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TALP N 62, marzo 2025 Rivista a cura della Federazione Speleologica Toscana Redazione CHIARA VANNUCCI DAVIDE MARTELLINI DANILO MAGNANI LEONARDO PICCINI DANIELE SIGISMONDI NADIA RICCI
Coordinamento Grafico a cura della Redazione CRONACHE Periodico - Aut. Trib. n° 6 del 20/11/14 Dir. resp.: Barbara L. - Stampa: Nuovastampa - Ponsacco Di questo numero sono state stampate 200 copie. Il contenuto degli articoli impegna solamente gli autori. La riproduzione anche parziale di articoli, notizie e disegni è consentita citandone la fonte. In copertina: Risalite dei Francesi (Carlotta Lipuma)
ASSOCIAZIONE SPELEOLOGICA SENESE c/o Franco Rossi, Via di Nottola, 19 Fraz. Stazione - 53045 Montepulciano (SI) ass@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO MASSA MARITTIMA Via Norma Parenti, 80 - 58024 Massa Marittima (GR) www.gsmmspeleo.it info@gsmmspeleo.it
COMMISSIONE SPELEOLOGICA I CAVERNICOLI c/o C.A.I. di Siena Piazza Calabria 25/A - 53100 SIENA cavernicoli@gmail.com
GRUPPO SPELEOLOGICO MONTAGNA PISTOIESE Via Villaggio Orlando, 100 51028 Campo Tizzoro (PT) www.caimaresca.it gsmp_cai@yahoo.it
GRUPPO SPELEOLOGICO ALPINISTICO VALFREDDANA Via Provinciale - Loc. Matteino 55060 San Martino in Freddana (LU) gsavalfreddana@speleotoscana.it GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO APUANO Via della Posta 8 - 54100 Canevara (MS) http://gsaapuano.blogspot.it gsaapuano@gmail.com GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO LIVORNESE c/o Museo di Storia Naturale via Roma 234 - 57127 LIVORNO www.speleolivorno.it gsalivornese@yahoo.it GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO VERSILIESE c/o Andrea Balloni Via Vitale, 191/i - 55047 Seravezza (LU) www.gsav.org info@gsav.org
Presidente Comitato Federale NADIA RICCI Consiglieri Comitato Federale SANDRA BASILISCHI LUCA ROSSI ALESSIA FIORDALISO PIERPAOLO FIORITO DUCCIO PIERI
GRUPPO SPELEOLOGICO CAI FORTE DEI MARMI Via Michelangelo, 47 p.1 - 55042 Forte dei Marmi (LU) speleo@caifortedeimarmi.it GRUPPO SPELEOLOGICO CAI PISA Via Fiorentina, 167 - 56121 PISA www.speleopisa.it info@speleopisa.it
Commissione Catasto FABRIZIO FALLANI catasto@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO FIORENTINO CAI Via del Mezzetta, 2 M - 50136 FIRENZE www.gsfcai.it info@gsfcai.it
Commissione Catasto Cavità Artificiali ODOARDO PAPALINI catastoartificiali@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO L’ORSO: Via G. Marconi, 75 - 58034 Castell’Azzara (GR) gsorso@speleotoscana.it
Commissione Editoriale CHIARA VANNUCCI redazione@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO LUCCHESE CAI Cortile Carrara, 18 - 55100 LUCCA info@gslucchese.it news@gslucchese.it
Commissione Scientifica DUCCIO PIERI scientifica@speleotoscana.it Commissione Ambiente ambiente@speleotoscana.it Commissione Informatica MARCO MENCHISE informatica@speleotoscana.it Commissione Comunicazione LUCA ROSSI comunicazione@speleotoscana.it Indirizzi Federali: Presidente e Rap. FST nel CNSS-SSI Nadia Ricci presidente@speleotoscana.it cnss@speleotoscana.it Tesoriere Sandra Basilischi tesoriere@speleotoscana.it Segretario Pierpaolo Fiorito segretario@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO PISTOIESE CAI Via Antonini, 7 - C.P. 1 - 51100 PISTOIA www.gruppospeleologicopistoiese.it gspistoiese@speleotoscana.it GRUPPO SPELEOLOGICO TORRENTISTICO SPEOLO Via Lucchese Romana, 82 - 50054 FUCECCHIO (FI) www.speolonet.wordpress.com gstspeolo@gmail.com SEZIONE SPELEOSUBACQUEA TOSCANA c/o Carletti Carlo Via V. Bellini, 40 - 50144 FIRENZE sst@yahoo.com SPELEO CLUB FIRENZE c/o Stefano Merilli Via Guardavia, 8 - 50039 VICCHIO (FI) speleoclubfirenze@speleotoscana.it SPELEO CLUB GARFAGNANA CAI Via Vittorio Emanuele 55032 Castelnuovo Garfagnana (LU) www.speleogarfagnana.blogspot.com speleo.garfagnana@alice.it UNIONE SPELEOLOGICA CALENZANO Piazza Stazione, 1 - 50041 speleocalenzano@gmail.com UNIONE SPELEOLOGICA PRATESE c/o CAI Prato Via Banchelli, 11 - 59100 PRATO www.spelelogiapratese.it info@speleologiapratese.it GRUPPO SPELEOLOGICO CAI VALTIBERINO Piazza Garibaldi 1 52037 Sansepolcro (AR) stefanialunghini@gmail.com lucapoderini24@gmail.com
GRUPPO SPELEOLOGICO MAREMMANO CAI c/o Club Alpino Italiano Via Papa Giovanni XXIII n. 13/b 58100 Grosseto gsm.altervista.org gsmaremmanocai@gmail.com
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Via Roma 230, c/o Museo di Storia naturale del Mediterraneo - 57127 Livorno www.speleotoscana.it info@speleotoscana.it federazione.speleologica.toscana@pec.it facebook.com/talponline/ facebook.com/FSToscana/ Liste di lavoro: lista-editoriale@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-editoriale+subscribe@speleotoscana.it lista-scientifica@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-scientifica+subscribe@speleotoscana.it lista-ambiente@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-ambiente+subscribe@speleotoscana.it lista-informatica@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-informatica+subscribe@speleotoscana.it Lista Speleo Toscana: lista-toscana@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una email a: lista-toscana+subscribe@speleotoscana.it Newsletter di informazione sulla FST: fst@speleotoscana.it - per iscriversi istruzioni sul sito www.speleotoscana.it
SOMMARIO marzo TALP ESPLORAZIONI
2025
TALP SCIENTIFICA
08 La Tana dell’Omo Selvatico
74 Test di tracciamento Buca dei Francesi e Tripitaka
di Gian Luca Tartaglia, Diego Pieruccioni, Marco Frati e Danilo Magnani
22 Non Solo Nero
di Marco Genovesi
RICERCA E TERRITORIO 82 Ecosistemi sotterranei in pericolo e il loro ruolo essenziale per il pianeta
di Alessio Betti
27 “Tipico predatore dei campi speleo”
di Tiziana Di Lorenzo
di Massimiliano Rossi
87 Isopodi
30 Report Progetto ORCO 2024
di Chiara Giubbani e Daniele Pagli
di Nadia Ricci
MEMORIE
TALP AMBIENTE
91 Franco Utili, un instancabile speleologo, decano e maestro
59 La vulnerabilità degli acquiferi carsici di Alessia Nannoni
di Stefano Merilli 62
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67 Il sistema estrattivo, la tutela degli ambienti montani e delle acque di Mauro Chessa
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ALLA SCOPERTA DEL BUIO
CORSO DI ACCOMPAGNAMENTO DISABILI IN GROTTA ALLA SCOPERTA DELVISIVI BUIO
ALLA SCOPERTA DEL BUIO
CORSO ACCOMPAGNAMENTO DISABILI VISIVI IN GROTTA ALLA SCOPERTA DELDI BUIO. CORSO DI di ACCOMPAGNAMENTO DISABILI VISIVI IN GROTTA CORSO DIRetignano ACCOMPAGNAMENTO DISABILI IN GROTTA Stazzema (LU)VISIVI
Retignano di Stazzema (LU) di Stazzema (LU) 2025 sabato 24Retignano eRetignano domenica 25 Maggio di Stazzema (LU) sabato 2025 sabato 24 24 ee domenica domenica 25 25 Maggio Maggio 2025
sabato 24 e domenica 25 Maggio 2025
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Organizzato Federazione Speleologica collaborazione con Organizzatodalla dalla Federazione SpeleologicaToscana Toscanaaps apsininstretta stretta collaborazione con Organizzato dalla Federazione Speleologica Toscana aps in stretta collaborazione con Gruppo speleologico “Shaka Zulu Club Subiaco”, gestore delle Grotte di “Val de Varri” Gruppo speleologico “Shaka Zulu Club Subiaco”, gestore delle Grotte di “Val de Varri” Organizzato dalla Federazione Speleologica strettadicollaborazione Gruppo speleologico “Shaka Zulu Club Subiaco”,Toscana gestoreaps delleinGrotte “Val de Varri” con Gruppo speleologico “Shaka Zulu Club Subiaco”, gestore delle Grotte di “Val de Varri”
con il patrocinio del Parco Regionale delle Alpi Apuane, del Comune di Stazzema e della con il patrocinio del Parco Regionale Alpi Apuane, del Comune Stazzema con il patrocinio del Parco Regionaledelle delle Alpi Apuane, del Comune di Stazzemadi e della
Sviluppo e Futuro Levigliani gestore del Corchia Park cone ildella patrocinio delCooperativa Parco Regionale delle Alpi Apuane, del Comune didel Stazzema e della Cooperativa “Sviluppo e Futuro Levigliani” Corchia Park Cooperativa Sviluppo e Futuro Levigliani gestoregestore del Corchia Park Cooperativa Sviluppo e Futuro Levigliani gestore del Corchia Park
L’iniziativa è aperta ad unèmassimo dovranno dotati di copertura assicurativa personale L’iniziativa aperta finodiad20 unpartecipanti, massimo di 20che partecipanti, cheessere dovranno essere dotati di copertura L’iniziativa è aperta finoCAI ad un massimo diIl20corso partecipanti, chee dovranno dotatiluogo di di copertura assicurativa personale specifica per attività speleologica (SSI, luogo CAI similari). Ilessere corso avrà solo specifica per attività speleologica (SSI, e similari). avrà solo con un minimo 10 partecipanti. specifica per attività speleologica (SSI, CAI e similari). Il corso avrà luogo solo conassicurativa un minimo dipersonale 10 partecipanti. L’obiettivo del corso è quello di fornire le conoscenze per poter accompagnare persone con disabilità visiva, approcon un del minimo di è10quello partecipanti. L'obiettivo corso di fornire le conoscenze per poter accompagnare persone con disabilità fondendo in particolare le fino tematiche nell’ambito speleologico. Il corso è aperto a tutti, L’iniziativa èvisiva, aperta un èrelative massimo di 20 dovranno essere dotati di copertura L'obiettivo delad corso diall’accompagnamento fornire le partecipanti, conoscenze perche poter accompagnare persone con disabilità approfondendo inquello particolare le tematiche relative all'accompagnamento nell'ambito visiva, approfondendo tematiche all'accompagnamento nell'ambito speleologico. Ilspecifica corso è aperto a particolare tutti, anche alecoloro che nonrelative hanno specifica delle ancheassicurativa a coloro che non hanno una specifica conoscenza delle tecniche di accompagnamento. Per motivi organizzativi personale perinattività speleologica (SSI, CAI euna similari). Il conoscenza corso avrà luogo solo speleologico. Il corso è aperto tutti, anche a coloro che non una specifica tecniche di accompagnamento. Peramotivi organizzativi il corso saràhanno a numero chiuso. conoscenza delle il corso numero consarà un aminimo di chiuso. 10 partecipanti. tecniche di accompagnamento. Per motivi organizzativi il corso sarà a numero chiuso. L'obiettivo del è quello di fornire le conoscenze per poter accompagnare persone con disabilità Per corso informazioni contattare:
Per informazioni Per informazioni organizzazione logistica: segretario@speleotoscana.it -contattare: visiva, approfondendo inecontattare: particolare le tematiche relative all'accompagnamento nell'ambito organizzazione eCatoni segretario@speleotoscana.it corso: 348 875 1277shakazulusubiaco@gmail.com – gcatoni@iol.it - Il-contenuti speleologico. èdelaperto alogistica: tutti,Gabriele anche a coloro che non hanno una specifica conoscenza delle • organizzazione ecorso logistica: segretario@speleotoscana.it Catoni Gabriele 348 875 1277shakazulusubiaco@gmail.com – gcatoni@iol.it - contenuti del corso: tecniche di Per motivi organizzativi il corso sarà a numero chiuso. • contenuti delaccompagnamento. corso: Catoni Gabriele 348 875 1277 shakazulusubiaco@gmail.com gcatoni@iol.it Il corso è valido come aggiornamento degli AI e IT della CNSS SSI. Il corso è valido come aggiornamento degli AI e IT della CNSS SSI.
Perè informazioni Il corso valido come contattare: aggiornamento degli AI e IT della CNSS SSI.
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- organizzazione e logistica: segretario@speleotoscana.it del corso: Catoni Gabriele 348 875 1277- shakazulusubiaco@gmail.com – gcatoni@iol.it - contenuti Programma di massima: Il corso valido come Sabato 24 - èristorante Laaggiornamento Pollaccia degli AI e IT della CNSS SSI. ore 09:00 registrazione dei partecipanti ore 09:30 Nozioni base sulla disabilità visiva e inquadramento normativo ore 11:30 Problemi sull’accompagnamento in grotta e loro soluzione ottimale ore 12:00 Strumenti per l’esplorazione dell’ambiente ore 12:40 Cenni sul metodo della struttura Breil ore 13:00 Pausa Pranzo ore 15:30 Situazioni pratiche di accompagnamento in grotta sub orizzontale con simulazione ore 18:00 Chiusura lavori
Domenica 25 - Antro del Corchia ore 09:00 Partenza per la grotta ore 09:30 Riepilogo Situazioni pratiche di accompagnamento in grotta ore 09:50 Briefing iniziale sicurezza in grotta ore 10:00 Simulazione visita guidata in grotta con alternanza ruoli accompagnatore/non Vedente ore 12:00 Debriefing finale corso
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La Federazione Speleologica Toscana aps e la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Lucca e Massa Carrara, in virtù della Convenzione per lo svolgimento di attività di ricerca e formazione siglato lo scorso 10.12.2024, terranno un “Corso di archeologia e paleontologia per speleologi” a partire dal 19 marzo e fino al 12 aprile 2025. La finalità del corso è quella di formare gli speleologi partecipanti su come affrontare lo studio, il rilievo e la documentazione di cavità ipogee (o ripari), caratterizzate da contesti di interesse archeologico e/o paleontologico e sensibilizzarli al loro rispetto.
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CORSO DI ARCHEOLOGIA E PALEONTOLOGIA PER SPELEOLOGI da una collaborazione tra FST e SABAP
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Il programma del Corso sarà il seguente: - 19.03 LEZIONE TEORICA online: la normativa vigente a tutela dei contesti di interesse archeologico e paleontologico: “Cosa si deve fare in caso di ritrovamento di reperti? A chi ci si deve rivolgere? A cosa si va incontro se non si rispetta la legge in materia?”. Relatrice Dott.ssa Giulia Picchi, funzionaria archeologa SABAP per le province di Lucca e Massa Carrara; - 26.03 LEZIONE TEORICA online: le tipologie di contesti di interesse archeologico e paleontologico e le modalità di approccio ad esse. Relatrice Dott.ssa Marta Colombo, funzionaria archeologa SABAP per le province di Lucca e Massa Carrara; - 12.04 LEZIONE PRATICA in presenza: visita alla Tecchia di Equi, importante sito archeologico e paleontologico, composto dal Riparo e dalla Grotta che si addentra nel fianco della montagna per circa 30 m. Visita all’annesso Museo, dove sono raccolti numerosi reperti archeologici e paleontologici. Le lezioni teoriche saranno tenute online a partire dalle ore 21:00 e aperte a tutti. Il corso è valido come aggiornamento per gli Istruttori Sezionali di Speleologia del CAI e per gli AI e IT della SSI, che parteciperanno, in numero massimo di 20, alle lezioni teoriche e alla lezione pratica.
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CORSO DI ARCHEOLOGIA E PALEONTOLOGIA PER SPELEOLOGI organizzato da FST e SABAP
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2 lezioni teoriche on-line aperte a tu� e gratuite 1 lezione pra�ca in presenza presso la Tecchia e il Museo di Equi, Fivizzano (MS) a € 20,00
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corso omologato SSI e CAI per info:
Nadia 389 84 84 065
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“SICURI IN GROTTA” Il CNSAS - SAST incontra la speleologia toscana
“Sicuri in Grotta”
Ritorna anche quest’anno l’appuntamento con la sicurezza e la prevenzione, in collaborazione con il CNSAS SAST III Delegazione Speleologica TOSCANA. Due giorni di incontri tra speleologi e soccorritori dove poter affrontare in maniera approfondita la tematica, a tutti molto cara, della prevenzione di incidenti in grotta. Dalle manovre fondamentali di primo e autosoccorso in caso di infortunio, all’evolversi delle dinamiche che si mettono in moto da quando parte una chiamata di Ritornapreallarme anche quest’anno l’appuntamento la sicurezza e la prevenzione, in collaborazione con il o allarme al soccorso speleo. Tutti con argomenti che i vari componenti dei Gruppi grotte apprendono attraversole lezioni durante i corsi di primo livello di speleologia, durante i corsi di armo oppure attraverso CNSAS -l’amicizia SAST III che Delegazione Speleologica TOSCANA. hanno con volontari del CNSAS che fanno parte del proprio Gruppo o di Gruppi frequentati assiduamente. Ma in questi due giorni l’apprendimento sarà sviscerato più in profondità e ci sarà la possibilità Due giorni di incontri fra speleologi e soccorritori dove poter in maniera più prolungata e di entrare in “confidenza” con tutte le varie componenti che fanno parte affrontare del Soccorso Speleologico.
Il CNSAS – SAST incontra la speleologia toscana
approfondita la ditematica, tutti molto cara, della di incidenti in grotta. Nei giorni sabato 13 eadomenica 14 settembre, pressoprevenzione il Palazzo della Cultura di Cardoso (StazzemaDalle - Lu) manovre si svolgerà l’incontro alla presenza di personale specializzato (sanitari, quadri, docenti), che si occuperà delle
fondamentali primo esia autosoccorso in casoLadisimulazione infortunio, all’evolversi dellesidinamiche chepresso si mettono in varie fasidididattiche, teoriche che applicate. delle manovre tecniche svolgerà invece la palestra di roccia dell’Uccelliera (Seravezza - LU).
moto da quando parte una chiamata di preallarme o allarme al soccorso speleo. Tutti argomenti che i vari La partecipazione all’incontro sarà gratuita, ma i partecipanti dovranno essere dotati di copertura assicurativa
componenti deiper Gruppi apprendono personale attivitàgrotte speleologica (SSI, CAI attraverso e similari). gli incontri a scadenza fissa che vengono affrontati
duranteIl iprogramma corsi di primo livello di speleologia, dettagliato sarà pubblicato a breve. durante i corsi di armo oppure attraverso l’amicizia che
hanno con volontari del CNSAS che fanno parte del proprio Gruppo o di Gruppi frequentati assiduamente.
Ma in questi due giorni l’apprendimento sarà sviscerato più in profondità e ci sarà la possibilità di entrare
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in “confidenza” con tutte le varie componenti che fanno parte del Soccorso Speleologico.
Nei giorni di sabato 13 e domenica 14 settembre, presso il Palazzo della Cultura di Cardoso (Stazzema –
Lu) si svolgerà l’incontro alla presenza di personale specializzato (sanitari, quadri, docenti), che si
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occuperà delle varie fasi didattiche, sia teoriche che applicate. La simulazione delle manovre tecniche si svolgerà invece presso la palestra di roccia dell’Uccelliera (Seravezza – LU).
La partecipazione all’incontro sarà gratuita, ma i partecipanti dovranno essere dotati di copertur
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assicurativa personale per attività speleologica (SSI, CAI e similari).
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Il programma dettagliato sarà pubblicato a breve.
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La Commissione Comunicazione della Federazione Speleologica Toscana ha organizzato nei mesi di novembre e dicembre 2024 un ciclo di incontri dal titolo “Comunicare (al)la speleologia”, una serie di talk/dibattiti online dedicati al tema della comunicazione nel mondo della speleologia. Gli incontri sono stati l’occasione per provare a capire come questo settore stia, sempre più velocemente, cambiando il modo di comunicare della speleologia sia al suo interno che verso l’esterno. Il primo incontro di presentazione si è tenuto il 1 novembre, sia dal vivo durante il Raduno Nazionale di Speleologia Siphonia 2024 a Caselle in Pittari (SA), sia in diretta streaming sul canale YouTube ufficiale della Federazione: https://www.youtube.com/@speleotoscana/streams I successivi incontri si sono tenuti esclusivamente online nei giorni 14, 21, 28 novembre e 12 dicembre. Gli argomenti trattati hanno riguardato: • differenza tra comunicazione interna ed esterna, ossia parlare alla speleologia o parlare della speleologia • pubblicazioni scientifiche e la speleologia italiana comunicata all’estero • comunicazioni istituzionali, rapporti con enti ed istituzioni e mezzi di comunicazione esterni, comunicazione di situazioni di crisi • stampa e pubblicazioni tradizionali, contenuti multimediali e diritti d’autore • scopi, target e regole, ossia differenze tra i vari destinatari Su questi argomenti si sono alternati a parlare: Andrea Scatolini, Anna Maria Dalla Valle, Graziano Ferrari, Luca Calzolari, Lucia Montomoli, Massimo Goldoni, Natalino Russo, Tullio Bernabei, Valeria Carbone Basile. Le registrazioni dei vari incontri sono disponibili sul canale YouTube della Federazione e sul sito web ufficiale.
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COMUNICARE (AL)LA SPELEOLOGIA Ciclo di incontri sul tema speleologia e comunicazione
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talp notizie CONVEGNO “ACQUA BENE INDISPENSABILE” ACQUIFERI CARSICI, UNA RISORSA IDRICA DA CONOSCERE E SALVAGUARDARE Scuderie Granducali Seravezza 23 novembre 2024 Sabato 23 novembre 2024 si è tenuto a Seravezza (LU), presso la sala teatro delle Scuderie Granducali il Convegno dal titolo “Acqua bene indispensabile: acquiferi carsici, una risorsa idrica da conoscere e salvaguardare”, organizzato da FST in collaborazione con il Club Alpino Italiano Gruppo Regionale Toscano e la Commissione Tutela Ambiente Montano CAI Toscana. Le acque sotterranee rappresentano la principale fonte di approvvigionamento idrico a livello mondiale, sia per gli usi civili, sia per l’agricoltura e l’industria. Nonostante ciò, il fatto di essere una risorsa “nascosta” la fa spesso erroneamente ritenere inesauribile e al riparo da problemi di inquinamento. Tra le acque sotterranee, quelle contenute negli acquiferi carsici sono una parte rilevante e si ritiene possano diventare sempre più determinanti, visto il progressivo depauperamento, in termini di quantità e qualità, degli acquiferi delle pianure alluvionali. Gli acquiferi carsici rappresentano inoltre un importante ecosistema, costituito da habitat ad elevata biodiversità, per quanto limitata essenzialmente a microrganismi e piccoli invertebrati. In considerazione di ciò, la Federazione Speleologica Toscana aps, in collaborazione con il Club Alpino Italiano Gruppo Regionale Toscano e la Commissione Tutela Ambiente Montano CAI Toscana, ritiene importante portare all’attenzione di un vasto pubblico la rilevanza degli acquiferi carsici del territorio toscano e in particolare di quelli delle Alpi Apuane, la cui integrità è sempre più messa a repentaglio dalle attività dell’uomo.
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Al Convegno hanno partecipato 105 iscritti totali, tra i quali 12 appartenenti all’Ordine dei geologi della Toscana, 7 Guide ambientali escursionistiche del Parco delle Alpi Apuane, 7 Operatori regionali della TAM CAI, i quali hanno ricevuto i crediti formativi previsti. All’apertura dei lavori hanno portato il loro saluto la Presidente della FST Nadia Ricci, il Consigliere del CAI regionale Giulio Godi, il Presidente della SSI Sergio Orsini, il Direttore Generale di ARPAT Pietro Rubellini, l’Assessore all’ambiente e alle attività produttive del Comune di Seravezza Michele Silicani. Durante la giornata gli interventi sono stati i seguenti: • Caratteristiche e dinamica degli acquiferi carsici, Prof. Leonardo Piccini, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Firenze • Gli acquiferi carsici: ecosistemi unici e vitali per la biodiversità, Dott.ssa Tiziana Di Lorenzo, primo ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri del CNR, sede di Firenze • Piano di tutela delle acque della Toscana, Ing. Marco Masi, responsabile del Settore Acqua e Costa, Regione Toscana In collaborazione con • Le attività di monitoraggio e controllo sulle acque sotterranee, Dott. Stefano Santi, responsabile del SITA (Settore Indirizzo Tecnico delle Attività) di ARPAT • Le attività di studio della FST sugli acquiferi carsici, Danilo Magnani, Commissione Scientifica della Federazione SpeleoloACQUA gica Toscana aps BENE INDISPENSABILE: • La vulnerabilità degli acquiferi carsici, Dott.ssa Alessia Nannoni, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della ACQUIFERI CARSICI, UNA RISORSA Terra, Università di Firenze DA CONOSCERE E SALVAGUARDARE • Il sistema estrattivo, la tutela degli ambienti montani e delle acque, Geologo Mauro Chessa, Presidente della Commissione Seravezza – Scuderie Granducali Regionale TAM 23 novembre 2024 • Responsabilità e aspetti giuridici: captazione delle sorgenti e problemi ambientali relativi, Avv. Luca Scarselli, Gruppo InConvegno pubblico a ingresso libero, dalle ore 9:00 tervento Giuridico (GrIG) Le registrazioni dei vari interventi al Convegno sono disponibili sul canale YouTube della Federazione Speleologica Toscana al seguente link: https://www.youtube.com/@speleotoscana/streams con il patrocinio ed il contributo di
con il patrocinio di
evento formativo per ORTAM CAI
evento formativo per GUIDE PARCO APUANE
In convenzione e cooperazione APC con Ordine dei Geologi della Toscana richiesti crediti CFP validi per l’Aggiornamento Professionale dei Geologi
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La Presidente della FST, Nadia Ricci
EDITORIALE
Vi auguro un’ottima lettura.
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In questo numero della rivista federale troverete due articoli che riguardano attività di riesplorazione e ripetizione di rilievo, in grotte viste e topografate decenni prima, ma che ancora oggi ci riservano sorprese e continuano a suggerirci spunti di riflessione e a donarci occasioni per applicare le nuove tecniche di studio e documentazione. Sto parlando della Tana dell’Uomo Selvatico 54 T/LU (Canale delle Verghe, Stazzema), della quale ci parlano Brian e Mancini per la prima volta nel Bollettino della Reale Società Geografica del lontano 1913. Esplorata e rilevata fino al suo fondo dal Gruppo Speleologico Fiorentino nel 1930 (Ciaranfi-Marchetti) e rivisitata innumerevoli volte da molti dei Gruppi toscani nei decenni successivi. Durante l’estate del 2024 è stata nuovamente oggetto dell’interesse del Gruppo versiliese e massese, che, utilizzando le moderne tecniche di rilievo, ne ha sistemato e dettagliato il disegno. La seconda, in ordine di apparizione, è la Buca Non Solo Nero 1193 T/MS (Passo della Focolaccia, Massa), che fu esplorata e rilevata nel 1993 dai Gruppi fiorentino e lucchese e poi a lungo dimenticata, visto che il suo ingresso si apre su una bancata della Cava attiva di Piastramarina. Durante la primavera del 2024 è stata oggetto di un sopralluogo congiunto FST/Parco Apuane, che ha consentito al Gruppo massese di incrementarne lo sviluppo e arricchirne il rilievo. In Talp 62 non poteva mancare il Report dell’attività svolta dai vari Gruppi, toscani e non, nell’ambito del Progetto ORCO, settore Farolfi, durante il 2024. Questo progetto, grazie alla supervisione di Leonardo Piccini, va avanti da ormai un decennio e, tra alti e bassi, continua a stimolare l’interesse di numerosi speleologi. I punti interrogativi da risolvere stanno diminuendo, ma i nuovi fronti esplorativi che si aprono spostano sempre più in alto l’asticella che dovrebbe indicare la “fine lavori”. Un elogio speciale va all’annuale “Campo di Arnetola”, di cui ci parla Massimiliano Rossi. Evento atteso e partecipato, il campo organizzato dal Gruppo livornese ha la capacità di radunare speleo di varia estrazione geografica e culturale, ottenendo sempre ottimi risultati esplorativi e goliardici. Il Convegno “Acqua bene indispensabile”, che si è tenuto alle Scuderie granducali di Seravezza lo scorso 23 novembre, ha dato i suoi frutti. Infatti, in questo numero troverete tre articoli scritti da altrettanti relatori di quella giornata di discussione e confronto. Un sentito ringraziamento va quindi a Mauro Chessa, Tiziana Di Lorenzo e Alessia Nannoni, che ci hanno donato il loro tempo e impegno. Non poteva mancare un articolo sulle prove di tracciamento degli acquiferi carsici apuani, svolte all’Abisso Tripitaka e alla Buca dei Francesi a marzo 2024. Da quando questo tipo di attività ha avuto inizio, nel lontano 1972, sono state eseguite e validate ben 57 colorazioni, che ci hanno consentito di disegnare in maniera sempre più dettagliata i confini dei bacini idrogeologici delle Alpi Apuane e non solo. È doveroso un richiamo all’articolo di biospeleologia sugli isopodi di Pagli e Giubbani. Nota scritta in modo chiaro e comprensibile, ha il merito di incuriosire il lettore ad argomenti che, spesso ed immotivatamente, rappresentano la “Cenerentola” degli studi e della documentazione speleologica. Infine la nota commemorativa di Franco Utili, scritta da Stefano Merilli, che riporta i momenti più importanti di una lunga vita spesa per l’esplorazione, lo studio e la divulgazione della speleologia.
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La Tana dell’Uomo Selvatico (54 T/LU) di Gian Luca Tartaglia e Diego Pieruccioni (GSA Versiliese) Introduzione La Tana dell’Uomo Selvatico (54 T/LU), conosciuta anche come Tana dei Lapislazzuli, Tana della Pislazzera o Tana delle Corbelle, si apre sul versante nordorientale del M. Corchia ad una quota di circa 1150 m s.l.m. lungo il Canale delle Verghe, a poche decine di metri dal sentiero CAI 128 che collega il rifugio “G. Del Freo” di Mosceta con l’alpeggio di Puntato. L’ingresso della grotta è caratterizzato da imponenti dimensioni e costituisce uno dei pochissimi inghiottitoi perenni attivi delle Alpi Apuane in cui si perde un torrentello che scende dalle pendici nord orientali del M. Corchia del quale si può seguirne il corso fino al fondo (Ramo Attivo), dove l’acqua si riversa nel sifone terminale situato a 286 metri di profondità. Questa via, anche se non presenta problemi di orientamento, è impercorribile in periodi di piena ed è comunque sempre molto bagnata. Il secondo ramo della grotta (Ramo Fossile) è invece percorribile nella quasi totalità dei casi per circa due terzi del suo sviluppo senza particolari problemi, fatta eccezione per i tratti iniziale e finale che sono comuni ai due rami e, in caso di forti piene, risultano di difficile percorrenza. Il ramo fossile inoltre, a differenza del ramo attivo, presenta difficoltà di orientamento nella sua parte iniziale in quanto costituito da ambienti di crollo con passaggi in frana. La leggenda Le Apuane sappiamo tutti che sono montagne maestose, aspre e difficili, e proprio per questo si sono meritate l’appellativo di Alpi, costringendo gli uomini che abitano alle loro pendici ad una dura lotta per la sopravvivenza. Questo, nel corso dei secoli, ha contribuito al formarsi, nella tradizione orale locale, di un elevato numero
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di leggende, credenze e superstizioni che hanno popolato questi luoghi di diavoli, streghe, spiriti, folletti e altri esseri più o meno malvagi. Tra questi vi è “l’Omo Selvatico”, un gigante bonario che vive in una profonda grotta sulle pendici nord orientali del M. Corchia tra la Versilia e la Garfagnana che ha insegnato ai pastori locali a trasformare il latte in formaggio. La leggenda narra che l’Omo Selvatico, saggio ma schivo, vivesse nella grotta e che un giorno alcuni pastori trovandolo lo invitarono a casa loro. Quei pastori possedevano molte bestie ma non sapevano come utilizzare il loro latte. “V’insegnerò a levacci il burro” disse l’Omo Selvatico e glielo insegnò. Fatto ciò l’Omo Selvatico avrebbe voluto andarsene ma i pastori lo trattennero quasi per forza. “V’insegnerò a fa’ ‘l cacio (formaggio)” disse, e glielo insegnò. I pastori stupiti insistettero perché quell’omo non andasse via e così, anche se un po’ seccato, disse: “Basta, vi insegnerò a levacci anco la ricotta”. Quando ebbe mostrato loro come si faceva, e volle lasciarli, i pastori si adattarono di buon grado. “Ci avete insegnato anche troppo!”, riconobbero. Ma appena libero l’Omo Selvatico disse: “Eh che matti! Se mi tenevate ancora un po’ vi c’insegnavo a levacci anco l’olio.” E scappò. (Liberamente tratto da U. Cordier, Guida ai draghi e mostri in Italia, Milano 1986). Note geologiche Dal punto di vista geologico la Tana dell’Uomo Selvatico è localizzata sul fianco rovesciato della sinclinale del M. Corchia nell’Unità delle Apuane e distante poche centinaia di metri dalla soprastante Unità delle Panie. Questa zona, nota per la sua estrema complessità geologica fin dal XVIII sec., è caratterizzata da pieghe isoclinali, orientate circa NO-SE e da importanti contatti
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Carta geologica del Canale delle Verghe
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Attacco del P20 dopo i traversi del Ramo Fossile (Salvatore Iannelli)
tettonici, che portano alla giustapposizione dei termini stratigrafici più giovani (Pseudomacigno) con quelli più antichi (Filladi inferiori). La grotta si sviluppa interamente all’interno della formazione geologica dei Grezzoni, una formazione geologica originatasi nel Norico (periodo geologico compreso tra i 227 e 208 milioni di anni fa). Questa formazione è costituita da dolomie di colore da grigio chiaro a grigio scuro con patina di alterazione giallo ocra, con locali intercalazioni di livelli di filladi verdi di spesso-
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re centimetrico e brecce a clasti carbonatici. La stratificazione, orientata circa N 100 con generale immersione verso NE, è marcata da sottili laminazioni e originari feltri algali (stromatoliti) ben evidenti nella parte terminale della grotta. Il carsismo che caratterizza gli affioramenti carbonatici della zona in cui si apre la grotta è prevalentemente controllato dai lineamenti strutturali, come ad esempio faglie e sistemi di fratture minori, o quelli giaciturali, che danno origine a crepacci carsici, cavità interstrato e fori
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connessione idrogeologica di questa grotta con la sorgente de La Pollaccia. Questa sorgente, ubicata lungo la Turrite Secca, a monte dell’invaso artificiale di Isola Santa (LU), è la seconda sorgente per portata delle Alpi Apuane, con una portata media di 800-900 l/s e che occasionalmente, in caso di intense precipitazioni, può raggiungere punte di 5000 l/s. Dall’ultima colorazione eseguita è emerso che il colorante rilasciato iniziava la sua comparsa alla sorgente circa 8 giorni dopo l’immissione, raggiungendo il picco massimo di concentrazione dopo circa 22-25 giorni. La sorgente dista circa 2,3 km dal punto di immissione del colorante e, considerando un tempo di transito di 22 giorni, si ottiene una velocità media di flusso lineare di circa 4,3 m/h, di cui almeno una parte in condizioni vadose, visto che il dislivello tra il sifone terminale del ramo attivo e la sorgente è di 319 m. Tenendo presente che questa è una stima molto approssimativa e visto che il percorso potrebbe essere sensibilmente maggiore e il tempo di
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Ultimo pozzo (P20) del Ramo Fossile prima della congiunzione con il Ramo Attivo (Salvatore Iannelli)
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carsici. Tra le forme carsiche prodotte prevalentemente dallo scorrimento delle acque superficiali troviamo solchi di pareti, solchi a doccia e piccole scannellature. Meno diffuse sono le macroforme carsiche rappresentate essenzialmente da alcune doline da dissoluzione che localmente danno origine a piccoli avvallamenti. Il carsismo ipogeo che si ritrova alla Tana dell’Uomo Selvatico è caratterizzato da un’ampia varietà di forme. Tra le forme più rappresentative troviamo quelle legate alla gravità, dove i vuoti sotterranei sono soggetti a fenomeni di collasso piuttosto ampi che caratterizzano buona parte della grotta. In particolare, nella prima parte della grotta, tra la Sala Regnoli e la Sala Issel, i fenomeni di crollo sono così importanti che è difficile riconoscere l’originaria forma della galleria e risulta difficile parlare anche di un vero e proprio “tetto”. Altri ambienti di crollo di dimensioni importanti sono il primo e secondo salone, i quali hanno una larghezza variabile tra i 15 ed i 25 m e sono presenti blocchi ciclopici come quello denominato “l’Autobus” che segna il passaggio tra questi due enormi ambienti. La seconda metà del ramo fossile e buona parte del ramo attivo è invece caratterizzata da forme legate all’erosione dell’acqua, che ha prodotto un’ampia forra orientata SO-NE e impostata probabilmente su un lineamento strutturale fragile (faglia?). Tra le microforme che si possono osservare in questa grotta troviamo quelle legate allo scorrimento delle acque in condizioni vadose come i solchi di ruscellamento, solchi parietali, canali pavimentali e piccole marmitte ben sviluppate nella parte di galleria che immette all’attacco dei traversi. I depositi chimici sono piuttosto rari e solo localmente possiamo trovare qualche piccola stalattite o stalagmite, generalmente di lunghezza da centimetrica a pluricentimetrica, o qualche colata.
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Note idrologiche e idrogeologiche A seguito dei numerosi tentativi di colorazione eseguiti dal 1912, ad opera di Brian e Mancini, al 2007, da parte del Gruppo Speleologico Archeologico Versiliese, la cui storia è sintetizzata nel numero 42 di Talp, è stata verificata la
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Primo Salone del Ramo Fossile prima di Porco Mondo (Salvatore Iannelli)
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transito teoricamente variabile tra 8 e 22 giorni, velocità così basse indicano un flusso lento assimilabile a condizioni freatiche o epifreatiche. Condizioni del tutto analoghe a quelle rilevate per il vicino Abisso Franco Milazzo (1001 T/LU). Storia esplorativa La prima discesa documentata di questa cavità si deve a A. Brian e C. Mancini che nel maggio del 1912 ne discesero circa 120 metri raggiungendo, per la via fossile, la sommità del pozzo degli Occhiali. L’esplorazione fu ripresa per merito di Giuseppe Follini che, con alcuni soci del G.E.V., il 12 settembre 1923 si spinsero oltre percorrendo 150 metri della forra che apre dopo il pozzo. Lo stesso anno, il 20 ottobre, Michele Levi e alcuni soci della Sezione Fiorentina del CAI raggiunsero il punto toccato da Brian e Mancini percorrendo una via diversa (tratto iniziale del ramo attivo). Nel 1929 il Gruppo Fiorentino organizzò una campagna di ricerca ed esplorazione nella zona e nel luglio di quell’anno realizzò un campo alla foce di Mosceta (dove è attualmente ubicato il
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rifugio “G. del Freo”), a 10 minuti di cammino dalla Tana dell’Omo Selvatico, sulla quale concentrarono gli sforzi maggiori. Nell’arco di tre giorni di impegnativo lavoro vennero dapprima raggiunti i punti toccati dalle precedenti spedizioni, documentati da biglietti lasciati dagli esploratori precedenti, per poi spingersi oltre e toccare il fondo, all’epoca stimato in 318 metri di profondità (in quel momento la Tana dell’Omo Selvatico risultava essere la più profonda grotta della Toscana e, addirittura, la 7a nel mondo!). La spedizione, nonostante il cattivo tempo che ostacolava le operazioni, procedette con lo studio di flora e fauna, numerose misure di temperatura e pressione, la raccolta di documentazione fotografica effettuando anche un rilievo con stadia, livella, filo a piombo e due barometri olosterici compensati. Nel 1930, nel corso di un nuovo campo nella zona, vennero aggiunti altri 150 metri di rilievo per un totale di circa 1300 metri totali di sviluppo. Fino all’anno 2005 ben poco si aggiunse a quanto esplorato fino ad allora, risultando topografati circa 1600 metri di grotta con la pro-
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Campagna di rilievo del 2005 A seguito della scoperta della nuova diramazione del Ramo Fossile, nel 2005, il GSAV procedette ad un lavoro sistematico di rivisitazione completa della grotta comprendente, oltre l’esplorazione, una preliminare ricerca bibliografica, mirata a conoscere meglio la storiografia della cavità, continuando poi con la raccolta dei dati topografici conclusasi con la chiusura della poligonale su di un anello comprendente i due rami principali con un errore calcolato inferiore all’1%. Alla fase di raccolta dei dati topografici però non seguì immediatamente la restituzione grafica del rilievo che languì per parecchi anni fin quando, grazie all’intervento di Nadia Ricci e Danilo Magnani del GSAA, nel 2024 furono organizzate delle uscite mirate alla verifica dei dati di campagna del 2005, i quali risultarono attendibili, e restituzione del disegno finale.
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fondità della cavità rettificata a 281 metri. Il 16 settembre 2005, Marco Frati, allora Presidente del GSAV, durante un’uscita del X Corso propedeutico all’esame per Istruttori di Speleologia della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, individuò una nuova diramazione del Ramo Fossile e ne iniziò, con la collaborazione di alcuni soci del gruppo, l’esplorazione che portò a scoprire ambienti impostati sulla stessa frattura della vasta sala a metà del Ramo Fossile, dalla quale si dipartono e che, almeno nel primo tratto, ne sono la naturale estensione. I tratti successivi si sviluppano invece in direzione Est spostandosi in pianta sopra la verticale del Ramo Attivo e oltre. Nel corso delle uscite esplorative di quell’anno furono esplorate due diramazioni principali di cui una riconducente sul Ramo Fossile attraverso un meandro in discesa.
Secondo Salone del Ramo Fossile (Salvatore Iannelli)
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Diramazione che congiunge Porco Mondo all’Affaccio Oplop (Salvatore Iannelli)
BIBLIOGRAFIA C. Zolfanelli – V. Santini, Guida alle Alpi Apuane, Firenze 1874; Bollettino della Reale Società Geografica, Serie V Vol. II, 1913; Istituto italiano di speleologia, Le grotte d’Italia anno IV n°4, 1930; M. Sivelli – M. Vianelli, Abissi delle Alpi Apuane, Bologna 1982; U. Cordier, Guida ai draghi e mostri in Italia, Milano 1986; Comitato Apuane 2007, Apuane e dintorni, 2007;
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Martinelli D., Baldi B., Della Capanna R., La colorazione alla Tana dell’Uomo Selvatico (54 T/LU), Talp n°42, pp.52-57, 2011.
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Omo Selvatico, la grotta di una vita di Marco Frati
T A L P R I V I S T A Cartello presso l’ingresso del Selvatico (Gabriele Ianett)
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Gli ultimi miei 50 anni Venendo ai nostri giorni e alle attività svolte in questa grotta, essendo molto conosciuta e di facile accesso, in molti l’hanno frequentata e diversi speleo hanno cercato di trovare una qualche prosecuzione. La mia storia con questa grotta è cominciata tanti anni fa, circa 50 più o meno. Ero molto giovane, un ragazzo curioso e voglioso di esplorare le proprie capacità e assieme agli amici
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La leggenda La storia dell’uomo selvatico narra di un uomo generoso che faceva il pastore, che viveva in una grotta sul Monte Corchia, dove si rifugiava in solitudine per vivere la propria vita piena di cose belle e libertà. Le cose belle erano quelle che la natura gli aveva messo a disposizione in quel singolare pezzo di mondo, la libertà era di poterne usufruire con rispetto, come e quando voleva, vivere la sua vita condividendo con la natura che lo circondava quanto gli era possibile. Questo lo rendeva l’uomo più felice del mondo. Ma la storia non finisce qui, perché ben presto uomini ignoranti, avidi di denaro e conoscenza, cercarono di sfruttare a loro favore le molte cose che l’uomo selvatico sapeva e aveva imparato nel corso del tempo, senza rispettare la natura, il territorio e tanto meno la persona. Questi iniziarono ad agire in maniera scriteriata. Ben presto finì la libertà di quel bel posto e gli esseri che vivevano sulla montagna, presi dallo sconforto e dalle avversità causate dagli uomini del paese, fuggirono in altri posti. Ma l’uomo selvatico, che amava troppo quella montagna, decise di abbandonare quelle persone e le loro idee di sfruttamento sconsiderato e si rifugiò, sicuro che nessuno l’avrebbe potuto trovare sotto terra, nella grotta che prese il nome di Tana dell’Uomo Selvatico e nessuno lo vide più e ne sentì più parlare.
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Scritte storiche sul fondo del Selvatico (Gabriele Ianett)
Sifone terminale (Gabriele Ianett)
del Gruppo speleo sempre in cerca di nuove avventure. Da quando, dopo aver concluso il corso di introduzione alla speleologia, allora organizzato dal GSAV CAI Pietrasanta, imparai che sotto le montagne c’era un mondo buio e sconosciuto tutto da esplorare, non riuscii a sottrarmi al richiamo, mentre i più forti del Gruppo già esploravano al Fighiera o Buca del Cacciatore che dir si voglia. Allora, nel 1977, erano solo grotte promettenti con ingressi distinti, per gli innumerevoli teorici del caso, geologi e scienziati, ognuna con la sua profondità, con il suo sviluppo, ma separate fra di loro, anche se situate sulla stessa montagna, il Monte Corchia. Già si parlava di alcune possibili congiunzioni e vennero approntate alcune prove di tracciamento delle acque che diedero a quei tempi risultati sorprendenti, in quanto la
Tana dell’Uomo Selvatico non sembrava collegata almeno da un punto di vista idrogeologico al sistema del Monte Corchia. Ma una delle cose più comuni nell’essere umano è quella di commettere errori e, in assenza di un’evidenza scientifica che dimostrasse il contrario, per noi componenti del GSAV quell’ingresso era la porta del Complesso del Monte Corchia o quantomeno poteva esserlo stato in tempi passati. Fu così che assieme a Giovanni, Michele, Vario, Feliciano, Ivano, e Francesco, ci ritrovammo a salire su per le Voltoline con sacchi, corde e tutto quello che potesse servire per andare fino in fondo al Selvatico seguendo il ramo attivo. A quei tempi io avevo fatto il corso su scale e imparato l’uso del discensore, ma i bloccanti non li avevo mai usati e la tecnica di progressione su sola corda era per me del tutto
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Da quella prima volta non so perché, ma nel corso degli anni ritornare al Selvatico è diventata un’abitudine imprescindibile. Dopo tante altre esplorazioni effettuate sulle nostre Apuane e all’estero, quella grotta mi stuzzicava, mi invogliava, mi attraeva. Sono sempre tornato periodicamente in quel posto, fuori dall’ingresso della grotta, nelle ampie carbonaie protette e coperte dalla faggeta, a cercare qualcosa, qualcosa negli anfratti delle rocce, in buchi soffianti da scavare, qualcosa assieme a persone che condividevano con me quei momenti di ricerca ed esplorazione. Sono tornato per più giorni, nelle calde giornate d’estate, a ripararmi dalla calura opprimente della costa versiliese, sfruttando il fresco vomitato dalla grotta che scendeva verso il basso nel Canale delle Verghe e poi la sera attorno al fuoco con gli amici a raccontare storie di grotta, del passato e di un improbabile futuro, come quello di una fantascientifica congiunzione con altri rami già noti del Complesso del Corchia. Ci si domandava: “Quale sarà la giusta strada da percorrere?”. Come diceva scherzando uno di noi: “Non c’è una strada giusta o sbagliata. Se la grotta continua, in ogni caso sarà qualcosa di nuovo”.
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I nuovi rami Mi ricordo che in una di queste uscite, stavamo recuperando dei materiali lungo il ramo fossile, avevamo ripetuto il rilievo, quando sulla sinistra salendo mi cadde l’occhio su un rivoletto d’acqua, che scendeva lungo la parete inclinata di calcite giallastra. Mi alzai di qualche metro, seguendo la colata verso l’alto, verso il soffitto della volta dell’ampia galleria e notai uno stretto passaggio. Salii ancora e oltre la strettoia il passaggio diventava anche fangoso. Strisciando al di là però si intravedeva uno spazio buio più ampio, ingombro di alcuni grossi sassi. Finalmente quello che avevo tanto cercato: una prosecuzione. Mi infilai negli angusti spazi e arrivai in una specie di frattura, che percorsi e nella parte superiore portava ad un’ampia sala, dove si stava comodamente in piedi. Finalmente la grotta si concedeva e c’erano diverse possibilità, ma serviva la corda e il materiale da armo per risalire un salto verticale. Decidemmo così di uscire e tornare più attrezzati. Nel periodo 2006 – 2007 tornammo varie volte ed esplorammo diverse prosecuzioni: alcune
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sconosciuta, anche se i più bravi di noi andando con i Torinesi e i Francesi al Fighiera sapevano come fare. Ero desideroso di imparare e mi ero procurato, in Svizzera, a caro prezzo, due Jumar scintillanti nuove di zecca, che avevo cominciato a provare per prendere dimestichezza con un pezzo di corda legato al terrazzo di casa. Ma la tecnica su corde era tutt’altra cosa rispetto a risalire su scalette. Dopo aver consumato in allegria la cena al Rifugio Del Freo di Mosceta e provato a sistemare ognuno la propria attrezzatura personale di progressione, la prima squadra entrò di notte per armare la grotta fino al fondo, mentre la mattina di buon’ora seguimmo noi della seconda squadra. Fuori era un freddo intenso, nei guanti di gomma le mani congelavano e si sfondava nella neve fino al ginocchio. Una volta arrivati all’ingresso della grotta, costituita da un inghiottitoio attivo, cominciammo a scendere, lungo i primi salti mezza doccia, poi il pozzo degli occhiali, un P50 particolarmente complesso per l’armo e poi e poi. A parte il freddo, l’acqua gelida che ti schizzava addosso nei vari passaggi e il fatto che con le tute di cotone eravamo già molli a metà grotta, fino a quel momento la discesa non aveva creato particolari problemi. Ad un certo punto incontrammo gli altri che stavano risalendo dal fondo. Ci dissero che era andato tutto bene, ma che sarebbero usciti in fretta perché stanchi e bagnati. Tornammo indietro anche noi, ma fu durissima. Infreddolito e con un’attrezzatura per niente regolata, risalire per 200 metri di pozzi e passaggi bagnati fu uno sbocco di sangue. Quando andava un po’ meglio perché non ero sotto l’acqua, tremavo come una foglia e ogni movimento che facevo per risalire la corda mi sembrava inutile. I due cordini rossi che erano i miei collegamenti fra le Jumar e il mio vecchio imbrago Cassin si annodavano in continuazione, ero ormai esausto e salivo più a braccia, con la forza della disperazione, che con la corretta tecnica di progressione. Riuscii comunque a risalire i passaggi e i tratti in arrampicata fino all’ultimo saltino, un P17 da dove si intravedeva la pallida luce del tardo pomeriggio di un freddo giorno d’inverno. Dentro di me pensai: “Dai non mollare, non puoi crollare proprio qui a due passi dall’uscita”. Finalmente eravamo fuori. Sfiniti e morsi dal freddo, arrivammo alla macchina e a casa.
vecchi speleologi che negli ultimi 10 anni stanno riordinando e completando esplorazioni e rilievi dimenticati del Complesso del Monte Corchia, che anche la Tana dell’Uomo Selvatico, pur non essendo ancora collegato al resto del sistema, ha avuto il suo rilievo aggiornato. Alcuni esploratori dei nuovi rami dell’Uomo Selvatico (2006-2007): Alessio Rossi, Ilaria Cinquini, Aldo Zamorani, Cristian Leonardi, Sergio Ferrari, Andrea Benvenuti, Luca Bertelli, Giancarlo Zanetti, Luigi Neri. Un grazie di cuore a tutti coloro, anche non citati e in particolare alle mie sorelle Daniela e Sabina, che in tutti questi anni hanno partecipato e contribuito ai lavori eseguiti alla Tana dell’Omo Selvatico.
Seme germogliato sul Fondo del Selvatico (Gabriele Ianett)
Sanguisuga sul Fondo del Selvatico (Gabriele Ianett)
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in discesa che tornavano sul ramo fossile, più in basso, proprio sopra il P30, altre che in risalita portavano ad un sala con una grossa frana e un discreto arrivo d’acqua. Ma alla fine la grotta terminò a contatto con gli scisti e non ci rimase altro che fare il rilievo e ricontrollare che non vi fossero prosecuzioni evidenti, togliere il materiale e chiudere questa parentesi di una breve ma curiosa esplorazione. Come spesso accade nelle storie sotterranee il tempo passa, tutto viene dimenticato in fondo ad uno scatolone per diversi anni ed è solo per volontà di Nadia Ricci e Danilo Magnani della FST, Gian Luca Tartaglia del GSAV e Leonardo Piccini coordinatore del progetto ORCO, che non finirò mai di ringraziare, e tanti altri giovani e
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Il puzzle del Selvatico. Breve resoconto sul ri-rilievo della 54 T/LU di Danilo Magnani (GSA Apuano)
– Io ho solo grigio. Qualcuno sta alzando un muro di cemento? – Devi girarli, Homer. (I Simpson)
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Ci sono molti modi di tirare fuori una poligonale di una grotta complessa con dati provenienti da persone diverse, presi in tempi diversi, con strumentazioni differenti. Il più semplice è mettere tutto insieme piuttosto a caso, darlo in pasto ad un software qualsiasi e disegnare la grotta sul risultato ottenuto. Ma questo non garantisce certo una coerenza tra il rilievo e il reale andamento (e misure!) della grotta. È anche vero che nessun rilievo è perfetto, ma ritengo ci siano vari accorgimenti che ci consentano di limitare i danni. È quello che abbiamo provato a fare nel mettere assieme una importante quantità di dati presi in vari anni all’interno della Tana dell’Uomo Selvatico (54 T/LU, Monte Corchia, Alpi Apuane). Come spesso accade, anche questa “avventura” speleologica nasce durante chiacchierate più o meno serie (più o meno alcoliche), durante le quali si tirano fuori una quantità generalmente irrealizzabile di progetti, ma ogni tanto ne esce qualcuno che ti riscalda e accende la voglia di portarlo avanti. Iniziarlo, almeno, poi chissà se ne vedremo la fine. Insomma, scopro che della Tana dell’Uomo Selvatico esistono un sacco di dati ma non c’è un rilievo decoroso e soprattutto complessivo, quindi perché non provare a riunirli e vedere cosa succede? Innanzitutto preme ringraziare chi ha preso i dati in grotta, perché senza di quelli avremmo
dovuto ri-rilevare tutto quanto e non credo ci saremmo imbarcati in questo viaggio. I dati di rilievo che sono stati messi a disposizione sono relativi a campagne che iniziano nel dicembre 2005 fino al febbraio 2008 da speleologi del gruppo di Pietrasanta (GSAV). Un plauso a chi ha preso quelle misure, perché i dati sono ben organizzati e ordinati in schede complete di date e persone coinvolte, soggetti che non ringrazierò nominandoli perché alla fine dimenticherei qualcuno. Per tutti, un sentito quanto doveroso riconoscimento a Gian Luca e Marchino per il sostegno e l’aiuto nel ricostruire il puzzle dei vecchi dati con i nostri, presi nell’estate 2024. Per integrare e verificare i dati delle sessioni di rilievo degli anni passati, acquisiti con strumentazione tradizionale: bussola, clino, cordella metrica, al più un distanziometro laser, abbiamo pensato di battere nuovamente alcuni tratti di grotta e ovviamente rilevare utilizzando un DistoX e uno smartphone con Topodroid, rami dei quali non esisteva traccia. Le campagne di rilievo del 2006/2008 portate avanti da Gian Luca e compagnia, sono state effettuate con la tecnica della doppia misura per ogni tratta, rivelando, anche a posteriori con il DistoX, un’elevata accuratezza dei dati dell’anello Via Fossile – Via Attiva. Assodato che potevamo appoggiarci con fiducia a quei numeri, agganciandoci ai vecchi punti di caposaldo ben identificabili e segnati, abbiamo rifatto alcune tratte di poligonale per prendere una quantità maggiore di splay (ingombri o misure laterali), che ci consentissero un disegno più accurato e verosimile. Altre volte abbiamo rilevato di sana pianta alcuni tratti dub-
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Diramazione che congiunge il Primo Salone con il Ramo Attivo (Salvatore Iannelli)
bi o diramazioni che non erano in alcun modo descritte, come lo “Sfondamento Z”, uno dei tanti sfondamenti (appunto) che dalla via fossile precipita nell’attivo sottostante. Grazie a Marchino e ai suoi disegni abbiamo ricostruito tutta la zona centrale che si diparte dal secondo salone e si dirige a sud verso il Salone dell’Ana-
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nasso eccetera. Infine sono stati rilevati ex novo il Piccolo Ramo: delle brevi condotte che stringono e la Risalita di NadiaGiulia, che rimonta per una trentina di metri sopra l’Autobus, un massone enorme tra il primo e il secondo salone. Per rendere tutto omogeneo ed utilizzabile è stato utilizzato Csurvey, un software da rilievo
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sviluppato da Federico Cendron. Per ogni sessione di rilievo è stata corretta la declinazione magnetica e calcolato per ogni anello l’errore di chiusura. La possibilità di chiudere un numero importante di anelli ci ha consentito di “bloccare” quelle parti di poligonale che abbiamo ritenuto affidabili e corrette, in modo da distribuire eventuali errori su altre aree del rilievo che ci davano minor fiducia ed affidamento. Questa funzione di “bloccare” ovvero assegnare delle coordinate geografiche (fisse) ad un qualsiasi caposaldo della poligonale, ritengo sia fondamentale e rappresenti l’asso nella manica per chiunque voglia imbarcarsi in un’avventura come quella di ricostruire un set di dati da una serie di sessioni di rilievo, che hanno date differenti ma soprattutto affidabilità assai diverse. Ci sono vari parametri per stabilire quando una zona è rilevata bene o male, il più semplice dei quali è verificare la chiusura degli anelli, quando ci sono. Altre volte, come accade per i rami che vanno per conto loro, occorre invece affidarsi alla conoscenza del rilevatore stesso: “È bravo? È preciso e attento? Che altri rilievi ha fatto? Che strumenti usa?”. Insomma capita di dover fare delle scelte che sanno L’Autobus (Gabriele Ianett) un po’ di atto di fede, senza basi di certezza assoluta, ma alla fine una volta prodotto il disegno, confron- grotta che è la parte più complessa ed articolata. tandosi con gli esploratori/rilevatori del ramo, se Alla fine Csurvey ci dice che sono saltati fuori ne stabilisce la verosimiglianza. 4.156 m di sviluppo per 286 metri di profondiCon tre uscite in tre mesetti estivi abbiamo tà, ma soprattutto abbiamo fatto un disegno che rivisitato praticamente tutta la via fossile della speriamo decente e descrittivo della grotta.
ESPLORAZIONI
Resoconto sopralluoghi FST bacino di Piastramarina (30.05 - 03.08 2024) di Alessio Betti (GSA Apuano) La storia recente della Buca Non Solo Nero inizia il 30 maggio 2024 quando un gruppo di volontari FST si trova nei pressi del Passo della Focolaccia per una serie di sopralluoghi. La Federazione aveva infatti ricevuto incarico dall’Ente Parco Regionale delle Alpi Apuane di verificare lo stato di conservazione di alcune cavità site nei pressi del bacino estrattivo di Piastramarina, tra cui: • 609 T/MS Buca del Lavello • 931 T/LU Buca -C17- di Carcaraia • 1193 T/MS Buca Non Solo Nero
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1512 T/LU Buca Seconda della Cava della Focolaccia Tali cavità, scoperte negli anni ‘80-’90, vennero accatastate, posizionate geograficamente e soltanto in parte rilevate. Quindi, una volta trovati gli ingressi, il gruppo ha come obiettivi la discesa ed il rilievo delle stesse. La prima ad essere individuata è la Buca del Lavello, o meglio, quel che ne è rimasto. L’ingresso, posto sul pendio a monte del sentiero N 167, risulta oggi tombato da una colata di calcestruzzo. Quel che resta della cavità non è dato saperlo; il
Ingresso cementato Buca del Lavello (Nadia Ricci)
Buca Seconda della Cava della Focolaccia (Pierpaolo Fiorito)
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1193 T/MS Buca Non solo nero
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e profondo circa una ventina di metri, porta alla sommità di una frana. La corda è sufficientemente lunga per fare un frazionamento e scendere in sicurezza sino ai piedi della stessa. Si giunge quindi in una sala più ampia, con più diramazioni. Quella più importante continua a scendere. Una volta che Pierpaolo ha preparato l’armo con la seconda ed ultima corda rimasta (qualcuno dirà poi che per i sopralluoghi non si parte mai troppo attrezzati, che non si sa mai…), i tiri del DistoX verso il fondo sono incoraggianti: 50! No, 45… 48? metri che sommati ai 20 iniziali e alla discesa in frana fanno circa quella 70ntina di metri indicati nella vecchia scheda a catasto. Ma è rimasta soltanto la corda da 30, nemmeno sufficiente per raggiungere la metà del pozzo da cui provare ad intravederne il pavimento e fare qualche ulteriore tiro di DistoX. Ad ogni modo è chiaro che lì bisognerà tornare, almeno per controllarne il fondo. Mentre Mauro decide di raggiungere Maurizio alla ricerca di C17, gli altri proseguono con l’esplorazione degli altri rami che si affacciano sulla sala principale. Una spaccatura in direzione sud, raggiungibile
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“tappo” artificiale rimane l’unica testimonianza. Spostandosi all’interno del fronte di cava non più attivo, all’altezza della terza bancata il gruppo trova l’ingresso della Buca seconda della cava della Focolaccia. La cavità, “scansata” dai tagli di estrazione, scende per circa 6-7 m al di sotto del piano di bancata, per poi chiudere in un tappo di detriti. In poco tempo ne viene eseguito il rilievo e, prima di risalire, si “approfitta” per riportare in superficie un paio di sacchi speleo colmi di rifiuti. Dopo una breve pausa pranzo, riprende la ricerca degli altri ingressi. Sulla carta la Buca di Non Solo Nero è il piatto forte. L’ingresso è posto in una spaccatura della quarta bancata; una prima misurata col profondimetro tiene caldo l’entusiasmo. La giornata dal clima estivo inizia però a farsi sentire; pertanto il gruppo decide di dividersi in più squadre: Maurizio, visto l’ingresso articolato e scomodo, gps e carte alla mano, si avventura alla ricerca dell’ultima cavità mancante all’appello. Mauro e Pierpaolo si dedicano all’armo, mentre Danilo, Nadia e Alessio provvedono alle operazioni di rilievo. Nell’ordine, il gruppo inizia a farsi strada all’interno della grotta. Un pozzo, in parte appoggiato
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Ingresso Buca Non Solo Nero (Pierpaolo Fiorito)
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Ingresso Buca Non Solo Nero (Pierpaolo Fiorito)
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1993 Gruppo Speleologico Lucchese Gruppo Speleologico Fiorentino 2024 Gruppo Speleologico Archeologico Apuano Ril. 11/05/2024 A. Betti, P. Fiorito, D. Magnani, N. Ricci 29/06/2024 A. Betti, P. Fiorito 03/08/2024 A. Betti, P. Fiorito, N. Ricci Dis. A. Betti
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arrampicando qualche metro, porta, dopo qualche passaggio scomodo e un pozzetto da una dozzina di metri, ad una condotta che punta al pozzo principale. Questa grotta si sta facendo sempre più interessante! Infatti, dalla sala principale, non si scende soltanto. Sulla stessa parete dell’ingresso è presente un secondo camino. Con un paio di sparate di DistoX Danilo stima che la sommità abbia quota paragonabile a quella dell’ingresso e medesima direzione. Dall’esterno non si sono notate altre aperture nel taglio di cava ma, una volta fuori, bisognerà guardare meglio e valutarne un’eventuale risalita. Tra la frana dopo l’ingresso e la sala principale è poi presente un’altra apertura che scende al di sotto del pavimento. Ma l’ora è tarda per armare e addentrarsi in sicurezza. Ormai è deciso, bisognerà tornare! La prima giornata si conclude con un bilancio che consola parzialmente gli animi: se da una parte Non solo nero richiede un’altra giornata di esplorazione, dall’altra non è stato possibile individuare l’ingresso C17, completamente sepolto dalle migliaia di metri cubi di ravaneto presente sul pendio, esplorato in lungo e in largo dagli agili Mauro e Maurizio. La seconda puntata della Buca Non Solo Nero è datata 29 giugno 2024. In quest’occasione il grup-
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po è molto più attrezzato, ma a ranghi ridotti. Oltre a Pierpaolo, Mauro e Alessio, all’appello risponde presente il buon Alessandro Valli da Prato. La frenesia di Mauro fa sì che per le 11 il gruppo si trovi già nella sala principale. Speditamente si procede all’armo del P. 50. 3-2-1 e subito scende Pierpaolo: “è bellissimooo!”. 48 metri di pozzo dal diametro di 2-4 m, completamente nel vuoto, in marmi dalle candide sfumature. Dopo una 15ina di metri dalla sommità si nota l’uscita del ramo esplorato in precedenza da Nadia e Pierpaolo. Scendendo ancora sono presenti un altro paio di spaccature che sembrano nascondere altre diramazioni. Giunti al fondo, una condotta di un paio di metri di diametro scende dolcemente tra i detriti verso un altro saltino di una dozzina di metri. Le pareti si restringono per giungere ad un’altra saletta dove, dalla sinistra è presente un arrivo d’acqua. La grotta, che qui sembra finire con le sue generose dimensioni, prosegue in un’apertura sul pavimento, che altro non è che l’ingresso di un piccolo meandro. Strisciando senza troppa fatica ci si ritrova, dopo un altro saltino, in un’altra saletta, dove fluisce l’arrivo d’acqua trovato in precedenza. Si è giunti in quello che pare essere il punto
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Galleria oltre il P.48 (Alessio Betti)
P. 48 (Alessio Betti)
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Risalita degli Autonauti (Alessio Betti)
più profondo, a poco meno di 100 m di dislivello dall’ingresso. Da lì si procede in una spaccatura sub orizzontale, orientata in direzione nord-sud, via via sempre più stretta. Un passaggio molto scomodo porta ad un piccolo ambiente con un arrivo d’acqua da sinistra e un’apertura sul pavimento. Sono di nuovo finite le corde! Mauro, indomito, disarrampica il dislivello per trovarsi, dopo poco meno di 5 metri, in un’altra salettina con dello scorrimento d’acqua nel pavimento che termina in una fessura. In lontananza, al di là di una parete chissà quanto spessa, si sente scorrere una maggiore portata d’acqua. Sembra vicina, ma come raggiungerla? Occorrerebbe forzare un po’ il passaggio, ma non si hanno gli strumenti. Sta a vedere che tocca tornare… Mentre Pierpaolo e Alessio procedono al rilievo, Alessandro e Mauro tornano alla prima sala per l’altro obiettivo di giornata: la risalita del camino. Sono ormai le 16 quando Mauro, dopo 20 m di speleo-arrampicata, si rassegna all’intravedere soltanto una piccola lama di luce in sommità che filtra da chissà quale spaccatura della bancata esterna. Nel frattempo Pierpaolo e Alessio,
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terminato il rilievo della parte bassa, iniziano a discendere l’altra apertura al di sotto della frana d’ingresso. Dopo un primo scivolo, trovano una strettoia che porta alla sommità di un bel pozzetto nuovamente nel marmo , avvitato su sé stesso. Anche in questa occasione l’ora inizia a farsi tarda e le energie cominciano ad esaurirsi. Insomma, è certo che bisognerà nuovamente tornare! La terza - ed ultima - uscita a Non Solo Nero ha data 3 agosto 2024. Questa volta, a supportare l’ormai consolidato trio Mauro-Alessio-Pierpaolo, torna Nadia. Dopo aver riarmato nuovamente il tutto, si raggiunge ben presto il fondo. Dopo svariati tentativi, Nadia e Mauro constatano che non è possibile proseguire ulteriormente all’interno della spaccatura sul fondo esplorata la volta scorsa. Nel tornare indietro, Pierpaolo percorre nella parte più alta la fessura a valle del meandro, ritrovandosi a tiro di voce e di luce con Alessio, rimasto a monte della parte più scomoda della grotta. Mentre Pierpaolo e Mauro provano senza successo a trovare prosecuzioni delle spaccature presenti nel pozzo principale, Nadia e Alessio riprendono la discesa e il rilievo del ramo sotto alla frana d’ingresso. Il pozzetto, di un paio di metri di diametro, scende verticale per 6-7 m, per poi cambiare direzione in una spaccatura orientata in direzione NW-SE. Raggiunto il fondo, i due ne iniziano il rilievo dal basso, per poi provare ad addentrarsi in punti apparentemente più favorevoli al passaggio all’interno della spaccatura. Ma anche lì niente da fare. Almeno per le proporzioni umane. Le attività di sopralluogo e ri-esplorazione svolte nel bacino estrattivo di Piastramarina si concludono con: - il deposito a Catasto del rilievo di 1512 T/LU Buca Seconda della Cava della Focolaccia; - l’aggiornamento catastale di 1193 T/MS Buca Non Solo Nero, completando il rilievo dell’intera cavità, che complessivamente si sviluppa spazialmente per circa 300 m di cui 100 m di dislivello; - un nuovo affiatamento (in realtà il primo per due novizi quali Mauro e Alessio) nell’esplorare quanto di ignoto e affascinante il sottosuolo nasconde. Hanno partecipato: Nadia Ricci, Danilo Magnani, Pierpaolo Fiorito, Mauro Amoretti Vianello, Alessio Betti (GSAA Massa), Maurizio Turacchi (GS Pistoia), Alessandro Valli (GS Prato).
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ESPLORAZIONI
“Tipico predatore dei campi speleo”: 3 verticale, 5 lettere Cronache dal campo in Arnetola 2024 di Massimiliano Rossi, GSALivornese Due settimane intense, precedute da un weekend di preparativi e concluse con un viaggio della speranza con il cassone del pickup che somigliava al castello errante di Howl. Il campo in Arnetola 2024 si è ritagliato un nuovo posto e un nuovo “formato”. I campi speleo sono notoriamente dei buchi neri che risucchiano la voglia di fare, quando non man-
cano vettovaglie e amache. Citando un amico, abituale pellegrino di campi estivi toscani e piemontesi, la voglia di grotta e di disagio arriva solo dopo un paio di settimane di ozio, finiti i cruciverba “Bartezzaghi” e le birre. Nonostante questa ineluttabile verità, complice forse il passaggio di molti ospiti di diverse regioni, è stato un campo molto attivo. In particolare,
Natura morta con chef e Buconovo (Giulio Della Croce)
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sono proseguiti (e purtroppo conclusi) i lavori al Buconovo, grazie soprattutto all’ostinato lavoro del nostro Michele “Foresta”, che oltre a essersi lentamente trasformato in un Ent di piccole dimensioni ma di grande appetito, ha incessantemente operato per la prima grotta orizzontale della valle di Arnetola (o tana di volpe che dir si voglia). Anche alla Luigia Bella sono terminate alcune attività in corso da tempo. Sono state verificate e concluse le possibili prosecuzioni in zona risalite, quindi a malincuore è stato effettuato il disarmo di quella stupenda serie di pozzi, con corposo recupero di materiale. Recuperati anche gli estintori, si può dunque dichiarare conclusa quell’incresciosa faccenda. Purtroppo non faranno più da spauracchio per i nuovi arrivati, dovremo inventarci qualcos’altro. Le misurazioni di temperatura sono state arricchite con i dati del Guaglio e del Pozzi. Quest’ultimo si è aggiudicato anche molte visite approfondite per via di certe finestre e alcuni Risalite dei francesi (Carlotta Lipuma)
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Sua maestà il porco (Giulio Della Croce)
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speleochef Adriano e Juri, ed ha evidenziato come Luisa e Davide appartengano con prepotenza al primo anello della catena alimentare. Una nota negativa per Carlotta, perché si tiene per sé le definizioni facili, e un elogio all’ingegner Spagnoli per le grandi opere. Ringraziando quindi tutti i partecipanti, toscani, liguri, emiliani, portoghesi, ci auguriamo di ripetere l’esperienza l’anno prossimo, con ancora più amici e visitatori. Una menzione particolare spetta di diritto alla volpe, che ci ha fottuto di tutto, borse frigo comprese.
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bisbigli di amici di vecchia data. Per finire, il caro Coltelli, oggetto di una punta che ha concluso una risalita importante poco oltre il campo ’76, una zona della grotta nella quale quasi tutti i puntini sono stati uniti. Cercando di collocare spazialmente alcuni piccoli spunti esplorativi, c’è stata anche una bella e formativa giornata di rilievo in esterna con mezzi ormai desueti (non potevamo fare altrimenti). Superfluo dire che anche quest’anno il maiale ha dato il meglio di sé, grazie al lavoro degli
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Rilievi amarcord (Giulio Della Croce)
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Abisso Oriano Coltelli (Luca Dada)
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Report Progetto ORCO, settore Farolfi anno 2024 a cura di Nadia Ricci Il 2024 è stato un anno molto produttivo per quanto riguarda il settore Farolfi del progetto ORCO. Sono stati dedicati ben 14 fine settimana alla mappatura di questa intricata area del Complesso carsico del Monte Corchia e, oltre alle presenze abituali, si sono viste nuove partecipazioni, da vari Gruppi grotte toscani e non. Nella pagina accanto viene riportata la mappa del Complesso carsico, dove in blu è stato colorato il settore in questione. Un ringraziamento va a coloro che hanno voluto condividere esperienze ed emozioni con tutta la comunità speleo, attraverso le loro puntuali relazioni: • Alessio Betti • Leonardo Brunettin • Paolo Brunettin (Kunze) • Elena Casolaro • Pierpaolo Fiorito • Marco Oppo • Caterina Pagano • Leonardo Piccini • Duccio Pieri • Nadia Ricci • Damiano Zanetti. Ramo Mai Più, 27 gennaio di Marco Oppo Siamo a fine gennaio ed io non ho in programma uscite in grotta durante il weekend prossimo. Ricevo però un invito da parte di Danilo (Magnani, GSAApuano) ad andare a fare il rilievo di un rametto di Mordor. Com’è possibile dire di no a Danilo? Un rilievo con lui è sempre un’esperienza che si porta a casa, perciò accetto volentieri. Sono soltanto lui e Nadia e, non conoscendo benissimo quelle zone, mi ha contattato, sapendo che noi (GSPisa) a Mordor ci
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bazzichiamo da circa due anni abbondanti. Detto questo, non avendo voglia di farmi il viaggio da solo (i miei compagni di sempre avevano altri impegni), “obbligo” Andrea Leo (corsista del 2022) a venire con me, avendo lui un impegno prorogabile. Ci troviamo alle 9:30 alla marginetta lungo la via per Fociomboli e partiamo per l’ingresso. Classica sosta al Campo base di Mordor, progettazione del dal farsi, panino al volo e ci muoviamo. Detta così la cosa fa ridere, nel senso che il ramo da rilevare si trova appena sotto la calata della corda prima del campo base, cioè a 10 metri di distanza. In questo rametto in realtà mi ci ero infilato in una delle prime uscite del gruppo a Mordor e, dato che era decisamente disagevole, percorsa la discesa tra acqua, guglie che entravano nei fianchi e contorsionismo puro, avevo notato che la prosecuzione era in un meandrino che si prospettava ancora peggiore e mi ero rigirato senza esitare. Detto questo e avuta come risposta “Se c’è un meandrino bisogna provare”, la mia mente ha cominciato a dire “Te l’avevo detto…” e quindi lentamente ci infiliamo in fila indiana. Arrivati al punto della volta precedente, guardo una via a destra con un punto dove non passerò mai mentre Danilo si inoltra nel meandrino. Provo due/tre volte a forzare il passaggio, ma desisto quando sento Danilo che mi grida “C’è un pozzo!” Cavolo, questa volta devo andare e, tra mille sfide con la roccia, lo raggiungo. Davanti a noi un saltino di due metri ci separa da un pozzo dove riusciamo a vedere almeno 10 metri di parete, non la base. Ma non abbiamo materiale di progressione con noi. Aspettiamo Nadia e Andrea, che ci seguono rilevando, ma neanche loro si sono portati materiale. Decidiamo perciò di tornare in-
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Pianta del Complesso carsico del Monte Corchia su carta geologica (Leonardo Piccini)
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dietro e guardare poi sul rilievo dove si trovi effettivamente questo pozzo, dato che probabilmente finisce in zone note. Arrivati al bivio precedente, Nadia osserva il mio punto “stronzo”, lo affronta e lo passa. Santa linea, bisogna che dimagrisca! Danilo prova a seguirla, ma pure lui non riesce. Non resta che aspettare Nadia. Passiamo il tempo a contare i sassi e le gocce e io ogni tanto ricordo a Danilo che se Nadia si incastra, di certo non riusciremo a recuperarla! Ma lo vedo tranquillo, perciò mi cheto. Risaliamo e per andare sulla via di Mordor scegliamo uno dei vari cunicoli che salgono. Prima però decidiamo di scendere un ulteriore cunicolo che ritorna verso le gallerie appena viste da Nadia. Fatti alcuni metri una protuberanza rocciosa malefica ci guarda e ci chiede “un fiorino” … noi la guardiamo e la prendiamo a martellate. Lei offesa cede il passo e Danilo la supera, lasciandoci però una costola. Anche se dolorante Danilo continua a martellare, finché l’ingresso diventa agevole… si fa per dire. Velocemente arriviamo sul fondo, sempre ad intercettare la strada di Nadia e scartando decisamente a destra, con un passaggio millimetrico, ci troviamo in una nuova via e anche qui un punto bassissimo ci obbliga a 754 T/LU ABISSO RODOLFO FAROLFI RAMO MAI PIU Gruppo Speleologico Archeologico Apuano 754 T/LU ABISSO RODOLFO FAROLFI Gruppo Speleologico CAI Pisa RAMO MAI PIU Ril. 27/01/2024 A. Leo,Archeologico D.Magnani, Apuano M. Oppo, N. Ricci Gruppo Speleologico Dis. D. Magnani Gruppo Speleologico CAI Pisa Ril. 27/01/2024 A. Leo, D.Magnani, M. Oppo, N. Ricci Dis. D. Magnani
fermarci. Aspettiamo Nadia e Andrea e lei con la massima risolutezza si infila e passa! Solita attesa snervante, fino a quando la sentiamo gridare di essere arrivata davanti ad un pozzo! Lei continua a parlare, ma non capendo ciò che dice, la invitiamo a tornare indietro. Dopo molto tempo Nadia ritorna e ci dice di essere uscita da un cunicolo, davanti ad un pozzo armato. Non ci sono dubbi, è uscita da un cunicolo davanti al pozzo che scende verso il Ramo del Passatore; cunicolo dove all’epoca era entrato Andrea Russino (GSPisa), fermandosi per eccesso di strettoia. Torniamo indietro e decido di uscire da uno dei due cunicoli visti prima, dato che sicuramente entrambi portano alla saletta di transito prima del pozzo verso il Ramo del Passatore. Guardo quella che apparentemente sembra più facile e dico a Danilo “ Mai più in posti così” e Danilo mi risponde “Certo, dopo aver fatto il Ramo Mai Più li abbiamo visti tutti!” Arrivati in cima, constatiamo che effettivamente il ramo di Nadia era quello e ci incamminiamo verso l’uscita. Partecipanti: dal GSPisa Andrea Leo e Marco Oppo, dal GSAApuano Danilo Magnani e Nadia Ricci. SEZIONE SEZIONE
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Rilievo Ramo Mai Più di Danilo Magnani
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uscire velocemente, sarà per la prossima volta nei mesi estivi. Alle 19 siamo alle auto in tempo per prendere il tepore degli ultimi raggi di sole. Alle 20 escono le altre squadre, L. Piccini è riuscito a campionare le temperature in zona campo base e ci comunica che eravamo a 5 gradi. Alle 22 ci ritroviamo tutti dal Ristorante La Pollaccia dalla Daniela, con le gambe sotto al tavolo per riprendere un po’ di temperatura corporea. Squadra “belli molli”: Paolo Brunettin (Kunze), Francesca Cassina, Daria Pecchioli, Matteo Pinna, Afonso Rodriguez.
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Rami di Mordor, 13 aprile di Caterina Pagano Il primo Farolfi non si scorda mai. Me l’avevano anche detto che è un bellissimo labirinto. Mi hanno anche detto, però, che la zona in cui si sarebbe diretto il gruppo del progetto ORCO a rilevare sarebbe stata Mordor. Non si può non andare a Mordor. Mi spiace solo non aver avuto anelli con me, eccetto la fede, ma quella non potevo lanciarla da nessuna parte per ovvi motivi. Ecco i fatti, è difficile anche essere brevi. Appuntamento comodo con altrettanto comoda colazione a Ripa. Il bar Tonlorenzi era fitto di speleo variopinti di ogni provenienza, tutti diretti a far qualcosa nel Corchia, e dopo le sole 4-6-12 chiacchiere ci siamo mossi verso Fociomboli. Alla fine, ci ho messo un po’ a capire quanti eravamo, circa 17, ripartiti fra gruppi svariati. All’ingresso, dopo esserci coordinati, in maniera da suddividerci le aree da rilevare, siamo entrati; in coda al gruppo Danilo, Fra’ Poggi ed io. Già dopo pochi metri ho capito che labirintico non rende l’idea di quanto si facile perdersi in quel posto straordinario. Una groviera, un dedalo di cunicoli e diramazioni che ci hanno portati al campo base di Mordor in maniera quasi agevole. Il gruppo di Paolo, Daria e i genovesi Matteo, Francesca e Afonso (portoghese), si sono dedicati alla zona Ramo delle Donne Rana, che non ha risparmiato loro una bella doccia gelata. La temperatura interna si avvicinava ai 5 gradi: Leonardo, ha prontamente ha posizionato dei termometri mentre entravamo. Danilo, Nadia e Alessio hanno rilevato le diramazioni sotto le vie basse di Mordor. Il gruppo dei pisani, ovvero Andrea, Marco, Riccardo, Abel
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Ramo delle Donne Rana, 13 aprile di Paolo Brunettin Sono passati alcuni mesi dall’ultima volta, ma finalmente, dopo impegni vari, riusciamo ad organizzare un’uscita del progetto ORCO. Abbiamo diversi obiettivi, tra cui quello rimasto in sospeso da novembre. All’appuntamento ci troviamo in quindici, divisi tra Liguria, Toscana ed un “foresto”, come si dice in riviera, dal Portogallo. Dopo il rito del caffè si prende la via in direzione Passo Croce, dove abbandoniamo le auto prima di Fociomboli. In squadra con me ci sono Daria, Francesca, Matteo e Alfonso: il nostro obiettivo sarà quello di andare a verificare una possibile e fattibile diramazione tra il ramo che da Mordor giunge all’ingresso del ramo di Maria Giulia, perchè nell’ultima campagna di rilievo avevamo tralasciato un rametto laterale ed alcuni punti interrogativi. Da subito ho la netta sensazione che sarà un giro bagnato, il terreno, ancora particolarmente umido, non promette nulla di buono. All’ingresso ci prendiamo il tempo di organizzare le ultime cose, la coordinazione con le altre squadre e si entra. In breve si raggiunge il vecchio campo base, una breve sosta per mandare giù un boccone e si riparte in direzione dei Rami di Mordor, il primo P20 si presenta già bagnato con un importante stillicidio, l’attacco del secondo P15 anche peggio. Sul saltino che porta alla zona di indagine piove abbondantemente, in breve decido di spostare l’armo leggermente fuori dall’acqua. In fondo al saltino risaliamo sui blocchi di crollo per trovare un punto meno bagnato. Facciamo il punto e si decide di scendere nel meandro: parte Daria con l’armo e poco dopo si trova sul fondo dove parte il meandro, in realtà non un meandro ma una spaccatura; Daria conferma la possibile prosecuzione, dalla frattura si apre un pozzo valutato una ventina di metri, si prepara altro materiale e parte Francesca col primo ancoraggio e Daria prosegue fino alla base del pozzo, sfortunatamente sotto cascata, con inevitabile doccia. Scesa Francesca, conferma la presenza di un altro pozzo valutato tra i 30 e 50 m, impraticabile al momento. Non sono presenti segni di passaggio o di armo. Forse qualcosa di nuovo? Con Matteo riusciamo a fare qualche punto di rilievo giusto per capire la direzione, ma siamo fradici, Daria ha un principio di ipotermia che ci fa desistere. Non resta che disarmare ed
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e Carmine hanno sceso lo sfondamento lungo la Galleria del Vento. Siccome ho già difficoltà a ricordare tutto quello che ho visto coi miei occhi, ho ritenuto opportuno per precisione chiedere ai vari interessati del loro lavoro. Riporto cosa mi ha scritto Andrea: “lo sfondamento scende per 20 metri circa e alla base si ricongiunge con il pozzo ampio che avete attraversato col traverso alto. Sempre alla base c’è uno stretto meandrino a T non percorribile. All’altezza del frazionamento una finestra a destra (faccia all’armo) intercetta una condottina freatica dalla sezione obliqua, che dopo 5/6 metri si innesta con un saltino al Ramo del Passatore.” Io e la Fra’ Poggi siamo andate con Leonardo a rilevare la zona da cui iniziano le risalite di Mordor. Ho dovuto chiedere davvero tante delucidazioni a Leonardo, pazientissimo a rispondermi, perché nonostante abbia cercato di ricordare più dettagli possibili mi sono accorta di averne persi un bel po’. Pazientissimo perché dove lui si muoveva in libera, agile come un gatto, noi abbiamo avuto necessità della corda, agili come dei sacchi di patate. Il rilievo è iniziato in uno spazio ampio, lavorato dall’acqua e con un minimo di stillicidio; poco prima di un traverso alto su un pozzo, ci hanno sorpassato un gruppo di triestini e vicentini (che cosa curiosa incontrare gente in un posto simile!), carichi come dei muli, che dopo un po’ di saluti si sono diretti a risalire i Pozzi Scuri mentre noi abbiamo ripreso la nostra attività. Alla base delle risalite verso i Pozzi Scuri abbiamo girato in direzione opposta, rilevando un ramo che dopo pochi metri, qualche traverso e qualche saltino chiude in una frana, dove comunque c’è un po’ d’aria. Di rientro abbiamo rilevato una fessura in prossimità delle risalite verso i Pozzi Scuri, che a un certo punto stringe fino a diventare impercorribile, e da cui soffia aria, portando il nostro rilievo giornaliero a una settantina di metri complessivi. Ci siamo quindi diretti al campo base per rifocillarci, ricongiungerci, poi, col resto del gruppo che stava ultimando il rilievo, e dirigerci verso l’uscita. Ero convintissima di aver imparato il percorso all’andata, invece se non fosse stato per i pisani sarei ancora in quei cunicoli, a girare come Gollum e nutrendomi di speleo dispersi. La pros-
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sima volta devo imparare meglio la via e portarmi un blocco note per appuntarmi tutte le informazioni utili, così da non molestare un buon numero di persone innocenti i giorni successivi all’uscita. Fuori dal Farolfi era ancora una tiepida sera primaverile, che si è conclusa a svuotare in allegria le scorte di cibo e birra al Ristorante La Pollaccia dalla Daniela. Partecipanti: Caterina Pagano, Francesca Poggi, Leonardo Piccini. Gallerie basse di Mordor, 13 aprile di Nadia Ricci Breve relazione di quanto fatto dal gruppo cui appartenevo, formato anche da Alessio Betti e Danilo Magnani. Lasciato alle spalle il Campo Base, siamo partiti col rilievo dalla galleria principale dei Rami di Mordor (caposaldo MR.059) e, oltrepassato il Ramo Mai Più rilevato precedentemente, ci siamo avventurati in un altro ramo laterale sinistro del dedalo, per fortuna abbastanza comodo. Ho detto abbastanza: Stavolta infatti i miei compagni mi hanno seguito durante le operazioni di rilievo e non ho dovuto fare tutto da sola. Come spesso avviene in questa zona del Farolfi, il ramo in questione finisce in una sala o meglio la base di un pozzo che sale per circa 30 m e sul cui pavimento si raccoglie un rivolo d’acqua, che sparisce in un meandro, troppo stretto per essere percorso. Tornando indietro ci siamo infilati in una diramazione, che torna in breve sulla galleria principale: l’anello creato col rilievo è stato chiuso con un errore minimo. Sempre lungo la galleria principale, poco più avanti dell’MR.059, abbiamo raggiunto il caposaldo MR.062, dal quale verso ovest parte un breve meandro in salita (scritta in nerofumo BALO’), precedentemente rilevato da Leonardo. Dalla parte opposta abbiamo ripreso il rilievo, scendendo un pozzo di una ventina di metri circa, alla cui base si sviluppa un meandro particolarmente stretto. Sono riuscita, dopo una minima disostruzione, ad infilarmici per vedere che al di là c’è un altro pozzo che scende di altri 17 m circa: sarà interessante vedere sulla pianta generale se questo pozzo porta in zone note.
Operazioni di rilievo topografico nelle Gallerie basse di Mordor (Danilo Magnani)
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Dalle Gallerie basse di Mordor al Ramo del Passatore, 13 aprile di Marco Oppo Dopo cinque settimane di uscite esterne per il progetto colorazioni, a cui abbiamo abbinato due giornate di scavo di un buco, la grotta decisamente comincia a mancarci.
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Partecipanti: Alessio Betti, Nadia Ricci, Danilo Magnani.
Prendo quindi la palla al balzo dell’uscita del progetto ORCO per tornare nel buio del sottosuolo. Al nostro zoccolo duro (Andrea, Riccardo ed io) si uniscono due ragazzi usciti dall’ultimo corso, Abel e Carmine. Non è il massimo un’uscita di rilievo per loro, ma le ossa bisogna che in qualche modo se le comincino a fare. Dovevamo essere in 10 e fare tre squadre di rilievo, anche perché i DistoX a disposizione erano soltanto tre, (il nostro era in vacanza), ma con grande stupore vediamo arrivare alla marginetta lungo la via per Fociomboli il Kunze (Paolo Brunettin), scortato da almeno altre tre macchine. Si era portato dietro gente di Genova e persino un portoghese… ma tre gruppi potevamo fare e tre gruppi siamo rimasti. Una volta mangiato un panino al Campo base di Mordor, ci avviamo verso il percorso classico con la squadra di Danilo. Loro iniziano ad armare per rilevare il primo sfondamento (bivio con scritta BALO’), mentre noi ci avviamo al secondo sfondamento, distante non più di 10 metri. Il Piccini ci riferisce di sapere da Marco Frati che quel pozzo dovrebbe essere intorno ai 100 metri e di vedere dove butta, anche perché abbiamo dietro una corda da 65 m e una da 30 m. Il pozzo ovviamente è
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Come ultima attività della giornata, abbiamo sceso e rilevato un pozzo precedentemente armato dai ragazzi del GSPi. A metà circa della discesa parte un meandro che conduce al Ramo del Passatore: rinvenuti punti di caposaldo smaltati, di un precedente rilievo di Leonardo. Il rilievo di quest’ultima diramazione sarà oggetto della prossima sessione ORCO. Alla base del pozzo, profondo 25 metri, ci siamo infilati in uno stretto passaggio che conduce alla base di un pozzo parallelo (rinvenuta scritta GSV in nerofumo), senza segni di risalite e per ora non risalito. Come avrete certamente intuito, le strade di Mordor sono infinite.
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già stato sceso, data la presenza di almeno 4 spit nella roccia, ma non rilevato. Iniziamo quindi la discesa e Andrea opta per fare un frazionamento dopo circa 15 metri nei pressi di un terrazzino con spaccatura da visitare eventualmente al ritorno… mai decisione fu più saggia! Lo segue Riccardo e nel frattempo Andrea arriva sul fondo, dal quale ci grida che prosecuzioni non ce ne sono. E il pozzo da 100 metri? Ci chiediamo. Io sono sulla testa del pozzo e, con i giochi di luce dei nostri caschi, appuriamo che, se dalla base del pozzo ci spostiamo verso una piccola spaccatura, arriviamo nel pozzo parallelo alle spalle degli attacchi, pozzo già da noi visitato anche nella parte superiore e che sembra chiudere. Nel frattempo faccio scendere Carmine, che comincia ad avere freddo, mentre Andrea ci grida che non ha senso scendere. Ma anche Abel ha freddo e lo invito a scendere per scaldarsi un po’. Arriva in fondo e non sento nulla. Faccio passare alcuni minuti e chiamo gli altri per sapere cosa succeda… e Riccardo mi risponde dicendomi che forse c’è un meandrino superabile che va verso il fondo, invitandomi a scendere visto che potrebbe essere l’unico pozzo della giornata… non me lo faccio ripetere e inizio a scendere, anche perché il freddo si fa sentire. Arrivo in fondo e mentre Abel “lo smilzo” cerca di superare il meandrino, pure io constato che quello è il pozzo che vediamo dal traverso detto prima. Il meandrino si dimostra impraticabile (e lo sarà più tardi anche per Nadia). Quindi mestamente iniziamo la risalita. Riccardo è il primo su corda e, passato il frazionamento, si ricorda della spaccatura, ma ormai è già salito troppo e passa la palla ad Andrea che lo segue. Andrea arriva in qualche modo al terrazzo e si inoltra nella spaccatura, mentre inizio io a risalire, lasciando i nuovi da soli per vedere come se la cavino, in fondo non ci sono pericoli. Nel frattempo Andrea si rende conto che la spaccatura si affaccia sempre sul solito pozzo e mentre torna indietro nota un buco sopra la parte alta della spaccatura, facilmente raggiungibile … nota una condottina sabbiosa di 10 metri circa, completamente vergine, senza nessun segno nella sabbia. La percorre e dalla parte opposta trova un pozzo. Torna indietro e mi dice di seguirlo con la corda che avevo nel sacco e così faccio. Arrivare al frazionamento, salire un paio di metri e don-
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dolare per arrivare al terrazzo, sganciare il kroll e passare nella spaccatura sorvolando il pozzo senza nessuna sicura mi dà un brivido, anche se ammetto che una volta fatto mi è sembrato naturale. Armiamo il pozzo e scendiamo. Il pozzo di circa 10 metri si rivela chiudere alla sua base. Cominciamo a guardarci intorno e vediamo due condotte: una in salita e una orizzontale. Ne scegliamo una ciascuno e invitiamo Riccardo a seguirci, cosa che farà in breve tempo. Qui devo fare una premessa: ho una memoria eccezionale e generalmente mi ricordo la strada di tutti i rami che percorro, ma non stavolta. Un paio di anni fa, ho voluto fare il Ramo del Passatore, con Riccardo e Giovanni… Andrea non venne in quell’occasione e da allora è diventato un obbligo portare Andrea in quel ramo. Per far capire a chi non ci è mai stato, il ramo ha il suo fascino, ma se la prima parte anche se spigolosa risulta fattibile, dopo 50 metri costringe a strisciare sul pavimento per arrivare su di un pozzo di 40 cm di diametro, quindi alla base di un pozzo da dove continua una condotta in salita (dislivello 30%) molto fangosa: in pratica sali 50 cm e ne scivoli 30! Lascio il prosieguo del Passatore a chi mai ci voglia andare. Avrete forse capito quale sia il pozzo sceso da me e Andrea e quali siano le due condotte: lui ha percorso quella in salita ed io ho oltrepassato il pozzo da 40 cm di diametro, continuando la condotta bassa fino a quando ho visto dei capisaldi fucsia di rilievo, evidentemente recenti! NON SAPEVO ANCORA DI ESSERE NEL RAMO DEL PASSATORE! Eppure un ramo così uno se lo dovrebbe ricordare! Torniamo nella galleria principale di Mordor, dove in contemporanea arriva Danilo e compagnia. Ci relazioniamo e i massesi scendono per rilevare il tutto. Nel frattempo arriva Leo, che aveva finito con la sua troupe il loro lavoro e raccontiamo tutto anche a lui. Quando, descrivendo la situazione, gli parlo del pozzo con ingresso da 40 cm di diametro e dei segni di rilievo, candidamente mi dice che siamo finiti nel Ramo del Passatore. E SOLO A QUEL PUNTO MI SONO RICORDATO TUTTO! Andrea accompagna Leo e gli altri nella nuova condotta per rilevarla e per avere conferma che si tratti veramente del Ramo del Passatore. Fatto tutto, ci incamminiamo verso il campo base, dove dopo una breve sosta ci si avvia verso l’uscita, con la soddisfazione di aver
trovato una via molto più facile per raggiungere il Ramo del Passatore: manca soltanto la parte finale e Andrea questa volta non la scanserà! Per il GSPisa hanno partecipato: Abel Ficano, Carmine Foggia, Riccardo Moggia, Marco Oppo, Andrea Russino. Ramo I Goich e Bypassatore, 26 maggio di Damiano Zanetti Lo scopo dell’uscita è duplice: da un lato si intende disostruire un passaggio oltre il quale Nadia, in una precedente uscita, aveva trovato un pozzo profondo almeno 20 metri e piuttosto largo. Dall’altro si vuole rilevare un ramo che ricongiunge la Galleria bassa di Mordor al Ramo del Passatore (e per questo battezzato da Danilo Ramo del Bypassatore). Alle 10:30 da Passo Croce ci incamminiamo per Mosceta. Durante la passeggiata nella faggeta spuntano le prime ipotesi sulle prosecuzioni dei rami, ipotesi che dallo speleologico passano al grottesco, si inizia a vociferare di una diramazione che nel giro di poche ore porti alla residenza romana di Wilma Goich, ma per fortuna alle 11 e qualcosa raggiungiamo la buca ed entriamo. Dopo il pranzo si parte con gli obiettivi. Ci dividiamo in due squadre: una composta da Silvia,
Giuseppe e Nicola si dirige verso il fondo del pozzo nel quale praticheranno la disostruzione. L’altra, composta da Danilo, Nadia e me, prosegue per il rilievo. Per il Ramo del Bypassatore, dal caposaldo 41 si scende di una decina di metri un pozzo. Qui si giunge su un terrazzino dal quale si sviluppano meandri che intersecano la frattura, snodandosi tra condotte laterali incontrate in corrispondenza delle nicchiette che scandiscono il passaggio fino a raggiungere il Ramo del Passatore. Terminiamo il rilievo riallacciandoci ad alcuni caposaldi tracciati da Leonardo in precedenza. Di tanto in tanto lo sgocciolio delle pareti e i blip del DistoX vengono interrotti da suoni cupi: non sono versi di manzi, ma di Manzoni. Tornando sui nostri passi, abbiamo definito meglio alcune misure come la profondità del pozzo da cui si origina la diramazione (circa 25 metri) e la quota dei traversi per Mordor rispetto al caposaldo (circa 10 m). Alle 15:45 ci riuniamo con la squadra Manzoni mentre la terra veniva percossa e resa attonita. Il passaggio è stato reso senz’altro più agibile, ma è ancora piuttosto stretto e aspettiamo la fine delle operazioni. Durante le attese compare sul candido marmo della parete destra una scritta di fango e una freccia: Wilma Goich←
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Ramo dei Pozzi I Goich (Zanetti Damiano)
La direzione è giusta. Alle ore 17:20 il passaggio è aperto, prosegue su un pozzo. Dalla parte diametralmente opposta, rispetto al punto in cui entriamo, si trova una finestra circolare la cui esplorazione viene rimandata a un secondo momento. Giuseppe inizia a mettere in sicurezza il pozzo e tra i boati e gli schianti delle rocce Nicola rievoca i versi del Cinque Maggio. Il pozzo ha sezione trasversale a forma di mandorla, dal diametro medio di circa 5m, il primo tratto viene armato con una 30, grazie alla quale arriviamo su un terrazzo e ripartiamo con un frazionamento, rispetto al quale scendiamo di un’altra ventina di metri prima di arrivare sul fondo alle 18:15. Alla base ci siamo guardati intorno, le pareti lisce si congiungono agli estremi della mandorla dove prosegue la frattura stringendosi. Giuseppe mi fa notare un sibilo fisso all’estremo destro della mandorla (faccia alla corda), ma della Goich neanche l’ombra, quindi si decide di tornare indietro rimandando alla prossima puntata il rilievo del pozzo e la visita della finestra. Partecipanti: Silvia Balloni, Nicola Biagi, Danilo Magnani, Giuseppe Micheli, Nadia Ricci, Damiano Zanetti.
Attacco del primo Pozzo I Goich - oltre la strettoia (Zanetti Damiano)
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Sezione trasversale a mandorla del primo Pozzo I Goich (Zanetti Damiano)
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Partecipanti: Riccardo Moggia, Marco Oppo, Andrea Russino, Pietro Stadio, Camilla Tossi.
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prima finestra trovo una piccola saletta, circa tre metri più in basso, con un evidente pozzo sul bordo della stessa. Cerco di attrezzare un arrivo decente per entrare nella saletta, ma la roccia è completamente marcia. Decido perciò di rimandare questo dettaglio (si scende in libera facilmente nella saletta) e mi dedico al pozzo. Come profondità appare al massimo 20 metri, ma dopo aver usato i classici “profondimetri” mi rendo conto che rimbalzando sulla parete di fronte il sasso sparisce alla vista e il rumore continua per altri secondi. Decido di scendere dopo aver appurato che la corda arriva a quella che sembrava la base del pozzo e per ulteriore certezza metto in tiro la corda che arriva dalla finestra e scendo su attacco singolo. Arrivato alla base cammino in avanti per 5 metri e mi affaccio su un altro pozzo molto bagnato di circa 10/15 metri e grazie all’avanzo di corda riesco a vedere benissimo la base del pozzo che chiude, con l’acqua che entra in una fessura impraticabile con direzione (credo) pozzi di Danilo. Torno indietro e butto la corda nella spaccatura dove finivano i sassi. Scendo più o meno 5 metri e vedo questa spaccatura larga al massimo 80 centimetri che scende per almeno 20 metri. Sul fondo si vede scorrere l’acqua. Apparentemente sembra chiuso, ma non avendo altra corda, inizio a risalire e disarmo il tutto. Raggiunto Pietro, usciamo dalla finestra mentre arrivano Riccardo ed Andrea. Mentre Riccardo va a guardare la spaccatura a sx della finestra alta, che dà sicuramente su di un pozzo (sasso che va giù per qualche secondo) ma con ingresso impraticabile, Andrea entra nella mia saletta per un tiro di poligonale ed il pozzo da me sceso fino alla base/ terrazzo risulta essere di 13 metri. Prima di uscire dalla saletta, salendo sui massi per qualche metro, vede in alto a dx quello che potrebbe essere un arrivo. In realtà pure io avevo notato questo “spazio” sulla destra, ma dalla saletta non era semplice capire cosa potesse essere. Decidiamo perciò di lasciare armata la corda del primo pozzo dei massesi, sufficiente per entrare nella spaccatura. Cose da fare ce ne sono ancora. Ci rigiriamo verso l’uscita, dispiaciuto di non aver incontrato Wilma e soprattutto per non aver ancora sciolto l’enigma... perché chiamare un ramo Wilma Goich?
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Ramo I Goich, 1° giugno di Marco Oppo Data l’età che ho, ovviamente conosco Wilma Goich. Questo non vuol dire che mi piaccia la sua musica, anzi tutt’altro, ma la conosco. Per questo motivo, quando Danilo (Magnani del GSAApuano) ha parlato di Ramo Wilma Goich la curiosità è salita a 1000. Perché chiamare un ramo così? Comunque non mi lascio scappare il suo invito a proseguire il loro lavoro e, prima ancora di sentire i miei compagni di gruppo, decido che il nostro fine settimana sarà in cerca di Wilma. Telefono a Danilo e ricevo tutte le dritte possibili per muoverci al meglio in questo ramo, lo saluto e attendo il sabato con entusiasmo. Sabato primo giugno arriva e sarà una giornata piuttosto complicata. Ovviamente non vi annoierò con i mille problemi avuti, ma finalmente alle 10:00 passate riusciamo ad arrivare alla marginetta, anzi parcheggiamo molto prima, data la moltitudine umana che ha deciso di passare questo sabato in zona Fociomboli. Lì troviamo anche il Kunze (Paolo Brunettin) con Alessio di Prato, già in partenza e decliniamo l’invito ad aggregarci a loro, dato che avremmo avuto bisogno di molto tempo ancora prima di essere pronti. Finalmente alle 11:30 circa ci infiliamo in Farolfi. Mentre Andrea e Riccardo si fermano alla saletta iniziale per la calibrazione del DistoX, io, Pietro e Camilla ci avviamo verso il campo base per prendere il materiale, fare il punto della situazione e pranzare… visto l’orario! Niente pausa caffè e finalmente ci avviamo verso Mordor, mentre ci raggiungono Andrea e Riccardo. Arrivati al pozzo che scende verso il Ramo del Passatore troviamo Alessio al frazionamento e il Kunze alla base... possibile che siano ancora lì? No, in realtà stavano uscendo di grotta… e quando ci hanno raggiunto e ho visto quanto fossero bagnati, non è stata necessaria nessuna spiegazione. Finalmente scendiamo il primo pozzo del Ramo I Goich. Trovo il caposaldo dei massesi e la mitica scritta “Wilma Goich”. Mi infilo nel meandrino aperto da loro e con scalpello e mazzetta riesco a far saltare una protuberanza malefica, che ostruiva in parte il passaggio. Mentre Andrea e Riccardo iniziano il rilievo, io attrezzo una corda per entrare in qualche modo in una delle due finestre segnalate da Danilo. Oltre la
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Ramo delle Donne Rana, 13 luglio di Paolo Brunettin La giornata si presenta molto calda e per un ritardo dovuto ad un incidente in autostrada per la corsa all’acchiappa ombrellone, ci troviamo all’ingresso del Farolfi intorno a mezzogiorno. Il nostro obiettivo è continuare l’esplorazione e il rilievo nella zona lasciata in sospeso a causa dell’impraticabilità dovuta all’acqua e al passaggio stretto. A questo giro sembra più asciutto, l’ingresso soffia un’aria ghiacciata, il complesso è carico di energia. In un ora e mezza siamo nella zona di avanzamento, sfortunatamente sempre bagnata, ma non come le volte precedenti. Daria, la nostra speleo a “perdere”, passa agevolmente e si trova in testa ad un pozzo valutato una ventina di metri. Mentre arma, Alex, Giorgio ed io, ci dedichiamo a rendere più agevole Ramo delle Donne Rana (Alessio Betti) il passaggio. Daria conferma, dalla base del pozzo, la stima della profondità e con grande gioia il ti da rilievo, ma per l’eccitazione sono rimasti fatto che il pozzo continua, ma purtroppo è già nel sacco. Decidiamo di tornare sui nostri passi, tutta molle (bagnata fradicia). Finalmente io e ipotizzando un nuovo tentativo tra due o tre setGiorgio riusciamo a passare e scendere il pozzo: timane in condizioni idriche migliori. Una breve bello, nel marmo bianco, alla base si apre una sosta alla base del primo P25 per fare il punto e bella finestra e il nero sotto. Valutiamo un pozzo battezzare il Ramo “Discesa delle Donne Rana”. di 60-70 metri. Ma proprio al centro si getta il Alle 18 siamo fuori, l’ultimo sole riscalda le rio d’acqua. Prepariamo il primo armo e provo ossa e una birra solleva il morale. a scendere per valutare la possibilità di armare distante dal bagnato. È possibile evitare l’acPartecipanti: Alessio Augugliaro, Leonardo qua, ma a quel punto siamo già fradici e l’aria Brunettin, Paolo Brunettin (Kunze), Raffaella ghiacciata che sale dal pozzo non rende facile la Cavana, Daria Pecchioli (Nemo), Giorgio Saspermanenza. Avevo portato anche gli strumen- sone.
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Partecipanti: Leonardo Bacciardi, Giulio Della Croce, Marco Frati e Leonardo Piccini. Note post rilievo. Abbiamo risolto il problema di Belfagor. C’era un tiro accorciato subito all’inizio. Ora il rilievo chiude assai meglio con quello del P100. Il camino sale di una cinquantina di metri in zone apparentemente prive di rami conosciuti. Da tornare con corde e trapano. La poligonale dei bolognesi che dall’inizio del Ramo di -200 porta verso Maria Giulia, così come un vecchio rilievo di questo ramo sempre GSB-USB non tornano molto. Ci sarà da finire il lavoro e continuare verso il fondo di -200. Il rametto zona ingresso è poca cosa (50 m), ma è comunque un ramo indipendente e non era mai stato rilevato. Fatti in totale circa 100 m di poligonali di controllo e altri 100 m di zone mai rilevate. Per poche ore al “fresco” non è poi andata male.
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Ramo di Maria Giulia, di Giulia Maria e Ramo del Cobra, 27 e 28 luglio di Leonardo Piccini Ora che abbiamo di nuovo i permessi di accesso con le auto il ritrovo si è spostato a Fociomboli, anche se la strada non è messa molto bene. Verso le 10:30 arrivano Nadia, Danilo, Damiano e Andrea. Breve preparazione bagagli e programmi. Decidiamo di andare in zona -200, obiettivo il controllo della poligonale del Ramo di Maria Giulia (MG) e un ramo che parte davanti al pendolo/ traverso. All’ingresso incrociamo Marco, che aveva passato la notte nella sua amena carbonaia per sfuggire al caldo della Versilia. Stavolta però non si associa a noi, preferendo l’ombrose faggete del retrocorchia. Raggiunto velocemente il punto dove ci eravamo fermati con il rilievo la volta precedente, mentre Danilo riattacca a rilevare dal P17 (Pozzo con balaustra), Andrea e io ci avviamo verso l’attacco di MG. Verificato che il ramo a sinistra esiste, non solo sul vecchio rilievo ma anche nella realtà, aspettiamo gli altri per definire meglio i programmi. Nadia, Danilo e Damiano s’infilano nella fratturona a sinistra, Andrea e io iniziamo a rilevare
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Ramo di Belfagor e altro, 14 luglio di Leonardo Piccini Verso le 9:00 del mattino mi raggiungono a Fociomboli Giulio e Leonardo da Livorno. Spostatici rapidamente all’ingresso del Farolfi arriva anche Marco, che si unisce a noi per una uscita di “raffreddamento”. Il Farolfi spara un’aria gelida, ma questo non ci scoraggia, anzi... Programma vago, ma dedicato a sistemare piccole cose in sospeso. Prima tappa Belfagor, dove ribattiamo la poligonale sino al primo pozzetto per verificare una incongruenza tra vecchio e nuovo rilievo targato GSPisa. Poi ci spostiamo verso il ramo di -200 (inizio Maria Giulia), ma poi per strada mi sovviene un caminone che avevo iniziato ad arrampicare molti anni fa prima del CR.28. Verifichiamo che è lo stesso che ha inizio poco sopra il caposaldo 28 e viste le dimensioni decidiamo di rilevarlo. Risaliamo senza difficoltà per circa 25 metri, sino a un terrazzo. Per salire oltre servirebbe una corda, ma sembra abbastanza arrampicabile senza troppe difficoltà. Il DistoX punta in alto per altri 25 m almeno. Fatto il rilievo ci spostiamo sui primi pozzi del -200. Ricominciamo a rilevare da sotto la cordina che sale verso Mordor. Il primo pozzo è piuttosto bagnato. Chi ha spostato l’armo deve averlo fatto in un momento di grotta bella asciutta. Facciamo qualche battuta sino al pozzo con la partenza a pulpito, giusto per verificare la poligonale esistente. Qui bisogna tornare con calma e meno acqua. Vista l’ora c’incamminiamo verso l’uscita, ma poco prima ci fermiamo a rilevare un rametto che inizia in strettoia e che torna verso il basso. Passata la strettoia si continua in ambienti poco più ampi, ma poi di nuovo strettini sino a un pozzetto con corda a spia rosso/blu legata a uno spuntone. Capiamo di essere alla sommità della corda che penzola dal soffitto di fronte alla partenza di Belfagor. Giulio e io scendiamo, confidando nella sua tenuta. Leonardo e Marco, meno fiduciosi, ci sganciano giù la corda e fanno il rametto a ritroso. Poco dopo le quattro siamo tutti fuori. Seguono un paio di birre e molte chiacchiere nella carbonaia/ bivacco dove alberga solitamente Marco.
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MG, procedendo spediti. Era un bel po’ che non tornavo in questo ramo, forse dalla volta che con Andrea Gobetti, Daniela Frati e un manipolo di speleo romani (tra cui uno appena uscito dal corso che non sapeva come passare i frazionamenti...) facemmo la (prima) traversata Fighiera-Farolfi nel lontano 1981. Bel tubo regolare che non richiede molti splay, a parte dove si sfonda su piani inferiori. Dopo vari saliscendi arriviamo alla cordina che risale verso il Fighierolfi e decidiamo di fare dietrofront. Rientrati velocemente all’inizio del ramo incrociamo gli altri. Il ramo che hanno rivisto e rilevato si sviluppa verso ovest impostato su una grande frattura. Lo sviluppo è per lo più verticale a piani sovrapposti, che si raggiungono con facili arrampicate. Nell’insieme di morfologia complessa. Da sottolineare la presenza di numerosi scheletri di roditori e accumuli di fibre legnose. Eppure non dovremmo essere tanto vicini all’esterno. Il rilievo ci dirà meglio. In totale abbiamo battuto 700 m di rilievo di cui quasi 300 mancanti dalla poligonale complessiva del Farolfi. Usciamo senza intoppi, ancora in tempo per una cena alla Pollaccia, a parte il sottoscritto che si ferma a Fociomboli a fare compagnia a Marchino, dopo essere passato a controllare la posizione del diciassettesimo ingresso del Complesso. Domenica mattina mi raggiungono Giulio e Leonardo da Livorno. Fatto il riepilogo del materiale da portare ci dirigiamo di nuovo (per me) all’ingresso del Farolfi, direzione Cobra. Raggiunto il caposaldo 27 saliamo rilevando i pozzetti del Ramo del Cobra. Rileviamo verificando alcune brevi diramazioni e sbirciando sopra le nostre teste in caccia di camini da risalire. Nella condottina prima della Sala del Dromedario c’è un bel po’ d’aria. Agganciato il caposaldo 29, Giulio e Leonardo iniziano una risalita nella parte alta della sala, in zone instabili. Per non prendere freddo, mi metto invece a guardare meglio la parte meridionale della sala dove, traversando su un terrazzo e superata una breve fessura, arrivo in una galleria in ripida salita che si arrampica facilmente sin sotto un saltino di pochi metri con un “?” a nerofumo. Torno dagli altri. Nel frattempo Giulio ha ar-
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rampicato una trentina di metri sino a una saletta dove trova una vecchia chiave da 13. Sulla destra uno sfondamento richiederebbe uno spezzone di corda. Da capire da dove sono arrivati quelli della chiave. Forse dal camino a destra della risalita, che non sembra difficile da arrampicare. Decidiamo che serve più tempo e più corda e andiamo a rilevare il ramo visto da me, da cui proviene una bella corrente d’aria, per capire se può riportare sopra la sala. Finito il rilievo decidiamo di scendere in Atlantide per chiudere la poligonale, ma la fessura sul pozzo deve essersi ristretta perché faccio fatica a passare e alla fine decidiamo di tornare da dove siamo venuti. Verso le 16.30 siamo fuori. Considerazioni varie... Il ramo a sinistra di Maria Giulia non sembra avere molte prospettive, se non forse salendo in alto nella frattura. Aria poca o niente. Controllato il nuovo rilievo di MG con quello rifatto dal GSB-USB nel 2010 (prima uscita ORCO), risulta qualche differenza sostanziale nella parte iniziale, mentre la galleria nel complesso torna abbastanza bene. Abbiamo adesso la possibilità di chiudere meglio l’anellone CR.28-MG-Fighierolfi-CR.32-Atlantide-Bypass-CR.28, cui si agganciano vari altri rami. Nel Cobra rimangono da rilevare (e rivedere bene) alcune brevi diramazioni. Nella sala bisogna continuare la risalita, così come nel ramo in salita. Dal vecchio rilievo del Farolfi su millimetrata (dis. Regattieri) risultano varie diramazioni che partono dalla sala (Dromedario), che andranno verificate. La sala sembra essere stata risalita per una cinquantina di metri su terrazzi di frana, ma il disegno mostra una continuazione in alto. La zona sembra interessante anche perché arriva aria da varie direzioni. Da tornare con calma, anche per rilevare bene i vari percorsi. Con gli ultimi rilievi il Farolfi supera i 12 km di poligonali e mancano ancora molte diramazioni. Partecipanti: 27/07 Andrea Brondi, Danilo Magnani, Leonardo Piccini, Nadia Ricci, Damiano Zanetti; 28/07 Leonardo Bacciardi, Giulio Della Croce, Leonardo Piccini.
Ramo di Giulia Maria, 27 luglio di Damiano Zanetti A parziale integrazione di quello che ha scritto sopra Leonardo riguardo a sabato 27 per il prosieguo al di là del fratturone, aggiungerei solo un’annotazione sull’ambiente e un paio di foto. Superato il primissimo tratto, piuttosto stretto e fangoso, si arriva in un ambiente più largo di grezzoni bianchissimi e lavorati, a indicare un passaggio frequente e abbondante di acqua. Proseguendo lungo la frattura e salendo, nelle buche presenti qua e là, dove il cammino va a rastremarsi abbiamo trovato il piccolo cimitero di roditori menzionato, a prestare attenzione si trovano tracce di ossa e resti in un po’ tutta la frattura anche se più sparsi. Per dirigersi verso il basso ci sono tre vie composte da cataratte successive (anche queste lavatissime e bianchissime), che convergono in una stanzetta in cui abbiamo trovato le scritte “SCP” e “GSB 99”, nulla di nuovo sotto il monte.
Resti ossei rinvenuti nel Ramo Giulia Maria (Damiano Zanetti)
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Scritta in nero fumo SCP GSB 99 (Damiano Zanetti)
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754 T/LU ABISSO RODOLFO FAROLFI Ramo di -200 (parziale) Ramo Giulia Maria
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Gruppo Speleologico Archeologico Apuano Ril. 27/07/2024 D. Magnani, N. Ricci, D. Zanetti Dis. D. Magnani Originale in scala 1:500 0
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PULPITO (O BALAUSTRA)
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Rilievo Ramo Giulia Maria di Danilo Magnani
Ramo delle Donne Rana, 31 agosto di Paolo Brunettin Riprendiamo l’opera di rilievo da dove avevamo lasciato la volta precedente. Le intenzioni sono buone, ma i risultati non lo saranno. L’ultima uscita (risale al 13.07) ci siamo fermati alla testa di un pozzo valutato profondo una sessantina di metri, al di là di un passaggio, addomesticato, ma per le condizioni sia nostre che ambientali avevamo preferito rimandare a circostanze più favorevoli. E veniamo ad oggi. Con una coppia di Genova (Alessandra e Maurizio) decidiamo di portare a termine alcuni lavori: rilievo e discesa del pozzo. Appuntamento, come da programma dalla pasticceria alla Ripa per un caffè e qualche chiacchiera, per poi dirigerci a Fociomboli. Incontriamo all’ingresso del Farolfi l’altra squadra (Leo Piccini, Alessio Betti e Marco Frati). Si entra spediti verso il Campo Base di Mordor, per poi proseguire in zona esplorativa. Le condizioni sono migliori dell’ultima volta, ma comun-
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que è presente uno stillicidio importante. Decido di procedere con il rilievo dall’ultimo caposaldo segnato, ma mi accorgo che lo strumento non è preciso sulla misura della distanza, in particolare su tiri lunghi memorizza un 10% della misura reale. Dopo alcune prove ed imprecazioni, capisco che l’ottica ha dei problemi. Accantonata quindi l’idea del rilievo, non rimane che dedicarci all’armo del pozzo e scendere. Il pozzo non è verticale ma presenta una leggera pendenza direzione NE, Maurizio si prepara e comincia la discesa, dopo una serie di frazionamenti, posizionati fuori dall’acqua. Atterrati su una cengia dove ci rendiamo conto che la corda da 60 non basta per continuare, valuto che servano ancora una trentina di metri per arrivare alla base dello stesso. Su un terrazzo poco più sopra trovo un passaggio, che immette in un altro ambiente di grandi dimensioni, la roccia bianchissima (grezzone?), l’ambiente è meraviglioso, merita in futuro alcuni scatti fotografici, da lì parte un altro pozzo di una quarantina di metri, i due ambienti hanno la
Ramo delle Donne Rana (Alessio Betti)
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Ramo del Cobra, Sala del Dromedario, 31 agosto di Leonardo Piccini
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Partecipanti: Paolo Brunettin (Kunze), Alessia Fiorenza, Maurizio Rizzotto.
Dopo varie defezioni, cambi di programma e mal di pancia (la mia), ci troviamo in tre (Marchino, Alessio e lo scrivente) all’ingresso del Farolfi sabato mattina, 31 agosto, verso le 11:00. Decidiamo per un programma non troppo impegnativo di zona Cobra, dove erano rimaste da fare un paio di risalite. Raggiunta rapidamente la Sala del Dromedario, prendiamo in prestito una corda lasciata dal GSALivornese (poi rimessa al suo posto) e affrontiamo la prima risalita, nello sfondamento in basso a destra della sala stessa. Un solo fix è sufficiente a Marco per i 4 metri di parete. Sopra a sinistra il camino continua per altri 6-7 m stringendo e deviando verso ambienti già conosciuti. A destra invece arriva un meandro non troppo scomodo che percorriamo in salita per una quindicina di metri sino a un tappo di frana, probabilmente sotto la sala. Uno sfondamento bagnato scende a destra una decina di metri, ma non è disarrampicabile. A occhio non promette granché. Disarmiamo e torniamo nella sala per un rapido
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forma di occhiali uniti dal passaggio più stretto. Non abbiamo alcuna idea su dove siamo finiti. Sicuramente sotto le gallerie del Ramo di Maria Giulia: unico indizio è un traverso con moschettoni completamente consumati dall’ossidazione ed un armo staccato, che notiamo ad una ventina di metri sopra la cengia di arrivo. Zona molto fredda, 5/6 gradi di temperatura e molta aria che sale verso la sommità del pozzo disceso. Non resta altro che compattare i sacchi, con punti interrogativi che vagano nei meandri della mente, lasciando alle nostre spalle l’eterno buio dove l’illusione del tempo si prende gioco di noi mentre prendiamo la via del ritorno… come se sapessimo dove veramente stiamo andando.
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spuntino. Ci spostiamo quindi sin sotto il saltino con il “?” ad acetilene, dove ci eravamo fermati la volta precedente. Qui di fix ne servono due, per evitare di uscire su un pietrone dall’aria poco stabile. 5 m più in alto la condotta in salita è sbarrata da una grossa frana da cui proviene una violenta corrente d’aria. C’infiliamo tra i blocchi sin dove possibile, ma la situazione non è delle migliori. Di smuovere sassi da sotto non se ne parla nemmeno. Sulla sinistra si vede un passaggio in alto tra blocchi, che sembrano più stabili, ma bisogna prima mettere in sicurezza la parte iniziale. Con Marco decidiamo che bisognerà tornare per studiare bene il da farsi. Serve gente esperta che sappia come addomesticare la frana. L’aria è proprio tanta e sopra dal rilievo non risultano parti note. Lasciamo quindi armato per tornare con calma e qualche attrezzo adeguato. Uscendo rileviamo un rametto lungo i saltini del Cobra e guardiamo possibili prosecuzioni o risalite da fare. Per chiudere la giornata ci fermiamo a rendere
Vecchia pianta Ramo del Cobra
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un po’ più agevole il cunicolo d’uscita. Note... Nel vecchio rilievo del Ramo del Cobra figurano diramazioni che non siamo riusciti a identificare (parti cerchiate in rosso nel disegno). Forse sono ambienti più alti che vanno raggiunti in arrampicata. La lettera F dal vecchio rilievo sembra collegare con l’inizio del -350, ma non è tanto chiaro. L’anello sottostante non è stato individuato. Il rametto più a nord si raggiunge forse dal camino di destra nella sala che non abbiamo ancora arrampicato. La risalita iniziata da Giulio la volta precedente (28 luglio n.d.r.) si affaccia invece su un pozzo che pensiamo ributtare in galleria principale sopra l’attacco del Ramo di -350. La situazione va quindi ancora chiarita. L’aria che circola in quelle zone è tanta e solo una parte viene dalla Forra di Atlantide (e dall’Abisso Fighiera). Partecipanti: Alessio Betti, Marco Frati, Leonardo Piccini.
mi informa essere la nostra meta, decido che così non posso continuare il rilievo. Ora i duplicati di ogni tiro hanno raggiunto la ventina, rendendo il lavoro incredibilmente tedioso. Assicuratomi di non aver cancellato il file di installazione di Topodroid, tento il tutto per tutto disinstallando la app e installandola di nuovo. Di lì in poi il rilievo diventa una passeggiata, finalmente il tutto torna a funzionare in maniera eccellente. Fortunatamente devo dire, anche perché lo stillicidio si trasforma in vere e proprie cascate. Posiamo i piedi su di un ponte che separa il pozzo dal quale siano scesi da uno parallelo già sceso per altre vie da Paolo. Il bianco si fa candido e ci prendiamo il tempo per qualche foto di rito e per una rapida esplorazione della zona non priva di prosecuzioni laterali, che lasciamo però per le prossime occasioni. Ci diamo quindi alla risalita verso il caldo ma soprattutto verso l’asciutto. Salendo, ad un tratto, una testa si affaccia dall’orlo di un pozzo. Con una coordinazione che ha dell’inverosimile ci ricongiungiamo con gli altri due esattamente al bivio dove ci eravamo separati poche ore prima. Raggiunto il campo base ci ragguagliamo su quanto siamo riusciti a compiere, effettuiamo un rapido check del “magazzino” e torniamo fuori con la promessa di proseguire ancora più verso il basso il rilievo del Ramo delle Donne Rana, magari con un regime idrico più favorevole.
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Ramo I Goich, 29 settembre di Pierpaolo Fiorito Questa domenica ci siamo trovati a Passo Croce intorno alle 08:00 io (Pierpaolo), Paolo (Kunze), Nadia e Duccio. Dopo i preparativi siamo entrati in grotta intorno alle ore 09:00, dividendoci in due squadre. Paolo e Duccio si sono dedicati ad attività di rilievo nella zona del Ramo delle Donne Rana, mentre io e Nadia ci siamo dedicati alla prosecuzione dell’esplorazione dei Pozzi Goich e al contestuale rilievo. Nello specifico siamo scesi nel Goich 2, raggiungendo il punto precedentemente raggiunto da Marco Oppo (01.06.2024), che si era fermato per mancanza di corda. Da questo punto, dove si riesce a spostarsi dalla verticale per qualche metro, ci si affaccia sulla parte finale del pozzo. Dopo aver armato un altro frazionamento e giuntato una
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Ramo delle Donne Rana, 29 settembre di Duccio Pieri Ci diamo appuntamento a Passo Croce di buon ora, anche per non rischiare di impastoiarsi dietro al corso del GSA Livornese. Arrivo che già il Kunze (Paolo Brunettin n.d.r.) sta aspettando. Poco dopo compaiono anche Nadia e Pierpaolo. A mo’ di santone bene augurante, un imprevisto Iannelli sta facendo colazione alla madonnina (marginetta di Passo Croce n.d.r.) e ci augura una buona grotta. Saliamo fin dove possibile con le macchine e decidiamo il da farsi. Paolo vorrebbe finire un lavoro nel Ramo delle Donne Rana. Parla di acqua, umido e freddo. Nadia e Pierpaolo optano per portare avanti il lavoro al Ramo dei Goich. Dopo poco siamo dentro e “Sua Scomodità Farolfi” ci guida attraverso i suoi passaggi fino ad abbandonare la strada che “conoscevo” per una corda da percorrere in salita, che ci introduce ad uno stretto freatico fangoso (cunicoli per il Campo base di Mordor n.d.r.). Lasciamo sulla destra il campo base e dopo poco ci dividiamo: un nodo sulla corda segnalerà che l’altro duo é già uscito. Dopo un paio di pozzetti calibriamo il SAP, facciamo qualche tiro di prova per farlo conoscere al mio compare e ci infiliamo in una stretta frattura che ci conduce al primo pozzo da rilevare. I problemi iniziano subito: alla singola misurazione, Topodroid registra una decina di copie della stessa. Tre dati identici danno una tratta, quindi la app registra solo tratte. Questo é un problema! Scendiamo il pozzo (iniziamo ad essere già umidicci) e sul suo bagnato fondo cerchiamo di riorganizzarci. Dopo un po’ di idee al freddo decidiamo che la via del dietrofront non é accettabile. Optiamo per cancellare i doppioni e rinominare i dati. Lavoro lungo e reso difficoltoso dal torpore delle dita. Il disegno si delinea da subito come uno di quelli complicati, almeno per le mie capacità. I pozzi si arricciolano tutti l’uno sull’altro scendendo, verticale dopo verticale in un gradiente di colore che dal marrone della fanghiglia vira rapidamente al bianco con l’aumentare dello stillicidio che ci bagna le tute. Sopra quella che il Kunze
754 T/LU ABISSO RODOLFO FAROLFI Galleria bassa di Mordor Ramo Bypassatore I Goich Gruppo Speleologico Archeologico Apuano
Ril. 13/04/2024 A. Betti, D. Magnani, N. Ricci 26/05/2024 D. Magnani, N. Ricci, D. Zanetti 02/06/2024 R. Moggia, A. Russino 29/09/2024 P: Fiorito, N. Ricci Dis. D. Magnani
RAMO DEL PASSATORE
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Originale in scala 1:500
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SCRITTA BALO'
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B RAMO BYPASSATORE
GALLERIA PRINCIPALE
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MR.059 GOICH ALTO P.16
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I GOICH BASE GOICH 2
MISURATO 30 m
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SCRITTA BALO' MORDOR
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RAMO BYPASSATORE
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POZZI I GOICH
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GOICH ALTO
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Rilievo Farolfi Galleria Bassa Mordor Bypassatore I Goich di Danilo Magnani
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nuova corda, siamo scesi alla base del pozzo, che è risultato avere una profondità complessiva di 44 m. Il fondo non consente ulteriori prosecuzioni “umane”, lasciando transitare soltanto l’acqua che, dalla metà circa di questo pozzo, cade abbondante. Risalendo abbiamo provveduto a disarmare e rilevare fino al caposaldo posto in prossimità della finestra che mette in comunicazione con il Goich 1 (agganciandoci al cs 37). Prima di varcarla abbiamo effettuato una risalita di circa 13 metri (vista anche da Marco la volta precedente) per raggiungere una nicchia che si notava nitidamente dal basso. Purtroppo, una volta raggiunta, sono svanite le speranze: solo sabbia e nessuna prosecuzione. Partecipanti: Paolo Brunettin (Kunze), Pierpaolo Fiorito, Duccio Pieri, Nadia Ricci.
Partecipanti: Elena Casolaro, Luisa Dainelli, Giulio Della Croce, Marco Frati. Ramo delle Donne Rana, 16 novembre di Paolo Brunettin Con giusta ragione, penso che sia andata anche troppo per le lunghe. È vero, non ti viene la voglia di tornarci, ci sono luoghi decisamente più appetibili. Quindi è giunto il momento di organizzare l’ultimo appuntamento con l’obiettivo di disarmo del Ramo delle Donne Rana, con la speranza, in futuro, di arrivarci da un altro percorso per poter chiudere alcuni punti rimasti in sospeso. Riesco a trovare due volontari, a questo giro non è stato facile. Considerato che è piovuto tutta la settimana, certamente le prospettive non sono allettanti, ma fortunatamente Alessio e Fabio sono disponibili e ignari di dove li stia portando. A Fociomboli incontriamo un altro gruppo che
Condotta del Ramo delle Donne Rana (Alessio Betti)
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Ramo del Cobra, Sala del Dromedario, 02 novembre di Elena Casolaro Ci troviamo a Passo Croce in un’assolata mattina di novembre, attirati dalle promesse di Giulio di andare a fare un’esplorazione “a mezz’ora dall’ingresso”. Non si può dire che abbia mentito, perché dopo pochissimo arriviamo nella Sala del Dromedario. Da qui parte la risalita (senza nome), armata qualche mese fa, che culmina in una sala con qualche prosecuzione da esplorare. Ci dividiamo in due squadre: Giulio e Luisa risalgono fino ad intercettare un meandro riempito da una frana colossale, che mangia tutta l’aria senza lasciare spazio a prosecuzioni. Io e Marco scendiamo un pozzo da 50-60 m che (abbiamo scoperto) era stato già sceso da Daniele Sigismondi e Roberto Vigiani anni fa. Su un terrazzo a metà del pozzo troviamo la scritta “Ramo del Condor”: a sinistra scendiamo nel salone sopra il bivio per il Ramo Maria Giulia, a destra riarmiamo e rileviamo un ambiente che chiude in frana. Nel secondo turno post pranzo, Giulio e Luisa rilevano il pozzo in discesa, io e Marco risaliamo una ventina di metri sopra il punto più alto raggiunto dalla risalita degli altri due la mattina, ma chiude inesorabilmente. Rilevato tutto, stiamo per disarmare e uscire a festeggiare il mio compleanno quando Giulio si arrampica in un altro punto dello stesso meandro intercettato dalla risalita della mattina, sulla verticale
della sala del Dromedario. Armiamo risalendo in mezzo a una frana, che rimane da controllare: almeno in due punti sembra continuare verso l’alto.
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Progetto ORCO - Sezione Farolfi Zona: Ramo delle Donne Rana - Fondo di -200
Sviluppo spazile : 625,5 m - Dislivello : - 120 m Data 24.11.2023 Squadra : Leandro Caprini, Alessandro Valli, Paolo Brunettin Data 29.09.2024 Squadra: Duccio Pieri, Paolo Brunettin Data 07.12.2024 Squadra : Veronica Bacchinucci, Andrea Brondi, Paolo Brunettin Data 21.12.2024 Squadra : Daria Pecchioli, Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin Data 28.12.2024 Squadra : Caterina Pagano, Andrea Brondi,Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin Data 11.01.2025 Squadra : Alessio Betti, Paolo Brunettin Restituzione : Paolo Brunettin Strumentazione: SAP6,Distox2, Topodroid
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rdr_37 fd_200
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rdr_0 100 10
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Maria Giulia
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Pianta Ramo delle Donne Rana Fondo di -200 di Paolo Brunettin
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entra in Farolfi, con Marco Frati e amici Veneti. Dopo alcuni convenevoli ci salutiamo e proseguiamo verso l’ingresso. La progressione è rapida e in breve siamo al primo pozzo che si presenta bagnato, come il resto della discesa. In fondo al pozzo siamo abbastanza “umidi”, da pensare di uscire velocemente disarmando. Anche la temperatura non aiuta: tra i 4 e 5°C. Il traverso in alto, lì abbandonato con gli armi ormai consumati dal tempo, ci osserva: “Vedrai che prima o poi ci rivediamo”, penso. Iniziamo la risalita e il disarmo sotto un importante stillicidio. Alla base del primo pozzo sceso dalle nostre donne rana, con Alessio facciamo battute sul nome da dare al ramo e tra una battuta e l’altra salta fuori “belin che t’anega”. Non sarà il nome ufficiale, ma alla ligure, sicuramente rende l’idea del posto. Siamo bagnati fradici, quando rientriamo al campo base per riporre il materiale che servirà per la prossima uscita. Una breve pausa ed è tempo di prendere la via del ritorno. Usciti dal Farolfi il desiderio principale è un cambio asciutto e una birra al circolo di Levigliani. Partecipanti: Alessio Betti, Paolo Brunettin (Kunze), Fabio Luisini.
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Condotte presso Campo Base Mordor, 24 novembre di Leonardo Piccini Ci troviamo alle 9:30 di una nebbiosa e umidissima mattina a Passo Croce: Nadia, Veronica, Paolo (Kunze) e io. Resistendo alla tentazione di tornarcene a casa... ci avviamo verso la grotta, aggirando un grosso albero caduto sulla strada. Entrati in un Farolfi più comodo ma anche più bagnato del solito, ci dirigiamo rapidamente al CB di Mordor. Qui, mentre io scarico i dati dai termometri (stazione di misurazione delle temperature di aria, roccia e acqua per il progetto UCC, Underground Climate Change n.d.r.), gli altri dividono le corde in due mucchi, uno da lasciare qui per il Ramo del Passatore e uno per armare il Ramo del Fondo di -200. Kunze e Veronica si avviano a portare giù i materiali e iniziare l’armo. Nadia e io ci concediamo uno spuntino e poi c’infiliamo nella condotta che si apre a destra prima del traverso alla fine del-
le condottine, non ancora rilevata. Dopo un cinquantina di metri (caposaldo 8) la situazione si fa subito complicata: due diramazioni a sinistra e due a destra. Andiamo prima a sinistra salendo. Una galleria in leggera salita ci porta dopo pochi metri alla base di un bel camino da cui proviene non poca acqua e non poca aria. Da risalire in stagione asciutta. Oltre la doccia, una condotta stringe in fessure non del tutto impraticabili. Tornati al cs8 prendiamo l’altra diramazione ascendente, decisamente più angusta ma anche questa con aria. Superati un paio di punti stretti ci fermiamo col rilievo dopo una trentina di metri. Nadia insiste e riesce a proseguire ancora qualche metro superando una brutta curva, ma poi stringe ancora. Nuovo dietrofront e poi verso il basso, dove un meandro porta dopo 20 m ad affacciarsi in alto sul primo pozzo del Ramo del Fondo di -200 e dove poco prima avevamo sentito le voci degli altri. Rileviamo anche la galleria superiore che ricollega poco dopo. Tenendosi a sinistra in ambienti bassi sbuchiamo in una saletta. In basso stringe dopo pochi metri fangosi. In alto occhieggia una finestrina. Raggiuntala troviamo una condotta che subito si biforca. Aria anche qui. Andiamo prima a sinistra, superando un pozzo con l’imbocco stretto (da scendere...) e risalendo una condotta sino ad ambienti più ampi dove troviamo un nastro segna via che però non sembra indicare prosecuzioni, nonostante le evidenti tracce di passaggio. Portiamo il rilievo al limite del percorribile e poi facciamo dietrofront. La condotta di destra invece riporta in breve sulla via principale dove ha inizio il Ramo del Fondo di -200. Chiuso un bell’anello, torniamo a prendere i sacchi lasciati all’inizio della diramazione e poi usciamo in una serata ancora più umida e piovigginosa di quando siamo entrati. In totale sono circa 200 m di rilievo di diramazioni già esplorate ma non rilevate. Interessante anche qui la direzione che punta a nord, verso i torrioni di Fociomboli. Zona del Corchia che nasconde ancora chissà quali sviluppi. Di Veronica e Paolo, che troviamo alle auto ad aspettarci, so che han trovato i primi pozzi disarmati e piuttosto bagnati e che si son limitati a riarmarli e a portare i materiali sino al bivio per Maria Giulia. Da tornare in una giornata più asciutta.
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Ramo del Fondo di -200, 24 novembre di Paolo Brunettin Dopo una breve sosta per il rito della colazione io e Veronica ci troviamo a Passo Croce con Leonardo e Nadia, la giornata non è decisamente invitante: nebbia e pioggia fine fine, quella che “bagna”. Ci si cambia velocemente e proseguiamo verso l’ingresso. Anche a questo giro prevedo di non rimanere asciutto. Arrivati al Campo Base di Mordor prepariamo il materiale che servirà per armare il Fondo di -200. In breve, io e Veronica, belli carichi, partiamo alla volta del nostro obiettivo. Giunti sul primo pozzo abbiamo l’amara sorpresa di trovare disarmato: indagando nei giorni a seguire, scoprii che in settembre il Gruppo Speleologico San Giorgio aveva lasciato armato in previsione di una gita, ma domenica 17 novembre aveva disarmato. Questo ci costa una corda da 40 m e una 25 m, per armare il pozzo sul lato sinistro, più che asciutto definirei meno bagnato. In fondo al secondo pozzo da 20 m parte il traverso in salita, sotto una bella cascata d’acqua: “Che meraviglia!”, penso. Anche ad essere veloci, io e Veronica la si prende tutta. Fortunatamente subito dopo il Pozzo del Pulpito, entriamo in una zona fossile e con poca aria. Continuiamo la discesa e individuiamo il terrazzo indicato da Leonardo da dove parte un pozzo inclinato, a fiuto un trenta metri. Gli armi sono da rivedere e non abbiamo il materiale per installarne di nuovi. Il freddo comincia ad entrare nelle ossa, lasciamo due trenta e una quindicina di ancoraggi e ritorniamo sui nostri passi. L’acqua è un bene prezioso: ogni singola goccia penetra nel sottosuolo, scivola tra le fessure, lava e si nutre, prende vita in qualcosa di imponente e inesorabile, diventa fredda e implacabile. Quando però finisce sulla tuta, viene spontaneo domandarsi: “Ma perché diavolo sono finito qua?”. Senza considerare quella che scorre sulla corda di risalita per poi finire, come in un copione già visto, dentro la manica del sottotuta. Vorrei che quest’acqua lavasse ogni ferita del mio corpo, non solo il freddo che l’accompagna. Vorrei che quest’acqua portasse con se il sapere di cui abbiamo bisogno... vorrei solo uscire per poi ritornare. In breve Veronica ed io siamo fuori: “Ma che strano... piove!”. Partecipanti: Veronica Bacchinucci, Paolo Brunettin (Kunze), Leonardo Piccini, Nadia Ricci.
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Ramo del Fondo di -200, 7 dicembre di Paolo Brunettin (Kunze) Dopo la pessima giornata di venerdì 6 dicembre, il meteo è stato clemente e ci regala una sabato mattina di sole. Il maltempo è comunque previsto per il tardo pomeriggio e questo ci da un buon margine operativo. Dal confine ligure siamo in tre: Veronica, Andrea ed io. Abbiamo appuntamento a Passo Croce con Salvatore e Giuseppe: come sempre li incontriamo sorridenti alla marginetta del passo, il tempo di spostare il materiale e partiamo per Fociomboli. Siamo molto rapidi e in breve ci troviamo all’ingresso, entriamo intorno alle 10:00. La progressione è fluida. Oggi sui pozzi troviamo solo dello stillicidio. Sul Pozzo del Balcone modifichiamo l’armo per renderlo più comodo in uscita. Il successivo, asciutto, è quello che ci porterà in direzione del Fondo di -200. La mia speranza è di intercettare il traverso visto alla base del Pozzo delle Donne Rana. Salvatore e Giuseppe si occupano dell’armo del P30. Veronica, Andrea ed io seguiamo con le operazioni di rilievo. Alla base di questo viene intercettata una forra attiva e molto lavorata: mi ricorda il Ramo dei Lupi. Proseguiamo in direzione del flusso d’acqua, in quanto a monte risulta impraticabile. Proseguiamo fino ad un bivio, che a vista solo uno di noi sarà in grado di passare: Veronica si lancia con molto “entusiasmo” o meglio, essendo l’unica che agevolmente non avrà problemi, non ha avuto alternative. Ci comunica di essere arrivata alla base di un pozzo che sale a gradoni. Andrea ricorda che, vari anni prima, aveva sceso un pozzo che inizia dal traverso di Maria Giulia e si era trovato davanti ad un passaggio stretto e con ragionevole certezza potrebbe essere quello appena oltrepassato da Veronica. Sarà un’ottima occasione per chiudere un anello con il caposaldo che Veronica ha segnato alla base del pozzo. Proseguiamo per la via principale. In lontananza si sente un vociferare di Salvo e Giuseppe intervallato dal rumore sordo del trapano. In breve li raggiungiamo e con mia sorpresa e gioia ci troviamo sul traverso che speravo di intercettare: a 15 m la base del pozzo, ma ahimè abbiamo finito gli ancoraggi, serviti per ripristinare il traverso, e non possiamo chiudere la poligonale con il Ramo delle Donne Rana. Possiamo procedere con il rilievo: oltre il traverso la forra prosegue e dopo una quarantina di
Progetto ORCO - Sezione Farolfi Zona: Ramo delle Donne Rana - Fondo di -200
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Sviluppo spazile : 625,5 m - Dislivello : - 120 m Data 24.11.2023 Squadra : Leandro Caprini, Alessandro Valli, Paolo Brunettin Data 29.09.2024 Squadra: Duccio Pieri, Paolo Brunettin Data 07.12.2024 Squadra : Veronica Bacchinucci, Andrea Brondi, Paolo Brunettin Data 21.12.2024 Squadra : Daria Pecchioli, Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin Data 28.12.2024 Squadra : Andrea Brondi,Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin Data 11.01.2025 Squadra : Alessio Betti, Paolo Brunettin Restituzione : Paolo Brunettin Strumentazione: SAP6,Distox2, Topodroid
rdr - 0
P20 -10
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P15 -30
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rdr 17 -50
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Maria Giulia
-60 Giulia Maria
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Dal Passatore -80
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P. delle Donne Rana
-100
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rdr 37 fd 200
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Sezione Ramo delle Donne Rana Fondo di -200 di Paolo Brunettin
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metri si getta in un pozzo molto bagnato e valutato profondo una trentina di metri. C’è molta aria e dalla parte opposta del pozzo, si vede chiaramente la prosecuzione della forra. Sarà interessante proseguire (da notizie successive ho saputo che si tratta di un ramo esplorato dai bolognesi). Dopo una pausa prendiamo la via del ritorno. Alle 17:30 siamo fuori sotto una pioggia incessante. Il tempo di arrivare alle auto e siamo fradici. Mi viene da dire: “Belin! Il Farolfi non perdona né dentro né fuori”. Comunque la serata finisce con gli amici di sempre, incontrati al Ristorante La Pollaccia dalla Daniela... e una birra: le cose semplici sono sempre le migliori.
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Partecipanti: Veronica Bacchinucci, Andrea Brondi, Paolo Brunettin (Kunze), Salvatore Iannelli, Giuseppe Micheli. Ramo del Fondo di -200, 21 dicembre di Paolo Brunettin Dopo un venerdì grigio e uggioso, oggi è decisamente una mattina di sole pieno, fredda ma bella, una classica giornata invernale, il solstizio ci saluta. In alto, sul versante nord delle Apuane si intravede una spolverata di neve. Il mio pensiero va alla strada che sale da Passo Croce a Fociomboli e se sarà praticabile. Scrivo sulla chat del progetto ORCO per avere notizie meteo aggiornate e, poco dopo ormai a Passo Croce, ricevo una bella foto dalla squadra che entra dall’Ingresso del Becco, diretta al Nodo dell’OM: c’è neve, ma non crea problemi. Noi siamo diretti in Farolfi, siamo in sette, l’obiettivo è chiudere la poligonale dal Ramo dei Bolognesi fino al Fondo di -200. Alla marginetta, poco prima di Fociomboli, ci si prepara in tutta fretta per il freddo pungente e dopo aver distribuito il materiale ci si incammina verso l’ingresso. La progressione è fluida e in poco più di un ora siamo al traverso riarmato da Salvatore e Giuseppe la volta precedente. Da questo punto si dovrà armare il saltino che ci porterà alla base del Pozzo delle Donne Rana. Mentre Giampaolo e Alessio preparano la calata, Fabio e Leonardo percorrono un rametto laterale che terminerà in una saletta con la scritta a nero fumo GSB-88. Daria, Raffaella ed io prepariamo la strumentazione da rilievo, accordandoci su come
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procedere con le misurazioni. Appena pronti io e Daria partiamo con l’acquisizione dei dati, mentre Alessio e Giampaolo precedono per attrezzare una risalita che ci porterà alla base del pozzo collegato con il Ramo del Passatore: è presente molta acqua, ma facilmente evitabile. I ragazzi sono rapidi nell’attrezzare la risalita e noi dietro con la mappatura. In breve siamo alla base del pozzo, non rimane che rilevare un ramo laterale, come indicatoci da Leo Piccini. Fondo di -200 Farolfi - Daria Pecchioli In conclusione la risalita viene disarmata e la corda lasciata sul posto, perché Alessio e Giampaolo trovano una risalita in una condotta che punta in direzione SE: altro giro di giostra per la prossima volta. In breve siamo sulla via del ritorno e alle 18:30 siamo fuori. Non rimane che appagare la nostra sete e soddisfare il nostro appetito dalla Daniela: con grande sorpresa scopriamo che è pure il suo compleanno. Partecipanti: Alessio Augugliaro, Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin (Kunze), Raffaella Cavana, Fabio Luisini, Giampaolo Mariannelli, Daria Pecchioli.
Fondo di -200 Farolfi (Daria Pecchioli)
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Arrivo del Pozzo delle Donne Rana al Fondo di -200 (Daria Pecchioli)
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Ramo del Passatore, 28 dicembre di Alessio Betti È un sabato mite e soleggiato quello che attende i numerosi avventori dell’Abisso Farolfi. Dopo il tipico ritrovo a Ripa, il gruppone di liguri e apuani (4+6) sale a passo Croce in attesa di Leonardo, il quale alle 10:07 spaccate fa capolino con la sua auto dall’ultimo tornante prima di Passo Croce. Giusto il tempo di fare qualche foto alla Corsica all’orizzonte, che le squadre hanno recepito i piani di lavoro. I liguri, capitanati da Paolo Kunze, andranno a rilevare uno degli n-esimi rami intercettati nelle uscite precedenti nelle zone di Maria Giulia, mentre i toscani (= apuani + Leo), coadiuvati da Leonardo e Nadia, si dedicheranno alla continuazione del rilievo del Ramo del Passatore. Alle 11:15 il gruppo toscani inizia ad entrare alla volta del Campo Base di Mordor (CB). Dopo uno spuntino fugace (forse anche troppo, rispetto alle energie che nel seguito si sarebbero rivelate necessarie!), viene fatta razzia di buona parte del materiale presente al campo (16-17
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Cunicoli lungo il Ramo del Passatore (Fausto Uccheddu)
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piastrine con ghiera, 1x10 m, 3x25 m, 1x50 m, 1x60 m) per procedere alla volta del Ramo del Passatore. Provenendo dal CB lungo la galleria principale di Mordor, Lorenzo arma il secondo sfondamento che si incontra a sinistra e, su indicazioni di Leo, individua dopo pochi metri la fessura nella quale farsi strada. Da lì, dopo un’altra decina di metri di condotta orizzontale e qualche saltino, si giunge ai piedi di una condotta da risalire “comodamente” strisciando grazie alla sua sezione lenticolare alta poco più di mezzo metro e larga uno, la quale procede in direzione SE per una quarantina di metri. Mentre in coda Leo, Silvia e Nadia iniziano il rilievo, in testa Lorenzo, Francesco, Fausto e il sottoscritto si fanno strada nella condotta assieme ai diversi sacchi di materiale. Dopo non poche imprecazioni (alla fine ci si interrogherà se aver fatto salire i sacchi con la corda sia stata la scelta più azzeccata), la condotta finalmente allarga e, dopo una strozzatura, permette di entrare in una spaccatura verticale che, dopo un’altra decina di metri, conduce ad un pozzo da 20 m circa. Finalmente un po’ di spazio! Dopo essersi ripreso dalla “comoda” salita, Lorenzo pianta il primo fix della giornata e, dopo un paio di frazionamenti, permette a tutta la squadra di trovarsi sul pavimento di un altro grande ambiente. Nell’attesa che sopraggiunga Leo per fare il punto, Nadia prova ad arrampicare una condotta a monte del salone, da cui proviene sia aria che acqua, ma che presto sembra chiudere (ancora da rilevare). Forra tra P20 e P40 del Ramo del Passatore - Nadia Ricci Francesco trova invece la prosecuzione verso il fondo della sala, da cui una spaccatura sulla sinistra porta ad un pozzo di 15 metri. Preparato l’armo, si raggiunge il pavimento e si inizia a seguire la strada dell’acqua che, dopo una sessantina di metri di salterelli in discesa, porta all’inizio di un lungo meandro orizzontale, il quale termina alla sommità di un ampio pozzo di circa 40 metri. Ormai sono le 19 e il gruppo di testa, rimasto con i fix contati per armare giusto quest’ultimo pozzo, attende le rassicurazioni di Leo per pro-
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Squadra liguri: Andrea Brondi, Leonardo Brunettin, Paolo Brunettin (Kunze), Caterina Pagano.
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Squadra toscani: Silvia Balloni, Francesco Battistini, Alessio Betti, Nadia Ricci, Lorenzo Tognocchi, Fausto Uccheddu (GSAApuano) e Leonardo Piccini.
Ramo del Fondo di -200, 28 dicembre di Leonardo Brunettin Aggiungo alla relazione di Alessio la parte relativa al gruppo “liguri”, composto da me, Paolo (Kunze), Andrea e Cate. Entriamo alle 11:30 circa, poco dopo l’ingresso del gruppo toscani, con l’obiettivo di rilevare il cosiddetto Pozzo Calcutta e chiudere così la poligonale del Ramo del Fondo di -200. Procediamo abbastanza spediti e, dopo aver sceso i vari pozzi, ci infiliamo con un comodo pendolo in una finestra che ci porta in una saletta subito sotto i traversi del Ramo di Maria Giulia. A questo punto ci dividiamo in due squadre: una composta da me e Andrea, che inizia ad armare il Pozzo Calcutta, mentre Pa’ e Cate iniziano il rilievo dal cs 22, collegandolo alla saletta sottostante. Dopo un breve meandro ci troviamo all’attacco del pozzo (di una trentina di metri circa), in un bell’ambiente molto ampio. Andrea arma velocemente e, quando ha praticamente finito, veniamo raggiunti da Kunze. Scendiamo il pozzo e l’ultima parte della forra per trovarci infine al cs 101, da dove io e Pa’ cominciamo il rilievo a salire, seguiti da Andrea che disarma. Ritornati in cima al pozzo, Pa’ si infila brevemente nella piccola diramazione che parte da lì, prendendo un altro paio di misure di rilievo. Concludiamo velocemente anche il rilievo del meandro, ricongiungendoci alla saletta sotto i traversi di Maria Giulia e chiudendo la poligonale. Dopo un veloce spuntino ripartiamo, dirigendoci all’uscita e intorno alle 18:15 siamo fuori. Arrivati alle auto affamati, scopriamo che il Ristorante La Pollaccia è chiuso per ferie. Ripieghiamo quindi sul pub a Seravezza, dove ci aspettano un ottimo stinco e una meritata birra.
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cedere. Oltre il pozzo si dovrebbe presto giungere al Ramo del Fondo di -200, armato le volte scorse da Kunze, quindi Lorenzo si gioca gli ultimi 2 fix per la calata, la quale riesce perfettamente nel vuoto e perfettamente bagnata, grazie alla cascata d’acqua proveniente dal meandro. Una volta in fondo fa però capire al resto del gruppo rimasto all’asciutto che occorre ancora un’altra corda per procedere, pertanto non mi resta che raggiungere il compagno d’armo, approfittando così della docciata per dilavare buona parte della sabbia spolverata nella condotta e completare la panatura con tutta quella rimastami addosso. Lorenzo che arma la calata sul P40 - Nadia Ricci Con l’ultima 25 rimasta viene armato un ultimo saltino, il quale presenta un vecchio anello e un fix molto più recente. Che sia qualcosa messo da Kunze? Fortunatamente è così e, dopo una breve disarrampicata, riconosco l’ambiente visto assieme a Paolo K e Fabio Luisini qualche settimana fa in occasione del disarmo (e battesimo) del ramo Belin che T’anega (Ramo delle Donne Rana). E ci sono pure delle corde nuove che vanno verso l’alto! Viste le buone possibilità di evitarsi la doccio-risalita del 40, ci raggiunge Nadia, mentre gli altri, dissuasi dallo speleo-lavaggio, preferiscono fare ritorno al CB dalla via dell’andata. Entrati nella condotta che affaccia sul Pozzo delle Donne Rana, un lungo meandro ci porta alla prima di una serie di corde che dal Fondo di -200 permettono di risalire sino al bivio di Maria Giulia. Giusto il tempo di incamminarsi verso l’uscita, che giungono le voci dell’altra metà di gruppo proveniente dalla condotta che porta al CB di Mordor. Alle 23:00 tutto il gruppo toscani è fuori, portando a casa qualche kg di sabbia, un po’ di fame (la Daniela è in ferie, sigh!) e soprattutto 300 m di nuovo rilievo.
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Forra tra P20 e P40 del Ramo del Passatore (Nadia Ricci)
Lorenzo che arma la calata sul P40 (Nadia Ricci)
Considerazioni sul Ramo del Passatore, 28 dicembre di Leonardo Piccini Aggiungo due cose riguardo al Ramo del Passatore il cui rilievo, come ricorderete, era tra le priorità. Non ero così fiducioso, ma alla fine siamo riusciti nell’intento grazie all’ottimo lavoro di squadra. Il cunicolo in salita su cui ci eravamo fermati nel 2023 Pierpaolo e io ci ha fatto penare non poco e ha richiesto quasi un’ora di “sfregamenti”. In cima però ci si affaccia su un ampio ambiente, in cui arriva acqua e aria. L’aria arriva da sotto e sale in camini (verso ingressi alti), guardandosi bene dall’infilarsi nel cunicolo. Bisognerà quindi tornare a tentare una risalita o un traverso da sopra il P20. Ai piedi del P20 si arriva su un collettore, che sabato aveva 2-3 l/s di portata. Non poco. Forse l’arrivo più consistente in tutto il Farolfi. Per inciso la forra ha tratti molto belli, col pa-
vimento traforato di marmitte sfondate. La parte del torrente in salita sotto il P15 è tra i posti più belli che abbia mai visto in Farolfi. Rimane da capire da dove viene quell’acqua. La direzione è da ovest, a testimoniare il fatto che a ovest del Farolfi conosciuto deve esserci molta grotta da esplorare. Passato l’inverno mi dedicherei alle numerose risalite che aspettano, puntando a ponente. Per tornare al Passatore ora possiamo scegliere tra 40 m di pozzo ampio, ma mooolto bagnato oppure 40 m di cunicolo solo un po’ umido, ma mooolto scomodo. Non so cosa sia meglio. Forse conviene che un paio di volontari ripercorrano la via dei cunicoli con trapano e una manciata di fix, per spostare l’armo sul P40 fuori dalla cascata. Dopo di che merita forse risalire dal Fondo di -200, disarmando in discesa. Bisogna comunque rivedere bene, rilievo alla mano, tutta la zona, perché magari esiste un ulteriore collegamento che evita pozzo e strettoie.
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AMBIENTE
La vulnerabilità degli acquiferi carsici di Alessia Nannoni Dipartimento di scienze della Terra, Università degli Studi di Firenze; Commissione Scientifica della Federazione Speleologica Toscana; Gruppo Speleologico Pistoiese
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sorgenti potenziali di contaminazione e il rischio legato a un particolare tipo di inquinante, si parla invece di vulnerabilità integrata e specifica. Come previsto dalla legislazione italiana, il prodotto di uno studio della vulnerabilità è la carta della vulnerabilità, ovvero la mappatura della possibilità di diffusione di un contaminante nell’acquifero, in funzione delle caratteristiche del terreno di superficie e delle condizioni idrogeologiche. La normativa vigente in Italia definisce la contaminazione come qualunque sostanza immessa nell’acquifero dall’uomo o da fenomeni naturali, la cui concentrazione è tale da superare dei limiti di qualità dell’acqua. La legge definisce le soglie di concentrazione proprio allo scopo di proteggere la risorsa idrica. La tutela delle acque nel nostro Paese si pone infatti due obiettivi: mantenere l’efficienza dei processi naturali di autodepurazione dei corpi idrici e il mantenimento dei requisiti di qualità dell’acqua per un uso specifico (ad esempio per il consumo potabile). I tipi di inquinanti si distinguono innanzitutto in base a come vengono trasportati dall’acqua: si parla di contaminazione chimica quando una sostanza inquinante è solubile in acqua (trasporto in soluzione) mentre si parla di contaminazione fisica quando un contaminante non viene disciolto ma provoca una variazione delle proprietà dell’acqua (es: intorbidimento per la presenza di sedimenti in sospensione nell’acqua). Un aspetto importante della contaminazione di un acquifero, oltre alla concentrazione del contaminante, è il suo tempo di residenza all’interno del sistema, ovvero quanto tempo occorre all’acquifero per smaltire la sostanza. Un tempo di residenza breve significa che il contaminante viene traspor-
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Acque sotterranee e inquinamento I maggiori rischi per le riserve idriche sotterranee sono l’eccessivo sfruttamento e il peggioramento della qualità dell’acqua a causa dell’inquinamento. Studi recenti hanno mostrato che, a scala globale, 844 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile (Machiwal et al., 2018). L’inquinamento dell’acqua legato alle attività antropiche è una tematica quanto mai attuale, poiché l’acqua è la risorsa fondamentale per l’uomo ed è sempre più a rischio a causa del cambiamento climatico. La valutazione del rischio e la protezione delle risorse idriche sono pertanto misure necessarie che presuppongono una conoscenza approfondita del funzionamento degli acquiferi e della loro risposta alla contaminazione. Dalla fine degli anni ’60 è stato introdotto il concetto di vulnerabilità come strumento utile ai decisori politici per pianificare e attuare le misure adeguate alla valutazione del rischio e alla protezione della risorsa idrica. La vulnerabilità di un acquifero all’inquinamento è definita come la suscettività intrinseca del sistema acquifero, nelle sue diverse parti e nelle diverse situazioni geometriche e idrodinamiche, ad ingerire e diffondere un inquinante fluido o idroveicolato tale da produrre impatto sulla qualità dell’acqua sotterranea, nello spazio e nel tempo (Civita, 1987). Questa definizione implica che la vulnerabilità è un concetto dinamico, legato ai numerosi fenomeni che intervengono nel meccanismo di contaminazione. La vulnerabilità intrinseca è una proprietà dell’acquifero, pertanto non dipende dall’origine e dalla natura dei contaminanti ma soltanto dalla struttura del sistema. Quando si associano vulnerabilità intrinseca, presenza di
Schema idrogeologico semplificato di un sistema carsico. L’infiltrazione avviene nella porzione più superficiale, l’epicarso, che è caratterizzata dalla presenza di un’estesa rete di fratture molto allargate. Si distinguono tre zone aventi flussi idrici distinti, dall’alto verso il basso: zona vadosa (flusso a pelo libero), epifreatica (o di oscillazione del livello dell’acqua) e freatica (flusso lento in pressione, zona perennemente allagata). (Modificato da Audra & Palmer, 2011)
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tato rapidamente attraverso l’acquifero. Questo implica però che la qualità dell’acqua alla sorgente peggiori drasticamente dopo l’immissione del contaminante perché il sistema non riesce naturalmente ad attenuare l’inquinamento. Gli acquiferi carsici Generalmente, gli acquiferi carbonatici sono estremamente vulnerabili alla contaminazione a causa della loro struttura, in particolare per la presenza di vie di infiltrazione rapida come inghiottitoi, fratture allargate e condotti sotterranei. Rispetto agli altri tipi di acquiferi, infatti, quelli carsici sono caratterizzati da elevate velocità del flusso idrico, soprattutto nella zona vadosa dove possono scorrere veri e propri fiumi sotterranei, le cui portate idriche variano notevolmente durante l’anno. In tale contesto idrogeologico, l’infiltrazione e la dispersione di contaminanti di varia natura è estremamente favorita, soprattutto durante gli eventi di piena. La scarsa capacità filtrante di questi sistemi rispetto ad altri tipi di acquiferi comporta la mancata at-
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tenuazione dell’inquinamento prima che l’acqua giunga alla sorgente, rendendola inadatta al consumo umano. I sistemi carsici sono inoltre estremamente eterogenei dal punto di vista idrogeologico. Il flusso idrico sotterraneo è, come detto, molto variabile sia nel tempo (eventi di piena, fasi di magra) che nello spazio (flusso lento nei pori della roccia, medio-rapido nelle fratture ed anche turbolento nei condotti). Circa il 96-99% dell’acqua viene immagazzinata nelle fratture presenti nelle rocce ma il 94-97% del flusso idrico avviene nei condotti. La complessità degli acquiferi carsici rende pertanto la protezione della risorsa idrica una sfida molto impegnativa, un aspetto non da poco considerando che circa il 25% della popolazione mondiale dipende da approvvigionamenti idrici da acquiferi carsici, incluse alcune capitali europee come Vienna e Roma. La problematica della marmettola negli acquiferi delle Alpi Apuane Il 12,6% del territorio toscano è coperto da terreni carsici ed include l’area delle Alpi Apuane.
Differenza fra la capacità di neutralizzazione della contaminazione di un acquifero poroso (A) e di un acquifero carsico (B). Le elevate velocità di flusso nei sistemi carsici comportano un rapido trasferimento dei contaminanti alle sorgenti (schema modificato da Ravbar & Šebela, 2015)
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elevate, fino alle creste montuose) all’aumento del rischio geo-idrologico, passando per la contaminazione degli acquiferi carsici apuani. Le operazioni di estrazione, taglio e squadratura dei blocchi di marmo in cava producono infatti ingenti quantità di polvere di marmo che mescolandosi con l’acqua diventa una fanghiglia localmente chiamata marmettola. Una parte di questa marmettola viene dispersa all’interno degli acquiferi carsici apuani, andando a intorbidire le acque sotterranee e talvolta a contaminare chimicamente le acque se associata a olii e metalli rilasciati dai macchinari estrattivi. Oltre a ciò, l’accumulo di marmettola negli acquiferi può impattare la dinamica della circolazione idrica sotterranea e compromettere gli ecosistemi sotterranei (Piccini et al. 2019). La problematica della marmettola è divenuta importante con l’introduzione del taglio a catena diamantata come tecnica per l’estrazione dei blocchi. Infatti, con questa tecnologia sono aumentati drasticamente i volumi di roccia estratti e con essi la quantità di polvere di marmo prodotta. Stime ARPAT basate sul PRAER 2007-2015 mostravano che a fronte di una produzione annua di 1.400.000 tonnellate di blocchi di marmo si è avuta la contestualmente la produzione di 56.000 tonnellate di marmettola. Una frazione della marmettola viene dispersa nell’ambiente per infiltrazione, ruscellamento e per i venti.
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Il territorio apuano rappresenta una delle aree carsiche più importanti d’Italia e gli estesi acquiferi carsici si sono sviluppati principalmente nel marmo e nei calcari affioranti nella zona. La ricarica d’acqua per infiltrazione in questi acquiferi è elevata, a causa sia alle ingenti precipitazioni tipiche dell’area apuana che alla fratturazione superficiale degli affioramenti delle rocce carbonatiche. Molti acquiferi apuani sono caratterizzati da basse capacità di immagazzinamento di acqua, poiché il grado di fratturazione dei marmi si riduce drasticamente scendendo in profondità. Infatti, si osservano grandi aumenti di portata alle sorgenti in occasione delle precipitazioni e basse portate in assenza di pioggia e fusione nivale (Doveri et al., 2019). Nonostante queste caratteristiche, i sistemi carsici apuani riforniscono d’acqua una popolazione locale di circa 4700 abitanti, a cui si aggiungono fino a 2.500.00 turisti nei mesi estivi. L’estrazione di materiali lapidei è un’attività che affonda le sue radici nel territorio apuano sin dall’epoca romana. Il comprensorio marmifero delle Alpi Apuane è rinomato a livello mondiale per l’estrazione del famoso marmo bianco di Carrara, oltre a un’ampia varietà di rocce. Alla filiera estrattiva è associata anche una complessa problematica ambientale che spazia dalla vera e propria demolizione di porzioni delle montagne (molte delle circa 150 cave si trovano a quote
Esempio di contaminazione da marmettola presso la sorgente captata di Tana dei Tufi; si nota come da una condizione di torbidità nulla (A. foto di Andrea Menichetti), l’acqua assuma un aspetto lattiginoso (B)
di deposizione dei sedimenti all’interno degli acquiferi carsici è controllata dall eterogeneità del flusso idrico nei vari compartimenti idrogeologici: nella zona vadosa si ha il trasporto dei sedimenti in sospensione quando la velocità del flusso idrico è molto elevata (per esempio durante le piene), mentre le particelle si muovono per rotolamento o trascinate sul letto dei condotti carsici quando la velocità diminuisce. Nella zona epifreatica e freatica, i granuli di sedimento si muovono in sospensione durante le piene mentre decantano sul fondo quando la velocità dell’acqua diminuisce. In zona epifreatica, i granuli si depositano sulle pareti e in polle quando il livello dell’acqua scende e la velocità diminuisce mentre in zona fratica i sedimenti tendono a rimanere intrappolati nelle strozzature e nelle condotte con flusso ascendente e lento. Lo studio della marmettola dal punto di vista sedimentologico è iniziato con una campagna di campionamento nei principali bacini estrattivi apuani. È stato necessario raccogliere diversi tipi di sedimento: in cava sono state prelevate polveri di marmo prodotte da macchinari di taglio differenti (catena e filo diamantato) e quelle
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L’ammontare di tale frazione dipende dall’efficienza in cava nel recuperare la polvere per poi smaltirla opportunamente. La marmettola come sedimento antropogenico: studi recenti Dal punto di vista scientifico, è necessario capire come la marmettola si muove negli acquiferi apuani, quanta ne viene immagazzinata nei sistemi carsici e il suo tempo di residenza negli stessi. Da alcuni anni è stato avviato uno studio multidisciplinare da ARPAT e il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze (DST-UNIFI) proprio per comprendere la natura di questo contaminante e la sua circolazione negli acquiferi carsici. La marmettola è di fatto un sedimento di origine antropica che si muove all’interno dei sistemi carsici: lo studio delle caratteristiche morfologiche e chimico-mineralogiche fornisce informazioni sulle dinamiche di infiltrazione e di circolazione nei sistemi. In linea generale, la dinamica di trasporto e
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(A) Meccanismi di trasporto dei sedimenti e dei contaminanti chimici in acqua ( fonte: Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo). (B) Sezione della sorgente della Pollaccia che mostra delle strozzature (cerchiate in nero). Queste sezioni sono trappole ideali per i sedimenti, soprattutto quando la velocità di flusso diminuisce dopo una piena (modificato da Piccini et al., 2023)
Sezione idrogeologica schematica di un sistema carsico apuano che mostra dove sono stati campionati i sedimenti (rombi colorati)
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carsici non interessati da attività estrattiva, infatti derivano dall’alterazione di rocce che non vengono estratte. Lo studio integrato di forma, morfologia superficiale e chimica svolta al SEM-EDS ha permesso di riconoscere forme caratteristiche per granuli di origine e composizione diversa. I granuli delle polveri di marmo si distinguono per avere forme molto spigolose e abbastanza regolari, inoltre possono presentare sulla superficie delle incisioni presumibilmente dovute al taglio dei blocchi in cava. Le particelle di calcite e dolomite che compongono i sedimenti di grotta antichi si contraddistinguono per le forme da alterazione naturale. I sedimenti di grotta recenti, quelli di sorgente e quelli di fiume sono costituiti da un mix di materiali naturali e antropogenici, in funzione della struttura dell’acquifero e, soprattutto del grado di contaminazione da marmettola. Un esempio emblematico è la sorgente del Cartaro: i sedimenti prelevati dalle vasche di decantazione hanno un aspetto praticamente identico ai campioni di marmettola pura. Considerazioni simili possono essere fatte per i sedimenti campionati presso il Canale del Giardino e per il Canale delle Volte (Monte Corchia), due corsi d’acqua superficiali che ricevono acqua da ravaneti.
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depositate nei piazzali di cava. In grotta sono stati campionati sedimenti sia nelle condotte vadose attive, ovvero in cui scorre attualmente l’acqua, che in quelle ormai inattive e i cui depositi sedimentari sono sicuramenti di origine naturale antica. I sedimenti sono stati raccolti anche nelle sorgenti carsiche e in alcuni fiumi contaminati da marmettola. I campioni sono stati analizzati presso i laboratori del DST-UNIFI mediante tecniche analitiche differenti: a) microscopia a scansione elettronica associata alla spettroscopia a raggi X (SEM-EDS) per incrociare i dati di forma e dimensione dei granuli del sedimento con la loro composizione chimica; b) microscopia ottica ad alta risoluzione per studiare nel dettaglio forma e dimensione dei granuli; c) diffrattometria a raggi X per studiare la composizione mineralogica dei sedimenti. Per quanto riguarda la mineralogia, le polveri di cava sono composte quasi al 100% da calcite (carbonato di calcio) mentre i sedimenti di grotta, sorgente e fiume sono composti da proporzioni variabili di calcite, dolomite (carbonato di calcio e magnesio) e da silicati. I sedimenti di grotta antichi sono composti almeno per il 35% da dolomite: questo concorda con il fatto che provengono da aree dei sistemi
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Esempio di analisi al SEM (in alto a sinistra): si possono effettuare osservazioni sia morfologiche (modalità elettroni secondari) che microchimiche (elettroni retrodiffusi) per ogni singolo granulo. Dalle analisi microchimiche si risale alla composizione mineralogica dell’intero campione. Le composizioni dei campioni sono riportate, espresse in volume percentuale, nel diagramma triangolare in alto a destra. I sedimenti di grotta antichi si distinguono per l’abbondanza di granuli di dolomite (infatti sono più spostati verso il vertice superiore, corrispondente al 100% di dolomite) mentre le polveri di marmo sono tutte concentrate nel vertice del 100% calcite (cerchio viola). I dati delle dimensioni dei granuli sono invece riportati nel diagramma in basso a sinistra. I campioni composti da particelle mediamente più fini sono le polveri derivanti dal taglio con filo diamantato (come mostrato dalla foto SEM in basso a destra) mentre i più grossolani sono i campioni di grotta recenti. (Modificato da Nannoni et al., 2021)
Lo studio dettagliato della forma e delle dimensioni delle particelle ha permesso di riconoscere forme caratteristiche per granuli di origine e composizione diversa. Mediamente i granuli delle polveri di cava hanno dimensioni inferiori a quelli degli altri tipi di sedimento, nonostante ci sia sovrapposizione fra le curve di distribuzione delle dimensioni dei vari sedimenti. Si osservano anche delle differenze fra i diversi tipi di polvere di cava: le polveri derivanti dal taglio
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con il filo diamantato sono formate da particelle più piccole di quelle che costituiscono le polveri da taglio con catena diamantata e le polveri campionate nei piazzali di cava. I sedimenti mediamente più grossolani (sabbie fini) sono quelli campionati nei condotti vadosi attivi. Questo è in accordo con le condizioni di flusso nella zona vadosa: la velocità di flusso è tendenzialmente troppo elevata per consentire la deposizione del materiale più fine, soprattutto in caso di piena. I
Immagini scattate con il SEM-EDS che mostrano le morfologie caratteristiche dei vari tipi di sedimento. (A) La polvere di marmo presenta granuli squadrati con forme peculiari sulla superficie come le incisioni parallele probabilmente lasciate dai macchinari di taglio (linee tratteggiate gialle sul granulo di calcite, Cam nel box). (B) I sedimenti di grotta antichi mostrano delle geometrie sulla superficie dei granuli date dai processi di alterazione naturali (si vedano i granuli di calcite e dolomite alterati, rispettivamente calt e dalt ). (C) I sedimenti di sorgente, come quelli di grotta recenti, mostrano proporzioni variabili di granuli di calcite sia naturalmente alterati (Caalt ) che derivanti dal taglio in cava (Cam), oltre a dolomite e silicati (Si). (D) Esempio di corso d’acqua superficiale pesantemente contaminato dalla marmettola, i granuli sono quasi identici a quelli osservati in (A). (Immagini tratte da Nannoni et al., 2021)
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gono messe in movimento più facilmente delle particelle aventi forme più irregolari. Le polveri derivanti dal taglio a catena diamantata mostrano le distribuzioni statistiche di forma più simili a quelle dei sedimenti di sorgenti e fiumi contaminati da marmettola. Ciò è legato al fatto che una parte sostanziale dell’infiltrazione della marmettola negli acquiferi è direttamente legata al taglio dei blocchi di marmo sui fronti di scavo: quando la catena diamantata intercetta delle fratture aperte nella roccia, avviene l’immissione immediata della polvere di marmo nella parte più superficiale degli acquiferi apuani.
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sedimenti di sorgente hanno dimensioni più eterogenee in funzione della struttura dell’acquifero che le alimenta e al livello di contaminazione da marmettola. Anche l’analisi dettagliata della forma delle particelle concorda con le osservazioni precedenti: statisticamente, i differenti tipi di polveri di cava mostrano forme parzialmente diverse. Inoltre mostrano forme più spigolose, mentre le particelle dei sedimenti di sorgente hanno le forme più arrotondate. Ciò è dovuto al fatto che, a parità di dimensioni delle particelle, la zona freatica filtra i sedimenti per forma: in caso di flusso lento, le particelle più arrotondate ven-
Conclusioni e sviluppi futuri La vulnerabilità degli acquiferi carsici è elevata ed è dovuta primariamente alla loro struttura e secondariamente al tipo di inquinante. È inevitabile che attività antropiche come l’estrazione del marmo abbiano un forte impatto sulla risorsa idrica oltre a livello paesaggistico. Studiare la dispersione dei contaminanti negli acquiferi è uno strumento fondamentale per la tutela delle acque. Attualmente non sappiamo quanta marmettola sia immagazzinata negli acquiferi apuani. È in corso lo studio sulle quantità di marmettola rilasciate durante gli eventi di piena, aspetto che permetterà di valutare più dettagliatamente l’impatto ambientale delle cave. Al deterioramento della qualità dell’acqua sotterranea si somma il fatto la marmettola infiltrata può modificare la
circolazione sotterranea e la quantità d’acqua immagazzinata per ostruzione di pori e fratture nella roccia, riducendo quindi l’acqua potenzialmente destinata al consumo umano. Lo studio sedimentologico delle polveri di cava e dei sedimenti contaminati e incontaminati rinvenuti nei sistemi carsici apuani ha permesso di riconoscere caratteristiche mineralogiche, morfologiche e dimensionali che dipendono dall’origine dei materiali, dalle condizioni di trasporto e deposizione negli acquiferi e dal grado di contaminazione da marmettola. La collaborazione fra ARPAT e DST-UNIFI è tuttora in corso e i dati forniti dalla rete di monitoraggio idrologico degli acquiferi apuani permetteranno, insieme ad ulteriori attività di campionamento, di valutare caso per caso le criticità legate all’attività estrattiva.
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AMBIENTE
Il sistema estrattivo, la tutela degli ambienti montani e delle acque di Mauro Chessa, Presidente della Commissione Regionale Tutela Ambiente Montano della Toscana Il convegno del novembre scorso a Seravezza (“Acqua - Bene indispensabile. Acquiferi carsici, una risorsa da conoscere e salvaguardare”) ha consentito di portare in un ambito prevalentemente scientifico un argomento apparentemente dissonante. La questione della devastazione delle Apuane, pur intersecando fortemente le attività speleologiche ed avendo ricevuto informazioni importanti da questa attività, non è infatti materia per-
cepita come declinabile sul piano della ricerca e dell’approfondimento scientifico, ma piuttosto come un tema genericamente ambientalista. In realtà non è così in quanto l’analisi di ciò che accade sulle Apuane è stata ricondotta ad un preciso modello socio-economico. Recentemente la Dott.ssa Benegiamo, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, ci ha aiutato a comprendere, con
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Il bacino marmifero di Torano visto dal M. Sagro (Mauro Chessa)
nel 1996 per descrivere lo sfruttamento a scopo di lucro delle risorse forestali del Brasile, ma trova radici nello sfruttamento coloniale che si è sviluppato molto tempo prima. In buona sostanza è un modello che si basa su tre aspetti caratterizzanti: 1) una forte polarizzazione nella distribuzione degli utili (agli imprenditori o soggetti che lo attuano) e dei costi (sulla popolazione); 2) un notevole impatto ambientale, condizione essenziale alla riduzione dei costi e alla piena disponibilità della risorsa; 3) l’impoverimento del territorio nelle sue componenti sociali e ambientali. Queste condizioni configurano un quadro socio-economico che ci potremmo attendere in un contesto terzomondista e non certo in Italia e ancor meno in Toscana. È quindi necessario dare contenuto a ciascuna di esse, come argomentato nei seguenti paragrafi.
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gli strumenti della scienza, di cosa si tratta. In particolare il percorso condiviso dal CAI con numerosi altri soggetti collettivi, segnatamente per l’organizzazione del convegno e della manifestazione che si sono tenuti nel dicembre 2023 (“Le Montagne non ricrescono”, 16 dicembre 2023, Carrara. hhps://16dicembrecarrara.it), ha consentito di dare una definizione scientifica a quanto vediamo accadere: estrattivismo. Estrattivismo non è sinonimo di attività estrattiva, è un modello di sviluppo non necessariamente legato a questa attività ed ha una definizione di validità generale: “un modello socio-economico basato sulla rifunzionalizzazione dei territori a favore dell’estrazione intensiva o estensiva di una specifica risorsa, allo scopo di commercializzarla nei mercati globalizzati”. Questa è la definizione che la stessa Dott.ssa Benegiamo ci ha offerto in occasione del convegno di dicembre. Il termine, tuttavia, è stato coniato
Cisterna abbandonata sul crinale del M. Pesaro (Mauro Chessa)
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Cave del M. Maggiore (Mauro Chessa)
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Costi a carico della popolazione Da Post del 22 marzo 2024: «La marmettola è anche responsabile dell’inquinamento dell’ac-
qua potabile che deve essere depurata prima di essere immessa nella rete idrica. In località Cartaro, sopra Massa e vicino al fiume Frigido, un impianto di depurazione è attivo 24 ore su 24. Nei serbatoi installati nella parte inferiore si vedono cumuli di marmettola filtrata dall’acqua. Ogni anno nell’impianto di Cartaro passano 7 milioni di metri cubi di acqua e rimangono bloccate 400 tonnellate di marmettola. Sono necessari sette cicli di depurazione contro un solo ciclo prescritto negli impianti di questo tipo: la depurazione costa quasi 400mila euro all’anno di soldi pubblici.». Da La Voce Apuana del 2 maggio 2024: «Un nuovo impianto al Cartaro per rimuovere i fanghi della lavorazione del marmo. … ha un costo di 150mila euro. La decisione di Gaia, a seguito del controllo delle autorità al depuratore, dove erano state rinvenute grandi quantità di fanghi.». Inoltre secondo dati del Comune di Carrara la strada dei marmi è costata allo stesso Comune 120 milioni; il Comune paga circa 6,5 milioni
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Forte polarizzazione nella distribuzione degli utili (agli imprenditori o soggetti che lo attuano) Questo aspetto è stato esemplarmente chiarito nella trasmissione Report (RAI 3) del 21 aprile 2024. In quella occasione Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia quindi una persona che tratta generalmente gli enormi profitti delle attività criminali – analizzando i dati economici del comparto marmifero e considerando la redditività degli investimenti si è così espresso: “forse chi tratta stupefacenti ha un rapporto così”; “utili imbarazzanti”; “è un comparto incredibile, io non ho mai visto una roba del genere”. Non è necessario aggiungere altro per avere la misura di quanto siano ingenti gli utili generati, a beneficio dei privati, dal comparto marmifero apuano.
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ogni anno solo di interessi sul mutuo. La pulizia (insufficiente) delle strade a monte costa 300.000 € ogni anno. La manutenzione della viabilità continuamente sollecitata dal traffico pesante è un buco nero (14 milioni di interventi infrastrutturali). A fronte di questi esborsi il Comune percepisce con la tassa marmi un massimo di 67 € a tonnellata a fronte di una valore anche di 10.000 € a tonnellata del marmo. Con un proprio Regolamento il comune ha stabilito che gli industriali del marmo lascino alla città, finanziando progetti che loro stessi sceglieranno, una percentuale ridicola dei loro utili (Ranucci nella citata puntata di Report l’ha definita “una mancetta”), in cambio di vantaggi che si misurano in diverse centinaia di milioni euro ogni anno e molti milioni di metri cubi di monte distrutti. Ma i costi a carico della popolazione non sono
Cave dei Vallini del Sagro (Mauro Chessa)
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solamente economici. Da La Voce Apuana del primo maggio 2024: «Morti e incidenti sul lavoro, a Massa-Carrara +10,2% di infortuni e +34,4% di malattie professionali» …. Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro: «Alle Istituzioni diciamo quanto sia necessario fare un esame di coscienza e qualche domanda in più». Dai dati diffusi dall’INAIL risultano dal 2000 al 2021, nella provincia di Massa Carrara, 1.826 incidenti nel comparto lapideo. 30 infortuni gravi, gravissimi o mortali, verificatisi nel comparto delle cave a Massa Carrara tra il 2006 e il 2022. A fronte di questo pesantissimo bilancio risultarono particolarmente gravi, tanto da aver suscitato lo sdegno dei sindacati e non solo, le parole che Alberto Franchi, AD della Franchi Umberto Marmi, pronunciò nella citata puntata di Report: “Qua si fanno male perché sono deficienti” “incidenti che ci sono stati negli ul-
timi dieci anni, mi spiace dirlo, ma purtroppo è colpa dell’operaio”, come se, ammesso che sia vera la leggerezza dei dipendenti, l’imprenditore non avesse il dovere di garantire la sicurezza e il potere di intervenire sui suoi sottoposti con provvedimenti che possono giungere al licenziamento, per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. Non solo i lavoratori pagano questo prezzo. Una delle cause dei 4 eventi alluvionali disastrosi con 2 morti e oltre 200 milioni di euro tra danni e opere di ripristino e dei 14 allagamenti significativi di Marina di Carrara è certamente il notevole apporto di detriti che giunge dalle cave. Nel rapporto di perizia dei CTU nell’inchiesta successiva all’alluvione del 2003 (Dott. Geol. Alfonso Bellini, Ing. Pietro Misurale) si legge «Nel bacino del Carrione sono presenti settori costituiti da detriti derivanti e/o connessi con l’attività estrattiva del marmo che, formando un abnorme contributo di materiali solidi, hanno provocato straripamenti e danni. Le attività estrattive rappresentano un elemento determinante nella connotazione dell’evento alluvionale.». In quell’occasione furono indagati per omicidio colposo e omissione di atti d’ufficio 2 sindaci, 10 dirigenti comunali, 2 dirigenti del Genio Civile, 32 industriali del marmo. Nessuno è stato condannato perché il processo si è aperto 8 anni dopo il disastro e 20 giorni prima della prescrizione.
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Ci sono quindi tutte le condizioni per poter affermare che il comparto apuano è afflitto dal modello di “sviluppo” definito estrattivismo, tipico delle aree nelle quali gli interessi economici di pochi prevalgono su quelli collettivi. Ma un modello socio- economico non può svilupparsi se non nella accondiscendenza delle Istituzioni. Tale accondiscendenza fu eclatante in occa-
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Notevole impatto ambientale, condizione essenziale alla riduzione dei costi e alla piena disponibilità della risorsa Non serve dilungarsi su questo tema perché sono evidenti la devastazione, l’occupazione caotica del territorio, l’inaccessibilità di vaste aree, la distruzione dei caratteri geologici, botanici, faunistici che interessano diffusamente le Apuane, così come l’inquinamento delle acque sotterranee e superficiali interne e marine, la perdita di biodiversità e di habitat, documentati anche nel convegno di novembre. Sulla qualità delle acque superficiali, segnatamente del Carrione, delle acque sotterranee, sulla estensione delle aree estrattive sono disponibili misurazioni di carattere scientifico ed evito in questa sede di riproporle.
Impoverimento del territorio nelle sue componenti sociali e ambientali Questo è l’argomento più controverso. Nell’immaginario collettivo il marmo è facilmente associato a ricchezza e benessere per Carrara e le aree limitrofe. Vale quindi la pena di chiarire questo tema. L’impoverimento ha una evidentissima dimensione economica. Secondo i dati ISTAT relativi al 2022, la provincia di Massa-Carrara ha un tasso di occupazione del 64,30% a fronte della media nazionale del 65,05%. In Toscana la percentuale più alta ce l’ha Firenze (77,50%) e la più bassa dopo Massa-Carrara la ha Livorno (70,90%). Quindi il differenziale Firenze-Livorno è lo stesso di quello Livorno-Massa Carrara, cioè quest’ultima provincia ha una occupazione totalmente fuori misura in senso negativo rispetto alla Toscana. La perdita di occupazione è un trend consolidato: negli anni ’20 del secolo scorso si è arrivati ad avere 20.000 lavoratori nelle cave. Negli anni ‘50 circa 16.000. Per il 2022 gli addetti per la provincia apuana nel settore estrattivo sarebbero 658, in netto calo rispetto agli oltre 800 del 2020 e 2021. Inoltre il materiale lavorato in zona è in costante diminuzione perché gli imprenditori preferiscono esportare il marmo in blocchi o lastre verso le aree dove la lavorazione costa meno. Di particolare e triste significato è anche il dato sulla imprenditoria giovanile nella provincia apuana; secondo i dati del Sole 24 Ore (rilevamento annuale della qualità della vita) tale settore imprenditoriale nel 2023 si è posizionato al 106° posto su 107 province - penultimo in Italia - a sancire come l’attività di impresa sia blindata, nelle mani di pochi soggetti che, oltre a fare profitti incredibili, non hanno alcuna propensione alla distribuzione della ricchezza.
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sione dell’iter di adozione del Piano di Indirizzo Territoriale della Regione, quando le interferenze degli interessi privati furono conclamate, tanto che la Prof.ssa Anna Marson, allora Assessore all’Urbanistica denunciò (articolo su Eddyburg - 2015) il conflitto «tra interessi collettivi e interessi privati, poi la presenza di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico», rilevando anche la «partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del consiglio regionale» e tra i motivi di depotenziamento del piano «nelle Apuane (sono state) cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni». All’atteggiamento spavaldo dell’imprenditoria del marmo fa sfondo anche la propensione di alcuni a sottovalutare la legalità, a partire dalla gestione della marmettola (che a norma di legge è un rifiuto, registrato anche nel Catalogo Europeo dei Rifiuti) e che invece viene molto spesso disperso illegalmente tramite il dilavamento delle acque superficiali che, sempre a norma di legge, dovrebbero essere intercettate e depurate. In un convegno del 2013, l’allora Responsabile del Dipartimento ARPAT di Massa Carrara Dott. ssa Gigliola Ciacchini, ebbe a dichiarare: «Lo smaltimento del fango di depurazione delle acque (detto localmente marmettola) come rifiuto è ancora un’eccezione, nonostante il fatto che sulle autorizzazioni sia quasi sempre indicato che la marmettola deve essere raccolta e smaltita» e «La gestione dei rifiuti è critica, normalmente si trovano rifiuti abbandonati in cave dismesse, senza che nessuno abbia provveduto a far attuare i piani di ripristino, almeno nella parte minima dell’allontanamento dei rifiuti presenti.». Da allora - di tutta evidenza - la situazione non è migliorata, anche e forse soprattutto a causa di una sostanziale corrività delle Istituzioni: particolarmente significative le dichiarazioni dell’Assessore all’ambiente del Comune di Carrara, riportate dalla stampa nel settembre 2023: «I cittadini preoccupati per l’inquinamento delle falde e per il torrente che raccoglie gli scarti di lavorazione. L’assessore Moreno Lorenzini tranquillizza: “E’ un fenomeno tipico del territorio. Nessun pericolo”». Secondo l’Assessore l’esito di una pratica illecita, la dispersione di un rifiu-
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to, è un fenomeno tipico del territorio e non deve preoccupare i cittadini. Sulla sensibilità delle Istituzioni nei riguardi del valore ambientale delle Apuane sono illuminanti anche le dichiarazioni del Presidente Giani in occasione del convegno “Dant fructus lapides” (Gorfigliano 24 febbraio 2024) quando ebbe a definire le Apuane un “giacimento economico” e auspicò che, dato che secondo lui a Carrara si procede ad estrarre marmo ‘senza tanti limiti’, non è corretto che nelle zone interessate dal Parco l’estrazione sia vincolata, tanto da creare (a suo parere) una disparità di trattamento tra una estrazione di serie A e una estrazione di serie B. Secondo il Presidente, quindi, questa disparità dovrebbe essere superata eliminando i vincoli nell’area del Parco, che è un Parco governato dalla Regione che lui amministra. Giani riuscì contemporaneamente a mostrare insensibilità ambientale e disconoscere l’utilità del regime vincolistico, dando la misura di quanto sia debole la volontà di tutelare l’ambiente e gli interessi collettivi. E lo sfondo è persino più tetro. L’ex Procuratore di Massa Giubilaro a margine dell’indagine Black Marble, che vide coinvolte 30 persone e 19 società accusate di falso, ricettazione, violazioni alla normativa antiriciclaggio, sotto-fatturazione ed evasione fiscale per 130 milioni di euro, parlò di un «poderoso e collaudato sistema capace di portare le percentuali di evasione sino al 75% con un danno enorme alla città». Ma ancor più gravi furono le parole che pronunciò, il 7 dicembre 2017, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite legate al ciclo dei rifiuti: «alle cave c’è tutto tranne gli omicidi volontari». Andò oltre esprimendo il timore che nello stesso sistema giudiziario vi fosse una forma di accondiscendenza verso gli industriali delle cave. L’indagine Black Marble finì a tarallucci e vino. Più recentemente è stato il Prefetto Aprea a dare la cifra della situazione (La Nazione 9 maggio 2024): «Massa Carrara nella ’torta’ delle infiltrazioni mafiose ha la fetta più larga rispetto alle altre realtà toscane. … su nove interdittive, ben cinque hanno avuto ragione e sono state seguite dalla chiusura delle aziende interessate … dove ci sono tanti soldi, la mafia c’è. Non è
rogo dei veicoli nelle cave di marmo non sono certamente una novità”». Questo il quadro, purtroppo incompleto. L’auspicio è che un sussulto di coscienza nei confronti della legalità, prima ancora che dell’ambiente e delle popolazioni, conduca chi può intervenire a ricordare almeno due articoli della Costituzione: l’articolo 9, che prevede che la Repubblica (dunque, tutti gli enti della Repubblica) «Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.» e l’articolo 41, il quale sancisce che «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente.».
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quella della lupara, ma quella dei colletti bianchi, degli avvocati, degli imprenditori. Abbiamo trovato collegamenti qui con la ’ndrangheta di Cutro e la camorra dei Casalesi.». E ancora, a seguito dell’incendio di due pale meccaniche date alle fiamme in una cava sul M. Borla, leggiamo su La Nazione dell’8 novembre 2024: «Fondazione Caponnetto: “è una classica forma di avviso, anche indiretto, di origine o stampo mafioso.” … Il referente di Fondazione Antonino Caponnetto dopo essersi consultato con il presidente della stessa, Salvatore Calleri, interviene evidenziando, come ”nella Provincia di Massa-Carrara, soprattutto la realtà estrattiva, trasporto, lavorazione e commercializzazione degli scarti del marmo, sia contrassegnata da infiltrazioni mafiose in specie della ‘ndrangheta’ tra l’altro non per caso oggetto di ben nove provvedimenti, emessi da parte del Prefetto, non tralasciando di ricordare come gli episodi del
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Confluenza nel centro di Carrara del T. Carrione (inquinato) e del T. Gragnana (limpido) (Mauro Chessa)
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Cava Crespina, abbandonata, ai piedi del Sagro (Mauro Chessa)
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Test di colorazione all’Abisso Tripitaka T/LU 1024 e alla Buca dei Francesi T/LU 1048 (marzo - aprile 2024)
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di Marco Genovesi
ANALISI DEI CAPTORI Traccianti utilizzati Tra i traccianti artificiali di più diffusa applicazione in idrologia e idrogeologia compaiono sicuramente i traccianti (o “coloranti”) fluorescenti, grazie alla loro proprietà di essere rilevati con una certa affidabilità anche a concentrazioni molto basse, dell’ordine dei microgrammi per litro e anche meno. Per questo test multiplo sono stati utilizzati due diversi tipi di traccianti: la Fluoresceina sodica per la 1024 T/LU e il Tinopal CBS-X per la 1048 T/LU. La Fluoresceina è uno dei traccianti più utilizzati a livello mondiale, grazie soprattutto ad alcune importanti caratteristiche: una tossicità praticamente nulla anche a forti concentrazioni, una bassa soglia di rilevamento (10-7 ÷ 10-8 g/L), una elevata solubilità in acqua (400 gr/L) e un ridotto assorbimento nei sedimenti argillosi, quasi sempre presenti nell’acquifero carsico. Presenta un massimo di assorbimento con luce blu alla lunghezza d’onda di 490 nm e uno spettro di emissione nel verde a circa 512 nm. È facilmente rilevabile anche ad occhio nudo direttamente alla sorgente o in un torrente fino a concentrazioni di 10-5 g/L se lo spessore d’acqua è di almeno 10-20 cm e l’illuminazione è laterale. Il Tinopal è un agente sbiancante fluorescente appartenente alla famiglia degli azzurranti ottici che viene comunemente impiegato nella fabbricazione di detersivi, nel tessile e nella carta. In soluzione acquosa presenta un forte assorbimento nella banda degli UV (350-360 nm) con spettro di emissione nel blu (massimo intorno ai 420-430
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nm). Presenta un limite di rilevabilità teorico in soluzione acquosa piuttosto basso, intorno ai 10-7 g/L 0.1 g/l (Uggeri e Vigna, 1997). Rispetto alla Fluoresceina presenta però alcuni svantaggi che possono limitarne l’uso in determinati contesti. Il primo è la minore solubilità in acqua (25 gr/L), un fattore limitante nel caso di flussi idrici particolarmente ridotti. È inoltre assai fotosensibile, per cui è bene porre i captori in posizione protetta dalla luce diretta. La molecola del Tinopal è piuttosto grande e tende a legarsi alle argille eventualmente presenti nell’acquifero, con tempi di rilascio anche molto lunghi, il che può condizionarne l’impiego in funzione del contesto geologico e del tipo e qualità dei risultati attesi. Si tratta comunque di un tracciante con il grande pregio di essere praticamente invisibile a concentrazioni inferiori a 1 mg/l, il che ne permette l’impiego anche in quelle situazioni dove l’uso della fluoresceina risulterebbe problematico a causa dell’elevato impatto visivo e conseguente rischio di inutili allarmismi. Captori utilizzati In tutti i punti di campionamento (sorgenti del Frigido, Renara, Polla dell’Altissimo, Pollaccia e torrente Turrite a valle del lago di Isola Santa) sono stati posizionati captori in carbone attivo, sostituiti a intervalli regolari. Nella sola sorgente del Frigido sono stati aggiunti anche captori in cotone (per il rilevamento del Tinopal) e sono state inoltre installate due sonde fluorimetriche del tipo Albilia GGUN FL24 per la registrazione in continuo di entrambi i traccianti.
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ostrando delle leggere divergenze ai valori più estremi (un po' maggiori per il Tinopal, vedi i rafici della retta di taratura), scostamenti che tuttavia possono considerarsi accettabili per il tipo di SOLUZ. TARATURA
Retta di taratura FLUORESCEINA
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Analisi dei captori in carbone Il primo passo è stato quello di verificare la corrispondenza dei campioni ricevuti con le etichette riportate nel foglio elettronico riassuntivo di tutte le operazioni di posizionamento e prelievo nei punti monitorati (in totale 44 captori in carbone attivo + 6 in cotone). Successivamente i carboni di ogni captore sono stati dapprima lavati con acqua distillata, o deionizzata, per l’eliminazione di eventuali impurezze come sabbie, argille e materia organica, quindi asciugati a bassa temperatura (40°C) e infine inseriti in contenitori plastici preventivamente etichettati. Da ognuno di questi sono poi stati prelevati 4 grammi di carbone usando una bilancia digitale millesimale (accuratezza +/- 0,001 g) e successivamente introdotti in contenitori di polimetilmetacrilato (PMMA) aggiungendo 12 cc di una soluzione eluente di alcool metilico alcalinizzato con KOH al 10%, agitando brevemente. Successivamente i contenitori sono stati posti in bagno a ultrasuoni per facilitare il desorbimento del colorante: questo trattamento tende a rendere torbida la soluzione, per cui si rende necessario lasciare poi a riposo per una o più ore. Infine gli eluati, dopo filtraggio, sono stati posti in cuvette monouso per fluorimetria (3,5
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ml) e analizzati mediante un fluorimetro digitale da laboratorio mod. Turner TBS-380. Lo strumento presenta due canali di lavoro utilizzando dei led (UV e BLU) e filtri interferenziali a banda stretta. Per la Fluoresceina: eccitazione λ465-485 ed emissione λ515-575. Per il Tinopal: eccitazione λ365-395 ed emissione λ440-470. Il limite di rilevamento per la fluoresceina non è dichiarato, ma da alcuni test è di circa 0,5 µ /L (ppb). Lo strumento è stato preventivamente calibrato usando soluzioni di riferimento a 1 - 20 - 100 ppb per entrambi i traccianti. Da notare che questa calibrazione (su 1 punto) può avvenire con qualunque valore a scelta compreso tra 1 e 100 ppb a seconda della convenienza: in questo caso si è deciso di usare il valore di 20 ppb per entrambi i traccianti. Lo strumento fornisce una risposta non del tutto lineare nell’intervallo 1 – 100 ppb mostrando delle leggere divergenze ai valori più estremi (un po’ maggiori per il Tinopal, vedi i grafici della retta di taratura), scostamenti che tuttavia possono considerarsi accettabili per il tipo di analisi in oggetto. Nella tabella seguente sono riassunti i risultati complessivi delle analisi effettuate sia per la Fluoresceina che per il Tinopal:
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Analisi dei captori in cotone I captori in cotone sono utilizzabili per il rilevamento del solo Tinopal. Si tratta di un procedimento che oggi potremmo definire obsoleto, dato che in molti lavori i captori in carbone attivo sono ormai ritenuti idonei per l’adsorbimento di entrambi i traccianti. Tuttavia si tratta di una tecnica che fornisce ancora risultati affidabili, anche se questa metodologia, per le modalità analitiche adottabili, normalmente consente solo risultati di tipo semiquantitativo, in genere espresse secondo la scala seguente: 0 negativo, 1 dubbio, 2 positivo, 3 molto positivo. A differenza di quelli in carbone attivo, i captori sono costituiti da semplici garze in cotone (di tipo chirurgico NON TRATTATO) racchiuse in reticelle di plastica e poste direttamente in acqua. Il Tinopal eventualmente presente in soluzione si accumula via via sul tessuto legandovisi in modo permanente: non è quindi possibile estrarlo con un solvente per l’analisi ma deve essere esaminato alla luce UV, confrontandolo con un campione negativo di riferimento. Prima di essere esaminate, le garze in cotone chirurgico sono state aperte e lavate accuratamente in acqua demineralizzata: dalle garze così ripulite sono state ritagliate strisce più piccole, fissate su un cartoncino nero e infine poste al buio illuminandole uniformemente con una lampada di Wood, o LED, con lunghezza d’onda di circa 360 nm (raggi UVA). L’esame visivo è tutto sommato semplice e la presenza del Tinopal è rivelata da una fluorescenza blu-azzurra più o meno marcata a seconda dei quantitativi di tracciante adsorbito dal tessuto. Per una valutazione più precisa rispetto all’esame visuale, si può effettuare l’analisi del colore con l’impiego di una fotocamera digitale o smartphone, cercando poi di esaminare l’immagine con un apposito software freeware (es. ImageJ). In pratica si esegue l’analisi RGB su porzioni omogenee di ogni campione, rilevando i valori “medi” del solo canale BLU. Nella ripresa delle immagini è utile anteporre all’obiettivo della camera fotografica un filtro UV-cut. In questa colorazione si è invece provato ad affinare ulteriormente questo metodo con l’impiego del fluorimetro al posto della
Marzo 2024 - colorazione Tripitaka-Renara (G. Rutili)
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“medi” del metodo solo canale BLU. Nella ripresa delle immagini utile anteporre all’obiettivo della ulteriormente questo con l’impiego del fluorimetro al posto dellaèfotocamera. Trattandosi di un filtro In campione questa colorazione si fissata è invece provato ad affinare campionicamera solidi e fotografica non liquidi, una sottileUV-cut. striscia del da esaminare, ad un supporto ulteriormente questo all’interno metodo condil’impiego delda fluorimetro al postoadella fotocamera. Trattandosi di rasparente, è stata introdotta una cuvette 4 ml e sottoposta una serie di 5 misure, campioni solidi e non liquidi, una sottile striscia del campione da esaminare, fissata ad Trattandosi campioni alsolidi e variandone l’orientamento più posizioni: al supporto variandonefotocamera. l’orientamento su più diposizioni: termine si è considerata la mediasudelle letture. un Di non liquidi, sottile striscia del campione sidaè 4considerata la media delleserie letture. èuna stata introdotta all’interno di unatermine cuvette mlcosì e sottoposta una di eguito i trasparente, valori di fluorescenza riscontrati e l’aspetto dei campioni come si apresentano se5 misure, da esaminare, fissata ad un supporto trasparenDi seguito i valori di fluorescenza riscontrati e l’orientamento su più posizioni: al termine si è considerata la media delle letture. Di lluminativariandone alla di Wood: te, èlampada stata introdotta all’interno di una cuvette l’aspetto dei campioni così come si presentano seguito i valori di fluorescenza riscontrati e l’aspetto dei campioni così come si presentano se da 4 ml e sottoposta a una serie di 5 misure, se illuminati alla lampada di Wood: illuminati alla lampada di Wood:
Valutazione dei risultati I dati delle analisi sembrano indicare che le acque circolanti all’interno dell’Abisso Tripitaka hanno come unico recapito la sorgente di Renara, l’unica che appare positiva alla Fluoresceina, dove già la prima serie di captori presenta un valore massimo di 75 ppb, abbastanza significativo rispetto al “bianco”, anche se non particolarmente elevato in assoluto, considerando la capacità di adsorbimento del carbone attivo e la quantità di tracciante impiegata. Questo fa ritenere che la concentrazione reale di tracciante nell’acqua sia stata di pochissimi ppb e quindi praticamente invisibile ad occhio nudo. La Fluoresceina sembra quindi aver subito una notevole diluizione, in parte giustificata dalle notevoli precipitazioni di quel periodo ma forse anche da importanti volumi freatici presenti nei circa 3.200 metri di distanza lineare che separano la grotta dalla sorgente. Da sottolineare un valore leggermente anomalo del primo captore della Pollaccia, una misura però non confermata per il “gemello” e quindi da considerarsi negativo. Per quanto riguarda invece la Buca dei Francesi, colorata con il Tinopal, viene confermato che la sorgente di riferimento è quella del Frigido, come ipotizzato in base alle colorazioni prece-
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denti per gli altri abissi della Valle di Arnetola. In questo caso sono comunque da sottolineare alcune criticità emerse dall’analisi dei captori in carbone attivo con riferimento a questo tracciante, un risultato sostanzialmente negativo in quanto i valori riscontrati sono inferiori al minimo richiesto per stabilire una sicura positività ( >3 volte il bianco). Come si può notare dalla tabella riassuntiva, i “bianchi” presentano delle concentrazioni apparenti di Tinopal superiori allo zero e che possono essere imputate alla presenza di materia organica e/o di altre sostanze a fluorescenza naturale in corrispondenza della porzione di spettro UV su cui lavora la lampada/led di eccitazione. Questa “positività” dei bianchi sembra inoltre variare in funzione delle precipitazioni e rende difficile l’identificazione del tracciante, quantomeno alle basse concentrazioni (anche i valori registrati dalle sonde fluorimetriche sono molto ridotti). L’unico metodo che certifica con sicurezza la positività della sorgente al Tinopal sembrerebbe al momento quello dei captori in cotone, dove le differenze sono notevoli ed evidenti anche al semplice esame visivo. Rimane da indagare il perché i captori in carbone attivo non abbiano dato evidenza del tracciante, a differenza di quelli in cotone.
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Colorazione Francesi - diluizione Tinopal (S. Fornaciari)
Colorazione Tripitaka-P52-rilascio Fluoresceina (D. Magnani)
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Ecosistemi sotterranei in pericolo e il loro ruolo essenziale per il pianeta di Tiziana Di Lorenzo, Primo Ricercatore, Istituto di Ricerca Sugli Ecosistemi Terrestri del CNR, sede di Firenze Sotto i nostri piedi si estende un mondo segreto, fatto di falde acquifere, fiumi sotterranei e grotte antichissime. Questi luoghi, apparentemente inospitali, sono in realtà custodi di una biodiversità straordinaria e rappresentano uno degli ecosistemi più affascinanti e fragili del nostro pianeta. Si tratta di ambienti permanentemente immersi nell’oscurità, in cui sono assenti i produttori fotosintetici primari (come le alghe e le piante). La risorsa trofica, cioè il cibo per gli animali che vivono in tali ambienti, è costituita principalmente da detrito, cioè da sostanza organica vegetale e animale che, prodotta in superficie, raggiunge gli ambienti sotterranei attraversando strati di suolo e sedimenti e/o penetrando nelle spaccature della roccia. La concentrazione di ossigeno disciolto nelle acque sotterranee è spesso molto inferiore a quella degli habitat superficiali e può essere limitante per molti esseri viventi. La temperatura degli ambienti sotterranei è molto stabile, con variazioni annuali che, nella maggior parte delle grotte della zona temperata del nostro emisfero, non supera l’unità decimale del grado centigrado. Inoltre, dal punto di vista della composizione chimica, le acque sotterranee sono molto costanti nel contenuto di sali disciolti e contenuto di ioni. Gli animali delle grotte e degli ambienti acquatici sotterranei hanno sviluppato, nel corso della loro storia evolutiva, adattamenti per sopravvivere e proliferare in assenza di luce, di cibo e di scarsità di ossigeno. Tali organismi vengono definiti “stigobi”, dal nome del fiume Στύξ (Stige), il corso d’acqua sotterraneo che separava il regno dei vivi da quello dei morti
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nella Grecia mitologica. Si tratta per lo più di crostacei, che sono dominanti in tali ambienti, ma si rinvengono anche altri taxa come spugne, rotiferi, tardigradi, nematodi e oligocheti (vermi), molluschi, insetti e addirittura vertebrati. Gli organismi stigobi completano il loro intero ciclo vitale (cioè nascono, crescono, si riproducono e muoiono) negli ambienti acquatici sotterranei. Dal punto di vista morfologico, cioè per quanto riguarda la forma e le strutture corporee, gli organismi stigobi presentano quella che gli ecologici definiscono la “sindrome dell’oscurità”. Si tratta di una serie di caratteristiche, quali depigmentazione, cecità e ipertrofia delle appendici sensoriali, determinate dall’assenza di luce. Gli animali stigobi sono depigmentati e appaiono bianchi o rosati. Non hanno bisogno di coprire il loro corpo di pigmenti colorati perché, al buio, non devono temere i danni provocati dai raggi ultravioletti. Sono ciechi perché in assenza di luce gli occhi (che sono organi molto vulnerabili) non sono necessari. Hanno lunghe appendici sensoriali, per lo più poste sul capo, che utilizzano al posto degli occhi per percepire il mondo che li circonda, individuare il cibo, il partner sessuale e gli eventuali predatori. Gli organismi stigobi si sono dovuti adattare anche alla scarsità di cibo e lo hanno fatto riducendo i propri tassi metabolici, cioè il quantitativo di energia che utilizzano per vivere (Di Lorenzo et al., 2023a). Per consumare poca energia devono ridurre il dispendio energetico in tutte le loro attività. Pertanto, gli animali stigobi si muovono lentamente e meno dei loro parenti di superficie e, soprattutto, si riproducono di meno. A diffe-
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Servizi ecosistemici e minacce antropiche Gli organismi sotterranei non sono solo simboli di un’evoluzione affascinante, ma svolgono anche funzioni cruciali per l’ecosistema. Ad esempio, rimescolano i sedimenti prevenendo il clogging (l’ostruzione dei pori interstiziali), riciclano il carbonio e contribuiscono alla depurazione naturale delle acque rimuovendo virus e batteri. Senza questi processi, la funzionalità degli acquiferi sarebbe gravemente compromessa, con impatti diretti sulla qualità delle acque utilizzate per scopi potabili e industriali. Tuttavia, questo mondo nascosto è oggi sotto assedio. Il cambiamento climatico, il sovrasfruttamento idrico, l’inquinamento chimico, le microplastiche e le attività estrattive stanno alterando irreversibilmente gli habitat sotterranei. Il cambiamento climatico rappresenta una delle minacce più insidiose per gli ecosistemi ipogei. Secondo lo studio di Vaccarelli et al. (2023), l’aumento delle temperature e le alterazioni dei regimi idrici stanno modificando profondamente la struttura e la funzionalità delle comunità sotterranee. L’incremento della temperatura dell’acqua può influenzare negativamente i tassi metabolici, la riproduzione e la sopravvivenza degli organismi stigobi, mentre la riduzione delle risorse idriche compromette la connettività tra habitat, isolando ulteriormente le popolazioni. Questi effetti cumulativi rischiano di ridurre la biodiversità sotterranea e di compromettere i servizi ecosistemici essenziali per la qualità delle acque e la resilienza degli acquiferi. La marmettola, polve-
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Moraria sp. Co1, specie endemica delle Alpi Apuane, scoperta nell’Antro del Corchia e nella Grotta del Vento (Di Lorenzo Tiziana)
stacei) endemica delle Alpi Apuane, attualmente rinvenuta solo nell’Antro del Corchia e nella Grotta del Vento (Di Lorenzo et al., 2023b). Questo minuscolo crostaceo, lungo meno di un millimetro, rappresenta un gioiello della biodiversità sotterranea. La sua vita, che si estende per oltre tre anni, è scandita da una riproduzione lentissima, con solo due uova all’anno. Gli individui adulti sono lenti (0,13 mm/s), percorrono brevi tratti (solo circa 3 km all’anno) e sono inattivi (non si muovono) per il 34% della loro vita (Di Cicco et al., 2024). Sensibile agli inquinanti organici, come il tetracloroetilene, la Moraria del Corchia è un bioindicatore prezioso per monitorare la qualità delle acque sotterranee.
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renza degli organismi acquatici superficiali, che si riproducono anche più volte l’anno producendo un gran numero di uova, gli organismi stigobi si riproducono meno frequentemente e, quando lo fanno, producono poche uova. Talvolta, anche solo una o due all’anno. Ne consegue che le popolazioni acquatiche sotterranee sono poco abbondanti. Il movimento lento e la ridotta attività degli organismi stigobi implica una loro scarsa attitudine alla dispersione attiva. Gli organismi sotterranei non sono grandi esploratori e, con alcune rare eccezioni, tendono a rimanere confinati negli habitat in cui sono nati. Le comunità acquatiche sotterranee sono pertanto rappresentate da specie rare (in termini di abbondanza) e, spesso, endemiche, cioè con distribuzione geografica ristretta; talvolta anche molto ristretta, come nel caso di alcune specie attualmente rinvenute solo in un’unica grotta. Infine, gli organismi stigobi mal sopportano i cambiamenti ambientali. Si sono evoluti e risiedono in ambienti stabili dal punto di vista climatico e chimico. Pertanto, una qualsiasi variazione ambientale che superi in intensità quella naturale rappresenta una fonte di forte disturbo per le specie stigobie. In casi di inquinamento o di cambiamento climatico, le comunità stigobie potrebbero subire un danno anche molto severo che può arrivare fino all’estinzione delle specie più sensibili. Un esempio emblematico di questa biodiversità si trova nelle Alpi Apuane in Toscana, un territorio ricco di grotte e acquiferi carsici. Qui vive la “Moraria del Corchia”, una specie di copepodi (microcro-
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re residua della lavorazione del marmo, è una delle principali minacce per gli acquiferi carsici delle Alpi Apuane (Piccini et al., 2019). Questa sostanza penetra nelle fratture delle rocce, occludendo i microhabitat della fauna sotterranea. Un altro problema cruciale è rappresentato dall’inquinamento da microplastiche, un fenomeno in costante crescita. Studi recenti hanno dimostrato che queste particelle raggiungono gli strati più profondi degli acquiferi, entrando nella catena alimentare della fauna sotterranea. Nella Buca del Vasaio (Borgo a Mozzano, Lucca) sono state rilevate concentrazioni significative di microplastiche nelle acque di grotta, con una media di 911 particelle per litro (Sforzi et al., 2024). Queste particelle, costituite principalmente da fibre colorate di dimensioni comprese tra 100 µm e 1 mm, sono prevalentemente composte da cellulosa artificiale e polietilene tereftalato. Le nostre ricerche hanno dimostrato che i copepodi della Buca del Vasaio ingeriscono migliaia di micro e nanoplastiche (Sforzi et al., 2024). Non sappiamo ancora che effetto abbiano queste microparticelle polimeriche sul loro organismo ma possiamo azzardare qualche ipotesi. Possiamo ipotizzare, ad esempio, che le microplastiche inducano un falso senso di sazietà all’animale che, nei casi più severi, potrebbe portarlo alla morte per inanizione. Inoltre, la letteratura scientifica ci informa che le microplastiche adsorbono molti inquinanti organici, come composti farmaceutici e pesticidi, sulla loro superficie. Possiamo, pertanto, supporre che quando un animale ingerisce le microplastiche, inevitabilmente finisce anche per ingerire il farmaco e intossicarsi. Un impegno per il futuro Nonostante le crescenti pressioni antropiche, c’è ancora speranza per la conservazione degli ecosistemi sotterranei. Progetti europei come DarCo (The vertical dimension of conservation: A cost-effective plan to incorporate subterranean ecosystems in post-2020 biodiversity and climate change agendas), finanziato da Biodiversa+, un organismo dell’Unione Europea formato da 83 partner di 41 paesi membri, per sostenere ricerche sulla biodiversità europea, mirano a sviluppare tecniche e strumenti di protezione della
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biodiversità sotterranea europea (Mammola et al., 2024). Attraverso il coinvolgimento di una rete internazionale di esperti, DarCo, coordinato da Stefano Mammola (primo ricercatore presso IRSA-CNR di Verbania) sta creando mappe dinamiche della biodiversità sotterranea europea, integrandole con informazioni sulle aree protette e sui rischi ambientali. L’obiettivo è proporre soluzioni innovative per la gestione sostenibile di questi habitat. Invitiamo i nostri lettori ad immergersi nel mondo di DarCo attraverso la sua pagina web (http://www.meg.irsa.cnr.it/index. php/component/content/article?id=105). A livello normativo, è fondamentale aggiornare le direttive europee sulla qualità delle acque, includendo criteri ecologici per il biomonitoraggio delle acque sotterranee. L’introduzione di bioindicatori, come l’abbondanza delle specie stigobie, la composizione delle comunità sotterranee e l’attività microbica, è essenziale per una valutazione più completa dello stato di salute di questi ecosistemi. Recentemente, sessanta ricercatori del progetto DarCo hanno pubblicato una lettera sulla prestigiosa rivista Science (Di Lorenzo et al., 2024) per sollecitare i legislatori europei ad includere il biomonitoraggio degli ecosistemi sotterranei nella nuova Direttiva Acque, attualmente in fase di negoziazione. La lettera sottolinea l’importanza di proteggere questi ecosistemi nascosti, cruciali per la biodiversità e per la qualità dell’acqua che utilizziamo quotidianamente. La notizia ha attirato l’attenzione anche della stampa nazionale: l’inserto Pianeta 2030 del Corriere della Sera ha recentemente riportato l’appello dei ricercatori, evidenziando come gli ecosistemi sotterranei, spesso ignorati proprio perché invisibili, siano invece vitali per il nostro futuro e meritevoli di maggiore tutela (Cerbini, 2025). Solo attraverso una gestione responsabile e una maggiore consapevolezza possiamo sperare di “avanzare nella conservazione degli ecosistemi sotterranei”, come rappresentato nell’immagine creata dal grafico scientifico Jagoba Malumbre-Olarte per la facilitazione del workshop di medio termine di DarCo, tenutosi a Settembre 2024 a Cagliari, durante il ventiseiesimo Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea.
Facilitazione grafica del workshop di medio termine del progetto DarCo, realizzata da Jagoba Malumbres-Olarte
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te alla citizen science. Inoltre, la loro presenza in grotta permette di individuare e segnalare tempestivamente situazioni di degrado o abusi, come inquinamenti o alterazioni degli habitat. Proteggere gli acquiferi carsici significa garantire non solo una risorsa idrica essenziale per l’umanità, ma anche preservare un patrimonio unico di biodiversità e servizi ecosistemici. La bellezza e l’importanza di questi ambienti nascosti devono essere valorizzate e riconosciute, non solo dagli scienziati, ma anche dai legislatori e dalla società nel suo complesso.
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Il coinvolgimento della comunità attraverso iniziative di citizen science può svolgere un ruolo cruciale nella raccolta di dati di biomonitoraggio degli ambienti sotterranei. Programmi di sensibilizzazione e formazione possono aiutare i cittadini a comprendere l’importanza di tali ecosistemi e a partecipare attivamente alla loro protezione. Le attività condotte dagli speleologi rappresentano un contributo inestimabile per la loro conservazione. Grazie alle loro esplorazioni, gli speleologi possono campionare la fauna sotterranea, supportando i ricercatori nella raccolta di dati preziosi e contribuendo attivamen-
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BIBLIOGRAFIA Cerbini, L., 2025. Direttiva Acque, la bozza attuale non studia a fondo le falde sotterranee. Ma la qualità di quello che beviamo viene da lì. Pianeta 2030, Corriere della Sera online del 9 Gennaio 2025. Di Lorenzo T. […], Mammola S., 2024. EU needs groundwater ecosystems guidelines. Science. 386(6726). Di Lorenzo, T., […], Hervant 2023a. Physiological tolerance and ecotoxicological constraints of groundwater fauna. In: Groundwater Ecology and Evolution 2nd Edition. Eds.: Florian Malard, Christian Griebler, Sylvie Rétaux, Academic Press, Londra (UK), pp. 457-459. Di Lorenzo T., Galassi D.M.P., Tabilio Di Camillo A., Pop M.M., Iepure S., Piccini L., 2023B. Life-History Traits and Acclimation Ability of a Copepod Species from the Dripping Waters of the Corchia Cave (Apuan Alps, Tuscany, Italy). Water, 15, 1356. Di Cicco, M., […].Di Lorenzo, T., 2024. Subchronic Effects of Tetrachloroethylene on Two Freshwater Copepod Species: Implications for Groundwater Risk Assessment. Environmental Toxicology and Chemistry, 43(12): 2515-2527. Mammola, S., […], Malard, F., 2024. Perspectives and pitfalls in preserving subterranean biodiversity through protected areas. npj biodivers 3, 2. Piccini L., Di Lorenzo T., Costagliola P., Galassi D.M.P., 2019. Marble Slurry’s Impact on Groundwater: The Case Study of the Apuan Alps Karst Aquifers. Water 11, 2462 Sforzi L., […], Cincinelli A., 2024. (Micro-)Plastics in Saturated and Unsaturated Groundwater Bodies: First Evidence of Presence in Groundwater Fauna and Habitats. Sustainability, 16, 2532.
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Vaccarelli I., […], Mammola S., 2023. A global meta-analysis reveals multilevel and context-dependent effects of climate change on subterranean ecosystems. One Earth, 6:1-13.
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Breve introduzione e cenni sulle specie ipogee di Chiara Giubbani, Daniele Pagli (Gruppo GSTSpeolo) Avete presente i subacquei che si portano le bombole sott’acqua? Ecco immaginate degli esseri che vivono in acqua, in quel caso per respirare vi dovreste portare dietro uno “scrigno” d’acqua: beh, questa è la vita degli isopodi, di cui parleremo in queste poche pagine.
T A L P Schema di isopode terrestre (immagine per gentile concessione di G. Montesanto)
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Gli isopodi terrestri hanno un corpo generalmente appiattito dorso-ventralmente, costituito da segmenti che possono essere raggruppati in tre regioni: cephalon o “cefalotorace” (il capo), pereion
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Conosciuti anche come “Porcellini di terra”, gli Isopodi terrestri sono crostacei e non vanno confusi con i millepiedi. Appartengono all’ordi-
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Qui mi intrometto io. Piacere, sono Chiara e ho deciso di parlarvi in prima persona per spiegare l’origine di questo articolo. Avendo seguito il corso di biospeleologia organizzato dall’FST lo scorso anno, sono rimasta affascinata dagli adattamenti evolutivi dei vari organismi viventi che popolano le nostre grotte. Da qui ho pensato fosse un’idea geniale riportare quanto imparato come argomento a piacere per l’esame di qualifica AI-IT dell’SSI. Ovviamente, mi si è aperto un mondo: spaventoso per la quantità di letteratura scientifica (per lo più a me incomprensibile) e al tempo stesso curioso e stimolante. Grazie a Daniele siamo riusciti a delimitare lo studio alle caratteristiche evolutive e all’adattamento in grotta degli Isopodi (anche noti come “porcellini di terra”), spesso compagni di giochi dei bambini al parco (parlo per esperienza personale). Daniele, che qui ringrazio sentitamente, ha mostrato una pazienza infinita facendomi un corso accelerato di biologia di base e rivedendo con occhio esperto il mio lavoro, che qui vogliamo approfondire. Il mio compito è quindi quello di riportare a voi quanto ricevuto da Daniele, in modo tale che tutto sia comprensibile a noi profani della materia. Buona lettura!
ne Isopoda, e tutti i sottordini del gruppo sono principalmente marini. Un solo sottordine, quello degli Oniscidea (gli onischi appunto) comprende animali esclusivamente terrestri. Questi ultimi sono largamente diffusi in quasi tutti gli ambienti della terraferma, dalle aree montane alle grotte più profonde, dalle coste marine fino ai deserti più aridi. Sono ottimi indicatori biogeografici ad ecologia stretta. Cosa significa? Che gli isopodi, sebbene siano animali che si spostano parecchio, sono legati strettamente all’ambiente in cui vivono e per il quale sono estremamente adattati. Pertanto, variazioni significative delle popolazioni e delle specie presenti in un dato ambiente sono un’importante spia di variazioni delle condizioni ambientali.
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Isopodi terrestri, come riconoscerli?
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(il torace) e pleon (l’addome). Il cephalon (capo) porta come appendici due paia di antenne e le appendici boccali. Il primo paio di antenne, che prende il nome di antennule, è molto ridotto e difficile da vedere a occhio nudo. Il secondo paio di antenne è ben evidente ed è formato da un peduncolo composto da 5 segmenti e da un flagello (parte terminale) composto da due o più articoli. Le appendici boccali sono: un paio di mandibole, un paio di maxillule, un paio di maxille e un paio di massillipedi. Gli occhi sono sul capo in posizione laterale e composti da elementi elementari a forma di cellette detti ommatidi, con struttura simile a quella degli insetti. A seconda della specie troveremo occhi più o meno grandi, composti quindi da uno o più ommatidi, oppure specie con occhi assenti come nei troglobi, chiaro segno di adattamento all’ambiente ipogeo. N.B. Le appendici toraciche (massillipedi) durante lo sviluppo della larva sono originariamente parte del pereion (torace) ma il segmento dal quale si originano si fonde poi con il cephalon (capo). Ecco spiegato perché sarebbe più corretto chiamare il capo “cefalotorace” anziché “cephalon”. Il pereion (torace), è composto da 7 segmenti e ciascuno porta un paio di zampe, dette pereiopodi. Il pleon (addome) è composto da 5 segmenti e
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dal telson, ultimo segmento. Le appendici sono dette pleopodi e come avviene in tutti i crostacei, sono anch’esse biramose, costituite cioè da due parti dette: endopodite (la più interna) ed esopodite (la più esterna). In alcune famiglie di isopodi terrestri i pleopodi contengono al loro interno le pseudotrachee, delle speciali strutture polmonari esclusive di questo gruppo animale, che consentono gli scambi gassosi con l’esterno. Dal vivo sono osservabili come delle superfici di colore bianco alle estremità laterali dei pleopodi. Le appendici dell’ultimo segmento del pleon prendono il nome di uropodi. Come si riconosce il maschio dalla femmina? Per individuare le differenze di genere è necessario esaminare l’animale in visione ventrale ed osservare i cosiddetti caratteri sessuali secondari dei maschi. Gli endopoditi delle prime due paia di pleopodi dei maschi sono tipicamente molto allungati nel loro apice, mentre nelle femmine gli esopoditi appaiono molto simili fra loro. I caratteri sessuali secondari dei maschi (specialmente il settimo paio di zampe e le prime due paia di pleopodi) sono molto importanti per la tassonomia degli isopodi terrestri e spesso sono caratteri diagnostici per distinguere appunto una specie dalle altre dello stesso genere.
Schema di isopode terrestre e caratteri sessuali secondari (disegno digitale di G. Montesanto)
possa essere un ulteriore adattamento per limitare la evapo-traspirazione del corpo. Un adattamento di questo gruppo animale all’ambiente ipogeo, similmente ad altri esemplari subterranei, è certamente la riduzione o la scomparsa degli occhi, la presenza di lunghe appendici e, naturalmente, la depigmentazione del corpo.
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T A L P R I V I S T A Adattamenti progressivi all’ambiente ipogeo da parte degli isopodi terrestri (Daniele Pagli, Leica microscope EZ4W e G. Montesanto)
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Adattamenti Grazie ad una serie di preadattamenti che gli isopodi avevano già evoluto in ambiente marino, gli oniscidei sono stati in grado di colonizzare praticamente tutti gli ambienti terrestri. Ad esempio, si pensi alla particolare muta marsupiale che consente alle femmine di far sviluppare le uova all’interno di un marsupio. Le uova deposte all’interno di questa struttura, si schiudono all’interno della cavità marsupiale e gli stadi post-larvali saranno rilasciati dalla madre non appena pronti alla vita libera. Un altro importante adattamento alla vita terrestre è sicuramente la capacità di non disidratarsi in ambiente terrestre. Ciò avviene mediante delle strutture presenti sull’addome e adibite al riciclo dell’acqua presente nelle loro escrezioni. Questa viene raccolta mediante alcuni canali e rimessa in circolo, garantendo così anche la respirazione per le specie dotate di pseudotrachee. Alcune specie hanno anche adottato stili di vita notturni, per garantire la giusta umidità, oppure vivono in anfratti o sotto le rocce del suolo dove l’aria è più umida. Sembra che la tipica capacità di chiudersi a forma di sfera, detta volvazione,
Esistono in natura anche forme “spinose”, con tubercoli o escrescenze dorsali molto lunghe ed evidenti ed anche specie capaci di sfuggire al predatore attraverso dei salti. Con questo articolo vi abbiamo voluto illustrare alcune delle creature che popolano le grotte e che abbiamo avuto la possibilità di studiare, in particolare in Toscana. In tempi recenti sette specie nuove alla scienza sono state trovate nel pisano, ma chissà quante altre aspettano di essere scoperte… quindi occhi aperti! Si ringrazia per l’aiuto il Dott. Giuseppe Monsanto e Stefano Taiti.
Strategie difensive degli isopodi terrestri (per gentile concessione di G. Montesanto)
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Come si difendono? Altri adattamenti riguardano le strategie di difesa dai predatori. Queste possono essere di varie tipologie: - la volvazione (capacità di chiudersi “a palla”); - “schiacciandosi”, ovvero la capacità di rimanere attaccati al substrato (specie di forma notevolmente schiacciata dorso-ventralmente); - la capacità di infilarsi nelle fessure (prevalente nelle specie ipogee) - la fuga (alcune specie hanno una forma del corpo e delle zampe che consente una fuga di notevoli velocità).
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MEMORIE
Franco Utili, un instancabile speleologo decano e maestro 10 novembre 1938 - 23 gennaio 2025 di Stefano Merilli (SCFirenze) delle manifestazioni più amate del Mugello. Ma la speleologia con la “S” maiuscola, come studio del sistema ipogeo, è stata comunque una delle attività su cui Franco si è maggiormente impegnato e alla quale ha dedicato moltissimo del suo tempo, sia a livello nazionale che internazionale, diventandone uno dei pilastri e contribuendo, a seguito delle numerose e impegnative esplorazioni, alla realizzazione di progetti scientifici, alla divulgazione, alla didattica e formazione di studenti, ricercatori o semplicemente di chi era interessato. Lo dimostra l’appartenenza come socio onorario alle varie associazioni e gruppi speleologici per i quali si è impegnato: socio onorario della Società Speleologica Italia-
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T A L P R I V I S T A Franco Utili a Cantoira, Valli di Lanzo (TO) nel 2024 (Stefano Merilli)
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Mi è stato sempre difficile scrivere per ricordare le persone che ci hanno lasciato, specialmente oggi che scrivo di qualcuno che, oltre ad essere stato un carissimo amico, per me è stato come un fratello maggiore e maestro, al quale ero legato con affetto. Quando l’ho conosciuto avevo 14 anni ed era il 1968, durante una proiezione di grotte in Sardegna del GSB-USB. Fantastiche! Scoprii poi che le grotte non erano tutte così. Da allora siamo stati sempre insieme, non solo per la speleologia, ma anche in tutto quello che riempie la vita, dalle salite in montagna anche extraeuropee, allo sci, alle escursioni e ai grandi viaggi. Molto conosciuto nel Mugello dove si stabilì, per essere stato, con l’apertura del Liceo Scientifico di Borgo S. Lorenzo nel 1969, il primo professore di educazione fisica, lavorò per una diversa e innovativa spinta animatrice nella didattica, per la quale a volte fu costretto a scontrarsi con chi non amava i cambiamenti. Grazie al suo essere propositivo e determinato, volle impegnarsi anche là dove aveva scelto di vivere, allontanandosi dalla sua amata Firenze. Nel Mugello e in particolare a Vicchio, dove era andato ad abitare con la moglie Fosca, era conosciuto per le sue iniziative di aggregazione e associazionismo sul territorio a beneficio dei giovani, molti dei quali iniziarono ad appassionarsi alla grotta, alla montagna e alle più svariate attività sportive come il nuoto, la canoa, i cavalli. L’appartenenza all’Arcigola, poi Slow Food, lo portò ad essere l’ideatore e l’organizzatore della “Magnalonga”, che tutt’ora si tiene il primo maggio a Vicchio, facendola diventare una
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na, socio onorario del Gruppo Speleologico Fiorentino del Club Alpino Italiano, nominato nel 1996 Istruttore Nazionale Emerito della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, come Ispettore Onorario per la speleologia nella provincia di Firenze e Arezzo del Ministero dei Beni Ambientali e Culturali, nel 1973 è nominato Azzurro d’Italia per la speleologia, dal 1977 era parte del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna GISM quale socio accademico. Iniziò la sua attività speleologica nel 1958 dopo aver incontrato Benedetto Lanza. Verso la fine del 1962 si avvicinò al Gruppo Speleologico Fiorentino, diventandone poi nel 1963 Reggente insieme a Claudio De Giuli e poi Presidente fino al 1967. Successivamente fu per più volte consigliere e ancora Presidente nel 1969 e nel 1970. Nel 1964 fu uno dei principali organizzatori del VI Convegno di Speleologia dell’Italia Centro Meridionale. Nel 1966 a Torino contribuì alla costituzione della Sezione Speleologica del Corpo Nazionale Soccorso Alpino, diventando nel 1967 il capo della stazione di Firenze, che con Lucca erano le uniche stazioni di chiamata della Toscana e come volontario rimase fino al 1988. Il 14 maggio 1967 nacque la Federazione Speleologica Toscana (FST), sulla quale da tempo Franco Utili stava lavorando insieme a Rodolfo Giannotti e Claudio De Giuli con lo scopo di raccogliere tutti i gruppi della regione in un’unica associazione e far sì che questi si amalgamassero fra loro, soprattutto per far conoscere e far sentire la voce della speleologia. Nel 1968 a Firenze presenziò la riunione dei gruppi italiani più attivi, che daranno vita alla Commissione Centrale Corsi di Speleologia della Società Speleologica Italiana. Mentre nel 1971 fu chiamato per la costituzione della Sottocommissione Speleologica del Comitato Scientifico del CAI inerente alla didattica speleologica, facendone poi parte per lungo tempo. Fondamentale fu il suo impegno nella Federazione Speleologica Toscana come consigliere dalla fondazione 1967-1970, poi Presidente dal 1971 al 1988, e contribuendo in maniera significativa alla stesura e all’approvazione della Legge Regionale 20/84 per la Tutela e valorizzazione del patrimonio speleologico. Nei primi anni ‘70 nacque ufficialmente lo
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Speleo Club Firenze (SCF), del quale Franco fu uno dei fondatori e primo Presidente: si cominciò allora a far conoscere le grotte ad alcuni assessori e consiglieri regionali, compresi alcuni fra i politici più in vista del momento. Nel 1978 nacque la rivista “Speleo” dello SCF e Franco ne divenne il Redattore e dal 1988 il Direttore: a quel tempo era l’unica pubblicazione speleologica in Toscana. Essa consentì di far conoscere la speleologia anche alle pubbliche amministrazioni grazie ad una distribuzione capillare sostenuta dallo SCF e contribuendo in definitiva all’approvazione della voluta Legge Regionale 20/84. Su incarico dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) e per conto della SSI e FST, Utili organizzò nel 1980 il VI Simposio Internazionale di Speleoterapia a Monsummano Terme. In tutto questo lungo periodo Franco fu impegnato in attività esplorative e conoscitive del patrimonio speleologico toscano e non solo. L’elenco delle spedizioni è talmente lungo da costringermi a citare soltanto quelle più importanti alle quali ha contribuito all’organizzazione, e anche le più amate, come quelle in Apuane. La zona di Forno (MS) è stata una delle prime aree carsiche che lo ha visto impegnato: teneva molto a ricordare la famiglia Alberti, per l’amicizia che nacque in quel periodo e che poi rimase intatta nel tempo. Pietro Alberti, il pastore, gli segnalava le buche che trovava. Una di queste fu la Buca di Foce Luccica e poi tante altre, descritte, rilevate e corredate di dati scientifici riguardanti la climatologia, la geologia e la biologia, che pubblicò nel volume del 100° della Sezione fiorentina del CAI. Seguono le esplorazioni sul Pisanino, Orto di Donna e Carcaraia sempre in Apuane: una di queste, la più importante, fu la Buca dell’Imprevisto, poi dedicata a Piero Saragato, prematuramente scomparso in montagna. Il Corchia fu uno dei complessi che più lo hanno appassionato e dove numerose furono le spedizioni da lui organizzate: una fra tante, nell’estate del 1969, fu quella con più lunga permanenza, durata 15 giorni, con ottimi risultati esplorativi e scientifici. È stato talmente innamorato del suo Corchia, che nel 2012 riuscì a pubblicare il libro che tanto aveva sognato “l’Antro del Corchia o Buca d’Eolo - la storia
e gli avvenimenti” e nel 2020, grazie al film documentario “Corchia, la montagna vuota” di Roberto Tronconi, ripercorse come protagonista di quegli anni le tappe storiche dell’esplorazione di uno dei maggiori sistemi carsici in Italia e in Europa. Seguono a livello internazionale le spedizioni all’Abisso Berger con i suoi 1112 m di profondità nel 1970 e la successiva nel 1971 con l’intento di forzare il sifone terminale. Continuarono le esplorazioni in Italia: alla Pania di Corfino, in Vettolina a Forno, le rivisitazioni nelle grotte del Pisanino e sempre ancora nel Corchia e alla Buca del Cacciatore come lui l’ha sempre chiamata, in Umbria nella grotta di Monte Cucco, in Spagna, la Pierre St. Martin e l’Abisso di Padirac in Francia. Continuarono nella Grotta del Vento a Fornovolasco e nella Grotta Giusti di Monsummano Terme le sue ricerche sulla speleoterapia, con la frequente raccolta di dati, necessari a continuare gli studi sulla possibilità di cura per le malattie dell’albero respiratorio. Proprio a seguito di questa lunga ricerca, nel 2022 uscì la pubblicazione “La Grotta Giusti e il Colle di Monsummano”: ultimamente stava lavorando ad un progetto di ricerca multidisciplinare di geologia, biospeleologia, speleoterapia, climatologia e documentazione storica con l’ausilio di un filmato. Al suo attivo in tutti questi anni ha oltre 60 pubblicazioni, che riguardano la speleologia sia
di cronaca che a carattere scientifico, divulgativo e didattico: nell’ultimo periodo stava lavorando ad una nuova pubblicazione sulle attrezzature. Ricordo la sua ultima uscita in grotta, sei anni fa, quando aveva 80 anni e facemmo la classica traversata dell’Antro del Corchia dalla Buca di Eolo. Un suo cruccio è stato il Museo di Speleologia e Centro di Documentazione del Corchia a Levigliani, per il quale fu incaricato dalla Società Speleologica Italiana e che, dopo la firma del protocollo non ebbe seguito, anche se con il suo carattere stava ancora pensando a come portarlo avanti. I primi di agosto 2024 fummo invitati a Cantoira nelle Valli di Lanzo (TO) ad un festival di montagna “Papèe Libeur”, nel quale era previsto un incontro per raccontare la speleologia e Franco fu felice e meravigliato per il numero di persone interessate e per le tante domande che ci furono rivolte. Ultimamente era impegnato per il centenario del Gruppo Speleologico Fiorentino, sul quale come sempre era presente nell’organizzazione. Quasi sempre presente nei raduni nazionali di speleologia, anche nel 2024 pensava a Caselle di Pittari (SA), fino a quando poche settimane prima gli è stata diagnostica la terribile malattia che lo ha accompagnato fino al 23 gennaio 2025. Ciao Franco
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gli articoli apparsi su TALP
elenco aggiornato al numero 61 (luglio 2024)
n°Talp/pag. Appendici carsiche Abisso della Focolaccia 37/4 Grotta Maria Colombo, Salerno, Campania 45/4 Archeologia Gli Antichi abitanti del Monte Argentario
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Archivio Le grotte del Bosco di Lappata
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Biospeleologia La Tana di Casteltendine, un ecosistema ipogeo da studiare 38/22 Difesa del territorio in Speleomantes italicus: relazione del progetto 40/43 Incontri con la fauna cavernicola 45/77 Grotta dolce grotta: utilizzo delle grotte 48/48 ToscoBat: il monitoraggio dei chirotteri 48/56 Progetto (geo)salamandra 50/22 ToscoBat: il monitoraggio dei Chirotteri 50/141 Grotta dei Santi, Monte Argentario (GR): i piccoli mammiferi dei livelli musteriani 53/64 Candido, un incontro unico 59/66 Il contributo della speleologia toscana alla conservazione dei pipistrelli 60/4 Studi preliminari: biologia, rilievo e considerazioni geologiche della 2204 Buca della cima del Matanna 60/10 Caratterizzazione della comunità di macroinvertebrati terrestri presenti in una grotta ricca di guano 60/23 Identificazione e caratterizzazione morfologiche e genetiche di microrganismi da aree ipogee toscane 60/40 Buca dei Ladri: conosciamo meglio chi la abita 61/88 Campi speleo Emozioni al Veladro Carcaraia Carcaraia, diario del Campo Majella 2002
10/14 17/44 25/26 25/38
19/4 19/10
Corrige Gerfalco Volume I: Poggio Mutti
47/86
Corsi Metodi di ricerca preistorica in grotta Corso di Speleo Glaciologia II corso di topografia e rilievo
20/22 21/70 29/64
13/29 13/38 15/12 15/34 17/41 20/16 21/84 22/10 24/4
Documenti Le grotte naturali della provincia di Livorno 21/10 Emozioni Archivio storico 1/8 Scritti del colatoio 1991 3/25 La prova 4/25 La montagna vuota 5/32 Emozioni 7/35 Le porte della montagna 8/45 Il chiostro di S. Brandano 9/28 Cantico della vita 11/47 Una discesa nel Pozzo Revel 12/40 Incontri ravvicinati del terzo tipo 14/17 XXVII Corso di Biospeleologia di 3°Livello 17/38 8 Ottobre 1998: il giorno del serpente 18/18 ... ed in fondo la luce 27/22 Vie 31/60 Cronache turistiche e speleologiche siciliane. Diario di un viaggio bellissimo 44/34 Astrea, venti anni dopo 47/79 Tre luci, mille occhi, un solo respiro 49/10
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Convegni Convegno tecniche speleologiche Commissione Soccorso F.S.T dietro le quinte 4/4 1°Convegno Italiano sui chirotteri 17/23 Atti congresso FST Gavorrano 23/Alla ricerca di grotte in..., biblioteca 25/10 1926-2006, 80 anni di speleologia a Pisa 32/40 Alpi Apuane: non solo cave 36/34 Apuane 2007, un anno dopo 37/44 Una scommessa vinta 49/12 Impressioni su Toscana Ipogea 49/14 L’impatto ambientale dell’attività speleologica 49/30 Didattica speleologica: vecchie e nuove idee a confronto 49/31 Nuove e vecchie forme di associazionismo speleologico 49/32 SpeleoFotoContest 2022 Nextgen: la 5a edizione del contest e primo passo verso una nuova generazione 58/29
Cronaca Richiamo alla successione temporale delle esplorazioni dell’Abisso Olivifer Progetto, studi e ricerche A. Milazzo Pozzo la Ragnaia Cari cavatori Speleologia e ambiente La montagna è scoppiata Relazione dei sopralluoghi nelle zone alluvionate I ragazzi di Fornovolasco Il G. S. “l’Orso” e la Grotta del Sassocolato Le grate dell’Antro del Corchia: la sentenza E il Corchia va Un episodio da tener presente Giallo al Buco Giallo Grotta del Vento e dintorni Cobardine - Fate: punto a capo
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Cavità artificiali Una città e le sue acque: Pistoia Non solo grotte Opere sotterranee in Cappadocia Speleologia urbana: Portoferraio 1996 La grande galleria dell’Appennino e i suoi aeratori Buca dell’Antina Storia delle cavità artificiali dell’abitato di Portoferraio I cunicoli del territorio di Sorano, Grosseto
Comunicazione Comunicare la speleologia: come, dove, perché 60/125
37° corso nazionale di fotografia in grotta 31/42 3° stage di qualifica Istruttori e Aiuto Istruttori di tecniche speleologiche SSI 35/40 Corso di I° livello in ... amicizia 36/38 I colori del buio 37/48 Grotte di ghiaccio 39/68 49° corso di perfezionamento tecnico 43/69 Corso di aggiornamento per accompagnatori in grotte turistiche 43/71 Informare d’ambiente, agire consapevolmente 44/47 Primo corso di speleologia in Etiopia 46/82 Il primo Corso di Introduzione alla Speleologia svolto in Etiopia 50/20 Dentro la montagna. Alla Scoperta del mondo ipogeo apuano 50/93 Ritorno a scuola 50/94 Speleobox per la didattica speleologica: analisi, criteri progettuali e linee guida 50/105 Corso di rilievo con TOPODROID 51/94 Corso 3D 51/96 Corso GPS 51/98 Corso traccianti e colorazioni 57/66 Note sul primo corso di biospeleologia organizzato da FST 61/46
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Catasto Commissione catasto 4/11 Guida al catasto delle grotte 13/20 Proposta di una scheda per il catasto delle cavità artificiali 19/46 La nuova scheda del Catasto Speleologico Toscano 28/58 Il catasto delle cavità artificiali 34/32 Il webgis del censimento grotte della toscana 35/42 Quanto è lungo il Corchia 46/39 Orchi, lupi e gallerie perdute 48/61 Il modello 3D delle grotte nelle Alpi Apuane 60/50
Le condotte del sottopassaggio del torrente Siele 19/14 Esplorazione e rilievo di tre cisterne medioevali 19/20 Pistoia sotterranea 19/28 A Livorno tra chiese, conventi, lazzaretti e ... fabbriche di carburo 19/32 Pistoia sotterranea: una mostra 19/36 Rifacimenti urbani e distruzioni moderne a Pistoia 19/38 Siena sotterranea: i bottini 19/42 La galleria di Pian del Lago 19/50 Sotto Siena: gli altri bottini 29/32 Cavità artificiali nel senese 37/26 Ipogei salmastri 39/64 Gli annessi agricoli al Podere Pian de Vignoli 44/17 La Galleria delle Fonti dell’Abbondanza 45/47 Le cavità artificiali di Massa Marittima 47/64 Il rilievo di una cavità artificiale 48/74 Gli insediamenti rupestri nella contea degli Ottieri, tra Toscana e Lazio 50/9 Il sistema minerario della Valle in lungo 50/196 Galleria Teresa, Massa Marittima (GR) 51/74 Caratterizzazione delle formazioni superficiali e monitoraggio di un ambiente ipogeo: il Bottino di Fonte Gaia, Siena 53/40 La prima esperienza di speleologia in cavità artificiali: Poggio alla Guardia 59/72 Il rilievo della Rocca della Verruca, Calci (PI)60/67 Le grotte-miniera etrusco-romane dei Monti di Campiglia Marittima (LI) 60/70 Galleria di scarico delle acque della turbina della Filanda di Forno (MS) 60/76 Rifugio antiaereo della Martana – memoria in rilievo 60/102 Le Miniere dell’Argentiera, Sant’Anna di Stazzema 61/68
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indice generale
INDICE T A L P F S T 62 D E L L A R I V I S T A T A L P
Esplorazioni Grotta Lilliput Abisso Sole dell’ovest Abisso Cheek to Cheek Grotta di S. Anna Vecchia Abisso Gnomo (monografia) Buca di Foce Luccica Abisso Topolinia Alla ricerca delle gallerie perdute Watanka un nuovo abisso delle Alpi Apuane Una nuova grotta in Orto di donna: la buca Wil Coyote Abisso del Giglio Le Buche dei Menhir Belfagor Buca del Carbonaio I nostri primi due anni Buca di Cavallo Pazzo Buca della Doccia La Buca di Piastreta e dintorni Canale di Renara: nuove cavità Abisso Olivifer Abisso dei Tarzanelli Buca della cava di Uliveto Terme Abisso Guaglio: ramo dei vespasiani Abisso Perestrojka Il colore del buio Esplorazione “fatale” Amarcord NgoroNgoro Esplorando nella macchia mediterranea Tra Milazzo e patatine Buca Cino Buca del Magazziniere Note su un nuovo ramo esplorato all’abisso Coltelli A proposito di grotte marine La nascita di Alice Nota su un nuovo ramo esplorato all’Abisso Coltelli La Buca delle Aquile di Ripanaia La Buca delle Zanzare La Sperucola del Serpente Volastro Tre brevi storie sulle sorgenti di Roggio Astrea Neil Moss La Buca di Noceta Operazione Mani Pulite La Buca di Mamma Ghira A&B La Buca delle Ombre La congiunzione Mamma Ghira Pelagalli e oltre Pianiza: P56 Siamo tornati all’Abisso S. Vincenzo Congiungendo ... congiungendo -1 p. Speleologia in Pania Fontanino: ovvero la via di mezzo Buca a Nord del monte Pallerina Attività nella Toscana centrale La strana vicenda di Icaro Aria Ghiaccia: l’abisso trasversale Alcune cavità dell’Isola d’Elba Monte Memoriante: una montagna sconosciuta Arnetola: il punto della situazione Ramo del Mulino: Abisso della Buca del Poggione Pozzo La Ragnaia Sulle pendici del Pizzo d’Uccello Congiungendo ... congiungendo - 2 p. Buche, sempre buche, ... solo buche Una piccola grotta nell’arenaria Val Serenaia La via di Mamma Ghira La buca di V L’avventura del Mota-Mota Il nuovo fondo dell’Abisso Bologna Abisso Pozzi La Buca delle Nottole
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1/10 1/14 1/17 1/19 1/21 1/32 1/39 2/6 2/15 2/19 2/25 2/33 2/35 2/38 2/41 2/44 3/7 3/10 3/17 3/30 3/38 3/42 3/45 3/47 4/6 4/17 4/21 4/24 4/27 5/6 5/18 5/32 5/35 6/3 6/7 6/10 6/14 6/19 6/26 6/46 7/3 7/13 7/15 7/18 7/30 8/4 8/13 8/25 8/29 8/34 9/4 9/14 9/30 10/3 10/20 10/22 10/32 10/39 11/3 11/9 11/19 11/28 11/36 11/42 12/16 12/22 12/26 12/36 13/7 13/16 13/22 13/40 13/44
La Buca di Mamma Gracchia 14/20 Coltelli-Gnomo 14/26 La Buca del Biserno 15/29 Via di “Buca Sotto la Strada” 15/37 Stazzema Caves 15/50 Buca Aione vent’anni dopo 16/26 Boana ’96 16/33 L’area carsica dei Poggi ad est di Orbetello 17/3 La Buca di V 17/17 Le Fate 17/27 1415-LU: Abisso Garfagnana FV82 18/6 Golem 18/40 Monte Freddone: piccole grotte e verdone 20/8 Pelagalli e dintorni 20/24 Il decimo ingresso: i “Gracchi” 21/4 La Buca Libre 22/4 Le voci di dentro 22/22 Mani Pulite 22/26 Buckellen A. Montemurlo - Bocciolix 25/4 Carcaraia 2002 25/34 La Tomba (Belagaio): un graziosissimo gioiello 26/10 Oltre le Apuane: la Bucaccia, Voragine Maris Morelli 26/20 Le grotte del Comune di Pescaglia 26/40 Abisso 5 Luglio 26/44 Oltre alle Apuane 2. L’inghiottitoio dei Casini di Corte 27/6 Abisso 5 Luglio: aggiornamento dell’esplorazione 27/38 L’inghiottitoio del Mulinaccio 28/4 254T/Gr-Grotta di Montecchio 28/12 Buca Kelly: aspettando le Apuane 28/28 L’Abisso Cann’Abiss e altre ricerche 28/36 La Buca del Canneggiatore 29/4 U.S.P.: Abisso Gigi Squisio 29/12 Il “Ramo dei Romani” nell’Antro 29/24 I Rami dei Fiorentini nell’Antro 30/2 Grotta Lilliput, riveduta e corretta 31/4 Sperucola del Buffardello, FV 92 31/24 La grotta Vittorio Prelovsek 31/28 La “Buca del Rospo” una grotta 32/4 Un’avventura che si chiama Buca dell’evento 32/10 Andar per grotte ... sull’Etna 33/4 Nuove scoperte all’Abisso dello Smilodonte 33/36 Gerfalco volume I: l’area carsica di Poggio Mutti 33/42 E abbiamo trovato 34/4 La grotta di Montecchio, ultimo aggiornamento: il Ramo dei dannati 34/6 Pardessealmolonovo: il quattordicesimo ingresso dell’Antro del Corchia 35/4 Mirandola: nuove esplorazioni dell’abisso 5 luglio 35/14 Aria nuova: Monte Tambura, Resceto, Massa 36/8 Abisso Chimera, Speleo Club Garfagnana 37/6 Alta Val Boana – 685 T/LU, Buca Gofredo 37/10 Abisso Gigi Squisio, il “comunicare” nell’USP 37/18 Grotta Vittorio Prelovsek 38/4 Su Cava Torre e nei marmi e calcari selciferi dell’Orto di Donna 38/16 Abisso Chimera, Speleo Club Garfagnana La storia, da -68 a -1006! 39/4 Nello Squisio più profondo 39/13 Le risalite del Bertarelli 39/18 Il Fosso di Capricchia, Careggine, Castelnuovo Garfagnana, Lucca 39/26 Grotta della Turrite 40/4 Inghiottitoio di Rio Rimonio 40/14 Le grotte di Poggio Pinzo sul Monte Argentario 43/4 La Grotta della Cava, M57 44/4 Sul Monte Freddone, fra ripidi canali 45/6 Le risalite dei Maremmani 45/21 Speleologia a chilometro zero, la Buca del Col dei Burroni 45/34 Due cavità naturali nelle vulcaniti dei
Monti Vulsini settentrionali 45/41 La Buca delle Fate di Formentale 46/6 Sassetta, tra vecchie e nuove scoperte 47/6 Gerfalco Volume II: Fosini 47/30 T/GR 2000: Grotta di Cala Finestra 47/40 L’area carsica del Monte Argentario 47/46 I rami del Centenario in Corchia 48/4 Le esplorazioni al salone del Centenario 50/19 Il carsismo nell’area di Massa Marittima 50/30 La Buca dell’olocco o della rinascita 50/59 Grotte dei Monti pisani, in volo d’uccello 50/102 Le grotte della Montagnola senese 50/103 Buca Del Campo: Ingresso Lorenzo Brizzi 50/106 Grotte d’Amiata 50/118 Media Val di Lima 50/154 Area carsica della Calvana 50/175 Carcaraia: dal 2001 ad oggi 50/190 La Piera non fa tabacchino, ovvero il 19° ingresso del Corchia 51/4 La buca Hydra CMG 51/13 Prata di Massa Marittima (GR), grotte naturali e cavità artificiali 51/18 Gate 17 53/4 Un nuovo piccolo complesso: la Buca dell’Acquafredda e la Buca della Frana 53/9 La Grotta Maona 53/18 Un mistero svelato per caso: piccola esplorazione nei Monti di Campiglia Marittima 53/28 Progetto Panie 54/4 Corchia Ovest 54/24 Il buo del “Papy” 54/32 Progetto ORCO 2018 54/39 Le Mani nel Gigi 54/48 La volta che i maremmani … 54/55 Abisso Giuseppe Fruzzetti 54/60 Ventunesimo 56/10 Progetto ORCO 56/29 Pittica Sa Pompa 56/36 Cavum Arietis 56/42 Buca dei Francesi T/LU 1048 57/36 Niente di nuovo, niente di utile: un viaggio all’interno del Monte Tambura 57/54 Operazione Rilievo Corchia Il ramo degli orchi e altri sviluppi … 58/4 Metamorfosi: quando un abisso diventa complesso 59/6 Quando le grotte pronto uso scarseggiano si torna dove l’aria si muove e si disostruisce 60/56 Nuove buche e buchette delle Alpi Apuane 60/81 Progetto Grotta Giusti 60/111 Riempire i tratteggi 61/5 Report Progetto ORCO anno 2023 61/11 Ritornando alle Buche della Cava dell’Onice 61/30 Facciamo il punto su “Punta degli Stretti” passando per ... 28/46 La Buca del Beato 28/52 L’Abisso Franco Milazzo 31/52 II Pozzo dell’Argentiera 32/16 Il rilievo del complesso Astrea-Bagnulo-Generatore-Buca di V 36/4 Esplorazione geomorfologica e speleologica dell’area carsica del Monte Cetona 40/22 Andar per grotte: quando esplorare è anche scoprire 43/20 Buca del Teschio: una grotta ritrovata dopo 50 anni! 51/44 Grotte dimenticate: la Buca della Risvolta 52/20 FST informa FST informa Quota 500 Sottoscrizione pro alluvionati Convenzione Parco Apuane Corchia: dal 1841 al 2000 Inaugurazione della sede F.S.T. La nuova sede di Firenze Convegno di Castelnuovo: sono pronti gli atti Marzo 2012, fine mandato: tiriamo le somme
13/47 14/36 14/37 18/28 20/12 27/4 28/70 31/65 43/73
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Geologia La lenta agonia della Grotta di Torri 15/16 Note geomorfologiche sul complesso calcareo mesozoico del Monte Rotondo 22/6 Proposta di studio geologico 27/40 Geologia assetto strutturale della grotta di Montecchio 34/10 Analisi di facies nei depositi terrigeni di grotta 35/22 Toscana sotterranea sconosciuta 49/34 Rilevamento geologico sotterraneo di skarn e mineralizzazioni a Pb-Fe, Buca Grande di Montorsi 50/107 Cavità di origine ipogenica nelle aree carsiche minori della Toscana centro-meridionale 50/108 Analisi di facies epi-ipogea e carsismo dei depositi pleistocenici dell’area di Perolla 50/178 Il carsismo di tipo “ghost-rock weathering” nelle grotte della Montagnola senese 50/194 Le aree carsiche della Toscana, un nuovo censimento 52/4 Grotte Marine Le grotte marine della Toscana: primo contributo Primo censimento delle grotte marine della Toscana
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Le colorazioni nell’area carsica dei Monti della Calvana 42/76 Colorazioni, ovvero tutto quello che c’è da sapere... 42/92 Incontro del CNSAS con la speleologia toscana 43/63 Aquae Frigidae: Forno 7 luglio 2012 46/72 Divulgare la speleologia giocando 46/78 Pronti Attenti si Parte: Aquae Lucidae 48/16 Disabilità e Speleologia: incontrarsi ... 50/28 Fotografati con il dovuto rispetto 50/95 Il CNSAS incontra la speleologia toscana 51/85 Speleologia e disabilità 51/87 Quattro uomini in grotta, per tacer del cane 51/87 La memoria delle Grotte: viaggio attraverso la paleontologia 51/91 Music Underground 54/67 SpeleoFotoContest 2020 54/69 Itinerari Dalla Grotta di Equi alla Polla di Forno Itinerario Speleologico: dalla Buca del Gallo alle Fonti di Bufalona
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Materiali Il carburo di calcio Meteorologia Stima del volume di un sistema carsico basata sull’osservazione della circolazione d’aria agli ingressi. Analisi meteorologica della Buca del Cane di Scorgiano Analisi geofisica integrata per la caratterizzazione della micrometeorologia ipogea
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Progetti scuola Dentro la montagna: alla scoperta del monto ipogeo apuano Sottosopra: escursioni naturalistiche tra grotte e montagne Recensioni libri Carlo Cavanna, Le grotte della provincia di Grosseto Il labirinto di Chiusi
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Speleo informatica Server speleo Speleologia Toscana in Internet
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Speleo Quark Alcuni dati dell’analisi statistica delle grotte delle Alpi Apuane Bere o non bere: questo è il problema Il Re della grotta è in pericolo Ricerca preistorica nel “Riparo Cavanna” Stalattiti eccentriche Alcune osservazioni in Maremma La strana meteorologia degli ingressi delle grotte L’impossibile meteorologia delle grotte Gli speleotemi come archivi naturali del clima passato I gradienti di temperatura nei monti: un indicatore esplorativo Il clima sotterraneo è sottosopra? Cosa deve fare uno speleologo quando trova un baby pipistrello? Le implicazioni paleoambientali della composizione isotopica del carbonio di alcune stalagmiti delle Alpi Apuane Il clima delle Alpi Apuane tra 280.000 e 370.000 anni fa Che tempo fa in grotta? Al limite del tempo Variazioni climatiche, speleotemi e Corchia Antro del Corchia: un tempio sotterraneo del clima La Buca del Frate di Perolla, una grotta “mozzafiato” Tre anni di rilevamenti del radon in Forra Lucia, Monti della Calvana La Tana che Urla: quando il colore ... Speleosub Speleologia subacquea La risorgenza della Pollaccia Studi sulla curva di esaurimento di una sorgente del monte Morello Esplorazione della risorgenza del Tinello Luglio ’91: Suspiria Un’occasione tutta Toscana In fondo ... è ... un sifone Fortissimamente Milazzo Risorgenza del Tafornione e dintorni Al di là del vadoso La storia continua Esplorazione post sifone abisso Urli Finalmente in acqua Ritorno a Tana Termini Progetto Equi Terme
3/20 9/24 13/3 14/47 16/23 18/22 18/32 20/4 20/30 21/72 21/81 22/18
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Soccorso speleo Soccorso Speleo
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Speleotemi Piccole grandi grotte: la Renella 38/50 Il monitoraggio della composizione isotopica delle acque di pioggia e di stillicidio dell’Antro del Corchia: implicazioni idrologiche e paleoclimatiche 50/96 Studi paleoclimatici sugli speleotemi toscani: ultimi dati e nuove prospettive 50/147 Tante grotte, tanti archivi del clima passato: dati preliminari della convenzione INGV-FST 52/45 Venticinque anni di studio sugli speleotemi apuani 60/29
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Ricerca e Territorio Sentiero dei meno mille 54/89 Progetto BIT 55/67 Progetto Ottieri 55/77 Caratteristiche mineralogiche e tessiturali degli speleotemi provenienti dalla “Buca delle Fate di San Giuliano Terme” 56/58 Studio delle caratteristiche isotopiche e microstratigrafiche di uno speleotema della Buca della Renella (Alpi Apuane): implicazioni climatiche e idrologiche 56/65 Girottolando tra gli ingressi dei Monti Pisani 57/69 Paese che vai, antenna che trovi! 58/46 Relazione zoologica di commento alla Verifica di Incidenza Ambientale proposta da WindTre s.p.a. e relativa al “Progetto di installazione di nuovo impianto tecnologico di radiotelecomunicazioni per telefonia cellulare” a Castell’Azzara (GR)58/50 Analisi ad alta risoluzione della suscettività magnetica dei sedimenti clastici della Grotta di Cala dei Santi (Monte Argentario, Grosseto) 58/54 Le acque del sistema carsico Buca della Renella (Alpi Apuane): indagini idrochimiche e isotopiche per la comprensione dei circuiti idrogeologici58/60 Buca dei Ladri: studio preliminare di un ecosistema ipogeo ricco di guano 59/59 Speleoterapia e Antroterapia in Europa 59/80
Spedizioni Speleologia toscana all’estero 1/40 Luglio ’91 Su Spiria 5/21 In Bolivia sulle orme dei dinosauri 10/15 Etiopia 2002: ricerca preistorica nella grotta di Harurona (Gesuba) 29/4 Le grotte del Wolayta (Etiopia meridionale) 3/24
T A L P
Incontri XVII Congresso Nazionale 5/39 Tutti insieme appassionatamente 6/36 Nebbia ’93 8/20-22-24 Lago novantaquattro 9/38 Sogno d’una notte di fine estate 10/6 Alcool e incidenti 10/10 Casola ‘95 11/27 SpeleoFotoContest 2006 32/44 Tentativo di studio idrogeologico della sorgente di Equi Terme: analisi dei dati disponibili 38/70 Seguire i fiumi della notte 42/4 Le sorgenti di Equi 42/8 La sorgente del Frigido 42/28 La sorgente de la Pollaccia 42/44 Le sorgenti di Pontestazzemese 42/58
Paleontologia I “morti” della 482T Il Gulo nell’acqua
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Idrogeologia Risultato della prova di colorazione all’abisso E. Orsoni-Vetricia 1/48 La colorazione del Panne’ 15/52 Un nuovo modo di analisi dei fluocaptori 16/42 Colorazione: Sperucola del Senzossi 18/26 Le “colorazioni” di Mani Pulite e Farolfi 29/43 Una piena ad Equi Terme 29/60 Idrologia a Fornovolasco 36/10 Il progetto LISCA: laboratorio idro ... 45/69 Il progetto LISCA a Equi Terme 48/20 Progetto di indagine del sistema idrocarsico della Grotta del vento 48/36 La carta degli acquiferi carsici delle Apuane 48/42 Risultati sondaggio Commissione Scientifica Toscana Ipogea 49/44 Primi monitoraggi alla Grotta del Vento 50/4 Abisso Bombassei 55/55 Grotta del Vento 55/60 Dal Pendolo a Cardoso: risultati della colorazione e del monitoraggio della sorgente del Muglione (Stazzema – LU)58/14 Test di tracciamento Corchia 2020-2021 58/23 Il sistema idrogeologico della Polla di Forno 60/16 Acque Tinte 60/72 Test di tracciamento agli Abissi Olivifer e Watanka 61/36
Abisso Saragato
INDICE
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Novità e progetti per TALP Premio di Laurea R. Giannotti I edizione DiversamenteSpeleo Toscana 2016: una volta sognato un sogno non può finire nel nulla … Un progetto silenzioso, altri modi di fare speleologia ToscoBAT premiato dalla SSI
INDICE T A L P
Talp Appunti Magica … magica lampada Note di geologia per speleologi Chiacchierando di poligonali Fotografare in grotta L’area carsica dei Poggi ad est di Orbetello Alla scoperta del sottosuolo dei monti di Campiglia Marittima (LI) Talp Archivio Sopra alcune cavità del Monte del Giardino Tana Termini La Tana che Urla Una gita alla Tana di Cascaltendine nel Monte di Gragno A grotte, rovistando negli archivi ... Di alcune grotte della Garfagnana ... Eremiti: gli speleonauti del passato Cavità artificiali minori: strani casi 150 anni di “unità speleologica” Talp Film Opus Crystallinum Corchia: la Montagna vuota
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Talp informa IX Congresso regionale FST Vicopisano 2023 59/4
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Talp Memorie Rodolfo Giannotti 15/56 A Vittorio 16/32 In ricordo di Francesco Viciani, socio fondatore dell’Unione Speleologica Calenzano 26/48 Luciano Salvatici e Giovanni Noferini 28/68 Igino Trombi 31/23 Mario Lazzarini 32/48 Pietro Gittarelli 37/52 Giovanni Adiodati 42/96 Dino Coltelli 47/96 Mai stata in grotta … speleologa per sempre! 54/103 A babbo Lido 54/104 In memoria di “Gnago” 55/88 In memoria di un grande tra i grandi 56/78 Buca di Tito 59/90 Beppo, lo scienziato speleologo 60/116 Bracco 60/120 Talp Notizie Un danno incalcolabile per tutta la comunità speleo 57/4 Congresso Nazionale di Speleologia 2/5 giugno 2022 Ormea (CN) 58/2 Mostra fotografica FST al Museo di storia naturale del Mediterraneo di Livorno 3 luglio – 10 settembre 2022 58/2 Il B52 entra nel Complesso di Monte Pelato 59/2 Monitoraggio della sorgente del Muglione 59/2 Prova di tracciamento acque all’Abisso Tripitaka 59/3 Corso di Fondamenti e Tecniche del rilievo in grotta 59/3 Talp Web Sotto le gonne delle Apuane La storia ed il ruolo della Commissione Informatica FST Tecnica Per un foro in più Ni-Cd che passione Trapano Bosch, bello … bello impossibile! Fotografare a -1.000 Nuovi strumenti: il GPS Speleolaser Abisso Mani Pulite: non solo esplorazioni Complesso Cobardine - Fate: fotografare l’acqua Il monitoraggio delle temperature agli ingressi delle grotte Una nuova luce ARVA come strumento di ricerca
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5/23 6/23 7/9 16/3 16/12 17/42 22/31 24/42 27/12 34/16 35/28
Torrentismo Torrentismo Torrentismo sui Pirenei spagnoli Rio Alba & Rio Simon Non solo speleo Torrentismo in Toscana Esplorazioni in Alta Toscana Il Fiume Albegna: torrentismo e randonnée acquatici in Maremma
2/28 7/25 9/6 27/28 55/4 55/8 55/18
Tutela ambientale Tutela e valorizzazione del patrimonio speleologico 6/40 Un disaccatastamento 8/3 Una grotta che non c’è 9/3 Delle strade in Apuane o il progresso 9/36 Diamoci un taglio 12/35 Alpi Apuane: escavazione e tutela ambientale ... 15/3 Parco Alpi Apuane 16/47 Chirotteri: l’orecchione 18/20 Grotte, cave & gallerie 20/28 I geo-trioni delle Alpi Apuane 25/16 È l’anno delle acque? 27/34 Case Castello “disostruita” dal legname 31/40 Su CavaTorre … e le altre 56/4 Sopralluogo Campofiorito 54/7 Grotte e cave 57/6 Cava Piastraio: stop ai lavori in difformità 58/26 Cava Piastraio: Pozzo livello 3 … to be continued 58/56 Relazione commissione Ambiente attività 2023 61/50 Turismo estero Garfagnini alla Pierre S. Martin In Bolivia sulle orme dei dinosauri Avventura speleologica in Etiopia Indonesia ‘95 Yugoslavia Usi e Costumi Storia del fondatore dello Speleoclub Pontedera Note di viaggio Nove Con La scoperta dell’Acqua Calda De rerum speleologica 1° Speleo-comunicare De rerum speleologica 2° Chi cerca trova Prepariamo insieme i sacchi per le esplorazioni di domani Oggetti smarriti De rerum speleologica 3° Riservato ai neofiti De rerum Speleologica 4° HomoSpeleus
9/19 10/15 11/24 12/13 13/18
1/42 2/18 5/16 6/31 7/36 8/42 9/33 10/34 11/15 11/43 12/3 12/44 14/11 16/29
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Specifiche per l’invio di materiale da pubblicare su TALP •
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Inviare articoli così composti: - File di solo testo (no immagini) con indicazione della posizione (indicativa) delle immagini (word o documenti google, no .odt) es: ...scoperto così il pozzo delle Meraviglie (foto 1) - Immagini, grafici, tabelle, a parte, in formato .jpg o altro, a buona risoluzione, rinominate con: |foto 1: didascalia (nome+cognome)| es: foto1: Pozzo delle Meraviglie (Chiara Vannucci) Indicare titolo, eventuali sottotitoli, autore/i Inviare tutto a editoriale@speleotoscana.it
ps: è consigliabile comunicare preventivamente l’intenzione di inviare articoli in modo che la redazione sia al corrente del materiale in arrivo… Il materiale deve essere inviato entro aprile per il numero di giugno, ed entro settembre per il numero di dicembre. Tuttavia è possibile che comunque la pubblicazione dell’articolo slitti al numero successivo se il numero precedente è già completo. ALCUNE NORME E REGOLE DI SCRITTURA: • • • •
• •
unità di misura: sono simboli, non sono abbreviazioni, quindi non necessitano del punto. Sono definite da norme internazionali e quindi: metro si scrive m e non mt o peggio mt.; la punteggiatura è sempre seguita da uno (uno solo, ma almeno uno) spazio, mai preceduta da uno spazio; gli spazi fra le parole sono necessari ma sono sempre uno solo. Non possono essere usati per aggiustare la lunghezza della frase; le iniziali maiuscole accentate (ma anche le minuscole) si fanno con l’apposito carattere, mai con la lettera normale e l’apostrofo, eventualmente basta inserire la corrispondente minuscola dopo il punto e il correttore farà il resto (esempio: E’, e’ errato, È, è corretto); la punteggiatura esclamativa o interrogativa va inserita una volta sola, anche se siete emozionati, per cui mai !!!! né ??? o !?!?; i puntini di sospensione sono tre per regola, evitate di metterne di più.
RILIEVI E CARTE I rilievi devono essere salvati come file .pdf (in particolare quelli stampati grandi come allegato alla rivista stessa) , nel formato (A1, A4, mezza pagina, ecc…) concordato per la stampa. Devono essere file vettoriali sia in fase di disegno che di asportazione. Se il livello di dettaglio diminuisce si può optare anche per il file .jpg (mezza pagina o inferiore). Anche il livello di dettaglio e i tratti delle linee devono essere proporzionati alle dimensioni di stampa. Per capirsi, il rilievo completo dell’Antro del Corchia, non può essere pubblicato su una pagina di Talp perchè sarebbe una macchia nera illeggibile. Quindi rilievi di aree vaste dovranno essere molto poco dettagliati per poter essere pubblicati in rivista. Per dettagliare gli stessi, eventualmente, si può optare per la stampa in A0 o A1, come allegato a Talp. Questa opzione va convenuta con la redazione ed ovviamente il rilievo deve essere ben dettagliato e completo. I rilievi di piccole cavità o di aree circoscritte sono ottimi da allegare agli articoli, magari inseriti a pagina intera. Cartografie ed immagini esplicative dell’area di interesse (es: geolocalizzazioni su google maps o simili) possono essere inserite come file .jpg previa l’indicazione della fonte nella didascalia. Anche in questo caso attenzione alle dimensioni di eventuali segni grafici nelle immagini. Nel rilievo deve essere riportato: il dislivello dall’ingresso al fondo, numero di catasto, sigla della provincia e nome della grotta, data, autori dei rilievi, gruppi speleologici. In una tabella a parte possono essere inseriti gli altri dati: comune, località, area carsica, quota d’ingresso, coordinate chilometriche Gauss Est – Nord, dati metrici di sviluppo della grotta, ecc. Sia i rilievi che le cartine (geografiche, geologiche, ecc...) devono avere riportata la scala grafica. Di seguito le dimensioni dei file per l’adattamento alle pagine di Talp: - rilievo/cartografia a doppia pagina: misure cm 30 x 19; - rilievo/cartografia a una pagina: misure cm 14 x 19; - rilievo/cartografia a mezza pagina: misure cm 14 x 12; - rilievo/cartografia a ¼ di pagina: misure cm 7 x 9.
contributo due numeri 15,00 euro Bonifico Bancario IBAN: IT59M0503470150000000004218 intestato a: FEDERAZIONE SPELEOLOGICA TOSCANA c/o Museo di Storia naturale del Mediterraneo Via Roma 230, 57127 Livorno NOTA BENE È possibile fare un versamento unico per più abbonamenti. In ogni caso
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