Issuu on Google+


Addunca vai lu focu arde proverbi a sud est

a cura di Francesco Greco con i disegni di Antonio Sodo


Il Salentino Editore – Vincitore del concorso Principi Attivi Giovani Idee per una Puglia Migliore

con il patrocinio di

Il Salentino Editore ÂŽ Via Larghi Case Sparse, 3 73026 Melendugno Tel. 0832 269377 Fax 0832 833918 www.ilsalentinoeditore.com info@ilsalentinoeditore.com ISBN 978-88-96446-00-3 Art director Edita Lecce


A tata Cosimu e mamma ’Ntuniètta; li nonni Mariànciala e Patintòni, Francisca e Franciscu, Gràzzia e Franciscu, e li sbinnònni Luvìggia e Pantaleu, ’Ssùnta e Ezzechièle, Carmela e Mìnucu Maria, Vitamaria e Cosimu


Ringrazio gli anziani dei paesi del Capo di Leuca che ho incontrato, molti dei quali non sono piÚ fra noi, per avermi dato quel poco che avevano: i frammenti di un’antica saggezza universale, una spada per aprirsi un varco nel tempo.


Prefazione Questo volume dall’intrigante titolo Addunca vai lu focu arde. Proverbi a sud est curato da Francesco Greco inaugura una collana di studi, terra-mare, che mira essenzialmente al recupero, alla valorizzazione e, possibilmente, a una larga divulgazione della tradizione culturale del Salento. Il tema della salentinità, da non confondere con quello della salentineria, giornalisticamente è molto seducente, ma ha trovato in sede scientifica pochi cultori attrezzati. Se si eccettua l’impegno profuso in questa direzione da Mario Marti, non avremmo solidi punti di approdo a cui aggrapparci, da cui ripartire per produrre ulteriori approfondimenti e per elaborare un’organica sistemazione storico-antropologica del fenomeno. A Mario Marti dobbiamo molto soprattutto per il metodo che ci ha suggerito nell’affrontare il problema dell’identità salentina ovvero per aver chiarito in maniera netta e inequivocabile che cosa è la salentinità e quella che più genericamente chiamiamo cultura salentina. Per l’insigne studioso sono solo ipotesi di lavoro e nulla di più. Ipotesi di lavoro però con cui bisogna fare i conti e cercare di trarre elementi di chiarezza che servano a dare qualche significato più appropriato alle “cose” che in maniera diretta o indiretta riferiscono del Salento. Il dato certo resta uno solo: il Salento è una “regione” che sul piano linguistico, storico,


Francesco Greco

culturale e antropologico ha assunto una propria e indiscussa identità. Su questo terreno non ha senso rincorrere categorie astratte, come la salentinità, per spiegare fenomeni legati alla promozione di questo o quel prodotto, di questa o quella operazione culturale. Fare cultura salentina è molto diverso dal definire e decifrare la salentinità. Per evitare confusione tra questi due elementi è necessario precisare e ribadire che la salentinità non può mai essere «una raccolta di “cose” salentine più o meno rare e preziose a testimonianza di personale erudizione; oppure una serie di manifestazioni d’argomento salentino, sollecitata, generalmente parlando, da scopi commerciali e turistici». Queste attività – precisa Marti – «sarebbero più da collocare sotto l’etichetta concreta di salentineria che sotto quella astratta di salentinità». La salentinità non puo essere, quindi, riconducibile a qualcosa di concreto, non si può vendere e neppure comprare. Essa – secondo sempre Mario Marti – «è un sentimento, una condizione psicologica e intellettuale, in sostanza un privilegiato e totale rapporto d’amore nei confronti di tutti gli aspetti, le condizioni, le manifestazioni del Salento da parte di chi nel Salento riconosca e senta la propria “piccola patria” (...). E insomma, senza scandalo alcuno e senza irriflessivi rigetti, la salentinità è, nella sua sostanza più segreta e più intimamente vissuta, la sublimazione, spontanea, istintiva, autenticamente interiore, e dunque pura, disinteressata, metastorica, della “provincia” salentina». Ho voluto fare affidamento a queste considerazioni preliminari per mettere il lettore di questo libro nelle condizioni migliori per apprezzare e gustare la ricerca di Francesco Greco, al quale va senza alcun dubbio riconosciuto lo sforzo di esorcizzare l’oblio della memoria, pubblicando questa lunga raccolta di proverbi in cui è racchiusa la saggezza di una popolazione, quella 10


Addunca vai lu focu arde

salentina del sud est, materia affatto trascurabile per testimoniare oggi cosa significa “fare cultura nel Salento”. Lecce, Università del Salento, luglio 2009 Mario Spedicato

11


Introduzione

L’oblio della memoria, l’indebolimento dell’identità sotto il bombardamento mediatico quotidiano delle subculture aggressive e devastanti, il conseguente straniamento e sradicamento dell’individuo dal tessuto socio-culturale in cui è nato sono i rischi più forti per l’uomo del Terzo Millennio. L’esproprio culturale scientificamente perseguito porta alla perdita di coscienza e d’identità, all’omologazione a modelli estranei, all’assimilazione ad archetipi distanti anni-luce e non solo geograficamente dai propri imposti con la violenza della globalizzazione. Sono pericoli incombenti su di noi che rischiamo di ritrovarci a parlare una lingua sempre più povera e con l’immaginario collettivo desertificato. Muove anche da qui l’input morale e storico a non lasciarsi andare alla corrente e a recuperare preziosi lacerti di memoria connessi al nostro essere antropologico e culturale, affinché nel tempo e fra le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che verranno, non si verifichi un pericoloso blackout e si approfondisca la ricerca della propria identità lacerata. La presente ricerca paremiologica è stata condotta per vent’anni nel territorio del Salento meridionale presso le fonti più autentiche e genuine: la memoria degli anziani, molti dei quali


Francesco Greco

oggi non ci sono più. Nelle loro vecchie case umide bianche di calce, dalle volte a stella o a botte, davanti ai grandi focolari dov’era sempre acceso un taccru (ramo) di ulivo, nei cortili ombrosi di limoni, odorosi di geranio e misiricòi (basilico), al fresco nelle sere d’estate. Addunca vai lu focu arde è un proverbio che mio padre usava spesso quando intendeva metterci in guardia dai pericoli cui si va incontro, inevitabilmente, ovunque e con chiunque. U picca fieurru su mancia u focu era invece usato dal prozio Vito Antonio Capone, bracciante morto vecchissimo. Voleva dire che occorre darsi da fare per emarciparsi dalla povertà nera in cui si nasce e ci si dimena per tutta la vita. Lui in un giorno faceva anche tre giornate lavorative, zappava i suoi miseri cuti (terra che emerge dai sassi), coltivava quella grassa dei ricchi e d’inverno andava a lavorare nei parmenti (palmenti) e a fare il nachìru (capo di frantoiani) nei trappìti (frantoi). Così è riuscito ad avere un suo pezzo di terra senza pietre e una piccola casa in cui ripararsi con la famiglia. I proverbi possono incarnare, allegoricamente, tanti piccoli testamenti quotidiani di chi ha avuto con la terra un rapporto di calda intimità, sul filo della memoria della civiltà contadina, la cui saggezza è condensata dal fluire sensuale del tempo. Se non l’avessimo messa sulla carta, con tutta la sua grande forza dialettica, sarebbe andata colpevolmente perduta: un grave danno per le generazioni globalizzate che poco e niente sanno del loro passato e che si ritroverebbero un “buco” nella memoria, con le radici recise, mentre adesso possono, a loro volta, tramandarla ai posteri. Parole lievi e preziose che rischiavano di andare disperse con la nostra identità, recuperate da una lingua che è morta solo in apparenza e che al contrario è viva e vegeta. Il mondo contadino concentrava nella palòra (parola) e nel suo senso polisemico una 14


Addunca vai lu focu arde

grande quantità di metafore e simboli espressi dalla vita vissuta in prima persona e senza il filtro di accademie che non siano la cruda esperienza, a contatto con gli elementi primordiali della natura: l’acqua, il vento, il sole, la pioggia, il fuoco, la folgore e il tuono, la pietra e la moja (fango), ma anche della vita: il coraggio e la paura, vivere e morire, il suono e il silenzio, il desiderio e la passione, ecc. I proverbi qui presenti sono il prodotto di una oralità che urgeva di essere dialettizzata nelle sue vivide, evocative articolazioni interne, pur con tutte le difficoltà immaginabili sia glottologiche che sintattiche. Di uno stesso proverbio esistono a volte più versioni che vagano nella koinè e nell’immaginario popolare. Alcuni non sono traducibili nella lingua ufficiale, la vulgari loquentia dantesca. Segno questo che l’italiano è più povero del dialetto, il quale ha una grande forza evocativa di immagini, sentimenti, simboli, ecc. Proverbio dopo proverbio, tra metafore nude e barocche e tentativi di auto-omologazione, il lettore troverà a volte delle incongruenze filologiche inevitabili, perché la lingua del passato, nata dalla contaminazione palese e carsica di più lingue, era più ricca e vitale di quella che parliamo oggi, troppo permeata da termini stranieri. Di alcuni non troverà la traduzione letterale, ma il significato metaforico, a causa dell’impossibilità di trovare parole adatte di fronte a suoni irriproducibili e intraducibili e spesso i fonemi usati non riescono a racchiudere il loro profondo senso dialettico. Di altri ancora ingenui tentativi di assimilazione alla lingua “padrona”, quella italiana fatti incosciamente dalla nostra gente. Potevamo allinearli per tema e argomento, ma avremmo castrato la loro grande carica semantica (uno stesso proverbio può essere messo sotto più voci): abbiamo perciò preferito lasciarli così come sono venuti, “aperti” a ogni personale accesso e soggettiva decodificazione. Non c’è alcuna pretesa di aver fatto un 15


Francesco Greco

lavoro antologico – chissà quanti, inediti, girano quotidianamente fra di noi – né inattaccabile sotto l’aspetto glottologico, non essendo la lingua – e in special modo quella arcaica – qualcosa di immobile nel tempo né, peggio ancora, scientifica, ma, al contrario, esposta alle contaminazioni dell’uso quotidiano e sintesi dei “segni” lasciati dai popoli che il Sud ha visto passare nelle sue aspre, arse contrade con usi e costumi, superstizioni e divinità, miti, favole e leggende che hanno fatto nascere questa strana, magmatica lingua che con questa operazione abbiamo salvato dall’annegamento definitivo dopo la devitalizzazione dei suoi archetipi praticata quotidianamente e selvaggiamente dalla violenza devastante dei mass media globalizzanti che impoveriscono il nostro comunicare e di riflesso la nostra vita. Facciamoci dunque “sporcare” dal passato, dai suoi messaggi profondi, nudi e silenti, da un patrimonio di parole povere e pure per vivere il Terzo Millennio rafforzando la nostra identità, le radici, consapevoli che forse sono le sole cose che ci restano.

16


Addunca vai lu focu arde


Addunca vai lu focu arde Dovunque andrai il fuoco arde, cioè è duro vivere U cazzuncùlu è sempre pe’ la bassa plebe Il danno è sempre per la povera gente Vicinu meu, spècchiu meu! Vicino mio, specchio mio! Ventre china cerca riposu Pancia piena vuole riposo Quannu senti sunàre e campane a ddoi a ddoi, òzzete beddha mia ca è fesˇta crai Quando senti suonare le campane in coppia, alzati bella mia, domani è festa No cridi allu Santu ci no bbidi la festa e no cridi alla festa ci no bbidi lu Santu Non credi al Santo se non vedi la festa e non credi alla festa se non vedi il Santo 19


Francesco Greco

Fenca a Natale no friddu e no fame; de Natale a ’nnanti, trèmene i muzzi ca sˇtannu vacanti Fino a Natale né freddo né fame; da Natale in avanti tremano i recipienti vuoti (di provviste) Zzòcculu e cròcculu La calzatura e l’acconciatura dei capelli per una donna sono importanti A San Micheli cade l’ùrtimu chirichìzzu A San Michele (fine settembre) si coglie l’ultimo fico Campa ciùcciu meu ca màsciu vene... Campa asino mio che verrà maggio (e mangerai...) Villano sˇtrilla villano paca Il contadino si lamenta ma paga La robba de lu ’nfanfaranfà, comu vene se ne va Il patrimonio dello scialacquone sparisce con niente Luna curvata, maranàru all’erta Quando la luna è curvata ad arco, il marinaio stia in guardia Fenca tràja, menza dòja Finché ce la fai (a lavorare) non soffri tanto Quannu lampa ’ntr’u punènte, ci no chiove tègnulu a mente Quando lampeggia a ponente, quasi certamente pioverà La robba de la sˇtola, lu vientu nne la vola Il patrimonio dei preti con niente si dissolve 20


Addunca vai lu focu arde

Ci va a Loretu e no va a Siròlu, vide a mamma no lu fiòlu Chi va a Loreto e non a Sirolo, vedrà la Madonna non il Bambinello Vientu de marina minti la mèju cima Quando il vento viene dal mare rinforza gli ormeggi con la cima più forte U vòi chiama curnùtu u ciùcciu Il bue dice cornuto all’asino Manu no zzicca, tarrènu no gnutte Se la mano non afferra (qualcosa), il terreno non inghiottirà Quannu no tèi i voi toi, nonn’ari e ddavèrsi quannu voi Quando non hai i buoi tuoi, non ari il campo quando vuoi Quantu l’occhiu da caddhina mia ’ncurtìsˇce u giurnu de Santa Lucia A Santa Lucia (13 dicembre) il giorno si accorcia quanto l’occhio della gallina De Santu Larenzu u noce è menzu; de Santa Marina, a mènnala è china A San Lorenzo (10 agosto) la noce è matura a metà; a Santa Marina (16 luglio) la mandorla è già piena Ci fatica de le fesˇte allu diavulu cuse la vesˇte Chi lavora quando è festa fa peccato Ci no ttèi u Santu no bbài an Paradisu Senza Santi non si va in Paradiso 21


Francesco Greco

Picca pane, picca patarnòsˇci Poco pane, poche preghiere Risu, nn’ura te mantèi tisu Il riso, un’ora ti fa stare in piedi Ciùnca tene sordi quanti nne vole, pote fare e corne all’Imperatore Chi ha tanti soldi può persino rendere cornuto l’Imperatore A caddhìna face l’ovu e allu caddhu li vusˇca u culu La gallina lavora e il gallo si lamenta Paru cerca paru e paru trova Uguale cerca uguale e lo trova U mare càccia ogni male Il mare scaccia, ma anche guarisce, tutte le malattie Sˇtrinci la farina quannu la màttra è china ca quannu lu funnu pare no tte ggiova u cavatàre Risparmia la farina quando la madia è piena, che quando il fondo appare a poco servirà risparmiare Via facènnu, scarpe sˇtruscènnu Camminando molto le scarpe si consumano Santa Barbara no durmire ca tre nùvele vìscju vanìre: una de acqua, una de vientu, una ca porta lu mmaletièmpu Santa Barbara non dormire che vedo arrivare tre nuvole: una di pioggia, una di vento, una che porta il maltempo

22


Francesco Greco

Non c’è caddhùzzu chiù pacàtu de chiru rigalàtu Il galletto regalato è quello che (per sdebitarti) ti costerà di più I guai de la pignàta li sape a cucchiàra ca li vota Le sofferenze devi provarle per conoscerle Quannu a sira torna u maritu falli truvare focu ddumàtu e lettu cunzàtu Quando la sera torna il marito fagli trovare il fuoco acceso e il letto in ordine Cazzu ’nfuriàtu non varda a parentela L’uomo eccitato non rispetta nessuno U mèju vulìa ’mpacàtu Il migliore dovrebbe essere impiccato Ci tene a facce tosˇta se mmarita; ci no la tene rrimane zzita Chi ha la faccia tosta trova marito; la pudica resta zitella Cància paese ca cànci furtuna Cambia paese e cambierai fortuna È mèju fumu de cantina cca vientu de marina Meglio stare all’osteria che sul mare U sciòcu è cazzuncùlu, se vinci te presci, se perdi te ratti lu culu ll gioco è rischioso, se vinci ti piace, se perdi ti gratti il culo Mèju riccu de sangu cca de sordi Meglio avere molta parentela che molto denaro

24


Francesco Greco

Ci tene mamma no se danna Chi ha la mamma non soffre De carità a caritas Dai quello che ti hanno donato La pecura ca li tocca, l’agnellu pe discràzzia Alla pecora perché tocca (morire), all’agnello per disgrazia U cutùgnu se munna sulu Il cotogno non ha bisogno di potatura U mantu da mamma ccùccia u fìju La coperta della madre protegge il figlio Quannu a pira se mmatura cade senza torcitura Quando la pera è matura cade da sola Bene a mie e poi mancu alli cani Bene a me e poi a nessun altro Pàssene l’anni e li giurni, comu pàssene li sˇturni e li palùmmi Passano gli anni e i giorni come gli storni e i colombi Oru, oru, ognunu a casa loru Oro, oro, ma è meglio ognuno a casa propria Fare bene a porci è paccatu Fare bene ai maiali è peccato Pane e tarice, u pinzieri de casa no se dice Pane e radice, il pensiero di casa non si dice 154


Addunca vai lu focu arde

U picca fierru se mancia a r첫sciana Il ferro sottile lo attacca la ruggine

155


Nota biografica Antonio Sodo

È nato a Lecce nel 1943. Inizia a scolpire nella bottega del padre e del nonno, entrambi scultori molto noti. Impara la tecnica dell’intaglio, della lavorazione di grandi massi di pietra, collabora alla realizzazione di statue e alla progettazione di opere monumentali. Nel 1963 si diploma presso l’Istituto d’Arte di Lecce e nel 1971 gli viene assegnata per meriti artistici la cattedra di Figura modellata presso il Liceo Artistico di Busto Arsizio (VA). Trasferitosi in Lombardia, inizia un intenso lavoro di ricerca di linguaggio, di perfezionamento di tecniche. Nel 1975 decide di affrontare il grande pubblico esponendo nella città di Gallarate. Ha presentato oltre quaranta mostre personali e partecipato a numerosi premi e rassegne. Tra i monumenti più significativi realizzati figurano: quello collocato in una piazza a Porto Cesareo, composizione bronzea alta 280 cm dedicata ai caduti di tutte le guerre; quello di Rho (MI) in memoria della vittima di un tragico rapimento; un Cristo Risorto in omaggio a Padre Pio nel monastero di San Giovanni Rotondo; due grandi pannelli collocati nelle chiese del supercarcere di Lecce. Non ha realizzato grandi opere perché non ha parenti cardi-


Francesco Greco

nali, non ha parenti ministri, onorevoli, sindaci, assessori o segretari di partito. Usa la lingua solo per denunciare le “malefatte” altrui, non dedica il suo tempo agli intrallazzi, preferisce dedicarlo interamente alla realizzazione delle sue opere, per amore dell’arte e per rispetto di chi le colleziona. Hanno scritto di lui, Andrea Nania, Giancarlo Castelli, architetto Maggini, Anna Peracchio, Raffaele Polo, Francesco Greco, Maria Pia Romano, Francesco Pallara, Stefano Donno. Antonio Sodo ha realizzato numerose collettive e almeno 60 personali su tutto il territorio nazionale. Si citano le mostre dell’ultimo decennio: 2000

(Milano) Rotonda della Basilica di San Carlo al corso di Milano Santa Maria delle Grazie (Campi Salentina – Lecce) Casa della Cultura

2001

(Busto Arsizio – Milano) Atelier di Belle Arti in permanenza (Monteroni di Lecce – Lecce) Pro Arte Pro Deo (San Giovanni Rotondo – Foggia) Chiostro del Comune (Segrate – Milano 2) Comune (Otranto – Lecce) Torre Matta – Castello (Lecce) Galleria “Il Grifone”

2002

(Lecce) Basilica di Santa Croce (Lecce) Ex Conservatorio di Sant’Anna

2003

(Grottaglie – Taranto) Galleria comunale “L’Acchiatura” (Otranto) Museo Pietro Cavoti Galetina “Sodo incontra Martinez” (Museo Diocesano)

158


Addunca vai lu focu arde

2006

(Cologno Monzese – Milano) Villa Casati (Milano) Ospedale San Raffaele “Arte in Corsia”

2008

Il Comune di Galatina gli assegna una sala permanente presso il museo “Pietro Cavoti” che raccoglie 12 dipinti donati dall’artista

2009

(Lecce) Chiesa di San Giovanni di Dio.

159


Finito di stampare ad agosto 2009 presso SEDIT SRL SERVIZI EDITORIALI

Bari



Addunca vai lu focu arde. Proverbi a sud est