Skip to main content

Lincompletezza dell'Apollineo

Page 1

Διόνυσος

Διόνυσος

L’incompletezza dell’Apollineo

1


2


INTRODUZIONE L’ argomento affrontato è frutto dei miei studi classici. Il tema trattato non è soltanto limitato all’ambito filosofico, bensì offre un’ interessante chiave di lettura della nostra società contemporanea. Il magazine è suddiviso in due parti: inizialmente vi è un’ introduzione generale dell’opera di Nietzsche “La nascita Della Tragedia”,1872 e una breve spiegazione riguardante il teatro e la tragedia nell’antica Grecia.

Nella seconda parte del mio lavoro ho lasciato la parola al filosofo Umberto Galimberti, il quale nel suo libro “ L’ospite inquietante: il nichilismo e i giovani” analizza il comportamento giovanile.

Ecco che l’ Apollineo e il Dionisiaco non rimangono confinati nei libri di testo scolastici, al contrario, sono radicati dentro ognuno di noi.

3


4


5

Il Dionisiaco e l’Apollineo, con creazioni sempre nuove e successive, e rafforzandosi a vicenda, dominarono la natura ellenica. -Friedrich Nietzsche.


La

6

Tragedia come sintesi del mondo

greca è un genere teatrale che prende vita dalle rappresentazioni sacre in Grecia e Asia Minore e raggiunge il massimo splendore nell’Atene del V secolo a.c. con la produzione di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Per Aristotele la tragedia nasce dall’improvvisazione, da “coloro che intonano il ditirambo”, canto corale in onore di Dioniso. Quest’ultimo è una divinita che trova la sua origine nella mitologia greca, frutto della relazione adulterina tra Zeus e una mortale, Semele. Nietzsche dirà di trovare in Dionisio la perfetta metafora dell’esistenza: il principio che anima i viventi. Il Dio incarna infatti l’imprevedibile energia delle passioni che imperversano caotiche nel corpo e nello spirito degli uomini. Inoltre, ad Atene le rappresentazioni tragiche si svolgevano in occasione delle Grandi Dionisie, feste in onore del dio organizzate dallo stato, celebrate alla fine di marzo ed aperte a tutti, indipendentemente dal sesso e dall’estrazione sociale. A questa figura si affiancherà Apollo, dio della saggezza ed quilibrio. L’armonia in cui queste due forze si trovano è la tragedia. Successivamente, con il metodo razionale di Socrate e con il realismo di Euripide, l’apollineo sovrasterà il dionisiaco, mutando radicalmente la tragedia greca. Avviene così ciò che Nietzsche definisce il tramonto della tragedia. La vita secondo Nietzsche non si racchiude in una concettualizzazione. Il destino dell’uomo è tragico poichè in continuo conflitto con lo spirito apollineo e dionisiaco e negare ciò significa soffocare una parte di noi, uccidere l’essenza della vita. Cosi anche l’arte, nel momento in cui ha ceduto a questo principio,ha raggiunto il suo compimento. Secondo il filosofo dunque l’uomo deve perdersi nella tragidità del mondo per trovare un senso alla sua vita e non rifugiarsi nella tentazione metafisica di Apollo.


7

Con La nascita della tragedia, sua prima opera, pubblicata nel 1876, Nietzsche appare subito nella sua unicità, ponendo al pensiero e alla vita nuove esigenze e nuovi criteri. Forma di per sé azzardata e dissestante, appare inevitabile che il libro provocasse grande scandalo nel mondo accademico. L’opera propone un percorso che delinea i caratteri della tragedia greca e, parallelamente, indaga la storia della società greca, individuando dinamiche alle due comuni. Nietzsche introduce inoltre una digressione in cui riflette sulla decadenza dello spirito europeo e propone un progetto di palingenesi, di rinascita, come risultato di una rivoluzione artistica e spirituale dell’Occidente, a partire dalla Germania. Il fulcro concettuale risiede nelladefinizione della possibilità di un pessimismo nobile, non decadente, che verificata nel pessimismo greco. A sostegno “Ciò che dà alla tragedia il suo della tesi,Nietzsche prende in particolare slancio verso l’alto è esame lo spirito dionisiaco, il sorgere della convinzione che il vitale e caotico, e quello apolmondo, che la vita non ci possano lineo, equilibrato e razionale, dare nessuna vwera soddisfazioconsiderando il primo ragione e origine del pessimismo greco ne, e che perciò non meritino il nostro attaccamento: in ciò consiste e della sua natura non decadente, in quanto volge lo sguar- lo spirito tragico, il quale conduce alla rassegnazione.” do verso l’abisso, si confronta -Friedrich Nietzsche, La nascita con il turbamento di un’ esistenza macabra e annichilente della Tragedia. ma non ne rimane sconvolto, non le si piega e dice sì alla vita.


8

Danza in giro, spesso accompagnata dal canto . Dall’idea primitiva di danza a suono di musica e accompagnata dal canto passò a significare, specialmente nell’antica tragedia greca, il canto di più persone riunite; indi le stesse persone raccolte per cantare.

Il coro di satiri con danza e musica produce un effetto di estasi, un’esperienza religiosa in contatto con la divinità. La tragedia attica ripercorre quest’esperienza dionisiaca originaria facendo sì che lo spettatore si identifichi con il coro e lo immagini composto di satiri, percependo Dioniso e le sue sofferenze.


Il coro greco nel teatro greco antico

rappresenta un gruppo omogeneo di personaggi, che agisce collettivamente sulla scena insieme agli attori. Esso è presente in tutti e tre i generi teatrali dell’antica Grecia: tragedia, commedia e dramma satiresco. I membri del coro, detti coreuti, camminano o danzano all’unisono, commentano con canti ciò che avviene sulla scena e talvolta intervengono direttamente nell’azione. Il coro è guidato dal corifeo, che ne è il capo e talvolta dialoga con gli attori in rappresentanza di tutto il coro. Nel periodo ellenistico gli attori recitavano su un palco rialzato, mentre il coro stava nella sottostante orchestra. Il coro entrava nell’orchestra all’inizio dello spettacolo dalle parodoi (o eisodoi), due corridoi coperti posti tra le gradinate del pubblico e l’orchestra, per poi restare nell’orchestra stessa per tutta la durata della rappresentazione. Durante le parti riservate agli attori è probabile che il coro restasse ai margini dell’orchestra,mentre durante la parodos (il canto di ingresso) e i cosiddetti stasimi esso eseguiva canti e danze. Il numero dei componenti del coro era di dodici nella tragedia, poi portato a quindici da Sofocle,e ventiquattro nella commedia. I coreuti portavano la maschera e un costume (come del resto anche gli attori),più o meno vistosi ed elaborati a seconda dei personaggi rappresentati, che potevano essere persone comuni, eroi mitologici o, nel caso della commedia, anche animali o entità ultraterrene. Peculiare era il caso del dramma satiresco, in cui il coro era sempre composto da satiri dal comportamento comico, in quanto caratterizzato da pavidità, smargiasseria, golosità. Il coro poteva anche accompagnare i canti con danze e movimenti coordinati. Le parti del coro sono cantate in metri lirici e accompagnate dalla musica dell’aulos. Il coro poteva anche accompagnare i canti con danze.

9


10


Anche l'uomo teorico prova infinito appagamento in ciò che esiste, come l'artista, e come quello ne viene protetto contro l'etica pratica del pessimismo e contro i suoi occhi di Linceo, che rilucono solo nella tenebra. Se infatto l'artista, ad ogni disvelamento della verità , rimane sempre attaccato con lo sguardo estasiato a ciò che adesso, sopo il disvelamento, resta ancora sempre un velo, l'uomo teoretico gode e si rallegra del velo gettato via e trova il fine massimo del suo piacere nel processo del disvelamento sempre felice,operato con le proprie forze. -Friedrich Wilhelm Nietzsche, La Nascita Della Tragedia.

11


ARMONIA

APOLLO

12

I due dei provocherebbero sull’ uomo effetti che appaiono opposti.

Απόλλων


ARMONIA

APOLLINEO

13

Il dio dorico della luce Apollo avrebbe giustificato il mondo della individuazione nella contemplazione estetica e, creando gli dei olimpici,avrebbe issato sugli uomini un favoloso velo di Maya in grado di redimere nella bella forma la vita e il dolore.

Απόλλων


ARMONIA

14

Apollo era, per le antiche religioni sia greche che romane, un’influente divinità associata al sole e alla bellezza. I numerosi significati del mito di Apollo e le mille sfaccettature della sua valenza sono stati storicamente rilevati

e rappresentati, sia iconograficamente sia plasticamente, dal diverso sentire culturale delle differenti epoche che, in maniera univoca però, l’hanno riconosciuto come il dio della poesia: Orazio lo invoca per salvarsi

Απόλλων


ARMONIA

da un “seccatore”, Dante a lui si rivolge, nel proemio del Paradiso, chiedendogli l’aiuto per finire l’ultima cantica dell’opera e Boccaccio lo riconosce come il protettore dei poeti. Lo spirito apollineo indica la “ratio” umana che porta equilibrio nell’uomo, che è capace di concepire l’essenza del mondo come ordine e che lo spinge a produrre forme armoniose e rassicuranti. Senza di esso, l’individuo subirebbe un’esplosione di emozioni incontrollate e non governate.Il modello apollineo non turba, non scuote l’animo umano,bensi lo rasserena. La via di Apollo è speculativa, spinge a cercare spiegazioni ed elaborare teorie, costruisce sistemi con cui cerca di esprimere il senso ultimo delle cose, secondo misura e proporzione. Il modello apollineo non turba, non scuote l’animo umano,bensi lo rasserena. Il dio di Delfi ammonisce contro l’eccesso mediante il “Conosci te stesso”, massima incisa a lettere d’oro sul tempio di Apollo: γνῶθι σαυτόν. La locuzione latina corrispondente è nosce te ipsum. La visione apollinea del mondo si basa sul presupposto che il raggiungimento della verità è possibile e anzi auspicabile e che, attraverso di essa, si conquista la tranquilla saggezza (σωφροσύνη, nei poemi omerici, indica la prudenza come capacità di autocontrollo e di riflessione.). Questa visione apollinea dischiude scenari rassicuranti alimentando la speranza nel futuro e alla sua dimensione appartiene la responsabilità.a

15

Απόλλων


ARMONIA

PROMETEO INCATENATO Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Oceano consiglia Prometeo:

16

«ὁρῶ, Προμηθεῦ, καὶ παραινέσαι γέ σοι θέλω τὰ λῷστα, καίπερ ὄντι ποικίλῳ. γίγνωσκε σαυτὸν καὶ μεθάρμοσαι τρόπους νέους: νέος γὰρ καὶ τύραννος ἐν θεοῖς. εἰ δ᾽ ὧδε τραχεῖς καὶ τεθηγμένους λόγους ῥίψεις, τάχ᾽ ἄν σου καὶ μακρὰν ἀνωτέρω θακῶν κλύοι Ζεύς, ὥστε σοι τὸν νῦν ὄχλον παρόντα μόχθων παιδιὰν εἶναι δοκεῖν.»

«Vedo sì, Prometeo, e voglio darti il consiglio migliore, anche se tu sei già astuto. Devi sempre sapere chi sei (γίγνωσκε σαυτὸν) e adattarti alle regole nuove: perché nuovo è questo tiranno che domina tra gli dèi. Se scagli parole così tracotanti e taglienti, subito anche se il suo trono sta molto più in alto, Zeus le può sentire: e allora la mole di pene che ora subisci ti sembrerà un gioco da bambini.»

(Eschilo, Prometeo incatenato, 307 e sgg.; traduzione di Monica Centanni, Milano, Mondadori, 2007, p. 320-1.)

Απόλλων


ARMONIA

17

Απόλλων


DIONISO DIONISIACO 18

L’ORGIASTICO,L’ESTATICO ,incarnando ogni confine individuale avrebbe fatto a pezzi questo velo e avrebbe ricondotto l’uomo nel cuore pulsante dell’unita primordiale facendogli esperire l’eternità dell’uno.


19


20


21


22


Si chiama Dionisiaco lo spirito che scaturisce dal divenire e si esprime con la musica. Dio “ibrido” dalla multiforme natura maschile e femminile, animalesca e divina, tragica e comica, Dioniso incarna, nel suo delirio mistico, la scintilla primordiale e istintuale presente in ogni essere vivente; che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, e che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa e non elaborata correttamente. Dioniso rappresentava un’analoga necessità sociale, in quanto placava le ansie in modo catartico, liberando l’individuo da quegli impulsi irrazionali e contagiosi che avrebbero potuto distruggere la comunità. Dioniso è il liberatore, che permette a ciascuno di non essere più se stesso, svincolandosi dai legami familiari ma anche dalla responsabilità individuale. L’impetuoso avvento di Dioniso e la sua misteriosa presenza sono simboleggiate da un’immagine da cui traspare l’enigma perturbante della sua duplicità e con esso la sua frenesia: la maschera. Nella festa della vendemmia, ad esempio, Dioniso era presente in figura d’una maschera. La maschera, invero, ricorre anche in altri culti greci, ma solo quelle dionisiache rappresentavano il dio nella sua epifania. Divinità enigmatica e ammaliante, Dioniso si faceva beffe di ogni ordinamento e convenzione, sconvolgeva le coscienze, sgretolava regole e inibizioni riconducendo gli uomini, in un vortice delirante, al loro stato di purezza primordiale.

In greco omerico: Διώνυσο Per il filologo Walter Otto rappresenta «lo spirito divino di una realtà smisurata» che si manifesta in un eterno deflagrare di forze opposte: estasi e terrore, vita e morte, creazione e distruzione, fragore e silenzio; è una pulsione vitale dirompente e selvaggia, che affascina e inquieta: la sinfonia inebriante dell’universale realtà del cosmo. Per Karl Kerenyi «dove regna Dioniso la vita si rivela irriducibile e senza confini». Nietzsche fece notare che la vita stessa, come principio che anima i viventi, era istintività, sensualità, caos e irrazionalità e per questo non poté che vedere in Dioniso la perfetta metafora dell’esistenza. Ciò che rende vivo i viventi è infatti un qualcosa di misterioso, qualcosa che sembra riguardare da vicino quell’ energia priva di qualsiasi prevedibilità che è la fonte prima a cui attinge ogni cosa animata.

in greco Attico: Διόνυσος

23


I MISTERI DIONISIACI

24


25


26


27


28

Emento tipico del culto di Dioniso è la partecipazione essenzialmente femminile alle cerimonie che si celebravano in svariate zone della Grecia: le baccanti.Dioniso riconduceva gli uomini al loro stato primordiale e selvaggio,spogliandoli da ogni inibizioni. Gli individui venivano indotti a ballare, gridare, agitare, cadere nell’esaltazione parossistica che portaa all’orgia e alla violenza, la quale era privata del suo significato negativo, in quanto nulla si riteneva giusto o ingiusto in regime di delirio.Dioniso era l’unico dio che concedeva alle donne e agli schiavi di partecipare ai suoi riti, i quali prevedevano, oltre alla danza sfrenata e liberatoria, la caccia a mani nude di un animale selvatico, sbranato e ingoiato a brandelli ancora caldo e sanguinante: il calore del corpo e il sangue grondante erano cagione di vita da ingollare a piene fauci. Lo scopo del rito era quello di ricordare le vicende di Dioniso, figlio di una relazione

Dioniso, figlio di una relazione adulterina tra Zeus e una mortale e per questo perseguitato fino alla pazzia da Era, consorte legittima di Zeus.Il corteo era composto dalle menadi, donne incoronate con frasche di alloro e indossanti pelli di animali selvatici, e da uomini camuffati da satiri. il corteo si abbandonava alla suggestione musicale del ditirambo, una danza ritmica ossessiva scandita da flauti e da tamburi. Lo scopo del rito era quello di raggiungere quello speciale stato di possessione che gli antichi chiamavano entusiasmo: il rito, come già accennato, si chiudeva con la caccia e lo sbranamento di un animale selvatico. A partire dal IV secolo a.C. questi riti cessarono gradualmente di essere officiati e vennero sostituiti da rappresentazioni simboliche, sia mimiche che musicali, meno cruente. Dall’usanza di sacrificare una bestia, solitamente un capro, prese nome quella rappresentazione teatrale della vita che è la tragedia greca.


29


Διόνυσος 30

I PARTECIPANTI si identificavano con il dio e ne acquisivano il “furore”, inteso come stato d’invasamento divino: scopo del rito era quello di ricordare le vicende mitologiche di Dioniso; erano incoronate da frasche di alloro, tralci di vite e pampini, e cinte da pelli di animali selvatici, e reggevano il tirso, una verga appesantita a un’estremità da una pigna che ne rendeva instabili i movimenti; gli uomini erano invece camuffati da satiri (vi partecipavano anche gli schiavi). Ebbro di vino, il corteo, chiamato tiaso, si abbandonava alla vorticosa suggestione musicale del ditirambo, lirica corale e danza ritmica ossessiva ed estatica. Un rito particolarmente violento e brutale era lo Sparagmòs (σπαραγμός) che consisteva nel dilaniare a mani nude degli animali allo scopo di mangiarne le carni crude. Tale rito è persino descritto ne Le Baccanti di Euripide.

RITI Oribasia: danza sfrenata sulle montagne a contatto con la natura. Estasi collettiva. Possessione. Simbolismo della caccia e del vestiario: nebridi, (pelli di cerbiatto), tirsi (bastoni nodosi intrecciati di edera e di vite). Omofagia: cibarsi di carni crude della preda cacciata.


31


w

MENADI

32

La menade è una figura vera, non convenzionale, esistita sotto nomi differenti in culture e tempi diversi.Durante il rito Le donne impersonavano quella irrazionalità che il mondo greco contrapponeva alla ragione tipicamente maschile. Per permettere loro di ballare il più caoticamente possibile, esse reggevano il tirso, una verga circondata di edera e appesantita a una estremità da alcune pigne, il cui solo scopo era quello di rendere più instabile possibile il corpo della danzatrice. Ebbro di vino, il corteo si abbandonava alla suggestione musicale del ditirambo, una danza ritmica ossessiva scandita da flauti e da tamburi. Ora le Baccanti sono animate da forza sovruman e bestiale, come quando assalgono i paesi o squartano vivi uomini e animali. La figura femminile è portatrice di una società alternativa, in cui la donna dimentica la sua vita cittadina e cede alle tentazioni della natura.

Accade il raggiungimento diretto di Dio nel proprio coropo. acquistando così una maggior consapevolezza di sè. Ad anni alterni le baccanti, o menadi, si appartavano sulle montagne, con danze, canti, sistri e tamburelli, per celebrare i riti di Dionisio, e lì, si dice, compiessero azioni quali squartare animali e mangiarne le carni crud. Non è un caso che tali rituali fossero soprattutto femminili: emarginate dalla vita politica e sociale della πόλις ( città), spesso confinate in casa, le donne potevano così recuperare la loro autonomia. La mitologis greca racconta che le Menadi accompagnassero il Dio Dionisio nei suoi viaggi, costituendo anche una parte del suo esercito nel suo viaggio in India. Dalle Menadi e dal mito di Dionisio trae ogni culto mistico, definito “ menadismo “, in cui era previsto anche un rituale caratterizzato dalla consumazione di carni crude.

Ecco che la follia diviene un mezzo per poter uscire dagli schemi.


33


34

Riccardo La Valle


35


36

Riccardo La Valle


37


I GIOVANI OGGI “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” -Umberto Galimberti

38


39


40

E’ possibile l’oltrepassamento del nichilismo e soprattutto la sua ricaduta sui giovani? I giovani d’oggi, al pari del viandante, recalcitrano ad ogni schema di progressione, dicono sì al mondo, e non a una sua rappresentazione tranquillizzante. Si tratta della capacità di disertare le prospettive finalistiche per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza. Siamo qui nel cuore della proposta filosofica di Galimberti, che si snoda per un capitolo di rara forza e originalità speculativa, seguito da quello dedicato, con sorprendente acume, alla musica giovanile e al ritmo del cuore. Infine Galimberti riprende il tema dell’oltrepassamento del nichilismo, almeno nei riferimenti della condizione giovanile. Un modo è quello di “risvegliare e consentire a giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto”. Nel segreto della giovinezza troviamo come prima figura l’espansività, che vuol dire pienezza, la potenza che esprime lo spirito di sfida del giovane contro gli elementi, l’accelerazione della vita, la coralità giovanile, cioè la sensazione di appartenere ad una comunità nascente, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo, lo stupore incantato del riconoscimento da cui nasce la propria identità “attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore” (Aleixandre) per intonare “il canto di tutto l’amore del mondo” (Apollinaire); e pure l’adesione alla pienezza della vita, la passione, l’utopia giovanile che non è necessariamente una fuga nel sogno, ma un pensare con il cuore che immette nel pensiero una corrente di calore. Altre figure sono il viaggio per assorbire visi, parole, moltitudini, per non morire di noia, la sfida per mettersi alla prova, la trasformazione come missione creativa del cambiamento, la riappropriazione di quanto di energia si è depositato “nel sottosuolo dell’anima”. Galimberti avverte che il rimedio proposto non è di facile e immediata attuazione. Esso si trova nel riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente è, quindi della propria capacità. L’esistenza è giustificata non dalla ricerca di un senso, ma dall’arte del vivere che consiste nel riconoscere le proprie doti e nel saperle mettere a frutto approdando così a “quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa.


41

“Così i nostri ragazzi trascorrono l’adolescenza e la prima giovinezza parcheggiati nella terra di nessuno dove famiglia e scuola brillano per assenza, il tempo è vuoto, l’identità non ha riscontri, l’autostima deperisce. La forza biologica, emotiva, intellettuale, propria dell’età, sfocia così in stordimento dell’apparato emotivo con le notti in discoteca e i percorsi della droga; nel disinteresse per tutto che porta all’ignavia, all’indifferenza, alla non partecipazione; nel gesto violento per scaricare le emozioni; nella genialità creativa se il carico emotivo è autodisciplinato.” -Umberto Galimberti


“L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” del

filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, Feltrinelli, è una penetrante e lucida indagine sulla condizione giovanile. Oggi i giovani stanno male, dice Galimberti, non per le crisi esistenziali ma perché tra di loro si aggira un ospite inquietante:

il nichilismo, che “penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui”.

42


Che cosa significa nichilismo?Rispondiamo che i valori supremi

L’esistenza è giustificata non dalla ricerca di un senso, ma dall’arte del vivere che consiste nel riconoscere le proprie doti e nel saperle mettere a frutto approdando così a “quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa.

perdono ogni valore. Come ci si è arrivati? Il futuro non è più percepito come promessa ma come minaccia. Da ciò la crisi: la psiche è sana quando è aperta al futuro. Il futuro chiude le sue porte o si apre per presentarsi come incertezza, inquietudine, precarietà, insicurezza; si spegne ogni iniziativa, scemano le energie vitali, si svuotano le speranze, dominano la demotivazione e l’impotenza. a crisi attacca i fondamenti stessi della nostra civiltà. Sono crollate la visione ottimistica del mondo, la convinzione che la storia dell’umanità è una storia di progresso e di salvezza. Inquinamenti, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, esplosioni di violenza, intolleranze e razzismo, radicamento di egoismi, speculazioni selvagge, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il mondo in una “casualità senza direzione e orientamento”. Venuta meno la promessa di un futuro genitori e insegnanti non sono più in grado di indicare la strada. La perdita di autorità, il rapporto paritario, hanno lasciato i giovani soli di fronte alle loro pulsioni e alle loro ansie. La famiglia e la scuola non li aiutanopiù a costruirsi una identità. Gli insegnanti istruiscono, non educano, non rafforzano con riconoscimenti, deprimono piuttosto con critiche e derisioni. quel potente motore di formazione culturale che è l’autostima. L’identità, un bisogno assoluto per ciascuno di noi, si costruisce attraverso il riconoscimento dell’altro. questo manca, se famiglia e scuola sono assenti, resta la strada con le sue lusinghe di sesso, alcool, droga, nel parossismo di una musica sparata e di una velocità elettrizzante. Le conseguenze sono la rimozione del reale per l’incapacità di affrontarla o la frustrazione che spinge verso il divertimento. Il rifugio nel sesso e nella droga è il rimedio per chi non è stato accettato nella realtà a causa dei mancati riconoscimenti. Non resta che affidarsi, ci suggerisce Galimberti, a quei giovani che cercano di uscire dalla rassegnazione, triste “eredità” del mondo degli adulti rinchiusi nel loro egoismo da “realisti”, da generazione dei “sogni infranti” e delle “promesse ideologiche tradite”. Sono i giovani del nichilismo attivo, che lo studioso osserva da anni e ci chiede di seguire con attenzione, poiché cercano di trasformare la crisi del mondo vitale, in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe ,fisiche, mentali e sociali trasmesse dalle precedenti generazioni. I nichilisti attivi ridiscutono, in maniera critica e assieme agli altri, le basi dell’identità, troppo legata ai ruoli sociali e alle appartenenze geopolitiche.

43


44


45

“Il futuro che la nostra cultura prospetta ai giovani non retroagisce come motivazione capace di sostenere l’impegno richiesto in vista di una professione a cui ci si sente chiamati. In questa atmosfera nichilista, si svalutano tutti i valori che conoscevamo e che agivano come coefficienti sociali condivisi dalla comunità. I giovani che mi scrivono – sia chiaro che si tratta solo di un piccolo campione – sono però nichilisti attivi: non negano di vivere in un’epoca nichilistica, ma non si arrendono. La loro strategia consiste nel commisurare i propri sogni, a cui non rinunciano, ai dati di realtà. Ma chiedono agli adulti: non ci spezzate le ali, non trattate i nostri sogni come illusioni.” -Umberto Galimberti


46

l’espansività, che vuol dire pienezza, la potenza che esprime lo spirito di sfida del giovane contro gli elementi, l’accelerazione della vita, la coralità giovanile, cioè la sensazione di appartenere ad una comunità nascente, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo, lo stupore incantato del riconoscimento da cui nasce la propria identità “attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore” (Aleixandre) per intonare “il canto di tutto l’amore del mondo” (Apollinaire); e pure l’adesione alla pienezza della vita, l’utopia giovanile che non è necessariamente una fuga nel sogno, ma un pensare con il cuore che immette nel pensiero una corrente di calore.Altre figure sono il viaggio per assorbire visi, parole, per non morire di noia, la sfida per mettersi alla prova, la trasformazione come missione creativa del cambiamento, la riappropriazione di quanto di energia si è depositato “nel sottosuolo dell’anima”. Galimberti avverte che il rimedio proposto non è di facile e immediata attuazione.Esso si trova nel riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente è,quindi della propria capacità. L’esistenza è giustificata non dalla ricerca di un senso, ma dall’arte del vivere che consiste nel riconoscere le proprie doti e nel saperle mettere a frutto approdando così a “quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa”.Vengono passati in rassegna l’analfabetismo emotivo, l’inaridimento dei sentimenti, il deserto emotivo, la mancanza di forza d’animo; e poi la pubblicizzazione dell’intimità, la seduzione della droga, con riferimenti alle varie specificità: eroina, ecstasy, cocaina, il gesto omicida e quello suicida, l’angoscia, la maledizione e l’insensatezza nichiliste. Vengono passati in rassegna l’analfabetismo emotivo, l’inaridimento dei sentimenti, il deserto emotivo, la mancanza di forza d’animo; e poi la pubblicizzazione dell’intimità, la seduzione della droga, con riferimenti alle varie specificità: eroina, ecstasy, cocaina, il gesto omicida e quello suicida, l’angoscia, la maledizione e l’insensatezza nichiliste. Sotto le lenti sono anche i focolai di rinascita della generazione del terrorismo ideologico, la “generazione X” degli indifferenti o degli svuotati o degli sprecati (una tribù con scarsa Sotto le lenti sono anche i focolai di rinascita

la “generazione X” degli indifferenti o degli svuotati o degli sprecati (una tribù con scarsa autoconsiderazione, con sensibilità fragile, introversa, indolente, immersa nell’inerzia per eccessiva esposizione agli influssi della televisione, preoccupata soltanto di avere molto tempo libero per affogare nell’assoluta insignificanza); la “generazione Q” dal basso livello intellettivo ed emotivo, degli squatter che non credono al cambiamento del mondo, non gridano rivoluzione, ma sono rannicchiati in una disperata rassegnazione; i ragazzi dello stadio con la loro violenza nichilista.


47


48


49


Credits

CPL | Character per line - Body Text:

Free University of Bozen-Bolzano

102 characters including spaces

Faculty of Design and Art

Binding: Bachelor in Design and Art – Major in Design

Stitch binding

WUP 19/20 | 1st-semester foundation course Project Modul: Editorial Design Design by: Ilaria Palazzeschi Magazine | L’incompletezza dell’Apollineo Supervision: Project leader: Prof. Antonino Benincasa Project assistants: Maximilian Boiger, Andreas Trenker Photography: Riccardo La Valle (2;3;4;5;8;16;17;18;19;20;23;24;25;26;27;29;31;32; 33;34;35;37;39;40;41;42;45;46) Pixabay:(6;10;11;12;13;15) Paper: Inside pages – Munken pure, 100 g/m2; Satin Translucent sans, 300 g/m2; Cover – Munken pure, 300g/m2 Format: 210xy x 300mm Fonts | Font Sizes & Leading: Body Text Franklin Gothic Book;Sabon LT Std 12/14 pt Caption Text Franklin Gothic Book 9/9,75 pt Title Text Franklin Gothic Book; Sabon LT Std 23,29,32,40,43,46/46 pt Subtitle Text Franklin Gothic Book 12/17,5 pt Layout Grid: 6 Columns 11 Grids Module proportion: 1.453 : 1

Printed: Bozen-Bolzano, January 2020 Inside pages – Digital Print | Canon Cover – Digital Print


51


Volume 1- Gennaio 2020

52

τραγῳδία


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Lincompletezza dell'Apollineo by Ilaria Palazzeschi - Issuu