bartleby
Loro non mi vedono Cristina Mosca
ianieriedizioni narrativa breve
collana di narrativa breve 1
a cura di Federica D'Amato
Cristina Mosca Loro non mi vedono
Editore: Mario Ianieri Illustratrice: Michela Tobiolo Progetto grafico: Federica Di Pasquale Promozione e diritti: Rosamaria Ianieri Redattore: Federica D’Amato
Š 2014 Ianieri Edizioni www.ianieriedizioni.it
Tutti i diritti riservati Prima edizione giugno 2014 ISBN: 978-88-974-1763-7
La collana Bartleby nasce da un’idea di Federica D’Amato. “Bartleby lo scrivano” (Bartleby the Scrivener) è un racconto di Herman Melville pubblicato nel 1853 sulla rivista americana Putnam’s Magazine. L’opera è apparsa per la prima volta in Italia nel 1946, in appendice a Le isole incantate, traduzione di Giuliana Beltrami (Gentili, Milano).
La realtà è solo a volte qualcosa che si vede con gli occhi.
Loro non mi vedono Raccolta di racconti Cristina Mosca
Dare un perché ad ogni cosa
È stato mentre correvo sul molo che sono scivolato. Sono caduto da stupido, il solito distratto, precipitando da un tratto di cemento che conosco a memoria, che percorro sempre, anche in compagnia. Ci è voluto un mattino d’inverno per farmi perdere il ritmo, questione di un momento: ho messo male il piede, la caviglia si è girata. Non sono riuscito a riprendermi, non ho potuto ripararmi. Ho battuto la testa mentre con gli occhi fissavo già il cielo. È stato tutto molto veloce. Se non avessi battuto la testa non sarei scivolato nell’acqua, i vestiti non mi avrebbero tirato giù, il freddo non mi avrebbe sconfitto. Ma tutto è durato così poco. In un primo momento ho creduto di potermi riprendere. Mi sono guardato risalire, arrampicarmi, rimettermi in strada; scrollarmi il fango dalle mani, l’acqua dalle scarpe, ricominciare a correre. Avevo solo un vago senso di stordimento, come una vertigine. Solo in quel momento ho pensato che non mi ero mai tuffato vestito, o forse una volta sì, da bambino, quando ogni 11
peso si arrende davanti a quella strana forza che balla dentro. Avrei dovuto capire tutto, quando il vento di dicembre aveva smesso di sferzarmi il viso nonostante fossi impregnato di mare. Invece non ci ho fatto molto caso, invece non sentivo la differenza: è il freddo, ho pensato, è il freddo, ho solo perso sensibilità. Il corpo rivela meccanismi sempre nuovi, eppure tanto nostri da non riuscire a riconoscerli. Così, ho semplicemente ripreso a correre. L’aria aveva un suono diverso, i miei movimenti erano fatti di bolle. Le gambe assenti, le braccia come ali. È stato quando ho riconosciuto il mio k-way galleggiare pigro sull’acqua, che la verità mi ha spezzato il fiato ormai in dileguo. Non erano pinne da sub, non era plastica inerte: era proprio il mio k-way, afflosciato sulla corrente, quello che mi ha regalato Marika, quello che stringo alla vita quando vado a correre. Una specie di certezza. È stato in quel momento che ho capito che doveva esserci qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che non avevo saputo tenere a mente. Secondo un filosofo, fino a quando non si sa bene come cambiare vita bisognerebbe continuare a fare quello che si è sempre fatto. Perciò ho continuato a correre: non sapevo cos’altro fare. Continuo ancora adesso, per chilometri, senza farmi domande, sapendo di aspettare qualcosa ma senza capire bene cosa, soprattutto dimenticando tutto. Chi ero, dove andavo, cosa stavo facendo? 12
Intorno a me i colori sono cambiati e le luci si sono attenuate una, due, più volte: coordinate e affievolite dalla loro stessa sostanza. Cambiamenti quasi impercettibili o al contrario evidenti. Adesso ho la sensazione di non sapere più niente, niente. Sono come evaporato: corro e non capisco. E non mi stanco. Ogni tanto riesco a riconoscere le persone che incontro. Qualcuno in divisa, alcuni cani, ragazzi e ragazze preoccupati. Marika, Matteo, Luigi, la ragazza di Luigi… com’è che si chiama?, si conoscono da poco. Mamma, papà, perché siete qui? I colori si sono fatti accesi ma come indistinti, i gesti pesanti. Quando passo accanto alle persone l’aria è più densa, a tratti mi sembra di nuotare. Le voci sono attutite, non distinguo bene le parole. Loro non mi vedono, sono tutti così concentrati. Perché? Si affannano sul ciglio del lungofiume, parlano a bassa voce, sono bruschi al telefono. Stanno cercando qualcosa. Continuo a correre incontrando visi sconosciuti, nuovi, o forse sono sempre gli stessi, diversi in corpi, abiti, colori. È come se si muovessero più veloci di me, rendendo pochi chilometri un battito di ciglia. Alcuni di loro piangono. Hanno delle fiaccole accese, troppo deboli per il buio che mi circonda. Striscioni con la mia foto. Per me? È me che cercate? Ma io sono qui, finisco il giro e torno a casa. Avete sentito? Sono uscito solo poco fa dal mio apparta13
mento universitario, per la solita corsa settimanale. Ho lasciato il cellulare in stanza, ho portato con me solo le chiavi del portone d’ingresso. Il mio amico Gianfranco dice sempre che sono un disastro, non rispondo mai al telefono e mai una volta che richiamassi qualcuno. Temo che abbia preparato qualche scherzo a modo suo, per la mia festa di laurea: spero solo che non esageri, a mamma potrebbe dispiacere. Loro continuano a non vedermi. Le luci si stemperano, mi sembra di sognare. Sono nel fiume, nascosto bene, incagliato in un buio in cui non hanno ancora cercato. Si sono tuffati in punti lontani da questo, qui non sono arrivati. Non è colpa loro: è stata la corrente ad essersi accanita contro di me. È successo come quando a Marika cade la farfalla di un orecchino, se rapida si allaccia i capelli mentre studiamo: la farfalla sembra mettere le ali e alla fine sono io a ritrovarla quando Marika si arrende, sempre nella direzione opposta a quella in cui credeva di averla lanciata, per caso. Allo stesso modo, qualcosa che cade in un fiume viene alla luce solo quando è il fiume a deciderlo, restituito dal mare quando il mare lo vuole. Quando le persone smettono di cercare. Mamma e papà, i miei amici, Marika, Sabrina, Gianfranco, tutti, credono che mi abbiano rapito. Sono sicuri che non li ho ancora chiamati solo perché qualcuno me lo ha impedito. Mi preferiscono pensare in pericolo, ma vivo. È l’unica alternativa che hanno: immaginare 14
una traccia, nell’oscurità, verso la soluzione di un problema, è un barlume di speranza che acceca gli occhi più del sole. E io, io lo vedo bene che i cartelloni, i volantini e gli appelli in tv non servono a nulla: mamma, dovete venire a prendermi, io sono qui, mamma, e sono anche qui che continuo a correre, non provo nulla e vi guardo come in un film. La mia voce esce a bolle, risale da un’acqua fatta di presenza e assenza mescolate insieme. Di quello che tutti dicono distinguo solo i toni alti e quelli bassi, ma il significato è come imbrattato di nero. Credo mi stiano chiedendo di tornare, hanno scritto altri cartelloni. Ne esporranno uno anche allo stadio, dicono. Pensare che non ci vado mai, allo stadio. Pensare che la verità è sempre un rovescio del diritto che abbiamo davanti agli occhi... Agli esseri umani riesce impossibile aspettare che accada qualcosa. Nessuno riesce a rimanere senza fare niente. Si ha sempre il bisogno di chiudere i cerchi, di dare la responsabilità a qualcuno, di trovare un perché ad ogni cosa. Razionalizzare, spiegare, circoscrivere. Se una persona non torna a casa, la si cerca fino a quando non la si trova: è inevitabile, è naturale. È impossibile dire andiamo a dormire, riprenderemo domani. Non si sopravvive, quando non si sa se quella persona che amiamo sta soffrendo o ha bisogno di soccorso; è intollerabile non essere dove lei è, a difenderla, salvarla forse, e invece starsene magari sul divano a bere qualcosa di caldo. È 15
insopportabile immaginarla al freddo, da qualche parte, nella notte là fuori, mentre guarda con le spalle cascanti quel presepe di cemento che è la città, mentre noi si attraversa la sua camera al posto suo, toccando oggetti di cui non si conosce la storia, non si legge il ricordo, né mai lo si capirà: segni che il tempo sfuma in piccoli pegni di morte. Nessuno saprà quello che non ho avuto il tempo di scrivere. Nessuno saprà mai. Nessuno saprà mai quello che non ho ancora detto. Quante ragazze ha conosciuto la mia chitarra, quanti muri di imbarazzo ha sfondato, quanti sogni ha unito. La bellezza che si vede solo quando si lascia ascoltare, solo io e Marika la conosciamo: solo noi sappiamo cosa significa quando una canzone che prima non c’era ora è lì, ferma al centro del reale. Ci appare davanti, esce dalle nostre voci, sorride con i nostri sorrisi, ci innamora. Tra noi due non è mai caduto un bacio a rompere o unire certi ritmi sincopati. Una sola volta le ho fatto una carezza su una guancia, ma poi siamo arrossiti, come a svelare un sogno. All’inizio, quando è venuta a cercarmi, mamma non voleva mangiare. Ha rifiutato la cena e la colazione, cercava di scontare la mia pena sconosciuta. A pranzo, finalmente, ha accettato un pasto caldo, ma solo se seduta al mio posto, quasi illudendosi di una traccia del mio odore. 16
La sera, infine, hanno tutti comprato qualcosa: il corpo è un cane che dorme e se lo svegli di colpo si fa sentire. Papà ha scelto per mamma la pizza che lei ama di più, quella con il mais. Lei l’ha guardata senza espressione, poi l’ha presa con le mani, l’ha guardata ancora, sembrava non la vedesse: i suoi occhi le passavano attraverso, volevano vedere me. Poi l’aroma l’ha come svegliata e lei ha obbedito all’istinto, ha dato al suo pezzo di pizza un morso da bambina. E mentre io correvo ancora ho sentito nella luce e nella sospensione dell’aria che, in quel momento, qualche nascosta molecola del suo corpo si era arresa alla vita, cominciando a formulare la piccola, piccolissima abitudine alla mia assenza. A volte, in una storia, quello che è più difficile da accettare è che la storia sia da accettare e basta. Non ci sono colpe, nel mio presente, né responsabilità, se non il buco nero della mia distrazione. Non c’è nessuno da arrestare, nessuno da indagare. C’è solo un ragazzo da non dimenticare.
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