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Il teatro del buio - Angela Capobianchi, Rita Gambescia - Ianieri Edizioni

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Forsythia 8


La storia raccontata in questo romanzo è di pura fantasia. Personaggi, ambienti, nomi e situazioni sono frutto esclusivo della immaginazione delle autrici: ogni riferimento, analogia, somiglianza o coincidenza con luoghi, fatti, enti o persone reali, del presente o del passato, come pure eventuali omonimie, sono pertanto puramente casuali. Editing Federica D’Amato Š 2014 Ianieri Editore www.ianieriedizioni.it - info@ianieriedizioni.it Diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo, riservati per tutti i paesi. ISBN: 978-88-974-1773-6


Angela CapobianchI

Rita Gambescia

Il teatro del buio

ianierieditore


PROLOGO

«Ah, com’è breve e fugace il tempo della vita! Scivola via in un guizzo, come una saponetta dalle mani. Posso ben dirlo, io, che ho appena compiuto i settanta e ho la testa piena di fili bianchi». «Cosa vuol dire “fugace”, nonna?». «Che fugge via veloce. Ma è lungo, anche, quel tempo. Tanto lungo che in certi momenti pare che ti si appiccichi addosso, come resina vischiosa a un tronco. Nella mia adolescenza, a un certo punto capitò così. Non potevo fare nulla, se non stare immobile. E aspettare, aspettare... E annoiarmi a morte». «Se ti annoiavi, allora non successe nulla». «Oh, successero tante di quelle cose, invece… Quante, forse, non ne capitano in una vita intera». «Che anno era?». «Il 2013. Era l’autunno del 2013».

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Sì, mi annoiavo davvero, in quell’autunno del 2013. Avevo dodici anni, un libro sempre aperto sulla scrivania e nessuno con cui divertirmi. Nessuno di veramente in gamba, intendo. La mia classe era a dir poco deprimente. Neppure una faccia giusta, nessuno che anche solo lontanamente somigliasse all’amica, o all’amico, dei miei sogni. Seconda media. Il ponte fra l’infanzia e l’età adulta, come sentenziava mio padre pomposamente. Un ponte, già. Se mi fossi affacciata per guardare giù, però, non avrei visto altro che un enorme stagno, opaco e oscuro. Quanto all’altra sponda, neppure a parlarne. Invisibile. Persa nella nebbia della noia. Fu allora che accadde. Il destino prende strane forme, a volte: quella mattina di ottobre si presentò a me nelle vesti di un opuscolo di lucido cartoncino rosso. Mia madre me lo sventolò distrattamente sotto il naso, a colazione, poi lo posò sulla tovaglia e tornò a discutere con mio padre, col tono rapido e febbrile che usava quando l’argomento era il lavoro. Erano entrambi avvocati. La mattina uscivano sempre insieme: lei in tailleur, con il rossetto aggressivo e i tacchi alti; lui in abito e una cravatta ogni giorno diversa. Tornavano tardi, la sera. Spesso nervosi, qualche volta euforici. Sempre, comunque, stanchissimi. «Che cos’è?» biascicai, con la bocca piena di cereali al cacao. 7


«È un opuscolo. E non parlare mentre mangi, per favore». «Un opuscolo?». Lei mi fissò con impazienza. «Il concetto è assodato, mi pare. Sì, è proprio un opuscolo, gioia». Quanto mi dava sui nervi quando prendeva quel tono saccente… «Che roba è?» chiese mio padre, allungando il collo al di sopra della prima pagina del quotidiano che teneva aperto davanti a sé. «Una scuola» cantilenò lei, ammiccante, posando il tovagliolo e prendendo in mano il cartoncino rosso. Sorrideva, ora, con aria misteriosa. Mi sentii rabbrividire. Quando mia madre cominciava così, c’era da preoccuparsi. Aveva quello stesso sguardo anche anni prima, quando mi aveva proposto di cominciare a studiare il pianoforte. La stessa, identica espressione eccitata e trionfante. Poi era stata la volta del corso d’inglese, seguito a ruota da quello di fumetto e di pittura su stoffa. C’ero sempre cascata, naturalmente. Ero piccola, debole e inerme. Ma ora le cose erano cambiate. Avevo dodici anni ormai. Ero sul ponte. Raddrizzai la schiena. «Senti, mamma, io non ho nessuna intenzione di…». «Aspetta, aspetta... Non si tratta di una scuola vera e propria. Be’, in effetti lo sarebbe, però… È una specie di gioco, ecco». «Un gioco? Che gioco?». Avevo gli occhi a fessura per la diffidenza. «Non dici sempre che ti senti sola?» riprese lei. «Che ti annoi? Che non hai di meglio da fare che studiare tutto il santo giorno? Non stai sempre lì a lamentarti? Sì o no?». 8


Inarcai le sopracciglia, infastidita: messe così, le mie inquietudini diventavano solo le bizze di una ragazzina capricciosa e viziata. «E ho torto, forse?» sbottai. «Voi non state mai con me. Avete sempre cose più importanti per la testa. E quasi nessuno dei miei compagni è di vostro gusto». «Di tuo gusto, vuoi dire» mi corresse mio padre, ripiegando il quotidiano con aria conclusiva. «Senti, tesoro» intervenne mia madre, con tono più dolce, «sai che noi facciamo del nostro meglio con te. Lo abbiamo sempre fatto. Ma il lavoro è lavoro e…». «…e la vita non è un gioco» completai stancamente. Era il loro motto preferito, un tormentone che ormai conoscevo a memoria. «Ma tu… tu puoi permetterti di giocare ancora per un po’!» esclamò mia madre imprevedibilmente, strizzandomi l’occhio e ammiccando verso l’opuscolo. «Dagli un’occhiata, può darsi che t’interessi. Altrimenti, pazienza. Troveremo qualcos’altro». Si alzarono entrambi, mi stamparono un bacio sulle guance e sparirono oltre la porta. Io rimasi seduta al tavolo. La scuola quel giorno era chiusa per dei lavori di riparazione, potevo prendermela con comodo. Così terminai la mia colazione con tutta calma, in compagnia di quell’opuscolo: un’irresistibile minaccia rossa sul bianco innocente della tovaglia. Avvicinai la mano, poi la ritrassi. Forza, mi dissi, non morde mica. Se è una trappola, stavolta non ci casco. Sono grande, ormai. So difendermi. Il cielo aveva preso a rumoreggiare e un lampo viola rischiarò la stanza. A quella luce improvvisa il cartoncino mandò uno strano bagliore e le sue lettere dorate presero a brillare a intermittenza, seguendo il 9


mutevole stato del cielo. Sembrava che ammiccassero anche loro, come mia madre. Allungai il collo e lessi: «E tu, che personaggio vuoi diventare?». Una porta si spalancò di colpo davanti a me. In un baleno mi apparvero mille figure: re e regine, corsari, cacciatori di tesori, fate, folletti, uomini dal volto mascherato… Con un movimento fulmineo afferrai l’opuscolo e cominciai a leggere. Non lo sapevo ma avevo davvero oltrepassato una porta. Quella che il destino - sotto le innocenti sembianze di un opuscolo rosso - aveva scelto per me.

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«Okay, ci vado» annunciai la sera stessa entrando in cucina. Mia madre, in piedi davanti ai fornelli, fissava costernata una pentola impazzita che si era messa a schizzare sugo di pomodoro su tutte le superfici circostanti. Era in quella che normalmente definiva la sua deprimente versione serale: grembiule, pantofole e guanti di gomma. «Devo fermare questo massacro» borbottò risoluta, afferrando un coperchio e brandendolo come uno scudo davanti a un drago sputafuoco. Lo piantò con forza sulla pentola e tirò un lungo sospiro di sollievo. Infine si guardò intorno, constatando il disastro: schizzi rossi dappertutto, perfino sui vetri delle finestre e sullo schermo del televisore acceso. «Santo cielo, che guaio!». «Forse dovresti solo abbassare un po’ la fiamma» suggerii con calma. «Dici? Ah, sì, certo». Eseguì, poi si chinò a sollevare il coperchio con la cautela di un artificiere alle prese con un ordigno esplosivo. «Comincia domani» annunciai, sedendomi sul tavolo con le gambe ciondoloni. «Molto bene» disse lei, raddrizzando la schiena. «Tutto calmo. Tutto sotto controllo. Vedi, tesoro? L’importante, nella vita, è non farsi mai prendere dal panico. Cos’è che dicevi?». 11


«Che comincia domani. E che ho deciso di andarci». «Dove?». Ora si era messa a pulire gli schizzi con un certo accanimento. «Cos’è che comincia domani?». «La scuola, mamma». «Tesoro, tu già vai a scuola, cosa stai dicendo?». Alzai gli occhi al cielo. Alle volte mi domandavo come facesse quella donna a riuscire così bene nel suo lavoro, distratta com’era. Un avvocato non poteva certo permettersi di dimenticare le cose con la spensierata disinvoltura di mia madre. Ma forse, riflettei con una punta di malessere, lei dimenticava solo le cose poco importanti. «La scuola di recitazione, mamma. Stamattina. A colazione. L’opuscolo rosso. È stata una tua idea. Ricordi?». Si girò a guardarmi inespressiva, poi il suo viso si illuminò. «Ah, sì! La recitazione. Certo che me ne ricordo. Non sono mica rimbambita». «No, mamma». «Sono contenta che tu abbia deciso di provare. Potrebbe essere divertente». «C’è solo un piccolo problema». «E cioè?». «Bisogna frequentarla per tre giorni alla settimana. Due ore a lezione». «Be’, è una scuola, no? È normale che venga richiesta una certa frequenza. Non vedo il problema». «Il problema è che due giorni su tre coincidono con le lezioni di pianoforte». Lei sollevò lo sguardo dal lavandino, dove aveva appena messo l’insalata sotto il getto dell’acqua, e interruppe di colpo ogni attività. 12


La parola pianoforte era una specie di lasciapassare con mia madre: se volevi in pieno la sua attenzione dovevi solo pronunciarla. Adorava l’idea che io lo suonassi, e l’illusione che me la cavassi piuttosto bene la mandava su di giri. Ero certa che avrebbe preferito che fossi ignorante come una capra piuttosto che una frana alla tastiera. «E allora non puoi iscriverti. Che peccato». «Ma io voglio andarci». «Io voglio e voglio… Ricorda che l’Erba Voglio, tesoro mio, non cresce nemmeno nel giardino del re». Un ciabattare per il corridoio accompagnò una risatina ironica: «Eh, addirittura! Nemmeno nel giardino del re! Va bene che è difficile trovare un buon giardiniere, di questi tempi, ma insomma…». Mio padre aveva fatto la sua apparizione nel momento più opportuno. Pantofole, pantaloni sformati di felpa e camicia spiegazzata: la sua versione serale non era meno deprimente di quella della moglie. Ma lo adorai per aver consumato l’ultima goccia di spirito della sua giornata per me: fortuna che almeno a lui non mancava l’umorismo con cui ogni tanto provava a farmela spuntare. Questa volta, però, l’impresa non sembrò riuscire. Mamma lo ignorò, alzò il volume del televisore e gli urlò - senza alcun motivo dal momento che era lì: «Dario, guarda! C’è quell’intervista col Ministro della Giustizia di cui abbiamo parlato oggi». «Ho capito» tagliai corto. Discutere con lei era inutile, lo sapevo bene. Mi sarei solo arrabbiata. Girai sui tacchi e tornai in camera mia. Avevo le lacrime agli occhi per la delusione: per tutto il giorno avevo fantasticato su come sarebbe cambiata la mia vita frequentando quella scuola. La 13


mia mente si era lasciata cullare da un sogno in cui prestigiosi palcoscenici, splendidi costumi e applausi torrenziali erano gli elementi essenziali. Finalmente sarei stata io la protagonista: la più ammirata, la più osannata... la più sfortunata, la più sola. Mi gettai sul letto, triste come non lo ero da tempo, e restai lì, immobile, per un tempo che mi parve lunghissimo. Poi la porta della mia stanza si aprì. Non mi girai. Non mi importava chi dei due fosse venuto a chiamarmi per la cena. Non mi importava neanche della cena. Non mi importava di niente. «Ho telefonato all’insegnante di pianoforte» disse la voce di mia madre. «D’ora in poi verrà nei giorni pari: il martedì e il giovedì. In quelli dispari potrai andare a studiare recitazione». Mi alzai di scatto a sedere sul letto. I miei genitori erano entrambi sulla porta. «A patto, però, che non trascuri la scuola» mi ammonì mio padre, con una certa austerità. «E il pianoforte» aggiunse mia madre. Balzai in piedi e li abbracciai, euforica. Ero certa che quella decisione avrebbe cambiato la mia vita. Avevo ragione. L’avrebbe cambiata. Anche se allora non potevo certo sapere quanto.

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