L’inchiesta
Il caso
Villa Borghese ostaggio dei risciò
Strade killer, cresce il numero di morti
di NICCOLÒ MAURELLI
di MARTINA VIVANI
A PAGINA 8
Il focus
L’ombra del terrorismo sul turismo musicale
di RAFFAELE ROSSI A PAGINA 10
PERIODICO NUMERO VI 30/10/2023
Precari e sottopagati I giovani lasciati indietro
Contratti a termine, part-time involontario, salari bassi
di ALESSANDRA BUCCHI
Il dibattito
Carne sintetica la battaglia del nuovo cibo di ALESSANDRO RAELI
La “carne sintetica” è dannosa per l’uomo o è un’opportunità a livello economico e ambientale? Sarà un elemento chiave per la risoluzione dei problemi legati all’impatto che l’industria della carne porta con sé? Questi sono alcuni dei dubbi sul tema, controverso, della carne coltivata (o colturale). E mentre molti Paesi osservano con attenzione il fenomeno, studiano le prospettive future e si preparano per non farsi cogliere impreparati, il governo italiano ha già le idee chiare e ne vieta la produzione.
Le interviste
L’esperta “È un prodotto biologico sostenibile”
ALLE PAGINE 2-3 di MADDALENA LAI
Negli ultimi dieci anni la popolazione detenuta nelle carceri italiane è diminuita. In proporzione gli stranieri delinquono più degli italiani, ma il dato è in fase decrescente rispetto all’ultimo decennio. Anche i timori degli italiani in merito sembrano essersi ridimensionati. Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, solo il 4,7% infatti indica l’eccessiva presenza di immigrati come causa di diffusione dei fenomeni criminali nel Paese. Eppure, sia per i media che per la propaganda di un certa parte politica, i reati compiuti da stranieri sembrano essere uno dei problemi principali del Paese.
ALLE PAGINE 4-5
L’associazione “Rischi per alimenti a base cellulare”
ALLE PAGINE 6-7
Calano i detenuti stranieri I numeri di un fenomeno di mancata integrazione e devianza sociale
il caso
PAGINA 2
Giovani in cerca di futuro La piaga del precariato e delle paghe basse
S
di ALESSANDRA BUCCHI
ottopagati, in bilico tra un rinnovo contrattuale e un altro. Spesso in nero e senza la possibilità di fare piani di vita a lungo termine, di chiedere un mutuo o di pensare di avere un bambino. E’ la condizione dei nuovi precari: almeno un giovane su cinque in Italia non riesce a entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
Le storie Silvia (nome di fantasia) ha 29 anni. Dopo un contratto di apprendistato di circa tre anni come commessa in una catena di abbigliamento, si è trovata improvvisamente senza lavoro. “Non possiamo assumerti”, le ha detto il direttore del negozio, che però dopo 30 giorni l’ha richiamata per proporle una sostituzione estiva con contratto a chiamata per tre mesi. “Ho fatto tanti colloqui, ma non ho trovato nessuno che ti sostituisca", si è sentita dire. “Il lavoro c’è”, spiega Silvia, “il problema è che preferiscono fare contratti brevi perché alle aziende costa meno. Così però cambiano tanti dipendenti che devono essere continuamente formati”. Silvia convive con il suo compagno Andrea, attualmente disoccupato dopo che l’azienda per la quale lavorava ha terminato i periodi di rinnovo contrattuale senza procedere poi ad assumerlo. “Non possiamo neanche chiedere un finanziamento per l’auto. Un mutuo per la casa poi è impensabile”, raccontano. I due, ormai da qualche tempo, vorrebbero diventare genitori. Un obiettivo però ancora lontano. “Ora possiamo pagare l’affitto, forse tra sette-otto mesi non saremo in grado di farlo. Come possiamo crescere un figlio?”. Martina, invece, di anni ne ha 27, una laurea in Sociologia e politiche sociali e il sogno di lavorare nelle associazioni antimafia. Il giorno della discussione della sua tesi aveva già le valigie pronte. Si è trasferita dall’Umbria alla Sicilia, dove ha iniziato a collaborare con un'associazione che combatte il crimine organizzato. Dopo un tirocinio e un anno di servizio civile, oggi Martina non ha nessun contratto, ma continua a lavorare sempre per la stessa associazione. “Il mio ultimo stipendio mi è stato consegnato in contanti direttamente dentro una busta”, spiega. “Vorrei avere la certezza che lo stipendio arrivi ogni mese. Vorrei avere tutele e diritti. Vorrei poter dire che sto mettendo dei risparmi da parte e non dover fare più di un lavoro per vivere serenamente”, racconta Martina quando le chiediamo di parlarci dei suoi sogni per il futuro. Martina non vuole andare all’estero, ma raggiungere i suoi obiettivi in Italia. Chi, invece, è già partito è Lorenzo che sta facendo un dottorato al Cern di Ginevra. “Vorrei tornare in Italia” spiega Lorenzo, “ma i fondi per la ricerca nel nostro Paese sono pochi e le condizioni di un dottorando in Italia non sono paragonabili a quelle della Svizzera”.
I dati Queste sono solo alcune delle tante storie che accomunano i giovani in Italia. Secondo l’Istat i contratti a tempo determinato dal 2004 ad oggi sono quasi raddoppiati passando da 1.895.000 a 3.045.000. Tut-
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Ora possiamo pagare l’affitto, forse tra sette-otto mesi non saremo in grado di farlo. Come possiamo crescere un figlio? Martina
Il mio ultimo stipendio mi è stato consegnato in contanti direttamente dentro una busta
tavia nelle statistiche non vengono ricompresi altri tipi di contratti precari. Il Rapporto sul precariato dell'Inps del 19 ottobre 2023 rileva una diminuzione delle assunzioni da parte di privati ma allo stesso tempo una crescita di lavoro intermittente (+3%) e stagionale (+2%). Il problema della precarietà lavorativa è stato anche sollevato da Ignazio Visco, governatore uscente della Banca d'Italia nella relazione Considerazioni Finali del Governatore. “La percentuale di giovani che dopo cinque anni ancora si trovano in condizioni di impiego a tempo resta prossima al 20%” ha detto Visco. “Troppi non hanno un’occupazione regolare o non si vedono riconosciute condizioni contrattuali adeguate”, ha aggiunto. Stefano Giubboni, docente ordinario di Diritto del lavoro all’università di Perugia, spiega a Lumsanews perché il precariato cresce in Italia. “Ci sono fattori economici e sociali legati alla struttura e alle dinamiche del mercato del lavoro”, dice il professore, che sottolinea però come una grande incidenza sia dovuta ai “limiti posti dal legislatore”. Giubboni racconta come dal 2001 le istituzioni “hanno assecondato le dinamiche del mercato del lavoro” portando una “diffusione patologica dei contratti a termine”. L’uso eccessivo di questi contratti non è tuttavia l’unico sintomo di un precariato crescente, “che spesso si nasconde nel lavoro autonomo o nell’aumento del part-time involontario”. Fattori che portano a una “precarizzazione delle condizioni di lavoro” e alla “diffusione del lavoro povero”. Il problema della povertà salariale viene sollevato
anche da Gianluca Torelli, responsabile per la Cgil delle politiche giovanili. “Tante persone, pur lavorando, sono di fatto sotto la soglia della povertà” dice il sindacalista. “Il problema è quanto viene pagato il lavoro nel nostro Paese. I rinnovi contrattuali spesso arrivano dopo anni, mentre nel frattempo l'inflazione ha fatto crescere il costo della vita”. I risultati dell’ultima analisi del movimento Adesso! mostrano infatti come il 62% degli under 40 residenti a Milano spende per vivere più di quanto guadagna.
Le ripercussioni sulla società Ma quali sono gli effetti del precariato sulla società? Per Roberto Rizza, docente ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Bologna, “c’è un’insicurezza lavorativa e del reddito che si traduce nell’impossibilità di fare piani di lungo termine”. Il problema, spiega Rizza, è che chi “ha rapporti di lavoro brevi non gode di sistemi di protezione sociale”. Se infatti non si raggiungono determinati requisiti in termini lavorativi e contributivi non si può accedere alle indennità di disoccupazione. Secondo il sondaggio di Deloitte, Global GenZ and Millennial Survey 2023, in Italia 7 giovani su 10 pensano di non riuscire ad andare a vivere da soli. Anche formare una famiglia diventa molto difficile per il 71% dei Millennial e il 63% della GenZ. Eppure non è ovunque così. In Spagna nel primo semestre del 2023 i contratti stabili sono aumentati di 2,5 milioni toccando un record storico. La riforma Diaz ha mostrato come la precarietà non è per forza un carattere distintivo del mercato del lavoro del terzo millennio.
IL FOCUS
Più contratti stabili Il modello spagnolo
Il 3 febbraio 2022 in Spagna è stata approvata la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo di coalizione di sinistra e soprattutto dalla ministra del lavoro Yolanda Díaz. Tra gli obiettivi della riforma approvata dal governo di Pedro Sánchez c’era soprattutto la volontà di abbattere precariato e disoccupazione attraverso una correzione delle tipologie di contratto cercando di porre un freno al ricorso a quello determinato. I dati Eurostat certificano come il tasso di disoccupazione sia passato dal 13,2 % del febbraio 2022, all’11,5 di agosto 2023. La stretta del governo spagnolo sul lavoro a termine si articola in due mosse. Da una parte è stata abolita una tipologia di contratto precaria molto comune chiamata obra o servizio. Mentre dall’altro è stato aumentato il costo dei contratti a tempo determinato rispetto a quelli stabili. Sul lavoro permanente il governo ha allargato la possibilità di usare un tipo di contratto formalmente indeterminato ma nella sostanza molto simile al lavoro intermittente chiamato fijo discontinuo. I risultati di questa riforma sono stati immediati. I contratti di lavoro a tempo indeterminato firmati in Spagna tra gennaio e novembre 2022 sono stati oltre 6,5 milioni.
LUMSAnews
PAGINA 3
L’ESPERTO
L’Italia del paradosso. Un Paese con uno dei tassi di disoccupazione tra i più alti degli Stati Ocse, dove però le aziende lamentano di non trovare lavoratori, e dove dal 2004 a oggi i contratti a tempo sono quasi raddoppiati. Stefano Giubboni, docente ordinario di Diritto del lavoro dell’Università di Perugia spiega a Lumsanews il perché di questa situazione.
Secondo i dati Istat dal 2004 ad oggi i contratti a termine sono quasi raddoppiati, come mai? “Ci sono fattori economici sociali legati alla struttura e alle dinamiche del mercato del lavoro che sono molto differenti anche a seconda dei contesti territoriali. Certamente però i limiti posti dal legislatore all'utilizzo del contratto di lavoro a tempo hanno avuto una fortissima incidenza. Dal 2001 in poi si è intervenuti sui rapporti di lavoro temporanei in un’ottica di prevalente liberalizzazione. Le dinamiche del mercato del lavoro del sistema produttivo sono state assecondate dal legislatore che progressivamente ha aperto a un utilizzo sempre più ampio del lavoro a termine, favorendone la diffusione patologica.”
“Disoccupazione e mancanza di lavoratori il paradosso”
“Molte persone pur lavorando anche tante ore sono di fatto sotto la soglia di povertà. Si dovrebbe intervenire con il salario minimo”. Lo afferma a Lumsanews Gianluca Torelli, responsabile per la Cgil delle politiche giovanili. Per il sindacalista il lavoro in Italia non solo è precario, ma è anche mal pagato, proprio per questo una retribuzione minima sarebbe un cambiamento fondamentale C’è un problema di precariato in Italia? “In Italia c’è un’esplosione della precarietà e la tendenza a non voler stabilire dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Questi tipi di rapporti di lavoro spesso vengono subiti e non scelti come forma di elasticità o di possibilità di avere un approccio più libero al lavoro. Questo porta poi a un peggioramento della qualità di vita delle persone soprattutto quando è accompagnato a dei salari che sono bassi. Quindi non soltanto il lavoro è precario, ma è anche retribuito male.” I salari bassi sono dovuti alla mancanza di rinnovi contrattuali che sono bloccati da tempo? “I rinnovi contrattuali che spesso arrivano dopo anni, e nel frattempo l'inflazione ha fatto crescere il costo della vita. C’è però un problema che per noi è ancora più grave, quello del lavoro povero. Tante persone pur lavorando anche tante ore, di fatto sono sotto la soglia di povertà. Questi lavoratori hanno dei salari anche di tre-quattro euro l'ora. È una cosa vergognosa sulla quale si dovrebbe intervenire con l’introduzione di un salario minimo che in questo momento cambierebbe la vita a milioni di persone che potrebbero avere quantomeno uno stipendio dignitoso. Non è dignitoso lavorare per tre-quattro euro l’ora, su questo dovremmo essere tutti d'accordo, ma a quanto pare non è così.”
vorative che non riescono a essere ricoperte. Il sistema formativo effettivamente non produce quel tipo di competenze professionali che sono richieste. Questo tema è ben presente tra l'altro anche agli attori pubblici. La soluzione è difficile da trovare. Si deve elevare e mirare il livello di formazione professionale richiesti dal mercato del lavoro.”
Il lavoratore con contratto a tempo nel corso del periodo lavorativo assume delle competenze che poi però il datore non fa progredire. Le aziende non stanno perdendo la professionalità che hanno costruito nel corso del periodo contrattuale? “Non c’è dubbio che ci sia una dispersione di professionalità e un cattivo utilizzo del capitale umano. Una precarizzazione dei rapporti di lavoro e anche nemica di una valorizzazione del cosiddetto capitale umano.”
Quali sono i tipi di contratto che vengono maggiormente usati e che rendono precari i lavoratori? “C’è sicuramente un utilizzo eccessivo e patologico di rapporti di lavoro temporanei, ma anche l’uso a volte abusivo di falso lavoro autonomo. C’è infatti una sacca di precarietà che da un punto di vista tecnico giuridico va collocata nell'ambito dei rapporti di lavoro che sono formalmente di lavoro autonomo, ma non sostanzialmente. C'è anche un problema di crescita esponenziale in questi anni di part-time involontario che rappresenta un fattore di precarizzazione delle condizioni di lavoro che incide sulla diffusione del lavoro povero.”
La riforma del lavoro in Spagna ha portato a un aumento esponenziale dei contratti a tempo indeterminato. L’Italia è pronta a una riforma di questo tipo? “Se il legislatore interviene per stringere le causali sulle condizioni di utilizzo del lavoro a termine come è avvenuto nella disciplina spagnola può indurre le imprese a rivolgersi direttamente con proposte di assunzione a tempo indeterminato. In Italia evidentemente non ci sono le condizioni, perché non è negli orientamenti di questo governo incidere sull'utilizzo dei contratti a termine. L’esecutivo ha esplicitato in maniera molto chiara e precisa le sue intenzioni con il decreto ‘1° maggio’.
Le aziende oggi lamentano di non trovare lavoratori qualificati mentre, dall'altro lato, i lavoratori lamentano la mancanza di un impiego. Questo mismatch a cosa è dovuto? “È paradossale che noi abbiamo tassi di disoccupazione tra i più elevati nell'area Ocse e soprattutto di disoccupazione giovanile e di lunga durata, ma allo stesso tempo abbiamo una serie di posizioni la-
IL SOCIOLOGO
STEFANO GIUBBONI Docente ordinario di Diritto del lavoro dell’università di Perugia
Quindi c’è anche un problema salariale? “La questione salariale in Italia è stata drammatizzata in maniera molto evidente dalla riaccensione dell'inflazione. Anche la difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro è in molti casi legata alla crisi della retribuzione di offerte che sono inadeguate. In molti casi però il fenomeno della fuga all'estero dei nostri giovani migliori, più preparati, innovativi e creativi è legata al fatto che altrove trovano condizioni di impiego e di remunerazione più adeguate.” (a.b.)
Il SINDACALISTA
“Il salario minimo cambierebbe la vita a molti”
GIANLUCA TORELLI Responsabile per la Cgil delle politiche giovanili
I tirocini sono un buon metodo per i giovani per entrare nell’azienda, e per l'azienda di avere personale formato adeguatamente? “Il tirocinio sicuramente non è uno strumento che basta. Può aiutare se inserito in un contesto dove serve realmente a formare la persona, ma spesso in questo modo si maschera un rapporto di lavoro di sfruttamento. È chiaro che quel tirocinio va inserito in uno scenario complessivo di un mercato del lavoro che funziona, dove quindi c'è una spinta all'occupazione giovanile. Queste misure però hanno dimostrato di non portarci molto lontano, ma di essere soltanto delle misure tampone. Lo abbiamo visto con garanzia giovani e lo vediamo purtroppo anche oggi con le agevolazioni per l'assunzione dei giovani. Queste sono misure che potrebbero pure avere un impatto positivo solo se sono fatte dentro un sistema che in maniera strutturale funziona. Non si può pensare di risolvere il problema della disoccupazione giovanile semplicemente facendo tirocini. C'è bisogno di investimenti più strutturali che diano una spinta a tutta l’occupazione.” Le riforme intraprese dal governo Meloni si spingono verso una maggiore stabilità dei contratti? “Noi pensiamo che quello che sta facendo l’esecutivo va nella direzione opposta. Il giudizio che noi diamo ai provvedimenti del governo Meloni è negativo. Sono scelte che servono soltanto a tirare a campare per i prossimi mesi. C’è poi un’ulteriore nota di rammarico legata al fatto che invece altri Paesi europei stanno mettendo in campo politiche di segno completamente opposto. Questa è la dimostrazione del fatto che, evidentemente, si possono fare delle scelte che favoriscono le lavoratrici e i lavoratori.” (a.b.)
Insicurezza lavorativa e del reddito come cambia la società
Un’insicurezza lavorativa e del reddito che si traduce nell’impossibilità di fare piani di lungo termine, come ad esempio l’acquisto di una casa. Roberto Rizza, docente ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Bologna spiega a Lumsanews come il precariato giovanile stia cambiando la società.
Professore quali sono le conseguenze del lavoro precario in Italia? “Le conseguenze sono molto negative. Ma quel che è negativo è anche il modo con cui l'instabilità del lavoro si sviluppa e si struttura in Italia. Il precariato si concentra soprattutto sui più giovani e non è equamente distribuito lungo le classi di età. Sono quindi i più giovani che entrano al lavoro con rapporti di lavoro spesso al tempo determinato, molto brevi con carriere lavorative interrotte e frammentate. Tutto questo non può che avere delle ripercussioni molto negative. Ad esempio in Italia i giovani escono di casa tendenzialmente più tardi rispetto ad altri Paesi europei. C’è quindi un’insicurezza lavorativa e del reddito che si traduce nell’impossibilità di fare piani di lungo termine, come ad esempio l’acquisto di una casa. Chi ha rapporti di lavoro brevi, inoltre, non gode di sistemi di protezione sociale. Per esempio, se una persona non riesce a raggiungere determinati requisiti in termini lavorativi e contributivi, non può accedere alle indennità di disoccupazione nel caso in cui perda il lavoro. Le persone con rapporti di lavoro instabili generalmente non hanno nessun tipo di identità.”
L’insicurezza lavorativa si traduce quindi in insicurezza della protezione sociale? “Esattamente. Le protezioni sociali garantite da interventi di compensazione del reddito non sono garantiti nel caso in cui il soggetto abbia avuto un rapporto di lavoro molto breve, in quanto non riuscito a maturare i requisiti necessari per poter accedere ai sistemi di protezione sociale.”
Ma è sempre stato così? “La disoccupazione giovanile è sempre stata più alta rispetto a quella dei lavoratori adulti. Quindi questo effetto ‘della debolezza giovanile’ è strutturale. I contratti di lavoro a breve termine sono invece esplosi più o meno alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso. Questa esplosione è coincisa con cambiamenti nella legislazione che hanno reso possibile per le imprese soprattutto nella fase di assunzione, di stipulare con più frequenza e con meno ostacoli contratti di questo tipo. C’è stata una deregolamentazione dei contratti di lavoro per così dire. Questi tipi di contratto si sono poi concentrati maggiormente sui giovani e non sugli adulti, perché i rapporti di lavoro a termine da quel momento in avanti sono stati stipulati soprattutto come prima forma di ingresso e di inserimento.” (a.b.)
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Alessandra Bucchi, Maddalena Lai, Niccolò Maurelli, Alessandro Raeli, Raffaele Rossi, Martina Vivani
Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
l’approfondimento
Detenuti stranieri tanti, ma meno di dieci anni fa PAGINA 4
N
di MADDALENA LAI
egli ultimi dieci anni la popolazione detenuta nelle carceri italiane è diminuita. In proporzione gli stranieri delinquono più degli italiani, ma il dato è in fase decrescente rispetto all’ultimo decennio. Anche i timori degli italiani in merito sembrano essersi ridimensionati. Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, solo il 4,7% infatti indica l’eccessiva presenza di immigrati come causa di diffusione dei fenomeni criminali nel Paese. Eppure, sia per i media che per la propaganda di un certa parte politica, i reati compiuti da stranieri sembrano essere uno dei problemi principali del Paese.
I numeri di un fenomeno Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 marzo 2023, il totale degli stranieri nelle carceri italiane è di 17.676 persone. Rispetto al totale della popolazione detenuta - che ammonta a 56.674 unità - si tratta del 31,3% del totale. Sempre secondo il ministero della Giustizia, al 27 luglio 2013 gli stranieri in stato di detenzione erano 22.874 su una popolazione carceraria totale di 65.163. Si trattava, dunque, del 35,10%. Il dato, in calo, appare ancor più significativo se rapportato al totale della popolazione straniera regolarmente residente in Italia. La popolazione straniera censita e residente in Italia, al 1° gennaio 2013, era di 4.387.721 persone, mentre il dato al 1° gennaio di quest’anno è di 5.050.000 presenze. La percentuale di stranieri detenuti in rapporto alla popolazione straniera residente sul territorio era dunque - dello 0,5% nel 2013, mentre si attesta ora allo 0,35%. Il dato può essere poi posto in relazione con il numero di cittadini italiani detenuti. Su una popolazione di 53.800.000 milioni di italiani residenti, al 1° gennaio 2023, 38.998 si trovano in stato di detenzione. Si tratta, dunque, dello 0,07% della popolazione. Al 31 dicembre 2013, invece, su 55.882.668 italiani residenti sul territorio, erano 42.298 quelli in stato di detenzione (lo 0,08%). In sintesi i numeri dicono indubbiamente che gli stranieri, tenuto conto della popolazione residente, in proporzione compiono più reati degli italiani, ma che il fenomeno rispetto a dieci anni fa è in calo.
Mancata integrazione e devianza sociale Al di là dei numeri e statistiche, sembra esserci un legame tra la mancata integrazione dei migranti che arrivano in Italia e la loro tendenza a mettere in essere condotte illegali. Come evidenzia Oliviero Forti (responsabile delle politiche migratorie e della protezione internazionale della Caritas italiana), lo straniero che delinque generalmente lo fa “non perché voglia arricchirsi, ma perché si trova in una condizione di marginalità e cerca degli espedienti per sopravvivere”. “Il modello dell’accoglienza”, continua Forti, “dovrebbe essere diffuso sul territorio” e soprattutto sostenuto da investimenti statali, che, in questo senso, mancano. Il sistema dell’accoglienza, nella misura in cui funziona, si fonda perlopiù sulle attività del terzo settore, in cui spiccano esperienze virtuose che, tuttavia, come rimarcato da Forti, “non sono istituzionalizzate e non fanno sistema”. Un sistema che, alle condizioni attuali, costa allo Stato più di quanto costerebbe un investimento di lungo termine per rendere effettivamente efficace e funzionante la prima accoglienza. Nessun governo negli ultimi anni, né di destra né di sinistra, si è mai speso per interventi programmatici a lungo termine e la narrazione prevalente si è sedimentata sull’idea dell’emergenza. La vita degli stranieri in carcere A restituire un’immagine precisa di quanto siano difficili le condizioni di vita dei detenuti ci ha pensato più volte la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha evidenziato che la violazione dei loro diritti fondamentali non è “conseguenza di episodi isolati”, ma “un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano”. Un malfunzionamento che, come spiega a LumsaNews la criminologa psicoforense Mariangela De
Vecchis, “si acuisce ulteriormente nel caso dei detenuti stranieri”. Il primo ostacolo, per loro, è quello linguistico. Per legge i detenuti dovrebbero avere gli atti del processo e qualsiasi provvedimento a loro carico tradotti nella loro lingua madre, ma questo molto spesso non accade. “Molti impiegano del tempo a comprendere cosa gli sta accadendo” continua De Vecchis, “anche per l’assenza di un numero sufficiente di mediatori culturali”, che spieghino al detenuto straniero la sua situazione e il contesto del carcere in cui va ad inserirsi.
Le politiche del governo Meloni Sulla scia dello slogan “rimandiamoli a casa loro”, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha ipotizzato accordi con i Paesi d’origine dei detenuti
17.676 (30,1%)
detenuti stranieri (2023)
22.874 (35,10%)
detenuti stranieri (2013)
4,7% degli italiani teme
criminalità degli immigrati
stranieri, affinché questi ultimi scontino lì la pena. Nelle intenzioni del governo queste intese dovrebbero alleggerire la situazione di sovraffollamento nelle carceri. Ma è una strada fattivamente praticabile? Secondo Gaia Caneschi, docente di Diritto penitenziario all'Università degli studi di Milano, la proposta del governo, allo stato attuale, “è embrionale” e soprattutto si scontra con due problemi principali. Il primo è che, per il diritto internazionale, “la pena deve essere eseguita nel Paese dove il reato è stato commesso e dove l’imputato è stato condannato”. Il secondo è che - ammesso che l’Italia riesca a stipulare accordi per il rimpatrio dei detenuti con il loro Paese d’origine - gli accordi dovrebbero garantire “gli standard minimi di tutela e rispetto dei diritti fondamentali".
LUMSAnews
PAGINA 5
LA CRIMINOLOGA DE VECCHIS FORTI (CARITAS ITALIANA)
“Dall’alimentazione alla libertà di culto ai corsi professionali per loro è tutto più difficile” La vita in carcere è tutto fuorché semplice, ancor di più per gli stranieri. Nella vita penitenziaria di un detenuto straniero l’esercizio dei diritti fondamentali della persona è complesso perfino negli aspetti più semplici e banali, così scontati nella nostra quotidianità di persone libere. A spiegarlo a LumsaNews è la criminologa psico-forense Mariangela De Vecchis.
Quanto cambia la vita di un detenuto straniero rispetto a quella di un detenuto di nazionalità italiana? “Cambia tutto. Cambia l’alimentazione, la possibilità di praticare la propria religione o le attività ricreative alle quali possono accedere. Senza considerare l’ostacolo linguistico.”
Inizierei dall’alimentazione. “Da ordinamento penitenziario ogni detenuto ha diritto ad avere un’alimentazione adeguata al sesso, al momento evolutivo e alla religione. L’offerta fornita al detenuto, però, è già di per sé molto limitata e non riesce a rispettare esigenze come intolleranze, allergie alimentari o il diabete. Nel caso degli stranieri questa mancanza è ancora più evidente. Pensiamo, per esempio, al Ramadan. In molti istituti viene rispettato. Molto spesso, però, ci sono istituti in cui il detenuto deve organizzarsi autonomamente nella propria cella. Quindi nella camera di pernottamento mette il classico fornello da campo e, se se lo può permettere, compra il sovra-vitto. In caso contrario, si deve accontentare di prendere il cibo dal vitto che passa tre volte al giorno, mangiandolo, magari gelato, dopo che cala il tramonto. Quello alimentare, è un problema che riguarda, in misura diversa, tutte le confessioni.” La libertà di culto, invece, come funziona? “Per i cattolici è molto più semplice. Ogni carcere prevede la figura del cappellano che, nel nostro ordinamento, è un dipendente dell’amministrazione penitenziaria regolarmente stipendiato e ha un ruolo centrale. Il cappellano ha la possibilità di organizzare delle attività, di girare indisturbato per tutte le sezioni del carcere - anche quelle di massima sicurezza o dei detenuti in 41bis - senza bisogno di una qualche autorizzazione speciale. Un buon cappellano, quando assume un ruolo pedagogico positivo, fa davvero la differenza.”
Funziona così anche per i ministri degli altri culti religiosi? “No, se un detenuto vuole assistenza religiosa da un altro ministro di culto, ci sono due possibilità. Se lo Stato italiano ha stipulato un’intesa con il ministro di quella confessione religiosa, il ministro entra in carcere come volontario a seguito di una specifica richiesta del detenuto, che viene poi esaminata e approvata dal direttore dell’istituto a seguito di specifici controlli. Se, invece lo Stato italiano non ha un’intesa con una data confessione, come nel caso dell’Islam, il procedimento si complica ulteriormente. Oltre a tutte queste pratiche, infatti, è necessaria anche un’autorizzazione ad personam data dal ministro dell’Interno ad ogni singolo ministro. Questo diventa problematico dal momento in cui si considera che i mussulmani in carcere sono moltissimi.”
In che modo l’ostacolo linguistico incide sulla vita del detenuto straniero? “Quello linguistico è un ostacolo enorme. Per legge ogni detenuto ha diritto a un’adeguata assistenza legale sia in fase processuale sia all’interno della struttura, ma nella realtà spesso il detenuto straniero che non conosce l’italiano non ha neanche idea di cosa gli stia accadendo, in quanto non ha gli atti del processo tradotti nella propria lingua, né nessuno si preoccupa di spiegarglieli. Nell’80% dei casi non c’è un mediatore culturale che li aiuti a capire la differenza tra la cultura dalla quale provengono e la subcultura detentiva nella quale si stanno inserendo.”
Dunque la mancata conoscenza della lingua italiana compromette anche la loro assistenza legale. “Assolutamente si. Non voglio generalizzare, ma molto spesso gli stranieri in carcere non hanno una
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Ad accompagnare i migranti durante i loro viaggi, spesso difficili e pericolosi, è il sogno di una vita migliore, che rischia di infrangersi non appena arrivano in Italia. Il naufragio del loro sogno migratorio è l’inizio, talvolta, di una devianza sociale che li porta ad intraprendere comportamenti illegali pur di sopravvivere. Ad approfondire il tema per LumsaNews è Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Politiche Migratorie e Protezione Internazionale di Caritas Italiana.
Sulla base della sua esperienza c’è un rapporto tra la mancata integrazione degli immigrati che arrivano in Italia e un’eventuale tendenza a mettere in atto condotte illegali? “Si, assolutamente. Sia i dati che l’esperienza confermano che la mancata integrazione sociale, l’assenza di un alloggio adeguato, dinamiche di forte discriminazione sul posto di lavoro – nel quale o si è rifiutati o si è costretti ad accettare lavori sottopagati o, talvolta, in condizioni di semi schiavitù – portano queste persone a reagire, finendo spesso nel penale. In assenza di una cornice sociale in grado di proteggere queste persone, coloro che delinquono, quantomeno per le fattispecie penali più comuni, lo fanno perché provengono da ambienti degradati dal punto di vista materiale”.
MARIANGELA DE VECCHIS criminologa psico-forense
CULTURA
I detenuti stranieri spesso non sono affiancati da un mediatore culturale che li aiuti a capire la subcultura detentiva
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“L’integrazione sociale dei migranti è essenziale per prevenire la devianza e la criminalità”
RELIGIONE
I ministri dei culti che non hanno un’intesa con lo Stato italiano devono ricevere autorizzazione dal ministro dell’Interno disponibilità economica che gli consenta di pagare un avvocato. Dunque necessitano di accedere al gratuito patrocinio, ma nella pratica il non conoscere la lingua impedisce loro di fare richiesta o di cercare un avvocato. Spesso sono gli altri detenuti ad aiutarli nelle pratiche burocratiche e legali. In questo senso la solidarietà è fortissima”.
L’ordinamento penitenziario però prevede dei corsi scolastici e di alfabetizzazione primaria. “Si, il problema principale in questo senso è la continuità. Tutti gli istituti penitenziari cercano di garantire la scuola elementare. Però occorrono fondi per pagare gli insegnanti, altrimenti si è costretti a fare affidamento sul volontariato dei docenti e spesso si fa fatica a garantire tutte le classi di un ordinamento scolastico. La mancata continuità scolastica è un ostacolo importante all’apprendimento della lingua italiana.” m.l.
L’integrazione è, dunque, un passaggio cruciale per tentare di prevenire queste condotte. “L’integrazione è un tema cruciale anche se purtroppo sempre più marginalizzato nel dibattito politico. Ci si concentra sempre sul tema dell’emergenza dell’ultima ora, ma la vera tematica è come creare le precondizioni affinché queste persone, una volta giunte in Italia, possano trovare un sistema in grado di accoglierle, anche quando entrano nel Paese in modo irregolare. Coloro che arrivano sapendo che andranno verso il Nord Europa, in Paesi in cui lo stato sociale è molto forte, si integrano meglio e tendono a delinquere di meno. In Italia manca una prima accoglienza, mancano gli investimenti in questo senso e le conseguenze si vedono tutti i giorni.”
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OLIVIERO FORTI Caritas Italiana
POVERTÀ
Non accogliere i migranti significa portarli a A cosa può portare l’assenza di una buona prima compiere reati minori accoglienza? “Non accoglierli significa portarli a compiere reati la cui causa, spesso, non è minori, la cui causa, spesso, non è altro che la povertà. Queste persone, nella maggior parte dei casi, altro che la povertà
non delinquono perché vogliono arricchirsi, ma solo perché si trovano in una condizione di marginalità e cercano degli espedienti per sopravvivere. Lo Stato dovrebbe investire in questo senso. Non farlo, sul lungo termine, ha un costo economico anche maggiore.”
Quali? “Se ne parla poco, ma, per esempio, l’allungamento dei tempi della detenzione amministrativa nei CPR ha dei costi molto elevati. Per evitarli bisogna trovare delle soluzioni rapide e funzionali. Riportarli nei Paesi d’origine non è una soluzione percorribile. L’unica soluzione praticabile è investire nell’integrazione, costruendo reti sociali e comunitarie, come fanno da tempo la Caritas e tante altre realtà del terzo settore. Ci sono tante esperienze in atto da anni che funzionano, ma sono isolate, non istituzionalizzate e, per questo, non fanno sistema”.
Quale sarebbe, secondo lei, il modo corretto di procedere? “Il modello dell’accoglienza deve essere diffuso sul territorio, non si può concentrare nei grandi centri, in cui i rischi di conflittualità e di devianza sociale sono maggiori. Mi fa paura quando sento parlare di accogliere i migranti in grandi caserme dismesse, perché in passato abbiamo visto che mettere insieme persone provate da un lungo viaggio e non sempre disposte a mediare può creare diversi problemi. L’accoglienza diffusa permette un maggior controllo sociale: gli immigrati, nella maggior parte dei casi, sono conosciuti e sostenuti dalla comunità in cui vivono.”
Quanto è difficile, invece, la reintegrazione di un detenuto straniero nella società civile dopo che
“
ACCOGLIENZA
Il modello dell’accoglienza deve essere diffuso sul territorio per evitare il rischio di conflittualità e devianza sociale ha finito di scontare la sua pena? “La reintegrazione di un detenuto nella società civile è sempre problematica, ma rispetto a un detenuto straniero, un detenuto italiano ha sempre un vantaggio: la presenza familiare sul territorio, che, nella maggior parte dei casi, costituisce una rete di protezione. Lo straniero, la maggior parte delle volte, si trova da solo. Per questo motivo – e questo aspetto merita di essere sottolineato – si tende a favorire la migrazione familiare piuttosto che la migrazione di uomini soli. L’uomo straniero solo è quello più rappresentato tra la popolazione carceraria. Quando si hanno una famiglia o dei figli, si tendono ad evitare maggiormente condotte potenzialmente pericolose. m.l.
il dibattito
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La carne che divide scienza e politica
Campioni di carne coltivata esaminati in laboratorio | FOTO ANSA
L
di ALESSANDRO RAELI
a “carne sintetica” è dannosa per l’uomo o è un’opportunità a livello economico e ambientale? Sarà un elemento chiave per la risoluzione dei problemi legati all’impatto che l’industria della carne porta con sé? Questi sono alcuni dei dubbi sul tema, controverso, della carne coltivata (o colturale). E mentre molti Paesi osservano con attenzione il fenomeno, studiano le prospettive future e si preparano per non farsi cogliere impreparati, il governo italiano ha già le idee chiare e ne vieta la produzione.
La posizione del governo e di Coldiretti “L’Italia è la prima nazione al mondo a dire no” alla carne coltivata. Parola del ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida che - insieme al ministro della Salute Orazio Schillaci - ha proposto, nel marzo del 2023, il disegno di legge contro la carne coltivata. Una decisione netta che si basa sul principio di precauzione. Il provvedimento - in sostanza - vieta la produzione, la consumazione e il commercio di cibi e mangimi sintetici. Una posizione ampiamente sostenuta anche da Coldiretti. Con un “volantino” - diffuso online - anche la maggiore associazione di rappresentanza dell'agricoltura italiana dice “no” alla produzione di questo nuovo cibo. Secondo Coldiretti la carne coltivata sarebbe “un prodotto rischioso per la salute umana perché - spiega Riccardo Fargione, esponente di Coldiretti - questi prodotti di laboratorio sono realizzati con un mix di ingredienti e di fattori esogeni di crescita di dubbia sicurezza per la salute umana”. Non la pensa allo stesso modo l'opposizione. Parlando con Lumsanews, Alessandro Caramiello - deputato e capogruppo del Movimento 5 Stelle nella XIII Commissione Agricoltura - definisce il provvedimento “una decisione da Medioevo” con cui il governo “sta ponendo un freno all’innovazione e alla ricerca pubblica”.
Le diverse posizioni scientifiche sulla carne coltivata La carne colturale è il risultato di un processo di coltivazione cellulare - spiega la biotecnologa Nike Schiavo - svolto in laboratorio su cellule animali staminali. Si tratta di cellule che possono generare una grande varietà di tessuti animali. “Tra i vantaggi - aggiunge Schiavo - le analisi di sostenibilità sono abbastanza uniformi nell’indicare la carne coltivata come prodotto più sostenibile”. La produzione di carne coltivata permetterebbe anche una limitazione degli allevamenti intensivi, responsabili - secondo i dati della European Environment Agency - di circa il 65% di queste emissioni. Inoltre, il 44% delle emissioni del bestiame sono sotto forma di metano.
L’Italia vieta la coltivazione per la scienza è più etica e sostenibile Tuttavia, non si ha al momento una risposta per dire se la carne coltivata sarà un prodotto accessibile a tutti. Secondo varie analisi di società come McKinsey e Barclays, il giro d'affari della carne sintetica potrebbe arrivare a valere sino a 450 miliardi di dollari nel 2040, ossia il 20% del mercato globale della carne. La decisione del governo - secondo Schiavo - avrà delle conseguenze sulla ricerca e, se non dovesse essere pubblica, la tecnologia rischierebbe di rimanere solo in mano a chi ha i mezzi e i soldi per svilupparla. A ogni modo, la carne coltivata dovrà prima dimo-
strare di non essere dannosa per la salute e per farlo dovrà superare tutte le verifiche necessarie per l’approvazione da parte dall’Efsa, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. Esistono, tuttavia, anche studi scientifici che sostengono la nocività di questo cibo. Secondo il report pubblicato da Food & Water Watch - una Ong con oltre tre milioni di sostenitori - durante la lavorazione vengono utilizzati altri materiali pericolosi, dai materiali per impalcature su cui le cellule proliferano ai prodotti chimici disinfettanti, che possono anche lasciare
residui nel prodotto finale.
La questione legata alla terminologia Carne coltivata, carne colturale, carne in vitro. Sono tante le denominazioni con cui si fa riferimento alla carne a base cellulare prodotta in laboratorio. Fra tutte ha però preso piede forse quella meno precisa dal punto di vista scientifico, ovvero l’espressione “carne sintetica”. “Per sintetico si intende un qualcosa ottenuto per sintesi chimica”, spiega ancora la biotecnologa. “La carne coltivata deriva invece da un processo di coltivazione delle cellule ed è un processo biologico”. Anche la FAO - l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura - si è espressa sul tema, cruciale, della terminologia. In un report intitolato “Aspetti di sicurezza alimentare degli alimenti a base cellulare” vengono indicate le terminologie utilizzate in ambito di ricerca. A pagina 7 dello studio si evince che la comunità scientifica utilizza varie denominazioni, dove quella “sintetica” risulta molto poco utilizzata, mentre il termine più usato in ambito scientifico è “cultured” (sinonimo di “coltivata“). Ma come viene presentato al grande pubblico il tema della carne sintetica? Secondo Massimo Cerofolini giornalista e conduttore radiofonico per Rai Radio 1 - in Italia “la linea intrapresa da Coldiretti è molto aggressiva e si basa su un’operazione di lobbying sulle testate giornalistiche”. La carne coltivata, in Italia, non ha una buona reputazione, soprattutto a causa dei termini con cui viene presentata: si parla di “carne Frankenstein" o di carne prodotta in bioreattori di cellule impazzite. I bioreattori, tuttavia, hanno semplicemente la funzione di favorire lo scambio di gas. La pratica della “fermentazione di precisione” - come spiega l’EFSA - viene utilizzata già da anni nella produzione casearia o per produrre farmaci come l'insulina ed enzimi alimentari. Intanto, sul “volantino” di Coldiretti vi è una narrazione grafica con protagonisti dei chimici in laboratorio che armeggiano provette e becher e che indossano maschere antigas.
Cosa sta accadendo nel resto del mondo? Negli Stati Uniti la produzione di carne coltivata ha ricevuto le prime autorizzazioni. La Food and Drug Administration - l'agenzia federale che si occupa di regolamentare farmaci, terapie e prodotti alimentari - ha ritenuto sicuro per l’essere umano la consumazione di carne coltivata prodotta da due startup: Good Meat e Upside Foods. Ma il primo Paese al mondo ad aver dato l’ok alla vendita di carne coltivata è stato Singapore. In molte nazioni il fenomeno è stato accolto con favore, in particolar modo dalla fascia più giovane. Ora non resta che attendere il parere definitivo delle autorità alimentari europee.
LUMSAnews
PAGINA 7
Negli Stati Uniti la carne coltivata ha ricevuto il via libera della Food and Drug Administration. In Europa si attende il parere definitivo delle autorità alimentari europee
FAVOREVOLE
CONTRARIO
“ Sbagliato dire no a un cibo sostenibile e anche biologico”
Questione lessicale
Carne coltivata, carne colturale, carne in vitro e carne a base cellulare. Sono varie le denominazioni utilizzate per definire questo nuovo prodotto. Secondo un recente report della FAO, il più utilizzato dalla comunità scientifica è il termine “coltivata” (o colturale). Il termine “sintetica”, invece, viene utilizzato molto raramente.
Il divieto del governo Il disegno di legge sulla carne coltivata era stato presentato nel Consiglio dei ministri lo scorso 28 marzo dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il provvedimento - in sostanza - vieta la produzione, la consumazione e il commercio di cibi e mangimi sintetici nel territorio italiano.
Il giro d’affari
Secondo varie analisi di società di consulenza manageriale oome McKinsey e Barclays, il giro d’affari della produzione e della commercializzazione della carne coltivata potrebbe arrivare a valere sino a 450 miliardi di dollari nel 2040. Se le previsioni saranno rispettate, la carne coltivata occuperà il 20% del mercato globale della carne.
Gli studi sulla produzione della carne coltivata continuano incessantemente. In alcuni Paesi è già stata avviata la produzione e la commercializzazione di questo prodotto mentre in Italia il governo ha deciso di vietarle. Abbiamo intervistato Nike Schiavo, ricercatrice dell’Università di Trento e biotecnologa di Bruno Cell, startup italiana che studia la produzione di carne coltivata. Può spiegarci come avviene, in sintesi, il processo di produzione della carne coltivata? “Si parte dal prelevare un campione di cellule animali attraverso una biopsia, ovvero una puntura di circa 500 mg di cellule. In genere vengono scelte le cellule che crescono più velocemente. Alle cellule viene poi somministrato un liquido nutritivo - chiamato anche medium o brodo di coltura composto da zuccheri, vitamine, aminoacidi, grassi e micronutrienti. In questo modo le cellule sono in grado di duplicarsi. Una volta ottenuta questa massa di cellule - che crescono all’interno di un bioreattore - si cerca di farle differenziare. In questo modo le cellule diventano fibre muscolari o tessuto adiposo”. Quale è il compito di un bioreattore? “I bioreattori, o fermentatori, sono delle specie di bussolotti che hanno la funzione di favorire lo scambio di gas e mescolano tutti gli “ingredienti” del medium. Questo per far sì che tutte le cellule abbiano un giusto apporto di nutrienti. Il bioreattore, inoltre, riscalda l’ammasso di liquido di cellule ottenuto per mantenere la temperatura adatta per la proliferazione delle stesse. In altri termini, il bioreattore va a sostituire quello che è il sistema circolatorio e respiratorio che qualsiasi animale ha. I bioreattori vengono utilizzati anche per prodotti come la birra o lo yogurt”. È giusto chiamare questo prodotto con la denominazione "carne sintetica"? “In Italia ha preso piede l’espressione “carne sintetica” che è del tutto sbagliata. Fuori dal nostro Paese nessuno utilizza questa denominazione. Si tratta più che altro di una questione derivante da linee politiche che si sono sviluppate in tempi recenti. L’espressione è errata anche dal punto di vista lessicale. Per sintetico si intende un qualcosa ottenuto per sintesi chimica. La carne coltivata deriva da un processo di coltivazione delle cellule ed è un processo biologico”. Quali vantaggi porterebbe la produzione della carne coltivata? “Tra i vantaggi, le analisi di sosteNIKE SCHIAVO nibilità - conosciute anche come Ricercatrice e biotecnologa dell’Università di analisi del ciclo di vita - sono abbaTrento e collaboratrice di Bruno Cell stanza uniformi nell’indicare la carne coltivata come prodotto più sostenibile. Questo perché si ha un risparmio di terra, di energia e minori produzioni di CO2. Non è ancora chiaro se il consumo d’acqua sarà minore rispetto al consumo che se ne fa attualmente. A mio avviso si potrebbe parlare di aspetti vantaggiosi anche per quanto riguarda la sicurezza: il processo di produzione di carne coltivata è strettamente regolato e controllato”. Quali potrebbero essere invece gli svantaggi? “Gli studi sono in continua evoluzione. Non è ancora chiaro se questo prodotto sarà un cibo per “ricchi o poveri”. La distinzione non vale solo per i Paesi, ma anche per gli abitanti di una singola nazione. Non abbiamo al momento una risposta per dire se la carne coltivata sarà un prodotto accessibile a tutti”. La decisione del governo di vietare la produzione di carne sintetica rischia di avere delle ripercussioni negative per la ricerca italiana? “Il fatto che un prodotto venga “bandito” dalla produzione e dalla commercializzazione potrebbe allontanare gli investitori, sia italiani che stranieri. L’altro problema è che non vedremo fondi pubblici che possano finanziare la ricerca. Se la ricerca non è pubblica la tecnologia rimane solo in mano a chi ha i mezzi e i soldi per svilupparla. Se la commercializzazione di questi prodotti - vietata in Italia - verrà approvata all’interno dell’Unione Europea nasceranno problemi a livello legislativo”
“Se la ricerca non è pubblica la tecnologia rimane solo in mano a chi ha i soldi per svilupparla”
(a.r.)
“Preoccupazioni sugli alimenti a base cellulare”
A partire dallo scorso anno Coldiretti si è mossa contro la carne coltivata, creando una raccolta firma per promuovere la legge che ne vieta la produzione. A Lumsanews ha parlato Riccardo Fargione, direttore di Aletheia, fondazione promossa da Coldiretti che si occupa delle tematiche relative i rischi per la salute e l'ambiente dei cosiddetti cibi a base cellulare. Perché Coldiretti è contraria alla produzione di carne coltivata? “Sono molteplici le preoccupazioni e le incertezze che spingono a guardare con diffidenza i cibi a base cellulare prodotti in laboratorio. A partire proprio dalle questioni che riguardano la salute dei cittadini sino ad arrivare all’impatto ambientale ed economico. Ma non dimentichiamo anche i riflessi sociali”. Perché secondo Coldiretti la carne coltivata fa male all’essere umano? “Questi prodotti di laboratorio sono realizzati con un mix di ingredienti e di fattori esogeni di crescita di dubbia sicurezza per la salute umana. Non sappiamo quale sarà l’impatto sulla salute nel lungo termine. Sappiamo che vengono utilizzati ormoni per la crescita vietati negli allevamenti europei dal 1996 e le autorizzazioni sino ad oggi concesse prevedono l’utilizzo di siero fetale bovino prelevato da feti di bovini gravidi con serie perplessità sul benessere animale. Ci sono diverse evidenze scientifiche che inducono alla prudenza, compreso il rischio che l’alto tasso di proliferazione cellulare associato al processo possa indurre instabilità genetica delle cellule” Coldiretti sostiene che la produzione di carne sintetica è dannosa per l’ambiente. Può spiegarci perché? “La produzione di carne e cibi a base cellulare richiede elevati quantitativi di energia nella gestione delle temperature e dei processi e, come sappiamo, la produzione di energia genera anidride carbonica (CO2) che è ben diversa dal metano prodotto invece dagli allevamenti, che si dissolve in una dozzina di anni”. In che misura la produzione di carne coltivata limiterebbe la libertà dei consumatori? “Oggi viviamo un approccio democratico al cibo con milioni di aziende agricole ed allevamenti che producono prodotti agricoli e cibo per l’intera popolazione mondiale. Confinare la produzione di cibo nelle mani di pochi soggetti RICCARDO FARGIONE che un domani potrebbero gestire Direttore di Aletheia, fondazione che si occupa il business del cibo a base cellulare dei rischi dei cibi a base cellulare genera qualche preoccupazione sulla libertà dei consumatori. Pochi soggetti potranno decidere come sfamare la popolazione mondiale e soprattutto chi sfamare. L’analisi dei dati sugli investimenti messi in campo in questi ultimi anni ci chiarisce proprio queste preoccupazioni”. Quali sarebbero gli investitori? “Gli investitori sono soprattutto multinazionali del comparto biotech, del comparto agroalimentare e del digitale. Per fare alcuni nomi parliamo di Cargill, Tyson Foods, ma anche di Bill Gates o Eric Schmidt, co-fondatore del colosso Google. Limitare la produzione di cibo nelle mani di pochi soggetti conduce verso mercati meno democratici e liberi anche per i consumatori”. Cosa si potrebbe fare rispetto al problema legato all’impatto degli allevamenti intensivi? “Oggi l’innovazione può fornire un contributo molto importante. Pensiamo ad esempio alle soluzioni messe in campo per valorizzare i reflui zootecnici per fini energetici. Solo per citare alcuni esempi che riguardano la zootecnia, consideriamo i progressi fatti nella creazione di impianti di biogas e biometano attraverso i quali oggi è possibile trasformare i reflui degli allevamenti in energia. Più in generale, considerando l’intero settore agricolo, non si può non citare il ruolo dell’Agricoltura di precisione e delle nuove Tecniche di evoluzione assistita (Tea). Insomma, gli strumenti messi in campo sono molteplici”.
“Limitare la produzione di cibo nelle mani di pochi conduce a mercati meno democratici e liberi”
(a.r.)
l’inchiesta
PAGINA 8
L’intervista
“Situazione critica Bisogna rimuovere i viali asfaltati”
Vanna Mannucci, vicepresidente di Italia Nostra Roma, in un’intervista a Lumsanews, ha denunciato che Villa Borghese, l’oasi naturale e artistica nel cuore della Capitale destinata ai pedoni, “è oggi ostaggio di risciò, golf car e monopattini elettrici”. Italia Nostra è una Onlus che si interessa della salvaguardia dei beni culturali, naturali e artistici del Bel Paese. Nata negli anni ‘50, quando la tutela ambientale era un tematica relegata ai salotti intellettuali, oggi conta circa 200 sezioni su tutto il territorio nazionale. In quale stato versa Villa Borghese?
“La villa è fuori controllo da oltre vent’anni. Mi preoccupano, in particolare, le attività svolte al suo interno, come il noleggio dei veicoli, che ormai l’hanno invasa. All’inizio si trattava solo di biciclette, ora di mezzi ingombranti, veloci e pericolosi”.
Villa Borghese, un giro nella giungla dei risciò
Veicoli in coda lungo via delle Magnolie a Villa Borghese. Anche l’auto dei carabinieri resta imbottigliata | Foto Niccolò Maurelli
Quale soluzione propone?
“Come già proposto al Comune, la soluzione è la pedonalizzazione totale del parco attraverso lo smantellamento dei suoi viali asfaltati, con l’eccezione di viale San Paolo del Brasile, necessaria al transito di autobus e ambulanze”.
Le attività di noleggio all’interno della villa andrebbero eliminate?
“Certo, sono attività non conciliabili con l'amministrazione di una villa storica, fuori da qualsiasi giurisdizione. La Carta di Firenze per la salvaguardia dei giardini storici, infatti, dispone che un giardino storico è un luogo tranquillo che favorisce il contatto, il silenzio e l'ascolto della natura”.
Lo storico parco romano in ostaggio del business senza regole dei veicoli che invadono le aree pedonali e deturpano il patrimono naturale e artistico
A
È difficile applicare questa raccomandazione in un parco come Villa Borghese?
di NICCOLÒ MAURELLI
Roma, la tredicesima città più trafficata al mondo, può capitare di rimanere imbottigliati persino in un parco pubblico. Per esempio a Villa Borghese, nel cuore della Capitale, dove risciò, golf car da sei posti con targhe da autoveicoli, monopattini sfrecciano ovunque, anche nelle aree riservate ai pedoni. È il grande, sconosciuto, business dei veicoli a noleggio in uno dei più bei giardini storici del mondo, che dovrebbe essere tutelato come un bene artistico. E invece una rilassante camminata può trasformarsi, specie di sabato e domenica, in una gara di sopravvivenza alla Squid Game, la popolare serie sudcoreana in cui i protagonisti competono in alcune sfide mortali. Il malcapitato pedone è costretto a fare slalom tra veicoli di ogni tipo, anche go-kart a pedali, provenienti da tutte le direzioni.“Finché non ci scappa il morto qui non interviene nessuno”, commenta un visitatore. Il morto, però, c’è già stato il 26 giugno del 2017, quando un uomo, a bordo di un risciò, investì e uccise una signora di 65 anni che camminava tranquilla in viale del Museo Borghese. Non solo. Un cittadino accusa: “Ormai Villa Borghese non è più un parco, ma una villa commercializzata. Se voglio passeggiare in tranquillità scelgo Villa Ada o Villa Pamphilj”. Un altro frequentatore abituale del parco denuncia che “lungo via delle Magnolie, dove spesso si trovano padiglioni di natura commerciale, capita che persino le volanti dei carabinieri si ritrovino imbottigliate in ingorghi”. C’è, tuttavia, anche chi apprezza: “Non sono infastidita da questi veicoli, che anzi incentivano la mobilità sostenibile”, è il parere di una ragazza. Rispetto ai romani, i turisti sembrano meno preoccupati: “Questo è niente in confronto a Central Park”, scherza un newyorkese.
I mezzi che circolano indisturbati nel parco Eppure golf car e risciò “dovrebbero essere considerati fuorilegge nell’ambito di una villa storica”, spiega a Lumsanews Vanna Mannucci, vicepresidente di Italia Nostra Roma, impegnata nella salvaguardia del quinto parco più esteso della Capitale, circa 80 ettari, aperto al pubblico da oltre un secolo. Tanto è trascorso da quando, nel 1901, Villa Borghese venne acquistata dallo Stato e salvata dalla lottizzazione. Nel 1903 la cessione al Comune. Da allora i romani la scelgono per staccare dalla routine e dal caos cittadino in uno dei più bei parchi pubblici al mondo. Le aspettative, tuttavia, rischiano di essere disattese. Una storia che va avanti da tempo: “La villa è fuori controllo da oltre vent’anni. All’inizio si trattava solo di biciclette, ora di veicoli ingombranti e molto veloci”, afferma Mannucci, che nel 2019 aveva proposto al Campidoglio lo smantellamento dei viali asfaltati al suo interno, con l’eccezione di viale San Paolo del Brasile per garantire il transito di autobus e ambulanze. Per la cronaca, Italia Nostra non si è rivolta alla magistratura e non risultano inchieste giudiziarie in merito.
Il degrado è aumentato negli ultimi anni Il problema sembra essersi accentuato negli ultimi anni. “Quando ero assessora all’Ambiente − afferma Pinuccia Montanari, nella giunta Raggi
dal 2016 al 2021 − Villa Borghese era al centro del nostro Piano del Verde per Roma, volto a valorizzare i percorsi naturalistici. Sui veicoli che circolano indisturbati nella villa, però, “non ci eravamo posti il problema, perché allora la situazione non era incontrollata come oggi”, aggiunge Montanari, spiegando però che in quegli anni è stata adottata la Carta di Firenze per la salvaguardia dei giardini storici, redatta nel 1981 dal Comitato internazionale dei giardini storici. “Per natura e per vocazione − si legge nel documento − il giardino storico è un luogo tranquillo che favorisce il contatto, il silenzio e l'ascolto della natura”.
Il nodo delle licenze e l’ambiguità sulle competenze È nella gestione della villa che vengono fuori incertezze e paradossi. Anzitutto, il parco non fa capo soltanto a Roma Capitale e alla Sovrintendenza capitolina, ma anche alla Soprintendenza statale. Quest’ultima, in particolare, si occupa dell’alta sorveglianza: una sorta di “occhio di falco” che dall’alto monitora la struttura, intervenendo solo in determinate circostanze. Per la Soprintendenza, tuttavia, la presenza di veicoli nel parco non rappresenta un problema tale da dover intervenire. Lo sarebbe, ad esempio, se i mezzi fossero più rumorosi. Le licenze, invece, non dipendono né dall’assessorato all’Ambiente né da quello alla Mobilità. “Le golf car hanno il diritto di circolare a Villa Borghese sulla base del Codice della strada e di alcune sentenze del Consiglio di Stato”, ci spiega Eugenio Patanè, assessore alla Mobilità di Roma. Dichiarazioni opposte a quanto affermato da Italia Nostra. I risciò, invece, “non hanno una licenza − prosegue Patanè − ma, in ogni caso, non se ne occupa la Mobilità”. Un concessionario si difende: “Abbiamo tutte le autorizzazioni del caso”. Non è ben chiaro tuttavia chi le abbia rilasciate, visto che anche il Municipio II è reticente sulla questione. Il pentastellato Daniele Diaco, vicepresidente della Commissione ambiente dell’Assemblea Capitolina, parla di “vecchissime concessioni statali”. Emerge insomma una rete di competenze, comunali e statali, che rende Villa Borghese terra di tutti e di nessuno, in un’anarchica giungla di responsabilità.
I controlli che mancano e le sanzioni Se sul fronte licenze e gestione regna l’incertezza, non sembra andar meglio su controlli e sanzioni. “L’attività di repressione, in caso di violazioni, non spetta a noi − commenta Patanè − ma alla polizia di Roma Capitale, che in merito recepisce le istanze del capo di gabinetto”. Sulla questione noleggi, l’ultimo blitz degno di nota dei vigili risale addirittura al settembre del 2017, quando per sei veicoli elettrici scattò il fermo amministrativo. Nessuna nuova stretta sembra all’orizzonte. Decine di persone continuano a fare la fila per noleggiare risciò e golf car, biciclette e go-kart, specialmente nei fine settimana. Villa Borghese rimane ostaggio del business senza regole.
VANNA MANNUCCI Vicepresidente Italia Nostra Roma
“Ovviamente non chiediamo sia applicata alla lettera, anche perché le famiglie e i giovani hanno tutto il diritto di svagarsi, nel rispetto, però, del patrimonio artistico e naturale della villa”.
Quali attività andrebbero “Le attività tollerate all’interno di Villa Borghese? di noleggio manifestazione che risciò e golf car “L’unica riteniamo legittima al suo interno è il concorso ippico a sono illegali Piazza di Siena, che, tra l’altro, è stato ridimensionato grazie alle nostre sollecitain una zioni. Prima era troppo invasivo, tanto che le attrezzature villa storica” per l’accoglienza degli ospiti
venivano ancorate agli alberi della piazza. Altri eventi, secondo me, non sono tollerabili”. Quali eventi Villa Borghese non dovrebbe ospitare?
“I grandi concerti. Nel 2010, ad esempio, l’evento per i 60 anni di Renato Zero ebbe un impatto ambientale devastante. Ma non fu il solo: pochi mesi prima, in occasione dei Mondiali di calcio, Piazza di Siena ospitò il Fifa fan fest, che causò molti danni sia al patrimonio artistico sia a quello naturale”. La situazione negli altri grandi parchi romani è altrettanto problematica?
“Assolutamente no, almeno sotto questo aspetto. Villa Borghese è un’eccezione in tal senso. Le faccio un esempio virtuoso: Villa Pamphilj. Al suo interno possono entrare soltanto i veicoli di servizio e quelli delle forze dell’ordine. Così dovrebbe essere anche per Villa Borghese”. Vi siete già rivolti alla magistratura?
Non ancora. Abbiamo verificato nel nostro archivio e, al momento, non risultano inchieste in corso. (n.m)
LUMSAnews
PAGINA 9
La strage senza fine sulle strade di Roma
Le auto coinvolte nell’incidente stradale a Casal Palocco in cui perse la vita un bambino di 5 anni. Alla guida della Lamborghini vi era uno youtuber che sembra stesse girando un video | FOTO ANSA
Nella Capitale 157 vittime per incidenti stradali fino a metà ottobre 2023 Record di pedoni uccisi nel Lazio: un sesto dei morti di tutta Italia
V
di MARTINA VIVANI
ite spezzate mentre si attraversa la strada sulle strisce pedonali per andare a lavoro, si va a fare la spesa o di ritorno da una serata con gli amici in pizzeria. A Roma da inizio anno a ottobre, tra incidenti alla guida e auto pirata, sono morte 157 persone, di cui 33 pedoni. In tutto il Lazio, al 15 ottobre, i pedoni morti da gennaio sono 57, un record: un sesto dei morti di tutta Italia. Una scia di sangue che non sembra volersi arrestare. Muoversi nella Capitale, infatti, è diventato sempre più pericoloso. Non fa differenza il luogo: dal centro alla periferia la “fatalità” è dietro l’angolo, in una città in cui si vive nella pressoché totale assenza di regole.
Un bilancio drammatico I numeri sono drammatici, come emerge dall’indagine Aci-Istat su incidenti e vittime della strada per il 2022: il Lazio è la prima regione italiana per aumento delle vittime della strada. I dati più preoccupanti si registrano proprio a Roma (con 13.182 incidenti, 36 al giorno e 150 morti) e Latina. La Capitale segna anche il record negativo, di provincia con il più alto numero di pedoni morti, 56 in tutto il 2022, seguita dai 24 di Milano e i 23 di Napoli. In forte crescita sono anche le vittime della cosiddetta "mobilità dolce": dei 16 incidenti che hanno causato almeno un decesso di conducenti di monopattini in tutta Italia, tre sono avvenuti proprio in provincia di Roma. Una crescita che, come si legge nel rapporto, è generata dalla naturale ripresa della mobilità dopo le limitazioni agli spostamenti imposte durante il periodo della pandemia. Un primato che deve far riflettere sul fatto che esiste un'emergenza sicurezza strade sia nella Capitale che nell'hinterland cittadino.
Poco più di un anno fa la morte di Valdiserri Tra le vittime ricordiamo Francesco Valdiserri - da poco caduto l’anniversario del tragico incidente morto nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2022. Investito e ucciso mentre camminava sul marciapiede di via Cristoforo Colombo da una ragazza, all'epoca 23enne, condannata a cinque anni per omicidio stradale aggravato. La giovane al volante dell'auto è stata accusata di aver tenuto una "guida grave e irresponsabile" che ha portato alla morte di Valdiserri "e messo a rischio la vita di almeno altre due persone oltre che la propria", così si legge nella sentenza di condanna. Dalla documentazione emerge, infatti, che la ragazza, che era alla guida con un tasso alcolemico tre volte superiore al limite consentito, viaggiava ad una velocità superiore al limite consentito (80 km/h rispetto ai 50 km/h del limite).
pubblicità, a scapito della sicurezza e della responsabilità e di conseguenza a procedere ad una velocità superiore ai limiti indicati”.
La consulta per la Sicurezza stradale boccia Gualtieri Gli interventi del sindaco di Roma Roberto Gualtieri sono stati giudicati insufficienti e deludenti anche dalla consulta per la Sicurezza stradale. Sebbene siano stati sottolineati anche, in positivo, l’avvio della progettazione delle isole ambientali e la ripresa in modo sistematico della manutenzione delle strade, gli aspetti negativi non mancano. Roma rimane una delle città più pericolose d’Europa e la motivazione, secondo l’organo, va ricercata non solo nel numero di auto in circolazione, ma anche nei mancati controlli e nello scarso rispetto delle regole stradali. Le proposte fatte al Campidoglio per provare a rendere le strade della Capitale più sicure riguardano soprattutto la richiesta di controlli a campione, il contrasto alla sosta selvaggia e l’installazione di isole spartitraffico nelle strade particolarmente larghe.
Fonte: indagine Aci-Istat su incidenti e vittime della strada, anno 2022 La comitiva di Roma nord distrutta dagli incidenti Un tragico intreccio, quello che ha spezzato le vite di quattro giovani amici di Roma nord, morti in tre differenti incidenti stradali: Gaia, Camilla, Leonardo e Gabriele. Gabriele Sangineto era uno studente universitario di 21 anni, il 19 ottobre scorso è stato investito alla periferia nord della Capitale mentre attraversava sulle strisce pedonali. Era compagno di classe di Leonardo Lamma, morto nel 2022 a Corso Francia, sempre a nord di Roma, mentre guidava la sua moto. Proprio sulla stessa strada dove, nel 2019, hanno perso la vita le amiche Gaia von Freymann e Camilla Romagnoli, investite mentre attraversavano. "Ci vedevamo tutti a Ponte Milvio, passavamo le serate tra passeggiate e discoteche. Ora quattro di noi sono morti. Mette i brividi", raccontano al Corriere della Sera gli altri componenti della comitiva. Casal Palocco, l’incidente in cui ha perso la vita un bambino di 5 anni
Risale allo scorso 14 giugno il tragico incidente che è costato la vita al piccolo Manuel, un bambino di soli 5 anni. Uno scontro mortale tra la Lamborghini degli youtuber TheBorderline e la Smart che ospitava la vittima. La Lamborghini blu sfrecciava ben oltre il limite consentito su via di Macchia Saponara, a sud della Capitale. Una velocità tale che, nonostante la straordinaria potenza frenante della supercar, non avrebbe consentito di frenare così tanto da evitare l’impatto con la Smart. A bordo della Lamborghini era presente lo youtuber 22enne Matteo Di Pietro, il quale sembra stesse girando anche un video per il suo canale. Una challenge, quella di restare 50 ore a bordo della supercar con gli amici senza mettere mai piede fuori dall’abitacolo, nella speranza di monetizzare il più possibile grazie ai click che avrebbe generato. Il tutto per ripagare il bolide azzurro metallizzato preso a noleggio, secondo il Gip, “con l’unico fine di impressionare e catturare l'attenzione di giovani visitatori del web per aumentare i guadagni della
Le organizzazioni per la sicurezza stradale chiedono soluzioni Per fermare questa tragedia senza fine, le associazioni chiedono più controlli. Il referente di Rete Vivinstrada Alfredo Giordani afferma: “Servono nuove politiche e infrastrutture di moderazione e riduzione del traffico, una nuova cultura della mobilità”. Ma sono soluzioni che richiedono tempo. Per questo bisogna puntare sui rilevatori scout speed, ossia dispositivi che controllano la velocità sulle strade e che vengono montati sui mezzi di pattuglia in movimento. Allo stesso tempo è necessario che venga controllato il rispetto della precedenza dei pedoni sulle strisce pedonali. Sono linee di condotta che vanno comunicate tempestivamente ai cittadini, in modo che aumenti il loro effetto deterrente. Giordani sottolinea, infatti, come gli automobilisti non siano gli unici responsabili delle morti in strada: “Le istituzioni, dunque amministrazioni locali e enti di governo, sono responsabili a causa della loro colpevole inerzia nell’intervenire su un fenomeno sociale di questa portata”. La rete di organizzazioni Vivinstrada, che da tempo si occupa dei temi di prevenzione stradale, è convinta che serva una fattiva collaborazione con prefettura, Comune e polizia locale sugli interventi in materia di sicurezza stradale. Solo così potrebbe esserci una significativa diminuzione del tributo di sangue.
il focus
Ombre sul turismo musicale pesano terrorismo e inflazione
PAGINA 10
LUMSAnews L’intervista CLAUDIO TROTTA
“I concerti Cresciuto il settore nel 2022: +187% sull’anno precedente risentiranno ma si segnala ancora un -20% rispetto al periodo pre-Covid della guerra in Medio di RAFFAELE ROSSI Oriente”
M
ai più una notte come quella di Parigi. Otto anni dopo gli eventi che hanno visto la morte di 90 giovani durante un concerto al Bataclan, si staglia nuovamente sugli eventi musicali l’ombra del terrorismo. Proprio mentre si registrano segnali incoraggianti. Lo scorso anno l’intero comparto in Italia ha incassato oltre 3 miliardi di euro. Il settore, secondo il Rapporto Siae 2022, segna un +187% sul 2021, ma fa registrare ancora il 20% in meno rispetto al 2019 nel periodo della pandemia. Un recupero parziale, quindi, minacciato oggi dalle sfide che il mondo si trova a fronteggiare a causa della guerra in Ucraina e dello scontro nella Striscia di Gaza tra Hamas e Israele. Il recente attacco al rave party in Medio Oriente, come spiega a LumsaNews Claudio Trotta, fondatore della società di organizzazione eventi Barley Arts e storico promoter di Bruce Springsteen in Italia, apre al “ritorno del terrore tra il pubblico nei grandi eventi”. Quegli oltre 250 giovani uccisi durante il festival nel deserto del Negev erano colpevoli per i terroristi di divertirsi, ballare, amare la musica e soprattutto la vita. I dati del turismo musicale in Italia Tornando ai numeri, è evidente un recupero significativo rispetto al biennio precedente. Una delle regioni più visitate dal turista musicale è la Toscana. Nell’indagine 2022 della Camera di commercio di Firenze, il Firenze Rocks ha avuto un impatto economico di quasi 33 milioni di euro, richiamando 195 mila spettatori, di cui il 77,5% proveniente da altre regioni italiane. Il Lucca Summer Festival, invece, accoglie ogni anno una media di 100 mila spettatori, di questi più di 60 mila arrivano da altre regioni o dall’estero. Bruce Springsteen, un fenomeno sempreverde Bruce Springsteen, 74 anni, circa 120 milioni di copie vendute nel mondo e un Oscar alla migliore canzone nel 1994 con “Philadelphia”. I dati dimostrano la sua grande capacità attrattiva, anche in Italia. Nonostante le recenti critiche per il mancato annullamento del concerto a Ferrara, all’indomani dell’alluvione in Emilia-Romagna, gli organizzatori spiegano oggi che vista la complessità dell’evento “non si sono potuti prevedere rinvii”: il concerto, come sottolinea il sindaco Alan Fabbri, ha fatto confluire in città “migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo”. Dai dati forniti da Barley Arts, società promotrice delle date italiane di Springsteen, si evince che nelle date di Ferrara e Monza i turisti provenienti dall’estero erano rispettivamente il 13% e il 18% del totale. Dei presenti italiani, la maggioranza era composta da residenti in Emilia-Romagna e in Lombardia, rispettivamente con il 43% e il 51%. A Roma la fetta di turisti esteri era del 34%, mentre il 21% degli spettatori erano residenti nel Lazio. Incentivare il turismo musicale giovanile Il turismo musicale legato alla musica elettronica presenta tanti esempi virtuosi. Sul Nameless Festival, in provincia di Lecco, i dati rilasciati dall’organizzazione fotografano come dei quasi 100 mila spettatori complessivi del 2023, il 25% sia arrivato da fuori regione e il 2% dall’estero. Durante il Kappa Futurfestival di Torino, secondo Federalberghi, i flussi turistici in città hanno registrato un tasso medio di occupazione degli hotel dell’85%.Secondo Maurizio Vitale, presidente di Atl Turismo Torino e ideatore del Kappa, sono aumentati i turisti stranieri, ma “abbiamo perso qualcosa sul versante italiano”, a causa dell’aumento dei prezzi. Per invertire la tendenza, secondo Vitale, si dovrebbe puntare maggiormente sul patrimonio locale e sui giovani, perché “viaggiano molto di più, sono più autonomi, disposti a spendere e hanno più possibilità di tornare”, aggiunge. Bisogna “generare emulazione sana e costruttiva nelle nuove generazioni – ha detto Claudio Trotta – e non solo considerarle numeri che generano fatturato”. Il fenomeno dei boutique festival Sempre più radicati in Italia sono i boutique festival. Eventi di ridotte dimensioni, ma non trascurabili per il loro impatto economico e per l’attrattività turistica che riescono a generare. Sofisticati e rivolti ai giovani, i boutique festival sono un esempio di arte partecipativa e relazionale grazie a rassegne come
Parla il promoter di Bruce Springsteen
Un’immagine dal festival Firenze Rocks 2022 - Foto di Live Nation Italia
Il caso Toscana
Il Firenze Rocks 2022 ha avuto un impatto economico di quasi 33 milioni di euro con 195 mila spettatori, di cui il 77,5% proveniente da altre regioni italiane. Il Lucca Summer Festival, invece, accoglie ogni anno una media di 100 mila spettatori: di questi più di 60 mila arrivano da altre regioni o dall’estero.
Ypsigrock, Ricci Weekender e Mish Mash in Sicilia. Nato negli anni ‘90 nel Regno Unito, quello dei boutique festival rappresenta un format evoluto di festival musicale: intimo, alternativo e interattivo, in contrapposizione all’immaginario dei grandi festival. Tuttavia, se da una parte rappresentano un modello di innovazione e rigenerazione territoriale, dall’altra mostrano criticità. Come la mancanza di un modello regionale di governance del fenomeno, in linea con i modelli nazionali e internazionali, che riconosca ai boutique festival un carattere di sostenibilità locale. L’influenza della nuova guerra e l’inflazione Nonostante la crescita sottolineata, il recente attacco di Hamas al Supernova Music Festival rischia di far tornare la paura del terrorismo nel mondo dei grandi eventi. Lo confermano esperti musicali e organizzatori di eventi, che temono nuove ricadute sul turismo musicale, anche a causa dell’inflazione. L’aumento del costo dell’energia e dei carburanti in
Boutique festival
Si tratta di eventi di ridotte dimensioni, con un format evoluto intimo, alternativo e interattivo. Modello di innovazione e rigenerazione territoriale, ma che presenta anche criticità. Come la mancanza di un modello regionale di governance del fenomeno, in linea con i modelli nazionali e internazionali.
seguito all’invasione russa in Ucraina e il conseguente innalzamento del prezzo di affitto delle venue nonché la carenza dei tecnici, che tra il 2020 e il 2022 hanno cambiato mestiere per necessità economiche, si ripercuotono oggi sui prezzi dei biglietti con rincari tra il 20% e il 100% rispetto al periodo prepandemico. Perciò è ipotizzabile che gli artisti, già provati dallo stop obbligato dal Covid, cancellino tour e partecipazioni ai festival. Scelte che si teme possano coinvolgere soprattutto i cantanti che arrivano da oltreoceano e dall’Asia. Ne seguirebbe un nuovo impatto negativo sul settore. Durante il Covid, infatti, con i vari lockdown imposti dalle autorità, il mercato si era quasi del tutto azzerato. In conclusione, appare assai probabile che il turista musicale, colpito dalla paura di partecipare a grandi eventi e dagli aumenti dei prezzi di cibo, gas e benzina, possa rinunciare al concerto del suo artista preferito, privilegiando eventi più economici e ristretti.
Claudio Trotta insieme a Bruce Springsteen (via Wikipedia Commons)
“Il concetto di musica dal vivo usato per attrarre turisti e creare indotto è a mio parere concettualmente sbagliato”. A parlare a LumsaNews è il fondatore di Barley Arts Claudio Trotta, produttore musicale e storico promoter dei concerti di Bruce Springsteen in Italia. Dove vanno organizzati i grandi eventi? “I festival intesi in senso anglosassone come opportunità di vacanza dalla propria quotidianità non dovrebbero svolgersi in ambito metropolitano bensì in ambito naturale”. Perché allora si tende a privilegiare le città? “Per pigrizia e mancanza di visione a medio e lungo termine”. Cosa pensa del turismo musicale? “Il concetto comune di musica e spettacolo dal vivo usati per attrarre turisti e creare indotto è a mio parere concettualmente sbagliato e nei fatti perseguito malamente”. In che senso? “Rappresenta un sinonimo di speculazioni soprattutto da parte di albergatori e comunque fornitori di alloggio su piazza”. Cosa propone? “Propongo festival a impronta locale: chi fruisce e partecipa a questi eventi deve vivere il territorio a 360 gradi, alimentando i produttori locali, vivendo e rispettando adeguatamente la diversità, la bellezza artistica, naturalistica e gastronomica dell’area”. Valorizzare quindi la qualità? “Esatto, e consegnare al territorio non solo economia diretta ma soprattutto indiretta. È importante generare emulazione sana e costruttiva nelle nuove generazioni e non solo considerare i numeri che generano fatturato e profitti”. Quanto influisce l’età sul turismo musicale? “Le nuove generazioni tendono a essere più omologati e conformisti, pensando al contrario di essere trasgressivi e liberi da condizionamenti. Ora il processo è evidente con la supremazia della rete, della comunicazione attraverso gli smartphone e della forza di alcuni social banali e volgari”. E cosa ne pensa invece del turista “adulto”? “Sono più curiosi, più liberi e più aperti alle novità e a viaggiare. Il pubblico adulto spende: va nei ristoranti, acquista nei negozi, visita mostre e resta sul territorio più giorni”. Nel 2022, secondo il rapporto Siae, in Italia ci sono stati oltre 3 milioni di eventi e 205 milioni di spettatori totali. Cosa ci aspetta ora? “Penso che ci sarà un calo per motivi economici, connessi anche alla guerra in Medio Oriente. Potrebbe esserci, inoltre, un ritorno del terrorismo che potrebbe portare alla cancellazione di tour in Europa e in America. Un ingigantimento della percezione di pericolo, infatti, potrebbe sconsigliare la partecipazione ad eventi dove sono presenti migliaia di persone” (r.r.)