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Inside Art 183

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INSIDEART online

N. 183 | € 4,00

Gerhard Richter, Gudrun (détail), 1987, Huile sur toile, Collection Fondation Louis Vuitton, Paris courtesy © Gerhard Richter 2025


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GERHARD RICHTER A FONDATION LOUIS VUITTON

«La speranza è che qualcosa affiori dalla pittura».

Gerhard Richter a Fondation Louis Vuitton

Chiude, dopo più di quattro mesi, l’omaggio parigino al maestro tedesco: con 275 opere, quella alla Fondation Louis Vuitton è la più grande retrospettiva mai realizzata

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GERHARD RICHTER A FONDATION LOUIS VUITTON


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GERHARD RICHTER A FONDATION LOUIS VUITTON

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Andrea Bardi

GERHARD RICHTER A FONDATION LOUIS VUITTON

di Belle Arti di Dresda – città finita nell’orbita

ufficiale del partito – e tuttavia desideroso di

sovietica e conseguentemente votata a un’a-

tentare una “terza via” al realismo, aperta a

Si è conclusa, il 2 marzo 2026, la retrospettiva

infatti, le opere raccolte negli spazi disegnati

genda conservatrice e figurativa, unica tatti-

soluzioni stilistiche individuali, Richter rivolge

monumentale che Fondation Louis Vuitton

da Frank Gehry al Bois de Boulogne: chia-

ca funzionale alla causa socialista nella linea

le sue attenzioni a Picasso e Guttuso.

ha dedicato a Gerhard Richter. Inaugurata

mati a rendere conto di oltre sessant’anni di

lo scorso 17 ottobre 2025, la mostra, cura-

ricerca, i curatori hanno perciò sfruttato nove

ta da Dieter Schwarz e Nicholas Serota, è

delle undici gallerie divise tra i quattro livelli

l’antologica più compiuta mai realizzata sul

dell’edificio, articolando la mostra sulla base

pittore tedesco, classe 1932. Sono ben 275,

di una scansione cronologica per decenni.

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Vue d’installation de l’exposition Gerhard Richter, galerie 5, niveau 1, salle 1987-1995: Sombre réflexion. © Fondation Louis Vuitton / Marc Domage

Vue d’installation de l’exposition Gerhard Richter, galerie 1, niveau -1, salle 1962–1970. © Fondation Louis Vuitton / Marc Domage

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NÈ la visita a Documenta II (1959), però, a

isolate di Warhol e Lichtenstein a traghet-

coincidere con una vera e propria folgorazio-

tare Richter verso le Fotobilder – nel 1986, in

ne. La scoperta degli “impudenti” Pollock e

un’intervista con Benjamin Buchloh, l’artista

Fontana lo convince a trasferirsi a Düsseld-

applaude proprio la tecnica “antipittorica” di

Il post quem individuato dai curatori – e a ben

precedente, al punto da liberarsene del tutto.

orf, dove apprende da Karl Otto Götz – suo

Roy Lichtenstein. A differenza dei campioni

vedere dallo stesso artista, da sempre parti-

Quando completa Tisch (tavolo), opera che

docente all’Accademia – una gestualità così

del pop d’oltreoceano, però, Richter amplia

colarmente scrupoloso in fase di auto-stori-

gode del primato archivistico nel suo catalo-

rapida da annullare, o quantomeno ridurre

il campionario di fonti a disposizione, prati-

cizzazione del suo lavoro – è il 1962, anno in

gue raisonné, Richter ha infatti già trent’anni,

all’osso, l’intervento della coscienza. L’inte-

cando una dieta “onnivora” che gli consente

cui l’avviamento di un’indagine intermediale,

e la sua vicenda biografica – nonché artistica

grazione dell’immaginario quotidiano, inve-

di ammettere anche immagini private, vedute

tra pittura e fotografia, porta Richter a subo-

– ha già subito un drastico cambio di rotta in

ce, si deve all’incontro con la Pop Art: è la

aeree cittadine e leitmotifs di matrice roman-

dorare il primo, vero scarto con la sua ricerca

itinere. Diplomatosi nel 1956 all’Accademia

“scioccante semplificazione” delle immagini

tica come cieli e distese marine, seguite, in

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