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Delirio

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luca.mortellaro

ignazio.mortellaro


I


Buio. Le palpebre del bambino si spalancarono. Di fronte a lui un rugoso muro di cemento devitalizzò tutti i sogni vivacemente tinteggiati sulle pareti del suo cranio. Di quelle illusioni rimasero solo ricordi decomposti, dai quali stavano già germogliando angoscianti frustrazioni in bianco e nero. Le sue pupille nevrotiche correvano sulla superficie dell’imponente muro in cerca di uno sfogo, della speranza di oltrepassare quella barriera. Nel clima stantio in cui era immerso non arrivava un filo di frescura. Sembrava aria già respirata decine e decine di volte; si sentiva soffocare. Niente poteva infastidire quell’atmosfera di immobilità. Nell’oscurità di un battito di palpebre, una rovente speranza si infuocò nel suo piccolo petto; che fosse solo un incubo? Ma, al dischiudersi degli occhi, la luce cenerina che ristagnava sempre identica, rivelò che era la sua stessa vita ad essere un vero incubo. Un qualcosa, prima ridotto dall’orecchio a rumore di fondo, si andava facendo troppo molesto per non prestargli attenzione. Tanto molesto da gonfiargli gli occhi di infantile, sincera rabbia. Lo sguardo, appannato dalla collera, deviò verso quelle che si identificarono come urla. Focalizzò due individui, più simili a cani rabbiosi, che si sputavano l’un l’altro catarrose grida d’odio. Dalle loro deformi mani rigonfie fuoriuscivano disgustose dita tumescenti che stringevano delle banconote. Da quei pezzi di carta fuoriusciva un vomitevole odore di putrefazione, sembravano riciclati dalle fogne. I due li agitavano con tanta foga che pareva volessero far loro vomitare il segreto della felicità. Il bambino si chiese se la felicità potesse davvero essere riciclo della tristezza, che per lui era un escremento del piacere. Un ciclo di bene e male, insomma, nel quale dopo un po’ entrambi perdono significato. Si voltò nuovamente, mordendosi le labbra a causa di quella scena. Uno strappo di lucente panorama sbucò da una finestra ritagliata sul muro. Un’espressione di sorpresa mista a gioia si svegliò sul suo volto. E il sole allungò le sue abbaglianti dita fino a illuminare il suo cristallino. I suoi occhi arrossati respirarono, ma le orecchie


erano ancora martoriate dalle grida. La pelle stava cominciando a disidratarsi, travolta da una piena di deformi banconote che continuavano a ghignare perversamente. Le gambe cominciarono a procedere verso l’orizzonte, appena visibile dallo squarcio nella spessa parete. Ad ogni passo il confine tra cielo e terra si inclinava dall’una e dall’altra parte. Il bambino, ormai di fronte al vetro, vide un paio di mani tremanti aprire lentamente la finestra. Erano le sue mani, assolutamente autonome, indipendenti dalla volontà razionale della mente tiranna. Con la propria volontà, quelle mani e tutto il suo corpo si liberarono con uno sforzo sovrumano da quel fiume vischioso che gemeva come una bestia in fin di vita, maledicendo doveri, definizioni, significati, sofferenze, atrocità, dolori, clacson, fretta, pianti, singhiozzi, disperazioni, errori irrimediabili, assurdità, rinunce, rimorsi, rabbia, morsi, graffi, sangue. Gli uomini insomma. Le gambe si levarono sul bordo della finestra. In quel momento di assoluto equilibrio, un solco si aprì lentamente sulle labbra, crepando la maschera di malinconia che gli copriva il volto. Le incrinature crescevano e si allungavano intrecciandosi ad altre crepe, fino a far esplodere il marmoreo rivestimento di tristezza in una nube di polvere. Un soffio di vento spazzò via ciò che ne restava e si fermò ad accarezzare il suo volto liscio. La morbida pelle si era rilassata; non c’era pensiero, idea o ragionamento che ne intorbidasse la distensione. Mentre le lacrime si asciugavano all’aria fresca, i suoi occhi si abbassarono. Il sottile bordo della finestra era l’unico frammento di materia presente nell’immenso vuoto che sovrastava la terra e i mari infinitamente al di sotto dei suoi piedi nudi. Non sentiva più nulla, nessuna ipocrisia, nessuna discussione, nessun urlo, nessun odio. Nulla, tranne l’unico suono che può essere chiamato silenzio, il sensuale sibilo del vento che, leccandogli le orecchie, gli suggerì passionalmente l’unica Verità. Appreso il segreto della vita, i muscoli delle cosce esplosero in un improvviso salto nel vuoto. Gli occhi si chiusero, impassibili.


Nel momento in cui il vuoto cominciava ad entrare nello stomaco, facendolo rivoltare per la velocità della caduta, due enormi ali piumate si aprirono dalla sua schiena. Buio e sospensione. Dal silenzio le palpebre si spalancarono ancora una volta. L’immensità del mondo abbagliò il suo sguardo e restrinse le pupille a punti indefiniti. Abbagliò la sua stessa esistenza, riducendo anch’essa ad un meraviglioso punto indefinito, felicemente smarrito nell’universo. Il bambino scattò in un volo senza respiro, vigoroso e potente come una fenice. La sua velocità tagliava l’aria come i raggi di sole che gli battevano addosso. Planò sugli oceani, sfiorando la superficie blu oltremare dell’acqua. Sentiva i fiotti spumeggianti infrangersi sul proprio addome. Rasentò, sempre più veloce, deserti sterminati. Osservò indigeni decorati con bizzarri ornamenti d’avorio che battevano i piedi sulla terra polverosa al suono di enormi djembè; altri che nella nudità primordiale compievano riti sessuali di fertilità sul terreno e favolose cerimonie di socialità; altri ancora che cacciavano maestosi rinoceronti con fragili lance. Impennò il volo, sempre più fulmineo, verso le nubi minacciose e le trapassò come un dito attraverso la schiuma di un boccale di birra. Varcò bufere e uragani e tempeste di sabbia, vide montagne che grattavano i cieli e splendide coste scogliose e animali feroci e foreste impenetrabili. La velocità continuava a crescere. L’attrito con l’aria divenne tale da farla sembrare carta vetrata. La pelle delle guance cominciò a bruciare e gli arti erano così tirati dal vento che iniziarono a far male. La velocità aumentava sempre più. Sentiva le articolazioni tirate al massimo della tensione. La sofferenza divenne insopportabile ed egli provò a frenare spalancando le ali. Il suo corpo epilettico cercava di divincolarsi, ma la forza dell’aria gli strappò violentemente le ali con un agghiacciante strattone. La sua faccia terrificata si deformò in un volto agonizzante. Per l’ennesima volta chiuse gli occhi, di nuovo arrossati dalla disperazione. La furia del vento scomparve e un nauseante odore familiare cominciò a


seccare le sue narici. Buio e rabbia. Il bambino riaprì lentamente le palpebre. Che sollievo rivedere sulla propria schiena le splendide ali piumate ancora integre! Girò lo sguardo e scorse i due individui dalle mani rigonfie. Si urlavano addosso ancor più violentemente per sovrastare, con la loro voce iraconda, il rumore infernale del mucoso fiume di denaro in cui erano immersi fino al torace, che continuava a emanare quel vomitevole miasma. Il bambino vedeva tutto ciò nonostante le sbarre arrugginite della gabbietta in cui molto, terribilmente molto tempo dopo sarebbe morto. Oltre c’era solo il cemento su cui echeggiavano le sue mostruose urla. Con tremenda amarezza, acido di rabbia, preferì chiudere gli occhi per l’ultima volta e fu nuovamente buio.


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Delirio by ignazio mortellaro - Issuu