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“Verso l’Isola”

Intra Landoj, 2013 anno I, Mese I, n° 2


Intra Landoj Rivista (digitale ma non troppo) di Culture 2013, Anno I, Novembre, N. Due.

Immagine di copertina: Luca Bellucci. Logo: Cecilia Ferlito Direzione: Ferlito Cecilia, Lai Lucio. Contatti: www.intralandoj.jimdo.com www.facebook.com/luciolaihomegallery www.facebook.com/pizia.ridens intralandoj@gmail.com nespolaproject@mail.com


Indice

I N D I C E

04- Verso l’Isola, dalla Redazione. 05- Il Ritorno del Cabochon, di Lucio Lai. 06- Graffiante Eolinconia, di Salvo Pistone Nascone.

09- Primo Intervento, di Giacomo Fusini. 15- Un Varco verso Oriente, di Luca Bellucci.

19- Isolana in Insula - Atto secondo- ovvero La Luce dell’Isola, di Cecilia Ferlito.


Verso l’Isola, dalla Redazione

Verso l’Isola -dalla RedazioneElle Elle * avrebbe detto “esabordante” del Numero Zero della Rivista, presentatasi a braccia aperte e anche se con discrezione, lasciando parlare i contenuti, salda su buone zampe. Il numero Uno, più equilibrato, forse, in prospettiva della prima Collettiva di Lecce, ha interrotto per un attimo alcune questioni di base, ha posto un accento importante sulla prova dell’esistenza di Intra Landoj: “Trama tra Terre”, ovvero l’incontro tangibile tra persone, culture della realtà peninsulare e insulare. Nel numero Due le attività di luce riprendono con decise note polemiche: Elba e Sicilia fra le righe di Cecilia… L’Isola, verso quella piccola come una delle Eolie, verso quella grande come la Sicilia, verso est con aperture temporali e geografiche, verso…

*: Lucio Lai.


Il Ritorno del Cabochon, di Lucio Lai

Il Ritorno del Cabochon -di Lucio Lai-

“Il Cabochon è una forma tondeggiante, una mezza sfera, di qualsiasi materiale […]” Questa è la risposta “tonda e ragionevole” di Daniela Soria. Il Cabochon sarà probabilmente imbracato da una struttura di filo metallico realizzata con uncinetto, magari, giungendo così al concetto di trama, ragnatela. Come il Corpo è la ragione catartica della presa di coscienza della realtà e come discriminante tra Luce e Oscurità, l’Isola-corpo è discriminante tra Percezione e Luce, il Cabochon diviene Caronte, scivoloso Caronte, che traghetta verso l’intrico delle Terre.

Imbracatura e Cabochon di Daniela Soria – Foto di Lucio Lai


Il Ritorno del Cabochon, di Lucio Lai

A questo punto il “pezzo” d’una volta sarebbe continuato con gli ultimi istanti del “Fellini Satyricon” (1969, libero adattamento di Federico del Titolo), con un lampo sul quadro che Simone Martina presentò all’Installazione di Lecce “e compagnia bella”. Sarebbe perché recido il cosiddetto. Con l’Intervento del Fusini capirete. È stata una scelta difficile. Mi scuso fin da ora per la brusca interruzione confidando in una finale comprensione.


Graffiante Eolinconoia, di Salvo Pistone Nascone

Graffiante Eolinconia - Di Salvo Pistone Nascone Tutto ad un tratto, quella foschia mattutina, cominciò a scomparire lentamente, e si iniziarono a vedere quelle isolette dove, in tempi remoti, si pensava dimorasse il dio del vento Eolo. Quasi un miraggio, quasi un altro sapore, quasi un sogno. Ci si sentiva, alla sola vista, proiettati in un'altra dimensione, tra l'onirico e il reale, tra il meraviglioso e l'incantevole. Quasi come ne "L'isola che non c'è". Sono nato e vissuto in un'isola. Ci vivo ancora. Ne ho viste a bizzeffe ma mai, come in quel momento, avevo avuto quella sorta di sensazione. Il vento, alle sette del mattino, accarezzava la nostra pelle, le nostre ossa. Ci faceva assaporare quel gusto leggere, quasi impalpabile. Un sapore quasi di libertà , quasi di tutto.

Foto di Salvo Pistone Nascone


Graffiante Eolinconoia, di Salvo Pistone Nascone

All'orizzonte le isole che contrastavano con quel mare di azzurro cobalto del mattino. Ogni minuto che passava, ci avvicinavamo sempre più, si aveva quasi l'impressione di poterle afferrare con le mani, di poterle baciare con le labbra e accarezzarle con le nostre ciglia. Ma ancora non era tempo di sbarcare in territorio eoliano. Brividi sulla pelle, il vento che ci cullava e quel sapore... ce lo ritrovavamo di tanto in tanto, sul palato, insieme ad un misto di tortura ed ansia. Le Eolie è come se fossero staccate dal mondo; è come se fossero un altro mondo o un mondo-altro. E già questo l'avevamo capito sin da subito, da quando la foschia si era diradata, permettendo ai nostri occhi di scorgere quel panorama lì e di iniziare a rincorrere i nostri sogni di giovani, amanti della vita. Iniziammo a dimenticarci lentamente di cosa avevamo lasciato a casa, prima della partenza. Forse ci dimenticammo anche la nostra casa, insieme agli impegni, alle fatiche di un anno faticoso, ai nostri doveri e preoccupazioni. In quel momento non ne eravamo consapevoli. Però, stavamo cambiando. Maturando. Iniziammo a respirare quei sapori intensi di libertà, spensieratezza, voglia di fare. Respirammo a pieni polmoni ciò che, pensavamo, non fosse esistito più.


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

Primo Intervento - Di Giacomo Fusini-

Prima di questo evento non mi sarei sognato un attimo di dover fare un “cappello” ad un intervento. Porre un cappello dal suono “quando Lucio Lai mi chiese…”, urterebbe molto la mia dignità. Tale distacco non è ammissibile; Lucio è conoscenza di vecchia data e mi da pieno diritto a pormi nella maniera più opportuna. Il distacco incriminato, per giunta, potrebbe fuorviare il tono reale dello scopo. Questa sorta di epistola è quasi scritta letteralmente alla presenza del richiedente. Alla prima lo misi in attesa.


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

Alla seconda preghiera ho richiesto tutto il materiale, passato, edito, presente, inedito, ovvero ciò su cui stesse lavorando, in primis assieme a Cecilia, per avere aperto a ventaglio il fulcro del ragionamento. Appresi i contenuti, mi sono reso conto che adesso, aggiungere altro, sarebbe sostanzialmente inutile. Una pausa troppo lunga in questo frangente farebbe perdere il bandolo e non perdo tempo: gli argomenti suggeriti dalla Rivista sono non pochi e non prestamente esauribili. Quello che Intra Landoj ha posto in essere può sembrare semplice e magari di sporadico gusto settario. Entro man mano nel merito delle affermazioni: limitare le bocche aperte.


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

Da un apparente groviglio di complicatezze e parole cosiddette altisonanti, emergono alcune questioni fondamentali: Intra Landoj, ovvero Tra le Terre, Mediterraneo è già sufficientemente complesso nel solo affacciarsi, da aver bisogno di tempo per essere eviscerato. Intra Landoj: complesso, non difficile, semplice. Lo stesso nome dovrebbe richiamare il mare, tanto mare e se consideriamo anche lo stesso nel tempo che si è mosso in tutta la Storia, almeno quella conosciuta, nello stesso Bacino, non avremmo abbastanza pensieri dove mettere tutte le onde. E le onde, come facile prevedere, richiamano per logica Tempo e Movimento: gli Eventi nel Tempo: la Storia: sociale, agricola, culturale ecc.. Prendiamo atto, si ingoia un bel groppo dalla gola e come se niente fosse qualcuno si mette a ragionare su ciò e non certo con “Oh, come è bello il mio mare”, non perché non lo sia, ma rispecchiando il meccanismo di fondo: l’incontro, lo scambio, la contaminazione. Questo procedere nella Storia, ha composto la succulenta trama di sapori e odori di cui ci beiamo ogni giorno o almeno dovremmo farlo e quindi salvaguardarlo, bacino di sapori invidiato da molti. Per preservare qualcosa dobbiamo conoscere e per conoscere bisogna andare indietro; ma se non mettiamo un occhio fermo al presente, rischiamo di arenarci nel mettere sottovetro quel qualcosa a noi così caro: rischiamo di rimanere bloccati nel passato, di mostrare ciò che fu senza aver imparato cosa alcuna dalla Storia.


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

La proposta della Rivista è un continuo movimento tra la considerazione della Storia, del Territorio e per attualizzare, in un certo senso, quale rapporto ha l’uomo con tali elementi, soprattutto direttamente con il secondo. Intra Landoj è azione coraggiosa anche se pochi ne sono al corrente. Riuscendo però ancora ad osservare dall’esterno, oltre a vedere il continuo movimento tra pensiero e azione, posso intravedere una fragile frammentazione che non rende semplice la comprensione del progetto. Non dimentichiamo che gli atti in essere sono ancora giovani e con l’azione così radicale nell’affrontare la questione, richiede più tempo di un qualsiasi intervento di sapore mediatico-pubblicitario. Dopo aver compreso e interpretato la filosofia d’intervento del Progetto, sto passando e quasi solo ora, a qualche appunto. Lo faccio come se qualcuno dovesse riferire. Lucio corre sempre il rischio di non chiudere i discorsi che imbastisce o meglio, rischia di ampliarli talmente tanto da non aver più tempo e spazio per chiuderli. Vogliamo parlare del suo spezzettare un concetto per divertimento?


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

Scusate l’interruzione ma scrivere “male” di qualcuno, quasi direttamente, con l’interessato che gironzola intorno alla postazione di scrittura, a sua totale coscienza dei contenuti, risulta estremamente divertente ma assai distraente. Insomma glielo dite, per cortesia, di finirla con la telenovela del Cabochon? Mi sentirei di suggerire soltanto un paio di cose: la prima è rendere più coerenti gli interventi e con questo non intendo che la rivista debba essere “limata” come un gusto standard -atto in uso oggi su molti cibi e bevande-: risulterebbe come una glassa stucchevole e io posso rappresentarne l’aspra prova concreta. Quasi conseguentemente e non in contrasto, quando è possibile, non abbiate timore a dare l’importanza e lo spazio meritato. Come? Non è chiaro? Ragazzi, un po’ di pubblicità in più.

Le Foto sono di Lucio Lai


Primo Intervento, di Giacomo Fusini

Avevo in programma di porre qualche velo qua e là, ma, come se fosse tutto dal vivo, sono curioso di leggere la replica di Lucio, Cecilia o chiunque tra i collaboratori lo voglia. Buon divertimento da chi per primo si è divertito a recitare nel teatrino che il nostro comune Ospite ha voluto.

P.S.: ripensandoci un velo è giusto che lo ponga subito. Senza fare troppi giri formali arrivo al sodo. Nel numero Zero Lucio ha parlato, tra le peregrinazioni infinite…, del concetto di “Maestro Naturale”, appreso dal Filosofo ricercatore alla Normale di Pisa, Giuseppe Panella. Nello stesso numero, un po’ più avanti compariva un intervento ad hoc di Giuseppe Panella. Cos’ha combinato Lucio? Lucio ha appreso il concetto di Maestro Naturale da colui che è divenuto il suo primo maestro naturale, vivente, e lo ha coinvolto nel Progetto che sappiamo. Quello che gli imputo è il fatto che non ha sottolineato l’importanza di questa operazione che porterebbe alla creazione di quella rete e nodi di generazioni e quindi delle diverse formazioni culturali e quindi far coesistere tempi diversi nello stesso spazio o non-spazio. Una buona idea è nulla se non ha la giusta luce.


Un Varco verso Oriente, di Luca Bellucci

Un Varco verso Oriente - Di Luca Bellucci-

Quando nel primo numero mi ero seduto nel salotto delle culture mediterranee, il buon Lucio mi aveva avvertito: il tutto necessita una più ampia riflessione. E usando il riflesso come scusa provo ad ampliare il concetto di “mediterraneità”, del suo intreccio culturale, delle influenze, della sua mescla. Per farlo esco dal salotto e apro un varco verso una dimensione più ampia.

Le Foto sono di Luca Bellucci


Un Varco verso Oriente, di Luca Bellucci

Da una porta verso l'altra mi ritrovo a Istanbul, cittĂ simbolo di intreccio culturale per eccellenza, dove il moderno si riflette sull'antico e dove il passato fa spazio ma non cede il passo al presente.


Un Varco verso Oriente, di Luca Bellucci

Un passato fatto di tolleranze inconsuete e che si riflette in una piccola piazza nel lato asiatico di una città divisa in due dal mare, dove in pochi metri quadri ci si trova a costeggiare una moschea,una sinagoga e una chiesa cristiana meravigliosamente l'una accanto all'altra,simboli di una pacifica convivenza che la barbarie moderna sembra aver volutamente rimosso come concetto alla corte di sua maestà la globalizzazione. Passato che si fa presente in un piccolo caffè, ricoperto di tappeti e narghilè, dove vecchi e giovani si sfidano ad interminabili partite a backgamon, avvolti dalle nuvole di fumo degli shisha alla mela, persi alla mia vista sullo sfondo di un Bosforo che li incornicia in un quadro senza tempo e dove il tutto si mescola con una moderna efficienza che però non dimentica le proprie radici. Radici che in molte parti della nostra terra si sono perse, forse dimenticate nella fretta che non lascia tempo alla riflessione e che oggi ci vede costretti a guardare indietro per non perdere definitivamente un prezioso tesoro racchiuso in un vaso di Pandora, ricolmo di una storia che si è sempre mossa verso mescolanze fatte per accogliere ed ampliare anziché nascondere e “monoculturalizzare”.


Un Varco verso Oriente, di Luca Bellucci

Ed è qui che scopro al meglio come anche la cucina si sia fatta influenzare da un nomadismo invaso da est a da ovest nei secoli creando un pout pourri di sapori nell'ottimo uso di carni e spezie e coloratissime verdure, tutte insieme in piatti ricchi alla vista e al gusto in una continua e ricercata sperimentazione. Un po', cari Lucio e Cecilia, come il nostro andare a ricercare le nostre essenze nella storia di un mare che ci appartiene e che ci fa suoi nel suo lento incedere. E forse il nostro cercare indietro ci porterà verso una nuova scoperta, varco per un'altra dimensione dove poter ritrovare la strada di nuovi creativi intrecci.


Isolana in Insula - Atto secondoovvero La Luce dell’Isola - Di Cecilia FerlitoEra un caldo pomeriggio del mese di luglio quello in cui mi apparve la luce. Era uno di quei caldi pomeriggi trascorsi al lavoro, soffocante, senza quel filo d’aria che dona tregua infrangendosi sulla pelle; fu così che mi sospinsi sulla terrazza antistante l’ufficio, sperando che il telefono non suonasse, che gente non giungesse ad interrompere la mia fugace quiete. Un passo dopo l’altro, pochi passi, pochissimi e la vista del golfo fu innanzi a me, una tenue brezza diede refrigerio scuotendo quelle ciocche di capelli cadute, umide… chiusi gli occhi la quiete era piena, debordante, silenziosa… Era pace. La frenesia del dovere tutta emotiva, però, interruppe l’idillio e nell’atto di voltar le spalle per ritornar sui miei passi i lumi si riaprirono al mondo ed il mio corpo, la mia mente, il mio cuore si cristallizzarono in quell’attimo, immobili, fuori dal tempo, dentro l’indeterminazione di uno spazio infinito. La luce, la vidi diversa, danzante, prepotente, con un sorriso quasi beffardo essa catturò tutto di me e mi lasciò scoprire quelle sfumature di grigio, quelle ombre che tanto avevo sempre cercato nelle mie fotografie…Ne vidi il colore. La luce dell’isola non è la luce in se stessa, quanto la sua vita sull’isola, nel silenzio roboante.

Foto di Cecilia Ferlito


Non avendo mai avuto un termine di paragone a lungo termine, non mi fu mai possibile notare dicotomie e similitudini, contrasti, ma la vita in una piccola isola fu una sorta di rivelazione. “Mare ovunque” dicevo all’inizio e “Terra ovunque” dissi alla fine, posto di nuovo il passo sulla grande isola. Ecco un’enorme differenza: due isole che si dilatano, la piccola nel mare, la seconda nella terra, un mare di terra, onde sinuose di terra nera, di prati verdi e di messi falciate ancora d’oro sotto i cieli del primo autunno, e poi infine lo si scorge, dopo aver tanto vagato e tanta terra solcato il lungo ed in largo: il mare, quello vero. Ecco cosa farebbe dell’Elba un’isola e Foto di Cecilia Ferlito della Sicilia un piccolo continente. Paradossalmente, la presenza di tanto mare intorno alla piccola isola ( e si badi, non maggiore a quello che potrebbe circondare una grande isola) crea una dilatazione degli spazi, dovuta anche alla morfologia dell’isola stessa. Distanze brevi diventano immani nel tempo, fardelli nello spazio. Al contempo, il suo essere isola ben più distante dall’italica penisola di quanto lo sia il “continente” Sicilia, fa del mare una sorta di braccio, di prolungamento dell’isola stessa, della terra medesima su di un battello che solca quel tratto per attraccare di nuovo là dove l’occhio riconquisterà la terra. Quel breve tratto invece, che è lo Stretto di Messina, e che separa la Sicilia dalla Penisola, la culla di Scilla e di Cariddi, diventa un confine ben delineato, un limite, come lo è tutto il mare che circonda la Trinacria. A Sud è limite verso l’Africa, a Ovest verso Gibilterra, a Est verso la Grecia…a Nord… a Nord c’è il Nord.


Questo limite, in quell’isola piccina non si avverte, come scrivevo, in quella dilatazione nel tempo e nello spazio la “terra abbraccia il mare”. La Sicilia, al contrario nella sua possibile ed utopica autarchia ne è circondata, abbracciata. Non si pensa di andar in Italia per le strenne natalizie, per un centro commerciale o per ottemperare agli “obblighi” burocratici di qualche seccatura in qualche ufficio della Provincia o della Regione… Non si attraversa il mare, si attraversa la terra molto meno “limitante”. Al contrario, il contesto elbano è esattamente l’opposto.

Foto di Cecilia Ferlito

Ed ancora, la primavera, la “stagione” come alcuni la definiscono, nella piccola isola rappresenta un altro limite che non si vive nell’isola del Sud. Brulicano le strade di preparativi, svegliatasi da un letargo lungo due stagioni, gli abitanti elbani iniziano a pensare a far scorte di derrate per il prossimo inverno, che in vero son i denari con cui vivere un lungo periodo di inattività. In Sicilia questo fenomeno non è assente, ma lo si avverte meno. Anche qui una grande differenza: il Siciliano vive l’estate come il periodo della “vacanza”, l’elbano come il periodo intoccabile del lavoro. Lavoro, lavoro, lavoro…. Non c’è un giorno libero d’estate, non c’è orario, né festa… l’estate è fatta per essere “vissuta”, o meglio, per esser vissuta lavorativamente, per mettersi al servizio anche di quei siciliani che vanno a svuotare le proprie tasche di vacanzieri al di fuori dei propri confini.


Entro i propri confini il fenomeno è più o meno lo stesso, ma solo sulla costa. Sarà forse l’Elba tutta interamente costa? Beh, di certo in Sicilia, nessuno pensa all’avvento di ottobre come il periodo delle vacanze, perché finita la frenesia là dove terra e mare si baciano, il siciliano torna ad altre attività all’interno dell’isola, che è sempre pieno e brulicante. Il letargo, in Sicilia, dove c’è non si avverte, per il resto non esiste. E nella grande costa Elba, anche isola in verità, cosa accade? Dopo mesi di sfinimento, il buon Elbano si mette a riposo, chiude la saracinesca della sua attività e magari sparisce nella penisola. Eh sì, son poche le attività che continuano a vivere l’inverno elbano. I centri abitati si svuotano, il ronzio svanisce, molte porte e finestre si chiudono, gli stessi Elbani son limitati dal loro limite, alcuni un po’sofferenti ed insofferenti a tale routine, altri ne son i fautori, ma ne son dimentichi non avendo il tempo per pensare a cosa hanno lasciato, così impegnati come sono in altra attività stagionale prettamente invernale. Al contempo, la stagione vede in Sicilia un fenomeno assente all’Elba: la transumanza degli emigranti, quelli che per undici mesi l’anno son Milanesi, Torinesi, Bergamaschi, Tedeschi, Belgi e via discorrendo. Un Elbano, sarà Elbano anche a Pisa come un Fiorentino o un Pisano sarebbe un Fiorentino o un Pisano all’Elba. Il Siciliano transumante no!!! Cambia identità, cambia accento, quasi dimentica la propria origine … Ma al cuor non si comanda e ad Agosto frotte di Siciliani provenienti dal grande Nord, italiano o europeo che sia, si riversano sulle strade come un fiume in caduta libera verso il paesello natio, quello vero, quello d’origine, e così dalla voce con accento milanese dell’ultima telefonata si ritrova un autentico accento proprio,con propri dialetti e vernacoli che solo il clan familiare comprende. Eh sì, non tutti i Siciliani si comprendono, chè si sa che il Siciliano è una lingua con tanto di grammatica e sintassi, ma nessun abitante lo parla più e neppure lo conosce, così rimangono quei dialetti paesani, cittadini, provinciali che fanno sì che un siciliano dell’Est capisca solo il 70% del dialetto di un Siciliano dell’Ovest e viceversa.


E la luce???? Cosa c’entra luce in tutto questo? Come scrivevo pocanzi, la luce in sé non costituisce l’essenza della luce dell’isola stessa, è la sua vita sull’isola, quella che dà un buon contributo al definirsi di certe dinamiche ad avere importanza . Mi spiego meglio, facendo un passo indietro e ritornando alla fotografia in bianco e nero. Quando mi avvicinai alla fotografia digitale, scoprii di vedere in bianco e nero fotografando a colori. Le ombre, le sfumature che la luce procurava ai colori, per me erano solo toni di grigio, così i miei colori erano le “sfumature di luci e di ombre” che un rosso, un verde o un azzurro erano capaci di donare al grigio, poiché il bianco puro mai m’è piaciuto nei miei scatti, troppo acido, friggente. Preferivo il morbido velato dei toni di grigio che potevano scurirsi tanto da divenire un nero saturo, tanto tanto saturo. Un giorno, quel famoso pomeriggio di luglio, quella luce però mi fece capire come sfruttare le potenzialità del colore. Il colore non è uguale ovunque.

Foto di Cecilia Ferlito


Penso che la quantità di mare, che in realtà si tramuta nella distanza od equidistanza dal mare di due punti sulla terra, possa influenzare il modo in cui la luce rifletta i colori. Il riverbero del mare dell’Elba non è uguale a quello del mare della Sicilia e tale riverbero influenza il modo in cui l’occhio umano può vivere un luogo naturale. Non ho mai fotografato tanta natura, e soprattutto a colori, quanto all’Isola d’Elba, e di certo quella Siciliana non ha nulla da invidiarle. Un fenomeno però così complesso quello del colore e della luce, che sarebbe riduttivo definire i colori elbani più vividi dei toni pastello sicani. I colori della Sicilia, per quanto siano forti, accesi, sono sempre ammorbiditi da una sorta di dilatazione spaziale anche dovuta ai lunghi e vasti litorali. All’Elba invece il tutto sembra concentrato. Come la vita si concentra in un periodo dell’anno, i colori e la luce si concentrano in una caletta. Sicilia ed Elba a confronto – Foto di Cecilia Ferlito


Nero di lava in Sicilia, saturo, opaco … Nero di ferro all’Elba, saturo, brillante. Rosso di ferro in Sicilia, morbido, sfumato … Rosso di ruggine all’Elba, tagliente, netto. Di sicuro, in Sicilia, di spunti naturalistici ve ne sono un numero immane. Dal nero al fuoco lavico, dalle nubi di vapore acqueo a quelle provenienti dai crateri, dai sedimenti di arenaria alle antiche pareti laviche di un grigio quasi metallico levigate dal fiume Alcantara, alle distese di sabbia dorata della costa meridionale, ai paesaggi unici degli Iblei, a quelli dolomitici delle Madonie o ai verdi unici dei Peloritani, per non parlar dei marmi di Custonaci … Tutte piccole isole dentro la grande isola. Da zona a zona, da isola ad isola, in Sicilia ci si potrebbe trovare in luoghi assai remoti tra loro entro un unico confine. Anche sulla piccola isola il fenomeno dell’isola nell’isola è presente, ma meno preponderante. Ciò che invece la rende unica nella sua interezza è sicuramente l’effetto visivo dei suoi colori, del modo in cui la luce l’accarezza. E pensate, forse, che se la posizione geografica della Sicilia sia stata la fortuna di tanta storia nei secoli, la luce sull’Isola d’Elba abbia un ruolo meno rilevante nella sua storia come piccolo paradiso turistico?

Gole dell’Alcantara – Foto di Cecilia Ferlito


Ne Fin

Intra Landoj Numero Due "Verso l'Isola"  

Intra Landoj, Rivista di Culture. Numero Due.