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Mensile di inchiesta, dibattito, analisi politica e sociale Aprile 2011 - Anno 1 - n. 3

Comitato di Direzione: Vittorio Corradino, Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza Direttore responsabile: Giuseppe Lo Bianco Comitato dei Garanti: Emma Dante, Antonio Ingroia, Antonella Monastra, Vincenzo Provenzano Hanno collaborato: Giulio Ambrosetti, Laura Anello, Rino Cascio, Gian Mauro Costa, Nino Di Matteo, Pino Finocchiaro, Elena Giordano, Antonio Ingroia, Francesco La Licata, Giovanna Maggiani Chelli, Kris Mancuso, Mauro Merosi, Luciano Mirone, Valentina Morici, Giuseppe Pipitone, Alessandro Rais, Pasquale Rinaldis, Francesco Terracina, Nicola Tranfaglia, Lidia Undiemi, Guido Valdini, Piero Violante Disegni: Alessandro Bazan Editing: Progetto-laboratorio Progetto grafico e impaginazione: Carlo Cottone Direzione, redazione, amministrazione: Via Dante, 25 - 90141 Palermo - Tel. 091 6119685 email: info@iquadernidelora.it http://www.iquadernidelora.it Società Editrice Micromedia Scarl (soci: Vittorio Corradino, Giuseppe Lo Bianco, Letizia Palagonia, Sandra Rizza) Via Dante, 25 - 90141 Palermo Pubblicità: Agenzia Free Press. Direttore pubblicità: Vinicio Boschetti - Cell. 347 9661939 Distribuzione: Sicula Distribuzioni di M. La Barbera, via Camillo Camilliani, 78 90145 Palermo - Tel. 091 6766873. Per rifornimenti chiamare cell. 335 8167036

Abbonamenti: ordinario annuo (11 numeri) 60 €; sostenitore annuo (11 numeri) 300 €; info: abbonamenti@iquadernidelora.it Numeri arretrati: 14 € (nel caso di spedizione all’estero aggiungere 2,10 € di spese postali) Registrazione Tribunale di Palermo n. 2906/10 Iscrizione Roc del 16/03/2011 n. 20891 I manoscritti non espressamente richiesti non saranno restituiti, nè la redazione si assume responsabilità per il loro eventuale smarrimento. Finito di stampare il 14 aprile 2011 dalla Tipografia Luxograph srl piazza Bartolomeo da Messina, 2/e - 90142 Palermo - Tel. 091 546543 - 091 6376142


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Sommario

In copertina: “Munnizza e oblìo”, inchiostro su carta di Alessandro Bazan

Il futuro non è più quello di una volta

YOGI BERRA

9 EDITORIALE Dossier 13 Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza Il “papello” dimenticato: indagini con 10 anni di ritardo 21 Rino Cascio Scalfaro e i cappellani. Il “giallo” di un siluramento 25 Giovanna Maggiani Chelli Appello ai politici smemorati: vi chiameremo tutti per nome 28 Luciano Mirone Barcellona impiccata alla “Corda Fratres” 41 Nicola Tranfaglia L’effetto della trattativa è lo stop all’antimafia 49 Nino Di Matteo Giustizia, le ragioni del no alla riforma “gelliana” 59 Antonio Ingroia Perché difendo la Costituzione e pure su Rostagno dico la mia 65 Gian Mauro Costa Depistaggi e ipotesi... ma non è un “happy end” 69 Francesco La Licata Ma l’inchiesta giornalistica non è la cronaca dell’indagine 73 Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza L’art. 21 vale per tutti (anche se Lc non si tocca) 77 Pino Finocchiaro Una città sotto scacco aspettando il procuratore 81 Elena Giordano Scapagnini, l’uomo del crac “miracolato” da Padre Pio 85 Lidia Undiemi E in Procura arriva l’informatica colabrodo 93 Valentina Morici e Giuseppe Pipitone La scuola s’è rotta, cronaca dalle macerie 101 Laura Anello Quando il professore era davvero... Salvo 109 Francesco Terracina Divieto di solidarietà nella Lampedusa assediata 115 Giulio Ambrosetti Zamparini-story e le mani sulla città 121 Piero Violante Come il fascismo non sconfisse la mafia 127 Kris Mancuso Quando “L’Ora” diventò il “New York Times” 133 Mario Farinella Palermo, luglio 1960. Cronaca di otto ore roventi 141 IL QUADERNO A QUADRETTI Guido Valdini, Gian Mauro Costa, Pasquale Rinaldis, Alessandro Rais, Mauro Merosi


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Editoriale

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a terra dei cachi. Così Elio, un cantante dalla vocazione eretica, qualche tempo fa, dal palco nazional-popolare di Sanremo, raccontava l’Italia dello scandalo sullo scandalo. Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva. Mai canzonetta fu più profetica. Tutto in questo Paese appare abusivo, ovvero truccato, ovvero fasullo. I figuranti nelle aule dei tribunali, chiamati in cambio di 20 euro ad applaudire Berlusconi che recita il ruolo di “perseguitato politico”. L’attrice che, fingendosi una terremotata de L’Aquila, legge su un gobbo il suo sperticato elogio dell’operato del governo, nella trasmissione “Forum”, trasformata in un palcoscenico della più cinica propaganda politica, pronta a speculare persino sulla tragedia del sisma e delle sue vittime. Abusivo, nella sua violenza inaccettabile in un rappresentante delle istituzioni, appare Bossi che – di fronte all’inferno dei profughi a Lampedusa – non trova di meglio che urlare: «Fuori dalle balle!». Abusivo è il mediatore, Tarek Ben Ammar, scelto dal premier per trattare il rimpatrio di mille profughi in Tunisia, scavalcando la diplomazia della Farnesina. Abusivo è lo stesso premier che, approfittando della distrazione offerta dall’emergenza immigrazione, ordina al ministro della Giustizia Alfano di procedere a tappe forzate sul processo breve.

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La Terra dei cachi e del Bunga Bunga

La terra dei cachi. Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè: c’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’. Commando sì commando no, commando omicida. È l’Italia della Seconda Repubblica. Quella che deriva direttamente dalla stagione delle bombe e dalla trattativa. Da una classe dirigente che ha preferito scendere a patti con i mafiosi stragisti piuttosto mostrare loro il pugno di ferro, rischiando di perdere credibilità e consenso. Una trattativa che ruota attorno al “papello”, un fantomatico foglio di carta dove, nell’estate del ’92, Totò Riina ha scritto le richieste di Cosa Nostra da recapitare allo Stato. Quel “papello” che prima Brusca e

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e poi – si scopre oggi – Cancemi avevano descritto minuziosamente ai magistrati inquirenti già nel ’98, anche se le indagini sulla trattativa sono iniziate solo dieci anni dopo, nel 2008, quando un certo Massimo Ciancimino ha deciso di diventare testimone di giustizia, raccontando anche lui di quel biglietto con “la lista della spesa” di Cosa Nostra, firmato da Riina & co., e arrivato – chissà come – ai rappresentanti delle Istituzioni. Risultato? Ministri della Repubblica, parlamentari e capi dello Stato, compreso il cattolicissimo Scalfaro, in fila davanti ai pm, a far bella mostra di un’incredibile amnesia collettiva. Chi ha trattato? Non Martelli, Non Mancino. Non Rognoni. Non Conso. Nessuno. E comunque nessuno, oggi, ricorda nulla della trattativa. Lo Stato che – nel tentativo di fermare le stragi – si piegò a blandire la mafia, revocando il carcere duro per qualche centinaio di detenuti, oggi preferisce non ricordare perché è impossibile ammettere che, dopo la morte di Falcone e Borsellino, il fronte antimafia dimenticò gli ideali e si rifugiò nel compromesso con i sicari dello stragismo. Commando sì commando no, commando omicida. Commando pam commando papapapapam, ma se c’è la partita il commando non ci sta e allo stadio se ne va, sventolando il bandierone non più sangue scorrerà. Che rimane della terra dei cachi? La divisa un po’ sbiadita del generale del Ros Mario Mori, l’unico rimasto col cerino acceso in mano, sotto processo per la seconda volta a Palermo come il protagonista di quel dialogo a suon di bombe che ha traghettato il Paese dalla Prima Repubblica a Berlusconi. E poi, che resta? Dell’Utri senatore. Romano neoministro. Mangano un eroe. L’etica pubblica finita, letteralmente, a puttane, nei festini di Arcore a base di Bunga Bunga. In fondo sta proprio qui, osserva lo storico Tranfaglia, il successo della trattativa di quegli anni: “La rinuncia, o meglio, la impossibilità da parte delle classi dirigenti italiane, del centro-destra come è ovvio, ma anche del centro-sinistra, di mettere in campo una politica complessiva contro quell’attacco mafioso che ha prodotto la situazione attuale”. Una situazione al limite dell’emergenza democratica. Che rimane oggi? La riforma “epocale” della giustizia, pensata per ridurre e cancellare l’indipendenza della magistratura, svincolando la classe politica del Paese dal controllo di legalità, è l’ultimo traguardo di un cammino che parte da lontano. Dal sangue delle stragi. Dalla trattativa che poteva essere sventata con dieci anni di anticipo. Da quella stagione di patti e ricatti.

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Oggi il pm Di Matteo, segretario distrettuale dell’Anm di Palermo, ricorda le affinità della riforma di Alfano con il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Quello stesso Gelli che prima ha indicato Berlusconi (tessera P2 n. 1816) come il suo più degno “erede”, poi ha definito la politica italiana «un puttanaio». Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande così. Italia sì Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi. Una pizza in compagnia, una pizza da solo; in totale molto pizzo e l’Italia è questa qua. L’Italia degli smemorati. E degli applausi a comando. Delle invettive contro la scuola pubblica, contro l’adozione da parte di single o gay, contro l’aborto, contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita. L’Italia baciapile, conformista e furbetta. La terra dei cachi. Fora dalle ball, e così sia. IL COMITATO DI DIREZIONE

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13-20 lo bianco e rizza dossier ok:Layout 1 11/04/11 11:26 Pagina 13

di

Dossier

giuseppe Lo bianco e sandra rizza

Il “papello” dimenticato: indagini con 10 anni di ritardo

Q

uando lo hanno trovato nell’archivio polveroso della procura di Caltanissetta che in questi mesi ha riservato più di una sorpresa, i pm non credevano ai propri occhi leggendo quelle poche righe: «Riina aveva un biglietto nelle mani, un pezzo di carta e andava leggendo sei o sette punti: abolire l’ergastolo, sequestri di beni, ‘sta legge sui pentiti di farla scomparire, e diceva che aveva queste persone nelle mani, Berlusconi e Dell’Utri, quindi queste cose le doveva girare a queste persone». Il verbale è del 23 aprile del 1998. Quel giorno Salvatore Cancemi, «la vite arrugginita», come egli stesso si è sempre definito, nei locali della Dna di via Giulia, a Roma, conclude il suo processo di “svitamento” e rivela a cinque pm (Antonino Guttadauro e Gabriele Chelazzi della pro-

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21-24 cascio dossier ok:Layout 1 11/04/11 11:28 Pagina 21

di

Dossier

rino cascio

Scalfaro e i cappellani Il “giallo” di un siluramento

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tto anni di distanza tra un interrogatorio e un altro. Otto anni tra chi ricorda una verità e chi invece sembra avere dimenticato tutto. Tra chi indica particolari di quanto avvenuto e chi invece nega persino una semplice conoscenza. Un’amnesia giustificata, certo, dall’età (92 anni), dal troppo tempo trascorso (diciassette anni), ma difficilmente comprensibile se si leggono i due verbali contrastanti. Oscar Luigi Scalfaro, senatore a vita della Repubblica Italiana, era il Capo dello Stato scelto con la quasi unanimità dei consensi quando ancora non si erano spenti gli echi della strage di Capaci. Il 15 dicembre scorso, nella cornice sontuosa degli uffici parlamentari di Palazzo Giustiniani, ascoltato come “persona informata sui fatti” dai magistrati palermitani che in-

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Dossier

di

luciano mirone

Barcellona impiccata alla “Corda Fratres”

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ice Sonia Alfano che «la trattativa tra lo Stato e la mafia ha radici profonde a Barcellona Pozzo di Gotto», 42 mila abitanti nel Messinese, diverse logge massoniche e un circolo esclusivo nel quale boss, mandanti di delitti eccellenti e personaggi inquietanti hanno convissuto e continuano a convivere con parlamentari nazionali, sindaci e altissimi magistrati. Di certo c’è la centralità di questa piccola città della Sicilia nelle stragi di mafia degli anni Novanta, ma anche nella protezione istituzionale delle latitanze di Nitto Santapaola e di Bernardo Provenzano. Una “centralità” imposta perfino (dopo vedremo perché) in una città “tranquilla” come Viterbo. Una “centralità” i cui equilibri, secondo qualcuno, potrebbero saltare per le di-


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Dossier

di

nicola tranfaglia

L’effetto della trattativa è lo stop all’antimafia

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rmai molto è stato chiarito. Dopo le ultime dichiarazioni processuali di Giovanni Brusca (venute a distanza di alcune settimane da quelle di Gaspare Spatuzza) che parla esplicitamente di 600 milioni di lire all’anno versate da Berlusconi al capo della vecchia mafia palermitana Stefano Bontade, ucciso nel 1981 e sostituito poi da Ciancimino e Dell’Utri ma, a quanto pare, con un rapporto diretto sul piano finanziario con il capo dei capi Riina quando questi assume il comando diretto a nome dei Corleonesi, il velo si è in una certa misura squarciato su quel biennio 1992-1993. 1. Da noi l’89 è finito con un certo ritardo. Altrove in Europa, quando è caduto il muro di Berlino e l’impero sovietico è crollato con gran-

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Dossier

di

nino Di Matteo*

Giustizia, le ragioni del no alla riforma “gelliana”

C *Sostituto procuratore della Repubblica di Palermo e presidente distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo

redo che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa di presentazione della cosiddetta “riforma” della giustizia, abbia tradito – involontariamente – le vere intenzioni e i veri scopi che questo disegno di legge costituzionale si prefigge di ottenere. Il premier ha infatti sostenuto che, «se questa riforma fosse stata approvata vent’anni fa, non ci sarebbe stata l’inchiesta “Mani Pulite”». Questo deve fare riflettere tutti i cittadini, perché l’impianto complessivo della riforma porta a una giustizia che ancora più di prima gira a due velocità. Provocherebbe una sostanziale impossibilità di perseguire con lo stesso rigore i reati commessi dai cittadini comuni e quelli dei colletti bianchi. Quello che sostiene il Presidente del Consi-

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Dossier & polemiche/1

di

Antonio ingroiA*

Perché difendo la Costituzione e pure su Rostagno dico la mia

D *L’autore è procuratore aggiunto a Palermo

ue recenti vicende che mi hanno riguardato da vicino nelle ultime settimane mi inducono ad intervenire da queste colonne su un tema delicato e centrale nel dibattito attualmente in corso nel Paese. Un tema direttamente implicato nella difesa dei valori costituzionali, ove si impegnano settori sempre più ampi della società. Mi riferisco alla libertà di espressione, in tutte le sue articolazioni, che soffre di sempre maggiori compressioni, visto che, ad esempio, a leggere certi giornali degli ultimi tempi, e le dichiarazioni di certi uomini politici ed opinionisti sul mio conto, sembrerebbe che l’ovvio non sia più scontato, che il diritto di esprimere le proprie opinioni sia in discussione. Che il clima di intolleranza verso il dissenso stia crescendo in modo allarmante.

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Dossier & polemiche/2

di

Gian mauro costa

Depistaggi e ipotesi... ma non è un “happy end”

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ari amici de I Quaderni, ricordo, come tutti, l’omicidio di Peppino Impastato. Ricordo come la stampa cosiddetta borghese dell’epoca lo catalogò, seguendo una prima versione ufficiale dei Carabinieri, come l’infortunio, sul campo, di un terrorista. Ricordo come, anche per lo sconcerto e l’angoscia collegati al concomitante assassinio di Aldo Moro, per molti e per lungo tempo questa versione sciagurata rimase in piedi e come ci vollero molti anni e molte sofferenze perché emergesse la verità. Ricordo anche come all’interno della stessa sinistra serpeggiasse lo scetticismo snobistico sul fatto che le trasmissioni di Radio Aut potessero davvero infastidire la mafia sino al punto di spingerla a ordinare l’eliminazione fisica di Impastato. Ricordo come il

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Dossier & polemiche/3

di

francesco la licata

Ma l’inchiesta giornalistica non è la cronaca dell’indagine

È

proprio così. La “verità indiscutibile” è consolatoria e riesce a far convivere buoni e cattivi, vittime e parti lese, ragion di Stato e necessità di verità e giustizia. La storia giudiziaria italiana, d’altra parte, è piena di «sentenze salomoniche» che assolvono e poi motivano con argomentazioni che giustificherebbero dure condanne; che condannano ma non riescono a convincere del tutto sulla completa colpevolezza degli imputati. La stessa essenza della mafia si è sempre prestata al rischio della giustizia parziale e persino al pericolo di trasformare le sentenze – e soprattutto per via dei tempi lunghi di ricostruzione di vicende antiche – in un colpo di grazia contro un gruppo mafioso perdente, a vantaggio di un altro emergente e forte. Prendiamo il processo Andreotti. È stata rag-

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di

Dossier & polemiche/4

giuseppe Lo bianco e sandra rizza

L’art. 21 vale per tutti (anche se Lc non si tocca)

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on pensavamo, con un dossier di giornalismo investigativo sull’uccisione di un uomo dalle tante vite (leader di Lotta Continua, operatore sociale contro le tossicodipendenze, giornalista coraggioso), e quindi dalle tante potenziali ragioni per essere ucciso, di suscitare così numerose (e indignate) reazioni. Ci aspettavamo, però, qualche riferimento ad un fatto mal raccontato (o travisato), ad un verbale dimenticato, ad un omissione clamorosa perché essenziale nella ricostruzione della dinamica e del contesto in cui è maturato l’omicidio di Mauro Rostagno. Sono arrivate, invece, offese gratuite (che verranno valutate in sede giudiziaria), prese di distanza legittime e autorevoli analisi risentite che meritano una replica. Ci riferiamo all’articolo del procuratore Antonio Ingro-

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ia che ci sembra uno splendido esempio di come, nell’analizzare i misteri italiani del rapporto tra mafia e altri poteri, il lavoro dei magistrati e quello dei giornalisti debba muoversi su due binari diversi, nell’assoluto rispetto della verità emersa. Anche col pericolo di incappare in quegli “eccessi espressivi” che, secondo Ingroia, in questo caso, “rischiano di trasformarsi in informazioni fuorvianti – o peggio offensive”. Quest’ultima considerazione, per noi, è solo il frutto di un equivoco. Non abbiamo mai attribuito alla Procura di Palermo, né tantomeno ad Antonio Ingroia, che conosciamo da vent’anni, “l’intenzione programmatica di perseguire soluzioni giudiziarie comode e facili”. Se avessimo avuto questa intenzione, lo avremmo fatto apertamente, lanciando la notizia con il rilievo che avrebbe meritato. Nel nostro articolo, l’unico riferimento ad inchieste insabbiate è a quella condotta dalla procura di Trapani sulla pista interna alla Saman, arenatasi in Cassazione e solo formalmente archiviata dalla Dda di

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Il caso Catania/1

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pino finocchiaro

Una città sotto scacco aspettando il procuratore

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atania e la sua Procura, specchio di una società in crisi. Crisi emotiva, collettiva. Scossa dalla sismicità profonda. Scaldata dal vicino vulcano, il più alto d’Europa, l’Etna. Contaminata dagli effluvi di una pubblica amministrazione oberata dai debiti. Le inchieste sulla corruzione stentano a trovare sbocco in un’aula di tribunale. Intanto infettano con i loro miasmi relazioni sociali, industriali, politiche. Sedici candidati in corsa per il posto di procuratore. Sul filo di lana sembrano scorgersi solo due candidati. Per una manciata di sigle della società civile, in assoluto i più detestabili: Gianni Tinebra e Giuseppe Gennaro. Procuratore generale in carica a Catania il primo, ex procuratore aggiunto, ora sostituto sempre a Catania, il secondo.

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Il caso Catania/2

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elena giordano

Scapagnini, l’uomo del crac “miracolato” da Padre Pio

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a anni era fuggito da Catania abbandonando l’amministrazione della città e i conseguenti processi penali subiti. Aveva un brutto melanoma, era finito in coma. Il quotidiano La Sicilia aveva preparato il suo “coccodrillo”, un’intera pagina dedicata alla sua scomparsa: Umberto Scapagnini, il medico-deputato del PDL che custodisce il segreto dell’eterna giovinezza di Silvio Berlusconi, sembrava spacciato. La medicina aveva alzato le braccia, la ricerca si era arresa, così almeno lui la raccontava dopo avere girato invano, accompagnato dal figlio anch’egli luminare della medicina, numerosi centri specializzati in tutto il mondo. Oggi le metastasi sono scomparse, Scapagnini gode ottima salute e, dopo essere stato accolto da un applauso a Montecitorio, gira per i talk

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di

Giustizia allo sbando

Lidia Undiemi

E in Procura arriva l’informatica colabrodo

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accesso remoto? «Sono uno o più sconosciuti che, da molto lontano, possono accedere a tutto quello che fa il magistrato, senza averne la fiducia» denuncia il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona. L’accordo tra Alfano e Brunetta per informatizzare la giustizia? «Sono molto preoccupato, perché ho letto che a portare avanti questa trattativa è il capo-dipartimento del ministero di Brunetta, Stefano Torta, una persona che è in stretto collegamento con soggetti che sono stati oggetto di indagine nelle inchieste “Poseidone” e “Why Not”» gli fa eco l’europarlamentare Luigi De Magistris. Per ora sono singole voci di toghe (o ex tali) allarmate, ma l’ondata di innovazione tecnologica a singhiozzo che sta approdando nei tribunali e nelle procure italiane solleva un

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di

Sos Istruzione/1

valentina morici e giuseppe pipitone

La scuola s’è rotta, cronaca dalle macerie

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ule come freezer, infissi inesistenti, vetri rotti che d’inverno regalano agli alunni, infagottati nei cappotti, una pandemia di geloni e raffreddori. Per non parlare dei servizi: un bagno per un intero istituto. Femmine, maschi, alunni, professori, collaboratori scolastici, poco meno di un migliaio di persone costrette ad utilizzare un unico wc. Non siamo in una classe del dopoguerra. E nemmeno in un romanzo di Dickens. Siamo nel parco dell’Etna, ad Adrano, pochi chilometri da Catania. In piena era Gelmini. Al terzo piano dell’ex convento di Santa Lucia, un edificio che risale al 1596 ma che oggi cade a pezzi e avrebbe urgente bisogno di ristrutturazione, studiano e fanno lezione settecento studenti della “Giovanni Verga”, scuola media che negli ultimi quindici anni non ha

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Sos Istruzione/2

laura anello

Quando il professore era davvero... Salvo

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a freddo, qui, nell’aula magna del liceo “Umberto” di Palermo. Cappotti, baveri alzati, spifferi gelidi, perfino un paio di guanti. Il set perfetto per la manifestazione, per il ricordo di un professore, che in realtà è il requiem per una scuola che non c’è più. Una scuola per la formazione etica, civile, politica. Una scuola palestra di vita, con docenti rispettati. Una scuola senza spifferi, senza risorse al lumicino, senza collette volontaristiche tra le famiglie per comprare detersivi e carta igienica, per cambiare banchi lillipuziani o intonacare le pareti. Una scuola senza programmi pasticciati, precari a vita trattati come assistiti, miti rabberciati delle tre “i”, voti regalati, rivendicazioni di genitorichiocce. Una scuola pubblica e – proprio in

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Immigrazione

di

francesco terracina

Divieto di solidarietà nella Lampedusa assediata

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n po’ di paura non si nega a nessuno. Sono tempi di rivolte, guerre, terremoti, disastri nucleari. Tempi propizi per scatenare insicurezze anche a Lampedusa, nell’isola dove Rachid, 18 anni, è arrivato su una barca con altri centoventi compagni di viaggio, proveniente da Djerba. Lui la paura l’ha dimenticata, insieme alla ragione per la quale è scappato dalla Tunisia dopo i giorni caldi in cui il suo popolo ha mandato in esilio Ben Ali. È andato via perché a un certo punto andare era diventata un’opzione possibile. Forse è questo l’unico motivo che l’ha convinto a lasciare la sua famiglia. Rachid non ha paura e non ne incute a nessuno. La sua più grande preoccupazione è che il display del telefonino si è oscurato. È l’unico oggetto che possiede, il solo collegamento

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Calcio & affari

di

giulio ambrosetti

Zamparini-story e le mani sulla città

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ema: le “zampe” sulla città. Le “zampe” sono quelle di Maurizio Zamparini, presidente della Palermo Calcio, una vocazione per i centri commerciali e per le operazioni immobiliari e una passione per gli affari a tanti zeri. Mentre la città, neanche a dirlo, è il capoluogo siciliano dove l’imprenditore venuto dal nord Italia ha ormai da tempo posizionato i propri “artigli”, grazie anche al Comune di Palermo retto da Diego Cammarata e da un Consiglio comunale in larga parte “sensibile” al fascino discreto della cementificazione del territorio. Palermo ha già vissuto sulla propria pelle i massacri operati dai signori del cemento. Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’80 del secolo scorso – questa è storia nota – orridi palazzi e speculazioni edilizie di ogni genere e

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di

Historia

piero violante

Come il fascismo non sconfisse la mafia

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i chiamano luoghi comuni, stereotipi, idee ricevute, e abitano, numerosissimi, i discorsi pubblici e privati sulla mafia. Le idee ricevute si sedimentano come incrostazioni sul profilo della realtà, occultano o falsificano la storia, obbedendo il più delle volte a manifesti tic ideologici che per amore del consenso e dell’autocelebrazione preferiscono l’happy end. Fra gli stereotipi ideologici il più diffuso è quello che ci racconta come la mafia sia stata estirpata dal fascismo grazie al prefetto Mori, che ebbe carta bianca da Mussolini dal ’25 al ’29 allorché fu rimosso. Si sa la durezza d’apparato e la determinazione con la quale Mori intervenne. Sicché nel ’28 il Duce dichiarò che la missione era compiuta e la parola mafia bandita dai giornali. L’ordine era stato sta-

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di

La Memoria

kris mancuso

Quando “L’Ora” diventò il “New York Times”

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na citazione di Raymond Chandler – nella brillante intervista di Gian Mauro Costa a Michael Connelly sul primo numero dei Quaderni – è rimbalzata nella memoria restituendo un capitolo stravagante della storia de L’Ora. Era il 19 maggio 1989 e un avviso “AI LETTORI” (tutte maiuscole in rosso) in prima pagina prometteva: «Da domani il giornale cambia». Nell’interno si precisava: «L’Ora sarà tutta nuova: più bella, informata e cattiva di prima come dicono gli slogan che in questi giorni sono apparsi anche sui muri di Palermo». L’«anche» includeva le fiancate degli autobus, e quell’ossessivo «più cattiva» esposto in giro per la città ci impensieriva non poco. Era il frutto di menti sofisticate che “da Roma” avevano deciso di rinnovare il quotidiano e stravolgere su tutti i piani il pa-

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Le pagine de L’ORA

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mario farinella

Palermo, luglio 1960 Cronaca di otto ore roventi Nei primi giorni del luglio 1960 sfilano in tutta Italia cortei di protesta contro le scelte filofasciste del governo Tambroni. L’8 luglio Palermo è teatro di una manifestazione che passerà alla storia come la rivolta delle magliette a righe. La reazione della polizia alla protesta è durissima. Alla fine della giornata si conteranno due morti e centinaia di manifestanti feriti. Il giornalista de L’Ora Mario Farinella racconta le oltre otto ore di scontri che trasformarono la città in un campo di battaglia.

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alermo si è svegliata questa mattina in preda allo sbigottimento, presa dalla stessa dolorosa meraviglia che si prova all’indomani di un furioso temporale che si sia abbattuto sulla città portandovi distruzioni e lutti. È esploso così, infatti – sconvolgente e impetuoso come l’uragano – lo sciopero generale di protesta per l’eccidio di Reggio Emilia che, iniziatosi nelle prime ore del pomeriggio, si è concluso a mezzanotte col terribile consunti-

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Hanno scritto in questo numero > GIULIO AMBROSETTI giornalista professionista, vive e lavora a Palermo. È stato cronista politico de L’Ora negli anni ’80. Ha lavora poi in numerosi giornali ed è stato corrispondente di testate nazionali. Appassionato di ippica, i suoi miti sono: Sergio Brighenti, che definisce «il piu grande driver di tutti i tempi», Nello Bellei e Walter Baroncini. > LAURA ANELLO è redattore del Giornale di Sicilia e collaboratrice de La Stampa di Torino, quotidiano per il quale si occupa prevalentemente di cronaca e di società. Alla scrittura affianca l’attività di consulente dell’Università di Palermo, per cui ha ideato e coordina dal 2004 il festival di cultura “Le vie dei tesori”. Ha scritto il libro “Amore di madre” dedicato al fisico nucleare disabile dalla nascita, Fulvio Frisone, storia dalla quale è stata tratta una fiction Rai. Nel 2010 ha vinto il Premio Igor Man de La Stampa. > RINO CASCIO giornalista professionista dal 1993, è redattore del Tgr Sicilia e corrispondente da Palermo per il Tg3. Negli anni passati, prima di approdare in Rai, ha lavorato per varie emittenti regionali ed è stato corrispondente dalla Sicilia del quotidiano Il Manifesto. > GIAN MAURO COSTA è caposervizio alla Rai di Palermo e conduttore radiofonico. Ha realizzato come giornalista e regista, programmi, film e vari documentari per la Rai. Ha scritto anche due romanzi (“Yesterday” e “Il libro di legno”) per la casa editrice Sellerio. > NINO DI MATTEO è sostituto procuratore della Dda di Palermo. Pm del processo Mori, segue tutte le delicate inchie-

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ste sui rapporti tra mafia e istituzioni. A Caltanissetta s’è occupato del processo per la strage di via D’Amelio. È presidente della sezione distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo. > PINO FINOCCHIARO giornalista, redattore e conduttore di Rai News 24, ha lavorato a Televideo e Rai Sicilia. Pubblicista dal 1978 e professionista dal 1992, si occupa principalmente di inchieste, cronaca giudiziaria, politica, ambiente e sicurezza globale. A Catania ha scritto di politica, economia, immigrazione, ambiente. Ha realizzato reportage dal Kurdistan e da Sarajevo. Tra i riconoscimenti più importanti, il premio della sezione Ilaria Alpi – “Penne Pulite”, ottenuto nel 1995. Iscritto all’Unione giornalisti aerospaziali, collaboracon il mensile Volare. > ELENA GIORDANO nata a Catania, è laureata in Scienze Politiche ed è giornalista professionista dal 2000. Ha cominciato nel 1989 a Milano nella redazione tedesca del mensile di moda Vogue (Condè Nast), ha collaborato con Tele Più e Rai Tre e dopo qualche anno è tornata in Sicilia, suo vero grande amore, ricominciando da cronista nella redazione de Il Mediterraneo. Si è occupata di uffici stampa e non ha mai abbandonato la passione per la cultura e per la moda, che ha seguito come press panager per il più importante gruppo italiano di hair e make-up stylist. > ANTONIO INGROIA è procuratore aggiunto della Repubblica a Palermo, titolare dell’indagine sulla “trattativa” tra mafia e Stato. Ha condotto negli anni numerose inchieste antimafia, è stato pm del proces-

so Dell’Utri e nel processo agli ufficiali del Ros Mori e De Caprio per la mancata perquisizione del covo di Riina. > FRANCESCO LA LICATA ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per L’Ora , dove s’è occupato delle più importanti vicende di nera e giudiziaria, come la scomparsa di Mauro De Mauro e l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione. Negli anni Ottanta è chiamato al Giornale di Sicilia, nel 1989 viene assunto alla Stampa. Ha collaborato con L’Espresso, Epoca e Mixer . È autore di numerosi libri su Cosa Nostra. Oggi lavora nella redazione di “Blu Notte, misteri d’Italia”. > GIUSEPPE LO BIANCO è cronista di giudiziaria. Negli anni ’80 a lavorato a Palermo al quotidiano L’Ora. Oggi collabora con Il Fatto Quotidiano e Micromega. Ha scritto con Sandra Rizza numerosi saggi riguardanti la mafia. L’ultimo è “L’Agenda nera della seconda repubblica” (Chiarelettere, 2010). > GIOVANNA MAGGIANI CHELLI presidente dell’Associazione vittime della strage di via dei Georgofili. Nell’attentato del maggio ’93 perse il genero, Dario Capolicchio, fidanzato della figlia, anche lei rimasta gravemente ferita. Invoca da diciotto anni la verità completa sulla strage, denunciando le reticenze e le omissioni a vari livelli istituzionali. > KRIS MANCUSO giornalista professionista dal 1963, è stata caposervizio esteri a L’Ora. In quel quotidiano è stata l’ideatrice del supplemento italo-arabo e ha curato l’inserto satirico “Paginazza”. È stata tra le prime donne in Italia a diventare redattore capo.


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Hanno scritto in questo numero > MAURO MEROSI romano, giornalista professionista, ha iniziato a lavorare 21 anni fa a L’Ora. Poi ha lavorato alla Rai, nella redazione cultura del Gr1 e a RaiNews24 come autore di reportage. Ha collaborato con giornali del Gruppo L’Espresso e della Rizzoli. È autore di un libro sulla Somalia, tradotto in varie lingue. > LUCIANO MIRONE è nato a Catania il 10 maggio 1961. Ha iniziato la sua carriera collaborando con il Giornale di Sicilia, per poi passare a I Siciliani di Giuseppe Fava. Quindi ha scritto per una serie di testate nazionali come Diario, Left, Avvenimenti, Il Venerdì di Repubblica, Nuova ecologia, Oggi, Marie Claire. Fondatore e direttore dei periodici Lo scarabeo e Liberidea, oggi dirige il periodico L’Informazione , e collabora con la redazione palermitana del quotidiano la Repubblica. Ha pubblicato numerosi libri e per il teatro ha scritto il monologo “Uno scandalo italiano”, ispirato alla storia di Cosimo Cristina, il primo giornalista “suicidato” dalla mafia.

poter scrivere su L’Ora, ma aveva cinque anni quando quel giornale chiuse i battenti. > ALESSANDRO RAIS è critico cinematografico e storico del cinema e dei nuovi media. Ha iniziato a scrivere, giovanissimo, sulle pagine de L’Ora, occupandosi di critica cinematografica. Ha fondato e diretto la Sicilia Film Commission. Attualmente dirige la Filmoteca regionale siciliana. > PASQUALE RINALDIS si è avvicinato al mondo del giornalismo quasi per caso durante gli anni universitari, entrando dapprima nello staff di Vespina di Giorgio Dell’Arti. Chiamato da Il Foglio poco dopo, vi ha lavorato per quasi cinque anni. Da novembre 2009 è redattore del Il Fatto Quotidiano. Appassionato di musica, cura la rubrica “Vive le rock” su ilfattoquotidiano.it. > SANDRA RIZZA ha cominciato l’attività di giornalista a L’Ora . Oggi collabora con Il Fatto Quotidiano e Micromega. Con Giuseppe Lo Bianco ha scritto numerosi saggi riguardanti la mafia. L’ultimo è “L’Agenda nera della seconda repubblica” (Chiarelettere, 2010).

> VALENTINA MORICI è laureanda in Storia presso l’università di Palermo. Da anni svolge attività politica nella città al fianco delle donne nella difesa dei consultori e per il diritto a una sessualità libera e consapevole. Fa parte da anni del collettivo femminista “Malefimmine”. L’anno scorso ha partecipato alla realizzazione del primo “Pride” palermitano.

> FRANCESCO TERRACINA giornalista professionista, lavora all’ Ansa di Palermo. È stato redattore de L’Ora, direttore de Il Mediterraneo, caporedattore di OG. Ha collaborato con varie testate tra cui L’Europeo, Il Mondo, Il Manifesto, Diario.

> GIUSEPPE PIPITONE nel 2006, con alcuni amici, fonda L’Isola, un quindicinale d’informazione distribuito in provincia di Trapani. Collabora con Il Fatto Quotidiano e con La Voce delle Voci. Gli sarebbe piaciuto

> NICOLA TRANFAGLIA storico, politico e docente universitario, è stato preside della Facoltà di Lettere di Torino. Come giornalista è editorialista de La Repubblica e collaboratore de L’Espresso; è inoltre condi-

rettore della rivista Studi Storici e membro del comitato scientifico della Fondazione Gramsci. Deputato nella quindicesima legislatura per il Pdci, è stato in seguito responsabile cultura di Italia dei Valori, partito che ha poi lasciato. Autore di numerosissime pubblicazioni storiche, s’è occupato anche di criminalità organizzata e lotta alla mafia. > LIDIA UNDIEMI studiosa di economia e di diritto, ha conseguito nel 2010 il titolo di dottore di ricerca in Diritto dell’economia, dei trasporti e dell’ambiente. Si occupa in particolare di politica economica e legislativa di contrasto alle esternalizzazioni abusive e più in generale alle speculazioni di mercato. È caporedattore della rivista scientifica Giureta (di diritto dell’Economia, dei trasporti e dell'ambiente). Fa parte di alcune organizzazioni antimafia, come il “Popolo delle Agende Rosse” e la “Scorta Civica Palermo”. > GUIDO VALDINI giornalista professionista, ha svolto il nucleo della sua attività al giornale L’Ora, dov’è stato anche capo redattore fino alla chiusura del quotidiano. È stato capo ufficio stampa del Comune di Palermo durante la sindacatura di Leoluca Orlando. È critico teatrale de La Repubblica di Palermo e consulente del Teatro Biondo Stabile. > PIERO VIOLANTE docente universitario, insegna Storia delle dottrine politiche e Sociologia della musica all’Università di Palermo. È stato addetto culturale presso l’Istituto italiano di cultura di Vienna e New York. Per molti anni critico musicale de L’Ora, collabora attualmente con La Repubblica. Autore di numerosi libri, ha scritto anche per Sole 24 Ore e L’Europeo.

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Il Papello Dimenticato