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La seconda volta che sono nata di Valeria Coi

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INEDITI Progetto grafico e impaginazione: Antonietta Fulvio La foto di Valeria Coi è di Aldo Isocento Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Alcuni luoghi sono romanzati. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta e/o memorizzata, in tutto o in parte, in qualunque modo o forma con qualsiasi mezzo, sia esso elettronico o meccanico o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Nessuna part e di questo libro può essere tradotta o trasformata in altra forma letteraria e/o artistica senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Le violazioni saranno perseguite a norma di legge.

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI S.r.l. 2019 © Lecce via del Luppolo, 6 ilraggioverdesrl.it info@ilraggioverdesrl.it ISBN 978-88-99679-68-2 In copertina e all’interno: photo di Francesca Mele © 2019


VALERIA COI

LA SECONDA VOLTA CHE SONO NATA

IL RAGGIO VERDE


Marta aveva conosciuto sia la violenza fisica con Tommaso che quella psicologia con Alberto. Alcune donne si portano dietro un retaggio a causa del quale credono sia normale soccombere all’uomo nel rapporto di coppia o addirittura immolarsi per proteggere dal dolore tutto il resto della famiglia. Questo spesso le distrugge. A tutte le Marta, affinchÊ possano avere sempre la consapevolezza che essere amate significa prima di tutto essere rispettate.


ÂŤDovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanzaÂť Alda Merini

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PRESENTAZIONE Marta è una donna semplice, con un passato tormentato dal tentativo, sempre fallito, di piacere a sua madre a costo di non essere se stessa. Ha un matrimonio finito con un uomo violento dal quale ha un figlio. Comprendere cosa significhi vivere un amore autentico è il sogno che accarezza timidamente. Riesce a realizzare il suo desiderio e ha anche un altro figlio da un uomo che amava e che credeva la amasse. Questo meraviglioso dono però rende l’esistenza di Marta tanto difficile, a tratti assurda, fino a convincersi di non avere il diritto di essere felice, per poi invece rinascere il giorno di un solstizio d’estate, poco dopo i suoi quarant’anni, all’interno di un pronto soccorso, in attesa del responso di una Tac cerebrale. Da quel giorno Marta comincia a vivere davvero: gioia, amore, passione, dolore e, soprattutto, verità. Cerca la verità in ogni momento, senza più paura. Durante i giorni di degenza racconta a un’amica conosciuta per caso tutti i momenti più importanti della sua vita e li ripercorre con lei emotivamente: le scelte sbagliate, la paura di deludere gli altri, lo strappo di un lutto, il disturbo alimentare, i segni delle botte, l’esperienza di un difficilissimo parto, l’amore taciuto, il dolore di un aborto, la forza di una nascita, la delusione dell’uomo che amava e infine la rinascita. Marta capisce d’un tratto che il sipario della vita può calare in qualsiasi momento e senza chiederci il permesso. La paura di morire le fa ripercorre in pochi minuti tutta la sua vita ed è in quel momento che si accorge di avere molto di più di ciò che credeva. Sceglie allora di dare un nuovo inizio alla sua esistenza e di cominciare a riscriverla partendo dalla consapevolezza che tutto può diventare niente in un solo secondo. Decide così di ripartire dall’opportunità che gli era stata data, quella della seconda volta in cui era nata. 9


I. NON SIAMO SOLO UN NUMERO

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umero 77” era scritto sul display luminoso lampeggiante. No, non era il banco salumeria di un supermercato, ma la sala d’attesa di un pronto soccorso. “Oramai siamo solo numeri…” pensai. Eppure dietro ogni volto di questa gente che attende c’è una storia, una battaglia che queste persone stanno combattendo, una speranza che coltivano, un sogno che difendono. Ero in ospedale per aver accompagnato la mia amica Miriam per un problema che aveva avuto in seguito ad una caduta; per fortuna si trattava di un codice verde, quindi ci toccava aspettare molto. Era giugno, faceva caldo e in attesa che il tempo passasse entravo e uscivo attraversando la porta scorrevole dell’ospedale dai vetri così puliti che non si riusciva a capire quando fosse chiusa e quando fosse aperta. Ad un certo punto, guardandomi intorno tra la gente seduta su quelle sedie di plastica azzurre messe una accanto all’altra, mi fermai ad osservare chi c’era, chi con le mani poggiate sulla pancia sospirava, allungava le gambe incrociate alle caviglie e poi le ritraeva nuovamente sotto la sedia; chi guardava l’orologio e dondolava il capo fino a quando non si accorgeva che qualcuno si era accorto del suo disappunto, poi, fiero di essere stato scoperto, incrociava lo sguardo della sua vittima e sussurrava «Oggi da qui non ce ne andiamo più» e da lì cominciava la filippica contro la Sanità. C’era poi chi continuava a maneggiare lo smartphone, alcuni mandavano dei messaggi vocali ai parenti, altri non si facevano mancare il selfie d’eccezione all’interno di un pronto soccorso che tanto “tutto fa like”. Poi c’era una donna, una giovane donna, in un angolo, seduta composta, con un rosario dai grani rossi stretto tra le mani, si capiva che pregava, ma lo faceva a voce bassa, muovendo appena le labbra in “

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maniera quasi impercettibile. Non era sola, c’era un’altra donna con lei, le era seduta accanto. Era così diversa da tutti: non si lamentava, non guardava nessuno, nemmeno l’orologio, non parlava con nessuno, non si muoveva da lì. Era seduta con la sua borsa bianca sulle ginocchia, le mani poggiate sui manici dalle quali si intravedeva il suo rosario. Muoveva lentamente le dita lunghe dalle mani affusolate, sgranando a suon di Ave Maria. I capelli scuri e lunghi, gli zigomi pronunciati, gli occhi abbassati, dal taglio lungo, abbastanza lungo da capire che quegli occhi erano grandi, le labbra carnose, non un filo di trucco, qualche timida ruga tradiva il suo aspetto da bambina, era una donna adulta, una donna preoccupata, preoccupata e triste, triste e sola. Mi avvicinai lentamente, aveva una sedia libera accanto, la donna che era con lei si era allontanata. «È libero?» le chiesi, «Sì certo», mi rispose con un delicato sorriso distogliendo solo qualche secondo lo guardo dalle sue mani avvolte dal rosario, «mia sorella non torna per ora, è andata a casa dai bambini.» Mi sedetti e sperai che accadesse qualcosa affinché le potessi parlare. «C’è sempre tanta attesa qui…», le dissi con una frase che più scontata non poteva essere all’interno della sala triage di un pronto soccorso. Lei si voltò verso di me «Dipende… io ho quasi finito, sono arrivata circa mezz’ora fa, ma sto già aspettando il responso di una TAC». Trasecolando le dissi… «Spero nulla di grave». «Eh sì!», mi rispose lei «Lo spero anche io. Ho solo voglia di tornare a casa dia miei figli». Eccola la chiave che apriva tutte le porte! L’avevo trovata: i figli. Chiedere ad un genitore dei suoi figli, di quanti anni hanno, di come si chiamano, di qual è la loro passione e ti dà la password per entrare nelle loro simpatie. Quella donna non era evidentemente diversa da tutte le mamme. Così cominciai a parlarle. «Hai dei figli? Quanti anni hanno?» «Uno 14 e l’altro 4 e mezzo» disse lei. 12


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Così cominciammo a parlare di loro. Lei sorrideva, aveva cambiato espressione, era giuliva. Ad un certo punto si fermò e mi disse «Io comunque mi chiamo Marta»… «Valeria – le risposi – io mi chiamo Valeria». In quei lunghi minuti d’attesa cominciammo a parlare di tutto, era come se fossimo amiche da sempre, in attesa del referto della sua TAC Marta parlava con me della sua vita, ma io non avevo il coraggio di chiederle che tipo di responso medico stesse aspettando, né a che tipo di TAC era stata sottoposta. Ad un certo punto il display si accese, «Numero 78» «Siamo noi!» disse a voce un po’ più alta la mia amica Miriam che era rimasta seduta all’altro angolo della stanza intenta a condividere sui social la sua disavventura attraverso il suo telefono cellulare. La chiacchierata con Marta era diventata interessante e io sarei stata ore a parlare con lei, ma dovevo andare, la mia amica claudicante aveva bisogno di aiuto. «Tocca a noi» dissi un po’ rammaricata a Marta. «Buona giornata» mi disse e poi rivolgendo lo sguardo a Miriam aggiunse sorridendole «E buona guarigione!». Entrai per la visita con la mia amica e, una volta uscita da quella porta dai vetri acidati che dividevano la stanza dalla sala dei medici e mi impedivano di guardare fuori, cercai subito la sedia dove era seduta Marta, ma lei non c’era più. Feci qualche passo avanti e sbirciai in una rientranza della stanza dove c’erano altre sedie nella speranza si fosse spostata anche solo per ammazzare il tempo. Nulla. Marta non era più in sala, ma io continuavo a cercarla. Andando via dissi a Miriam di aspettarmi lì che sarei andata a prendere l’auto per poterle far fare meno passi possibili a piedi considerato che aveva una distorsione alla caviglia. Uscendo dall’ospedale mi guardai intorno, cercavo Marta e mi sentii preoccupata per la sua salute, mi domandavo cosa avesse avuto, come stava, in quale reparto era nel caso fosse stata ricoverata. Camminavo guardando le finestre sopra di me e immaginando che lei fosse dietro una di quelle che da lontano sembravano tanti piccoli pertugi di un 13


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luogo maestoso, ma asettico. Marta mi aveva lasciato dentro una sensazione di incanto, volevo sapere di lei, volevo trovarla, ma ero consapevole che sarebbe stato complicato se non impossibile. Io non ero nessuno nella sua vita e mai mi avrebbero dato informazioni che avrebbero violato la privacy di una paziente. Presi l’auto e tornai al pronto soccorso a prendere Miriam. Non scesi nemmeno. In quella zona davanti all’ingresso non si poteva sostare per lasciare libero il transito alle ambulanze che potevano arrivare da un momento all’altro. «Dai Miriam, un piccolo sforzo, dobbiamo essere veloci!» «E va bene, va bene! Aspetta un attimo però!» Mentre cercava si sistemarsi all’interno dell’abitacolo facendo entrare prima la stampella, poi il suo piede sinistro malconcio e poi quello destro, ad un certo punto diede un sospiro di sollievo: «Ah! Finalmente, ce l’ho fatta! Va bene dai, meglio se non mi lamento che qui se ne vedono di tutti i colori. Sai quella donna, quella che parlava con te? «Sì. L’hai vista?» «Sì sì… ma non aveva una bella cera. Era sulla sedia a rotelle e la portavano in neurologia. Da quello che ho capito non muove la parte sinistra del corpo». Non dissi una parola, sentii solo una sensazione di malinconia dentro di me, sperai che non fosse una cosa molto grave. Per tutto il tragitto in auto verso casa restai in silenzio a pensare e ripensare al suo sorriso mentre mi parlava dei suoi figli, alla sua delicatezza nel salutare Miriam e nel farle gli auguri nonostante lei non muovesse una metà del corpo e non avesse idea di cosa le stesse accadendo. Quella donna mi aveva rapito. La sua attenzione a pregare senza disturbare, il suo orgoglio a mostrarsi con il rosario tra le mani quando mi ero avvicinata, la delicatezza con la quale lo teneva tra le mani mentre parlava mi fece ricordare che, effettivamente, lei lo sgranava con la mano destra appoggiandolo soltanto alla sinistra che invece restava immobile sui manici della sua borsa bianca. «Ehi! Ma stai pensando ancora a quella donna?» mi chiese Miriam. 14


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«Sì… avrà avuto la mia età.» «Se dobbiamo pensare a tutti quelli che alla nostra età hanno problemi seri o hanno addirittura tirato le cuoia andremmo in depressione. A ognuno il suo. Io per esempio mi sono giocata buona parte dell’estate, per almeno due settimane non potrò andare al mare» «Miriam ti prego! Sei assurda!» «Perché assurda? Ognuno fa fronte alle sue difficoltà nella maniera in cui le vive. Per me questa è una sfiga pazzesca. A proposito, sai che facciamo? Ora andiamo a farci un aperitivo per dimenticare. Uno spritz al bar di piazza Matteotti, ti va? Offro io, è il minimo dopo quello che hai fatto oggi per me. «Ok Miriam, se ci tieni ci andiamo, ma poi ti riporto a casa perché ho delle cose da fare e tu dovresti riposare con quella gamba in quelle condizioni» «Sei peggio di mia madre. Va bene, va bene, facciamo come dici tu». Arrivate al bar scegliemmo l’unico tavolo libero, in fondo a tutti, vicino alle giostre dove i bimbi stavano giocando «Proprio qua dovevamo capitare, mancano solo questi, già mi scoppia la testa!» disse Miriam «Ci sarà una cosa, una sola di cui non ti lamenti oggi?» le risposi un po’ seccata. «Certo, tu non sai cosa vuol dire stare qui con questa gamba fasciata dal piede fino al ginocchio» «Ok Miriam, hai ragione, forse sono io che mi lamento di te, invece dovrei aiutarti. Dai, prendiamo anche qualcosa da mangiare così passeremo un po’ più di tempo insieme» Ordinammo subito e mentre attendevamo il nostro aperitivo, Vincenzo, un vecchio amico d’infanzia di entrambe, si avvicinò «Ehi Miriam! Sei tornata? Cosa ti hanno detto i medici? Come stai?» «Una tragedia! Niente barca per 15 giorni!» Vincenzo e Miriam cominciarono a parlare, lui si sedette accanto a lei e io a quel punto cominciai a guardarmi intorno. C’era, non lontano da noi, un gruppo di adolescenti che scherzavano tra di loro, si alzavano in piedi, si rincorrevano intorno al tavolo, si lanciavano l’acqua dei bic15


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chieri, ridevano spensierati, quelle risate con le bocche spalancate a prova di mal di pancia. Erano bellissimi. C’era invece, più in là, una coppia di adulti, saranno stati sulla cinquantina, lei capelli biondi mesciati lunghi fino alle spalle, occhi piccoli verdi, sorriso tirato, spalle strette e vestito ampio e lungo, con un paio di sandali infradito di cuoio bassi, le gambe incrociate sotto la sedia, le caviglie poco pronunciate. Lui seduto di fronte, capelli brizzolati e chioma folta, occhiali da sole, camicia di lino bianca semi abbottonata, bermuda beige, sneakers chiare, con un atteggiamento spocchioso, tutto pieno di sé, gesticolava nervosamente, le sue labbra restavano serrate anche mentre parlava a denti stretti. Lei sempre più triste, lui sempre più nervoso. Ce n’erano altre di persone al tavolo ma dopo quella scena preferii spostare lo sguardo vero le giostre: i bambini che scendevano giù dallo scivolo e velocemente tornavano sulla scala per replicare, gli altri sull’altalena a dare un urlo forte quando si davano lo slancio per andare in alto e a ridere a crepapelle quando tornavano indietro; altri ancora giocavano a calcio con un pallone sgonfio, uno di quelli che si comprano sulla spiaggia e che dopo due giorni lasciati al sole già cambiano forma. Era un meraviglioso suono quello delle loro voci miste alle risate, al rumore dei loro passi su e giù per le giostre, a quello dei loro calci al pallone. Tutti rumori che si mescolavano armonicamente e arrivavano a me come una musica. Li sentivo vivere. Inevitabilmente il pensiero tornò a Marta, la donna che avevo conosciuto e che in ospedale mi aveva parlato dei suoi figli. Tra me e quella donna era successo qualcosa di profondo ma al contempo inesplicabile. Dovevo capire. Così decisi che il giorno dopo sarei andata a trovarla. Reparto Neurologia, così come mi aveva detto Miriam. «Ehi! Ma che diavolo hai oggi, Valeria? Lo spritz è arrivato e tu non te ne sei nemmeno accorta. Sembri da tutt’altra parte! Ma stai bene?» «Sì Miriam, sto bene, grazie, ero solo un po’ distratta dai bambini» «Mah, se lo dici tu! Dai prendiamo questo aperitivo e non se ne parla più» «Sì certo, così potremo tornare a casa. Sono un po’ stanca e stordita, gli ospedali mi fanno questo effetto». 16


II. IL GIOCO PER ATTRAVERSARE L’ANIMA

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l giorno dopo decisi di tornare a trovare Marta. Volevo vederla, sapere come stava, avrei trovato una scusa, le avrei detto che ero lì per un altro motivo e che avevo deciso di passare a salutarla. Andai in reparto. Camminavo lentamente percorrendo con piccoli passi tutto il corridoio e rallentando vicino alle porte delle stanze per cercare di trovarla o di trovare qualcosa sui comodini che potesse ricondurmi a lei. Ero alla terza stanza, lato sinistro, la porta era socchiusa e si intravedeva solo un letto dove c’era una signora anziana ma tanto arzilla che, vedendomi con aria persa, mi chiese chi stessi cercando aggiungendo che lei poteva aiutarmi poiché era ricoverata da un paio di settimane e aveva il quadro completo di un suo personale censimento del reparto. Mi fermai da lei «Sto cercando una donna, si chiama Marta, non è alta, è magra, ha i capelli lunghi scuri, gli occhi grandi castani, è stata ricoverata ieri mattina. «Ah, la piccinna!» esclamò. Piccinna è un’espressione dialettale tipica del Salento ed è una sorta di vezzeggiativo di piccola. In effetti la nonnina aveva ragione, guardandomi intorno capii che in quel reparto era proprio strano trovare una giovane donna, erano tutte anziane e probabilmente per questo era stata ribattezzata “la piccinna”. «Sì, proprio lei!» risposi contenta. «È nella camera di fronte, da sola, proprio in questa appena esci sulla destra» «Grazie signora!» le dissi andando via. Arrivata nel corridoio guardai subito nella direzione indicatami, la vidi sdraiata, era di spalle, mi accorsi che non dormiva perché sfo17


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