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Tranquilla di Pamela Spinelli

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CONTESTI DIVERSI Progetto grafico: Antonietta Fulvio Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta e/o memorizzata, in tutto o in parte, in qualunque modo o forma con qualsiasi mezzo, sia esso elettronico o meccanico o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Nessuna parte di questo libro può essere tradotta o trasformata in altra forma letteraria e/o artistica senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Le violazioni saranno perseguite a norma di legge. La foto di Pamela Spinelli in quarta di copertina è di Danilo Fornaro

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI S.r.l. 2018 © Lecce via del Luppolo, 6 ilraggioverdesrl.it info@ilraggioverdesrl.it ISBN 978-88-99679-62-0 In copertina e all’interno: Nuria Arezzi, Emozioni fuori dall’ombra, 2018 ©


PAMELA SPINELLI

TRANQUILLA

IL RAGGIO VERDE


A Giulia che ispira tutto ciò che faccio. Alla mia famiglia che mi è sempre accanto. A tutti quelli che mi leggeranno per la dimostrazione di stima e di fiducia. E a me stessa che non perdo mai l’entusiasmo di accettare sempre nuove sfide


“Tranquilla”. Era la parola che le ripeteva spesso e che, più di ogni altra, le sortiva un effetto rasserenante. Era come se, all’improvviso, tutte le preoccupazioni, tutte le ansie, tutte le insicurezze si dissolvessero come per magia. Lui lo sapeva e usava questo termine al momento giusto, quando, cioè, si rendeva conto che lei, quella bambina ormai cresciuta, iniziava ad andare fuori di testa. E non succedeva raramente. Lei era Angela, un’affascinante donna di 44 anni, esperta in marketing d’impresa, con una serie di storie sbagliate alle spalle, compreso un matrimonio tenuto in piedi come un’equilibrista. Solare e sorridente, ma sostanzialmente insicura. Lui, Ernesto, un affermato avvocato di 65 anni, carismatico e sicuro di sé, sposato e padre di una figlia, Ilaria, che lo aveva anche reso nonno. Diversi: come il giorno e la notte, come il sole e la luna, come il bianco ed il nero. E 21 anni di differenza. Ma terribilmente attratti l’uno dall’altra. Da anni. Da quando, cioè - lei ancora giovanissima lo aveva conosciuto nel corso di una cena tramite amici comuni. IL PRIMO INCONTRO - 11 AGOSTO 1999 Era l’11 agosto 1999 ed Angela ne era rimasta affascinata: Ernesto aveva un modo di fare traboccante di sicurezza ed uno charme fuori dal comune. Pacato ma autorevole, composto ma al tempo stesso pieno di sé, senza che questo, tuttavia, potesse metterla in difficoltà o in soggezione. Già quella sera Angela aveva vacillato davanti a quell’uomo, senza capire se ad attrarla fosse quel suo essere così diverso da tutti quelli che aveva incontrato nella sua vita o se, ancora 7


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una volta, si stesse facendo prendere dalla sindrome ‘da conquista dell’uomo impossibile’. D’altra parte, la fede all’anulare sinistro svettava su quella mano forte ma curata. Non c’erano dubbi, quindi, sul suo status familiare. Eppure, anche Ernesto era visibilmente attratto da quella ragazza – aveva appena 25 anni all’epoca del primo incontro, lui 46 – e cercava, sia pure discretamente, il suo sguardo. Sino a quando, complice la presenza in tavola di un Amarone della Volpicella, il preferito di Angela, le rivolse la parola per chiederle se ne gradiva ancora. “Vedo che il bicchiere è vuoto” – le disse. Finalmente qualcuno che interrompeva quei noiosissimi discorsi a cui, peraltro, nessuno pareva realmente interessato. Men che meno loro due. Angela accettò e gli porse il calice, senza fare mistero del fatto che lo gradisse particolarmente: “Sino a qualche anno fa posso dire di essere stata astemia – disse, fissandolo negli occhi – ma una sera una coppia di amici mi ha praticamente costretta ad assaggiarlo: il suo colore rosso granato e quel sapore caldo e vellutato mi hanno rapita. Peccato che, a fine serata, abbiano dovuto riaccompagnarmi a casa, visto che non riuscivo ad alzarmi dalla sedia”. E qui Angela sfoderò uno di quei suoi sorrisi pieni, disarmanti. Era bella, ma di una bellezza discreta. Capelli lunghi e castani, occhi grandi e marroni, di quelli che spesso ridono anche se vorrebbero piangere, labbra piene e generose. Ben proporzionata, ma non altissima, con un seno morbido. “Una femmina da letto” qualcuno l’aveva definita, senza rendersi conto che quella donna tutto era fuorchè una mangiatrice di uomini. Era dolce, Angela. Talmente tanto che la maggior parte degli uomini, dopo un po’ di tempo, la considerava troppo ‘impegnativa’ per quel suo modo di dedicarsi a loro in maniera assoluta. Un fatto, questo, che li spaventava, certi di non poter ricambiare come lei si aspettava. Da qui, una lunga serie di fallimenti sentimentali, come l’ultimo, quello con Giorgio, un coetaneo che aveva frequentato per 8 mesi, che alla fine Angela aveva lasciato perché – a fronte di un inizio scoppiettante – aveva iniziato una pratica che lei conosceva sin troppo bene: il dileguamento, lento ma ine8


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sorabile. E così lei – come sempre aveva fatto in tutte le sue storie – aveva troncato dall’oggi al domani, certa che in fin dei conti Giorgio non avrebbe potuto far altro che ringraziare. Ernesto, invece, le sembrava diverso. Ma quante volte aveva visto l’amore della sua vita laddove, invece, c’erano solo guai? E poi, in questo caso, c’era un’aggravante: era sposato e molto più maturo di lei che, in fondo, era ancora una ragazzina. Ma Angela era così: si lanciava senza paracadute in tutte le cose in cui credeva e che la appassionavano. Senza la benché minima paura di farsi male. E quell’uomo le piaceva. Tanto. LA CENA La serata trascorse a chiacchierare senza sosta. Ernesto la seguì quando lei uscì per fumare, con il pretesto di prendere una boccata d’aria. E fu in quel momento che Angela si accorse che sì, anche a lui piaceva. La guardava, fisso, con quegli occhi neri e sempre un po’ lucidi: «Non fa bene fumare. Io ho smesso tanti anni fa. Pensaci: il fumo non aggiunge nulla. Tutt’altro». Poi le chiese un po’ del suo lavoro e lei iniziò a parlargliele come un treno in corsa. Gli spiegò che, a fronte di una passione smodata per ciò che faceva, le difficoltà erano tante, la concorrenza pure ed i soldi pochi. «Le aziende in crisi sono tante – disse Angela – ma quelle che sto trattando in questo momento lo sono talmente tanto che hanno problemi finanche a pagarmi». Rise e poi proseguì: «Ed io non sono abbastanza ‘consumata’ da costringerle ad adempiere. Forse sono ancora troppo giovane e per questo poco credibile, eppure tutti dicono che sono tra le migliori». Ernesto era impressionato da quel fiume in piena ma, soprattutto, era intenerito da quella ragazza che sembrava davvero sapere il fatto suo, ma che probabilmente non riusciva ancora a farsi largo in un mondo di lupi. «Chè poi i lupi sono in tutti i settori – le disse – per cui, se fossi in te, non mi farei intimorire. Devi solo acquisire più sicurezza in te 9


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stessa ma, soprattutto, devi iniziare a farti rispettare. Il lavoro si paga. Niente compenso? Niente lavoro. Inizia a rallentare sulla tabella di marcia. E se ti chiedono a che punto sei, dì pure che sei stata impegnata con altri clienti. A quel punto le cose saranno due: o ti danno ciò che devono o ti mollano. Nel primo caso, hai ottenuto il risultato. Nel secondo, avrai smesso di perdere tempo. Semplice no?». Angela sfoderò un altro dei suoi sorrisi e disse: «Credo tu abbia ragione. Effettivamente, mi rendo conto di perdere solo il mio tempo: quello che potrei utilizzare andando a cercare altri clienti. Grazie di cuore». E, presa da uno slancio, lo abbracciò. Poi si ritrasse, come se avesse fatto qualcosa di cui vergognarsi, tanto da dirgli subito dopo: «Perdonami, non volevo metterti in imbarazzo». Ernesto non era per nulla imbarazzato. Tutt’altro. Quel contatto fisico lo aveva emozionato. E fu a quel punto che mise una mano nel taschino della giacca, prese un bigliettino da visita, lo porse ad Angela e le disse: «Qui c’è il mio numero ed anche la mail. Non sono un esperto in marketing, sono solo un avvocato, ma se hai bisogno di altri consigli, io ci sono». Angela ringraziò. Rientrarono assieme nella sala, dove nel frattempo al tavolo erano arrivati i caffè e qualche amaro. La serata si concluse poco dopo ed Ernesto le si avvicinò per chiederle se avessi bisogno di un passaggio: «Non vorrei avessi bevuto troppo di nuovo» – disse ridendo. «Ti ringrazio, ma ho la mia macchina e sono lucidissima. A presto, Ernesto. E grazie ancora». Gli porse la mano e lui la trattenne qualche secondo. 17 AGOSTO 1999 Angela era nella sua casa alla periferia di Roma a lavorare, immersa nella stesura di un Piano di rilancio di una azienda che le aveva chiesto di tracciare la rotta per portarla in acque sicure. Sulla scrivania un computer portatile che la seguiva dappertutto, decine di fogli sparsi ovunque, un bicchiere d’acqua ed una tazza di caffè ormai ghiacciato. E proprio mentre cercava il bandolo della matassa, sentì l’arrivo di un messaggio sul cellulare: “Sei arrivata sana e salva l’altra sera? O 10


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l’Amarone ha colpito ancora?”. Era Ernesto! Il cuore le arrivò in gola. Rilesse il messaggio più volte e si rese conto di avere un sorriso ebete sulle labbra. In realtà, non capiva come avesse avuto il suo numero: era stato lui a darle il bigliettino da visita con i suoi contatti, ma evitò di farsi troppe domande e decise di aspettare un po’ prima di rispondere, altrimenti poteva sembrare che non attendesse altro. Poi, però, decise che due minuti potessero bastare. “Sana e salva. Ormai l’Amarone non mi fa più paura!!!”. Il cuore le batteva forte e cercava di immaginare la faccia di Ernesto mentre leggeva. “Oddio, e adesso che mi dirà?” – si disse. “Bene, cara Angela. Ciò vuol dire che potrai accettare un bicchiere di vino per domani sera. Ti va bene un aperitivo a base di pesce? Mi piacerebbe rivederti, se ne hai voglia anche tu”. Angela non si capacitava di quella proposta. “E adesso, che faccio? Se gli dico subito sì, penserà che sono sfacciata, ma se rifiuto non mi inviterà più… “. Prese il coraggio a due mani ed iniziò a digitare: “Vada per un aperitivo. Dove ci vediamo?”. Ormai era fatta: aveva accettato. Non si poteva più tornare indietro. Immediata la risposta di Ernesto: “Se per te non è un problema, preferirei andare poco fuori Roma. Conosco un bel locale, a qualche chilometro dalla città. Potrei passare a prenderti e ci andiamo assieme”. Prima ancora di rispondere, Angela si rese conto che la motivazione della richiesta di andare fuori zona era chiara: Ernesto era un uomo sposato, peraltro anche parecchio in vista e non era il caso di farsi vedere da soli, in qualche locale a Roma. “Va benissimo, Ernesto. Ti giro il mio indirizzo con la posizione. Ti aspetto per le 19,00. A domani”. “A domani, Angela. E stai serena con me”. L’APPUNTAMENTO Nella sua camera da letto, i vestiti erano sparsi ovunque. Erano le 18,00 ed Angela non sapeva ancora cosa indossare. Tra un’ora esatta 11


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Ernesto sarebbe passato a prenderla da casa ed era certa che li avrebbe attesi una serata piacevole. Era eccitatissima, pur sapendo che stava per uscire con un uomo sposato, oltre che di 21 anni più grande. Scacciò subito quei pensieri: l’emozione di rivedere una persona che, qualche giorno prima, era stata tanto carina e gentile con lei prevaleva su tutto il resto. Magari quella sera le avrebbe dato qualche altro consiglio utile per la sua professione. Era per quello che aveva accettato l’invito, diceva tra sé e sé, sapendo che, in realtà, mentiva spudoratamente. La doccia l’aveva già fatta. I capelli erano a posto, così come il trucco. “Sì, ma che diavolo indosso?”. Passò al vaglio tutti gli abiti che aveva sparpagliato sul letto ed appeso sulle ante dell’armadio. Voleva fare colpo, senza tuttavia risultare eccessiva. Ed allora decise che il tubino nero fosse l’ideale: colore sobrio, lunghezza appena sopra il ginocchio, aderente al punto giusto. Bastava impreziosirlo con un filo di perle e con un tacco alto, ma non troppo. Due punti luce alle orecchie e borsetta Gucci fresca di acquisto. Si guardò allo specchio da tutte le prospettive possibili e disse che – sì – era davvero carina, senza necessariamente apparire pronta alla conquista. D’altra parte era quello il suo stile, sempre: sobria ma elegante, discreta ma di classe, mai sopra le righe. Ora doveva solo attendere il messaggio di Ernesto: mancavano pochi minuti alle 19,00. Ed infatti, mentre era in bagno a passarsi un velo di cipria, il cellulare segnalò l’arrivo del tanto atteso messaggio: “Sono giù. Scendi?”. “Due minuti e sono da te” – rispose. Temporeggiò di proposito: controllò di aver spento il pc e l’aria condizionata, chiuse il gas in cucina, fece un giro nelle stanze per verificare di aver spento tutte le luci. “Ci siamo – disse – è ora di andare”. Tirò dietro di sé la porta di casa e si infilò nell’ascensore che era già al piano: un’ultima occhiata ai capelli dinanzi allo specchio ed era pronta ad entrare in auto. Ernesto aveva parcheggiato proprio dinanzi il suo portone e, dall’interno, le aprì lo sportello. “Buonasera, Angela. Come siamo carine questa sera!”. 12


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L’APERITIVO In auto l’atmosfera era rilassata e la musica piacevole. Ernesto chiese subito ad Angela se i suoi consigli professionali avessero sortito effetti positivi. «Sì, Ernesto. E ti devo ringraziare. Ho stoppato un paio di clienti che ora mi tampinano perché finisca il lavoro iniziato. Uno di loro mi ha già fatto un bonifico con l’equivalente di una piccola parte del mio compenso, ma lo tengo ancora sulla corda. Gli ho detto che non è sufficiente e che ho altre aziende pronte a reclutarmi; e che, pertanto, se vuole le mie prestazioni, dovrà essere più convincente delle altre che mi hanno già promesso un anticipo senza aver ancora iniziato». «Bene, Angela – le rispose Ernesto - Vedi che era semplice? In tutte le professioni bisogna sempre farsi rispettare ed alzare il livello. Tu puoi anche essere la migliore, ma se ti mostri debole, facendo intendere che sei disposta a lavorare gratis pur di rimanere in sella, beh, è la fine. Perdi di credibilità. Un professionista deve farsi pagare esattamente per ciò che vale ed anche di più, se possibile. Io ho impiegato un po’ di anni prima di capirlo. Avevo tanti clienti, ma molti di loro erano amici o conoscenti. La maggior parte credeva che l’amicizia fosse un pretesto per non pagare la parcella o perché fossero loro a stabilirla. Inizialmente ho dovuto faticare un po’. Oggi, quando capisco l’antifona, dico che ho troppo lavoro e che non potrei seguirli come vorrei e consiglio loro qualche altro collega. Risultato? Di solito, mi pagano anticipatamente. Nel migliore dei casi – e dico migliore non a caso – cambiano avvocato». Angela rise di gusto. Le piaceva ascoltarlo. Le trasmetteva serenità e protezione. E mentre lo osservava rapita, si rese conto che erano praticamente arrivati a destinazione. Ernesto aveva scelto un locale sul mare. Scesero dall’auto ed entrarono nella sala al coperto, dove il proprietario del ristorantino, Giacomo, andò loro incontro. Era un uomo alto e distinto, sulla cinquantina, vestito con una camicia di lino azzurra ed un paio di pantaloni blu scuro. «Ernesto caro» – disse andando incontro all’avvocato. «Quanto 13


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