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WATERS OF AMERICA

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Acque d’America


Acque d’America fotografie di

testi di

Daria Addabbo

Alessandro Portelli introduzione di

Ferdinando Cotugno


Sommario

International © 2021 by Editoriale Jaca Book Srl, Milano All rights reserved

Prima edizione italiana settembre 2021 Fotografie di Daria Addabbo Testi di Alessandro Portelli e Ferdinando Cotugno Photo editing di Marco Finazzi

Impaginazione e grafica Jaca Book / Paola Forini

Stampa e legatura Tipolitografia Pagani Srl Passirano (BS) agosto 2021

ISBN 978-88-16-60659-3

Editoriale Jaca Book Via Giuseppe Frua 11, 20146 Milano Tel. 02.48561520, 342 5084046 libreria@jacabook.it; www.jacabook.it ebook: www.jacabook.org foreign rights: www.jacabook.com Seguici su

Introduzione

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di Ferdinando Cotugno

L’elemento repubblicano

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Roll on Columbia

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iii.

Cool water

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iv.

Acqua e sale

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i.

ii.

indice delle fotografie 197


Introduzione di Ferdinando Cotugno

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Conosco Alessandro Portelli da lettore e sono sempre stato affascinato dalla sua capacità da detective culturale di guardare nelle pieghe dell’America, di penetrarne la fibra. Con Daria Addabbo, invece, ho avuto il privilegio di lavorare e viaggiare, alcune delle foto di Acque d’America le ho viste scattare di persona, ne ricordo l’occasione, il contesto e soprattutto la mia personale incapacità di vedere, pur essendo fisicamente presente e dotato di una vista funzionante. Daria è stata gli occhi di tanti reportage fatti insieme, occhi in grado di cogliere, raccontare, sintetizzare. Visto che parliamo di acqua, il suo è un talento da rabdomante, la cosa che continua a stupirmi del suo lavoro è l’intuito sovrannaturale messo al servizio della ricerca fotografica di un senso. Nel caso di questo libro, quel senso è l’acqua come nuova grande ingiustizia dell’Ovest americano, linea di frattura tra le classi, le razze, le comunità, i territori, come spiega bene Portelli mescolando i livelli, simbolico, culturale, politico ed economico. Parlo di significato per le foto di Addabbo perché la crisi climatica in atto negli Stati Uniti e nel mondo è tutto sommato facile da fotografare, i fenomeni sono vistosi e spettacolari. Un’alluvione, un allagamento, un uragano o la desertificazione di un’area ampia hanno una loro evidenza, ma quell’evidenza appartiene alla cronaca. La parte difficile è un’altra: documentare i suoi effetti sulla mente e, oserei, sull’anima degli esseri umani, la loro relazione con gli ecosistemi compromessi. Daria è riuscita a portare su una dimensione emotiva l’esperienza americana della crisi climatica, il fatto di sperimentare nell’arco di una vita cambiamenti che appartengono alle ere geologiche. In

queste pagine troverete attesa, sospensione, adattamento, smarrimento, confusione e cecità. Addabbo non si è limitata a ritrarre l’assenza di acqua come condizione cronica del West contemporaneo, ma è riuscita a fotografare la sete degli americani e del loro suolo. Portelli scrive della «appropriazione dell’acqua per usi privati e di profitto» e della «idea miope di progresso su cui si è fondata la colonizzazione del West americano». L’esistenza stessa degli Stati Uniti e i suoi accecanti malfunzionamenti sono tarati su una percezione di abbondanza di terra, spazio, ricchezza e benessere. «The Land of Plenty», cantava Leonard Cohen. È una visione manomessa all’origine che l’emergenza climatica fa definitivamente detonare. Nell’aprile del 2021 il governatore della California annunciava la nuova emergenza idrica parlando da un podio posto sul fondo del Mendocino Lake, un grande bacino artificiale nel nord della California. In un clima normale, nella terra dell’abbondanza delle risorse, sul fondo di quel lago Gavin Newsom non ci sarebbe potuto stare né avrebbe potuto parlare, perché si sarebbe trovato sotto diversi metri d’acqua. Solo che l’acqua nel West non c’è più, non per tutti gli usi e i bisogni delle persone. Portelli ci ricorda che il 90% dell’acqua del West è usato per l’irrigazione, nell’ultima crisi idrica i tecnici del New Mexico hanno implorato gli agricoltori sulle rive del Rio Grande di non piantare nuove coltivazioni, perché non ci sarebbe stata abbastanza acqua. Quando una risorsa diventa così scarsa, ed è il destino dell’Italia come dell’Ovest americano,

si deve scegliere come utilizzarla e non sono mai scelte tecniche: è politica, è conflitto, è lotta. Scriveva Rachel Carson, fondatrice dell’ambientalismo contemporaneo, che «l’uomo è parte della natura, la sua guerra contro l’ambiente è inevitabilmente una guerra contro sé stesso». Gli americani del West, fotografati da Addabbo ai margini del paesaggio riarso, sembrano civili in attesa di questa guerra. Il lungo addomesticamento americano dell’acqua, ci ricorda Portelli, ebbe il suo culmine negli anni ’30, con il New Deal di Franklin Delano Roosevelt che seguì alla Grande Depressione della famiglia Joad e del Dust Bowl. Vennero le grandi dighe, che trasformarono l’acqua in ricchezza e sviluppo industriale. In Acque d’America vedrete la Hoover Dam, il grande arco di cemento al confine tra il Nevada e l’Arizona, inaugurata da Roosevelt nel 1935. «Dieci anni fa questo posto era un deserto senza pietà», disse il Presidente in uno dei discorsi simbolo di quell’era, «Questo sito era uno spreco coperto di cactus, oggi è una meraviglia del Ventesimo secolo». Lo fu davvero, ma fu anche un disastro ecologico, creato con una risorsa abbondante che sembrava solo chiedere di essere governata. Oggi siamo nell’America di Biden, un presidente che si è presentato ai cittadini come erede di Franklin Delano Roosevelt, dei suoi grandi piani, di quella visione fatta di volontà, interventismo, progressismo come lavoro e speranza. Ma lo scenario è completamente diverso. Biden è chiamato ad amministrare un Ovest nel quale l’acqua non chiede più

di essere governata nella sua abbondanza ma salvata dalla sua scarsità. Le estati sono diventate secche, calde, pericolose e dominate dal fuoco. Quello che scoprirete in questo libro è l’epicentro di una tempesta perfetta, i cui effetti ancora non conosciamo. Gli Stati Uniti hanno commesso molti errori con il loro ecosistema, spesso in buona fede, talvolta in cattiva fede, ma sempre convinti – come sottolinea Portelli – che la nostra terra sarebbe stata nostra solo se avesse lavorato per noi. I testi di questo libro sono l’accurata ricostruzione di quanto per lo spirito americano questo sarebbe stato vero in eterno, immutabile nelle generazioni. Le foto raccontano invece le conseguenze di questa cecità sulla pelle delle persone, e quanto sarà difficile invertire il corso degli eventi, perché la natura ha un’inerzia, e lo sappiamo, ma anche lo spirito americano ha la stessa inerzia. Sovrapponendo piscine e deserti, terra dura e campi da golf, Addabbo mostra le difficoltà che incontrerà Biden, chiamato a trasformare una terra dove l’abbondanza era giustizia, in una dove la giustizia è invece oculatezza, cura, adattamento e redistribuzione. La bellezza di Acque d’America è nella danza tra queste due prospettive. Alessandro Portelli usa le parole come un fotografo, alternando luci e ombre, piani e sfondi, messa a fuoco e campi larghi. Daria Addabbo usa le immagini come una narrazione, cogliendo quello che lei sa vedere come pochi fotografi europei: il senso di questa storia, come gli americani sono arrivati a questo punto, come si sentono, verso cosa guardano, quanta paura hanno e quanta fatica fanno a dimostrarla.

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I. L’elemento repubblicano


There’s a river that runs by that little town Down into the sea It was there in the shade I laid my body down As she flowed on so effortlessly (Bruce Springsteen, «Stolen Car»)

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C’è un fiume che passa per quella città e va fino al mare Fu lì che mi distesi all’ombra mentre scorreva liberamente1.

I fiumi di Bruce Springsteen, fino a quando non si prosciugano, scorrono effortlessly, senza sforzo, liberi da impedimenti. Anche in «Reason to Believe» il fiume «rush[es] on, so effortlessly», scorre impetuoso e senza fatica. Bruce Springsteen ama i polisillabi, così insoliti in inglese, che gli permettono complicati giochi ritmici. Ma effortlessly è anche un’onomatopea, con quelle fruscianti fricative e liquide che riproducono nel suono il flusso libero, sereno o impetuoso, dell’acqua che scorre. Spostiamoci di un secolo e mezzo, molto più a sud. Benito Cereno, di Herman Melville. Sulle acque del Pacifico meridionale, poco lontano dalla costa del Cile, Amasa Delano, caritatevole capitano della nave americana Bachelor’s Delight,

soccorre una nave spagnola apparentemente alla deriva, la San Dominick. Per prima cosa, distribuisce acqua da bere alla ciurma bianca e al nero carico di schiavi che trasporta. Ne dà in uguale misura a tutti, bianchi e neri, «con la repubblicana imparzialità che si conviene a questo elemento repubblicano, che cerca sempre lo stesso livello»2. È la legge dei vasi comunicanti: se si permette all’acqua di circolare liberamente (effortlessly), questa raggiungerà sempre lo stesso livello. Per questo la chiama elemento repubblicano: una metafora dell’uguaglianza democratica garantita dalla mobilità sociale, dell’espansione geografica e della compensazione ed equilibrio del modello liberale in economia, e dell’acqua come bene essenziale che a tutti spetta ugualmente come la vita, la libertà e il diritto alla ricerca della felicità. «Rimuovere gli ostacoli», recita la nostra Costituzione. Riavviciniamoci. Furore, di John Steinbeck. Siamo negli anni ’30 del ’900, e i componenti della famiglia Joad, profughi della siccità in Oklahoma, hanno appena varcato il confine dove il Grande Deserto americano si affaccia sulle valli fertili della California. Hanno attraversato le terre aride, sono arrivati a Needles (il posto dove abita Snoopy nei fumetti di Charlie Brown, ma è un’altra storia), quando finalmente trovano l’acqua: «I Joad e i Wilson si fermarono sul fiume e rimasero sui mezzi a guardare l’acqua limpida che scorreva davanti a loro»3.

In realtà, Steinbeck scrive genericamente “lovely water”; ma la scelta del traduttore italiano è più precisa e perfettamente coerente: le acque, da Petrarca in poi, sono sempre fresche («“È bella fresca”, disse Winfield») e dolci, ma soprattutto chiare – limpide, trasparenti. Ancora Springsteen: «Where the river runs clear and wide […] I sink ’neath the water cool and clear» – «Dove il fiume scorre limpido e ampio, sprofondo nell’acqua chiara e fresca»; oppure: «Pastures of gold and green roll down into cool clear waters – pascoli dorati e verdi scendono verso le chiare e fresche acque». O Pat Benatar: «Let the cool, clear water wash over you and me in the River-Of-Love: si riversi su noi due l’acqua chiara e fresca nel Fiume-dell’Amore»4. Il fiume runs, scorre, o rushes, precipita: è per questo che le acque sono limpide. Così, il libero movimento della corrente, metafora della mobilità democratica, aggiunge un altro elemento alla metafora repubblicana dell’acqua: la trasparenza. Non a caso, il progetto democratico di Mikhail Gorbachev si chiamava glasnost, trasparenza. Nell’acqua in movimento la superficie rispecchia il fondo e ne prende il colore. «Attraverso la superficie dell’acqua» si vede tutto quello che ci si muove dentro: «Nick guardò giù l’acqua limpida e bruna [clear, brown-water] che i sassi del fondo coloravano, e vide le trote mantenersi ferme nella corrente» (siamo alle sorgenti del “gran fiume dai due cuori” di Ernest Hemingway)5. Lo

stato democratico non ha segreti: quello che sta sotto la superficie rimane visibile, le informazioni e le conoscenze circolano effortlessly dal basso verso l’alto e viceversa6. Infatti, il contrario della trasparenza dell’acqua in movimento è la cupezza delle acque ferme e lente. Così, nell’immaginario più che nella realtà, il Mississippi è proverbialmente un “lazy river”, un fiume pigro che scorre troppo lentamente per diventare trasparente; perciò, le sue acque sono “muddy waters”, fangose (e da loro prende il nome uno dei grandi maestri del blues urbano, Muddy Waters, appunto). Per Huckleberry Finn, «the big still river», il grande fiume immobile, è «the old regular Muddy», il solito vecchio Fangoso, le cui acque “murky”, torbide, nascondono “snags”, profonde insidie non viste7. Bob Dylan evoca la «darkness on the face of the deep», l’oscurità sulla superficie del profondo, ed Emily Dickinson: «What mystery pervades a well», quanto mistero c’è in un pozzo…8. Anche i Beach Boys identificano la California con «Water, water, cool cascades of clear, clear water – acqua, acqua, fresche cascate di acqua trasparente», limpida come l’aria, «tanto limpida [clear] che ti fa volare col pensiero»9. Ma c’è un problema. “Il California dreamin’” dei Beach Boys si regge su un immaginario idillio di libertà naturale incontaminata, in cui non c’è bisogno di imbrigliare le acque con dighe e sbarramenti e usare le cascate come fonti energetiche ma: gli esseri umani, dicono, «don’t need electricity», E invece…

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II. Roll on Columbia


Roll on, Columbia, roll on Roll on, Columbia, roll on Your power is turning our darkness to dawn So roll on, Columbia, roll on (Woody Guthrie, «Roll On Columbia»)

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Vai avanti, Columbia, non ti fermare: la tua forza trasforma le nostre tenebre in alba, perciò vai avanti, vai avanti, Columbia10. Di elettricità si tratta. Nel 1941, Woody Guthrie fu ingaggiato, con la finta qualifica di aiuto cameraman, per scrivere canzoni per un documentario su uno dei più grandi progetti del New Deal: il grande sistema di dighe che, sbarrando il fiume Columbia e altri corsi d’acqua negli stati dell’Oregon e di Washington sulla costa occidentale del Pacifico, avrebbe generato l’energia capace di trasformare territori economicamente poveri ma ricchi di acque e di foreste in una zona di intenso sviluppo industriale. Il documentario non si fece, ma le canzoni restano, e sono fra le più memorabili di Woody Guthrie – tra le altre, la classica «This Land Is Your Land». La Grande Depressione non è ancora finita e siamo alla vigilia di quella che Woody Guthrie vivrà come una grande guerra antifascista. “Columbia” è il nome di un grande fiume, ma è anche uno degli appellativi poetici degli Stati Uniti: grazie al fatto che “power” significa sia energia, sia potenza, niente mi leva dalla testa l’idea che l’energia idraulica che porterà l’elettrificazione e la luce sia anche figura della potenza demo-

cratica che salverà la civiltà dalle tenebre nazifasciste. Ancora una volta, dunque, acqua come “elemento repubblicano”. Ma in un senso molto diverso. Per Melville, l’acqua è elemento repubblicano egualitario e trasparente finché scorre senza impedimenti fra “vasi comunicanti”11. Qui invece si tratta proprio di fermarlo, irreggimentarlo, sottometterlo: anziché lasciarla scorrere effortlessly, fermarla per impadronirsi della sua potenza. «Sarebbe un insulto», scriveva a proposito del fiume Columbia un geologo governativo a fine ’800, «se quel gran corso d’acqua dovesse andare a sperdersi nell’oceano in oziosa maestà e bellezza»12. Per il progressismo post-rivoluzione industriale, il rapporto fra umani e natura non è di collaborazione ma di lotta. La natura incontrollata (wild) è un pericolo, che diventa sogno (dream) solo se questa battaglia la vinciamo noi: In the misty crystal glitter of that wild and windward spray Men have fought the pounding waters and met a watery grave Well, she tore their boats to splinters but she gave men dreams to dream Of the day the Coulee Dam would cross that wild and wasted stream. Nella scintillante nebbia cristallina di quella spuma selvaggia portata dal vento, gli uomini hanno lottato contro le acque irruente e nelle acque hanno trovato una

tomba. Sì, gli faceva a pezzi le barche ma gli dava dei sogni da sognare, su quando la diga del Grand Coulee avrebbe sbarrato quella selvaggia inutile corrente13. Finché scorre effortlessly, dunque, l’acqua è wild – sta fuori della civiltà – ed è wasted, sprecata. Solo dopo che lo abbiamo sottomesso l’elemento repubblicano deve diventare utile, produttivo, civile, antropizzato. Dopo tutto, anche la democrazia è un’invenzione umana. «Quando gli archeologi di qualche altro pianeta frugheranno fra le ossa imbiancate della nostra civiltà, forse si convinceranno che i nostri templi erano le dighe»14. «La Hoover Dam», scrive Joan Didion, «trae parte del suo impatto emotivo proprio da questo, dal senso di essere il monumento di una fede ormai malriposta»15 «Per i coloni europei giunti in America, la colonizzazione dei fiumi fu un’ossessione culturale e un imperativo imperialistico», scrive Vandana Shiva, «[…] I fiumi, ma anche la natura in generale, erano valutati per la loro resa commerciale e considerati come qualcosa da domare»16. “Our land” è davvero nostra e la natura ha un senso solo se “lavora” per noi17. La diga è lo strumento e l’espressione piena di questo dominio dell’economia sulla natura, un’idea di modernità industriale, di civiltà delle macchine, a cui Woody Guthrie appartiene sia come americano sia come comunista: Uncle Sam took up the challenge in the year of ’thirty-three For the farmer and the factory and all of you and me

He said, «Roll along, Columbia, you can ramble to the sea But river, while you’re rambling, you can do some work for me». Now in Washington and Oregon you can hear the factories hum Making chrome and making manganese and light aluminum And there roar the flying fortress now to fight for Uncle Sam Spawned upon the King Columbia by the big Grand Coulee Dam. Lo Zio Sam raccolse la sfida nel 1933, in nome dei contadini, delle fabbriche, di tutti noi. Disse, «Vai pure avanti, Columbia, vagando verso il mare, ma mentre vai, puoi fare del lavoro per me». E adesso a Washington e nell’Oregon senti il ronzio delle fabbriche che fanno cromo, manganese, leggero alluminio; e le fortezze volanti ruggiscono mentre vanno a combattere per lo Zio Sam, generate sul regale fiume Columbia dalla diga del Grand Coulee18. In quel momento, certo, “noi” significa emancipazione dalla povertà e lotta al nazifascismo: sarà proprio grazie all’alluminio prodotto con l’energia generata dalle dighe nel bacino del fiume Columbia che gli Stati Uniti potranno produrre gli aerei

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e gli armamenti che vinsero la guerra. Ma la diga diventa il segno di una contraddizione allora quasi invisibile e oggi sempre più drammatica, fra la democrazia del progresso e la democrazia della natura, fra i beni comuni e la proprietà privata, fra la fabbrica e l’acqua (paradossalmente, l’unico riconoscimento ufficiale che Woody Guthrie abbia mai avuto in vita sua è stato per il messaggio ecologico delle sue canzoni). E la contraddizione esplode, l’acqua insiste per ritrovare la sua strada, e abbatte gli ostacoli: il 12 marzo 1928 crolla la diga di St. Francis, uccidendo 400 persone; ancora nel 1963, a Los Angeles, un abbassamento del terreno causato dall’estrazione del petrolio nelle vicinanze fa crollare la Baldwin Hills Dam, costruita su una faglia sismica, causando la morte di altre cinque persone19. L’espansione a ovest dello stile di vita urbano moderno è questione di dominio sulle acque: dighe, acquedotti, tubi, argini, canali… «Fai un giro in macchina per Los Angeles e guarda quei milioni di prati con l’acqua che scorre dappertutto… come se potesse durare per sempre»20. Non è solo questione di dighe: un territorio coperto di cemento non è più in grado di resistere a una pioggia più violenta del solito – come il nubifragio di Capodanno del 1934, cantato dallo stesso Woody Guthrie: Friend, do you remember? On that fatal New Year’s night The lights of old Los Angeles Were a-flick’ring, Oh, so bright. A cloud burst hit our city

And it swept away our homes It swept away our loved ones In that fatal New Year’s flood. Amico, ricordi quella fatale notte di Capodanno, come brillavano le luci di Los Angeles? Un nubifragio colpì la nostra città, spazzò via le nostre case, spazzò via i nostri cari, in quella fatale alluvione di Capodanno21. «[Siamo] negli Stati Uniti», pensa Cándido, clandestino homeless messicano accampato in un canyon sulle colline di Los Angeles, «la capitale mondiale degli impianti idraulici, la terra della filtrazione, dei depuratori dell’acqua e del cloro, e tutti conoscevano la mania dei gringos per i cessi: come era possibile che l’acqua fosse pericolosa?»22. La California possiede 1200 grandi dighe, i due progetti di irrigazione più grandi della terra, ed è al primo posto nel consumo mondiale di acqua23. «Non esiste credo più radicato nella mentalità sud californiana della comoda convinzione che Los Angeles somiglierebbe alla Valle della Morte se non fosse per i tre grandi acquedotti che convogliano sui suoi prati e piscine l’acqua rubata ai ghiacciai della Sierra Madre e delle Montagne Rocciose». In realtà, spiega Mike Davis, il deserto è opera dell’uomo; un tempo la piana di Los Angeles era ricca di acque: «I diari dei frati francescani del Settecento», scrive, «elogiavano le sue acque e la fertilità naturale della sua terra». È stata l’antropizzazione incontrollata, lo sviluppo urbano senza freni a trasformare i «“bei fiumi” e le “valli verdi e fiorite”» di cui parlano i padri

missionari in un deserto d’asfalto che per dissetarsi genera altro deserto a monte. E il fiume Los Angeles, un tempo imponente, canalizzato e rinchiuso fra argini di cemento, è ridotto a un maleodorante rigagnolo nei quartieri poveri della città24. Mulholland Drive è il titolo di un film culto di David Lynch (2001) e una strada che domina Los Angeles dalle colline di Hollywood a Santa Monica alla San Fernando Valley. Entrambi prendono il nome da William Mulholland, il protagonista dell’operazione ai limiti della legalità e dell’inganno con cui la città di Los Angeles si impadronì delle acque della Owens Valley, nella Sierra Nevada, a 250 miglia da Los Angeles25. Già alla fine dell’800, la città aveva esaurito le sue riserve d’acqua: le dighe, gli acquedotti, l’estrazione delle acque di falda esportano l’acqua dalle montagne alla metropoli, desertificando le valli e le montagne e generando conflitti violenti (negli anni ’20, dopo una serie di attentati dinamitardi, sull’acquedotto furono disposte guardie armate con l’ordine di uccidere) e disastri “naturali” (come le centinaia di morti nel crollo della Saint Francis Dam nel 1928). Col tempo, neanche questo è bastato, e Los Angeles è andata a cercare acqua ancora più lontano, nel fiume Colorado sbarrato dall’immensa Hoover Dam. Oggi, scrive uno storico, «la California ha abbastanza acqua per il doppio della sua popolazione, e al tempo stesso la vita in gran parte della California è diventata insostenibile»26. Più ci appropriamo dell’acqua, e della natura di cui è l’elemento simbolo, più la sbarriamo e la intubiamo, più la natura e l’acqua ci resistono. Tayo, il ragazzo pueblo protagonista

di Ceremony, il grande romanzo di Leslie Marmon Silko, ricorda: «La prima volta a lezione di scienze, quando un insegnante aveva portato una bacinella piena di rane morte, gonfie di formaldeide, e i ragazzi navajo erano usciti dall’aula, l’insegnante aveva detto che quelle antiche credenze erano stupide. La ragazzina di Jemez aveva alzato la mano e aveva spiegato che la gente si raccomandava sempre di non uccidere le rane, perché altrimenti si sarebbero arrabbiate e avrebbero mandato giù così tanta pioggia da scatenare inondazioni»27. Il maestro di scuola ride: sono solo superstizioni, ogni anno vivisezioniamo le rane, e non succede niente. Ma i nativi del deserto sanno che non è così, e cercano di insegnargli una lezione più profonda: sanno che se noi trattiamo la natura come un oggetto inanimato da vivisezionare come una cosa morta, finiremo per ucciderla e per ucciderci. Forse è anche per questo che un altro alieno, E.T. l’extraterrestre, organizza la liberazione delle rane nell’aula di scienze28. Leslie Silko ci torna su in un altro romanzo: «Tutte le sorgenti nel deserto hanno serpenti in residenza. Se le persone uccidevano i serpenti, le preziose acque sparivano. La nonna diceva sempre, qualunque cosa succeda, non offendere mai il serpente che vive nella fonte»29. Le pozze d’acqua naturali sono passaggi fra il mondo visibile e i “quattro mondi” sotterranei; i serpenti acquatici sono messaggeri che viaggiano fra i mondi. I nativi del deserto segnavano con petroglifi in forma di serpente la presenza dell’acqua. «Gli spagnoli», scrive Silko, «credevano che i glifi a forma di serpente indicassero i tesori nascosti dagli indiani. Non capivano: l’acqua è il tesoro»30.

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«Siamo sopravvissuti alla siccità», canta Bruce Springsteen, «sopravvivremo al diluvio»31. Vivisezionare le rane provoca il diluvio, uccidere il serpente della fonte provoca la siccità: il diluvio è l’altra faccia del deserto, è sempre l’acqua che si vendica. Così, l’“ecologia della paura” di Los Angeles di cui parla Mike Davis è fatta di un ciclo incontrollabile di desertificazione e alluvioni, di inondazioni e incendi. La pretesa di dominare l’acqua si rovescia sui suoi presunti dominatori, l’acqua ridiventa wild e wasted e fa a pezzi le loro case e le loro macchine come un tempo faceva a pezzi le loro barche sul nobile fiume Columbia. Ne sanno qualcosa la California e l’Oregon travolti da incendi apocalittici nell’estate del 202032. All’inizio degli anni ’60, il giovane Bob Dylan non aveva in mente la California – ma annunciava anche questo futuro nelle sue visioni di deserti e diluvi, di fuoco e di pioggia: «Sono stato davanti a dodici oceani morti, ho visto il veleno inondare le acque, ho sentito il ruggito di un’onda che può sommergere il mondo intero… E una dura, dura, dura, dura, dura pioggia sta

per cadere»33. C’è sempre una dura pioggia, sempre il diluvio, che incombe sul sole della California. La famiglia Joad di Furore ha attraversato il deserto solo per finire travolta dalla pioggia che rompe gli argini, trascina gli alberi, fa crollare le fragili difese e i terrapieni34. América di T. Coraghessan Boyle, una sorta di riscrittura di Furore in chiave ecologica e migratoria, finisce con una pioggia simile. Un falò acceso dal clandestino senza casa per arrostirsi un tacchino trovato per caso la sera del Thanksgiving basta a scatenare un disastroso incendio sulle pendici aride del Topanga Canyon; e quando il vento ha allontanato infine le fiamme, sulle pendici rimaste indifese precipita il diluvio che trasforma la collina in “una liquida montagna” che erode la terra ed estirpa gli alberi dal suolo: «La montagna rombava, i massi vociferavano… Cándido udì dietro di sé lo scorrere impetuoso dell’acqua… e intanto galleggiava su quell’ondata di fango che martellava i muri fino ad appiattirli e scoperchiava i tetti delle case… Tutt’intorno vedeva soltanto acqua scura, acqua a perdita d’occhio, e si chiese se sarebbe mai riuscito a scaldarsi…»35.

In Furore, Rose of Sharon Joad ha perso il bambino nella piena straripante delle acque, ma a un cenno della madre non esita a dare il seno a un vecchio che sta morendo di fame. Nel diluvio, Cándido ha perso tutte le sue povere cose e la bambina che la sua compagna aveva appena partorito. Il protagonista del romanzo, un ecologista liberal che vuole punirlo per l’incendio e per avergli sporcato l’incontaminata natura del canyon, lo insegue con la pistola puntata. Ma quando l’ondata travolge anche il nemico che sta per ucciderlo, Cándido, senza pensarci, fa la cosa giusta: «Quando vide la faccia bianca affiorare dal nero vortice della corrente e la mano bianca che cercava di aggrapparsi alle tegole, si chinò ad afferrarla»36. È un tema quasi canonico dell’immaginazione americana: i gesti di salvezza fatti istintivamente, senza pensarci. Rose of Sharon, Cándido, Huckleberry Finn che straccia la lettera con cui riconsegnava alla padrona lo schiavo fuggiasco Jim,

Billy Sutter («Galveston Bay», Bruce Springsteen) che all’ultimo momento rinfodera il coltello con cui stava per uccidere il profugo vietnamita che minacciava di rubargli il lavoro, Janey che all’ultimo momento prende fra le braccia il bambino che stava per abbandonare (ancora Bruce Springsteen, «Spare Parts», probabilmente ispirato a una scena analoga in The Violent Bear It Away della sua scrittrice preferita, Flannery O’Connor)…37. E sono sempre scene di acqua: l’inondazione e il diluvio in Furore e América, la baia di Galveston e il fiume nelle canzoni di Springsteen, il fiume Mississippi nel romanzo di Mark Twain… È come se la spontanea riconciliazione con la propria umanità e il riconoscimento dell’umanità altrui debbano passare per la riconciliazione con l’acqua: «Tonight my baby and me we’re gonna ride to the sea \ And wash these sins off our hands − stasera il mio amore e io scenderemo al mare e laveremo via dalle mani i nostri peccati»38.

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III. Cool water


All day I’ve faced the barren waste Without the taste of water, cool water Old Dan and I with throats burned dry And souls that cry for water, cool, clear water…39

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Tutto il giorno ho affrontato il deserto desolato senza un sorso d’acqua, acqua fresca; [il mulo] Dan e io, con la gola che brucia e l’anima che invoca acqua, chiara e fresca acqua. «Camminiamo nel deserto, ed è come se camminassimo sopra il sole, non sotto». È Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, storia di bambini che si perdono nel deserto e di bambini profughi e migranti che cercano di attraversarlo. Il deserto è “identico”, “immobile”, “inanimato”, “senza fine”, “sempre uguale”. Lo spazio e il tempo si fermano e si curvano all’indietro: «Una luce incandescente curva il cielo in un arco e perfino il tempo è ripiegato su se stesso, in “un perenne presente indicativo”, “una clessidra immobile” dove la sabbia “scorre in un tempo arrestato” come un oceano che scorre all’indietro dopo un naufragio»40. «Arrivare alla valle di San Simon, dicono, è come sedere alle porte dell’inferno»41, ed è lì che il diavolo ti fa vedere cose che non ci sono: Keep a-movin’, Dan, don’t you listen to him, Dan, He’s a devil not a man And he spreads the burning sand with water

Dan, can you see that big green tree Where the water’s runnin’ free And it’s waiting there for you and me…42 Vai avanti, Dan, non lo stare a sentire, è un demonio, non un uomo, e sparge le sabbie ardenti di acqua – vedi laggiù quel grande albero verde dove l’acqua scorre libera e ci aspetta… «Questa valle, un tempo abbastanza verde da ingannare i contadini, affidava tutte le sue speranze, anno dopo anno, a una promessa di nevi invernali lontane centinaia di miglia, che nelle ultime due stagioni non erano bastate neanche a far rivivere un filo d’acqua limpida in nessun torrente»43. Sorvolando il continente, all’altezza del centesimo parallelo si vede la terra cambiare colore, da verde farsi rapidamente marrone: è l’inizio delle terre aride del Grande Ovest americano. Due terzi del territorio degli Stati Uniti non sono coltivabili senza irrigazione: il miraggio più ingannevole e duraturo è quello di poter vivere e coltivare su queste terre senz’acqua come se l’acqua ci fosse e non dovesse finire mai. O dovesse arrivare sotto forma di un miracolo, la pioggia come lacrime di Dio. Peter Rowan, musicista bluegrass, 1990: When you’re tryin’ to make your livin’ makin’ rain You got to put on a real good show, tell the people anything You got to get the Lord’s attention any old way you can

Maybe He’ll show a little mercy and start cryin’ for the land Rainmaker, rainmaker the land is parched and dry Rainmaker, rainmaker make the rain fall from the sky Rainmaker, rainmaker the crops are gonna die Rainmaker, rainmaker make the Heaven’s cry Quando ti guadagni la vita portando la pioggia devi fare spettacolo, dire di tutto alla gente; devi attirare l’attenzione del Signore in ogni modo che puoi, e forse Lui avrà un po’ di compassione e piangerà per la terra. Uomo della pioggia, la terra è secca e arida; uomo della pioggia, fai scendere la pioggia dal cielo; uomo della pioggia, i raccolti stanno morendo, uomo della pioggia fai piangere il Cielo44. O un gioco di prestigio, una metafora di tutti gli inganni e le manipolazioni della politica e del potere. Bruce Springsteen, 2020, citando esplicitamente Peter Rowan: Parched crops dying ’neath a dead sun We’ve been praying but no good comes The dog’s howling, home’s stripped bare We’ve been worried but now we’re scared […] Rainmaker, a little faith for hire Rainmaker, the house is on fire Rainmaker, take everything you have

Sometimes folks need to believe in something so bad, so bad, so bad They’ll hire a rainmaker Raccolti inariditi che muoiono sotto un sole spento. Continuiamo a pregare ma non serve a niente. Il cane guaisce, la casa è spogliata. Eravamo preoccupati ma adesso abbiamo paura… Uomo della pioggia, un po’ di fede in affitto. Uomo della pioggia, la casa va a fuoco; l’uomo della pioggia ti porta via tutto quello che hai. A volte la gente ha bisogno di credere in qualcosa di così cattivo, così cattivo, così cattivo che ingaggia un uomo della pioggia45. C’è un romanzo di Leslie Silko che ha un titolo ambiguo e affascinante: Gardens in the Dunes, orti nelle dune, giardini nella sabbia. Per i nativi, significa convivere col deserto e trarne il sostentamento possibile: «La sabbia profonda conservava preziosa umidità che nutriva le piante [e] trasudava dai crepacci nella roccia. Ai piedi delle dune cresceva l’amaranto […] Dopo la pioggia, curavano le piante che spuntavano da sotto la sabbia: ognuno aveva una pianta che curava come un bambino»46. Per la civiltà occidentale, significa costringere il deserto a produrre il più possibile e viverci sopra come se il deserto non esistesse – e come se non ci vivesse nessuno. Il furto della terra è anche furto dell’acqua: «This land should have been our land \ You took it for your land… You

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pump out the water and sell it back to me – Questa terra era la mia, e l’avete fatta vostra, estraete l’acqua e me la fate ricomprare», canta Ry Cooder47. Un tempo la valle di Phoenix era la terra degli indiani Pima, gente nobile e fiera, che coltivava la valle di Phoenix, nella terra dell’Arizona:

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Down the ditches for a thousand years The sparkling water rushed ’Till the white man stole their water rights And their running water hushed Per mille anni dai fossati era sgorgata acqua zampillante, finché l’uomo bianco non rubò loro i diritti idrici, e l’acqua corrente tacque.48. Scrive nel 2020 Wahleah Johns, ricercatrice ed ecologista navajo: «Come si spiega che la nazione navajo ha ottanta miglia di confine sul Colorado River eppure non ha accesso neanche a una goccia d’acqua? Come è possibile che il carbone e l’acqua delle terre Navajo abbiano contribuito a creare energia per Los Angeles, Las Vegas e Phoenix, eppure 15.000 famiglie nella riserva non hanno elettricità?»49. A Las Vegas, nel deserto del Nevada, il lussuoso Venetian Hotel si affaccia su una laguna artificiale con tanto di gondole. Nel deserto della California crescono improbabili campi da golf. «Il problema è l’erba», scrive Marc Reisner: «Circa il 70 percento dell’acqua usata a Las Vegas irriga prati, parchi e campi da golf senz’altro belli da vedere ma incredibilmente sprecati e

inadatti a un paesaggio deserto che ha in media quattro pollici di pioggia l’anno»50. Tucson, in Arizona, non ha acqua ma è piena di piscine: a Tucson e a Phoenix muoiono più bambini annegati in piscina che per incidenti stradali e per le armi51. Il sogno di fondare metropoli sul deserto, trasformare il West in una distesa coltivata (i 160 acri di terre sottratte ai nativi e date ai contadini-pionieri), si scontra presto con la difficoltà di far arrivare l’acqua lontano dalle fonti, con la scarsità di pioggia, con la difficoltà di coltivare una dry-land farm, un terreno asciutto e senz’acqua. Butch Hancock, musicista country-folk texano: There’s thunderstorms buildin’ up over on the county line All the neighborin’ farms got rain But I never get a drop on mine You might think a little ol’ summer breeze Couldn’t do nobody harm But it burns like a blazin’ blowtorch When you’re livin’ on a dry land farm. When the west wind comes blowin’, the sand comes blowin’ too And I must say a mouthful is more than I can chew I swallered a gallon for every acre and God knows it hurt But it ain’t as bad as the trouble I had Breakin’ up that dry land farm52.

Temporali all’orizzonte ai confini della contea; piove su tutte le terre vicine ma non ne arriva mai una goccia sulla mia. Penseresti che una leggera brezza estiva non possa fare danni, ma brucia come una fiamma ossidrica quando vivi in una fattoria senz’acqua. Quando soffia il vento dall’Ovest, porta anche la sabbia e mi riempie la bocca; ho ingoiato un gallone di sabbia per ogni acro, e sa Iddio se fa male – ma non tanto quanto le pene che ho passato per spaccare la terra su questa fattoria senz’acqua. Aprire la terra, arida e ancor più impoverita dalle monoculture destinate al mercato, significa renderla fragile, friabile, preda della pioggia e del vento. C’è una dura simmetria nel fatto che Woody Guthrie cominciava il 1934 cantando le tempeste di polvere nel Sud-ovest ad aprile e lo finisse cantando l’alluvione di Los Angeles a Capodanno: c’è una relazione ineludibile fra entrambi i disastri. «Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma» le ultime piogge lasciano solchi dove durante la siccità «la terra si sfaldava in piccoli rivoli secchi». È l’inizio di Furore di Steinbeck: «Sulle strade percorse dai carri, lì dove le ruote macinavano il suolo e gli zoccoli dei cavalli lo percuotevano, le croste di terra si frantumavano in polvere. Qualunque cosa si muovesse sollevava in aria la polvere…»53. L’Oklahoma, il Texas, parti del New Mexico e del Kansas sono, per citare ancora Butch Hancock, “The wind’s dominion”, il regno del vento: nella cosiddetta Dust Bowl, la “scodella di polvere” del

Sud-ovest inaridito le tempeste di polvere sollevate dal vento generano un mondo alla rovescia. Woody Guthrie: Down in Texas, my gal fainted in the rain, Down in Texas, my gal fainted in the rain, I throwed a bucket o’ dirt in her face Just to bring her back again54. Giù in Texas, la mia ragazza è svenuta per la pioggia, le ho tirato un secchio di polvere in faccia per farla rinvenire. In realtà, non è che l’Ovest americano non abbia acqua. Sotto il suolo di sette stati, da nord a sud, scorre quella che era una immensa, apparentemente inesauribile falda acquifera. Lo Ogallalla Aquifer «detiene due primati: è il più grande acquifero autonomo del mondo, ed è l’acquifero in più rapida via di sparizione al mondo». Anche l’acqua dell’Ogallalla, come l’aria, come tutte le risorse del pianeta, non è infinita. Se usato correttamente – come bene comune e con rispetto dei limiti – avrebbe potuto permettere la coltivazione delle terre vicine alle fonti idriche e garantire stabilità economica e ambientale per un lungo periodo; tuttavia, questa opportunità «fu buttata via per la ricerca del guadagno immediato» 55. «A chi appartiene l’acqua?» chiede Vandana Shiva: «È una proprietà privata o un bene pubblico? Quali diritti hanno, o dovrebbero avere le persone? Quali sono i diritti dello stato? Quali quelli delle imprese e degli interessi commerciali?»56.

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Anche per scelta irresponsabile e miope delle istituzioni governative federali e statali, lo sviluppo del Midwest e del West ignorò la dottrina tradizionale del libero uso comune delle risorse idriche da parte delle popolazioni riparie e trattò invece l’acqua come una merce, proprietà privata del primo che arrivava a prenderla (il primo bianco: la priorità di occupazione e la legittima titolarità dei nativi non è stata mai presa in considerazione). Assegnando il possesso esclusivo dell’acqua ai primi colonizzatori arrivati, l’economia del West consentiva, a chi disponeva dei capitali necessari per appropriarsene, di deviarla per irrigare terreni lontani e sostenere uno sviluppo e una crescita incontrollati e insostenibili57. Il deserto «è così vecchio e possente», dice un personaggio di Underworld di Don DeLillo: «Credo che ci faccia sentire, noi in quanto cultura, qualsiasi cultura, ci faccia sentire minacciati, ci inciti a non lasciarci sopraffare. Suscita soggezione e terrore, capisce. Improduttivo […] per l’industria e il progresso»58. Rendere “produttivo” il deserto, come rendere produtti-

ve le acque “sprecate” dei fiumi, non è solo un dato economico: serve a rassicurare simbolicamente l’umanità capitalistica sulla sua capacità di piegare alla propria volontà di dominio una natura impervia e ostile. Ci sono due modi di «dimostrare la nostra supremazia» (come dice il personaggio di DeLillo). In primo luogo, supremazia sul deserto: calpestarlo e viverci sopra come se non potesse opporci resistenza. Al centro di Underworld sta la città di Phoenix, incubo-utopia ad aria condizionata, la città-fenice che nasce dal fuoco e dalle ceneri nel mezzo del deserto dell’Arizona. Fra il 1940 e il 1950, il numero degli abitanti di Phoenix passò da 65.000 a 439.000; la popolazione dell’Arizona raddoppiò e milioni di acri vennero messi a produzione grazie all’irrigazione, sbarrando i fiumi e scavando pozzi sempre più profondi59. Come molti altri stati dell’Ovest, l’Arizona «cominciò a succhiare la falda sotterranea, eredità di millenni, come se non ci fosse futuro. Entro pochi anni, parti del territorio di cui fa

parte Phoenix cominciarono ad abbassarsi a mano a mano che l’acqua veniva estratta e la falda crollava»60. Anche qui, di elettricità si tratta. A lungo termine, la cultura estrattiva che distrugge l’acqua distrugge sé stessa. In Arizona, lo sviluppo di Phoenix, oggi la quinta città degli Stati Uniti, è dovuto in gran parte al carbone. Nel 1974 è stata inaugurata la Navajo Generating Station, per produrre l’enorme quantità di energia necessaria per trasferire acqua per un milione e mezzo di acri-piede dal fiume Colorado lungo 336 miglia di canali sulle profondità già desertiche dell’Arizona centrale e meridionale, dove da allora fioriscono campi da golf, giardini erbosi e parchi61. Alla supremazia sulla natura segue la supremazia sul resto dell’umanità, un altro tipo di distruzione. La “supremazia” di cui parla il personaggio di DeLillo è anche la supremazia militare nella guerra fredda. È nel deserto, come ci ricorda Un-

derworld, che in nome della guerra si compie il gesto estremo di supremazia umana sulla natura: il dominio sull’atomo. Leslie Marmon Silko individua nelle linee dei giacimenti di uranio che affiorano sulla sabbia del deserto vicino al laboratorio di Los Alamos dove fu creata la bomba atomica, l’estremo disegno di quella magia nera che comincia con la vivisezione delle rane e unifica l’umanità nella visione dell’estrema catastrofe: Le linee di confine tra le culture e i mondi erano tracciate in linee scure e piatte sulla sabbia sottile e convergevano al centro nell’ultimo disegno di sabbia della cerimonia della stregoneria. Da quel momento in poi, gli esseri umani tornavano a essere un’unica famiglia, uniti dal destino che i distruttori avevano pianificato per loro, per tutte le creature viventi; uniti da un cerchio di morte che divorava la gente nelle città lontane anche ventimila chilometri, che non avevano mai visto i tenui colori delle rocce che ribollivano dei loro massacri62.

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IV. Acqua e sale


By the river Rio Bravo I walk all alone And I wonder as I wander by the river Where my love has flown […] Must I live ever after By the memory of her song While the river Rio Bravo flows along 112

È Dean Martin, in un classico western (Rio Bravo, appunto: in italiano, Un dollaro d’onore). Lungo il fiume Rio Bravo cammino da solo e mentre vago lungo il fiume mi chiedo dove è volato il mio amore… Dovrò vivere sempre con la memoria del suo canto, mentre il fiume Rio Bravo continua il suo corso?63. Il fiume Rio Bravo, che gli Stati Uniti chiamano Rio Grande, è un luogo iconico dell’immaginazione americana: Tonight my bag is packed Tomorrow I’ll walk these tracks That will lead me across the border […] We’ll leave behind my dear The pain and sadness we found here And we’ll drink from the Bravo’s muddy waters64. Stasera ho fatto i bagagli, domani cammineremo sui sentieri che mi portano oltre il confine; ci lasceremo

indietro il dolore e la tristezza e berremo dalle acque scure del Rio Bravo. Il Rio Bravo di Dean Martin è un luogo nostalgico e romantico, quello di Bruce Springsteen è un confine simbolico, fra la vita e l’eternità: «For what are we / Without hope in our hearts / That someday we’ll drink from God’s blessed waters: che cosa saremmo se non avessimo in cuore la speranza che un giorno berremo le acque benedette di Dio?». Ma il Rio Bravo è anche un confine geografico e politico. La “terra di confine”, ha scritto Gloria Anzaldúa, «es una herida abierta, dove il Terzo Mondo si strofina al Primo e sanguina»65. E questo confine è fatto d’acqua: chi cerca di passarlo illegalmente si chiama “mojado”, o “wetback”, schiena bagnata. Una canzone popolare messicana: Las rosas de Mexicali Y la sangre en el Río Bravo Son dos cosas diferentes Pero en color son hermanos Y la línea, divisoria, Es la tumba del mojado66. Le rose di Mexicali e il sangue del Rio Bravo sono due cose differenti ma di colore si somigliano, e la linea divisoria è la tomba del mojado. E Bruce Springsteen, anche lui sull’orlo del Rio Bravo, “le

rive di Matamoros”, ai confini fra il Nord e il Sud del mondo, con suggestioni che evocano la morte per acqua della Terra desolata di T.S. Eliot e La tempesta di Shakespeare: For two days the river keeps you down Then you rise to the light without a sound Past the playgrounds and empty switching yards The turtles eat the skin from your eyes, so they lay open to the stars Your clothes give way to the current and river stone ‘Till every trace of who you ever were is gone And the things of the earth they make their claim That the things of heaven may do the same67. Per due giorni il fiume ti tiene sul fondo, poi risali alla luce senza un suono, oltre i parchi giochi e gli scambi dei treni. Le tartarughe mangiano la pelle dai tuoi occhi così giacciono aperti alle stelle. I tuoi vestiti cedono alla corrente e alle pietre del fiume finché non c’è più traccia di chi eri e le cose della terra prendono ciò che gli spetta affinché quelle del cielo possano fare lo stesso. Nel 1995, Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale affermava: «Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua»68. Il 20 settembre 2020, migliaia di contadini messicani danno l’assalto alla diga

di La Boquilla nello stato di Chihuahua per impedire che continui a dirottare l’acqua verso gli Stati Uniti, rendendo impossibile irrigare i loro terreni in tempo di siccità. La polizia risponde con lacrimogeni e fucili, uccidendo due persone. «L’acqua è patrimonio di tutti, l’acqua non è proprietà di nessuno», afferma un manifestante69. Ma è precisamente sull’appropriazione e l’uso privato dell’acqua che vertono i conflitti più drammatici del nostro tempo. All’inizio degli anni ’70, all’Istituto Ernesto De Martino di Milano, conobbi Judith Reyes, cantante e autrice messicana, in quel tempo rifugiata politica in Italia. Ci cantò canzoni straordinarie, poi confluite in uno degli storici Dischi del Sole. Una di queste parlava proprio di che cosa succede all’acqua quando varca il confine: Mexicali, Mexicali, tierra que se vuelve sal A causa de lo que dicen Es la buena vecindad. […] 400mil hectaras de tierra buena se vuelve sal 300mil ciudadanos en Mexicali sitiendo estan Porque la aguas del rio con del amistad De los Estados Unidos nos produjeron salinidad70. Mexicali, Mexicali, terra che diventa sale, a causa di quello che chiamano il buon vicinato. Quattrocentomila ettari di terra buona diventano sale, trecentomila cittadini di Mexicali soffrono la sete perché le acque del

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fiume, con l’amicizia degli Stati Uniti, ci hanno portato la salinità…

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La salinità sparge sale sulla ferita aperta del confine. Nell’Ovest degli Stati Uniti il 90% dell’acqua è usato per l’irrigazione e, come spiega Marc Reisner, «l’acqua usata per irrigare attraversa formazioni di sedimenti salini prima di tornare sotterraneamente al fiume» portandosi dietro tutti i sali e i minerali con cui è venuta a contatto. Per di più, quando si pretende di irrigare un territorio caldo e semideserto, come quello tra il sud dell’Arizona e i confini del Messico, la salinizzazione è accentuata dall’evaporazione dei laghi artificiali a valle: «Non c’è da stupirsi, perciò, che quando il fiume Colorado entra in Messico le sue acque sono praticamente illegali»71.

L’appropriazione dell’acqua per usi privati e di profitto e per un’idea miope di “progresso” su cui si è fondata la colonizzazione del West americano si trasferisce dalla proprietà privata alle politiche nazionalistiche degli stati: le dighe che tolgono l’acqua a chi sta a valle, l’inquinamento che rovescia a valle le scorie di chi sta a monte, la sete come arma di guerra… Non è un caso che la violenza ipocrita del lupo sull’agnello parta dall’accusa falsa di sporcargli l’acqua. E allora pensiamo alle tensioni per l’acqua del Nilo fra Egitto, Sudan, Etiopia; per quelle del Rio de la Plata fra Argentina e Uruguay; fra Brasile, Argentina, Paraguay, Stati Uniti per l’acquifero del Paraguay (la più grande risorsa d’acqua del mondo ora che l’acquifero americano dell’Ogallalla si va esaurendo); fra Cina, Laos, Cambogia, Vietnam (anche qui con interferenza statunitense) per le acque e le sabbie fluviali del Mekong; alla

centralità dell’acqua nell’occupazione della Palestina o nella repressione del popolo curdo72. Ma prima ancora che tensioni fra stati, l’appropriazione dell’acqua genera conflitti sociali all’interno degli stati stessi: pensiamo alla lotta dei contadini indiani contro la diga di Narmada, o alla “guerra per l’acqua” di Cochabamba in Bolivia nel 1989. O al referendum contro l’appropriazione dell’acqua in Italia. L’acqua bene naturale scorre effortlessly e non conosce confini. L’acqua bene commerciale privato e risorsa militare-economica a ogni confine incontra una barriera, o diventa essa stessa una diga invisibile che impedisce il libero scorrere degli esseri umani. Tutt’altro che un elemento repubblicano. È giusto allora che le acque del Rio Bravo, fiume emblematico dei confini fra Nord e Sud e fra vita e morte, non siano né fresche né chiare ma fangose, scure, petrose. «God gave Noah

the rainbow sign», dice lo spiritual: Dio diede a Mosè il segno dell’arcobaleno e gli disse: la prossima volta non l’acqua ma il fuoco – come negli endemici incendi in California e dintorni. Forse da qualche parte risuona ancora l’antico ammonimento di Bob Dylan: «The waters around you have grown» e «you’d better start swimmin’ or you’ll sink like a stone – le acque attorno sono salite e se non imparate a nuotare affonderete come un sasso»73. O quello, apocalittico e visionario di un altro spiritual, che il movimento dei diritti civili trasformò in canto di lotta: Wade in the waters Wade in the waters, children God’s gonna trouble the waters74.

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Note Bruce Springsteen, «Stolen Car» in The River, Columbia, 1980. Herman Melville, Benito Cereno in The Shorter Novels of Herman Melville, a cura di Raymond Weaver, Fawcett, Greenwich, Conn. 1956, p. 74. 3 John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 2013, trad. it. di Sergio Claudio Perroni, (pp. 282-283). 4 Pat Benatar, «River of Love», in Innamorata, cmc International, 1990; Bruce Springsteen, «Paradise» in The Rising (Columbia, 2002) e «Across the Border», in The Ghost of Tom Joad, Columbia, 1995. 5 Ernest Hemingway, «Il gran fiume dai due cuori», ne I quarantanove racconti. La Quinta Colonna, Einaudi, Torino 1961, trad. it. di Giuseppe Trevisani, p. 191. 6 Norberto Bobbio, Democrazia e segreto, Einaudi, Torino 2011. 7 Mark Twain, The Adventures of Huckleberry Finn, i ed. 1884, London; Penguin Classics, 2003, pp. 40, 51, 177; id., Life on the Mississippi, 1883; University of North Carolina, Electronic Edition 1999, pp. 99, 101. 8 Bob Dylan, «Spirit on the Waters», in Modern Times, Columbia, 2006; Emily Dickinson, «What Mystery Pervades a Well», in Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Mondadori, Milano 1997, n. 1400, pp. 1374-1376. 9 Al Jardine, «California Saga» in The Beach Boys, Holland, Brother Records 1973. 10 Woody Guthrie, «Roll On Columbia» (1941), in Columbia River Collection (Rounder, 1987). 11 Vasi comunicanti in inglese si dice “communicating vessels”. Ora, tutta la storia di Benito Cereno si impernia sul fatto che la democratica Bachelor’s Delight e la negriera San Dominick sono tutt’altro che vascelli comunicanti: nella sua democratica illusione di trasparenza, il capitano Amasa Delano non si accorge dell’oscurità nascosta nella stiva della San Dominick e nella rabbia ribelle degli schiavi. 12 Wesley Powell, direttore della United States Geological Survey, citato in Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2003, trad. it. di Bruno Amato, pp. 65-66. 1 2

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Woody Guthrie, «Grand Coulee Dam» in Columbia River Collection, Rounder, 1987. 14 Marc Reisner, Cadillac Desert: The American West and Its Disappearing Water, revised edition, Penguin, New York 2017, p. 114. 15 Joan Didion, «At the Dam» (1970), in The White Album, Farrar, Straus and Giroux, New York 1979: secondo i suoi costruttori la diga è destinata a esistere anche dopo l’estinzione del genere umano: «Una dinamo finalmente libera dagli umani, splendida alfine nell’assoluto isolamento, che trasmette energia e rilascia acqua a un mondo dove non c’è nessuno». Come si deve a un tempio, alla diga non sono mancati i sacrifici umani, anche se lei non li evoca come tali: «“Sono morti per far fiorire il deserto”, dice la lapide in memoria dei 96 uomini morti per costruire la prima delle alte dighe». 16 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., p. 65. 17 «This Land Is Your Land», scritta all’ombra delle grandi dighe, ha un messaggio di libero movimento: nel cammino da New York alla California, canta Guthrie, «c’era un muro che cercava di fermarmi, e si chiamava proprietà privata». Le persone non si possono fermare, ma le acque sì – perché, a differenza del muro della proprietà privata, le dighe del New Deal, erette in nome dei contadini, degli operai e di tutti noi, sono proprietà comune. 18 Vale la pena di soffermarsi su quel verbo, “spawned”, generate: come se la diga entrasse nel fiume durante un rapporto sessuale da cui nascono le macchine. 19 J. David Rogers, «The 1928 St. Francis Dam Failure and Its Impact on American Civil Engineering», http://web.mst.edu/~rogersda/st_francis_dam/St-FrancisDam-for-ASCE-Press.pdf, consultato l’8.12.2020; «Baldwin Hill Dam Disaster», https://en.wikipedia.org/wiki/Baldwin_Hills_Dam_disaster, consultato il 7.12.2020. 20 Marc Reisner, Cadillac Desert, cit., p. 487. 21 Woody Guthrie, «Los Angeles New Year’s Flood», in Library of Congress Recordings Elektra Records, 1964. 22 T. Coraghessan Boyle, América, The Tortilla Curtain, 1995, Einaudi, Torino 1997, p. 60, trad. it. di Ettore Capriolo. 13

23 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., p. 68; Marc Reisner, Cadillac Desert, cit., p. 15. 24 Mike Davis, Geografie della paura, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 20-21 e 81-84, trad. it. di Giancarlo Carlotti. 25 La storia è raccontata in maniera approfondita in Reisner, Cadillac Desert, cit., cap. 2, pp. 62-113. Wikipedia definisce la Owens Valley come «l’arida valle del fiume Owens»; i Paiute, che l’abitavano prima di venire sterminati, l’avevano chiamata “Payahuunadü”, “il luogo dove scorrono le acque”. 26 Reisner, Cadillac Desert, cit., pp. 103-105, 108-109, 112. 27 Leslie Marmon Silko, Cerimonia (Quattro Venti, i ed. 1977, Urbino 2007), p. 188, a cura di Laura Coltelli, trad. it. di Viola Marchi. Si veda anche, della stessa Silko, Sacred Water, Floof Plain Press, Tucson (az) 1993), p. 6: «Le rane e i rospi possono portare disastrosi scrosci e inondazioni perché sono gli amati figli delle nubi della pioggia». E, come spiega più avanti (p. 17), le “rain clouds” sono la forma in cui i morti tornano a darci la loro benedizione. 28 E.T. the Extra-Terrestrial (Steven Spielberg, 1982). La scena delle rane si può vedere su YouTube, https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=e.+t.+frogs, visto il 30.8.2020. 29 Leslie Marmon Silko, Gardens in the Dunes, Simon & Schuster, New York 1999, p. 38. 30 Leslie Marmon Silko, Sacred Water, cit., p. 9. 31 Bruce Springsteen, «Jack of All Trades» in Wrecking Ball, Columbia 2011. 32 «Il riscaldamento globale scioglie prima del tempo la neve primaverile e aggrava la siccità… che a sua volta rende gli alberi vulnerabili a parassiti che sopravvivono di più in inverni più caldi. Centinaia di migliaia di alberi morti e secchi in tutto il West degli Stati Uniti non si limitano a bruciare, ma esplodono». Peter Kalmus e Natasha Stavros, «Op-Ed: With global heating, expect inferno seasons in the American West», Los Angeles Times, 12/9/2020: https://www.latimes.com/opinion/story/2020-09-12/climate-change-wildfires-california-oregon-heat?fbclid, consultato il 21.9.2020.

Bob Dylan, «A Hard Rain’s A-Gonna Fall» in The Freewheelin’ Bob Dylan, Columbia 1963. 34 John Steinbeck, Furore (The Grapes of Wrath, Bompiani, i ed. 1939, Milano 2013, p. 614, trad. it. di Sergio Claudio Perroni. 35 T. Coraghessan Boyle, América, cit., pp. 371-372, 374. 36 John Steinbeck, Furore, cit., pp. 633-634; T. Coraghessan Boyle, América, cit. p. 374. 37 Bruce Springsteen, «Galveston Bay» in The Ghost of Tom Joad, Columbia 1995; id., «Spare Parts» in Tunnel of Love, Columbia 1987; Flannery O’Connor, The Violent Bear It Way (1960), in Three by Flannery, New American Library, New York 1983, pp. 208-209. 38 Bruce Springsteen, «Racing in the Street» in Darkness on the Edge of Town, Columbia 1978. 39 «Cool Water» (1936), di Bob Nolan, in Sons of the Pioneers, Ultimate Collection (Hip-O 2002). La versione più popolare è quella di Frankie Laine (1961, in CD, Hallmark 2012). 40 Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera, Roma 2019), trad. it. di Tommaso Pincio, edizione kindle, loc. 2432, 4570, 4571, 4452, 4455. 41 Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, cit., loc. 4783. 42 «Cool Water», cit. 43 Téa Obreht, Inland: A Novel, Random House, New York 2019, pp. 59-60. 44 Peter Rowan, «Rainmaker» in Dust Bowl Children, Sugar Hill 1990. 45 Bruce Springsteen, «Rainmaker» in Letter to You, Columbia 2020. 46 Leslie Marmon Silko, Gardens in the Dunes, cit., p. 16. 47 Ry Cooder, «No Hard Feelings» in Pull Up Some Dust and Sit Down (Nonesuch 2011). Coder allude qui al classico di Woody Guthrie, «This Land Is Your Land», nato come critica al nazionalismo e alla proprietà privata e trasformato poi in canzone patriottica eseguita solennemente anche in occasione dell’inaugurazione della presidenza Biden. In questa occasione, si sono rinnovate le critiche e le proteste da parte delle nazioni native: come dice una strofa aggiunta già anni fa da Carolyn 33

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“Cappy” Israel, musicista di San Francisco e spesso eseguita anche da Pete Seeger: «But it once was my land / Before we sold you Manhattan Island / You pushed our nations to the reservation / This land was stolen by you from me − Questa terra è la vostra terra ma un tempo, prima che vendessimo l’isola di Manhattan, era la nostra terra; avete chiuso la mia gente nelle riserve, e questa terra è stata rubata da te a me»: Sam Kesler, The Blind Spot in the Great American Protest Song, https:// choice.npr.org/index.html?origin=https://www.npr.org/2021/02/03/963185860/ the-blind-spot-in-the-great-american-protest-song, consultato il 6.2.2021. 48 Peter La Farge, «The Ballad of Ira Hayes» in On the Warpath, Folkways 1962. Peter La Farge, folksinger di discendenza nativa, racconta la storia di Ira Hayes, indiano pima, eroe di guerra a Iwo Jima, che dopo un breve periodo di gloria come reduce, finisce povero e abbandonato nella sua terra desertificata e muore, simbolicamente, nel letto prosciugato di un torrente. La canzone è stata incisa da molti artisti, fra cui Johnny Cash, Bitter Tears: Ballads of the American Indian, Columbia 1964; Pete Seeger, Broadsides, Folkways 1965. 49 Whaleah Johns, «A Life On and Off the Navajo Nation», in The New York Times, 13.5.2020, https://www.nytimes.com/2020/05/13/opinion/sunday/navajo-nation-coronavirus.html, consultato il 6.2.2021. 50 Marc Reisner, Cadillac Desert: The American West and Its Disappearing Water, cit., p. 487. 51 «Un bambino ha cento volte più possibilità di morire annegato in piscine che

per armi da fuoco»: Eric Swedlund, «Pools: More Dangerous for Children than Guns», https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=more+children+pools+than+traffic+accidents%20tucson; https://www.phoenix.gov/fire/safety; «Pools: More Dangerous for Children than Guns», in Arizona Daily, 12 giugno 2005, https://tucson.com/news/local/pools-more-dangerous-for-children-than-guns/article_d32562c6-edc7-515c-be1b-01c6f496891c.html., consultato l’11.10.2020.-information/home/water; consultato il 29.4.2021. 52 Butch Hancock, «Dry-Land Farm», Own & Own, Glitterhouse Records 1994. 53 John Steinbeck, Furore, cit., pp. 3-4. 54 Woody Guthrie, «Talking Dust Bowl Blues», in Dust Bowl Ballads, Victor Records 1940; Rounder Records 1988. 55 Reisner, Cadillac Desert, cit. p. 20. 56 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., p. 33. 57 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pp. 36-37. 58 Don DeLillo, Underworld, Simon & Schuster, New York 1997, pp. 70-71, trad. it. di Delfina Vezzoli, Einaudi, Torino 1999. 59 Leslie Marmon Silko, Sacred Water, cit., p. 54. 60 Reisner, Cadillac Desert, cit., pp. 269-70. 61 Eric Lipton, «“The Coal Industry Is Back”, Trump Proclaimed. It Wasn’t», in The New York Times, 5.10.2020, consultato il 6.10.2020. https://www.nytimes. com/2020/10/05/us/politics/trump-coal-industry.html

62 Leslie Marmon Silko, Cerimonia, cit., p. 188, a cura di Laura Coltelli, trad. it. di Viola Marchi, p. 233. 63 Rio Bravo, regia di Howard Hawks, 1959, con John Wayne, Dean Martin, Ricky Nelson. La canzone, scritta da Paul Francis Webster e Dimitri Tiomkin e cantata da Dean Martin, uscì in un 45 giri Capitol nel 1959 ed è ora nell’album Rio Bravo (Original Motion Picture Soundtrack), Intrada 2015. 64 Bruce Springsteen, «Across the Border», in The Ghost of Tom Joad, Columbia 1995. 65 Gloria Anzaldúa, «The Homeland. Aztlán/El otro México», in Borderlands/La frontera, Aunt Lute Books, San Francisco 1987, p. 3. 66 Los Piratas del Norte, «La tumba del mojado» in América sin fronteras. El canto de los inmigrantes, Sony 1996. 67 Bruce Springsteen, «Matamoros Banks», in Devils and Dust, Columbia 2005. «Sono perle quelli che erano i suoi occhi»: il canto di Ariel ne La tempesta, Atto i, sc. 2; T.S. Eliot lo cita nella ii parte, «A Game of Chess», di The Waste Land. 68 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, citato in Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., p.5. 69 «Thousands of Farmers Storm Mexican Dam That Diverts Water to United States», https://www.democracynow.org/2020/9/10/headlines/thousands_of_farmers_storm_mexican_dam_that_diverts_water_to_united_states?fbclid, consultato il 23.9.30.

Judith Reyes, «La salinidad», in Mexico – Days of Struggle, Paredon 1973. Marc Reisner, Cadillac Desert: The American West and Its Disappearing Water, cit., pp. 469-470. Negli anni ’70, gli Stati Uniti costruirono un impianto di desalinizzazione che dovrebbe migliorare le cose; tuttavia, i livelli di salinità restano al disopra degli standard legali internazionali: id., p. 473. 72 Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, cit., pp. 83-84; Marina Forti, «Geopolitica della siccità: chi ha ucciso il Mekong?». https://ogzero.org/la-minaccia-della-siccita-chi-ha-ucciso-il-mekong/, 29 novembre 2020; Carol Isoux, «Troppe dighe sul Mekong», Internazionale, 27 novembre-3 dicembre 2020 (da Libération): «Il fronte principale dello scontro geostrategico tra Cina e Stati Uniti si è spostato, dal mar Cinese meridionale, lasciato dagli americani ai cinesi, al Mekong» (p. 60). 73 Bob Dylan, «The Times They Are a-Changin’» nell’album omonimo, Columbia 1963. La strofa sull’arcobaleno, l’acqua e il fuoco ricorre in un’infinità di varianti di spiritual afroamericani e bianchi, da Mahalia Jackson a Paul Robeson a Nat King Cole, dalla The Carter Family a Woody Guthrie a Bruce Springsteen: «O Mary Don’t You Weep» in We Shall Overcome. The Seeger Sessions, Columbia 2006. 74 «Entrate nell’acqua, figli, entrate nell’acqua: Dio turberà le acque». Fra le tante versioni, gli Staple Singers, in Freedom Highway, Columbia 1991, o The Harmonizing Four, nella compilation Get Me Jesus on the Line, Nectar 1998. Una registrazione sul campo durante una manifestazione del movimento dei diritti civili è nell’album Movement Soul, esp 1964. 70 71

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indice delle fotografie

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Boulder City, Nevada 2019

Grand Canyon, Arizona 2016

Tehachapi, California 2015

Bakersfield, California 2015

Willow Beach, Arizona 2019

Albuquerque, New Mexico 2015

Tehachapi, California 2015

Tehachapi, California 2015

Palm Springs, California 2019

Onyx, California 2019

Gallup, New Mexico 2015

Bishop, Inyo County, California 2019

Weldon, California 2019

Olancha, California 2019

Gallup, New Mexico 2015

Holbrook, Arizona 2016

Bishop, Inyo County, California 2019

Cayucos, California 2019

Daggett, California 2015

Amargosa Valley, Area 51, Nevada 2019

Bakersfield, California 2015

Needles, California 2019

Mariposa, California 2019

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019


Kern River, California 2019

Kern River, California 2019

Grand Canyon, Arizona 2019

Bakersfield, California 2019

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019

Cayucos, California 2019

Palm Springs, California 2019

Kingman, Route 66, Arizona 2019

The California Sea Otter State Game Refuge, California 2019

Venice Canals, Los Angeles, California 2019

Bishop, Inyo County, California 2019

Flagstaff, Arizona 2019

California, Los Angeles, Santa Monica 2019

Big Pine, Inyo County, California 2019

Grand Canyon, Arizona. 2019

Colorado River, Needles, California 2019

Bakersfield, California 2015

Yosemite National Park, California 2019

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019

Winslow, Arizona 2019

Yosemite National Park, California 2019

El Capitan, Yosemite National Park, California 2019

Rio Grande, Albuquerque, New Mexico 2015

Cedar Springs, Arizona 2019


Navajo County, Winslow, Arizona 2019

Isabella Lake, California 2019

Los Angeles Aqueduct Cascades. Qui sfocia l’acqua che proviene dalla Owens Valley. California 2019

Ciò che resta del lago Owens. Il lago è stato completamente prosciugato per costruire l’acquedotto che porta l’acqua a Los Angeles. California 2019

Vista aerea del fiume Colorado 2019

Escena Golf Resort, Palm Springs, California 2019

National Cemetery Administration Bakersfield, California 2015

Palm Springs, California 2019

Death Valley, California 2019

Bakersfield, California 2015

Amboy, California 2019

Navajo County, Winslow, Arizona 2019

Amarillo, Texas 2016

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019

Skyline di Los Angeles, California 2019

Kingman, Arizona 2019

Kingman, Arizona 2019

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019

Las Vegas, Nevada 2019

Kingman, Arizona 2016

Gallup, New Mexico 2015

Las Vegas, Nevada 2019

Palm Springs, California 2019

Cabazon, Riverside County, California 2019


Caesars Palace, Las Vegas, Nevada 2019

Bakersfield, California 2015

Las Vegas, Nevada 2019

Las Vegas, Trump Tower, Nevada 2019

Albuquerque, New Mexico 2015

Boulder City, Nevada 2019

Boulder City, Nevada 2019

Hoover Dam, tra Arizona e Nevada 2019

Winslow, Arizona 2019

Bishop, Inyo County, California 2019

Cedar Springs, Arizona 2019

Boulder City, Nevada 2019

Bishop, Inyo County, California 2019

Bishop, Inyo County, California 2019


Daria Addabbo

Alessandro Portelli

Daria Addabbo è nata nel 1979 a Roma, dove attualmente vive e lavora. Dopo aver seguito gli studi alla Facoltà di Lettere, si trasferisce a Buenos Aires, in Argentina, dove studia fotografia. A Roma, seguirà invece un master di fotogiornalismo. Ha pubblicato su L'Espresso, Vanity Fair, Panorama, Internazionale, Marie-Claire, La Repubblica, Gioia, Grazia, Donna Moderna, GQ, Mind, National Geographic e diverse riviste internazionali.

Alessandro Portelli è considerato tra i fondatori della storia orale. Professore di Letteratura angloamericana all'Università La Sapienza di Roma, ha fondato e presiede il Circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza alternativa della cultura popolare. Collabora con la Casa della Memoria e della Storia di Roma e con Il Manifesto. Tra le sue pubblicazioni figurano Badlands, Springsteen e l'America:il lavoro e i sogni (Donzelli), L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria (Donzelli), America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky (Donzelli) e Il ginocchio sul collo. L'America, il razzismo, la violenza tra presente, storia e immaginari (Donzelli).

Ha svolto uno stage presso la Photographic Unit del World Food Programme, agenzia dell’onu. Ha esposto i suoi lavori in Italia, Brasile e Argentina. Per Jaca Book ha pubblicato i volumi This Hard Land. Sulle strade di Springsteen (2019) e Un altro giorno è andato. Le stagioni di Francesco Guccini (2021).


Finito di stampare agosto 2021


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