnato da una valida motivazione e che ci sia una buona relazione familiare. Strumenti legali per difendersi dai social Sul versante europeo, la Gran Bretagna è l’unica ad aver creato il Children Code, un codice di condotta per la tutela dei dati dei minori rivolto a piattaforme, app, giochi informatici, siti di formazione e informazione. In Italia non c’è una normativa specifica e si applicano le leggi del codice penale su lavoro minorile e privacy. “Siccome i genitori rispondono civilmente di quello che fanno i figli, gli unici strumenti sono il controllo preventivo e l’educazione - afferma l’avvocato Matteo Santini, professore di diritto minorile all’Università La Sapienza di Roma - Però ci può essere una responsabilità per omesso controllo, omessa educazione e quindi lì il genitore rischia anche di perdere la responsabilità genitoriale”. Ma se si arriva tardi? Se un minore commette su internet un reato, il discorso è diverso perché la responsabilità è penale e personale. Per l’avvocato civilista Serena Reda, gli strumenti legali da poter usare sono le diffide e le querele. In caso di compravendita conclusa dal minore, entro cinque anni è possibile chiedere azione di annullamento.


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LA PEDAGOGISTA

LA PSICOTERAPEUTA

“Una generazione che vive in preda alla depressione e all’ansia sociale” Il tempo trascorso online pregiudica sonno e attenzione

Bambini e ragazzi condizionati dai social soffrono di solitudine, ansia sociale e possibile depressione. Monica Vivona, psicologa e psicoterapeuta specializzata in psicoterapia della Gestalt dello studio Liberamente di Roma, sottolinea l’importanza del ruolo dei genitori nel processo di guarigione. Quali sono gli effetti positivi e negativi dei social? “Dalla pandemia in poi il rapporto con i social e con tutta l’attività online è aumentato a dismisura per tutti e in quel caso è stato anche una risorsa. I ragazzi online possono essere impegnati anche in modo sano con app di messaggistica o i social media, che sono canali importanti per collegarsi con gli altri, quindi fonte di contatti. Anche l’uso di internet didattico e scolastico è funzionale e sano. La parte negativa è la quantità di tempo passato online da bambini e ragazzi. È importante che i genitori siano consapevoli della vita online dei figli”. I social possono generare anche ansia sociale e depressione? “Questa è una generazione che di suo vive molta ansia sociale. Il confrontarsi con modelli online che possono essere non realistici crea nei ragazzi e nei bambini, che stanno affrontando la pubertà e capendo quello che sono, un’ansia continua di non essere all’altezza. Poi fare amicizia nel mondo vero diventa molto più difficile perché aumenta il carico di insicurezza. Stare collegati fino a tardi implica anche dormire poche ore di sonno a notte, così l’equilibrio ormonale si altera, e se ci aggiungiamo una situazione di ritiro sociale, può innestarsi una depressione. Tecnicamente ancora non è chiaro se l’uso dei social possa portare a una maggiore depressione o se l’umore depresso conduca a utilizzarli di più”. Quali sono i campanelli d’allarme? “Se i figli cominciano a limitare o escludere le attività offline, cioè gli incontri reali con i coetanei, non fanno sport, si demotivano per ciò che li appassionava prima e soffrono di mancanza di sonno. I genitori devono dare dei limiti di tempo e far staccare i ragazzi dagli schermi almeno un’ora prima di andare a dormire per una questione di archiviazione neurologica,

Bambini giocano al telefono | Foto di Nensuria su Freepik

MONICA VIVONA Psicologa e psicoterapeuta dello studio Liberamente

per permettere al cervello di tranquillizzare la sua attività perché la stimolazione dei giochi online è molto alta a livello cerebrale. È necessario equilibrare attività offline e online. Gli adulti dovrebbero dare l’esempio ma il problema è che vivono la stessa difficoltà. Devono sforzarsi di mostrare che ci possono essere abitudini funzionali e sane senza stare davanti allo schermo”. Esistono delle terapie per farli guarire dalla dipendenza dai social? “Nel Dsm-5, il manuale dei disturbi mentali, la dipendenza da internet non è considerata un disturbo a pieno titolo ma è segnalata nella terza sezione del manuale, che dà delle condizioni che richiedono ulteriori studi prima di essere classificate come disturbi. La via maestra è la psicoterapia per aiutare i ragazzi a lavorare su ritiro sociale, ansia sociale, umore, insieme a delle abitudini che devono cambiare. I genitori devono collaborare e mettersi in gioco perché anche loro potrebbero essere dipendenti dalle piattaforme”. Cosa riscontra nei casi esaminati nel suo studio? “Oltre all’ansia sociale, molto ritiro sociale, ovvero passare tanto tempo a casa. Non siamo, però, ai livelli dell’hikikomori giapponese. Non bisogna demonizzare tutto perché ogni cosa può essere una risorsa, basta saperla utilizzare in modo corretto”.

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La psicoterapia aiuta i ragazzi a lavorare su disturbi e abitudini che devono cambiare assieme ai genitori

(d.r.)

“La vicinanza della famiglia evita di chiudersi in se stessi” Internet diventa il sostituto di relazioni mancanti Tiziana Cristofari, pedagogista esperta nelle problematiche relazionali dello studio di consulenza pedagogica e homeschooling “Figli Meravigliosi” di Roma, spiega che le cause non sono da ricercarsi nel mezzo in sé ma nel contesto famigliare in cui vivono. Come influiscono i social sullo sviluppo evolutivo? “Gli effetti possono essere sia negativi che positivi, bisogna vedere che tipo di utilizzo si fa dei social, a che età si inizia e con quali regole. L’uso dei social è diventato eccessivo, dato che è ormai la modalità con cui si parla con gli altri. Non c’è più una relazione umana, c’è solo il telefono. Una interfaccia su cui ognuno può scambiare di tutto, senza regole, senza nessun controllo, già questo di per sé è negativo. Non avendo alcun tipo di controllo, la formazione interiore del ragazzo può subire qualsiasi cosa, soprattutto, se non c’è dialogo in famiglia. Un adolescente può guardare qualcosa che lo turba, discuterne in famiglia e rielaborarla sotto un altro punto di vista. Però, se questo dialogo non c’è, allora potrebbe essere causa di tanti problemi, anche più gravi”. Il fatto che non ci sia dialogo in famiglia è dovuto a internet? “Non è internet che toglie la relazione in famiglia, la verità è che il dialogo già non esiste e quindi la rete si sostituisce a questo rapporto che non c’è. Prima si lasciavano i figli davanti al televisore, ora ci sono cellulare e computer. Il dato di fondo sono quindi i rapporti familiari. Di frequente, i problemi a scuola nascono perché c’è una forte dipendenza dai social che a sua volta implica una forte mancanza di relazione con la famiglia. Questa assuefazione ha delle ricadute enormi anche sul rendimento scolastico. In genere, i ragazzi non confessano di stare sempre sui social, bisogna indagare.” Questo può generare solitudine? “Spesso la solitudine che nasce in famiglia si porta anche fuori. Ho potuto valutare che figli di genitori con una certa predisposizione al dialogo trovano amici con una simile bella situazione familiare. I bambini che hanno difficoltà in casa hanno amici con altrettante difficoltà. Il bambino con problemi non è in

TIZIANA CRISTOFARI Pedagogista dello studio Figli Meravigliosi

grado di compensare la solitudine nemmeno con gli altri perché non sa qual è la vera amicizia o condivisione e quindi rimane comunque una relazione superficiale anche tra di loro. È una solitudine che non trova mai riempimento”. Ha notato dei pregi nei social? “Il pregio è sicuramente la possibilità di comunicare velocemente qualsiasi cosa. Se uno rimane alla comunicazione di servizio, serve per compiti e incontri di tipo ludico. I social usati come conoscenza di nozioni li trovo molto negativi perché va approfondita su testi che abbiano una base scientifica”. Come si fa ad uscire dal tunnel della dipendenza da social? “Nelle famiglie che hanno forti relazioni con i figli, i fenomeni di dipendenza sono marginali. È un’affermazione che mi sento di fare perché l’ho verificato nella mia attività Il problema nasce quando c’è una carenza che va colmata. Il social è come una droga per i ragazzini. Il problema è che c’è molta ignoranza da parte delle famiglie perché sono poco consapevoli delle conseguenze di una dipendenza del genere. Non se ne parla abbastanza, le piattaforme fanno comodo come la televisione nel passato. Il fatto di avere il telefonino nelle mani a tre anni significa semplicemente: ‘Senti, figlio mio, non mi seccare, mettiti da una parte e fai quello che vuoi”. (d.r.)

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Il bambino problematico non è in grado di compensare la solitudine con gli altri perché non sa cos’è la vera amicizia


il focus

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Un’astronauta della NASA svolge attività extraveicolare | Foto di NASA su Unsplash

La nuova corsa allo Spazio non ci parla più soltanto dell’orizzonte romantico delle conquiste dell’uomo, ma chiama in causa questioni ben più concrete di potere planetario Dal 20 luglio 1969 molte cose sono cambiate

iamo venuti in pace per l’intera umanità”. È la frase incisa sulla targa in acciaio lasciata sulla superficie della Luna. È il 20 luglio 1969 quando mezzo miliardo di persone è sintonizzato per vedere i primi due uomini che mettono piede sul suolo lunare: Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Più di cinquant’anni dopo, il 18 gennaio 2024, la missione privata Axiom-3 della società americana Axion Space è in volo verso la Stazione spaziale internazionale. A bordo anche il pilota italiano Walter Villadei, colonnello dell’Aeronautica militare e ottavo italiano in orbita. In oltre cinque decenni molte cose sono cambiate. La nuova corsa allo Spazio non ci parla più soltanto dell’orizzonte romantico delle conquiste dell’uomo, ma chiama in causa questioni ben più concrete di potere planetario. A bordo dell’ISS “Il compito delle istituzioni, oggi che lo Spazio si sta aprendo a una comunità molto più grande, è creare le condizioni affinché sempre più persone vi abbiano accesso”. A sottolinearlo è stato lo stesso Villadei, in collegamento dall’ISS con l’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze il 31 gennaio scorso, due giorni prima della fine della missione Ax-3. La partecipazione italiana, voluta dal ministero della Difesa, rappresenta il raggiungimento di una nuova frontiera nell’ambito della New Space Economy. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, inoltre, ha annunciato un nuovo disegno di legge sulle politiche spaziali in arrivo a marzo per regolamentare “le attività spaziali condotte da operatori privati, di qualsiasi nazionalità, a partire dal territo-

rio italiano” oppure “condotte da operatori privati di nazionalità italiana a partire da territori non nazionali”. La forza della New Space Economy La nuova economia spaziale è nata nei primi anni Duemila, “quando sono sorte aziende private che svolgevano attività nello Spazio” spiega Jacopo Celentano, project manager dell’Aipas (Associazione delle imprese per le attività spaziali). I vantaggi di questa commercializzazione sono molteplici: i costi vengono ridotti considerevolmente, offrendo “enormi opportunità di applicazione in qualsiasi settore, con impatti benefici per la società e per il singolo cittadino”, aggiunge. L’uomo nello Spazio “Per quanto riguarda il volo spaziale umano ci stiamo muovendo verso due direzioni. La prima è la commercializzazione dell’orbita bassa terrestre – spiega a Lumsanews Luca Parmitano, primo astronauta italiano a capo dell’ISS –, dall’altro lato c’è la spinta sempre più grande verso l’esplorazione, quindi il programma Luna-Marte che resta dominio delle agenzie internazionali”. L’obiettivo principale è quello di “creare una presenza sostenibile che abbia delle ricadute future che vadano a impattare sulla nostra capacità di accesso alle risorse”. Il dominio dell’etere A impattare però, ultimamente, è stato anche il dominio dell’etere. “Negli ultimi dieci anni c’è stata un’accelerazione. Adesso l’idea non è più quella di andare sulla Luna per tre giorni, ma di starci settimane, mesi, se non di più”, afferma Andrea Liscio, ricercatore presso l’Istituto per la Microelettronica e

Microsistemi di Roma, che ha lavorato alla sperimentazione di nuovi tessuti per le tute degli astronauti in grado di proteggerli dalle radiazioni. Il controllo dell’etere, spiega Liscio, porta ricadute tecnologiche enormi. Ma in gioco c’è anche la politica. Verso la conquista globale Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e il recente conflitto in Medio Oriente, il dominio dello Spazio è diventato simbolo di difesa e di sicurezza nazionale, rappresentato dall’aumento considerevole del numero di satelliti d’intelligence nella bassa orbita. “Lo scenario internazionale della nuova corsa allo Spazio sembra replicare gli schieramenti che attualmente si stanno confrontando nelle più ampie relazioni internazionali”, sottolinea il ricercatore dell’Ispi Alessandro Gili. La competizione geopolitica Ai tempi della Guerra Fredda – e della missione Apollo 11 – la corsa allo Spazio era a due: Usa e Urss, per ragioni soprattutto militari e ideologiche. Oggi, le principali superpotenze spaziali in competizione sono gli Stati Uniti e la Cina ma stanno emergendo anche altri attori globali come l’India, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che investono sempre di più nell’esplorazione spaziale. “L’Ue, d’altro canto, sta cercando di recuperare un accesso autonomo allo Spazio. Si tratta di un obiettivo essenziale per rimanere competitivi nella corsa e per partecipare allo sviluppo di tecnologie e di una filiera economica e industriale centrata sullo Spazio”, continua Gili. Per l’intera umanità “Lo Spazio è terreno di competizione, ma deve necessariamente anche essere luogo di cooperazione, considerando le sfide derivanti dall’esplorazione e per affrontare crisi sulla Terra, come quella climatica”, ribadisce il ricercatore Ispi. Come racconta lo stesso Parmitano, dieci anni fa scrisse una lettera alle sue figlie, in cui racchiuse tutti quei valori in cui ancora oggi confessa di credere: “Niente di quello che è su questa Terra o quello che verrà dopo ci appartiene, ma è nostra responsabilità segnarlo, forgiarlo, plasmarlo in base a quello che noi pensiamo sia la cosa più giusta. Non per noi, ma per tutti quelli che verranno dopo”.

Spazio così cambia la frontiera dell’umanità di SOFIYA RUDA


L’ASTRONAUTA

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“Abbiamo questo potere di plasmare il mondo per chi verrà dopo di noi” “Magari ci vedremo nello Spazio”. Si congeda così Luca Parmitano alla fine della nostra intervista da Houston. Parmitano è il primo astronauta italiano a comandare la Stazione spaziale internazionale e ha raccontato la passione per il suo lavoro e i prossimi obiettivi nella corsa allo Spazio. Al momento di cosa si sta occupando? “In questo momento sono il Lead Astronaut a Houston. Il mio ruolo è essere l’interfaccia tra il corpo astronautico della NASA e il corpo astronautico dell’Esa. Ho tanti ruoli diversi, dallo sviluppo di procedure alla sperimentazione, al supporto, alle operazioni a bordo. In particolare, sono il responsabile delle operazioni astronautiche a bordo della Stazione spaziale internazionale per la Expedition 70”. Quali sono i prossimi obiettivi nella corsa allo Spazio? “Per quanto riguarda il volo spaziale umano ci stiamo muovendo verso due direzioni. La prima è quella più immediata e visibile, ovvero la commercializzazione dell’orbita bassa terrestre ad aziende private che possano offrire servizi a tutti gli agenti che abbiano intenzione di fare ricerca.Dall’altro lato c’è la spinta sempre più grande verso l’esplorazione al di là dell’orbita bassa terrestre, quindi il programma LunaMarte che resta dominio delle agenzie internazionali. Mi riferisco alla NASA, all’Agenzia spaziale europea e quella giapponese. Poi chiaramente India, Cina e Russia che continuano a fare la loro parte di esplorazione”. Si tratta di andare nello Spazio per rimanerci? “La ricerca spaziale e il volo spaziale umano non hanno come obiettivo quello di trovare un mondo per trasferirci l’umanità. L’idea è sempre stata quella di creare opportunità per avere nuove risorse, poiché quelle sulla Terra non sono infinite, mentre quelle presenti nello Spazio sì. La Terra resta il centro di crescita e sviluppo dell’umanità. Per poterlo fare in maniera sostenibile dobbiamo utilizzare risorse che non sono più presenti sulla Terra, ma che dovranno venire da altri luoghi. E lo Spazio offre risorse infinite”. Cosa è cambiato rispetto alle missioni Apollo? “È cambiata la tecnologia, la percezione del rischio e di cosa vogliamo fare nello Spazio. Le missioni Apollo erano una dimostrazione di superiorità tecnologica, politica ed economica. Oggi non è più così, si tratta di affermare e allargare la propria presenza spaziale. Significa andare nello Spazio per creare una presenza sostenibile e che poi abbia delle ricadute future che vadano a impattare la nostra capacità di accesso alle risorse”. Lei è un esperto di passeggiate spaziali. Ha un ricordo in particolare che vuole condividere? “Non amo molto scegliere un ricordo, un evento o un

pensiero su un anno intero di esperienza passato in orbita. Significherebbe fare un torto a me stesso, al valore di quello che ho fatto e al valore assoluto che io sento nell’approcciarmi a quello che è il mio lavoro di una vita. Io ritengo che tutto quello che noi facciamo, non soltanto io in particolare, abbia un valore assoluto”. Qual è il suo messaggio per i giovani che sognano lo Spazio in futuro? “Ne ho tanti e spero che il mio lavoro sia il mio messaggio per tutti. Quasi dieci anni fa, proprio in questi giorni, ho scritto una lettera alle mie figlie. Quello che ho scritto allora per me vale ancora adesso perché sono valori in cui credo profondamente. Ho detto loro che il futuro e il mondo non vi appartengono, ma sono nelle vostre mani. È una frase semplice, ma un pensiero complesso. Niente di quello che è su questa Terra o quello che verrà dopo ci appartiene, ma è nostra responsabilità segnarlo, forgiarlo, plasmarlo in base a quello che noi pensiamo sia la cosa più giusta. Non per noi, ma per tutti quelli che verranno. Abbiamo questo potere di plasmare il mondo e il futuro. E lo facciamo non per noi stessi ma per chi verrà dopo di noi”. (s.r.)

LUCA PARMITANO Astronauta italiano. Foto di James Blair, Public domain, via Wikimedia Commons

L’analisi

Che cos’è la New Space Economy La nuova economia dello Spazio è nata dai primi anni Duemila, quando sono nate delle aziende private che svolgevano attività indipendentemente dagli enti spaziali pubblici. Lo spiega Jacopo Celentano, project manager dell’Associazione delle imprese per le attività spaziali. La New Space Economy, continua, è stata abilitata soprattutto dalla miniaturizzazione e quindi dalla riduzione dei costi e delle tecnologie, in particolare dei satelliti, con servizi che poi vengono venduti a clienti pubblici a costi ridotti. I servizi offrono “opportunità di applicazione in qualsiasi settore, con impatti benefici per la società e il singolo cittadino. Per esempio, la telemedicina, la prevenzione, lo studio dell’impatto delle catastrofi naturali o del cambiamento climatico”, sottolinea l’esperto. L’Italia avrà un ruolo chiave nel futuro dello Spazio italiano. Il Paese “è già tra i protagonisti, soprattutto a livello europeo. Se lo Spazio rimane centrale nelle strategie dei decisori pubblici, come in realtà lo è stato negli ultimi governi, l’industria italiana avrà la capacità di continuare a crescere nel mercato globale”. L’Italia, prosegue il project manager di Aipas, ha grandi aziende e un ecosistema molto ricco di piccole

medie imprese e di startup che hanno possibilità di adottare modelli di business innovativi. Andrea Liscio è un ricercatore dell’Istituto per la microelettronica e microsistemi, Cnr-Imm. Ha collaborato con Dallara e Axiom alla sperimentazione di nuovi materiali nanotecnologici progettati per schermare gli astronauti dalle intense radiazioni spaziali nella missione Axiom 3. Analizzando l’aumento della ricerca in ambito spaziale negli ultimi anni, spiega che in Italia un forte impulso è arrivato dall’Agenzia Spaziale Italiana con Roberto Battiston. “Una volta l’Asi faceva solo software e radar per satelliti, poi ha cominciato a investire anche nella progettazione di materiali da portare nello Spazio per migliorare le performance”. La Space Economy è un settore molto dinamico. “Con l’esperienza diretta che ho con Virgin Galactic e con Axiom Space posso dire che c’è una grande differenza tra come si muove l’economia e il modo di pensare statunitense ed europeo. Negli Stati Uniti parliamo di ditte americane, mentre in Europa siamo ancora legati alle agenzie nazionali o europee”. Lo Spazio di cui si parla è la bassa orbita: dai 100 chilometri alla zona “Leo” (Low earth orbit), quindi fino alla stazione orbitale.

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IL RICERCATORE

“La nuova corsa alla Luna sta riflettendo lo scenario dei conflitti internazionali” Alessandro Gili è ricercatore dell’Ispi e curatore del report “The Sky Is Not the Limit. Geopolitics and Economics of the new space race”. Ha spiegato come il controllo geopolitico dello Spazio stia riflettendo l’attuale situazione internazionale. Perché è diventato così importante il controllo dello Spazio negli ultimi anni? “Lo Spazio è sempre più centrale nel quadro del più ampio confronto geopolitico per ragioni di competizione generale. La prima corsa allo Spazio, dalla fine degli anni cinquanta alla prima metà degli anni settanta, era centrale per definire il ruolo di superpotenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi la corsa significa possedere capacità tecnologiche e industriali tali per poter accedere ad un nuovo dominio di confronto geopolitico e di esplorazione”. Quali potrebbero essere i vantaggi? “La presenza nello Spazio ha profonde implicazioni tecnologiche, con la fornitura di servizi essenziali per i propri Paesi, quali connettività, applicazioni per l’agricoltura, monitoraggio infrastrutturale e mitigazione dei disastri. Si sta rapidamente sviluppando una nuova economia dello Spazio che, attraverso la rapida ed esponenziale riduzione dei costi di lancio, permetterà sempre più soluzioni tecnologiche e industriali. Chi sono gli attori globali che si trovano a competere e collaborare nella nuova corsa allo Spazio? “La Luna, attualmente, sembra essere il prossimo passo del confronto geopolitico nello Spazio. Da una parte, Stati Uniti, insieme a molti altri Paesi occidentali e del Golfo si sono impegnati nel programma targato NASA Artemis, che prevede un ritorno dell’uomo sulla Luna entro il 2026, per poi procedere alla costruzione di una base cislunare e alla presenza stabile sulla Luna, con la prospettiva di andare verso Marte”. E dall’altro lato? “Dall’altra parte, Cina e Russia sono impegnate nella costruzione di una stazione permanente di ricerca sulla Luna entro il 2036. L’idea della Cina di costruire alleanze è centrale anche nel quadro della Stazione spaziale Tiangong, che diverrà uno strumento geopolitico cruciale, soprattutto dopo lo smantellamento dell’ISS all’inizio del prossimo decennio”. Stanno emergendo anche altri attori globali? “L’India ha lanciato una nuova strategia spaziale lo scorso anno, aprendo al settore privato, e nell’agosto 2023 è diventata il quarto Paese a far atterrare un veicolo spaziale sulla Luna. Nel Golfo, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sono impegnate in prima linea nell’accesso autonomo allo Spazio. L’Ue, d’altro canto, sta cercando di recuperare un accesso autonomo allo Spazio, un obiettivo essenziale per rima-

nere competitivi nella corsa. Infine, non si può trascurare il ruolo del settore privato, sempre più centrale. Gli ultimi conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno portato cambiamenti? “Hanno dimostrato come le tecnologie spaziali siano centrali per migliorare le informazioni sul campo e le comunicazioni Attraverso le immagini satellitari, infatti, è possibile ottenere informazioni sul teatro bellico, individuare target e organizzare sistemi di difesa. Perché è necessario un campo di gioco equo e una collaborazione tra tutti gli attori globali nel controllo dello Spazio? “Il più importante trattato internazionale sullo Spazio, l’Outer Space Treaty, risale al 1967. Ora sono necessarie regole più chiare a livello internazionale. Bisogna evitare la proliferazione di leggi spaziali nazionali in contrasto tra loro, senza una base comune poggiante su regole di diritto internazionale. Lo Spazio è terreno di competizione, ma deve necessariamente anche essere luogo di cooperazione, considerando le sfide derivanti dall’esplorazione e per affrontare crisi sulla Terra, come quella climatica”. (s.r.)

ALESSANDRO GILI Ricercatore Ispi. Foto di Luca Puzzangara, Ispi Comunicazione


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Lumsanews n. 12 del 15 febbraio 2024 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu