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NUMERO 74 | OTTOBRE 2026
STORIE DI ECCELLENZA E INNOVAZIONE
SANITÀ DIGITALE, LA VERA SFIDA COMINCIA ORA Telemedicina, Fascicolo Sanitario Elettronico e piattaforme dati sono i pilastri da consolidare.
ITALIA DIGITALE
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
CYBERSICUREZZA
Nuove norme aiutano la crescita
L’invito alla cautela si scontra con
Fra attacchi mirati, shadow AI ed
del settore data center, ma non
le ambizioni delle superpotenze:
ecosistemi vulnerabili, la gestione
risolvono la questione energetica.
rallentare la corsa è possibile?
del rischio entra in una nuova era.
UN EVENTO DI
CAMPANIA DIGITAL summit L’ECOSISTEMA DELL’INNOVAZIONE DIGITALE IN CAMPANIA
INQUADRA IL QR CODE PER ISCRIVERTI O AVERE MAGGIORI INFORMAZIONI
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SOMMARIO STORIE DI ECCELLENZA E INNOVAZIONE
N° 74 - OTTOBRE 2026 Periodico mensile registrato presso il Tribunale di Milano al n° 378 del 09/10/2012 Direttore responsabile: Emilio Mango Coordinamento: Valentina Bernocco Hanno collaborato: Camilla Bellini, Giancarlo Calzetta, Gianluca Dotti, Francesco Megna, Mirko Pinato, Elena Vaciago, Giovanni Zappavigna Foto e illustrazioni: ChatGPT, Magnific, Shutterstock Editore e redazione: TIG ‒ The Innovation Group Srl Via Ettore Romagnoli, 6 - 20146 Milano tel: 02 499881
4 STORIA DI COPERTINA
Sanità digitale: il cambiamento reale comincia ora Tecnologie con il paziente al centro
18 IN EVIDENZA
Smart home alla seconda Lavorare (bene) con l’AI è una questione molto umana Euro digitale: per le banche un nuovo test Il paradosso italiano dei servizi fiduciari Infrastruttura, servizi e software: la corsa oltre l’hype Exploit, abusi, attacchi a cascata: l’AI si combatte con l’AI
30 ITALIA DIGITALE
Data center, una terra (abbastanza) fertile
32 INTELLIGENZA ARTIFICIALE
La certezza dell’incertezza Data center e mercati paralleli: fondamenta del futuro
36 CYBERSICUREZZA
Verso un cybercrimine di precisione La nuova era della gestione del rischio Tra problemi irrisolti e nuove “ombre”
46 ECCELLENZE
Pubblicità: TIG ‒ The Innovation Group Srl tel: 02 87285500
Stampa: Ciscra SpA - Arcore (MB)
50 APPUNTAMENTI
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STORIA DI COPERTINA | DIGITAL HEALTHCARE
IL CAMBIAMENTO REALE COMINCIA ORA La “Missione Salute” del PNRR ha formalmente centrato i target. Ma su telemedicina, governance dell’AI e dati c’è ancora molto da lavorare.
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ulla carta, i conti tornano: con la fine del 2025 la “Missione Salute” del PNRR ha raggiunto formalmente i tre target europei su telemedicina, digitalizzazione degli ospedali e Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), con oltre 467mila pazienti seguiti a distanza (a fronte di un obiettivo di 300mila) e con il 95,2% dei medici di base che oggi alimenta il FSE. Eppure, tra chi di sanità digitale si occupa, l’atmosfera non è esattamente di festa. Tra ciò di cui la tecnologia è capace e ciò che il sistema sanitario riesce effettivamente a erogare si sta aprendo un divario sempre più ampio, perché finora sono stati digitalizzati soprattutto la bu4 | OTTOBRE 2026
rocrazia e i processi amministrativi, molto meno le filiere di cura. I benefici reali, misurati in termini di parametri di salute delle persone, si vedranno forse tra uno o due lustri, e dipenderanno dalla capacità di cittadini e professionisti di usare davvero gli strumenti che lo sviluppo tecnologico e gli ingenti finanziamenti hanno reso disponibili. Chiusi i cantieri del Piano Nazionale post pandemia, dunque, che cosa resta? È la domanda che attraversa quest’anno l’intero ecosistema sanitario, e che fa da filo rosso all’Healthcare Innovation Summit che AISIS – Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità e TIG – The Innovation Group organiz-
zano a Milano l’8 e 9 ottobre, e il cui programma restituisce una mappa dei nodi ancora irrisolti. Appropriatezza, sostenibilità e governance dell’intelligenza artificiale sono i principali temi caldi. L’AI in corsia
Il primo punto è l’intelligenza artificiale, che per le strutture sanitarie è diventata più una questione di procurement che di innovazione: la sfida oggi è capire come si acquista una soluzione basata su questa tecnologia, come la si gestisce, come se ne valuta il valore e come se ne controlla il comportamento nel tempo. Proprio su questo tema un gruppo di lavoro coordinato da AISIS – che riunisce
La spesa Ict nelle aziende sanitarie italiane è in crescita, o se non altro la fotografia più recente, riferita al 2025, è quella di un settore sempre più attento ai vantaggi del digitale. A dirlo è l’indagine realizzata lo scorso anno da Aisis – Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità, TIG – The Innovation Group e Cergas – SDA Bocconi School of Management, basata sull’analisi di fonti terze e su un sondaggio che abbraccia un campione di aziende sanitarie di 17 regioni italiane. Per circa il 32% del campione, il peso del budget Ict sul fatturato aziendale supera il 2%, ponendosi al di sopra della media nazionale ed europea, mentre all’opposto c’è un 30% per cui pesa meno dell’1%. Per il 38% è compreso, invece, tra l’1% e il 2%. Sarà interessante osservare l’evoluzione di queste dinamiche nei prossimi anni, ora che l’effetto spinta del PNRR è in via di esaurimento. I dati preliminari della nuova edizione della ricerca di AISIS saranno presentati all’Healthcare Innovation Summit 2026.
domanda, offerta e accademia – sta La geografia del Fascicolo Sanitario Elettronico so modelli di servizio in abbonafinalizzando delle linee guida demento (as a service) proprio mentre dicate all’intero ciclo di vita dei sile aziende sanitarie ripensano i cristemi di AI, dalla gara alla gestione teri con cui misurare valore e costo. quotidiana, dal monitoraggio delle A monte resta un interrogativo: se prestazioni fino alla dismissione. Per una diagnosi più accurata migliori gli ingegneri clinici il punto più dedavvero la salute o finisca invece per licato riguarda l’intelligenza artifialimentare sovradiagnosi, cure non ciale che diventa a tutti gli effetti dinecessarie e un ulteriore sovraccarispositivo medico. Un terreno in cui co del sistema. Per questo l’impatto, l’AI Act e i regolamenti sui dispocome ricordano sempre più spesso sitivi si intersecano, e in cui l’ospeautorevoli Osservatori e Fondaziodale dovrà sapere con precisione che ni, va misurato sul sistema nel suo cosa verificare prima di introdurre complesso anziché sulle prestazioni una nuova tecnologia. Il calendario, del singolo algoritmo. E le filiere nel frattempo, si è spostato: con il di cura non possono prescindere Digital Omnibus gli obblighi per i da un criterio di appropriatezza sistemi AI ad alto rischio integrati (preventiva, diagnostica, terapeutica nei dispositivi medici slittano al 2 e riabilitativa), che di fatto raffina il agosto 2028. Sarebbe però un errore principio della sostenibilità, tanto leggerlo come una tregua, dal moeconomica quanto di sistema. mento che un percorso di conformità richiede in media tra gli otto Dal documento, al dato, alla cura e i 14 mesi. L’altro immancabile fronte è quelA cambiare è anche l’architettura, lo dei dati, dove si sta finalmente perché gli ospedali si affideranno Fonte: Ministero della Salute e Dipartimento per la Trasformazio- arrivando alla concretezza, come non a un solo modello AI ma a ne Digitale. Percentuale di cittadini che hanno usato il FSE nei dimostra la conclusione dei collau90 giorni precedenti alla rilevazione (rispetto al totale assistiti per diversi, interpellati di volta in vol- i quali è stato messo a disposizione almeno un documento nei 90 di dell’Ecosistema Dati Sanitari ta come supporto alla decisione, e giorni); periodo di riferimento marzo – maggio 2026. (EDS) collegato al FSE. Il percoravranno quindi bisogno di un liso che va dal documento, al dato e vello di orchestrazione – una sorta di alla prassi di cura è ancora un percorso mune e con un’unica fonte di verità (per gateway – in grado di indirizzare ogni a ostacoli. La sfida è trasformare i doesempio un data lake affidabile), senza il cumenti che popolano il fascicolo in richiesta verso il modello più adatto. Alla quale nessun algoritmo può funzionare un’informazione davvero utilizzabile, base, però, dovrà esserci un patrimonio bene. Si trasforma infine il mercato, percapace di ricostruire la storia clinica di di dati governato con una semantica coché molti fornitori stanno migrando ver5
STORIA DI COPERTINA | DIGITAL HEALTHCARE
SPAZIO EUROPEO DEI DATI SANITARI: UNA SVOLTA ANCORA LONTANA La Commissione Europea lo definisce come una “pietra angolare” per la salute e per i servizi ai cittadini. Ma lo European Health Data Space (EHDS) può rappresentare un punto di svolta anche per medici, ricercatori, vendor ed enti del settore sanitario. Lo Spazio europeo dei dati sanitari è un ambiente dati regolato da principi (tra cui la privacy e la tutela delle informazioni sensibili) e da un quadro giuridico comune ai diversi Paesi UE. Alla base c’è una distinzione tra uso primario dei dati, che riguarda la cura diretta e la gestione clinica del paziente, e uso secondario, ovvero riutilizzo dei dati per scopi di ricerca, innovazione o definizione delle politiche sanitarie. Come primo beneficio, i cittadini potranno accedere alle proprie informazioni sanitarie, a referti, prescrizioni, cartelle cliniche e quant’altro in modo più facile e senza più barriere geografiche. Inoltre potranno esercitare maggiore controllo sui dati stessi, per esempio limitando l’accesso esterno a parti specifiche della cartella clinica o a determinate persone, visualizzando i fruitori e chiedendo la correzione di errori riscontrati. Per gli operatori sanitari, invece, i benefici riguarderanno la facilità e velocità di accesso a cartelle cliniche e dati sanitari, dunque si prospetta per il settore una notevole riduzione degli oneri amministrativi. Sarà previsto anche un uso secondario dei dati in ambiti di ricerca, innovazione, elaborazione delle politiche e attività regolatorie. Per tutto questo, però, si prospettano tempi lunghi. Il regolamento europeo sull’EHDS (Regolamento UE 2025/327), di cui si discuteva dal 2022, è stato approvato lo scorso anno ed è ufficialmente in vigore dal 26 marzo 2025. In Italia è già stata istituita e si è insediata lo scorso maggio, nell’alveo del Ministero della Salute, una “Cabina di regia nazionale” per l’attuazione del regolamento. Mancano comunque ancora diversi atti di esecuzione che la Commissione Europea dovrà adottare entro il marzo 2027, e tra questi anche le norme dettagliate necessarie per rendere il regolamento operativo. Ci sarà tempo, poi, fino a marzo 2029 per adeguarsi alle principali parti del regolamento e ancora, nei due anni successivi, per aderire alle restanti norme sull’uso primario e secondario dei dati. Come sottolineato anche dal Ministero della Salute, gli Stati membri potranno anticipare i tempi, su base volontaria, ma la maggior parte degli obblighi inizierà ad applicarsi soltanto nel 2029. V.B.
una persona e di seguirne l’iter terapeutico, anzitutto per i pazienti cronici. L’orizzonte è lo Spazio europeo dei dati sanitari (European Health Data Space,
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EHDS) che dal 2029 renderà condivisibili i dati dei cittadini dell’Unione e nel quale confluiranno anche le prestazioni di telemedicina. È forse proprio la telemedicina l’ambito che mostra con più evidenza lo scarto fra investimenti e risultati, per ragioni che hanno poco a che fare con la tecnologia e molto con l’abitudine, radicata in medici e pazienti, alla visita in presenza, anche quando gli strumenti a distanza garantirebbero la stessa efficacia. Le esperienze positive non mancano: in Puglia, per esempio, cinque percorsi diagnosticoterapeutici sono stati digitalizzati e messi in rete tra più ospedali, con televisita e telemonitoraggio. Anche dove le cose funzionano, tuttavia, restano aperte due questioni di fondo, ossia le tariffe delle prestazioni digitali, che non sono an-
cora state definite né formalizzate, e la gestione del rischio clinico sotto il profilo assicurativo. Sullo sfondo il tema del continuum of care, perché il canale digitale serve soprattutto a non perdere il paziente nel passaggio da un setting assistenziale all’altro. Sul versante dell’accesso, infine, le piattaforme di prenotazione multicanale stanno iniziando a collaborare con le ASL per ridurre le code agli sportelli, accorciare le liste d’attesa e gestire gli appuntamenti mancati. Ma anche qui l’ostacolo primario è culturale, legato a una certa diffidenza verso le soluzioni esterne. Insomma, chiusa la fase del PNRR, tra irrisolte questioni tecniche, culturali, di sostenibilità e di governance delle tecnologie, per la sanità italiana la partita vera comincia adesso. Gianluca Dotti
BERSAGLIO PREFERENZIALE, TRA EXPLOIT E RANSOMWARE
Se la cybersicurezza fosse un paziente, sarebbe purtroppo in condizioni critiche. Ransomware, hackeraggi, truffe basate su phishing, furto e rivendita di dati, fino agli incidenti cyber senza dolo: queste e altre minacce incombono sulla sanità più che su altri settori. Ce lo racconta, per esempio, l’ultima edizione del “Rapporto Clusit”, in cui l’associazione italiana censisce gli incidenti informatici pubblicamente noti dell’anno precedente, avvenuti su scala globale. Nel 2025 il settore sanitario è stato oggetto di 1.053 attacchi, considerando solo quelli andati a bersaglio e diventati di pubblico dominio: il numero segna un incremento del 30% anno un anno. In un lustro, tra il 2020 e il 2025, il volume dei cyberattacchi sulla sanità è quintuplicato. Ma non è solo questione di volume o frequenza di tali episodi, il vero problema sono gli impatti: nel settore sanitario gli incidenti “estremi” (piccola quota) e “critici” (la maggioranza) hanno rappresentato il 60% dei casi del 2025. Non è difficile intuire il perché la sanità sia un bersaglio preferenziale. Da un lato, vista la grande quantità di dati gestiti e la loro natura sensibile, questo è un settore molto appetibile per chi attacca, ovvero offre ottime possibilità di monetizzazione legate a ricatti ransomware o alla rivendita di informazioni e credenziali. Dall’altro, la progressiva digitalizzazione dei sistemi amministrativi, delle attività di diagnostiche, della refertazione e dell’erogazione delle cure crea nuove occasioni per intercettare una vulnerabilità, sia essa tecnologica o umana. Una tra le tendenze in ascesa (non solo in questo settore) sono gli attacchi indiretti, che si inseriscono nella supply chain tecnologica, puntando a software di terze parti e a fornitori di servizi gestiti. Agli attacchi si sommano gli incidenti causati da distrazione, fretta o negligenze del personale: questo accade in tutti i settori, ma è particolarmente grave se vengono coinvolte prenotazioni di visite, prescrizioni, referti, credenziali di login per cartelle cliniche e dati che dovrebbero essere tutelati dalla massima privacy. In base all’ultimo “Data Breach Investigations Report” di Verizon, fondato sull’analisi di 31mila incidenti informatici reali dell’anno precedente, rientra nella categoria “intrusione nel sistema” il 61% dei casi riguardanti il settore sanitario. La percentuale è in netta crescita sul 36% del report di due anni fa e anche rispetto al 53% della precedente edizione, mentre la seconda categoria di attacco più frequente, il social engineering, ha una quota del 17%, stabile anno su anno. Cala di qualche punto la fetta degli attacchi “semplici” alle applicazioni Web (10% nell’ultima edizione del report), così come quella degli “errori vari” (8%). Quasi un attacco su due, il 48%, è sfociato nell’installazione di un ransomware, che è quindi la tipologia di minaccia più osservata. Ed è pari al 48% anche la percentuale di casi in cui la violazione coinvolge una o più terze parti. Lo sfruttamento di vulnerabilità è il più comune vettore di accesso iniziale, presente nel 31% delle violazioni, a cui segue l’abuso di credenziali, 13%. L’azione di difesa preventiva è troppo lenta: tra le vulnerabilità critiche emerse nel 2025, solo il 26% è stato risolto completamente dalle aziende del settore (versus il 38% del 2025) e per ciascuna patch ci sono voluti in media 43 giorni (contro i 32 dell’anno precedente). In molte strutture sanitarie, poi, la persistente presenza di sistemi legacy, difficili o impossibili da aggiornare, peggiora il problema delle vulnerabilità sfruttabili. V.B.
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TECNOLOGIE CON IL PAZIENTE AL CENTRO L’intelligenza artificiale, inclusa quella agentica, ma anche le piattaforme per la gestione dei dati, le soluzioni di cybersicurezza e i sistemi di controllo delle identità: sono solo alcune delle tecnologie proposte dai vendor alle organizzazioni del settore sanitario. L’innovazione è il motore del cambiamento ma i modelli di implementazione e di governance delle tecnologie sono altrettanto importanti, in un ambito che deve preservare il fattore umano (la centralità della relazione tra medico e paziente) e la sicurezza del dato. Le aziende presenti all’Healthcare Innovation Summit 2026 di TIG – The Innovation Group ci raccontano questa trasformazione.
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Helios by Giotto, la piattaforma Almaviva che abilita la sanità connessa Digitalizzare la sanità non si traduce più nell’introduzione di nuove tecnologie, ma nella creazione di un ecosistema in cui dati, processi e persone dialogano in tempo reale. È questa la filosofia alla base di HELIOS, la piattaforma cloud-native di Almaviva progettata per traghettare il Servizio Sanitario verso nuovi modelli più flessibili, interconnessi e focalizzati sulla continuità terapeutica. Con la sua architettura modulare, HELIOS supporta Amministrazioni, Regioni e aziende sanitarie nell’evoluzione dei percorsi di cura, saldando il legame tra ospedale e territorio. Il cuore pulsante della piattaforma è l’interoperabilità: l’adozione di standard internazionali come HL7, HL7 FHIR e IHE abbatte i silos informativi, garantendo uno scambio dati sicuro e offrendo a medici e decision maker la chiarezza necessaria per migliorare l’appropriatezza clinica e la programmazione sanitaria. Inoltre, HELIOS trasforma i dati in informazioni e queste ultime in valore. Attraverso motori avanzati di analisi, elaborazione e monitoraggio, la piattaforma abilita gli ecosistemi sanitari all’accelerazione offerta dall’intelligenza artificiale, all’interno di un framework che opera secondo i più rigorosi standard di sicurezza, compliance e privacy. La nostra missione rimane quella di mettere l’innovazione al servizio del futuro del Sistema Salute per una sanità connessa, sostenibile e a misura di cittadino.
Andrea Leonardo, Healthcare Director di Almaviva
Il contatto con il paziente per Avaya: costante, umano, efficace L’evoluzione del contatto con il paziente – intesa come miglioramento, ampliamento ed efficientamento del servizio – sta assumendo un’importanza cruciale per le strutture sanitarie. Bisogna bilanciare due fattori: da un lato, la ricerca di una maggiore efficacia per rispondere alle crescenti aspettative dei cittadini; dall’altro, l’esigenza di ottimizzare l’operatività a fronte di disponibilità economiche spesso limitate rispetto ai bisogni reali. In ambito sanitario, infatti, la relazione ha peculiarità uniche, legate soprattutto alla centralità del fattore umano e alla necessità di garantire continuità lungo tutto l’iter terapeutico del paziente. In questo scenario, Avaya propone alle amministrazioni sanitarie un approccio pragmatico per implementare un modello di gestione della relazione efficace ed efficiente, in un ecosistema in cui convivono applicazioni specializzate e un utilizzo sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale. Questa strategia si concretizza in un percorso di evoluzione fluida, che valorizza le infrastrutture tecnologiche di comunicazione acquisite negli ultimi anni tramite le convenzioni Consip. Per le numerose strutture che già dispongono di ambienti basati su Avaya Aura, la piattaforma di arrivo naturale è Avaya Infinity. Quest’ultima assume il ruolo di vero e proprio orchestratore del contatto, garantendo una gestione omogenea e coerente di tutti i canali (voce e digitali) per interagire con i pazienti, avvalendosi del supporto – aperto e basato su standard – delle soluzioni di AI più coerenti con il contesto medico. Articolata su un modello hybrid cloud, Avaya Infinity permette di mantenere il completo controllo delle componenti critiche (aspetto fondamentale per la tutela dei dati sanitari sensibili), offrendo contestualmente la più totale apertura ai servizi innovativi erogati nel cloud. Un percorso evolutivo di trasformazione digitale che, per le amministrazioni, sarà facilmente accessibile utilizzando la nuova convenzione Consip CT10.
Avaya
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Ascom: innovazione digitale per una sanità più connessa, efficiente e sicura La trasformazione digitale sta ridefinendo il modo in cui le organizzazioni sanitarie progettano ed erogano i servizi di cura, aprendo nuove opportunità per migliorare l’efficienza operativa, ottimizzare i processi clinici e rispondere in modo sempre più efficace alle esigenze di pazienti e professionisti. In questo scenario in continua evoluzione, Ascom affianca ospedali e strutture sanitarie come partner tecnologico, contribuendo a rendere gli ambienti di cura sempre più connessi, intelligenti e orientati ai dati. Da decenni l’azienda sviluppa soluzioni dedicate al mondo healthcare, supportando il personale sanitario nell’accesso alle informazioni critiche e favorendo una comunicazione più efficace fra team, reparti e sistemi tecnologici. L’obiettivo è semplice ma strategico: permettere agli operatori di dedicare più tempo alla cura del paziente e meno alla gestione delle complessità organizzative. Le piattaforme Ascom consentono infatti di integrare persone, dispositivi e applicazioni all’interno di un unico ecosistema digitale, facilitando la condivisione delle informazioni e migliorando la capacità decisionale lungo l’intero percorso assistenziale. Grazie a un approccio aperto e interoperabile, le soluzioni si integrano con le infrastrutture esistenti, accompagnando le organizzazioni sanitarie nei propri percorsi di innovazione senza interrompere i processi consolidati. L’esperienza maturata a livello internazionale e i numerosi progetti realizzati in Italia testimoniano l’impegno di Ascom nel supportare concretamente la modernizzazione della sanità. Dalla digitalizzazione dei flussi clinici alla gestione delle comunicazioni critiche, fino all’integrazione di dati e tecnologie a supporto delle attività quotidiane, l’azienda contribuisce a creare ambienti ospedalieri più efficienti, sicuri e sostenibili. In un contesto caratterizzato da sfide sempre più complesse, la tecnologia rappresenta un elemento fondamentale per garantire qualità assistenziale e continuità delle cure. Per questo Ascom continua a investire in innovazione, collaborando con strutture sanitarie, professionisti e partner tecnologici con l’obiettivo di costruire insieme il futuro della sanità digitale, in Italia e nel mondo.
Ascom Italia
HPE: dati e storage per portare l’AI dalla sperimentazione alla pratica clinica L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la diagnostica, il supporto decisionale e l’efficienza operativa. Ma per passare dai progetti pilota ad applicazioni su scala, gli algoritmi da soli non bastano: serve una base dati solida, sicura e sempre disponibile. Cartelle cliniche, immagini diagnostiche, dispositivi connessi e applicazioni dipartimentali generano volumi crescenti di informazioni, spesso distribuite in silos eterogenei. Questa frammentazione complica l’accesso ai dati e limita la capacità dei modelli di AI di produrre risultati affidabili. Lo storage assume quindi un ruolo strategico: deve offrire prestazioni e scalabilità per i workload più intensivi, proteggere i dati sensibili e assicurarne l’integrità, la governance e la disponibilità dal punto di cura al cloud ibrido. HPE aiuta le organizzazioni sanitarie a costruire una foundation data-first e AI-ready che integra compute, storage, networking e gestione del cloud ibrido. Un’infrastruttura unificata consente di connettere ambienti frammentati, di sostenere l’AI clinica che vada oltre il proof-of-concept e di trasformare il patrimonio informativo in insight utili, senza compromettere continuità operativa, sicurezza e compliance. HPE, presente all’Healthcare Innovation Summit 2026, può accompagnare e aiutare le aziende a capire come una moderna data foundation possa abilitare l’AI e generare nuovo valore per la sanità.
Hpe
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Dedalus: dalla “control tower” all’Agentic Hospital, l’evoluzione dell’intelligenza operativa In un contesto sanitario caratterizzato da volumi crescenti e risorse limitate, il Dedalus Command Centre (DCC) ridefinisce la gestione della salute trasformandola in una vera control tower operativa. Se la cartella clinica elettronica è il fondamentale “sistema di registrazione”, il DCC emerge come il “sistema di intelligenza”: un cervello in tempo reale che abilita l’Operational Intelligence, ovvero la capacità di tradurre istantaneamente i dati in azioni coordinate per prevenire i disservizi anziché limitarsi a riportarli. Il pilastro di questa architettura è il digital twin, una rappresentazione dinamica dell’intero sistema sanitario che permette di orchestrare il presente anziché limitarsi all’analisi del passato. Su questa base si innesta il paradigma dell’Agentic Hospital, in cui i professionisti collaborano con un “parco agentico”: una flotta di agenti AI specializzati – come il Surgical Scheduler, che stima la durata reale degli interventi, o l’ED Flow Forecast, che anticipa i volumi di affluenza in Pronto Soccorso – per identificare proattivamente colli di bottiglia lungo la rete dei servizi territoriali. I professionisti ricevono, così, alert mirati e raccomandazioni operative in tempo reale, mantenendo il pieno controllo decisionale ma liberandosi dal carico del monitoraggio manuale. Questa visione integra potenza predittiva e operatività immediata per un’orchestrazione fluida che riduce tempi di attesa e ritardi. Il DCC non è solo tecnologia: è il motore che restituisce ai professionisti della salute la risorsa più preziosa, il tempo per la cura.
Fabio Tigani, Marketing & Sales Director Italia e Membro del Consiglio di Amministrazione di Dedalus Italia
Imprivata: l’identità come base per la governance dell’AI nella sanità Man mano che le organizzazioni sanitarie adottano sistemi di AI sempre più autonomi, la governance deve evolversi oltre la performance del modello e la conformità normativa. I sistemi di AI agentica che accedono alle cartelle cliniche elettroniche, coordinano i flussi di lavoro, agiscono e interagiscono con i sistemi clinici devono essere considerati parte della forza lavoro sanitaria. Una governance efficace richiede quindi di trattare gli agenti AI con lo stesso rigore applicato agli utenti umani, quindi assegnando loro identità uniche, applicando il principio dell’accesso con minimi privilegi, tenendo un registro cronologico e prevedendo una supervisione umana continua. Imprivata ritiene che l’identità debbaessere la base di controllo per un’AI affidabile. Ogni agente AI dovrebbe avere un’identità gestita, permessi definiti e un responsabile umano. Questo approccio offre visibilità su come gli agenti accedono ai sistemi sensibili, assicurando che l’attività sia allineata ai flussi di lavoro approvati e identificando comportamenti anomali. Insieme al monitoraggio comportamentale e alla Explainable Artificial Intelligence, tutto ciò supporta un’adozione sicura e trasparente di queste tecnologie, proteggendo la privacy dei pazienti e mantenendo la fiducia. Come spiega il dottor Sean Kelly, Chief Medical Officer di Imprivata, il futuro dell’AI nella sanità dipende dalla fiducia. Gli agenti AI possono supportare l’assistenza ai pazienti grazie a una maggiore velocità, ma nel settore healthcare “più veloce” conta solo se è anche “più sicuro”. L’attribuzione e il controllo di identità adeguate permettono alle organizzazioni di adottare l’AI in modo responsabile, assicurando che ogni agente sia verificato, adeguatamente autorizzato, monitorato continuamente e sempre assegnato a un responsabile.
Gilberto Bonutti, Regional Sales Manager & Head of Italy di Imprivata
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Namirial, la firma che mette al centro il paziente Ogni giorno, negli ospedali e nelle strutture sanitarie italiane si generano migliaia di documenti critici: consensi informati, referti, immagini diagnostiche. Documenti che devono essere firmati, protetti e conservati a norma senza rallentare il rapporto tra medico e paziente, spesso già segnato dall’urgenza della cura. Namirial risponde a questa sfida con una soluzione di firma digitale pensata specificamente per il contesto healthcare. Il sistema gestisce l’intero evento di firma del consenso informato integrandosi con i sistemi IT ospedalieri esistenti, e consente di raccogliere in un unico flusso sia la firma del medico sia quella del paziente, anche da remoto, in un’ottica di interoperabilità e neutralità. A completare il percorso, Namirial garantisce la conservazione digitale a norma di documenti clinici e immagini diagnostiche, con una scalabilità pensata per rispondere sia ai volumi di aziende sanitarie pubbliche e grandi gruppi privati sia alle esigenze di realtà più piccole, oggi e negli anni a venire. Il risultato è un percorso digitale end-to-end che accelera i processi di accettazione e cura e riduce i tempi di archiviazione tradizionale, mettendo al centro la sicurezza del dato del paziente. Un elemento, questo, sempre più strategico in un settore che deve conciliare innovazione, compliance normativa e fiducia. Non solo firma: Namirial mette a disposizione delle organizzazioni sanitarie un intero ecosistema di soluzioni — identità digitale, wallet, accesso sicuro ai servizi online — progettato per crescere insieme alla trasformazione digitale della sanità, passo dopo passo.
Nicola Bellotti, Sales Accounts & Partner Manager Sanità di Namirial S.p.A.
LibraCyber, una cultura della sicurezza diffusa riduce il rischio e aiuta a rispondere agli incidenti Ospedali e aziende sanitarie rafforzano da anni le proprie difese informatiche, ma il rischio più concreto resta legato alle persone, non alla tecnologia. Quando un sistema si blocca, a pagarne le conseguenze sono i pazienti: un referto che non arriva, un intervento rinviato, un pronto soccorso che torna alla carta per qualche ora. Il settore dispone ormai di strumenti di difesa avanzati, eppure gli attacchi più efficaci continuano a passare dal fattore umano. Phishing, social engineering e tecniche basate sull’intelligenza artificiale sfruttano le abitudini quotidiane di chi lavora in corsia o in amministrazione, e riescono da soli ad aggirare protezioni tecnologiche solide. Bastano un’email aperta distrattamente durante un turno di notte, o delle credenziali condivise nel tentativo di “fare prima”, per aprire una falla che nessun firewall può richiudere da solo. Serve un modello che tenga insieme persone, processi e tecnologia: una protezione avanzata delle comunicazioni email che intercetti le minacce prima del loro arrivo, affiancata da una formazione continua (che progressivamente riduca il rischio umano) e da un intervento in tempo reale, nel momento in cui si decide se cliccare o no. La consapevolezza va costruita ogni giorno, non riservata a un corso annuale. La crescente attenzione del legislatore e del Perimetro Nazionale di Cybersicurezza conferma che la resilienza digitale è ormai un requisito di base anche per il sistema sanitario, dove gli obblighi legati alla NIS2 chiamano in causa direttamente il board. Una cultura della sicurezza reale e diffusa riduce il rischio e rafforza la capacità di risposta agli incidenti: è la direzione in cui lavoriamo ogni giorno con le strutture sanitarie, unendo Email Protection e Preventive Awareness in un unico approccio human-centric.
Marco Fiorentino, Sales Account Executive di LibraCyber
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Kpmg: il “secondo tempo” si gioca sul tempo Due letture nel mese di settembre. I dati OCSE sulla spesa sanitaria pubblica, con l’Italia ultima del G7 un’altra volta. E “Closing the healthcare workforce gap”, il rapporto che KPMG ha pubblicato lo scorso agosto. Letti insieme, raccontano una partita di cui l’Italia ha solo giocato il primo tempo: quello del PNRR. 20,2 miliardi in conto capitale, 625 Centrali Operative contro le 480 previste, Fascicolo alimentato dal 95% dei medici di famiglia, rendicontazione a Bruxelles. C’è chi dice che il sistema non funziona e chi dice che lo stanno smontando. I numeri dicono un’altra cosa. La classifica conferma: 83,5 anni di aspettativa di vita, mortalità prevenibile a 93 casi su 100mila contro 145, con l’8,4% del Pil contro il 9,3% della media OCSE. Questa squadra sa rendere. Il conto capitale ha un limite. A fine 2025 le Case della Comunità pienamente operative erano 66 su 1.715. I muri sono finiti, il tempo per abitarli no. E il tempo è spesa corrente: il 42,6% dei medici ha più di 55 anni, l’infermieristica copre l’84% dei posti. Il “Rapporto OASI 2025” chiede di superare la narrazione secondo cui “mancano i medici”. Ne abbiamo 5,4 ogni mille abitanti, più della Germania. Bisogna scegliere dove mettere il tempo clinico. Il rapporto KPMG lo dice in una frase: “Non dobbiamo vederlo come una temporanea carenza di forza lavoro: è un problema di produttività”. E indica tre vie per far rendere gli asset creati con il conto capitale del primo tempo: dati che circolano oltre il Fascicolo, turni pianificati per compiti anziché per organici, intelligenza artificiale che ascolta la visita e scrive la cartella al posto del medico. Chi la usa riferisce di dimezzare il tempo passato fuori orario a documentare, e i pazienti dicono che la visita è migliorata. Ore che nessuna assunzione porta. Nella mappa dei settori per maturità dell’AI, la sanità è ultima in tutti i Paesi analizzati. Il ritardo, quindi, è di settore, prima che italiano: il secondo tempo è aperto a tutti. Il filtro che deve guidare l’azione resta lo stesso: cura solo l’innovazione che cambia la pratica. Le strutture ci sono, i dati ci sono, gli strumenti ci sono. Il secondo tempo ce lo dobbiamo giocare utilizzandoli per cambiare concretamente la pratica.
Giacomo Falchi, Partner di KPMG, e Donato Scolozzi, Partner di KPMG
Oltre la telemedicina: MediCX trasforma il Patient Journey tra dati, AI e cura del paziente La trasformazione digitale della sanità non può limitarsi all’adozione di singoli strumenti tecnologici, ma richiede un cambio di paradigma: la costruzione di un ecosistema integrato in grado di governare l’intero percorso di cura del paziente. È questa la visione di MediCX (Gruppo Covisian), che si posiziona come partner strategico per la Sanità Pubblica e Privata guidando la transizione verso modelli assistenziali predittivi, personalizzati e di prossimità. Attraverso la propria Piattaforma SaaS modulare, MediCX supera la frammentazione dei sistemi facendo dialogare strutture sanitarie, canali digitali e infrastrutture nazionali (FSE e PNT). Cuore tecnologico di questa rivoluzione è Medicx Box, motore semantico di intelligenza artificiale che analizza e collega i referti, generando sintesi cliniche dinamiche a supporto del medico e garantendo la piena continuità assistenziale. Dalla gestione proattiva del CUP alle soluzioni di televisita e telemonitoraggio dei bioparametri, MediCX abilita una reale virtual care. Un approccio “Human + AI” che ottimizza i processi operativi delle strutture, abbatte le liste d’attesa e restituisce valore al tempo di cura, mettendo sempre la persona al centro. Con MediCX Platform, la gestione della salute diventa un’esperienza integrata che supporta concretamente le strutture sanitarie, affianca quotidianamente i medici e mette al centro il benessere del paziente.
MediCX
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STORIA DI COPERTINA | DIGITAL HEALTHCARE
Maps Healthcare: interoperabilità e AI per una sanità connessa e centrata sul paziente Il settore sanitario sta attraversando una transizione strutturale: la storica frammentazione delle soluzioni digitali sta progressivamente lasciando spazio a piattaforme integrate, capaci di connettere processi, dati e servizi lungo l’intero percorso di cura. In questo scenario, l’esperienza del paziente diventa un criterio progettuale fondamentale, mentre il dato assume un ruolo strategico per il governo clinico, organizzativo e gestionale. È questa la visione che guida Maps Healthcare: costruire un ecosistema di soluzioni proprietarie, interoperabili e orientate all’integrazione, pensate per supportare strutture sanitarie più connesse, efficienti e vicine ai bisogni delle persone. Digitalizzare, oggi, non significa soltanto introdurre nuove tecnologie, ma creare valore attraverso l’integrazione di processi, informazioni e competenze. Anche l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità decisiva, a condizione che sia governata con criteri di trasparenza, sicurezza e tracciabilità. In sanità, l’AI deve supportare decisioni e servizi senza sostituire la supervisione umana, facendo leva su dati affidabili e su modelli scalabili, governabili e sostenibili. È su questo equilibrio tra innovazione e governance che si gioca la capacità di costruire una sanità digitale più efficiente, sostenibile e orientata al valore: un sistema in grado di aiutare le organizzazioni sanitarie a ottimizzare i processi e a migliorare concretamente l’esperienza dei pazienti, mettendo davvero le persone al centro.
Fabrizio Biotti, Board Member and Sales & Marketing Director di Maps Healthcare
Concentratori dati avanzati: il motore della trasformazione digitale in sanità per Impresoft 4ward Il sistema sanitario pubblico e privato si trova oggi ad affrontare una trasformazione strutturale guidata dalla convergenza tra digitalizzazione, interoperabilità e modelli di cura centrati sul paziente. In questo contesto, il dato sanitario emerge come una risorsa strategica: abilita decisioni più rapide e informate, migliora la qualità delle cure e sostiene lo sviluppo di modelli predittivi ad alto valore clinico e organizzativo. In questo scenario, i concentratori dati avanzati rappresentano un elemento chiave per l’ottimizzazione dei processi sanitari. Consentono di applicare algoritmi di supporto decisionale e sviluppare capacità analitiche più evolute, superando i limiti dei tradizionali Clinical Data Repository. Un concentratore di ordini, ad esempio, può diventare il punto unico di governo delle prescrizioni provenienti dai diversi reparti. Le richieste vengono normalizzate e validate secondo regole condivise; nel caso di una TAC con mezzo di contrasto, il sistema verifica automaticamente funzionalità renale, allergie ed esami recenti, inoltrando l’ordine solo se conforme o attivando i controlli necessari. L’ambizione di Impresoft 4ward è promuovere un ecosistema digitale interoperabile, basato su concentratori che permettano alle organizzazioni sanitarie di concentrarsi sulle scelte strategiche e sugli investimenti, senza doversi occupare della complessità delle singole applicazioni.
Massimiliano Tacconi, Chief AI & Business Solutions Officer di Impresoft 4ward
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Dai referti alla governance: l’AI rende azionabili i dati clinici di ReportAId Ogni giorno il Servizio Sanitario produce un enorme patrimonio informativo, ma una parte significativa di questo valore rimane confinata nei referti clinici. Si tratta di informazioni essenziali per il percorso del paziente e per la governance delle organizzazioni sanitarie che, essendo contenute in documenti non strutturati, risultano difficilmente accessibili e riutilizzabili. La trasformazione digitale non consiste solo nell’introdurre nuove tecnologie, ma nel rendere queste informazioni realmente disponibili. In questo contesto l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità concreta per leggere, interpretare e organizzare dati già presenti, trasformandoli in conoscenza. Quando il contenuto dei referti diventa patrimonio informativo strutturato, è possibile migliorare la continuità dei percorsi di cura, supportare il richiamo dei pazienti per il follow-up, monitorare l’aderenza alle linee guida e fornire alle Direzioni strumenti di analisi. Un ambito in cui questo approccio assume rilevanza è quello dell’appropriatezza prescrittiva. Attraverso il confronto tra prescrizioni e linee guida, l’AI offre una visione aggregata dei comportamenti prescrittivi, utile a individuare aree di miglioramento e a promuovere un utilizzo più appropriato delle risorse. Non si tratta di valutare il singolo professionista, ma di fornire alla governance sanitaria strumenti oggettivi a supporto delle decisioni. La sfida della sanità digitale è valorizzare i dati che già esistono per migliorare le cure e contribuire a un sistema sanitario più efficiente e orientato ai bisogni dei pazienti.
ReportAId
NuPlatform: la piattaforma per governare dati, processi e AI Il futuro dell’AI in sanità non dipende dalla scelta del modello migliore, ma dalla capacità di governare dati, processi e decisioni. Gli ospedali adotteranno sempre più modelli e servizi di AI, forniti da vendor diversi e in continua evoluzione. Se ciascun modello costruisse una propria rappresentazione del dato clinico, l’AI rischierebbe di aumentare la complessità anziché ridurla. La vera sfida è quindi creare una single source of truth del dato clinico: interoperabile, semanticamente coerente, governata e accessibile ai diversi servizi di AI secondo regole condivise. È questa la visione di Nuvyta, che con la piattaforma NuPlatform combina un Clinical Data Repository nativamente basato su FHIR, un Terminology Server per governare la semantica clinica e strumenti di orchestrazione dei processi, per trasformare il dato in azioni concrete all’interno dei percorsi clinici. NuPlatform abilita l’integrazione e l’orchestrazione di applicazioni e servizi AI multi-vendor direttamente nei processi clinici, mantenendo indipendente il patrimonio informativo dai singoli modelli. Un modello può così essere introdotto o sostituito senza riprogettare ogni volta l’accesso al dato o il processo che lo utilizza. Per Nuvyta, AI Governance significa governare l’intera catena del valore: il dato, il suo significato, il processo, il modello utilizzato, il contesto clinico e la tracciabilità delle decisioni. I modelli AI cambieranno rapidamente; il patrimonio informativo, i processi e la conoscenza clinica dell’organizzazione devono invece durare nel tempo.
Vania Manzelli, Cto & Co-Founder di Nuvyta
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STORIA DI COPERTINA | DIGITAL HEALTHCARE
MioDottore: dal servizio al percorso, l’omnicanalità trasforma la continuità assistenziale Negli ultimi anni la sanità italiana ha investito in Case della Comunità, Fascicolo Sanitario Elettronico, telemedicina e assistenza territoriale. Strumenti fondamentali per costruire un sistema più vicino ai cittadini. Il loro valore, però, non si misura più solo dalla qualità dei singoli servizi, ma anche dalla loro accessibilità e dalla semplicità con cui si possono utilizzare. Una televisita, da sola, non crea continuità di cura. Così come un Fascicolo Sanitario Elettronico o un sistema di prenotazione online. La continuità nasce quando questi strumenti funzionano come un unico percorso omnicanale, consentendo alle strutture sanitarie di integrare e coordinare i diversi punti di contatto con il paziente e offrire a cittadini un’esperienza realmente continua. E l’inizio quel percorso, sempre più spesso, inizia ancora prima del primo contatto con una struttura. Inizia online, su piattaforme sanitarie come MioDottore, dove undici milioni di pazienti ogni mese confrontano professionisti, disponibilità e recensioni. Ma quel primo accesso genera valore solo se ciò che accade dopo è altrettanto semplice: prenotare, ricevere comunicazioni, modificare un appuntamento, continuare il proprio percorso di cura. Per questo oggi il valore non sta nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel far dialogare quelli esistenti. È questa la logica dell’ecosistema omnicanale Docplanner: integrare accesso ai servizi – con MioDottore – comunicazione e gestione del percorso di cura – con TuoTempo – per trasformare strumenti digitali diversi in un’unica esperienza coerente per cittadini e strutture sanitarie. Perché la prossima innovazione della sanità digitale consisterà nella capacità di rendere invisibile la tecnologia, lasciando il cittadino con una sola percezione: quella di un percorso di cura semplice, continuo e senza frizioni.
TuoTempo by MioDottore
Roche Diagnostics: digitalizzazione e AI per la diagnostica del futuro In un sistema sanitario sotto pressione tra costi crescenti, carenza di personale e la necessità di gestire una quantità esponenziale di dati spesso inutilizzati, la trasformazione digitale rappresenta uno dei principali enabler della sostenibilità futura. Come Roche Diagnostics vogliamo guidare questo cambiamento con un approccio integrato che connetta diagnostica in vitro e soluzioni digitali lungo tutto il percorso del paziente. Vogliamo supportare il sistema nell’abbattere i silos informativi per connettere laboratori, clinici e pazienti attraverso tre pilastri: Connected Lab, Informed Clinician ed Empowered Patient. Connected Lab: rafforzare l’efficienza operativa dei laboratori ottimizzando la gestione dei flussi di lavoro, sfruttando anche l’IA per automatizzare task di routine e restituire tempo prezioso al professionista sanitario. Informed Clinician: supportare le decisioni cliniche in aree diagnostico-terapeutiche quali oncologia, malattie croniche e ambito cardiometabolico grazie ad algoritmi avanzati che consentano una diagnosi precoce e la stratificazione del rischio, fornendo indicazioni basate su evidenze cliniche. Empowered Patient: affiancare i pazienti nel monitoraggio attivo della propria salute. Grazie all’AI possiamo anche predire l’andamento dei livelli di glucosio per migliorare la gestione del diabete. Un approccio che testimonia la nostra dedizione nello sviluppare soluzioni innovative che possano sostenere l’evoluzione della sanità futura.
Sabrina Romero, Direttore Marketing di Roche Diagnostics Italia
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UN EVENTO DI
APPROPRIATEZZA E AI NEL POST-PNRR
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IN EVIDENZA
l’analisi
SMART HOME ALLA SECONDA Robot intelligenti e sistemi di domotica predittiva hanno dominato la scena all’IFA di Berlino.
A Berlino, nell’ultima edizione di IFA (Internationale Funkausstellung Berlin), l’intelligenza artificiale è diventata l’infrastruttura invisibile di elettrodomestici, robot e smart home. Ma IFA 2026 ha raccontato anche un altro cambiamento: il crescente peso dei produttori cinesi e una sostenibilità sempre più legata a energia, materiali e processi industriali. L’evento ha offerto una fotografia piuttosto chiara di come stia cambiando l’elettronica di consumo. La fiera di Berlino, svoltasi dal 4 all’8 settembre, ha raccolto circa 240.000 visitatori da 155 Paesi, oltre 2.000 espositori e più di 5.200 rappresentanti dei media. Ma più dei numeri conta ciò che si è visto nei padiglioni: l’AI non è più confinata al chatbot, ma trova terreno fertile nella robotica e automazione domestica che stanno diventando uno dei principali terreni di competizione. Da interfaccia a capacità integrata
Il primo cambiamento che è saltato all’occhio in questa edizione riguarda, con poca sorpresa, proprio l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni quasi qualsiasi funzione automatica poteva essere presentata come AI, ma alla fine si trattava più che altro di un lavoro di interfaccia: gli elettrodomestici si controllavano con la voce o leggevano etichette per impostare funzioni già presenti da tempo sui dispositivi. A IFA 2026 si è finalmente
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visto come l’intelligenza artificiale punti a togliere lavoro all’utente, anziché aggiungere un’altra interfaccia. Questo è un effetto del principio già ampiamente annunciato poco dopo il debutto di ChatGPT, evento ha fatto scoppiare l’hype per l’AI: i prodotti di oggi, dai PC agli smartphone, passando per indossabili, robot ed elettrodomestici, sono progettati con l’intelligenza artificiale a bordo di default. L’AI non è più una tecnologia che viene aggiunta in seguito. Il risultato è che, per esempio, una lavatrice può riconoscere il tipo di tessuti nel carico e scegliere autonomamente il programma, mentre frigoriferi e sistemi di cucina possono riconoscere alimenti e monitorarne preparazione e conservazione. L’utente dovrebbe progressivamente smettere di scegliere tra decine di programmi: il macchinario acquisisce il contesto e prende autonomamente una parte delle decisioni. Si inizierà a parlare di Agentic AI in casa? Probabilmente no, perché a livello di comunicazione il concetto evoca qualcosa di vagamente sinistro, ma la direzione che gli elettrodomestici stanno prendendo è quella. La smart home predittiva
La stessa trasformazione riguarda la casa connessa. Il modello originario della smart home era essenzialmente quello del controllo remoto: accendere una luce dallo smartphone, modi-
ficare la temperatura, controllare una videocamera o avviare un elettrodomestico. Si è poi passati ad automazioni e scenari. La domotica in scena a IFA punta, invece, a una tecnologia capace di interpretare il contesto, apprendere abitudini e anticipare alcune esigenze. Haier parla esplicitamente di intelligent home, costruita intorno alle persone invece che ai singoli prodotti. TCL ha presentato con Wgsn il concetto di “sensory intelligent home”, nel quale AI, sensori e design dovrebbero trasformare una collezione di apparecchi connessi in un ambiente coordinato. Il televisore, per esempio, può diventare uno degli hub della casa: TCL lo immagina capace di comprendere conversazioni naturali, cercare contenuti e contemporaneamente controllare altri dispositivi. L’AI assume, così, il ruolo di livello di orchestrazione trasversale fra climatizzazione, intrattenimento, cucina, sicurezza ed energia. Il mercato potenziale è enorme, ma non dimentichiamo che si sovrappone a un mercato già esistente. Una stima di Global Market Insights valuta il giro d’affari europeo delle tecnologie smart home intorno a 39,2 miliardi di dollari nel 2026, con una previsione di 150,1 miliardi nel 2035 e un CAGR del 16,1%. Alla fine del 2024 in Europa erano già censite 72,8 milioni di installazioni smart home, ma la grande maggioranza riguardava ancora soluzioni dedicate a singole funzioni, lasciando spazio alla grande opportunità di trasformare milioni di dispositivi intelligenti disgiunti in ecosistemi domestici realmente coordinati. Oggi iniziano, infatti, ad apparire anche i primi hub AI per le abitazioni. Sia UGreen sia Hanker hanno presentato dei dispositivi
Immagine IFA
con all’interno storage e potenza di calcolo AI per gestire le necessità degli agenti AI futuri e dei dispositivi attuali, rendendo più efficaci, per esempio, i sistemi di videosorveglianza. Luca Rossi, vicepresidente esecutivo dell’Intelligent Devices Group di Lenovo, si spinge addirittura oltre, prevedendo che tra pochi anni le case avranno a disposizione degli hub AI più potenti degli attuali computer dedicati all’inferenza professionale. Il trionfo della robotica
L’evoluzione più visibile a IFA è stata però un’altra, cioè quella dei robot considerati in tutte le loro forme, non solo in quelle androidi. Oltre agli onnipresenti aspirapolvere e lavapavimenti, a Berlino si sono visti robot per giardino, piscine e finestre, sistemi per la cucina, assistenti mobili e persino umanoidi. La fiera ha dedicato sessioni specifiche alla possibilità di sfruttare la robotica anche per l’assistenza agli anziani e a persone con ridotta autonomia. I numeri spiegano perché i produttori stiano investendo tanto. Secondo Idc, nel 2025 sono stati consegnati nel mondo 32,72 milioni di robot per la pulizia domestica, il 20,1% in più rispetto all’anno precedente, e in particolare gli aspirapolvere robot hanno raggiunto 24,12 milioni di unità vendute. Idc prevede inoltre che i soli robot per la pulizia domestica raggiungeranno i 54 milioni di unità entro il 2030. Sono però le categorie emergenti a crescere molto più rapidamente: +63,8% per i robot tagliaerba e +70,4% per quelli destinati alla pulizia delle finestre. Questo scenario ridimensiona, per il momento, il ruolo del robot umanoide universale, che resta in larga parte una dimostrazione tecnologica,
e sposta l’ottica verso la proliferazione di macchine specializzate capaci di percepire l’ambiente e svolgere autonomamente un’attività fisica ben definita. Il salto di qualità cinese
IFA 2026 ha reso evidente anche un cambiamento negli equilibri industriali. La presenza cinese non riguarda più principalmente aziende che competono sul prezzo o producono hardware per marchi occidentali. Aziende come Haier, TCL, Hisense, Xiaomi, Midea, Dreame, Roborock ed Ecovacs stanno costruendo marchi globali e guidano le tendenze sull’innovazione. L’elenco ufficiale degli espositori conferma una presenza molto estesa di aziende cinesi nelle aree home appliance, smart home e consumer electronics. La robotica domestica offre forse l'esempio più netto. Nel 2025 Roborock era già il primo produttore mondiale di smart vacuum secondo Idc, con posizioni di leadership anche in mercati come Germania e Stati
Uniti, mentre Dreame stava rapidamente aumentando la propria presenza europea. Lo storico produttore americano iRobot era invece uscito dalla lista dei primi cinque operatori mondiali. Il vantaggio cinese deriva anche dalla possibilità di trasferire competenze tra categorie: gli algoritmi sviluppati per navigare in un appartamento possono essere adattati a un prato o a una piscina. Idc osserva, infatti, come Roborock ed Ecovacs stiano estendendo le tecnologie sviluppate per la navigazione indoor verso nuove applicazioni outdoor. Per l’industria europea è un segnale importante: il terreno competitivo si sta spostando dall’hardware alla combinazione di meccanica, sensori, AI, software e capacità produttiva su larga scala. In pratica, il “porto sicuro” del valore aggiunto su cui puntavano molti produttori occidentali non esiste più e l’ecosistema cinese è diventato estremamente efficace anche nelle progettazioni più complesse e integrate. Giancarlo Calzetta
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IN EVIDENZA
l’intervista LAVORARE (BENE) CON L’AI È UNA QUESTIONE MOLTO UMANA Competenze, collaborazione e responsabilità sono i valori su cui fare leva. La testimonianza di Datlas Group. I risvolti dell’intelligenza artificiale sul lavoro sono meno scontati di quanto non si pensi. La velocità e l’efficienza sono i vantaggi abitualmente citati, ma non gli unici, e specularmente esistono rischi nascosti di cui è bene tenere conto. Ne discutiamo con Francesco Paolo Schiavone, head of innovation & development di Datlas Group, società che si occupa di progettazione, integrazione e ottimizzazione dei processi operativi aziendali. Intelligenza artificiale in azienda: ci sono vantaggi e svantaggi di cui non si parla abbastanza?
In Datlas lavoriamo quotidianamente con sistemi AI applicati alla gestione documentale e ai processi aziendali. L’efficienza nella gestione di grandi volumi di dati è uno dei vantaggi più evidenti, ma l’aspetto più interessante è la possibilità che l’AI ampli le competenze delle persone, supportandole nell’analisi dei casi più complessi e facendo emergere nuove prospettive. L’AI può, inoltre, rendere visibili bias e anomalie già presenti nei dati. Sul fronte opposto, il rischio più sottovalutato è la perdita di conoscenza operativa nascosta nei task ripetitivi quando si automatizza un processo: regole implicite, eccezioni e sapere costruito attraverso l’esperienza. Si indebolisce il meccanismo di trasmissione tra generazioni professionali e inoltre c’è un doppio problema di dipendenza: le persone smettono di fidarsi del
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proprio giudizio in assenza degli strumenti AI, e le organizzazioni cedono dati a sistemi esterni senza un quadro di governance. Il problema del rework cost andrà a scemare, man mano che l’AI diventerà più abile e accurata?
La domanda presuppone che il rework cost dipenda dall’accuratezza dei modelli. Non è esattamente così: i modelli di frontiera disponibili oggi sono sufficientemente precisi per la maggior parte dei compiti aziendali. Il problema è nella maturità delle soluzioni costruite intorno a essi: un’architettura mal progettata può generare errori indipendentemente dalla qualità dell’AI. Inoltre, man mano che l’AI passa dal suggerire all’agire, un errore iniziale
Francesco Paolo Schiavone
può propagarsi e diventare più costoso da correggere. Meno errori singoli, quindi, ma con impatto potenzialmente superiore. Per questo riteniamo centrale un approccio human-in-theloop, con persone coinvolte nei punti decisionali più rilevanti e con team ibridi, in cui persone e agenti AI collaborano con ruoli e responsabilità chiari. Qual è la giusta strategia per approcciare i tanto chiacchierati agenti AI?
Pensiamo che l’AI non possa essere considerata quasi mai una funzionalità plug & play da inserire in un prodotto esistente, ma che debba essere una leva di riprogettazione dei processi aziendali. Nella nostra realtà abbiamo identificato due modelli. Da un lato ci sono le catene di agenti semplici e molto specializzati per risultati ripetibili su grandi volumi: costi contenuti, passaggi certi di verifica, tempi ridotti, governabilità alta. Il limite è la difficoltà nel coinvolgere le persone in modo efficace. Dall’altro lato, agenti che affiancano le persone nei ragionamenti e nelle decisioni complesse, con un vantaggio nella qualità del risultato ma con costi più difficili da prevedere e maggiore dipendenza dal coinvolgimento delle persone. Diventa fondamentale definire il ruolo delle persone e le competenze da preservare, valutando di volta in volta se la priorità sia efficientare tempi e costi, oppure un risultato più lento basato su infor-
mazioni accurate e decisioni certe. In definitiva, è facile o difficile lavorare con l’intelligenza artificiale?
Lavorare con l’AI è semplice se lo si considera solo uno strumento a cui affidare interamente un’attività; diventa più complesso quando la si integra realmente nei processi aziendali e nella collaborazione uomo-macchina. Servono tempo, metodo, formazione e regole chiare. Il primo consiglio alle aziende è capire a che cosa serva realmente l’AI nella propria organizzazione: chiedersi quale valore aggiunto può generare, dove non ha senso applicarla e ragionare su che cosa faranno le persone dopo. La formazione deve coinvolgere tutta l’organizzazione, con un approccio pratico che sviluppi conoscenza degli strumenti, i loro limiti e il modo corretto di governarli. Occorre anche parlare di pensiero critico, per riconoscere quando l’AI ci asseconda o ci influenza e allenare la creatività. L’AI ricombina ciò che esiste, mentre le persone devono imparare a guidarla verso proposte più audaci e innovative. Quali richieste vi giungono dai clienti?
Le richieste arrivano da settori diversi: banking, finance, insurance, pubblica amministrazione, welfare, telco e utility, università, fino a studi legali, commercialisti e manifattura. Il denominatore comune è la presenza di grandi volumi di documenti eterogenei che oggi vengono ancora letti, trascritti e verificati a mano. Non sempre si parte dall’AI: in ambito manifatturiero la prima esigenza è spesso trasformare archivi tecnici cartacei in un patrimonio digitale interrogabile. Quello che osserviamo è un salto di maturità nelle richieste. Le aziende non ci chiedono
più soltanto di estrarre dati da un documento, ma di mettere in relazione documenti diversi e supportare le persone nelle verifiche e nelle decisioni. È il passaggio dall’automazione della lettura al supporto alla decisione, con pratiche già preanalizzate, documenti mancanti evidenziati e informazioni da verificare. Cybersicurezza, privacy e compliance delle tecnologie AI di frontiera sono temi caldi. I vostri clienti esprimono preoccupazioni di questo tipo? E come le gestite?
Nei settori banking e insurance, sicurezza, privacy e compliance devono essere integrate fin dalla progettazione, secondo un approccio di security by design. La sfida è trovare un equilibrio tra innovazione e controllo. Per molti nostri clienti, peraltro, la compliance è uno degli ambiti in cui l’AI porta più valore, ad esempio verificando che contratti, policy e comunicazioni siano coerenti con normative come MiFID II, Dora o Gdpr. Gli agenti devono esistere in ambienti sandbox controllati, con accessi e perimetri di sicurezza esplicitamente definiti, mentre tutti i processi che includono l’AI devono essere tracciati e i provi-
der dei modelli devono fornire policy chiare di retention, localizzazione e non-utilizzo dei dati a fini di training. Come usate l’AI all’interno di Datlas Group?
In Datlas l’AI non riguarda soltanto le soluzioni sviluppate per i clienti, ma anche il nostro modo di lavorare. Abbiamo avviato momenti di formazione rivolti a tutte le funzioni aziendali (chiamati AI Days), sviluppato una challenge interna sull’adozione degli agenti AI e definito un vademecum operativo che guida l’evoluzione della nostra piattaforma agentica. Abbiamo messo in produzione piattaforme di automatismo machine-to-machine e di companion ai team umani, e le abbiamo applicate in casi d’uso in diversi ambiti: supporto alle gare e al bid management; gestione di infrastrutture e DevOps, data quality e reporting, governance e compliance, dove l’AI affianca i team su percorsi normativi complessi segnalando i gap nel tempo; project management su iniziative complesse; document intelligence per classificazione ed estrazione strutturata da documenti; sviluppo software e supporto a migrazioni; comunicazione e knowledge management. V.B.
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EURO DIGITALE: PER LE BANCHE UN NUOVO TEST Per le architettura tecnologiche degli istituti finanziari si prospetta entro il 2029 un ripensamento profondo. Il cambiamento, visto da Capco. La Banca Centrale Europea prevede di introdurre l’euro digitale entro il 2029, aprendo una fase cruciale di trasformazione per l’intero ecosistema finanziario. I benefici attesi sono numerosi: maggiore efficienza nei pagamenti, tutela della privacy, rafforzamento della sovranità monetaria europea. Ma, perché questa innovazione possa tradursi in un reale vantaggio competitivo, sarà necessario un profondo adeguamento delle architetture tecnologiche degli istituti finanziari. L’anno di riferimento è il 2029: entro quella data la Bce conta di rendere
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operativo l’euro digitale, trasformando le premesse attuali in uno scenario concreto di innovazione per cittadini, imprese e soggetti finanziari. La valuta digitale rappresenterà il valore del denaro tramite token digitali: ciò che oggi è espresso in banconote o in saldo di conto corrente, domani potrebbe essere rappresentato da un gettone emesso in forma digitale. In questo scenario, la zecca che oggi stampa carta domani emetterebbe token. L’introduzione dell’euro digitale creerebbe quindi due valute parallele: euro tradizionale e digitale. Un
correntista potrebbe scegliere come suddividere il proprio denaro, ad esempio tenendone una parte in forma classica e una parte in forma digitale. Vantaggi e criticità Con l’introduzione dell’euro digitale le banche dovranno tenere una doppia contabilità e trasformare i conti correnti, che diventeranno sempre più simili a wallet. Il vero valore aggiunto sarà la possibilità di collegare servizi e funzionalità ai token. La Banca Centrale Europea definisce i ruoli e i processi chiave. Oltre agli utenti privati, ai quali sarà consentito detenere l’euro digitale fino a un limite ancora da determinare, solo gli intermediari tra banche e fornitori di servizi di pagamento potranno possedere e gestire saldi in tale valuta. Potranno farlo direttamente con un conto dedicato attraverso una piattaforma in euro digitale
(Desp Dca) all’interno del sistema Target (Trans-European Automated Real-time Gross settlement Express Transfer system), ovvero il sistema di regolamento in tempo reale per i pagamenti in euro. Le imprese e i commercianti potranno mantenere più conti in euro digitale per le transazioni. Tuttavia, eventuali saldi saranno automaticamente convertiti in moneta bancaria commerciale e accreditati su un conto bancario designato, in linea con la norma. Dal punto di vista infrastrutturale, l’euro digitale si basa su tecnologie come la blockchain, un sistema distribuito in cui la valuta non è conservata in un unico luogo, ma è gestita da più attori sulla stessa rete. L’uso della blockchain potrebbe ottimizzare molti processi bancari, riducendo i tempi di scambio dei titoli e rendendoli istantanei grazie all’univocità del token. Tuttavia, le attuali architetture tecnologiche delle banche sono state progettate per il modello tradizionale, non per uno distribuito: introdurre la valuta digitale richiederebbe quindi un profondo adeguamento, se non una vera e propria rivoluzione dei sistemi informatici esistenti. Per le banche ciò comporta una nuova sfida: integrare un ulteriore flusso di pagamenti nella propria offerta di servizi di gestione della liquidità. Chi integrerà l’euro digitale nella propria strategia di gestione della liquidità conquisterà la fiducia dei clienti aziendali e si posizionerà come partner innovativo nel panorama dei pagamenti digitali di domani. Gli impatti da valutare L’euro digitale impatterà anche sulla gestione della liquidità aziendale, che non riguarda solo i pagamenti ma è fondamentale per il controllo dei crediti e per garantire trasparenza nell’uso dei fondi. Oggi le banche supportano le imprese
Giovanni Zappavigna
tramite conti virtuali (che permettono di allocare automaticamente i pagamenti ricorrenti in entrata), processi strutturati di incasso e pagamento (utili per gestire grandi volumi e semplificare la riconciliazione dei crediti) e cash pooling (sistema che centralizza la liquidità di più conti e società, migliorandone il controllo). Questi meccanismi formano la base della gestione della liquidità aziendale. Una riconciliazione affidabile, una gestione efficiente e una reportistica accurata aumentano la sicurezza e l’efficacia della pianificazione finanziaria. L’introduzione dell’euro digitale metterà alla prova gli attuali processi di gestione della liquidità delle aziende. Ogni pagamento comporterà un accredito o addebito tra un conto in euro digitale e il relativo conto corrente dell’impresa. I flussi seguiranno due meccanismi: il finanziamento, con il trasferimento di fondi dal conto corrente al wallet digitale per effettuare pagamenti; il prelievo, con la conversione degli incassi in euro digitale in moneta bancaria dopo vendite fisiche o online. Questo modello introduce tre
criticità per le aziende. La prima è la gestione dei pagamenti in entrata: resta da capire se gli euro digitali garantiranno la stessa precisione dei virtual account e se tali strutture resteranno valide. Secondo punto, la riconciliazione: il passaggio da registrazioni batch a flussi individuali e in tempo reale cambierà profondamente la riconciliazione e la gestione della liquidità. Il terzo aspetto critico riguarda l’adeguamento dei sistemi: Erp e sistemi di tesoreria dovranno integrare nuovi identificativi dell’euro digitale e assicurare la corrispondenza “1:1” tra pagamenti, ordini e transazioni POS, con incertezze sulla tenuta dei modelli attuali. In sintesi, l’euro digitale richiederà una revisione profonda dei processi e dell’infrastruttura aziendale per garantire continuità e precisione nella gestione della liquidità. L’introduzione dell’euro digitale pone, quindi, le banche di fronte alla sfida di salvaguardare la propria offerta di servizi di gestione della liquidità aziendale alla luce di questo nuovo sistema di pagamenti. Gli aspetti sopra menzionati rappresentano solo una piccola parte delle questioni da affrontare. Oltre a questi, le banche dovranno prendere in considerazione un’ampia gamma di tematiche strategiche nel contesto della gestione della liquidità, quali il cash pooling integrato (tesoreria accentrata, senza un pool fisico separato), i modelli di pagamento e di incasso per conto terzi, i conti multivaluta e i potenziali meccanismi di interessi: tutti aspetti che potranno essere influenzati dall’introduzione dell’euro digitale. Chi garantirà fin dall’inizio la trasparenza e svilupperà soluzioni solide rafforzerà i rapporti con i clienti e la propria competitività all'interno di un ecosistema bancario transazionale ampliato, plasmato dall’euro digitale. Giovanni Zappavigna, Italy lead di Capco
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IL PARADOSSO ITALIANO DEI SERVIZI FIDUCIARI DIGITALI Gli strumenti ci sono e tuttavia PEC, firma digitale e servizi di recapito certificato faticano a entrare nelle abitudini di aziende e utenti. In Italia la firma digitale è ormai un’infrastruttura enorme: nel 2025 risultavano attivi oltre 33 milioni di certificati qualificati e sono state generate più di 7,5 miliardi di firme digitali remote. Eppure, se si sposta lo sguardo dalle aziende ai singoli cittadini, il quadro cambia molto. È quanto emerge dalla prima edizione dell’Osservatorio sui servizi fiduciari realizzato da LetteraSenzaBusta, piattaforma online che offre servizi digitali a valore legale a privati, professionisti e piccole imprese, sulla base dei dati AgID e di una ricerca Ipsos Doxa su un campione di 1.000 italiani tra i 18 e i 75 anni. Il dato più significativo non riguarda la disponibilità della tecnologia, ma la distanza tra conoscenza e utilizzo reale. Il 93% degli intervistati sa che cosa sia la firma digitale, ma solo il 36% ne possiede effettivamente una; il 55% non sa nemmeno che è possibile firmare da smartphone. Un divario simile emerge per la PEC, conosciuta dall’88% del campione ma posseduta solo dal 38%. Pesa probabilmente anche il modello di prezzo, infatti il 58% preferirebbe pagare il servizio solo quando lo utilizza, invece di avere un canone annuale fisso. Alternative poco conosciute I temi del prezzo e della frequenza d’uso si ripropongono per la raccomandata cartacea, che il 73% degli italiani non ha mai spedito nell’anno
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precedente alla rilevazione. Il calo della carta, però, non coincide con una reale conoscenza delle alternative digitali: il 67% ignora che una raccomandata con lo stesso valore legale può essere inviata anche via WhatsApp, SMS o email. Ancora più marcata è la distanza attorno alla marcatura temporale, o “Data Certa”, il servizio eIDAS che permette di attribuire a un documento una data opponibile a terzi. Nel 2025 in Italia ne sono state emesse 5,17 miliardi, il 6,6% in più rispetto al 2024, un utilizzo trainato soprattutto da imprese e Pubblica Amministrazione. Tra i privati cit-
tadini il 55% non sa che cosa sia, il 33% ne ha sentito parlare senza averla usata e appena il 12% la utilizza per certificare i propri documenti. Anche sulla conservazione digitale i numeri raccontano un’abitudine ancora legata agli strumenti tradizionali: il 40% degli italiani tiene contratti, fatture e documenti fiscali in un faldone cartaceo, il 31% su computer o hard disk personale e il 16% su un cloud generico come Drive o Dropbox. Solo il 5% utilizza un sistema di conservazione digitale a norma di legge, l’unico che garantisce nel tempo autenticità, integrità e valore probatorio dei documenti informatici. Il “portafoglio digitale” in arrivo Il divario più ampio, poi, riguarda il prossimo passaggio della trasformazione digitale europea: l’87% degli italiani non sa cosa sia l’EUDI Wallet (EU Digital Identity Wallet), il portafoglio digitale che la roadmap eIDAS 2.0 prevede di rendere disponibile entro la fine del 2026 per gestire identità, credenziali e firma dallo smartphone. Questi dati mostrano che la disponibilità tecnologica, da sola, non basta. PEC, firma digitale e i nuovi servizi di recapito certificato possono entrare davvero nella vita delle persone solo quando sono semplici da capire e proporzionati a bisogni, che spesso sono occasionali. Per le imprese che dialogano ogni giorno con i propri clienti attraverso questi strumenti, il messaggio dell’Osservatorio è chiaro: la partita dell’identità digitale in Italia si gioca ancora, in larga parte, sull’educazione dell’utente finale, prima ancora che sulla tecnologia. Mirko Pinato, Ceo di LetteraSenzaBusta
MALWARE, PER BLOCCARLI BISOGNA PRIMA CAPIRLI Secondo Proofpoint, anziché limitarsi a rilevare anomalie, oggi è importante comprendere le finalità degli attacchi. Un agente AI chiede ai sistemi i dati su tutti i clienti, crea un foglio di calcolo con gli estremi più interessanti, lo invia all’indirizzo mail di un dipendente che lavora nel settore commerciale. Per i sistemi di sicurezza tradizionali potrebbe non esserci nulla di anomalo, ma si tratta dell’operato di un agente AI compromesso tramite un attacco informatico. E al posto dei dati dei clienti potrebbero trovarsi le proprietà intellettuali, i dettagli dei sistemi di difesa informatica, quelli di difesa fisica e così via… Per questo, secondo Proofpoint, oggi bisogna concentrare gli sforzi non più sulla ricerca dell’anomalia ma sull’intento. Ai controlli tradizionali su che cosa fanno gli utenti online (siano essi umani o robot) vanno aggiunti quelli sul perché di tali azioni. Ovviamente, questo tipo di controllo, che deve analizzare volumi di traffico enormi, va gestito da una piattaforma dedicata e dunque Proofpoint ha presentato all’evento “Protect 26”, a San Diego, Agentic Collaboration Security: un sistema che combina rilevamento basato sull’intento, threat intelligence, analisi del rischio associato agli utenti e agenti AI dedicati alle attività di investigazione e protezione. L’obiettivo è affrontare soprattutto gli attacchi nei quali i cybercriminali riescono a inserirsi all’interno di relazioni e workflow che l’azienda considera sicuri e consolidati. La compromissione della casella di un fornitore, per esempio, permette di studiare le conversa-
zioni precedenti e intervenire in una conversazione reale con una richiesta di pagamento fraudolenta. Mittente, dominio e contesto possono essere corretti, rendendo molto meno efficace la ricerca delle tradizionali anomalie. Comprendere le intenzioni Alla base del sistema c’è Proofpoint Knowledge Graph, che mette in relazione informazioni sulle minacce e sulle campagne attive con dati relativi alle relazioni aziendali, ai modelli di comunicazione, agli accessi e al rischio associato agli utenti. Su queste informazioni opera il nuovo Nexus Intent-Based Detection Model, che sfrutta un’analisi AI multi-livello per determinare non soltanto se una comunicazione presenti caratteristiche sospette, ma quale risultato stia cercando di ottenere e se sia plausibile in quello specifico contesto aziendale. A detta di Proofpoint, l’analisi non ralSumit Dhawan, Ceo di Proofpoint
lenta il normale corso delle procedure e la maggior parte delle decisioni viene presa in meno di mezzo secondo. Solo le più ambigue vengono sottoposte a livelli di analisi più approfonditi e possono generare lag di qualche secondo. Ma un aspetto importante è che il controllo non si limita al singolo “momento”: il sistema, infatti, combina anche la protezione tramite gateway email e API, consentendo di proseguire l’analisi all’interno della mailbox e usando ciò che viene rilevato in seguito per migliorare anche i controlli precedenti alle consegne. Agenti investigatori e protettori Alla intent-based detection si affiancano capacità agentiche. L’Autonomous Threat Investigation può ricostruire un attacco, individuare i messaggi correlati, valutarne la diffusione e raccogliere automaticamente le prove necessarie all'intervento, mentre Adaptive User Protection usa il contesto per individuare gli utenti maggiormente esposti e adattare le misure di protezione. Per figure particolarmente sensibili, come dirigenti o responsabili autorizzati ad approvare transazioni finanziarie, Proofpoint prevede inoltre modelli di rilevamento dedicati, ritagliati sui loro privilegi e sui rischi che ne conseguono. Infine, la protezione viene estesa anche al browser attraverso una collaborazione con Push Security, con l’obiettivo di seguire l’attacco oltre le caselle di posta e rilevare phishing, furto di credenziali, estensioni malevole, OAuth phishing e session hijacking. Le nuove funzionalità di Agentic Collaboration Security saranno disponibili nel primo trimestre del 2027 come aggiornamento della soluzione di collaboration security di Proofpoint. G.C.
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INFRASTRUTTURA,SERVIZI, SOFTWARE: UNA CORSA OLTRE L’HYPE Secondo Gartner, il giro d’affari mondiale dell’intelligenza artificiale quest’anno crescerà di quasi il 50%. Bolla o non bolla? Sui mercati finanziari c’è incertezza sul futuro, ma nel mercato reale l’intelligenza artificiale continuerà ancora a crescere impetuosamente. Possiamo prevederlo in base al quasi 50% di incremento della spesa anno su anno (49,5% per l’esattezza) stimato da Gartner per il 2026. Nei dodici mesi il giro d’affari mondiale dell’AI dovrebbe attestarsi intorno a 2.670 miliardi di dollari, per poi superare quota 3.637 miliardi nel 2027. Non è facile commentare questo dato né compararlo con le previsioni di altri analisti, che impiegano differenti criteri di misurazione o considerano perimetri più o meno ampi nei loro conteggi. Le dinamiche sottostanti alla crescita, comunque, sono facili da intuire. A fare da spinta nel mercato dell’intelligenza artificiale c’è soprat-
tutto la domanda di semiconduttori, server e altri sistemi di infrastruttura IT ottimizzati per l’intelligenza artificiale (sia per le attività di addestramento sia per l’inferenza), con in primo piano i pesanti investimenti dei data center hyperscaler di fornitori cloud e sviluppatori AI. Nei conteggi di Gartner, la componente di infrastruttura per l’AI fa la parte del leone, con oltre 1.480 miliardi di dollari che coprono più della metà del mercato: vi sono inclusi semiconduttori, server, appliance di archiviazione, architetture di rete e servizi IaaS (Infrastucture as-a-Service) per l’addestramento e l’inferenza. John-David Lovelock, distinguished vice president analyst di Gartner, a commento di ciò non ha risparmiato toni enfatici: “La creazione di capacità data center per l’intelligenza artificiale
Mercato AI: la composizione della spesa
Elaborazione grafica su dati Gartner, settembre 2026
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è il più grande progetto di infrastruttura mai affrontato dall’umanità”, ha scritto l’analista. “La crescita di capacità degli hyperscaler e dei fornitori di servizi che acquistano server ottimizzati per l’AI continuerà a essere il principale ambito di spesa”. Nel mercato dell’intelligenza artificiale, dopo le infrastrutture, gli altri segmenti di peso sono i servizi (strumenti e modelli pronti all’uso, erogati via cloud, che permettono di integrare l’AI in applicazioni e processi aziendali senza doverla sviluppare da zero), con quasi 576,5 miliardi di dollari di giro d’affari, e i software di AI, che quest’anno movimentano poco meno di 462 miliardi. Il quadro generale è quello di un mercato che ha definitivamente superato la fase di hype e che diventa più maturo sia sul fronte della domanda sia su quello dell’offerta. La presenza di funzionalità AI integrate nei software è sempre più endemica e le aziende sfruttano questa possibilità soprattutto per automatizzare procedure, per il supporto clienti e per analizzare e interpretare dati su cui fondare le decisioni. “Le aziende”, ha spiegato Lovelock, “si rivolgono ai fornitori di servizi sempre meno per gestire la trasformazione del business e sempre più spesso per progetti indiretti di minore entità, volti a sfruttare le funzionalità AI dei sistemi software già in uso. I rischi legati al vendor lock-in, alla sovranità dei dati e alla lievitazione incontrollata dei costi non scoraggiano gli acquirenti dall’adottare queste funzionalità proprietarie. Si prevede che la combinazione di progetti di trasformazione e iniziative indirette generi un’opportunità di mercato da 1.200 miliardi di dollari nel settore dei servizi di AI entro il 2030”. V.B.
TECHNOPOLIS PER BROTHER
PRINTING SECURITY, LA SICUREZZA PARTE DALLA STAMPA Un fornitore di servizi di stampa gestita permette di tagliare i costi e garantisce una protezione su più livelli, per dispositivi, documenti e utenti. In un mondo sempre più connesso, i professionisti IT sono perfettamente consapevoli che le reti aziendali sono soggette a una serie di minacce informatiche. Per molte aziende, infatti, il tema degli attacchi informatici è un’area di crescente sensibilità, soprattutto perché il numero di endpoint connessi in modalità IoT sale costantemente. E quali endpoint critici, i dispositivi che compongono il parco stampanti di un’azienda devono necessariamente far parte di una strategia globale di sicurezza delle informazioni aziendali. Nonostante la Trasformazione Digitale in atto, le operazioni di stampa restano un’attività chiave per tutti i business. La spinta alla digitalizzazione delle imprese, infatti, non cancella le loro necessità di stampa. Questo perché in alcune attività di business le produzioni cartacee continuano a rivestire una rilevanza fondamentale, spronando le aziende a cercare soluzioni sempre più affidabili, in grado di aumentare la produttività dei collaboratori e contemporaneamente di abbattere i costi associati alle infrastrutture di printing. Le aziende devono quindi assicurarsi che tutti i dispositivi di stampa collegati in rete siano protetti a livello di dispositivo, di documento e di utente. La sicurezza incontra l’efficienza Molte organizzazioni potrebbero ritenere di essere coperte dalla tecnologia esistente, ma in molti casi ciò non protegge dalle minacce più recenti e, in particolare, l’utilizzo di una flotta mista di vecchi e nuovi dispositivi può comportare falle nel sistema di sicurezza. I servizi di stampa gestita sono nati per soddisfare queste esigenze e garantire, oltre a un maggiore controllo su periferiche e materiali di consumo, anche un migliore governo del ciclo di vita dei documenti, eliminando i classici confini tra carta e digitale. I Managed Print Services sono in grado di offrire non solo costi inferiori e maggiore produttività, ma anche massima sicurezza. I fornitori di servizi di stampa gestita come Brother dovrebbero essere il primo interlocutore, poiché sono in grado di offrire consulenza in materia di Printing Security. L’emergere di servizi avanzati di sicurezza di stampa mira a migliorare la resilienza contro i tentativi di hackeraggio, a rilevare tempestivamente minacce dannose, a monitorare continuamente l’infrastruttura di stampa e a migliorare le politiche di sicurezza e consapevolezza degli utenti; questo perché non tutti sanno che i dispositivi di stampa possono costituire pericolose porte di accesso alle reti aziendali, spesso sfruttate dai cybercriminali per sferrare attacchi malevoli e rubare informazioni. È quindi opportuno che le aziende attuino un approccio alla sicurezza a più livelli.
L’approccio di Brother Analizzando le criticità dell’ambiente printing e costruendo un piano di sicurezza è possibile mitigare i rischi senza compromettere la produttività. Brother adotta una strategia globale di sicurezza delle informazioni che garantisce un accesso sicuro alla rete e ai dispositivi, senza dimenticare il monitoraggio e la gestione dell’intero flusso documentale, grazie alle soluzioni di security printing, crittografia, pull printing e Managed Print Services. Inoltre, assicura il controllo delle stampe in uscita mediante la soluzione integrata Secure Function Lock (blocco selettivo di sicurezza delle funzionalità), che permette di assegnare a ogni utente funzioni di stampa differenziate, attivabili tramite autenticazione con schede di identificazione NFC o Pin. Inoltre, per prevenire i rischi associati a violazioni di documenti memorizzati su hard disk interni alle periferiche, buona parte dei dispositivi Brother non necessita di dischi fissi per l’esecuzione delle operazioni di stampa, mentre per impedire fughe di informazioni i modelli top di gamma sono dotati delle funzionalità di sicurezza TLS/SSL. La maggior parte dei prodotti Brother, infine, consente di bloccare a distanza chiunque acceda al dispositivo tramite la rete, filtrando gli indirizzi IP e sfruttando il controllo protocolli, che consente agli amministratori di disattivare quelli non necessari senza bloccare completamente l’accesso a tutte le funzioni, come FTP o SMTP.
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EXPLOIT, ABUSI, ATTACCHI A CASCATA: L’AI SI COMBATTE CON L’AI L’ultimo report di CrowdStrike evidenzia nuove tecniche e l’esigenza di una difesa a “velocità macchina”. Attacchi cyber sempre più veloci, elusivi, capaci di far leva sulle vulnerabilità, di compromettere la catena di fornitura o di forzare l’accesso al sistema target, ma anche di passare dalla “porta principale”, cioè dall’autenticazione. Attacchi, soprattutto, in cui l’intelligenza artificiale è allo stesso tempo un obiettivo, uno strumento di attacco e un moltiplicatore di forza e di velocità. Sono alcune delle tendenze evidenziate dal nuovo “Threat Hunting Report 2026” di CrowdStrike, basato su intelligence raccolta sul campo da personale esperto e sul monitoraggio di circa 290 avversari identificati e classificati. Il periodo di osservazione va da inizio luglio 2025 a fine giugno 2026. Le
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evidenze si basano, quindi, su dati reali. “Gestiamo circa 7.000 miliardi di eventi al giorno e 14 milioni di detection lead da cui scaturiscono circa 36.000 notifiche ad alta affidabilità all'anno inviate ai clienti", ci ha raccontato Luca Nilo Livrieri, senior director, sales engineering Southern Europe di CrowdStrike. “L’aspetto che più ci ha colpito? Il report definisce chiaramente l’AI come bersaglio, strumento e moltiplicatore delle forze degli attaccanti”. L’accelerazione delle tempistiche è forse l’aspetto che più balza all’occhio. Tra gli exploit di vulnerabilità osservati tra gennaio e giugno 2026, l’88% è avvenuto entro 48 ore dal rilascio del proof-of-concept. E
la disponibilità di modelli AI di frontiera in mano agli attaccanti non potrà che accorciare ulteriormente i tempi. Si abusa degli strumenti AI anche come vettore di intrusione. Due le tecniche più osservate: l'uso di credenziali rubate o compromesse per ottenere accesso non autorizzato ai sistemi di intelligenza artificiale, e a seguire la compromissione della supply chain dell’AI. In generale, nei dodici mesi coperti dal report l’attività complessiva di intrusione è cresciuta solo del 4% rispetto all’anno precedente, quando invece aveva registrato un’impennata del 27%: secondo CrowdStrike, comunque, questa stabilizzazione era prevista ed è un segno di maturazione del panorama delle minacce: gli avversari stanno investendo più tempo e risorse nello sviluppo di campagne complesse, anziché sulle azioni brute-force opportunistiche e ad alto volume che avevano contraddistinto gli anni passati.
LLM complici e vittime L’AI aiuta anche a velocizzare e semplificare le attività preparatorie. I Large Language Model, per esempio, aiutano a generare comandi e payload malevoli. Un esempio da manuale è quello di Famous Chollima, gruppo legato alla Corea del Nord e attivo fin dal 2018: per entrare all’interno delle reti bersaglio ha “costruito” intere aziende fittizie tramite siti Web (generati dall’AI), account GitHub e posta elettronica. Ma gli LLM non vengono sfruttati soltanto dai gruppi di cyberspionaggio e dai criminali più sofisticati: la loro diffusione ha contribuito ad abbassare la soglia di accesso alle pratiche cybercriminali, per esempio quando i modelli vengono usati per generare script di utility script, reverse shell e strumenti per la raccolta di credenziali (credential harvester). Su un altro versante si collocano gli attacchi rivolti ai servizi LLM. Ciò può accadere tramite tattiche di LLMjacking: grazie al furto di credenziali cloud o chiavi API, l’attaccante entra nel servizio di intelligenza artificiale adottato (e pagato) da un’azienda, per poi usarlo a piacimento. Visti i crescenti costi dei token e visto il nuovo modus operandi dei criminali che rivendono servizi a operatori terzi, questo fenomeno non deve stupire. Quando l’attaccante mira a causare un danno economico alla vittima si parla di AI cost harvesting, una tecnica che prevede l’invio a raffica di query ripetitive e a intenso consumo di token. In una specifica campagna osservata da CrowdStrike nel mese di maggio, gli autori hanno inviato a un modello AI quasi 200mila richieste in soli due minuti. “L’AI viene attaccata anche in quanto risorsa computazionale”, ha spiegato Livrieri. “Visti i costi computazionali, i modelli AI di frontiera sono diventati un bersaglio, e per le aziende colpite gli impatti sono economicamente rilevanti”.
Luca Nilo Livrieri
Effetti a cascata Se i singoli strumenti di AI sono (anche) un’arma in mano ai “cattivi”, l'ecosistema dell'intelligenza artificiale è diventato un campo di battaglia. Ed è un ecosistema articolato, fatto di strumenti, pacchetti software, repository, pipeline, ambienti cloud e framework AI con cui gli sviluppatori interagiscono quotidianamente. Un attacco può produrre effetti a cascata, colpendo intere platee di aziende e utenti che naturalmente si fidano di un software, una piattaforma, un software del tutto legittimo. Peraltro le compromissioni di supply chain non sono certo una novità, e basti pensare al caso famigerato di SolarWinds emerso nel 2020. Oggi, però, si osservano nuove tendenze. Gli ecosistemi per lo sviluppo software sono diventati un primario bersaglio: sempre più vengono presi di mira i registri dei pacchetti software open source, come npm e PyPI. Si possono così colpire indirettamente migliaia di progetti che dipendono da un singolo pacchetto malevolo. In secondo luogo, gli attacchi di supply chain sono molto
più automatizzati e scalabili rispetto al passato, talvolta anche capaci di autopropagarsi. L’identità rimane un punto di accesso critico: abusare di quella di uno sviluppatore AI, per esempio, è il primo passaggio di una catena di attacco che può raggiungere, a valle, migliaia di sistemi. Una quarta tendenza sono gli attacchi alle pipeline di integrazione e distribuzione continua (CI/CD), che tipicamente dispongono di autorizzazioni per il deployment in produzione, accesso agli ambienti cloud, autorità per la firma, controllo degli artefatti e diritti di automazione dell’infrastruttura. Infine, quinta tendenza, gli attori malevoli fanno leva sulle compromissioni della catena di fornitura del software per ottenere accesso (spesso con credenziali rubate) alle infrastrutture cloud. Un rischio e una risorsa “Nessuno vuole bloccare l'innovazione dell’AI”, ha detto Livireri. “La nostra partecipazione iniziative come Project Glasswing, di Anthropic, ci permette di usare modelli come Claude Mythos per svolgere attività di security. Per quanto riguarda l’AI come rischio, il nostro messaggio è: attenzione, ora è il momento di governare maggiormente questa tecnologia. L’AI entra in azienda con tutta una serie di policy e best practice, relative per esempio a visibilità delle applicazioni, monitoraggio degli utilizzi anomali e dei carichi. Quindi è necessario valutare le dipendenze AI, usare la logica del privilegio minimo e trattare l’AI portata in azienda come tratteremmo un nuovo data center o un ambiente di produzione. Un aspetto fondamentale è che l’intelligenza artificiale venga usata anche nella difesa: è l’unico modo per far fronte alla velocità dell’AI usata negli attacchi e al volume di incidenti che osserviamo”. Valentina Bernocco
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ITALIA DIGITALE
DATA CENTER, UNA TERRA (ABBASTANZA) FERTILE Le nuove regole, la questione ambientale e l’energia condizionano lo sviluppo del settore.
L
’Italia è terra di data center, che servono alle aziende italiane ma non solo. La posizione geografica e la prossimità con le dorsali di connettività sottomarine del Mediterraneo, insieme ai buoni livelli di diffusione della fibra ottica, fanno del nostro Paese un territorio strategico per le infrastrutture su cui poggiano servizi di connettività, telecomunicazione, hosting e cloud computing. Ma avviare nuovi progetti di data center non è facile come altrove. Il punto di partenza attuale è un 30 | OTTOBRE 2026
territorio abbastanza popolato di infrastrutture hyperscale di operatori stranieri (Amazon Web Services, Microsoft, Google, Oracle e altri) ma anche di centri di calcolo più piccoli, di prossimità. In base alla mappatura di Data Center Map, a fine settembre lo Stivale annovera 262 infrastrutture in attività. Persiste la storica forte concentrazione in Lombardia: il territorio di Milano e circondario da solo ospita 119 data center. Roma, invece, ne conta una trentina, Torino ne ha 14, Bergamo una decina e Padova
nove. La densità di “popolazione” ma soprattutto le scelte strategiche degli hyperscaler determinano la geografia dei consumi energetici, dove ovviamente spicca la Lombardia: secondo l’osservatorio di settore del Politecnico di Milano, nel 2025 la potenza IT installata nell’area di Milano aveva raggiunto 414 MW, cioè due terzi della capacità IT complessiva nazionale. Tornando ai numeri generali, il 262 dell’Italia è ben lontano dai quasi 400 data center della Francia (393 a fine settembre), Paese che rappresenta il confronto più diretto per prossimità geografica ma che è chiaramente avvantaggiato dalla variabili climatiche e da una
GIGANTI STRANIERI I quattro principali operatori hyperscaler, cioè Amazon (con la divisione Aws), Microsoft (Azure), Google (Google Cloud) e Oracle (Oracle Cloud Infrastructure, Oci) hanno realizzato nel nostro Paese sei “regioni cloud”, ciascuna formata da più “zone di disponibilità” che poggiano su uno o più data center fisici isolati. Oltre a queste Big Tech che realizzano o comprano infastrutture da destinare ai loro stessi servizi, ci sono anche i costruttori come K2 Strategic, che ha presentato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy un piano di investimento da 5,3 miliardi di euro per un grande campus di data center a sud di Milano, tra i territori comunali di Zibido San Giacomo e Lacchiarella. Altro grande investimento è quello di Equinix, che entro il 2033 si prepara a spendere 4 miliardi di euro per realizzare ben sette data center alle porte del capoluogo lombardo, tra Settimo Milanese e Cusago. La buona notizia è che l’azienda californiana e A2A si sono impegnate a recuperare dai server circa 225 GWh di energia termica all’anno, attraverso quattro pompe di calore, due sistemi di accumulo e un’infrastruttura di trasmissione verso la rete urbana. A regime, il sistema potrà elevare del 20% la quantità di calore decarbonizzato distribuito a Milano, dalla periferia al centro.
maggiore facilità di accesso all’energia (una produzione di elettricità superiore alla domanda, una forte componente low-carbon e la disponibilità di una fonte continua e programmabile come il nucleare). Siamo anche molto lontani da Germania e Regno Unito, che svettano su tutti gli altri Paesi con rispettivamente 533 e 568 infrastrutture dati in attività. Ostacoli non superati
Per l’avvio di nuovi data center in Italia i principali ostacoli, storicamente, sono stati e ancora sono legati alla burocrazia e all’energia. Sul primo fronte, qualcosa dovrebbe cambiare con il nuovo procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati (Pucd), introdotto con il Decreto Bollette. Ai diversi procedimenti di autorizzazione richiesti (ambientali, urbanistici ed energetici) subentra un solo iter della durata massima di dieci mesi dal momento di verifica della completezza della documentazione. Viene prevista una proroga di tre mesi in “circostanze eccezionali” legate alla natura, complessità, ubicazione o portata del progetto. Tra le altre novità introdotte, i termini per le valutazioni di impatto ambientale sono dimezzati. Per il problema dell’e-
nergia, invece, il procedimento unico rappresenta solo una mezza soluzione. Per superare l’ostacolo dei lunghi tempi di attesa per la connessione alla rete elettrica, i richiedenti possono indicare nella documentazione una soluzione temporanea in media tensione, con l’obbligo di integrare successivamente la soluzione definitiva. Insomma, con le nuove regole si velocizza magari la partenza, ma l’accesso all’energia resta un punto critico. L’iniziativa lombarda
In fatto di normative per i data center, un’altra novità di quest’anno è stata l’approvazione del Progetto di Legge n.150 da parte della Regione Lombardia: si tratta del primo provvedimento regionale in Italia dedicato alla regolamentazione organica del settore. La Regione ha cercato di bilanciare gli interessi economici e quelli ambientali, perché se i data center stimolano l’occupazione e lo sviluppo imprenditoriale d’altro canto possono impattare (specie se realizzati su greenfield) sul paesaggio e sul consumo di risorse, per esempio quelle idriche. Vanno considerati, poi, il consumo di suolo, le emissioni di gas serra, il rischio di creare isole di calore, l’inquinamento acustico. Il Pdl 150, dunque, per favorire gli
investimenti pubblici e privati innanzitutto precisa la destinazione d’uso urbanistica produttiva per i centri dati sopra i 5 MW. Per semplificare e velocizzare le procedure di autorizzazione vengono istituiti una Cabina di Regia regionale sui centri dati e uno Sportello regionale. Per limitare le ricadute ambientali, invece, il progetto di legge incentiva i progetti a basso impatto (per quelli che non comportano consumo di suolo agricolo il contributo di costruzione è inferiore) e individua come siti d’insediamento prioritari le aree dismesse, degradate e contaminate. Inoltre vengono definiti altri criteri prioritari di insediamento che riguardano l’energia: l’utilizzo di fonti rinnovabili, l’esclusione dell’acqua potabile per i sistemi di raffreddamento e il riuso del calore (che può essere destinato al teleriscaldamento). Il progetto di legge lombardo è stato accolto con favore da IDA – Italian Data Center Association, che lo ha definito come “un passaggio strategico per lo sviluppo delle infrastrutture digitali, che introduce un quadro normativo chiaro e strutturato per un comparto in forte crescita e sempre più centrale per la competitività del Paese”. V.B. 31
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
LA CERTEZZA DELL’INCERTEZZA La richiesta di regolare la velocità dell’innovazione accomuna OpenAI, Anthropic e le istituzioni. Ma non le grandi potenze mondiali.
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a corsa continua, almeno per ora. Nel vorticoso mondo dell’intelligenza artificiale, dove l’innovazione segna nuove tappe a distanza non di anni ma di mesi o settimane, iniziano a levarsi appelli alla lentezza. O se non altro a un controllo della velocità. Dopo un’estate in cui l’Agentic AI ha ben dimostrato di poter sfuggire al controllo umano (anche a quello degli stessi sviluppatori e delle società che per lavoro gesti32 | OTTOBRE 2026
scono test di sicurezza), i media hanno dato spazio all’allarme dell’ex ricercatore di OpenAI e Anthropic Jacob Coxon, che in un’intervista si è detto onestamente convinto che l’intelligenza artificiale “potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”. Le paure riguardano soprattutto ipotetici modelli AI futuri, che per scopi di automiglioramento potrebbero arrivare a riscrivere il loro stesso codice. L’ipotetica capacità di recursive self-improvement annullerebbe l’opera di contenimento del rischio a monte, i famigerati guardrail dell’intelligenza artificiale di cui oggi si discute. A stretto giro, le affermazioni di Coxon hanno ottenuto il supporto di altri addetti ai lavori. “Crediamo davvero, e sinceramente, che l’AI possa uccidere tutti gli esseri umani! Personalmente ritengo che la probabilità sia superiore al 10% nel
prossimo decennio”, ha scritto su X Evan Hubinger, giovane ex collega di Coxon e da quasi quattro anni manager dello staff tecnico di Anthropic. “A titolo personale, penso anch’io che si debba rallentare”, ha twittato Julie Steele, giovane ricercatrice e membro dello staff tecnico di OpenAI. Le ammissioni delle tech company
A distanza di giorni, sul suo blog personale il Ceo e fondatore di Anthropic, Dario Amodei, ha pubblicato un appello alla moderazione in cui l’intelligenza artificiale viene dipinta come salvifica (“Credo che l’AI potrebbe curare la maggior parte delle principali malattie nei prossimi cinque o dieci anni anni, accelerare notevolmente i tassi di crescita economica, creare un mondo di abbondanza e di maggiore autonomia per le persone, e inaugurare un rinascimento della
democrazia e della libertà”) ma in cui, anche, si invoca una svolta, in direzione di maggiore prudenza. Se Anthropic si è sempre impegnata a studiare i rischi legati all’AI, a informare l’opinione pubblica e a promuovere una “regolamentazione ponderata della tecnologia”, scrive Amodei, ora alla luce degli incidenti di quest’estate è chiaro che tutto questo non sia sufficiente. “Negli ultimi mesi mi sono convinto che affrontare appieno i rischi richieda ancora più prudenza: non basta investire nella prevenzione dei rischi, occorre anche modulare la velocità di sviluppo delle capacità, affinché la prevenzione abbia il tempo di stare al passo. Dobbiamo rallentare il ritmo con cui potenziamo le capacità dei modelli AI”, si legge nel blogpost. Il numero uno di OpenAI ha scelto di fare fronte comune: “Ritengo che, alla luce di tutto ciò che sta accadendo sul fronte della sicurezza, questo non sia il momento opportuno per quotarsi in borsa. Non avvertiamo alcuna pressione in tal senso”, ha dichiarato Sam Altman alla rivista economica Fortune. “Che la percentuale sia del 10%, dell’8% o del 6%, il punto fondamentale è che tutti noi abbiamo un’enorme responsabilità e non possiamo permettere che ego, incentivi al profitto o altri fattori ostacolino il nostro operato”. Che i due imprenditori siano più preoccupati di rischi esistenziali o piuttosto del pericolo di scivoloni di reputazione e di mercato per la propria azienda, non possiamo dirlo. Probabilmente, dopo i recenti episodi di modelli fuori controllo, un totale silenzio da parte di chi tiene le redini dello sviluppo dell’AI sarebbe parso inaccettabile. Ma altrettanto pare sospetto il tempismo dei due Ceo nel replicare quasi istantaneamente alle dichiarazioni di un signor nessuno. C’è chi sospetta si tratti di strategie di comunicazione studiate a tavolino per far calare momentaneamente il valore delle azioni legate all’AI (come effettivamente è successo all’indomani
delle dichiarazioni di Amodei e Altman), in questo modo sgonfiando una bolla altrimenti prossima a scoppiare ma anche attraendo una più ampia schiera di investitori al ribasso. Sia come sia, di fatto oggi i protagonisti del mercato AI esibiscono segnali di cautela molto più che in passato. Opinioni contrapposte
“L’attuale corsa verso un’AI ancora più potente rappresenta una svolta verso maggiori rischi esistenziali per ogni aspetto delle nostre vite”, ha scritto a fine agosto, in una lettera aperta, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk. “Nessun Paese può governare questa tecnologia da solo. Nessuna azienda dovrebbe poter decidere autonomamente quali rischi il mondo debba accettare”. A metà settembre, poi, l’AI è stata protagonista dell’annuale discorso della presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, all’europarlamento a Strasburgo. “I Ceo delle aziende più avanzate ci dicono che è ora di rallentare sui modelli self-recursive. Di regolare il passo della frontiera”, ha detto Von der Leyen. “I modelli in fase di sviluppo consentiranno di effettuare attacchi informatici a livelli che non avremmo mai ritenuto possibili; inoltre, finiranno presto nelle mani di avversari che hanno una visione del mondo profondamente diversa dalla nostra”. All’estremo opposto di questa visione di cautela e cooperazione internazionale c’è Donald Trump. Il tycoon ha definito “una farsa” le paure espresse dai leader di OpenAI e Anthropic e ha promesso che sotto al suo mandato lo sviluppo tecnologico non sarà ostacolato da “forze distruttive”, perché la minaccia esistenziale non esiste e perché un rallentamento avrebbe il solo effetto di favorire il fronte cinese. Ciliegina sulla torta, ha liquidato il tema della regolamentazione dell’AI affermando che l’unica misura di sicurezza
necessaria è un “presidente forte e furbo”, con un “alto quoziente intellettivo”. Per inciso, ma nemmeno troppo, notiamo che sulla concorrenza cinese Trump ha ragione a essere preoccupato: l’accelerata della Repubblica Popolare nell’intelligenza artificiale ha portato, in pochi anni, aziende (giovani e meno giovani) come Alibaba, Baidu, Moonshot AI e Deepseek a tallonare i campioni statunitensi, lanciando sul mercato a prezzi inferiori Large Language Model altrettanto validi o quasi. I tempi dell’innovazione, specie quella non regolamentata, si sono accorciati. Nell’attiguo campo della robotica AI, poi, il sorpasso sugli Usa c’è già stato e per capirlo basti guardare all’ultima edizione dell’IFA di Berlino: alla grande fiera internazionale della tecnologia, su 1900 espositori provenienti da una cinquantina di Paesi, oltre 900 erano cinesi. Un futuro da scrivere
Privacy, cybersicurezza, tutela dell’identità, lotta alla disinformazione sono certamente pilastri di una società democratica e moderna, che è necessario tutelare anche con un artificioso rallentamento dell’innovazione informatica. Ma la posta in gioco è ancora più alta, e basti pensare ai robot terrestri e ai droni (per lo più a controllo remoto, ma già si sperimenta l’uso di sistemi parzialmente autonomi) diventati una componente chiave delle operazioni militari in Ucraina, Striscia di Gaza e Mar Rosso. Tecnologie come queste e la loro disponibilità sull’uno e sull’altro fronte rischiano di condizionare gli equilibri tra guerra e pace nel mondo di domani. Le regole sullo sviluppo e sull’impiego dell’AI – cioè regole sufficientemente ampie, chiare e condivise, complete di divieti e sanzioni – saranno uno strumento necessario ma nemmeno lontanamente sufficiente per arginare questi rischi. Valentina Bernocco 33
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
DATA CENTER E MERCATI PARALLELI: FONDAMENTA DEL FUTURO Una tecnologia immateriale, che ne sottende altre ben concrete. Lo sviluppo dell’AI italiana è legato a diverse variabili.
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’intelligenza artificiale sembra immateriale. Una domanda viene digitata su uno smartphone, una risposta compare in pochi secondi e tutto sembra avvenire in uno spazio indefinito chiamato cloud. In realtà dietro questa apparente semplicità esiste una delle più grandi trasformazioni infrastrutturali degli ultimi decenni: l’AI ha bisogno di edifici, server, semiconduttori, reti, sistemi di raffreddamento e soprattutto enormi quantità di energia. I data center stanno, così, diventando 34 | OTTOBRE 2026
le nuove fabbriche dell’economia digitale. E l’Italia, rimasta a lungo ai margini dei principali poli europei, sta cercando di conquistare una posizione molto più rilevante. I numeri spiegano la dimensione del fenomeno. Secondo i dati del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), i programmi per data center riconosciuti di interesse strategico nazionale hanno ormai superato complessivamente i 25 miliardi di euro. Soltanto due progetti approvati durante l’estate, localizzati nell’area metropolitana di Milano e in Sardegna, nel Sulcis Iglesiente, valgono circa 6,8 miliardi. Il progetto più rilevante riguarda proprio la Lombardia: un campus hyperscale nell’area a Sud di Milano con un investimento stimato in circa 5,3 miliardi di euro e una capacità che potrà arrivare a circa 400 MW. Dimensioni che fino a
pochi anni fa sarebbero sembrate difficilmente immaginabili per il mercato italiano. L’ubicazione non è casuale: il capoluogo lombardo è già il principale nodo nazionale delle infrastrutture digitali. Nell’area metropolitana si concentrano 33 delle 49 strutture attive in Lombardia e circa il 68% della potenza nominale nazionale. Intorno alla città si sta quindi formando un vero distretto del dato paragonabile, almeno nella logica industriale, ai distretti che hanno caratterizzato altri settori dell’economia italiana. La questione energetica
Ma la corsa ai data center non riguarda soltanto le grandi aziende tecnologiche. Dietro ogni nuova infrastruttura nasce una filiera molto più ampia: costruzioni specializzate, impiantistica, sistemi elettrici, gruppi di continuità, trasformatori, fibra ottica, cybersecurity, software, manutenzione e soprattutto tecnologie per il raffreddamento. L’intelligenza artificiale sta infatti cambiando anche l’architettura fisica dei centri dati. I server per l’AI raggiungono densità di potenza molto superiori rispetto ai server tradizionali, aumentando le esigenze di raffreddamento. Diventa quindi necessario utilizzare soluzioni di raffreddamento sempre più sofisticate, compresi i sistemi a liquido (liquid cooling). È un mercato tecnologico parallelo, destinato a crescere insieme alla capacità di calcolo. La vera questione strategica, tuttavia, è l’energia. Un grande data center può avere una potenza richiesta paragonabile a quella di una realtà industriale di notevoli dimensioni. Quando i progetti diventano decine, il problema non è più soltanto trovare un terreno adatto, ma stabilire dove reperire l’elettricità necessaria, come collegare le strutture alla rete e come evitare che la crescita digitale produca squilibri sul territorio. È qui che la rivoluzione dell’AI incon-
L’EUROPA RILANCIA SU CHIP E INFRASTRUTTURE Nel “Pacchetto per la Sovranità Tecnologica Europea” annunciato dalla Commissione Europea lo scorso giugno spiccano, in particolare, due iniziative strategiche. Con il Chips Act 2.0 si punta a superare uno scenario di forte squilibrio, solo in parte migliorato dall’originario Chips Act del 2022: i suoi 52 miliardi di dollari di investimenti pubblici e privati sono serviti a potenziare le fabbriche di semiconduttori esistenti e ad avviare centri di competenza e piattaforme per il design dei semiconduttori. A oggi, però, l’Europa sforna meno del 10% della produzione mondiale di semiconduttori ed è incapace di soddisfare la domanda interna dal punto di vista sia dei volumi sia dell’innovazione. Le aziende e i data center europei, infatti, dipendono da Stati Uniti e Cina per la fornitura di chip sotto ai 5 nanometri, inclusi quelli per l’AI. Secondo la Commissione Europea, ciò comporta un maggior rischio di interruzioni di fornitura, pressioni coercitive e shock sistemici per le industrie europee, inclusi i settori automobilistico, energia, aerospaziale e difesa. Il Chips Act 2.0 introduce quindi nuove misure per supportare sia le attività di ricerca e sviluppo sia la produzione, ma anche (aspetto trascurato dal primo Chips Act) per stimolare la domanda. L’altra iniziativa del pacchetto varato in estate è il Cloud and AI Development Act, che prevede di lavorare su tre livelli strutturali. Primo: ricerca, sviluppo e innovazione, con il supporto a progetti focalizzati su tecnologie cloud e AI di nuova generazione, robotica e intelligenza artificiale industriale. Secondo, la capacità del settore data center europeo: si punta all’ambizioso obiettivo di triplicarla entro al massimo sette anni, per raggiungere poi il fabbisogno stimato entro il 2035. Verranno individuate delle “zone di accelerazione” per i data center, cioè aree geografiche con adeguate infrastrutture di rete già presenti e con facilità di accesso alle energie rinnovabili. Terzo aspetto, il rafforzamento dell’autonomia e della sovranità tecnologica: vengono definiti quattro “livelli di garanzia” per valutare i fornitori di servizi cloud e AI, europei e non. V.B.
tra quella energetica. Il futuro dei data center dipenderà sempre più dalla disponibilità di energia affidabile, competitiva e possibilmente a basse emissioni. Per questo la localizzazione delle nuove strutture non viene decisa soltanto sulla base della vicinanza alle grandi città. Contano accesso alla rete elettrica, disponibilità di fibra, costo dei terreni e velocità delle autorizzazioni. In Europa questa dinamica sta già modificando la geografia del settore. I nuovi campus dedicati all’intelligenza artificiale tendono progressivamente ad allontanarsi dai grandi centri urbani, privilegiando aree nelle quali energia e terreni siano maggiormente disponibili. Per l’Italia questa potrebbe essere un’opportunità. Milano resterà il principale hub nazionale, ma la presenza di collegamenti internazionali in fibra, la disponibilità di spazi industriali da riconvertire e una migliore capacità energetica potranno favorire lo sviluppo di nuovi poli anche lontano dalla Lombardia.
Le esigenze della sovranità
Dati, capacità di calcolo e modelli di intelligenza artificiale sono ormai infrastrutture strategiche tanto quanto reti energetiche, trasporti e telecomunicazioni. Dipendere completamente da capacità computazionale localizzata all’estero significa aumentare la vulnerabilità tecnologica del sistema economico. La presenza di data center sul territorio nazionale non garantisce automaticamente autonomia digitale, ma rappresenta una componente essenziale della strategia. Imprese e pubbliche amministrazioni avranno bisogno di una quantità crescente di capacità di elaborazione e la disponibilità di infrastrutture vicine può migliorare prestazioni, resilienza e controllo dei dati. L’ora della concretezza
Rimane però una domanda fondamentale: quanti dei progetti annunciati diventeranno realmente operativi? La corsa mondiale all’AI ha mobilitato ca-
pitali enormi e proprio per questo gli investitori stanno diventando più selettivi. Costruire un grande centro dati richiede miliardi di euro, tempi lunghi, disponibilità energetica certa e clienti capaci di utilizzare la capacità installata. La fase dell’entusiasmo sta quindi lasciando spazio a quella della verifica economica dei progetti. Ed è probabilmente un passaggio positivo. L’Italia non ha bisogno semplicemente di accumulare annunci, ma di costruire un ecosistema digitale sostenibile nel quale infrastrutture, energia, competenze e imprese possano crescere insieme. La partita dell’intelligenza artificiale non si giocherà soltanto sugli algoritmi ma su beni materiali (come i data center) e sull’energia. La nuvola digitale, alla fine, è molto più fisica di quanto sembri. E proprio questa nuova infrastruttura potrebbe diventare uno dei maggiori settori di investimento industriale dell’Italia dei prossimi anni. Francesco Megna 35
CYBERSECURITY
VERSO UN CYBERCRIMINE DI PRECISIONE In Italia ransomware e DDoS calano a volume ma la posta in gioco si alza, con attacchi sempre più mirati e capaci di causare danni significativi.
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inacce sempre più mirate, diversificate e capaci di produrre impatti concreti: così sta cambiando il panorama italiano degli attacchi informatici, in base all’analisi dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Nel primo semestre del 2026 Acn ha rilevato 2.171 eventi cyber, numero in crescita del 47% rispetto allo stesso periodo del 2025, e 1.072 incidenti con impatto confermato, in aumento del 246%. La crescita di quest’ultimo dato deve però 36 | OTTOBRE 2026
essere letta anche alla luce dell’ampliamento del perimetro di rilevazione e degli obblighi di notifica introdotti con la Direttiva NIS2. In parallelo, aumenta significativamente la superficie di vulnerabilità: nel semestre sono stati rilevati 24.303 asset a rischio e 37.032 nuove CVE (+54%). Acn segnala che la maggiore velocità nella scoperta e nello sfruttamento delle vulnerabilità è favorita anche dall’utilizzo di tecnologie di frontier AI, impiegate dagli attaccanti per analizzare automaticamente il codi-
ce, per individuare falle e per generare rapidamente proof-of-concept. Si rileva, inoltre, una forte crescita degli incidenti legati a furto di credenziali, sfruttamento di vulnerabilità ed esposizione di dati. Manifatturiero nel mirino
Nella prima metà di quest’anno sono stati registrati 181 attacchi ransomware, dato in calo del 12% rispetto ai 206 del primo semestre 2025. Il manifatturiero rimane il principale bersaglio di questa minaccia, soprattutto per via dell’eleva-
LE CONTROMISURE SECONDO ACN Dalle attività di ricognizione al codice malware, dalla propagazione dell’attacco alla gestione della monetizzazione: l’intelligenza artificiale ha enormemente potenziato il cybercrimine e anche le campagne di hacktivismo e di spionaggio cyber. Di fronte a minacce che si muovono a “velocità macchina”, il Computer Security Incident Response Team (Csirt) di Acn suggerisce alcune contromisure • Vulnerabilità: per quelle note e sfruttate, applicare i correttivi di sicurezza entro 48-72 ore dalla pubblicazione. • Segmentazione di rete: separare rigorosamente la rete IT aziendale da quella industriale e di produzione (OT). • Gestione delle identità: implementare meccanismi di autenticazione robusta e monitoraggio degli accessi anomali. • Cyber resilienza: backup offline e immutabili, test periodici sulle procedure di ripristino. • Trasparenza: accorciare i tempi tra il rilevamento di un incidente e la sua notifica alle autorità, anche per contenere gli impatti sulla supply chain.
to costo del fermo produttivo e di problematiche di segmentazione delle reti OT (Operational Technology). Seguono, a distanza, commercio e tecnologia. Il quadro cambia sensibilmente se si osservano i siti di leak utilizzati dai gruppi ransomware. Ransomware.live rileva oltre 50 vittime italiane ad agosto, mentre Breachsense ne conta 48, contro le 19 di luglio: un incremento del 153% in
un solo mese. Breachsense colloca così l’Italia al secondo posto per vittime pubblicamente rivendicate ad agosto, dietro agli Stati Uniti. Rispetto al passato, quando poche sigle note (come LockBit) dominavano il mercato criminale, oggi lo scenario degli attaccanti è estremamente parcellizzato. Questo è diventato evidente in agosto, quando in soli sette giorni l’Italia ha
registrato 15 rivendicazioni ransomware da parte di otto gruppi criminali diversi (Cl0p, Qilin, Play, Space Bears, TheGentlemen, BravoX, Krybit e l’esordiente Majinahanashi). Il picco di attacchi è stato probabilmente alimentato dalla disponibilità di nuovi exploit per strumenti di monitoraggio e gestione remota (Remote Monitoring and Management).
GLI ATTACCANTI PRENDONO LA MIRA Il panorama italiano delle minacce cyber ripropone in piccolo ciò che sta accadendo su scala globale: si osserva la medesima capacità di colpire in modo più mirato. L’ultimo “Global Threat Report” di WatchGuard racconta di campagne malware sempre più sofisticate, che controbilanciano il calo degli exploit di rete. Nel primo semestre del 2026 il volume totale degli attacchi di rete è diminuito del 79% anno su anno, ma in compenso i malware “nuovi” (cioè mai rilevati in precedenza) sugli endpoint sono letteralmente esplosi, con una crescita del 2000%. Sul totale delle minacce rivolte agli endpoint osservate nei sei mesi, il 96% è stato rilevato su una sola macchina. Chi attacca utilizza strumenti basati su intelligenza artificiale sia per le proprie attività di ricognizione, dunque nella preparazione dell’attacco, sia poi per sviluppare malware “personalizzati” per la vittima designata. “Gli attaccanti non sono diventati meno pericolosi solo perché è diminuito il numero complessivo degli alert”, ha commentato Corey Nachreiner, Ciso di WatchGuard. “Stanno utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione per diventare più selettivi e precisi. I dati più recenti mostrano il passaggio da payload riutilizzabili e attività di scansione ad alto volume a malware personalizzati per singoli sistemi, attività di probing diffuse e condotte lentamente e accessi basati sulle credenziali, capaci di aggirare le difese perimetrali”. Per quanto riguarda le tecniche di accesso iniziale, gli attaccanti sempre più spesso impiegano account attendibili e strumenti nativi per muoversi attraverso i diversi livelli di sicurezza. Le rilevazioni su PowerShell sono diminuite sensibilmente, mentre crescono i casi di abuso di credenziali, attacchi con capacità di persistenza, accesso remoto ed evasione delle difese.
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CYBERSECURITY
Un’evoluzione qualitativa
Nel complesso, il panorama della cybersicurezza in Italia rivela un passaggio progressivo da attacchi dimostrativi di massa a offensive mirate e molto dannose. C’è stata una flessione numerica degli eventi totali, dovuta principalmente al calo delle campagne DDoS con l’eccezione di due picchi di attacchi filorussi a febbraio (in concomitanza dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026) e tra maggio e giugno (in reazione al supporto politico italiano all’Ucraina). In compenso gli incidenti con impatto confermato sono in ascesa, con il già citato +246% del primo semestre 2026 rispetto all’analogo periodo del 2025. Come si diceva, tale balzo dipende dall’allargamento del “perimetro”: con l’entrata in vigore della Direttiva NIS2, l’obbligo di notifica sta facendo emergere incidenti che in precedenza restavano sommersi. Le minacce in aumento sono quelle relative a furto
RANSOMWARE DALLE MILLE RISORSE Il ransomware è in calo? Stando ai dati di Acn, il numero degli attacchi andati a segno e rilevati è sceso del 12% (anno su anno) nel primo semestre 2026. Ma non basta per considerarlo un fenomeno in discesa. Guardando fuori dall’Italia, si nota che i danni causati da questa minaccia diventano più ingenti. Su 700 aziende di diversi Paesi (Usa, Regno Unito, Irlanda, Francia, Germania, Austria e Svizzera) interpellate dalla società di ricerca Omdia in uno studio commissionato da ObjectFirst, l’83% è stata colpita da ransomware almeno una volta nel 2025, mentre per il 2024 la percentuale si limita al 66%. Nel 2025 solo il 39% del campione ha ripristinato almeno tre quarti dei propri dati dopo un attacco, mentre nel 2024 ci era riuscito il 57% delle aziende. I tempi di ripristino, inoltre, si allungano: il 64% ha sforato i propri target di Recovery Time Objective (Rto). In base all’ultimo “State of Ransomware” di Sophos, le aziende di maggiori dimensioni sembrano meglio capaci di difendersi: nelle imprese da almeno tremila dipendenti, il 46% è riuscito a fermare l’attacco prima della cifratura dei dati o dell’estorsione; tra le medie aziende comprese tra 100 e 250 dipendenti, invece, ci è riuscito il 34%. La crittografia resta la principale tecnica usata per chiedere un riscatto: è presente nel 56% dei casi mappati nel 2026 (in crescita sul 50% del 2025), quota che comprende un 16% di attacchi in cui i dati sono stati sia cifrati sia sottratti. Emergono comunque nuove varianti basate su altre tecniche, come per esempio “Payload”, scoperto da Kaspersky lo scorso settembre e definito come “ransomware invisibile” perché può ottenere il controllo totale della rete colpita senza usare un convenzionale crittografo. A detta di Kaspersky, vedremo sempre più casi di estorsione senza crittografia: per ottenere il pagamento, gli attaccanti faranno leva sui costi delle interruzioni operative e minacceranno la diffusione di dati sensibili sul dark Web. Un’altra tendenza, segnalata da diversi vendor, è l’ascesa degli attacchi ransomware che sfruttano le identità come vettore di accesso iniziale, cioè attacchi che entrano nei sistemi tramite account validi compromessi. V.B.
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PERICOLI MAGGIORI O MIGLIORE TRASPARENZA? Capita non di rado: gli attacchi informatici crescono ma i vendor commentano positivamente i numeri emersi dal report di turno. Ma non c’è nulla di strano, è la soddisfazione di veder calare un po’ il “sommerso” della minaccia cyber. Almeno in una certa misura (anche se non è facile capire quanto) l’ascesa numerica può derivare dalle migliori capacità di rilevamento sviluppate dalle aziende, dai Security Operations Center e dai Csirt. Una seconda dinamica si somma alla precedente, e riguarda l’obbligo di disclosure sugli incidenti informatici introdotto dalla Direttiva NIS2 (Network and Information Security Directive 2) per le entità “essenziali” e “importanti”. Nella prima categoria rientrano le grandi imprese (da almeno 250 dipendenti o 50 milioni di euro di fatturato) dei settori energia, acqua, trasporti, banche, infrastrutture dei mercati finanziari, infrastrutture digitali, servizi informatici, Pubblica Amministrazione e spazio, oltre agli operatori che gestiscono infrastrutture critiche, alla reti di comunicazione pubbliche, ai fornitori di servizi fiduciari (come PEC o firma elettronica), ai fornitori di servizi essenziali per il funzionamento di Internet, come DNS e registri TLD. Sono “entità importanti”, invece, i servizi postali e di corriere, quelli di gestione dei rifiuti, i costruttori di dispositivi medici, computer, elettronica, macchinari, autoveicoli, le aziende che producono o distribuiscono sostanze chimiche e, ancora, le organizzazioni scientifiche e di ricerca e i fornitori di servizi digitali come marketplace online, motori di ricerca, social network. Rispetto alla precedente NIS1, che copriva sette mercati critici (energia, trasporti, banche, mercati finanziari, acqua, sanità e infrastrutture digitali), la NIS2 allarga il perimetro di copertura ad altri 18 ambiti. L’impatto sui numeri degli incidenti cyber resi noti e conteggiati, dunque, è di un certo rilievo, anche se è impossibile quantificarlo esattamente. Nonostante la distinzione formale tra entità “essenziali” e “critiche”, i doveri di disclosure e le tempistiche seguono gli stessi criteri. Per entrambi i gruppi, è obbligatorio notificare alle autorità competenti ed eventuali clienti o utenti impattati ogni “incidente significativo”, cioè che abbia causato o possa causare una grave perturbazione operativa dei servizi o perdite finanziarie per l’entità, oppure notevoli danni materiali o immateriali per soggetti terzi. Entro 24 ore va dato un preallarme con le informazioni essenziali sull'incidente e la presunta causa, qualora si sospetti un’azione malevola. Entro 72 ore va emessa una formale notifica dell’accaduto, con aggiornamento delle informazioni già presenti nell’early warning, valutazione iniziale di gravità e impatto, indicatori di compromissione (se disponibili). C’è tempo un mese per inviare la relazione finale sull’incidente, con descrizione dettagliata, valutazione di gravità e impatto, probabile causa e misure di mitigazione applicate. La normativa prevede vari strumenti di enforcement, a partire dalle sanzioni, oltre a ordini vincolanti, ingiunzioni di adeguamento, audit e misure correttive.
di credenziali, sfruttamento di vulnerabilità ed esposizione dati: rispetto al 2025, si osserva una netta crescita degli incidenti legati alla compromissione e all’abuso di credenziali valide, all’esposizione dei dati e all’exploit di vulnerabilità note. I punti di ingresso più sfruttati rimangono le campagne email malevole, il phishing (anche nella sua forma più mirata, lo spear phishing), il furto di credenziali e l’esposizione di servizi remoti o VPN non protetti. L’Agenzia ribadisce che gran parte delle intrusioni non sfrutta solo debolezze tecniche, ma fa leva su comportamenti scorretti degli utenti,
come il mancato uso dell’autenticazione forte, il ricilo delle password e la gestione tardiva di account compromessi. Assume, inoltre, crescente rilevanza la diffusione delle minacce lungo la supply chain, cioè casi in cui le debolezze di sicurezza dei fornitori IT si propagano a cascata sui clienti. Elena Vaciago Articolo pubblicato in forma integrale su: Cybersecurity & Risk Management, https://channels.theinnovationgroup.it/ cybersecurity
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LA NUOVA ERA DELLA GESTIONE DEL RISCHIO Il patrimonio di dati di Acn, le polizze cyber, la collaborazione tra Ciso e Cda: il risk management nelle aziende è cambiato su più fronti.
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uali strategie, preoccupazioni e priorità attraversano il lavoro dei chief information security officer in Italia? L’ultimo “Ciso Panel”, organizzato a Milano da TIG – The Innovation Group, radunando Ciso ed esperti di cybersicurezza in un pomeriggio di confronto e riflessione, ha generato molti spunti di riflessione. Vediamo insieme che cosa è emerso dagli interventi sul palco e dalla discussione dei cinque tavoli che hanno sviscerato il tema at40 | OTTOBRE 2026
tualissimo dell’AI nella cybersecurity, l’eterno obbligo della compliance e le tendenze in ambito di protezione cloud e multicloud. Nell’intervento che ha aperto i lavori, Roberta Raso, a capo della divisione Gestione Rischio Nazionale, Governance e Capacità Cyber dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, ha presentato il nuovo modello con cui Acn punta a integrare incident response, threat intelligence e risk management con ciò che sta realmente accadendo sul campo.
Trasformando, così, i dati raccolti dalle attività operative in informazioni utilizzabili anche per decidere le priorità di mitigazione. Alla base si vede l’integrazione tra le attività di Csirt Italia (Computer Security Incident Response Team), il monitoraggio delle minacce e i processi di valutazione del rischio. Le informazioni necessarie arrivano sia da fonti reattive, come le notifiche obbligatorie e volontarie degli incidenti e gli scambi con Csirt e organismi internazionali, sia da azioni proattive quali
il monitoraggio degli asset esposti su Internet e della superficie d’attacco, i feed commerciali di threat intelligence e altri flussi informativi a disposizione dell’Agenzia. Si tratta di un patrimonio di informazioni dal volume significativo: l’Acn indica una media recente di circa 7.000 segnalazioni al giorno, alle quali si aggiungono bollettini, analisi e l’Operational Summary pubblicato periodicamente da Csirt Italia. Un aspetto molto interessante per i responsabili della sicurezza è la possibilità di sfruttare questi dati non soltanto per reagire a una vulnerabilità o a una campagna in corso, ma anche per aggiornare la valutazione del rischio. Allargare lo sguardo
L’approccio metodologico sopra descritto fa riferimento alla norma ISO/IEC 27005 e sposta l’attenzione dal singolo evento alla ricostruzione di campagne nelle quali possono concatenarsi più eventi e tecniche di attacco. La probabilità associata a una minaccia può, così, essere aggiornata usando i dati provenienti dall’attività operativa. La presenza di determinate vulnerabilità, l’operato osservato di specifici gruppi criminali
o la frequenza con cui una tecnica viene usata contro un preciso settore contribuiscono a rendere meno astratta la stima del rischio. Per un Ciso la conseguenza è importante. Un risk assessment costruito anche sulla threat intelligence permette di capire non soltanto quali vulnerabilità esistono, ma quali scenari di attacco risultano concretamente più rilevanti per la propria organizzazione. La polizza arriva dopo la sicurezza
Sul palco Cesare Burei, amministratore delegato di Margas – Gruppo Verspieren Italia, ha trattato un tema che è ormai diventato essenziale nella gestione del rischio cyber, ma che ancora non è stato ben assorbito dalle competenze aziendali: quello dell’assicurazione contro i danni da incidenti informatici. Una polizza cyber può limitare le conseguenze economiche di un attacco, ma non sostituisce prevenzione e risposta agli incidenti. Secondo Burei, infatti, la cyber insurance non è una scorciatoia per trasferire all’assicuratore il rischio informatico bensì l’ultimo passaggio di una strategia che parte dalla capacità dell’azienda di prevenire gli attacchi e gestire gli incidenti. Al momento del sinistro
servono procedure di incident response, disponibilità di personale competente e capacità di conservare le evidenze digitali necessarie alle analisi forensi e alle verifiche dell’assicuratore. Inoltre, bisogna tener presente che l’assicurazione non copre tutto. Le condizioni di una polizza, infatti, possono coprire i costi necessari a ripristinare dati da backup o altre fonti disponibili, ma questo non significa rimborsare il lavoro necessario a ricreare le eventuali informazioni definitivamente perdute. Se una software house perde il codice sorgente, per esempio, recuperarlo da un backup è un’attività molto diversa dal doverlo riscrivere da zero e la riscrittura non viene coperta dalla polizza. Lo stesso vale per documenti, progetti e altre forme di proprietà intellettuale. La migrazione verso il cloud introduce un ulteriore elemento di rischio. Le aziende dovrebbero verificare attentamente l’EULA (End-User License Agreement, l’accordo di licenza con l’utente finale), le limitazioni di responsabilità e la giurisdizione applicabile ai servizi utilizzati. Anche gli eventi geopolitici possono creare zone grigie: guerra, terrorismo, sanzioni o provvedimen-
LA FORMULA COLLAUDATA DEL “CISO PANEL” Dopo l’appuntamento di Roma dello scorso 7 maggio e quello di Milano il 15 settembre, il ciclo dei “Ciso Panel” di TIG – The Innovation Group prosegue con la tappa di Padova (Luvigliano di Torreglia) del prossimo 10 novembre. Si tratta di eventi esclusivamente in presenza e a porte chiuse, riservati a Ciso e responsabili della sicurezza informatica di aziende utenti, oltre che a rappresentanti delle società sponsor dell’evento. Una formula collaudata: oltre ai momenti di convivialità e networking, l’agenda è divisa tra interventi plenari (a cura di esperti, accademici e rappresentanti del mondo della cybersicurezza), una serie di tavoli di lavoro paralleli a porte chiuse (ciascuno focalizzato su un tema di attualità per la professione dei Ciso) e un momento finale di condivisione dei risultati emersi dai gruppi di lavoro.
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ti governativi possono rientrare nelle esclusioni previste da alcune coperture. La presenza di una polizza cyber, quindi, non garantisce automaticamente il risarcimento di ogni interruzione del servizio. La procedura consigliata da Burei è, in linea di principio, semplice: il primo passo è quello di ridurre il rischio di violazione attraverso tecnologia, organizzazione e implementazione di procedure adatte; poi si stabilisce quale parte del rischio residuo trasferire all’assicuratore, facendo attenzione a tutte le esclusioni ed eccezioni dichiarate per evitare brutte sorprese quando più c’è bisogno di sostegno. La discussione entra nel CdA
La prima parte del “Ciso Panel” di Milano si è chiusa con l’intervento dell’avvocato Alessandro Cecchetti, socio e manager di Colin & Partners, che ha affrontato il rapporto tra cybersecurity, intelligenza artificiale e responsabilità d’impresa: un tema che porta definitivamente la gestione del rischio informatico fuori dal solo perimetro dell’IT. L’evolu-
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zione normativa, dalla Direttiva NIS2 all’AI Act fino alle nuove disposizioni penali italiane, infatti coinvolge sempre più direttamente vertici aziendali e Consigli di Amministrazione. Una delle novità più rilevanti riguarda l’introduzione nel Codice Penale dell’articolo 437-bis, relativo all’omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale e all’alterazione illecita dei sistemi. La norma riguarda in particolare i sistemi AI ad alto rischio e prevede responsabilità quando dalla mancata adozione delle misure tecniche o di sorveglianza umana derivi un pericolo per la vita, per l’incolumità o, nei casi più gravi, per la sicurezza dello Stato. Il nuovo reato entra, inoltre, tra quelli che possono determinare la responsabilità amministrativa dell’azienda ai sensi del D.Lgs. 231/2001, con sanzioni pecuniarie e interdittive. Per le imprese significa dover considerare la sicurezza dei sistemi AI anche all’interno dei modelli organizzativi e delle valutazioni del rischio e diventa necessario sapere quali
soluzioni di intelligenza artificiale vengono usate, dove sono impiegate e quali processi o asset critici possono influenzare con la loro azione. Questa profondità di analisi rende ovvio che l’adozione dell’AI non può essere gestita soltanto come scelta tecnologica, ma deve diventare uno sforzo corale. Anche l’incident response deve tenere conto di nuovi vettori di rischio: prompt injection (utilizzo di prompt manipolatori ma apparentemente innocui), model drift (la “deriva” delle performance del modello), perdita di informazioni attraverso sistemi AI e manipolazione dei modelli richiedono procedure capaci di individuare rapidamente gli incidenti e di rispettare gli eventuali obblighi di notifica. Altrettanta attenzione va dedicata ai dataset usati per l’addestramento e l’inferenza, soprattutto quando comprendono informazioni personali o dati biometrici. Cecchetti ha sottolineato la necessità di superare la separazione tra competenze tecniche e legali. I contratti con fornitori IT, le architetture tecnologiche e i requisiti di sicurezza devono essere progettati insieme da legali, Ciso e responsabili tecnici, assicurandosi che le garanzie scritte nei contratti corrispondano alla verità dei sistemi effettivamente utilizzati. Lo stesso principio vale per la gestione globale del rischio: valutazioni separate per privacy, NIS2, Modello 231 e intelligenza artificiale rischiano di creare sovrapposizioni e zone non presidiate. È quindi preferibile una governance integrata nella quale CdA, Ciso, data protection officer, Legal e Risk Management condividano una mappatura comune di asset, sistemi AI, fornitori e responsabilità. La cybersecurity, insomma, rimane un problema tecnico nella sua gestione operativa, ma la responsabilità delle decisioni che determinano il livello di rischio coinvolge ormai buona parte dell’azienda. Giancarlo Calzetta
TRA PROBLEMI IRRISOLTI E NUOVE “OMBRE” In cima all’agenda dei Ciso italiani c’è il tema della shadow AI, che si colloca in quello più ampio della governance dell’intelligenza artificiale.
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icurezza dell’intelligenza artificiale, governance degli asset, strategie di comunicazione con il board, conformità e il nuovo ruolo del Ciso: sono alcuni dei temi che hanno animato i cinque tavoli di lavoro del “Ciso Panel” di Milano. In tutti i tavoli, però, non è mancata una discussione sulla governance della AI generativa, sia perché prevista nella scaletta sia perché nata spontaneamente. Un chiaro segno di quanto l’argomento sia, oggi, tra i primi pensieri dei chief information security officer. Quello del timore della fuga di dati aziendali causata dal fenomeno della shadow AI, infatti, è un tema sentito in tutte le aziende e tutti stanno cercando una soluzione diversa dal vietare l’uso dell’intelligenza artificiale, un’opzione vista come non praticabile.
Divieti e “movimenti dal basso”
Alcuni Ciso hanno dichiarato che nella loro azienda è stato concesso ai dipendenti l’uso di Copilot, con il vincolo di non utilizzare altri sistemi (bloccati a livello di connessione aziendale). In questo modo, la gestione dei documenti parte da un livello minimo di sicurezza accettabile che segue, più o meno, le stesse dinamiche degli altri documenti aziendali che passano da Office 365. Altri hanno sottolineato che è impossibile applicare prassi già consolidate, come è accaduto con il cloud, ma occorre creare una serie di regole onerose per una tecnologia in costante e rapidissima evoluzione. Chi ha vincoli stringenti dal punto di vista della regolamentazione, o gestisce proprietà intellettuali importanti, ha tenuto a portare all’attenzione dei colleghi
la scarsa trasparenza che caratterizza l’odierna offerta di intelligenza artificiale. Agenti AI e integrazioni custom spesso si portano dietro modelli e ottimizzazioni dei quali si sa poco, aprendo il fronte dei possibili bias nascosti e di guardrail non impeccabili o comunque non verificabili. In alcune aziende, poi, si è verificato un “movimento dal basso” che ha creato flussi di lavoro basati su AI non autorizzati dalla governace centrale. Questo è accaduto per la presenza di manager particolarmente proattivi nei confronti delle nuove tecnologie o in caso di decisioni tardive della direzione, che non ha comunicato ai dipendenti alcuna indicazione sull’uso dei nuovi strumenti. La scoperta di alcuni di questi workflow è accaduta durante l’implementazione dei primi controlli anti shadow AI, 43
CYBERSECURITY
quando alcuni processi hanno smesso di funzionare, causando il blocco operativo di alcuni dipartimenti. Questo ha riportato in auge il vecchio, ma sempre attuale, tema della scarsa comunicazione tra dipartimenti, con particolare riferimento a quello che si occupa della sicurezza informatica, ancora troppo spesso completamente trascurata dalle altre divisioni aziendali. Coinvolgere il board
Un altro tema che i Ciso stanno affrontando in blocco è quello della responsabilità del board in tema di sicurezza informatica, una responsabilità che deriva da normative come la Direttiva NIS2, l’AI Act e la più recente Product Liability Directive. Sebbene il problema sia conosciuto da tempo, ancora in molti non trovano nel board un riscontro abbastanza pronto nell’affrontare questa necessità. E ci si è confrontati sul modo migliore per presentare agli interessati una mappa dei rischi e delle responsabilità chiara, omogenea, completa, trasparente e direttamente legata agli effetti sul business. Con l’avanzare della tecnologia all’interno dei processi aziendali, inoltre, sta diventando sempre più palese che la prima necessità dei Ciso è quella di abbattere le barriere linguistiche che caratterizzano il comparto IT, il lessico gergale e tecnico, in modo da rendere le discussioni più semplici da seguire anche per manager di altre divisioni, oltre che per il board. Purtroppo, la mancanza di dati storici da inserire sui report, causata dalla novità dello scenario che si sta preparando, rende più difficile far comprendere a chi non mastica cybersecurity e governance quali siano gli effetti diretti delle normative. Nei casi, invece, di aziende sottoposte a normative speciali come quelle finanziarie, esiste il problema del dovere di pronta reazione alle indicazioni del legislatore, a scapito 44 | OTTOBRE 2026
delle operazioni e di piani continuativi di messa in sicurezza dell’infrastruttura. Alcuni Ciso, infatti, hanno lamentato che a causa della scarsità di personale, con l’arrivo dei nuovi temi AI (alcuni classificati come critici), è stato necessario spostare risorse sull’urgenza causata da queste norme: questo ha rallentato la messa in sicurezza di ambienti che combattono con obsolescenza o vulnerabilità note. Sul fronte delle soluzioni proposte, alcuni dei partecipanti hanno trovato molto utile il report mensile di Acn (“Operational Summary”) come strumento per presentare lo scenario di sicurezza al board, in quanto vi sono racchiusi dati globali che possono fare poi da sfondo concreto alla presentazione dei problemi interni. Rompere la barriera dei silos
Accanto all’AI, il tema della gestione del rischio è stato tra i più trattati nei tavoli di lavoro. Del resto, tutte le operazioni di sicurezza di un’azienda moderna devono essere compiute alla luce di questa pratica basilare. Le necessità elencate dai Ciso non sembrano essersi evolute molto negli ultimi anni, con il chiaro obiettivo di una gestione dei rischi convergente, ottimizzata, integrata con la compliance e condivisa con i business owner. E con il bisogno, anch’esso non nuovo, di definire un linguaggio comune e criteri di valutazione omogenei per misurare i rischi in tutta l’organizzazione, superando i silos (ancora disseminati in troppe organizzazioni) che rischiano di limitare la visione d’insieme e di favorire valutazioni frammentate. Purtroppo, un problema ancora molto diffuso risiede nel fatto che la valutazione del rischio è fortemente soggettiva. Ciascuna area aziendale, infatti, tende a gestire le proprie criticità in isolamento, considerandole come prioritarie in assoluto. Il motivo è probabilmente da
ricercarsi nella voglia di ridurre al minimo i problemi di quotidiana gestione e nello scarso coinvolgimento a livello globale dei singoli manager. Il panorama delle aziende è comunque molto vario, con realtà dotate di modelli evoluti di Enterprise Risk Management e altre che hanno un approccio ancora parziale, con alcune divisioni più collaborative di altre nelle procedure di valutazione del rischio. Un ruolo da “moderatore”
Una possibile soluzione proposta durante le discussioni è quella di assegnare al Ciso il ruolo di “moderatore”, che ha il compito di definire il linguaggio comune aziendale sul rischio e che agisce da giudice nel valutare le stime soggettive di rischio derivanti dalle singole divisioni. Molti hanno, inoltre, concordato sul fatto che ricorrere a un framework ERM/ISO è di grande aiuto nel livellare le funzioni su criteri oggettivi di rischio e sull’abbattimento dei silos. Infine, lo strumento della singola mappa globale e integrata sembra ancora il più efficace per essere sicuri di allocare le risorse sulle vere priorità aziendali. Nel corso dell’ora e mezza dedicata alla discussione, sono emersi diversi altri macro temi, quali l’evoluzione della cybersecurity da sintattica a semantica, le nuove strategie di gestione delle patch ai tempi dei modelli AI di frontiera e lo Zero Trust in ambienti multicloud. Con la sensazione che il tempo non bastasse per discutere di tutto, ciò che è emerso con forza da questo incontro tra chief information security officer è che il loro ruolo diventa sempre più articolato, rimbalzando tra i temi tecnici e quelli di compliance, a cui si aggiunge ora il dovere di conoscere sempre meglio i dettagli del business per fungere da ponte tra le necessità economiche dell’azienda e quelle di robustezza e resilienza. Giancarlo Calzetta
CISO panel
LE SFIDE 2026 PER LA CYBERSECURITY, TRA RISCHIO AI E NIS2 COMPLIANCE
UN EVENTO DI
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ECCELLENZE.IT | Diennea
UPTIME E SCALABILITÀ CON UN’INFRASTRUTTURA MODERNA La società di servizi digitali con Nutanix ha centralizzato la gestione dei cluster Kubernetes, ha tagliato i costi e ha potenziato la sicurezza.
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ffidabilità, prestazioni, scalabilità e sicurezza dell’infrastruttura IT sono essenziali per chi eroga servizi digitali. Una realtà storica come Diennea, società tech di Faenza sul mercato da trent’anni, ha recentemente scelto di far fare il salto di qualità alla propria infrastruttura attraverso i container, le architetture a microservizi. Diennea lavora per oltre mille clienti su due aree di attività distinte ma complementari: è un fornitore di software proprietario, la piattaforma Magnews, per la gestione di processi aziendali, marketing e comunicazione multicanale; ed è anche un’agenzia di comunicazione e creatività, t.bd. Nel 2023 la piattaforma Nke (Nutanix Kubernetes Engine) è stata adottata per poter creare e gestire cluster Kubernetes in modo integrato con l’infrastruttura Nutanix, già in uso da tempo. Una decina di anni prima, infatti, Diennea si era dotata di un’architettura iperconvergente basata su quattro cluster Nutanix distribuiti in due data center. Uno dei cluster è dedicato al disaster recovery (gestito con Nutanix Files Storage), gli altri servono principal-
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LA SOLUZIONE L’infrastruttura di Diennea si basa su quattro cluster Nutanix installati on-premise in due data center. Nutanix Kubernetes Platform permette la gestione centralizzata di cluster Kubernetes e workload anche su infrastrutture diverse. Il disaster recovery è gestito con Nutanix Files Storage, che simula in una bolla di rete eventuali disastri per verificare che i dati restino consistenti, per una garanzia di ripristino dell’ambiente in poche ore. mente all’erogazione dei servizi SaaS e in particolare della piattaforma di marketing automation Magnews. Partendo da questa solida base hardware e software, l’azienda ha fatto una scelta di potenziamento tecnologico per garantirsi maggiore stabilità e flessibilità nella creazione ed erogazione delle proprie soluzioni. “Volevamo irrobustire ulteriormente l’architettura Kubernetes”, racconta Fabio Masini, Cto e Ciso di Diennea. “Visto l’ottimo risultato ottenuto con Nutanix Nke, ci è sembrato naturale scegliere lo stesso partner per ottenere maggiore scalabilità, sicurezza e un livello di prestazioni e supporto tipico delle organizzazioni enterprise”. Da qui la decisione di passare a Nutanix Nkp (Nutanix Kubernetes Platform), piattaforma che rappresenta un ampliamento e un’evoluzione di Nke, pensata soprattutto per ambienti multicloud e hybrid cloud. “Tra le caratteristiche che ci hanno spinto a rea-
lilzzare un upgrade del nostro ambiente di microservizi”, svela il Cio, Mauro Biagi, “c’era la gestione centralizzata dei cluster, la possibilità di eseguire in modo più rapido gli aggiornamenti e quella di sfruttare funzionalità come il load balancer, e gestire gli IP eterni in modo automatico riducendo l’intervento manuale”. Diennea ha immediatamente riscontrato un miglioramento della stabilità sia dei servizi Kubernetes sia del cluster stesso, con un uptime che ha superato il 99,99%: un duplice beneficio, per l’azienda e per i suoi clienti. Inoltre, grazie alla gestione centralizzata dei cluster e all’assistenza continuativa erogata da Nutanix, è stato possibile tagliare di circa il 70% il tempo e le risorse umane dedicate ad attività di gestione, aggiornamento e manutenzione dell’infrastruttura. “Un ulteriore aspetto positivo”, racconta Biagi, “è che ora possiamo pianificare e comunicare con anticipo le attività di manutenzione ai clienti, che quindi non risentono più nemmeno dei piccoli disservizi a cui erano soggetti in precedenza”. Quarto aspetto, la sicurezza: la cifratura nativa e la segmentazione di rete basata su regole, presenti in Nkp, hanno aiutato a ottenere certificazioni come la ISO 27001 e la ISO 27701, importanti per lavorare su clienti come quelli dei settori bancario e assicurativo. Diennea sta ora valutando l’estensione di Nutanix Nkp alla propria piattaforma Magnews, per potenziarla in scalabilità e gestione dei carichi di lavoro. “Stiamo rafforzando il nostro ecosistema”, conclude Masini, “che combina capacità tecnologiche e competenze consulenziali di alto profilo, e stiamo passando da una postura nazionale a un profilo internazionale. In questo passaggio, le partnership sono essenziali e siamo sicuri che quella con Nutanix sia una collaborazione strategica”.
ECCELLENZE.IT | Kerakoll Group
LA CONDIVISIONE CHE COSTRUISCE VALORE Bonfiglioli Consulting ha aiutato la multinazionale dell’edilizia a trasformare l’approccio all’innovazione e alla gestione del prodotto.
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erakoll Group è una realtà multinazionale attiva nel settore dell’edilizia, con un’offerta integrata di prodotti e servizi per costruire nel rispetto dell'ambiente e del benessere abitativo. Nata nel 1968, nel cuore del distretto ceramico di Sassuolo, con la produzione di adesivi per piastrelle, Kerakoll opera oggi attraverso quattro divisioni aziendali, focalizzate sul mondo della posa, dell’edilizia, delle superfici e dei servizi. Il Gruppo conta oltre 2.800 collaboratori diretti e indiretti ed è presente in undici Paesi, con 24 stabilimenti produttivi. È inoltre Società Benefit e nel 2023 ha ottenuto la certificazione B Corp nell’ambito del proprio percorso Esg. Dalla volontà di accompagnare la crescita del Gruppo con un modello di gestione integrato (fondato sul coinvolgimento delle persone e su una leadership condivisa) è nato un percorso di evoluzione del processo di progettazione e sviluppo di nuovi prodotti. Con l’aiuto di Bonfiglioli Consulting, storica società di consulenza nelle operations, il progetto è stato affrontato prima di tutto come un percorso di trasformazione manageriale che ha coinvolto tutte le funzioni aziendali. Si è intervenuti sul modo in cui l’organizzazione governa priorità, risorse e programmi. “Il progetto nasce nel contesto di un’accelerazione della traiettoria di innovazione aziendale, sia in ambito italiano sia nella scalabilità internazionale”, dice Gabriele Retucci, chief marketing officer del Gruppo, sotto la cui responsabilità ricade anche l’area di product marketing. “L’obiettivo era abbracciare il product lifecycle a 360 gradi, rendendo più efficienti i pro-
LA SOLUZIONE Bonfiglioli ha lavorato su quattro pilastri: l’estensione del perimetro della procedura di progettazione a tutto il Product Lifecycle Management (inclusi i progetti relativi a qualità, riduzione dei costi e modifiche di packaging); il passaggio a una leadership diffusa e condivisa; l’approccio “a tutele crescenti” (calibrazione della leadership in base al singolo progetto); un change management solido per l’adozione graduale della nuova procedura. cessi interni e più robusto ed efficace l’output progettuale, in modo da aumentare il valore percepito dal cliente”. Il punto di partenza è stata la scelta di integrare metodo, partecipazione attiva delle persone e digitalizzazione, valorizzandone il contributo lungo l’intero processo di progettazione. Fin dall’inizio il progetto è stato gestito a quattro mani insieme al reparto R&D, aspetto che ha favorito da subito una leadership condivisa e l’integrazione tra le funzioni. “La digitalizzazione resta un acceleratore importante, ma la vera chiave è la robustezza del metodo”, spiega Retucci. “Con Bonfiglioli Consulting l’obiettivo è riuscire a metodicizzare la leadership, rendendola condivisa, inclusiva e articolata per step, con maggiore intensità laddove il rischio è più alto, e maggiore agilità dove l'impatto è minore”. Il progetto, durato diversi mesi, è stato costruito su misura da Bonfiglioli Consulting dopo una prima
fase di assessment, nel rispetto della cultura aziendale del clienti. “Abbiamo affiancato Kerakoll non applicando un metodo standard, ma costruendo insieme un modello su misura, capace di rispettare la cultura e la complessità del Gruppo”, raccont Franco Guidubaldi, principal value generation di Bonfiglioli Consulting. L’intervento si è sviluppato su quattro pilastri: l’estensione della progettazione a tutto il Product Lifecycle Management, includendo anche la manutenzione dei prodotti esistenti; il passaggio a una leadership diffusa e condivisa tra le funzioni; un approccio a “tutele crescenti”, con quattro livelli di governance calibrati sull’importanza strategica di ciascun progetto; e un change management solido, per accompagnare gradualmente l’adozione della nuova procedura verso un cambiamento culturale. Kerakoll è già in una fase di applicazione concreta: su alcuni progetti chiave sono stati messi in pratica i nuovi principi, rendendo operativo il modello di governance e di gestione condivisa. “Il passo successivo sarà estendere questo approccio, in modo scalabile e sostenibile, a tutta la progettualità aziendale”, conclude Retucci. La collaborazione tra Kerakoll e Bonfiglioli Consulting prosegue anche sul fronte della strutturazione del processo di Sales and Operations Planning. 47
ECCELLENZE.IT | Certified Sit voluptate Origins
AI, PERFETTO CONDIMENTO PER LA TRACCIABILITÀ Il progetto di Atlantic Technologies, basato su Oracle JD Edwards e Gemini, ha migliorato trasparenza, efficienza e governance.
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n catene di fornitura complesse e internazionali, non sempre tutto fila liscio come l’olio. Nemmeno quando è protagonista il pregiato extravergine di oliva, insieme ad altri alimenti legati al territorio, come conserve di pomodoro, frutta a guscio, pasta e specialità per la dispensa. In quest’ambito opera Certified Origins, Srl sostenuta da cinque cooperative italiane e spagnole, impegnata a gestire linee di imbottigliamento e trasformazione ad alta capacità, ma anche sistemi di tracciabilità certificati. Un lavoro di questo tipo richiede di maneggiare grandi quantità di dati, normative differenti e processi di produzione e distribuzione complessi, su più aree geografiche. L’azienda ha, infatti, una presenza internazionale attraverso sedi in Italia, Stati Uniti, Spagna, Messico, Cina e Regno Unito. In questo contesto è stato intrapreso un percorso di innovazione tecnologica mirato a due principali obiettivi: una maggiore efficienza operativa e un migliore supporto alla ambizioni di crescita internazionale. “Gestire una supply chain globale significa armonizzare mercati, normative e dati diversi”, spiega Andrea Biagianti, IT manager di Certified Origins. “Essendo presenti con l’olio extra vergine di oliva in tutto il mondo, avevamo bisogno che la nostra infrastruttura evolvesse alla stessa velocità della nostra espansione. Certified Origins si è rivolta ad Atlantic Technologies, società di consulenza digitale del Gruppo Engineering, con alle spalle 25 anni di esperienza e una approfondita conoscenza dei processi del 48 | OTTOBRE 2026
LA SOLUZIONE L’app AI attinge dai dati dell’Erp per ricostruire nei dettagli i passaggi che portano dalla materia prima al prodotto finito. Integrata in Oracle JD Edwards, la tecnologia di Gemini genera rappresentazioni visuali a partire da report e fogli di calcolo. comparto agroalimentare. Il progetto ha riguardato innanzitutto l’evoluzione di alcuni processi core, come l’ottimizzazione del magazzino e il miglioramento dei flussi logistici, gestiti con l’Erp Oracle JD Edwards. Atlantic Technologies ha lavorato con cinque obiettivi: migliorare le procedure di pianificazione della produzione; ottimizzare le logiche di magazzino, anche in relazione agli obblighi contabili; rafforzare controllo e tracciabilità lungo l’intera filiera; semplificare la lettura e l’analisi dei dati di tracciabilità; supportare processi logistici complessi e integrati tra Italia e Stati Uniti. Elemento centrale è stato lo sviluppo di un’app di intelligenza artificiale per la tracciabilità dei lotti su Oracle JD Edwards: permette di ricostruire in modo puntuale la “storia” degli alimenti, dalla materia prima al prodotto finito. Per rendere più accessibili e leggibili le informazioni generate dai processi di tracciabilità, la tecnologia Gemini di Google è stata integrata nell’Erp: al suo interno, consente di trasformare report complessi e file Excel in rappresentazioni visuali.
Il progetto ha generato benefici misurabili su più livelli dell’organizzazione, contribuendo a migliorare sia l’efficienza operativa sia la capacità di governance e controllo dei processi. Dal punto di vista operativo, i principali risultati sono una maggiore fluidità nella gestione dei processi logistici e finanziari e, con l’automazione, una riduzione delle attività manuali e ripetitive. “Grazie alla partnership con Atlantic Technologies”, testimonia Biagianti, “stiamo ottimizzando il nostro Erp Oracle JD Edwards, arricchendolo con soluzioni di Artificial Intelligence che ci permettono di valorizzare e interpretare al meglio dati complessi. Oggi abbiamo più agilità operativa, maggiore controllo e una visione più chiara delle nostre operations, con più spazio per focalizzarci su ciò che facciamo meglio: selezionare l’eccellenza”. Per quanto riguarda controllo e governance, il maggiore risultato è il miglioramento della visibilità sui dati di magazzino e sui principali flussi operativi: ora la tracciabilità lungo la filiera è più completa, accessibile e immediata da verificare. L’uso di un Erp moderno, scalabile e integrato, inoltre, permette di gestire con maggiore efficacia le complessità normative e operative dei diversi mercati. Infine, le visualizzazioni generate dall’AI facilitano l’accesso agli insight e l’interpretazione dei dati.
ECCELLENZE.IT | Kia Italia
VENDITE A MARCE INGRANATE, CON CHAT E AGENTI AI Il progetto di Infobip, basato sull’uso dell’intelligenza artificiale in Whatsapp, ha prodotto ottimi risultati.
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el campo dell’automotive, la messaggistica istantanea e l’AI possono essere un ottimo acceleratore: non per chi sta al volante, ma per il marketing e le vendite. Lo dimostrano i risultati della campagna realizzata da Kia Italia allo scopo di migliorare la gestione dei lead e delle opportunità di vendita. La filiale italiana di Kia Corporation per questo progetto ha scelto di affidarsi a Infobip, società che propone una piattaforma per l’omnicanalità, il contact center e la gestione delle identità. Tipicamente, nel settore automobilistico il percorso che porta all’acquisto è lungo e complesso. I clienti confrontano modelli, richiedono informazioni, visitano concessionarie e valutano diverse opzioni. Due gli obiettivi di Kia Italia: intercettare potenziali clienti nel momento in cui essi manifestano un interesse attraverso le proprie azioni online, e qualificare i prospect in modo più efficiente. In collaborazione con Infobip, quindi, è stata creata un’esperienza di vendita conversazionale su WhatsApp. I social media sono stati il vettore iniziale della comunicazione: l’uso degli annunci “Click-to-WhatsApp” su Facebook e Instagram ha permesso di portare gli utenti interessati direttamente su una chat in cui potevano trovare risposte su modelli, prezzi, caratteristiche, disponibilità e opzioni di finanziamento. Risposte fornite dall’intelligenza artificiale. “In Kia Italia siamo costantemente alla ricerca di nuovi modi per innovare”, racconta Giuseppe Mazzara, customer experience & brand marketing director di Kia Italia. Abbiamo riconosciuto che WhatsApp è il canale attraverso cui le persone deside-
LA SOLUZIONE La soluzione sfruttava la funzionalità “Click-to-WhatsApp”, che da Facebook e Instagram indirizzava su una chat con agente AI integrato. L’intelligenza artificiale sapeva fornire risposte attingendo ai dati del Crm e dell’applicazione Marketing Cloud di Salesforce. La piattaforma era in grado di automatizzare la gestione dei lead e il trasferimento in tempo reale delle opportunità qualificate al processo di vendita. rano interagire con i brand, secondo le proprie modalità e in qualsiasi momento della giornata. Grazie a un agente AI, abbiamo trasformato la nostra presenza su WhatsApp da semplice strumento di raccolta lead a un’esperienza conversazionale completa”. Anziché dover compilare un modulo online, gli utenti sono stati ingaggiati in modo dinamico e personalizzato. La campagna è stata caratterizzata da una media di oltre dieci messaggi per
sessione, segno del fatto che i consumatori sono ben predisposti a interagire con l’AI quando ricevono risposte immediate e pertinenti alle richieste. Grazie a un’interazione fluida con un’AI che forniva risposte immediate e dettagliate, Kia Italia ha ottenuto un ritorno sull’investimento pari a quaranta volte la spesa affrontata. La soluzione ha anche permesso di raccogliere le informazioni necessarie per qualificare i lead e ha indirizzato i prospect verso la concessionaria più vicina, per richieste di preventivo o test drive. In soli due mesi la campagna ha generato 144 lead qualificati, 116 richieste di preventivo e otto vendite dirette di automobili. Kia Italia ha anche ottenuto una riduzione del 53% dei costi del marketing per veicolo venduto, rispetto a quanto avrebbe speso con una tradizionale campagna “Click-to-WhatsApp”. “L’agente ha fornito informazioni dettagliate sui modelli di auto, risposto alle domande in tempo reale e accompagnato i clienti lungo nel loro processo decisionale”, spiega Mazzara. Il risultato è stato un ciclo di vendita più breve e un miglioramento misurabile sia nelle richieste di preventivo sia nelle vendite”. “Questa campagna dimostra che l’AI conversazionale non si limita a fornire risposte a domande dei clienti”, commenta Ben Lewis, vice president of marketing and growth di Infobip. “È in grado di valutare la richiesta, mettere in contatto i clienti con la concessionaria più adatta e contribuire direttamente al fatturato. Kia Italia ha dimostrato come WhatsApp possa diventare un canale di vendita misurabile, anche per un acquisto ponderato come quello di un’auto”. 49
APPUNTAMENTI
CAMPANIA DIGITAL SUMMIT
Quando: 21 ottobre Dove: Stazione Marittima, Centro Congressi Molo Angioino, Napoli Perché partecipare: Saliranno sul palco rappresentanti della Pubblica Amministrazione centrale, regionale e locale: si parlerà di digitale, ma anche di trasporti e di sviluppo del territorio.
NETCOMM FOCUS DIGITAL MARKETING & CHANNEL STRATEGY
Quando: 21 ottobre Dove: Palazzo Giureconsulti, Milano Perché partecipare: In agenda omnicanalità, tecnologie e strategie per il marketing e la vendita. L’evento è accessibile su invito, ma è possibile seguire il dibattito anche in diretta streaming.
SMART MANUFACTURING CONFERENCE
Quando: 5 novembre Dove: MADE Competence Center Industria 4.0, Milano Perché partecipare: Con il sottotitolo “La fabbrica agentica e resiliente”, questa edizione della conferenza dedicata alla trasformazione industriale si focalizza su tecnologie, approcci all’adozione e casi studio reali.
CISO PANEL PADOVA 2026
Quando: 10 novembre Dove: Villa dei Vescovi, Luvigliano di Torreglia (PD) Perché partecipare: Nel consolidato format che associa sessioni plenarie e tavoli di lavoro tematici, si parlerà delle attuali sfide affrontate dai chief information security officer: dai rischi legati all’AI alle nuove regole.
LOMBARDIA DIGITAL SUMMIT 2026
Quando: 16 novembre Dove: Palazzo Lombardia, Milano Perché partecipare: Giunto alla quinta edizione e organizzato in collaborazione con Regione Lombardia, il summit permetterà di fare il punto sui progetti di trasformazione digitale del territorio.
DIGITAL ITALY SUMMIT 2026
Quando: 18-19 novembre Dove: Casina Valadier e Spazio Vittoria, Roma Perché partecipare: Il tema della XI edizione è “Ridisegnare la mappa: AI, sovranità e nuovi confini”. La prima giornata (Casina Valadier, accessibile su invito) aprirà il dibattito sul tema della sovranità tecnologica. Nella seconda giornata (Spazio Vittoria, accesso previa registrazione) si alterneranno keynote speech, interviste e tavole rotonde.
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NOVEMBRE 2026
PALAZZO LOMBARDIA SALA BIAGI I MILANO
LOMBARDIA DIGITAL summit
LA LOMBARDIA CHE GUIDA LA TRASFORMAZIONE DIGITALE
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UN EVENTO DI
IN COLLABORAZIONE CON
UN EVENTO DI
CASINA VALADIER
SPAZIO VITTORIA
18•19
novembre 2026 ROMA
DIGITAL ITALY summit
RIDISEGNARE LA MAPPA: AI, SOVRANITÀ E NUOVI CONFINI
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