LA FINESTRA DI
RODARI
In un mattino di primavera, mentre i fiori selvatici tingevano di colore i prati ondulati dell’Umbria, uno scrittore di nome Gianni Rodari si recò alla scuola di un piccolo paesino tra Perugia e Foligno. Gli allievi della scuola attendevano quella visita da giorni. Avevano appeso i loro disegni lungo i corridoi e piazzato nell’atrio un grande ritratto dello scrittore, che la maestra aveva tentato di riprodurre da una fotografia. Tutt’intorno, a grandi lettere colorate, avevano scritto una frase:
Benvenuto alla nostra scuola, GIANNI RODARI Lo scrittore arrivò a metà mattina a bordo di un’automobile nera, guidata da qualcun altro. A riceverlo all’ingresso c’erano due bambine e due bambini che gli fecero da anfitrioni e gli mostrarono tutti i locali della scuola: le aule; la mensa, che fungeva anche da palestra; la biblioteca; il laboratorio di scienze, con la loro collezione di fossili dietro una vetrinetta; i bagni degli alunni, che erano nuovi di zecca…
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Alla fine del giro, i quattro piccoli anfitrioni bussarono alla porta dell’ufficio della preside Floriani e fecero le presentazioni. Dopodiché, si diressero tutti insieme verso l’aula magna, dove il resto degli scolari li attendeva scalpitante. L’aula magna faceva anche le veci di cappella, e nel fine settimana di cinema. Lo scrittore fu accolto con un applauso e altri bambini, visibilmente nervosi, lo presentarono. È probabile che tutto ciò accadesse verso il 1968, visto che Gianni Rodari parlò del libro che sarebbe uscito di lì a poco, Venti storie più una. Sfortunatamente nella scuola, che esiste tutt’oggi, non vi è alcun registro della data della visita, e i professori che vi insegnavano allora sono morti o non ne hanno ricordo. Lo scrittore parlò di molte altre cose e rispose a tutte le domande che gli fecero gli allievi. Dopodiché, propose loro un gioco, che consisteva nell’inventare una storia a partire da alcuni elementi. Fu una lunga cerimonia, che a tutti i partecipanti, studenti per primi, parve cortissima. Alla fine, per concludere, ne raccontò una anche lui. Era la storia di una nuvola scura che sovrastava una città. C’era aria di tempesta. Verso metà pomeriggio, un lampo illuminò le strade e un tuono fece tremare i vetri delle finestre. Ma quando sembrava che stesse per scoppiare un acquazzone, caddero solo quattro gocce. Quattro di numero!
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Rodari spiegò dov’era andata a finire ciascuna di loro, finché non fu la volta della quarta. La quarta goccia cascò sul vetro di una finestra e… A quel punto lo scrittore si voltò alla ricerca di una lavagna su cui disegnare la finestra, com’era sua abitudine. Ma alle sue spalle c’era solo una tenda. Guardò di qua, e poi di là. Niente da fare. Si strinse nelle spalle, sollevò il braccio destro e mostrò a tutti il dito indice. – Guardate bene qui. Questo dito non è più un dito, ora è una matita magica – disse. – E con questa matita disegnerò una finestra. Tutti lo videro disegnare nell’aria una finestra rettangolare. E con la finestra lì appesa continuò a raccontare che ne fu della quarta goccia di pioggia, che cascò proprio sul vetro di quella finestra, e poi… Chiara era seduta in prima fila e ascoltava il racconto a bocca aperta, incantata. I suoi occhi vedevano ogni dettaglio della finestra immaginaria che lo scrittore aveva disegnato col dito e che galleggiava misteriosamente nell’aria. E, va da sé, vedevano quella quarta goccia di pioggia che scivolava a poco a poco lungo il vetro. Alla fine del racconto, tutti i bambini della scuola che avevano partecipato all’incontro letterario con Rodari applaudirono fino a spellarsi le mani. Poi, stretti stretti intorno a lui, lo accompagnarono sino all’atrio, dove
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avevano preparato un tavolo. Per prima cosa, la preside gli porse il libro delle visite della scuola perché lo firmasse; e poi una bottiglia di vino e un torciglione, poiché avevano pensato che non ci fosse dono migliore dei prodotti tipici della loro terra. – Del vino rosso di Montefalco – gli spiegò la preside Floriani. – E il torciglione, che prepariamo da secoli alla vecchia maniera. Anche il libro delle visite della scuola, come molte altre cose, è andato perduto. I bambini si erano già messi in fila per farsi fare una dedica dallo scrittore sui loro libri. – Come ti chiami? – Domenico. Chiara era l’unica a essere rimasta nell’aula magna. Quando tutti se ne furono andati, si mise in piedi e scrutò la finestra che lo scrittore aveva disegnato col dito e che era rimasta appesa in aria. Si avvicinò, la aprì, e guardò dall’altro lato. Quel che vide la fece sorridere. Poi la richiuse. Ci pensò su qualche istante. Voltò la testa prima a destra e poi a sinistra per assicurarsi di essere sola e, con decisione, afferrò la finestra con entrambe le mani. Come aveva immaginato, era leggerissima. Tenendola bene in alto, si diresse verso l’uscita. Sperava che tutti i suoi compagni fossero distratti dallo scrittore e che nessuno facesse caso a lei.
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Giuseppina, però, rimase a guardarla con aria curiosa. – Perché tieni le mani in alto? Se la sua compagna aveva trovato bizzarra la sua posizione, voleva dire che la finestra di Rodari era ancora invisibile a tutti, tranne che a lei. Chiara fece spallucce. – Sto allenando le braccia. Facendo finta di nulla, continuò a camminare e uscì dalla scuola. Nessuno la fermò, perché era già suonata la campanella e il custode aveva aperto la porta d’ingresso. Casa sua era poco distante. Per fortuna, lungo la strada non incrociò nessun conoscente, anche se alcuni passanti la fissarono con espressione stranita, a riprova del fatto che soltanto lei poteva vedere la finestra. Visto che nel palazzo non c’era un ascensore, a Chiara toccò salire tre piani di scale con la finestra sulle spalle. Il problema non era che fosse pesante, ma che le scale erano strette e buie. Non voleva rischiare di picchiare la finestra, o anche solo di rigarla. Si trattava senza dubbio di una finestra straordinaria e temeva che qualsiasi graffio l’avrebbe profanata. La posò in terra, contro la parete, e aprì la porta di casa. Di sicuro a quell’ora non ci sarebbe stato nessuno. Afferrò di nuovo la finestra e la portò dentro con cautela. Schivò le cianfrusaglie disseminate sul pavimento e arrivò fino in camera sua. Per un attimo pensò a dove nasconderla, ma subito si ricordò che non ce n’era bisogno, poiché soltanto
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lei poteva vederla. L’avrebbe lasciata appesa in aria, come nell’aula magna della scuola, proprio come l’aveva disegnata lo scrittore Gianni Rodari con quel dito che aveva smesso di essere un dito e si era trasformato in una matita magica. Un quarto d’ora dopo arrivò sua madre e, senza nemmeno dirle ciao, s’infilò in cucina. – Questa mattina a scuola è venuto Rodari – tentò di raccontarle. – Rodari? E chi sarebbe? – Uno scrittore. Sua madre mise una pentola sul fuoco e prese a mugugnare tra i denti, ignorando le parole della figlia. Chiara, che ci aveva fatto l’abitudine, non si stupì e se ne tornò in camera. Sorrise nel vedere la finestra appesa in aria. La spalancò e si affacciò dall’altro lato. L’intero viso le si illuminò, come se avesse visto qualcosa di meraviglioso. Di lì a poco rincasò anche suo padre, e due minuti dopo iniziarono le urla. Di nuovo, Chiara non si stupì, perché era sempre la stessa storia. Anche se si guardava indietro, più indietro che poteva, e cercava di ricordare una giornata diversa, l’unica cosa che sentiva erano urla, rimproveri, minacce, insulti… All’inizio, sua madre finiva con un occhio nero, o un labbro spezzato, o uno zigomo gonfio; ma dal giorno in cui
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