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Š Douglas Coupland

Douglas Coupland è autore dei bestseller internazionali The Gum Thief (2007) e JPod (2006), da lui adattati per la televisione, e di nove precedenti romanzi, tra cui Tutte le famiglie sono psicotiche (Isbn Edizioni 2012), Generazione A (Isbn Edizioni 2010), Hey Nostradamus! (2007), Fidanzata in coma (1998) e Generazione X (1992).


Isbn Edizioni via Sirtori, 4 20129 Milano Presidente: Luca Formenton Direzione editoriale: Massimo Coppola Editor: Mario Bonaldi Redazione: Antonio Benforte, Linda Fava Diritti e redazione: Sara Sedehi Comunicazione: Valentina Ferrara, Giulia Osnaghi Grafica: Alice Beniero Copyright © 2010 Douglas Coupland All rights reserved including the rights of reproduction in whole or in part in any form. Questo libro è stato pubblicato con il sostegno del Canada Council for the Arts.

© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2012 Titolo originale: Player One. What Is to Become of Us


Douglas Coupland

Le ultime 5 ore Romanzo

Traduzione Marco Pensante

special books | isbn edizioni


«Si può avere l’informazione o si può avere una vita, ma non tutte e due le cose.» Legge di Doug


ora uno a questo punto arriva lo zeppelin in fiamme

Karen A Karen piacciono le parole crociate perché fanno passare il tempo. Karen fa coperte a trapunta e le dona in beneficenza perché le piace assaporare il modo in cui mentre lo fa il tempo rallenta. Karen trova molto strano che la gente che elimina dal frigorifero i latticini scaduti non si preoccupi minimamente di abbandonare per anni interi una bottiglietta di condimento per insalate Kraft Catalina sulla mensola interna del frigorifero. Lei stessa è colpevole di questo crimine. Karen ricorda che il suo ex marito, ai tempi in cui le cose andavano bene, aveva dato un’occhiata alle mensole sullo sportello del frigo e aveva detto: «Cristo santo, Karen, qui c’è una bottiglia di Thousand Island che tra un po’ ti racconta dov’era il giorno che hanno assassinato Kennedy». Karen ha quasi quarant’anni e per un po’ ha creduto che non avrebbe mai più trovato nessuno, ma in questo momento è in volo per andare a conoscere


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l’uomo che spera diventerà il suo amante. È seduta dentro una fusoliera di alluminio che schizza verso est, otto chilometri sopra il Lago Superiore. Sente un po’ troppo caldo, quindi apre gli ultimi due bottoni del vestito nella speranza che, se qualcuno dovesse vederla, non lo prenda come un segnale di zoccolaggine. Perché mai, pensa, dovrebbe importarmene se degli sconosciuti mi prendono per una zoccola? Eppure mi importa. Poi le torna in mente che di questi tempi tutti dispongono di una macchina fotografica, e una qualsiasi di quelle macchine potrebbe fotografarla. Oh, quelle videocamere! Quelle finestrelle azzurre luminose che vede sempre dal suo posto in ultima fila nell’aula magna della scuola di Casey, una matrice tremolante color zaffiro di ricordi che con tutta probabilità nessuno rivedrà mai, perché la gente che registra i saggi musicali registra praticamente anche tutto il resto e non c’è abbastanza tempo nella vita per rivedere anche solo una parte di quei ricordi registrati. Cassetti delle cucine pieni di schede di memoria abbandonate. Matite da temperare. Bloc notes regalati dalle agenzie immobiliari. Apparecchietti per i denti. Il cassetto è una capsula temporale. Karen pensa: Tutto quanto ci lasciamo dietro spostandoci da una camera all’altra è un guscio vuoto. Nella fila di posti davanti a Karen dall’altra parte del corridoio c’è un adolescente che si è girato a guardarla diverse volte durante il volo. Karen è lusingata al pensiero che forse qualcuno la considera fica, per


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quanto fica come tardona, ma d’altra parte sa anche che molto probabilmente quel ragazzino allupato tiene nascosto nel taschino della camicia qualche rilevatore portatile di comportamenti peccaminosi che attende solo che Karen slacci ancora qualche bottone o si metta le dita nel naso o compia qualsiasi gesto inopportuno un tempo ritenuto privato, un gesto inopportuno che prima o poi verrà immortalato su qualche sito web di foto che fanno ridere insieme a varie jpeg di squadre di baseball in cui uno dei giocatori sta vomitando, o su qualche sito di video con riprese di adolescenti totalmente all’oscuro della nozione di causa ed effetto che saltano su trampolini elastici dal tetto di casa e prontamente ci lasciano la pelle. Maledetta tecnologia moderna. Karen traffica coi bottoni. Sente brontolare lo stomaco. Dal lato destro dell’aereo arriva troppa luce, e Karen guarda verso il fondo della cabina e le torna in mente un vecchio telefilm in cui tutti i passeggeri di un 747 sparivano nel nulla durante il volo, tutti tranne cinque che stavano dormendo e per quel motivo non sparivano. Nel film, dei passeggeri scomparsi restavano solo i loro abiti stesi sui sedili. Ma Karen ci riflette un po’ più attentamente. Cosa significa per una persona svanire? È evidente che i vestiti rimarrebbero dove sono. Ma allora anche le extension e i parrucchini, i gioielli... si può andare avanti... le capsule e i ponti dentari, i pacemaker, i perni metallici degli impianti endo-ossei... ci


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pensa ancora più a fondo... be’, a voler essere sgradevoli resterebbe anche il cibo non digerito e poi... un momento... a pensarci rimarrebbero sul sedile anche i capelli, perché dai polizieschi televisivi ha imparato che i peli non contengono Dna, tranne per il follicolo cutaneo. E le ossa, poi? Le ossa sono fatte di carbonato di calcio, che è una semplice sostanza chimica per nulla specifica di Karen; rimarrebbero anche le ossa, magari non il midollo, però... un momento... una volta non aveva forse letto che per ogni cellula del corpo umano ci sono dieci volte tante entità estranee come batteri, virus e miceti? Per cui insieme ai vestiti rimarrebbero sui sedili anche quelli. Bleah. Il corpo umano non è neanche un corpo: è un ecosistema. Karen decide di approfondire ulteriormente... che diciamo dell’acqua? L’acqua è soltanto acqua e tecnicamente non fa parte di ciò che definisce Karen in quanto Karen, quindi il mucchio di vestiti e liquame assortito sul sedile del 747 sarebbe bagnato fradicio. Ma poi... e tutte le cellule del corpo, quelle come si potrebbero classificare: Karen o non-Karen? Gli ovociti rimarrebbero sul sedile, dato che sono Karen solo per metà, non pura Karen ma metà del suo Dna. Un momento, ecco che torna quella parola, «Dna»... Dna. Se Karen guardasse attentamente dentro un campione cellulare, diciamo una cellula dell’epidermide, allora risulterebbe evidente che solo il suo Dna è effettivamente lei. Tutto il resto sono solo proteine e grassi e enzimi e emoglobina e...


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... e poi Karen contempla come in una visione i suoi resti inzuppati d’acqua, lì sul sedile del posto 26K. Da questi si solleva una creatura spettrale ed evanescente simile a un collant, costituita interamente del Dna di Karen, l’unica cosa di lei che può sinceramente ritenere lei. Un collant! Probabilmente neanche un collant, visto che tutto il Dna estratto dalle sue cellule sarebbe scollegato: probabilmente il suo Dna risulterebbe un mucchio di polvere finissima grande magari quanto un’arancia. E poi Karen si sente più umile, perché le viene in mente quanto poco c’è che la rende diversa dagli altri, giusto un soffio di polvere. Com’è scontato e stucchevole e orientaleggiante. Eppure... eppure questo è lei, o chiunque di noi. Polvere. E sarà meglio raccomandare ai vari fondamentalisti cristiani che attendono il Giudizio universale di mettere da parte un po’ di secchi e strofinacci per quelli che saranno abbandonati sulla Terra. Karen si riscuote. Il suo vicino di posto sta guardando un documentario su Discovery Channel dove ci sono bestie grosse che inseguono e divorano bestie piccole. L’Airbus 320 continua a sibilare affaticato. Karen si domanda come sarà Warren. Karen ha conosciuto Warren su internet, e Warren ha appuntamento con Karen nella sala da cocktail del Toronto Airport Camelot Hotel. Una sala da cocktail! Che posto sordido e favoloso e soprattutto, quel che è meglio, a ridotto tasso di serietà. Se tra lei e Warren scatta qualcosa potrebbe arrivare il momento di cercarsi la


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proverbiale camera al piano di sopra. Se invece non scatta niente, allora si torna all’aeroporto a prendere il primo volo per casa. La natura, pensa Karen, è stata crudelissima ma anche efficientissima quando ha inventato l’ingranare. E se invece non ingranano? Se Warren le piace, ma le piace soltanto, senza che scatti niente? Be’, le cose non funzionano mai così, giusto? Si ritorna con l’anima in pezzi a proporsi sul grande mercato del sesso. Karen si gira verso il finestrino e ci vede una macchiolina che le fa pensare: Non sarebbe fantastico se di giorno le stelle diventassero nere e il cielo fosse tutto coperto di puntini come di pepe? A sud è visibile una mezza luna. Immaginati di alzare gli occhi verso la luna e vederla in fiamme! Per la prima volta da numerosi pleniluni, Karen si sente come se la sua vita fosse una storia vera e propria, non solo una sequenza di eventi registrati su un’agenda: una linearità fasulla sovrapposta al caos da noi esseri umani nel tentativo di dare un senso all’incertezza della nostra situazione qui sulla Terra. Karen pensa: La maledizione di noi esseri umani è che siamo intrappolati nel tempo; la nostra maledizione è che siamo costretti a interpretare la vita come una sequenza di eventi, una storia, e quando non riusciamo a capire quale sia la nostra storia personale, allora in un certo senso ci sentiamo perduti. Karen non ne vuole sapere niente, non oggi. L’adolescente arrapato nella fila accanto alza con grande discrezione il suo iPhone e scatta una foto a Karen,


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allora Karen mostra il medio all’obiettivo. Si sente ancora giovane. E poi prova un senso di déjà vu; strano, perché una missione come questa non l’ha mai intrapresa prima. E poi il momento di déjà vu passa e Karen resta a domandarsi come sarebbe la vita se non ci fossero altro che déjà vu, se in ogni istante la vita sembrasse una replica. Una volta ha letto di una persona che soffriva di quel disturbo, una lesione nella parte del cervello che governa il senso del tempo. È solo questo il tempo? La nostra percezione di quanto in fretta o quanto lentamente passa? E poi l’aereo inizia la sua discesa graduale verso l’aeroporto. Il comandante dice che arriveranno con cinque minuti di anticipo. Karen si sente sommergere da un senso di attesa come la mattina di Natale, la consapevolezza smaniosa e vibrante che sotto l’albero ci sono i regali impacchettati, anche se in realtà l’albero è la sala da cocktail di un albergo davanti all’aeroporto e il giocattolo impacchettato è Warren. Ecco cosa mi piacerebbe, pensa Karen. Avere la vita colorata dalla sensazione che ogni momento sia la mattina di Natale. Una hostess incarognita dice a Karen di alzare lo schienale per l’atterraggio. Brutta vacca invadente. Karen decide di fargliela pagare aspettando fino all’ultimo momento possibile. Si accomoda sul sedile e pensa a Warren. Cosa sa di quest’uomo? Solo quello che lui ha deciso di raccontarle di sé, oltre alle qualità che lei gli attribuisce grazie alla non eccessiva rapidi-


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tà (non da psicopatico) nel rispondere alle sue email, email in cui lei gli ha parlato del suo impiego (segretaria per tre psichiatri, un terzetto di pazzi furiosi), di sua figlia (Casey, l’ombrosa violinista quindicenne), del suo ex (Kevin, il bastardo che perlomeno conta di pagare l’università a Casey) e poi... dopo questo ritratto a tinte così forti cosa c’è da dire? Esauriamo molto in fretta le cose che ci rendono individui; abbiamo tutti molte più cose in comune di quante ci distinguano. Quando Karen ha iniziato a lavorare per i dottori Marsh, Wellesley e Yamato, credeva che si sarebbe quantomeno goduta il brivido voyeuristico di sbobinare le registrazioni delle sedute: che goduria vedere gente che si sputtana alla grande l’esistenza. E in un primo momento è stato fantastico, o meglio, Caro Warren, in un primo momento è stato fantastico, ma poi tutto d’un tratto ha cominciato a non esserlo più tanto perché, fra un suicidio e uno stalking e un esaurimento nervoso e un’overdose di farmaci, è venuto fuori che alla fine dei conti ci sono poche variazioni sul tema della pazzia, o meglio, dell’essere atipici: paranoia, autismo, depressione, ansia, sindrome ossessivo-compulsiva, deficit dell’attenzione e vari disturbi derivanti da guasti al cervello e invecchiamento e... be’, ci siamo capiti. Se guardi nei libri di Oliver Sacks o nei discorsi alla Ted Conference su internet, la pazzia sembra qualcosa di eccentrico e divertente e fascinoso. Invece fidati, si tratta solo di costringere la gente a prendere regolarmente le medicine e non impazzire, quando i malati di sindrome da deficit


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dell’attenzione non riescono a stare fermi e battono i piedi contro il portariviste pieno di vecchi numeri di InStyle nella sala d’aspetto. Nella sua risposta Warren diceva che una volta aveva pensato che fosse interessante diventare prete, perché si possono sentire racconti simili sul lato oscuro della gente in azione, senonché poi ci aveva riflettuto meglio e si era detto che sarebbe stato di una noia mortale perché esistono solo sette peccati, nemmeno otto, e dopo aver sentito parlare di quei sette peccati fino alla nausea non ti rimane altro che stare dentro il confessionale a farti un Sudoku pregando che arrivi qualcuno, chiunque, a inventare un peccato nuovo in modo da rendere ancora le cose interessanti. Il Sudoku? Io adoro il Sudoku, aveva risposto Karen. Anche a Warren piaceva. A quel punto iniziavano davvero a entrare in sintonia. Warren: Karen si aspetta un uomo alto circa un metro e ottanta, pochi capelli ma ancora con un minimo di forma, attraente in modo ragionevole, di sicuro attraente quanto basta da essere sexy ma non così tanto da mettere Karen perennemente a disagio in mezzo a cameriere, segretarie e dottorande postlaurea. Un momento: ma perché mi prendo in giro da sola? Un uomo entra in una libreria e sfoglia i libri sulla solitudine, e tutte le donne presenti lo abbordano. Una donna sfoglia i libri sulla solitudine e la libreria si svuota. Non importa di che genere di uomo si parli, per essere at-


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traente gli è richiesto solo di respirare. Stranamente, il fatto di essere divorziata e avere una figlia rende a Karen più facile conoscere nuovi uomini; quantomeno su internet. Quando si arriva ai trent’anni comincia a farsi sentire il senso della mancanza in tutte le sue forme. I bambini forniscono a Karen una lingua comune da dividere con i padri single, una lingua che la gente senza figli non riuscirebbe mai a parlare. E a patto di tenere a freno il rancore, il divorzio è un’altra esperienza comune che gli «eternamente single» non possono condividere. Karen sa di non dimostrare quarant’anni. Magari trentasei, o trentaquattro con un problema di alcolismo. Nelle sue foto, e ne ha viste solo due (forse è un campanello d’allarme?) Warren ha l’aria di un uomo vagamente triste e, per qualche motivo indefinito, un po’ tirchio. Era difficile immaginarselo fare il pieno di benzina alla sua Ford Ranger del 2009, quella nella terza jpeg che le ha spedito, una foto in cui non comparivano esseri umani. Dio ti prego, fa’ che Warren non sia tirchio. Sono troppo giovane per sentire parlare di buoni sconto.

Scendendo dall’aereo, Karen rimase a godersi lo smörgasbord sociale dello sbarco dai voli di linea: incarti in alluminio di salatini e tascabili di Dan Brown in classe economica, copie dell’Economist e dell’Atlantic abbandonate in prima classe e, ovviamente, i passeggeri


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anziani e disabili abbandonati sull’iceberg a sbarcare solo all’ultimissimo momento. E poi, superando il nastro del ritiro bagagli con il suo bagaglio a mano, Karen provò un momentaneo senso di superiorità, per nulla spiacevole. Invidiamo sempre la gente che viaggia leggera, vero o no? Davanti al nastro trasportatore vicino all’uscita si trovava un gruppo di preti e Karen ripensò ancora ai sette peccati capitali: si domandò come mai c’erano dieci Comandamenti ma solo sette peccati. Verrebbe da pensare che con duemila anni di tempo qualcuno potrebbe anche uniformare le scale di misurazione. Oltrepassò l’adolescente praticante pornografo che viaggiava con il padre e la sorella. Lui strizzò l’occhio a Karen e Karen scoppiò a ridere uscendo dalle porte automatiche. Aveva smesso di piovere e tra le file dei taxi spuntava il sole. Che bella giornata! Impossibile che qualcosa vada storto in una giornata come questa, signora mia. A questo punto arriva sempre lo Zeppelin in fiamme. La bolla di buonumore di Karen scoppiò subito non appena salì su un taxi e informò il tassista che doveva andare al Camelot Hotel, vicinissimo. L’autista era inferocito che non fosse una bella destinazione succulenta in città. Un suo amico che gli passava accanto abbassò il finestrino e Karen capì che la stavano vituperando in qualche lingua sconosciuta composta unicamente della parola bubalù. Sei minuti più tardi il taxi la scaricò di fronte all’edificio della sala da cocktail del Camelot Airport Hotel, un derelitto satel-


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lite di cemento della costruzione principale che assomigliava al terzo miglior ristorante della quarta città più grande della Bulgaria. Il tassista schizzò via mentre Karen sbatteva la portiera. Decise di considerare l’accaduto un divertimento invece che un fastidio. Certe volte la vita non lascia alternative, e oltretutto sotto l’albero c’era il suo regalo che aspettava solo di essere scartato.


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