L’Orgia
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editing .
luca.mortellaro
ignazio.mortellaro
I
D’un tratto mi ha afferrato il disgusto. La mano della donna che avevo accanto era divenuto un corpo estraneo, posava sul mio palmo come un informe brandello di carne. Così ho deciso di snodare l’intreccio che univa le nostre dita. La donna era assopita sul letto e le sue nudità erano appena coperte dal lenzuolo.A causa della luce lunare che pietrificava le sue fattezze, il suo corpo era divenuto marmoreo. Dopo essermi alzato in piedi, esitante ho allungato la mano a palpare la pelle liscia che vellutava le sue sensuali forme. Sul suo volto immerso nel sonno si è aperto un sorriso di compiacimento. Eppure non era mia intenzione carezzarla. La mia mano passava sulla sua pelle intenzionata a provare la consistenza anatomica del suo corpo. Con i polpastrelli ho sentito, sotto la sua pelle levigata, scultorea, la viscida vita pulsante. Lo sconcerto mi ha scosso a tal punto da farmi tirar via il braccio. Ho iniziato a girarle intorno lentamente. Mi sentivo una bestia a cui si espone qualcosa di nuovo. Attento a non sfiorare la sua carne, ho fatto delicatamente scivolare via le lingue di tessuto che ancora la coprivano così da poterla analizzare in ogni sua parte. Osservarla tanto analiticamente mi portava a percepirla quale creatura vivente, quale vivido oggetto dentro cui scorrono densi fluidi. Averla posseduta fino a poco tempo prima mi ripugnava. Ogni elemento era motivo di nausea, di rigetto verso il mio stesso membro, capace di penetrare nella calda, disgustosa intimità di quell’oggetto vivente. La pallida luce notturna che si diffondeva dalla finestra contribuiva a dare a tutto un aspetto sfumato, sereno. Mi infastidiva come quella calma cercasse di spazzare via le mie nevrosi. Il silenzio occupava l’aria fino agli angoli più bui, dava un certo assetto alla stanza. Ciascun oggetto sopprimeva ogni possibile rumore. Doveva farlo. Al contrario, ogni mio movimento generava impercettibili rumori, evidenti insubordinazioni a quell’ordine. Mi sentivo illegittimo, eppure non avevo colpa dei fruscii, del fastidioso scricchiolare di ossa e di parquet che era naturale produrre muovendosi. Mi irritava la sensazione che qualcosa tanto naturale per me,
divenisse un’inconcepibile interferenza alla vita delle cose. Tutto era immobile. Era questa la mia colpa.Tutto era fermo nella propria vita, mentre la mia esistenza era arrogante e superflua. Ogni cosa cercava di scacciarmi via, di eliminarmi. Il pavimento rivendicava la libertà di non essere calpestato, facendomi rabbrividire ogni volta che poggiavo la pianta del piede. Sarei potuto risalire sul letto, ma il corpo della donna mi respingeva con la sua estraneità. La conformazione delle nostre pelli, gli odori delle nostre carni e, cosa più sgradevole, le temperature dei nostri corpi erano differenti. Il fatto stesso che lei era come me, ma si limitava alla sua esistenza, mentre io continuavo a distruggere l’armonia dell’immobilità, mi rendeva suo nemico.Tutto era troppo diverso da me. Ogni secondo facevo attrito con ciò che mi circondava. Sentivo che la mia vita, per il solo fatto di essere, si logorava con le esistenze limitrofe. Ma la coscienza, tutta umana, non è adatta a sopportare un certo tipo di sensazioni. Di conseguenza, prima che il panico che mi andava riempiendo le vene divenisse un veleno letale, la mia razionalità ha trovato una via d’uscita: mi ha imposto di serrare le palpebre e pensare che si trattasse solo una manifestazione schizofrenica. Se tutto era così immobile come lo vedevo, le mie percezioni erano assolutamente infondate. E poi cos’era quel comportamento da persona speciale, se non un atto di superbia? Adesso potevo ben ridere della mia precedente presunzione di sentirmi diverso dagli altri, di percepire qualcosa che le persone normali non avvertono. Ero stato davvero stupido ad allarmarmi in tal modo. L’indomani, da persona “normale” (quale imploravo di essere in tale momento di disperata razionalità) con sintomi di anormalità, sarei andato dallo psicanalista che mi avrebbe prescritto una qualche sostanza allucinolitica e tutto si sarebbe risolto. Così avrei potuto continuare la mia vita senza preoccupazioni: avrei continuato ad andare a letto con mia moglie, a dormire con tranquillità, a fare tutto ciò che volevo. Continuare a fingere insomma. Forte dei miei ragionamenti ho sbarrato gli occhi con la stessa
immediatezza con la quale le mie convinzioni sono implose. Guardandomi intorno comprendevo che la mia vita da cieco, da persona “normale” era finita quella notte. Non ero solo io a logorarmi con le esistenze che mi si stringevano addosso da ogni parte, ma quelle facevano lo stesso con me e tra loro stesse. Ciò che fino a quel momento avevo percepito come immobilità, si andava configurando diversamente: innumerevoli placche di esistenza, prese in un incessante movimento di disintegrazione reciproca, recingevano il mio claustrofobico spazio. L’una fagocitava l’altra al fine di trovare il nutrimento necessario alla propria rigenerazione. Era l’istinto di sopravvivenza, o per meglio dire il dover essere per il solo fatto di essere ad attivare il meccanismo di quell’orgia suicida e generatrice. Questo era il motivo per cui precedentemente avevo percepito quale immobilità la tensione che vivifica ciascuna delle innumerevoli esistenze, che le relaziona tragicamente tra loro. Io, a differenza delle cose, soffrivo per il solo fatto di avere la coscienza di soffrire. Un gioco di specchi. Stupidamente ho cercato di scappare nel bagno, ma in quel luogo angusto il rosicarsi delle cose che lentamente incombevano affamate sul mio corpo, mi angosciava maggiormente. Ho deciso di passare il resto della notte all’aperto. Uscendo, ho avuto la sensazione che la maniglia stesse quasi inglobando la mia mano. Camminavo sul viale con l’impressione che il palazzo che mi lasciavo alle spalle si stesse inghiottendo da sé. Non solo, sapevo che anche il frutto della sua rigenerazione veniva già divorato dalle vie e dai marciapiedi che lo circondavano. Questi a loro volta rigurgitavano il loro nutrimento di cemento in fiumi grigi, su uno dei quali io camminavo. Fatto giorno, mi sono recato allo studio di uno psicanalista di mia conoscenza che, come mi aspettavo, mi ha prescritto il medicinale allucinolitico di cui ora tengo in mano il flaconcino. Il medico ridendo ha detto che mi avrebbe schiarito la vista. Io più seriamente penso di averne bisogno come della fede, per accecarmi un po’. Questo medicinale ha uno strano effetto, la testa mi gira
vorticosamente e di nuovo mi afferra la nausea. La penna sembra attorcigliarsi sulla mia mano come un serpente. Il foglio è assetato, succhia con foga l’inchiostro. Forse ne ho prese troppe di queste pillole, ma al compromesso e alla finzione non sono portato per mia indole. Con la poca umanità che mi rimane, ho deciso di divenire oggetto. Continuerò anch’io a logorare e ad essere logorato, ma senza soffrirne. Mi dispiace solo che gli uomini questa la chiamino morte.