INEDITI Progetto grafico e impaginazione: Antonietta Fulvio Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Alcuni luoghi sono romanzati. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta e/o memorizzata, in tutto o in parte, in qualunque modo o forma con qualsiasi mezzo, sia esso elettronico o meccanico o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Nessuna parte di questo libro può essere tradotta o trasformata in altra forma letteraria e/o artistica senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Le violazioni saranno perseguite a norma di legge.
IL RAGGIO VERDE EDIZIONI S.r.l. 2019 © Lecce via del Luppolo, 6 ilraggioverdesrl.it info@ilraggioverdesrl.it ISBN 978-88-99679-69-9 In copertina e all’interno: Foto di Martin Winkler da Pixabay
WALTER CERFEDA
CON LE SCARPE DI CARTONE
IL RAGGIO VERDE
Ad Anna, Minerva e Venere della mia vita e ad Alessio ed Andrea, miei nipoti, perchĂŠ nella loro vita possano innamorarsi delle parole orizzonte, bellezza e futuro
Non tornerò mai, non tornerò mai perché mai si torna Il luogo dove si torna è sempre un altro, la situazione in cui si torna è diversa. Non c’è più la stessa gente, né la stessa luce. Fernando Pessoa Citazioni da LioSite
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NELLE TERRE DEL CAPO DI LEUCA
L
’aveva guardato, spiando da dietro lo scuro accostato della finestra della sua stanzetta. Ettore, suo fratello, aveva smontato la rivoltella e la stava pulendo, pezzo per pezzo. Si era messo all’ombra della loggia, tra i grandi vasi di gelsomino, i cui rami si inerpicavano intrecciandosi lungo il muro. Era seduto su uno sgabello, con una sedia di fronte e le lunghe gambe divaricate da una parte e dall’altra. Indossava una canottiera bianca che gli lasciava le braccia nude con i bicipiti scolpiti e pronunciati. Curiosamente però, nonostante il caldo, calzava alti stivali che luccicavano al riverbero del sole. Aveva tolto il caricatore e, armato di un lungo scovolino intinto in una bottiglietta con un liquido color oro, lo stava infilando, foro per foro ed ungendo vite per vite. Poi, ne prendeva un pezzo per volta e lo guardava attentamente, mettendolo in controluce.
Era arrivato soltanto la sera prima. L’aveva salutato con affetto e distrazione, scarruffandogli i capelli e dandogli una pacca sulla spalla. Anche con sua madre non era stato particolarmente affettuoso, limitandosi ad abbracciarla forte. Lei, alzando il capo, aveva cercato i suoi occhi. «Sei stanco?» Ettore era alto. Più alto di tutti e due e con la divisa: la camicia nera, i pantaloni sbuffanti alla zuava, stretti in vita e gli stivali odorosi di grasso, finiva per sembrare ancora più imponente. Durante la cena aveva comunicato, con un tono sbrigativo quasi per evitare commenti, che si sarebbe fermato soltanto pochi giorni. «Tre, massimo quattro giorni, mammà. Non di più. Anche volendo, proprio non posso». 9
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Sua madre aveva chinato il capo, delusa ed aveva posato il tovagliolo accanto al piatto di minestra. Lui, invece, non era riuscito a trattenersi. Quante volte sua madre gli aveva detto nelle ultime settimane: «Speriamo che Ettore venga davvero. Così ci potrà aiutare…». «Mammà, ma cosa vi ha scritto?». «Cosimino, lo sai, come è fatto, tuo fratello? Scrive poche cose e mai precise». «Ma voi, glielo avevate chiesto?». «Che domande? Certo che glielo avevo detto. Gli ho anche scritto che di Vituccio non mi fido più, né per il raccolto né per la rimonda. E che soltanto lui avrebbe potuto metterlo a posto».
Per questo aveva deciso di intervenire: «Ettore speravamo che ci potessi aiutare. Così…». «Aiutare?». E l’aveva fulminato con uno sguardo penetrante. Con la coda dell’occhio aveva visto sua madre portarsi alla bocca un cucchiaio di minestra, per non parlare. «Per la rimonda. Altrimenti Vituccio chi sa cosa ci fa credere». Vituccio era il loro vecchio fattore che, quando suo padre era ancora in vita era sempre stato umile ed ossequioso, ma che subito dopo, era diventato sfrontato ed irriguardoso. «E non ci sei tu? Cosa hai paura…vergogna?». Poi si era rivolto a sua madre: «Mammà, non preoccupatevi. Due parole gliele faccio arrivare».
Più tardi, mentre se ne stavano seduti tutti e due, in salotto, gli aveva chiesto, tutto ad un tratto, con un’ombra di sorriso beffardo negli occhi: «La vuoi provare la pistola?». Lui era arrossito, come se una vampata di fuoco fosse passata sulle sue guance. «Vedrai quanto è leggera».
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Era rimasto, combattuto, in silenzio ed allora, suo fratello, aveva insistito: «Dai. Vieni in giardino». «E se…». «Se cosa? Mica devi sparare a qualcuno. E poi c’è la sicura…». Erano usciti. Il sole era calato, anche se l’aria era restata calda ed asciutta. Erano entrati nella terra rossa e secca, dirigendosi dietro ad un grande albero di fico. Ettore aveva tirato fuori dalla tasca dei pantaloni la piccola pistola. Era nera e lucida, con la canna corta e l’impugnatura obliqua. Aveva sentito lo scatto della sicura. «Sai come si fa?». Lui era restato in silenzio, imbarazzato. «Ecco devi fare così». Gli aveva preso il braccio facendoglielo stendere. La pistola era davvero leggerissima. La sua mano però, la stava facendo vibrare, per l’emozione. «Calma. Questa la devi tenere ferma. Altrimenti non colpisci nemmeno un orso ad un metro». Gli aveva stretto forte il polso ed aveva aggiunto: «Il segreto sta nel tenere il braccio disteso, ma rilassato. Soltanto quando premi il grilletto lo devi irrigidire. Ricordati sempre che non è la mano che spara, ma gli occhi. Sono loro a comandare». A quel punto era riuscito a calmarsi ed aveva stretto l’impugnatura zigrinata sul palmo ancora umido della mano. «Hai capito, adesso? Guarda diritto su quel che vuoi colpire e poi spara. Dimmi: ti piace?». Lui gli aveva rivolto un sorriso timido ed orgoglioso. «Una volta ti porto in campagna e un colpo te lo faccio tirare…».
Era partito davvero al mattino del terzo giorno. Era passato, come al solito, come una folata di vento che fa volare tutto e subito passa. Mino l’aveva conosciuto sempre così. Ormai era da un po’ di anni tre, quattro? - che viveva lontano da casa. A Napoli, per l’università. 11
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Ingegneria. Cosa di cui sua madre andava fiera, anche se doveva svenarsi per mantenerlo. Al contrario di lui che, invece le aveva inflitto solo amarezze e delusioni. Specialmente quando, a soli sedici anni, aveva abbandonato la scuola, passando il tempo a bighellonare da un bar all’altro con gli amici, non per bere, ma per consumare le giornate. «Se ci fosse stato ancora tuo padre, non avresti fatto così!». E giù lacrime rabbiose ed impotenti, di cui si vergognava, ma solo per poco. Perché, lui a scuola si era proprio stufato di andarci. E per cosa? Per il futuro? Per un lavoro? Ma se ancora possedevano tanti terreni da amministrare: oliveti, vigneti, mandorleti, alberi da frutta. E chi ci avrebbe dovuto pensare se non lui, visto che suo fratello se n’era andato per costruire un domani ponti e palazzi e non certo per fare l’ingegnere in campagna. Ingegnere poi. Forse e chissà? Perché di libri, di voti e di libretti universitari loro non ne avevano mai visti. Nemmeno in estate, quando tornava e si tratteneva più a lungo, per prendere i bagni alla casina di un suo amico, alla marina di Leuca. Ed in più, i quattrini li sciupava come l’acqua. Anche la mattina che era partito, aveva visto sua madre tirare fuori dalla tasca del grembiule una busta, che suo fratello, rapidamente, aveva fatto sparire in una tasca interna della giacca. E solo qualche mese prima, Vituccio si era dato da fare per vendere un piccolo mandorleto, perché il signorino aveva bussato insistentemente a soldi. Vendere poi. Meglio dire svendere. Ed ancora una volta tutti, in paese, ne avevano sparlato a bassa voce. «Poveretta, cci ‘a ccapatu la cummari. Si c’era statu sirsa, vidi tie, si issu si n’era fusciuti a spampinari li sordi soi…». Più tardi, quando era arrivata Concettina, la loro serva da sempre, anziana, perennemente vestita di nero e con un odore di stantio e di acido sulla pelle, sua madre, come ogni volta, quando suo fratello partiva, si era distesa sul letto al buio, per i suoi feroci mal di testa.
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Concettina allora si sedeva accanto, con una catinella sulle gambe, posandole sulla fronte delle pezze strizzate di acqua. Quelle, anche per lui, erano giornate di silenzio e di lutto che rispettava, uscendo soltanto dopo l’imbrunire.
Ma, qualche giorno dopo, con Vituccio, le cose erano andate molto peggio di quanto si erano immaginati. Vituccio si era presentato, come al solito, poco prima dell’ora di cena. Sbarbato, pulito, con la coppola in mano, la camicia a quadrettoni con il collo liso ed abbottonata fin sotto al mento ed i pantaloni grigi e sformati, di lana grezza, tenuti su da una logora cintura. E, come sempre, era stato insopportabilmente untuoso e con lo sguardo insincero. «Buona sera, madonna signora. Scusate l’orario, ma solo moi m’aggiu spicciatu». Anche sua madre con lui, amava intercalare qualche frase in dialetto. La differenza era che lei lo faceva per snobismo, Vituccio perché le sue parole in italiano, erano contate. «Sedete, compare. Mettetevi qua - e gli aveva indicato una sedia del lungo tavolo di legno scuro della sala. - Cumanni nenzi? Concettina, vieni qua e senti ci te cumanna lu cumpare. Un caffè, un rosolio, un bicchiere di quello buono? Magari ‘na friseddha cu li paparussi mmari?». Concettina era arrivata con un’espressione scontrosa, asciugandosi le mani con uno strofinaccio. «None, madonna signora. Ttocca me scusi, ma mujerema me face truvare tuttu cunsatu e se poi…cci la sinte. Sono venutu sulu pe’ li cunti». Si era seduto, posando il berretto in grembo e, dalla tasca della giacchetta, aveva tirato fuori un foglio sgualcito ed un lapis con la punta spessa, da matita copiativa. Sua madre aveva allungato il collo per sbirciare le cifre, ma Vituccio l’aveva subito ripiegato in due. «Ed il signorino come sta? - aveva domandato - Mi hanno detto di averlo visto in paese». 13
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«Sì, è vero. Ma si è fermato poco. Aveva da fare…purtroppo». Vituccio aveva corrugato la fronte, come dispiaciuto ed alzato i suoi occhi verdi ed allungati al tetto con la volta a stella. «Madonna signora, quello naviga in alto. È ‘na funtana ca mina acqua bona. Acqua frisca e di sorgente…». Sua madre aveva sospirato, ma subito dopo tagliato corto. «Ed allora, cumpare, cci me cunti. Avete spicciatu?». «Sine, madonna signora. Tuttu spicciatu. Puru sarchiato, pompato e ‘nzurfatu. E l’olio, quest’anno è di prima qualità. E puru mutu. Da lu Pici ci stava la coda, al frantoio, per la macina e anche pe’ cattare». «E quando puoi portarmelo. Sai che uno zinco lo voglio mandare a Napoli. Ai padroni della casa di Ettore, che ne vanno pazzi». «Certo. Ttoca sulu che m’organizzo. A simana ca viene, sicuru che stane cquai». «E le spese, come sono andate? Abbiamo risparmiato dall’anno scorso? Già che sei, nnucimi puru ‘nu picca di ligna della mondatura. Ca cu le livine, la Concetta appiccia il fuoco te la cucina». Vituccio aveva sospirato un’altra volta, alzando nuovamente gli occhi al soffitto. «Purtroppo no, madonna signora. È venutu puru de cchiui. Osci ‘nu furese ttocca se vinne a terra, cu campa. E poi ho avuto bisogno anche di qualcuno in più. Non per Curtivecchi che si entra comodi e sta in piano, ma per Pozzo Mauro. Là bisogna ‘nchianare e scinnire. E mo’ omini cca buleno cu faticano nun ce ne stanni cchiui. Sacciu jeu, sempre rretu rretu mi è toccato cu staiu». «Potevi dirmelo, compare. Che per quello che ci rendono quei pochi alberi di Pozzo Mauro, avremmo potuto anche lasciarle per terra». «None. Ca ne abbiamo cute mutu. Sulu pe’ li cristiani ca so’ stati de chiui». Mino, fino a quel momento se ne era stato in silenzio, seduto ad un angolo del tavolo, ascoltando la conversazione. Ma, a quel punto, era intervenuto. «E chi è che avete chiamato?». Vituccio era sembrato sorpreso. 14
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«Pochi, signorino. Tre, quattro». «Li conosco?». «Questo non lo so. Lu Scordia, lu Masi, lu Panzera e lu Minoleo». A Mino, sentendo quei nomi, era salito il sangue alla testa, ma si era morso la lingua. Aveva avuto ragione suo fratello, quando gli aveva detto di non avere vergogna. Soltanto che doveva stare attento. Di Vituccio avevano bisogno. Non tanto perché era stato a servizio di suo padre, ma perché altri non ne conoscevano e forse sarebbero stati anche peggio. Per questo si era limitato: «Ma lu Panzera l’ho sempre visto in paese. In chiazza tutte le mattine...». Vituccio era stato pronto. «È proprio così, signorino. Issu è venutu sulu ‘na fiata. Ma nun se sentiva bonu e gli ho detto di non tornare e gli ho contato sulu ‘na giurnata».
Poi si era voltato verso sua madre e spiegato il foglio, stendendolo con il palmo della mano. «Ecco, madonna signora. Chistu è lu cuntu. Tuttu cumpresu: raccolta, macina e mondatura». Sua madre era sbiancata. «Com’è possibile, compare? Sono tremila lire più dell’anno scorso. None: sta fiata è troppo mutu. Così è meglio ca vinnu tuttu». «Avete ragione. Ma non è colpa di nessuno. Il fatto è che tutto è aumentato: le giornate, la raccolta, le semenze, gli attrezzi, la molatura e pure il trasporto». Tutta questa tirata l’aveva fatta in perfetto italiano, come mai l’avevano sentito in tutti quegli anni. «Di queste cose io non ne so, - aveva replicato con voce ferma sua madre. - Quello che so è che la spesa è troppo alta ed anche volendo, non posso permettermela. Avresti fatto meglio a tenermi al corrente durante. Non adesso alla fine». Per la prima volta, a Mino, era sembrato di scorgere un’ombra di disappunto sul volto del fattore, che però subito l’aveva mascherata con un altro falso sorriso. 15
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«Queste, madonna signora, permettete, ma nu’ suntu cose ca se ticene. Quello che conta è pagare le giornate dei furesi. Pe’ mia poi se ne parla quando sarete comoda. Ca jeu e mujrema pasuli, paparussi mmari e zanguni manciamu». Sua madre aveva il viso contratto da una smorfia. Mino capiva l’imbarazzo e l’umiliazione che stava provando. Quel fattore, quel pezzente imbroglione stava mortificandola. Stava mortificando la nipote dei marchesi Vozza, cugina dei duchi Balenti di Morciano, la cui solo colpa era stata quella di essere rimasta vedova troppo presto. Questo non lo poteva tollerare. Anche perche, già da domani, tutto il paese avrebbe saputo e sparlato. «Vituccio, - era allora intervenuto con un tono di voce basso e gelido. - Ora andate e per favore fateci avere al più presto il conto dettagliato. Tanto per questo, tanto per quello. E per le giornate: quante, quando e a chi. Dopo se ne parla. Va bene? Va bene così? Capite che per una cifra così dobbiamo informare anche mio fratello. Tanto, - aveva aggiunto mentendo - dovrebbe tornare a giorni». «Come cumanna signuria. Ieu avevo fatto come sempre. Crammane vi porto tuttu. Stateme bona, madonna signora».
Ma appena uscito, sua madre l’aveva rimproverato duramente. «Ma cosa ti è saltato in testa? Devi lasciare fare a me queste cose. Domani tutto il paese saprà certo ogni cosa». «Ma mammà, l’ho fatto per voi. Pareva che ci stesse facendo l’elemosina. Come potevo starmene zitto?». Sua madre l’aveva avvolto con un sguardo addolorato e materno, prima di aggiungere: «Questo l’avevo capito, Cosimino. Ma ora stiamo con le spalle al muro. L’unico modo per uscirne è che quando domani torna, gli paghiamo il conto senza nemmeno guardarlo». «E come facciamo. Tremila lire in più, sono tante…». « Facciamo così: domani mattina presto, devi prendere il biroccio ed andare ad Alessano, da zio Pippi. Ti preparo una lettera e vedrai che lui sicuramente ci potrà aiutare.» 16
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Zio Pippi di Alessano, era il fratello del suo povero babbo. Faceva il medico condotto, non era sposato e stava bene.
Era stato proprio da quell’episodio che Mino, come lo chiamavano gli amici o Cosimino, come faceva invece sua madre, aveva incominciato a riflettere su suo fratello, su come si comportava, sul suo modo di vivere e sulle sue convinzioni. Ettore sembrava che avesse forgiato la sua vita su delle idee che poi erano diventate certezze e su principi che aveva tramutato in fede. Ed era sulla base di quelle che aveva incominciato a camminare sicuro e risoluto, senza mai farsi distogliere, sulla strada che aveva scelto. Tutto il suo contrario, invece eternamente indeciso, apatico ed indolente con tutti tranne che con i suoi amici. E, da poco tempo, anche con Lucia, una ragazza che gli era entrata nel cuore e nella pelle. Ettore, invece, non sembrava affatto curarsi delle persone che gli stavano intorno. Suo fratello era soltanto interessato alle cose del mondo. Anche nei rari momenti in cui era capitato di scambiarsi due parole, mai Ettore si era interessato della sua vita. Mai che gli avesse chiesto perché avesse preso la decisione di abbandonare il liceo; mai si era, almeno incuriosito, di sapere lo stato reale delle loro finanze e di come riuscivano a farvi fronte. Ettore veleggiava in un’altra dimensione, dentro un mondo che invece lui non riusciva nemmeno a percepire. Gli aveva parlato dell’Etiopia e della conquista di Addis Abeba. Di tutto ciò che aveva tentato per farsi arruolare, specie dopo che all’Italia erano state inflitte le sanzioni. E quando parlava dell’Africa e degli abissini sembrava estasiarsi. «Pensa, Cosimino, altro che quattro alberelli stenti come quelli delle campagne di qua. Là la terra è buona, si può coltivare ogni ben di Dio ed adesso è tutta roba nostra. A volte mi chiedo: che ci stanno a fare i contadini qua a morirsi di fame, quando là c’è un piccolo paradiso a disposizione. E lo sai perché? Te lo dico io. - ed a questo punto gli capitava sempre di alzare la voce infervorandosi - Perché non sanno niente. Non c’è nessuno che queste cose gliele dica. A 17
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volte mi chiedo: ma che cosa fa il federale? Cosa fanno i camerati a Lecce? Cosa fa il podestà o il Partito?». E lui ascoltava un po’ confuso e stordito, bevendosi quelle parole, ma senza capirci niente. A differenza dei suoi amici che forse ne sapevano ancora meno di lui, ma che si dichiaravano tutti fascistissimi, facevano il saluto a braccio teso e partecipavano ad ogni adunata, orgogliosi nelle loro camicie nere. Però sempre continuava a sentire che Mussolini aveva a cuore solo il bene dell’Italia e degli italiani e che avrebbe fatto molto di più se, quelli intorno a lui, avessero avuta la sua stessa onestà e determinazione. E doveva essere proprio così perché, quando al bar o nel salone di Amilcare, il barbiere, si parlava di qualche caporione locale, immediatamente tutti abbassavano la voce ed, alla fine, non mancava mai qualche sghignazzo mal trattenuto. Ma proprio tutti erano convinti che, essere nati nel Salento, era una vera e propria fortuna. Perché il Salento era la terra del segretario del Partito, di Achille Starace, braccio destro del Duce di cui tutti dicevano di essere, in qualche modo, imparentati o diretti conoscenti. D’altronde non era stato lo stesso Mussolini quando era venuto a Lecce, a confermarlo? E le frasi che aveva pronunciato dal balcone del palazzo delle Poste non erano poi state riprodotte in una infinità di manifesti che avevano tappezzato tutta la provincia? «Voi, camerati di Lecce, avete dimostrato con i fatti, i quali solo contano, il vostro grado alto di civismo, diventando per questo un esempio all’intera nazione. Se vi è terra dove il fascismo è diventato un patrimonio della coscienza degli individui e delle masse, ebbene questa è la terra del Salento, perla di tutta la Puglia». Ricevendo frenetici ed interminabili grida di giubilo e di applausi frenetici da una piazza stracolma, adorante verso quel balcone con il Duce attorniato dalla crema del fascismo salentino, compreso l’entusiasta monsignor Costa, vescovo della diocesi di Lecce e di Otranto. Lucia invece, era, per lui diventato l’unico pensiero che si era impossessato del suo cuore e della sua mente. 18
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Lucia era bella. Con gli occhi verdi come i boschi ed i lineamenti dolci come l’erba tenera di primavera. Con i denti bianchissimi e regolari che contrastavano con i suoi capelli corti e neri. La prima volta l’aveva vista ad Acquarica, in piazza, insieme ad altre due ragazze, mentre curiosavano tra le bancarelle, per la festa di San Carlo Borromeo. Aveva provato, al primo sguardo, un tuffo al cuore, mentre Alfredo, il suo amico più intimo, con cui stava bighellonando, gli aveva dato di gomito. «Hai visto quelle?». Le avevano superate di qualche passo, poi si era voltato di colpo, incrociando, per un momento, uno sguardo cheto e limpido. Era una serata di novembre ancora calda e le ragazze avevano indossato degli abitini leggeri che frusciavano ondeggiando, ad ogni passo. «La conosci?». «Quale?». «La bruna che sta al centro». «None, Mino. Nun sacciu ci ete. Sacciu sulu ca tutti li mascoli se stanno otando per vardarla…».
Da quella sera, non era passato giorno, che non si fosse incamminato lungo la strada sterrata che da Presicce portava alla vicina Acquarica e là girava, vicolo per vicolo, sperando di rincontrarla. Ma quella ragazza sembrava essere svanita nel nulla. «Forse, - aveva pensato - non è di qui. Forse sarà venuta solo per la festa. Magari sarà di Taurisano o di Salve o magari di Specchia o di Ugento». Solo qualche giorno dopo era stato proprio Alfredo a risolvergli il dilemma. «Sai che ho saputo chi è quella ragazza dell’altra sera? Me l’ha detto lu Totu che la conosce. Si chiama Lucia ed abita proprio dietro la chiesa». L’aveva guardato senza riuscire a spiccicare parola. «Oh Mino, svegliati! Non è mica la Madonna. I suoi sono furesi. 19
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Sono proprio poveri poveri. Campano facendo qualche giornata. Ma suo padre è piccoletto e non lo vuole nessuno. Mi sa ca manciano sulu foje reste». Ed era scoppiato in una risata.
Da quel momento quel rettifilo fra i due paesi l’aveva solcato sia di mattina che di sera. Si alzava presto, si lustrava per bene, si ungeva generosamente le mani di brillantina e se le passava più volte nei capelli pettinati tutti all’indietro ed infine si umettava l’indice con un po’ di saliva e se lo ripassava sulle sopracciglia, per dare una forma perfettamente arcuata. Vestito di tutto punto poi s’incamminava e mentre andava, l’aria ogni mattina gli sembrava sempre buona da respirare e la terra bella ed odorosa. Passato il cimitero e giunto ad Acquarica, s’infilava nei vicoli dietro la chiesa. Quello che portava alla casa di Lucia l’aveva individuato, perché come gli era stato detto, c’era un vaso di latta con dentro un garofano rosso sul davanzale di una piccola finestra. Come però facessero a vivere in cinque in quella casupola continuava ad essergli difficile da capire. In cinque perché oltre ai genitori c’era anche una sorella più grande ed un fratello.
Però Lucia, non era mai riuscito a vederla. Era come se tutta la famiglia vivesse rintanata tra quelle mura. Vedeva il fumo uscire dal comignolo, gli arrivava qualche rumore di pentole, ma niente altro. Solo un giorno aveva visto uscire un uomo, basso ed un po’ ingobbito, con la coppola ed una zappa sulla spalla. «Sarà suo padre», aveva pensato. L’uomo gli era passato accanto, senza guardarlo. Aveva visto i suoi occhi piccoli, i baffi arricciati e striati di bianco ed un volto stanco e rugoso. Soltanto qualche giorno dopo, finalmente, l’aveva vista uscire dalla piccola porta d’ingresso. Portava tra le braccia un catino colmo di panni da lavare. Le aveva rovesciate in una pila di pietra e poi preso a fatica un secchio pieno di acqua che aveva versato sui panni. In 20
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quel momento si era voltata, come se avesse percepito qualcosa. Un attimo dopo era sparita. Più tardi era uscita una donna. alta e vestita di nero. che gli aveva lanciato uno sguardo stizzito, prima di armarsi di un grosso pezzo di sapone e mettersi a lavare.
Quella sera ne aveva parlato con Alfredo. «Tu cosa faresti al posto mio?». «Vuoi che te lo dica?». «Te lo sto chiedendo?». «Lassala stare ‘sta vagnona. Non lo vedi che stai solo perdendo tempo?». «Scherzi, Alfredo? Non ci penso proprio. Prima o poi…». «Allora, se proprio vuoi…scrivile un biglietto. Lo posso dare ad Adele che la conosce e poi stiamo a vedere…».
Aveva passato ore ed ore al tavolino. Scritto poi cancellato e poi riscritto e alla fine buttato una quantità infinita di pezzi di carta. Tutto quello che gli riempiva la testa, appena intingeva il pennino nel calamaio, improvvisamente si deformava o si spegneva del tutto. Alla fine aveva scelto una frase semplice: «Mi piacerebbe conoscerti. Pensi che sia possibile?». Quando l’aveva letta, Alfredo aveva corrugato la fronte, senza dire niente. Due giorni dopo gli aveva detto che Adele le aveva consegnato il bigliettino che lei l’aveva letto e poi strappato e buttato via. «Ma non ha detto proprio niente? Nemmeno una parola?». «Ha detto solo che lei sta bene così. Non vuole pensieri né conoscere nessuno». «Davvero? Solo questo?». Alfredo aveva sbuffato. «No, ha aggiunto anche di non ronzare più intorno a casa sua. Perché la prossima volta che ti vede, ti manda suo fratello…». A quel punto, a Mino, era salita nel petto una vampata di fuoco. «Allora la sua amica le dica solo che io non rinuncio!». 21