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DICEMBRE 2018
Non è uguale per tutte: chi ci lascia silenziosamente, chi vive per l’eternità, chi ha una fine violenta
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na nuova veste grafica più vicina al magazine cartaceo, un cms (content management system, il software per realizzare il sito) più “amichevole”. Una newsletter più bella graficamente e facile da leggere. Nasce, o meglio si rinnova, così, Global Science, il quotidiano on line edito dall’Agenzia spaziale italiana in collaborazione con Globalist.it. E con la nuova veste grafica nasce anche il dominio Globalscience.it. Il quotidiano on line avrà infatti da ora una connotazione autonoma rispetto alle altre testate del gruppo Globalist. Questo permetterà un accesso diretto al giornale, con vantaggi per i lettori e una migliore indicizzazione delle notizie che vi appariranno. Per il resto non cambia nulla. Global Science nella sua nuova veste mantiene l’ambizione di essere il sito di riferimento per quanto riguarda il mondo aerospazio e dell’astrofisica, con incursioni nella fisica delle particelle come nella robotica, attento alla cosiddetta space economy ma soprattutto alla cultura che pervade il mondo della scienza. Il quotidiano on line Global Science nasce come emanazione della rivista cartacea (ne state sfogliando l’ultimo numero) che ne è divenuta il supplemento. Una rivista inizialmente nata per essere pubblicata in occasione dei festival della scienza che caratterizzano il nostro paese, ma che poi ha assunto una stabilità e una regolarità di pubblicazione. Attualmente è un trimestrale, ma l’obiettivo per l’anno prossimo è di farne un bimestrale e dare vita a una sua versione inglese ogni 4 mesi. Una scelta dettata dai riconoscimenti ricevuti: quella di una rivista e di un sito che fa giornalismo, edito da un ente, ma che vuole raccontare tutto il mondo che lo riguarda. Per gli aspetti specifici dell’ente c’è il sito, a breve anche questo totalmente nuovo. Ma c’è un altro aspetto che riguarderà Global Science. Per chi vorrà per il 2019, sarà possibile ricevere la rivista cartacea direttamente a casa propria, senza costi aggiuntivi. La nuova veste grafica del sito Globalscience.it si accosta al magazine, si integrerà con gli altri prodotti editoriali Asi, come Asitv e Radiogs, interagirà meglio con i social e in particolare Youtube a cui sarà dato maggiore impulso trasformando il canale in Globalscience tv. Interagirà ancora meglio con lo stesso sito dell’Asi e il nuovo sito del merchandising dell’Agenzia
L’EDITORIALE
IL FUTURO È FRUTTO DELL’EVOLUZIONE di Francesco Rea @francescorea
«Per correre in Formula 1 non è indispensabile essere Sebastian Vettel»
spaziale italiana. Già perché a breve si potrà acquistare un prodotto, di qualità si intende, quale che ne sia il valore economico, con il marchio Asi. E aspettatevi altre sorprese. Non è un restyling, dunque, ma una nuova tappa per produrre un progetto editoriale che sia più evoluto, ma che sappia mantenere la sua voglia di continuare ad evolversi, con l’augurio che possa trovare sempre più lettori avvicinandoli a conoscere il mondo della ricerca, della tecnologia e dell’innovazione che caratterizzano lo spazio. Come ogni testata editoriale l’intento è creare momenti ed eventi perché il pubblico si avvicini alle attività spaziali. Perché per andare nello spazio non è necessario essere astronauta, come per correre in Formula 1 non è indispensabile essere Sebastian Vettel. global science - 3
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OMMARIO
N.13 - DICEMBRE 2018
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“L’editoriale” DI FRANCESCO REA
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“Il silenzio del cacciatore” DI FRANCESCO REA
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“Sonda che sei destino che hai” DI FRANCESCO REA
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“Caccia all’asteroide” DI FULVIA CROCI
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“Insight conquista Marte” DI MANUELA PROIETTI
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“Incontri hot da record” DI ILARIA MARCIANO
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“BepiColombo: pronto a svelare i segreti di Mercurio” DI ELISA NICHELLI
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“Il ritorno della Soyuz” DI GIULIA BONELLI
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“Razzi nello spazio, quanto è rischioso?” DI GIULIA BONELLI
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“Un’agenzia unica per la ricerca?” DI GIUSEPPINA PULCRANO
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“Nasce il sistema radar Siasge in banda X e L” DI MANUELA PROIETTI
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“I festival della scienza” DI MANUELA DI DIO
TESTATA GIORNALISTICA GRUPPO GLOBALIST Reg. Tribunale Roma 11.2017 del 02.02.2017 online www.asi.it - globalscience.it
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“La conquista della Luna vista da Armstrong” DI PAOLO D’ANGELO
direttore responsabile Gianni Cipriani direttore Francesco Rea progetto grafico Paola Gaviraghi grafica Davide Coero Borga
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“Spazio ai libri” DI GUARNERI E PICCIRILLI
coordinamento redazionale Manuela Proietti redazione ASI - Globalist pubblicità Paola Nardella redazione@globalscience.it
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epler, chi era costui? In realtà un grande astronomo tedesco che ebbe il merito di provare empiricamente quella che è stata definita la rivoluzione copernicana. Non era il Sole a ruotare intorno alla Terra, ma i pianeti a ruotare intorno al Sole. Da lui le tre leggi di Keplero sul moto dei pianeti che gli valsero, l’epoca era grama, la morte in indigenza nel 1630. A questo fenomenale astronomo, dedito anche alle profezie astrologiche e scopritore di una supernova che porta il suo nome, è stato dedicato uno dei telescopi spaziali più noti ed importanti nella storia mondiale dello spazio: Kepler appunto. Questo telescopio della Nasa dieci anni or sono andò a fare competizione spaziale, guardando a dire il vero all’emisfero nord del cielo, non a sud come il suo concorrente, al maggiore cacciatore di esopianeti all’epoca esistente, lo strumento Harps, uno spettrografo, montato su un telescopio terrestre dall’Eso sugli altipiani cileni de La Silla. Due strumenti fantastici per scovare gli esopianeti, i pianeti esterni al nostro sistema solare, appartenenti ad altri sistemi stellari. Entrambi, pur con metodi diversi, hanno dato forza alle affermazioni di Giordano Bruno, mille soli, innumerevoli pianeti. Come detto entrambi hanno fatto la storia seppur con metodi diversi: Harps individua le interferenze gravitazionali che un pianeta produce orbitando intorno alla sua stella: come se una macchina ti passasse accanto e il suo passare ti scuotesse. Kepler è, era, una sorta di occhio di falco ed individuava l’abbassarsi della luce emessa dalla stella al passaggio di un pianeta che si frapponeva tra il suo Sole e il telescopio che la osservava. Una eclissi. Quasi impercettibile. Ma appunto, quasi. Insieme hanno scoperto migliaia di pianeti extrasolari. A dire il vero più Kepler da quando è entrato in funzione. Ma ad esempio l’Istituto Nazionale di Astrofisica ha capito il potenziale di farli lavorare insieme, uno sulla massa degli esopianeti, l’altro sull’interferenza luminosa. È nato così Harps-N montato al Telescopio Nazionale Galileo. Sì e dunque? Di che stiamo parlando? Avete ragione, sembra fuffa. Invece non lo è. Sono esempi di una vittoria scientifica. Quando hanno iniziato ad operare Harps (2004) e poi Kepler (2009) quella che era una ipotesi tanto ragionevole che ad ipotizzarla fu Giordano Bruno per questo condannato al rogo, restava difficile da provare. Ma beccato il pri-
BATTERIE ESAURITE, KEPLER CONCLUDE LA SUA MISSIONE
IL SILENZIO DEL CACCIATORE di Francesco Rea @francescorea
«Due strumenti fantastici per scovare gli esopianeti»
mo poi si affinano le armi. Come per gli asteroidi: ora teniamo sotto controllo oggetti celesti assai piccoli che a ieri non sapevamo esistessero. Insomma tutto questo per dire che Kepler non ce l’ha fatta, che le sue batterie sono finite, che deve mettersi a riposo, perché contrariamente ai telescopi a Terra cambiargli le batterie non è cosa semplice, non necessariamente utile. Al suo posto Tess, più grande e più efficiente che pria. Accanto Harps che sia con o senza N. A Kepler, come a tutte le altre sonde che completano la loro missione, rendiamo l’estremo saluto… Ma anche a quelle che non smetteranno mai di compiere la loro missione, messaggere del genere umano oltre il sistema solare.
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LE SONDE SPAZIALI HANNO UNA LORO VITA
SONDA CHE SEI DESTINO CHE HAI di Francesco Rea @francescorea
Sonda che sei destino che hai. Ecco le loro storie. Il telescopio spaziale Kepler della Nasa ha scritto un capitolo fondamentale nella storia dell’esplorazione spaziale, scoprendo oltre 2.600 esopianeti in 9 anni di onorato servizio. Da diversi mesi il telescopio spaziale era in riserva e lo scorso 15 novembre – proprio nell’anniversario della morte dell’astronomo che alla navicella aveva dato il nome, l’astronomo tedesco Johannes Kepler scomparso il 15 novembre 1630, si è conclusa la sua straordinaria missione. Lanciato il 7 marzo 2009 da Cape Canaveral, il telescopio spaziale ha effettivamente superato difficoltà insormontabili per altre missioni. Da tempeste di raggi cosmici a guasti tecnici e meccanici, Kepler è sopravvissuto eroicamente in tutti questi anni, quasi triplicando la durata inizialmente prevista. La missione della sonda spaziale Dawn della Nasa, a cui l’Italia ha dato un importante contributo con l’Agenzia spaziale italiana (Asi) e l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), si è conclusa dopo 11 anni e due estensioni della sua vita operativa, a causa dell’esaurimento di idrazina, il propellente che di solito viene utilizzato per il controllo orbitale e di assetto dei satelliti. Lanciata il 27 settembre 2007 da Cape Canaveral, Dawn è stato l’unico veicolo spaziale ad aver orbitato attorno a due corpi celesti distinti nello spazio profondo: l’asteroide Vesta e il pianeta nano Cerere, il cui studio ha fornito molte indicazioni sulla formazione del Sistema Solare. Uno degli strumenti a bordo della sonda era lo spettrometro italiano Vir (visible and infrared mapping spectrometer) che ha inviato a Terra oltre 11 milioni di immagini e 90 GB di dati, contribuendo in maniera decisiva allo studio accurato delle caratteristiche e della storia di Vesta e Cerere. È stata definitamente spenta lo scorso primo novembre. La sonda Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha completato la sua missione sul suolo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. 8 - global science
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Come previsto, il computer di bordo e tutti gli strumenti si sono spenti, dopo avere inviato a Terra le immagini più ravvicinate mai viste del suolo della cometa. Rosetta ha inviato anche dati su gas e polveri vicini alla superficie, che potrebbero contenere informazioni preziose per ricostruire le origini del Sistema Solare e, forse, per scoprire molecole alla base dei mattoni della vita. La missione è ufficialmente terminata, dunque, alle 12:40 (ora italiana) del 30 settembre 2016, posandosi sulla superficie della cometa dopo 12 anni di vita operativa. Lanciata il 2 marzo 2004, Rosetta, dopo un profondo letargo durato 31 mesi si è svegliata automaticamente il 20 gennaio 2014. L’avventura è continuata con un’altra tappa fondamentale: il rendez-vous del 6 agosto 2014 con la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che Rosetta ha scortato lungo il tragitto del suo avvicinamento al Sole e sulla quale, il 12 novembre successivo, ha fatto atterrare il lander Philae. Il termine nominale della missione era inizialmente programmato per dicembre 2015, ma fu prolungata fino a settembre 2016, fino a quando, cioè, gli strumenti della sonda non hanno più potuto essere sufficientemente alimentati dall’energia del Sole. A 20 anni dal lancio della sonda Cassini-Huygens, dopo 13 anni di incredibili corse fra le lune e gli splendidi anelli di Saturno, poco prima delle 14,00 del 15 settembre 2017 la sonda realizzata da Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi) si è tuffata nell’atmosfera del pianeta. Il tuffo di Cassini nell’atmosfera di Saturno è stato deciso proprio in virtù delle eccezionali scoperte fatte dalla missione, che ha inviato sulla Terra le immagini dei monti e dei fiumi di idrocarburi della più grande luna di Saturno, Titano, e i dati che indicano che i ghiacci di un’altra luna, Encelado, nascondono un oceano che potrebbe ospitare la vita. Non distruggere la sonda facendola pre-
«Le sonde messaggere del genere umano nel sistema solare e oltre»
cipitare su Saturno rischiava che un’eventuale collisione potesse contaminare di quei mondi, compromettendo future scoperte. Le navicelle Voyager, lanciate nel 1977, hanno concluso le loro missioni primarie di esplorazione di Giove e Saturno prima e Urano e Nettuno poi, ma sono ancora oggi in attività. Voyager 1 è stata la prima sonda a inabissarsi nello spazio interstellare, ed è l’oggetto costruito dall’uomo che si trova più lontano dalla Terra (oltre 20 miliardi di chilometri). Insieme alla sorella Voyager 2, che recentemente sembra abbia lasciato definitivamente il nostro sistema solare. Entrambe sono destinate a proseguire senza fine un viaggio nella nostra galassia con l’augurio che un giorno possano contattare un’altra civiltà e questa sia in grada di interpretare i messaggi che portano a bordo. Male che vada ne disegneranno le immagini quali graffiti in una grotta.
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DUE MISSIONI PER STUDIARE DA VICINO GLI ENIGMATICI OGGETTI CELESTI
CACCIA ALL’ASTEROIDE di Fulvia Croci @ASI_spazio
La fascia principale degli asteroidi è la regione del sistema solare situata grossomodo tra le orbite di Marte e di Giove.
Lo studio degli asteroidi, piccoli oggetti celesti dalla composizione simile a quella di un pianeta terrestre testimoni degli albori del Sistema solare, è un tema di forte interesse per le agenzie spaziali che nel corso degli ultimi anni hanno investito notevolmente per poterli osservare sempre più da vicino. Le missioni Hayabusa e Osiris Rex targate rispettivamente Jaxa e Nasa hanno proprio questo obiettivo, sono due sonde strutturalmente diverse, ma legate da un compito comune: riportare sulla Terra campioni di materiale proveniente dalla superficie di un asteroide. Il Giappone vanta il primato di aver portato a termine la prima missione di sample return diretta su un asteroide, nel 2003. A detenerlo, la prima delle due sonde Hayabusa: è atterrata sulla superficie dell’asteroide Itokawa prelevando un campione del suolo per poi fare ritorno sulla Terra nel 2010. L’analisi dei granelli di roccia raccolti, ha permesso di calcolare l’età di Itokawa che si è rivelato un vero e proprio fossile del Sistema solare, nato 4,6 miliardi di anni fa. Nel 2014, il Giappone ha tentato di nuovo l’impresa con Hayabusa 2 che ha puntato a Ryugu, un asteroide di tipo C di forma quasi sferica di circa 900 metri. A bordo, quattro com-
pagni di viaggio, tre rover, i Minerva, dotati di una mobilità particolare che gli permette di muoversi a saltelli, e un lander, Mascot. Gli obiettivi della missione prevedono l’entrata in orbita, l’analisi della superficie di Ryugu in remote sensing, la realizzazione di misure in situ grazie ai tre rover, il prelievo di campioni dalla superficie e il ritorno sulla Terra. Hayabusa 2 ha raggiunto Ryugu nel giugno scorso e ha rilasciato due rover sulla superficie nel mese di settembre. I due veicoli hanno prodotto spettacolari immagini della superficie e si occuperanno anche di misurare la temperatura del suolo per poterle confrontare con quelle rilevate dalla sonda madre. A ottobre, è stata la volta del rilascio di Mascot, che ha completato la discesa in sei minuti per poi rimbalzare sulla superficie ben otto volte, grazie alla bassissima gravità di Ryugu, riuscendo a fermarsi solo dopo mezz’ora. Mascot ha fornito una prima panoramica dell’asteroide, svelando un mondo totalmente roccioso, quasi del tutto privo di polveri in superficie. A seguito dei dati raccolti dai tre veicoli il team della Jaxa ha deciso di posticipare a gennaio 2019 la prima raccolta dei campioni che sarà effettuata dalla stessa sonda madre. Il ritardo è da attribuirsi alla
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Gli asteroidi sono la popolazione più numerosa del Sistema solare e lo studio della loro composizione può dirci molto sul nostro passato.
presenza di una superficie che si è rivelata più accidentata del previsto, tale da rendere necessaria un’analisi più accurata del sito del landing al fine di minimizzare i rischi per la sonda durante le manovre di l’atterraggio. Inoltre la posizione di Ryugu - che si troverà nascosto dal Sole tra novembre e dicembre - non consentirà le comunicazioni tra la sonda e il centro di controllo. La seconda fase di raccolta è prevista per la prossima primavera mentre il ritorno verso casa avverrà tra novembre e dicembre del prossimo anno, con arrivo nel 2020. Dall’altra parte dell’oceano, la Nasa ha fatto tesoro dell’esperienza accumulata con le sonde Galileo e Near Shoemaker mettendo a punto la missione Osiris Rex, fiore all’occhiel-
lo della caccia agli asteroidi made in Usa. Partita da Cape Canaveral nel 2016, la sonda è dedicata allo studio di Bennu, un asteroide carbonaceo di tipo B che non ha subito molti cambiamenti geologici dopo la sua formazione. Osiris Rex mapperà le proprietà chimiche e mineralogiche di Bennu e recupererà un campione di regolite carbonacea per ricostruirne la storia e la distribuzione. Lo scorso 14 novembre Osiris Rex ha esteso per la prima volta con successo il suo braccio robotico Tagsam, l’elemento chiave per la raccolta dei campioni di regolite su Bennu. La sonda infatti non atterrerà sulla superficie dell’asteroide ma utilizzerà questo complesso componente lungo 3,3 metri dotato di tre giunzioni articolate e di una ‘testa’ per prelevare il materiale superficiale. La sonda ha raggiunto Bennu il 3 dicembre e trascorrerà il prossimo anno esaminando la sua struttura e composizione, alla ricerca di due possibili siti per il prelievo del campione. La raccolta avverrà nell’estate del 2020 e una volta terminata, Osiris Rex si dirigerà nuovo verso Terra dove rilascerà la capsula contenente il suo prezioso carico nel 2023.
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PRIMO STUDIO IN SITU DELL’INTERNO DI UN PIANETA
INSIGHT CONQUISTA MARTE di Manuela Proietti @unamanus
Su Marte c’è un nuovo visitor terrestre. Si chiama InSight che sta per Interior exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport, ed è il lander a cui la Nasa ha affidato il compito di studiare la struttura interna del mondo rosso. Partito lo scorso maggio, InSight è arrivato su Marte lo stesso giorno in cui il suo predecessore Nasa, il rover Curiosity, sei anni prima partiva alla volta del vicino pianeta, e come lui, ne ha toccato la superficie dopo aver superato la prova più difficile che lo attendeva: i sette, critici minuti che intercorrono tra il tuffo in atmosfera e l’atterraggio. È la sequenza che in gergo prende il nome di Edt, entry descent and touchdown, durante la quale il lander esegue, in completa autonomia, una lunga serie di comandi che devono portare il veicolo all’ammartaggio morbido. In quei Seven minutes of terror, come ama definirli la Nasa, se qualcosa va storto, la sonda si schianta al suolo e nessun messaggio arriva a Terra, come è accaduto a quasi la metà dei veicoli che hanno tentato di conquistare Marte. La difficoltà sta nel frenare la folle corsa verso il suolo - una discesa lunga 128 km imboccata alla velocità 5,6 km al secondo – in una manciata di minuti e quasi senza l’aiuto dell’atmosfera perché quella di Marte è molto rarefatta rispetto alla nostra. InSight ce l’ha fatta – è l’ottava volta nella storia dell’umanità - e ha inviato a terra il suo segnale, captato dalla rete del Deep Space Network, di cui fa parte anche la parabola del radiotelescopio italiano Srt, situato in Sardegna. E dalle 20:52 del 26 novembre, come confermato dal microriflettore italiano Larri, il lander Nasa staziona sulla Elysium Planitia, una enorme pianura prevalentemente sabbiosa situata vicino all’equatore marziano, così monotona e desolata da essere stata battezzata dal team di InSight il più grande parcheggio di Marte. Ma per il lander il paesaggio non conta. Oggetto delle sue indagini sarà l’interno del pianeta, mai studiato prima con strumenti al suolo. Per circa un anno InSight cercherà di captare eventuali segnali vitali di Marte, utilizzando due strumenti principali: un sensore termico e un sismografo che nei piani dovrebbero essere calati fino a 5 metri di profondità, dopo che una talpa meccanica avrà scavato la strada, rocce permettendo.
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LA SONDA NASA SFIORA IL SOLE
INCONTRI HOT DA RECORD di Ilaria Marciano @ASI_spazio
Dopo essersi aggiudicata il primo posto come veicolo spaziale che più si è avvicinato al Sole in assoluto, Parker Solar Probe, la missione Nasa dedicata allo studio della nostra stella, continua a rimanere sul podio stabilendo nuovi record. Durante il primo di 24 flyby previsti, avvenuto lo scorso 31 ottobre, Parker ha ‘sfiorato’ la nostra stella passando a una distanza di soli 24 milioni di chilometri immergendosi nella corona solare e sfidando temperature che raggiungono picchi di 1.377 gradi. E lo ha fatto ad una velocità altrettanto degna di nota, di oltre 340.000 chilometri orari, battendo così qualsiasi altra missione passata. A proteggerla dal calore solare è stato uno scudo termico di carbonio spesso 11 centimetri. I dati inviati al centro di controllo a terra, hanno confermato al team della missione che la sonda e i suoi strumenti continuano a funzionare correttamente. «Parker Solar Probe rappresenta il risultato di sei decenni di progressi scientifici», ha dichiarato Thomas Zurbuchen, amministratore associato dello Science Mission Directorate della Nasa. «Abbiamo effettuato la prima visita ravvicinata dell’umanità alla nostra stella, che ci permetterà una più profonda comprensione del nostro Universo». Nei 7 anni previsti di missione, la Parker Solar Probe, il primo veicolo a visitare una stella, raggiungerà luoghi mai visitati prima da nessun veicolo spaziale, portandosi 6,16 milioni di km dalla superficie del Sole. A giudicare dagli ultimi aggiornamenti la strada intrapresa dalla sonda è quella giusta. Durante i passaggi ravvicinati esplorerà nuove regioni dell’atmosfera solare, aiutando così la comunità scientifica a comprendere alcuni meccanismi stellari su cui ci si interroga da decenni. Dopo la sonda Nasa, sarà poi il turno di Solar Orbiter dell’Agenzia spaziale europea (Esa), a cui l’Agenzia spaziale italiana ha contribuito con il coronografo Metis e lo strumento Swa (Solar wind analyzer). Solar Orbiter ci darà una visione diretta dei poli, elemento chiave per comprendere le eruzioni e i campi magnetici solari.
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UNO SGUARDO SUL PIANETA DEGLI ESTREMI
BEPICOLOMBO: PRONTO A SVELARE I SEGRETI DI MERCURIO di Elisa Nichelli @lalalelisa
Erano le 3:45 del mattino del 20 ottobre 2018, in Italia, quando dalla base spaziale europea di Kourou, nella Guyana francese, BepiColombo partiva per il suo viaggio verso Mercurio. La missione spaziale, frutto della collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e l’Agenzia spaziale giapponese (Jaxa), prende il nome dallo scienziato italiano Giuseppe Colombo, e porta con sé due sonde distinte, che si separeranno all’arrivo a Mercurio ed effettueranno studi complementari tra loro, volti a svelare la natura del pianeta più vicino al Sole. Ci vorranno più di sette anni per raggiungere la meta, non tanto per motivi di distanza - Mercurio è uno dei pianeti più vicini al nostro, in effetti - quanto perché inserirsi nell’orbita del pianeta è molto complicato, e richiede manovre estremamente complesse. Nei sette anni di viaggio, BepiColombo effettuerà nove sorvoli ravvicinati di pianeti: uno attorno alla Terra, due vicino a Venere e sei nei pressi di Mercurio stesso. L’inserimento in
orbita è previsto per dicembre 2025 e la durata nominale della missione è di circa due anni e mezzo, fatte salve eventuali estensioni. BepiColombo è la terza missione spaziale a occuparsi di Mercurio, dopo le americane Mariner 10 e Messenger. Questo non certo perché il pianeta sia privo di interesse da parte della comunità scientifica, anzi. Mercurio è stato infatti definito dagli scienziati il pianeta degli estremi: il più vicino alla nostra stella, è quasi del tutto privo di atmosfera, la sua orbita stretta e la lenta rotazione sul proprio asse - con un periodo di poco inferiore a quello di rivoluzione attorno al Sole - lo rende il pianeta con la più importante escursione termica tra il giorno e la notte (si va dai -180° C notturni ai 450° C sul lato esposto al Sole). Nonostante la sua vicinanza, le difficoltà tecniche nel raggiungerlo hanno reso Mercurio uno dei pianeti meno esplorati del sistema solare, e sono molti i misteri ancora da svelare circa la sua formazione e composizione. All’arrivo al pianeta, la sonda europea Mercury planetary orbiter (Mpo) e la giapponese
Rendering di un artista della sonda europea BepiColombo. Crediti: Nasa.
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BepiColombo. Rappresentazione artistica di BepiColombo in arrivo a Mercurio. Durante il suo viaggio di oltre 7 anni tra i pianeti interni del sistema solare, BepiColombo effettuerà un sorvolo
Mpo. Impressione artistica del Mercury Planetary Orbiter in orbita attorno a Mercurio.
ravvicinato della Terra, due di Venere e sei di Mercurio, prima di inserirsi nella sua orbita e cominciare a raccogliere dati scientifici. Crediti: ESA/ATG medialab/ NASA/JPL.
Crediti: ESA/ATG medialab/ NASA/Johns Hopkins University/Carnegie Institution of Washington.
Il lato della sonda rivolto verso il pianeta contiene la maggior parte degli strumenti scientifici.
Mercury magnetospheric orbiter (Mmo) si separeranno dal corpo centrale, che ha come unico scopo il trasporto e la protezione delle due sonde fino a destinazione. A questo punto Mpo e Mmo si posizioneranno ciascuna lungo la propria orbita, e inizieranno a studiare da vicino il pianeta. L’Mpo avrà il compito di analizzare la superficie del pianeta, e per farlo utilizzerà camere, spettrometri, accelerometri e altimetri laser, mentre l’Mmo si dedicherà allo studio dell’ambiente magnetico di Mercurio, della sua debole esosfera e di come il pianeta interagisce con il vento solare.
Il contributo italiano alla missione è estremamente corposo: quattro dei dieci strumenti a bordo dell’Mpo sono italiani. Abbiamo Simbio-sys, un sistema composto da tre canali osservativi: una camera ad alta risoluzione, una stereocamera per le ricostruzioni 3D e una camera iperspettrale per lo studio della composizione del pianeta. Ci sono poi Isa e More, rispettivamente un accelerometro e un transponder radio, due strumenti che lavoreranno accoppiati per fornire informazioni sulla struttura interna di Mercurio. Inoltre c’è Serena, che studierà le particelle che compongono l’e-
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Mmo. Rendering del Mercury Magnetospheric Orbiter in fase operativa. La sonda giapponese si occuperà di
studiare il comportamento del campo magnetico di Mercurio e la sua interazione con il vento solare. Crediti: ESA/ATG medialab/ NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington.
Rotazione. Grazie agli studi di Giuseppe “Bepi” Colombo sappiamo che Mercurio compie tre rotazioni su se stesso ogni due orbite complete attorno al Sole. Crediti: ESA.
sosfera del pianeta e la loro interazione con il campo magnetico. Le missioni del passato ci hanno già svelato molte delle caratteristiche di superficie di Mercurio: la grande quantità di crateri e l’esile atmosfera, che lo fanno somigliare alla nostra Luna, il campo magnetico dipolare, la presenza di ghiaccio ai poli e la natura recente degli strati superiori, frutto di attività vulcanica. Tuttavia, sono ancora numerose le questioni aperte, che riguardano la composizione e la morfologia superficiale del pianeta, il comportamento della sua magnetosfera. Grazie a BepiColombo potremo cominciare a rispondere ad alcune di queste domande, avvicinandoci a conoscere un po’ meglio le origini e l’evoluzione di Mercurio, e dunque anche a scavare nel passato del nostro sistema solare.
Escursione termica. Sebbene Mercurio sia il pianeta più vicino al Sole, non è il più caldo, questo primato spetta a Venere, che con il suo importante effetto serra raggiunge temperature medie attorno ai 460°Celsius. Mercurio è invece il pianeta con la più forte escursione termica. La quasi totale assenza di atmosfera e la lenta rotazione su se stesso, fanno sì che si raggiungano temperature massime attorno ai 450°, nel lato del pianeta esposto al Sole, e minime che sfiorano i -180° nell’emisfero notturno. Crediti: ESA.
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IL MATEMATICO PADOVANO CHE HA SVELATO MERCURIO
BEPI, IL MECCANICO DEL CIELO di Elisa Nichelli @lalalelisa
Giuseppe Colombo, scienziato italiano. 1920-1984.
Giuseppe Colombo, affettuosamente chiamato Bepi, è stato uno scienziato italiano di grande rilievo internazionale, sebbene il suo nome sia oggi poco conosciuto dal grande pubblico. Nato a Padova all’inizio del secolo scorso, si è occupato principalmente di meccanica celeste, geodesia spaziale e meccanica dei veicoli spaziali, contribuendo in maniera significativa ad alcune tra le più importanti missioni di esplorazione dello spazio e guadagnandosi il soprannome di meccanico del cielo. Era già docente universitario di meccanica applicata quando ebbe inizio la corsa allo spazio. Nonostante l’interruzione degli studi dovuta alla seconda guerra mondiale, dalla quale tornò ferito e con una medaglia al valore, Giuseppe Colombo riuscì a laurearsi in matematica e a farsi conoscere proprio grazie ai suoi studi nel campo dell’esplorazione spaziale. Nei primi anni ‘60 venne assoldato come consulente scientifico delle massime istituzioni mondiali dedicate allo studio del cosmo, e nel 1965 pubblicò sulla rivista Nature il suo studio dal titolo Rotational period of the planet Mercury. Lavorava alla Nasa da qualche anno quando si rese conto che il comportamento orbitale di Mer-
curio era assai peculiare: il suo periodo di rotazione su se stesso e quello di rivoluzione attorno al Sole avevano durate accoppiate tra loro. In particolare, il pianeta compie tre rotazioni attorno al proprio asse ogni due rotazioni complete intorno alla nostra stella madre. Ma c’è dell’altro. Nel 1970 Colombo venne invitato al Jet Propulsion Laboratory della Nasa per partecipare a una conferenza in cui si sarebbe discusso dell’imminente missione Mariner 10, diretta a Venere e Mercurio. Nel corso dell’incontro, fece notare che con alcune modifiche della traiettoria sarebbe stato possibile aggiungere due sorvoli ravvicinati attorno a Mercurio, oltre a quello già previsto dai piani precedenti, senza utilizzare altro carburante. Negli anni Colombo ha collaborato alla progettazione di molte altre missioni spaziali, tra cui la sonda Giotto, i satelliti al guinzaglio e la più recente Solar Probe, fornendo preziosi contributi anche sul piano scientifico, ad esempio con i suoi studi sulla morfologia degli anelli di Saturno. Se oggi conosciamo un po’ meglio il nostro sistema solare è anche grazie a questo grande studioso italiano. Non è quindi un caso che la sonda in viaggio verso Mercurio porti il suo nome.
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Periodico ufficiale dell’Aeronautica Militare dal 1925,
128 pagine di attualità, tecnologia aerospaziale, storia dell’aviazione ed altro ancora. www.aeronautica.difesa.it mokeup_n13.indd 19
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DI NUOVO IN ORBITA DOPO L’INCIDENTE
IL RITORNO DELLA SOYUZ di Giulia Bonelli @giulia_bonelli
La Stazione spaziale internazionale non resterà disabitata. Lo scorso 3 dicembre la Soyuz ha portato con successo tre astronauti in orbita bassa, scongiurando così il rischio di vedere la casa spaziale senza i suoi abitanti per la prima volta in quasi vent’anni. L’equipaggio dell’Expedition 58 composto dalla statunitense Anne McClain, dal russo Oleg Kononenko e dal canadese David Saint-Jacques ha raggiunto la Iss sei ore dopo il decollo, avvenuto alle 12.31 italiane dalla base russa di Baikonur, in Kazakhstan. Il via libera alla missione è arrivato dopo una delle inchieste del settore spaziale più delicata degli ultimi anni, quella avviata da Roscosmos per ricostruire l’incidente alla Soyuz avvenuto lo scorso 11 ottobre. L’agenzia spaziale russa ha annunciato l’esito durante una conferenza stampa tenuta a Mosca l’1 novembre: la navicella è stata danneggiata a causa di «un errore nella fase finale di assemblaggio». Facciamo un passo indietro. Esattamente 118 secondi dopo il decollo, viene rilevato un problema a uno dei propulsori della Soyuz Ms-10, con a bordo il cosmonauta Alexey Ovchinin e l’astronauta Nick Hague, che avrebbero dovuto raggiungere i colleghi dell’Expedition 57 sulla Iss. Si attivano le procedure di emergenza e avviene il distacco istantaneo della capsula che trasportava l’equipaggio. Nonostante la discesa turbolenta, che sottopone la navicella a un’accelerazione di quasi sette volte la forza di gravità terrestre, Ovchinin e Hague atterrano illesi. L’indagine ufficiale appena conclusa da Roscosmos afferma che il guasto è stato provocato dalla mancata apertura di una valvola nel cosiddetto Blocco D, uno dei quattro razzi laterali a forma conica che costituiscono la parte inferiore del vettore. Grazie al recupero dei rottami del primo stadio e all’analisi dettagliata delle telecamere a bordo del razzo, i commissari hanno stabilito che il guasto non sia da attribuire a un difetto di fabbricazione, ma a un errore durante la fase finale di assemblaggio. Ossia alle ultime operazioni effettuate dai tecnici direttamente sulla rampa di lancio di Baikonur. Un errore umano, dunque, che per quanto grave metterebbe al riparo la sicurezza degli altri veicoli Soyuz, garantendo così le missioni future sulla stazione spaziale.
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SONO OLTRE 80 LE FAMIGLIE DEI LANCIATORI SPAZIALI
RAZZI NELLO SPAZIO QUANTO È RISCHIOSO? di Giulia Bonelli @giulia_bonelli
tlas. Delta. Lunga Marcia. Ariane. Vega. Falcon. Soyuz. Sono solo alcuni dei moltissimi razzi destinati al trasporto spaziale, ma almeno durante i due mesi passati l’ultimo nome è quello che abbiamo sentito circolare di più. Il vettore Soyuz, utilizzato dalla Russia per trasportare l’omonima navicella sulla Stazione spaziale internazionale, ha infatti subito un guasto durante il lancio dell’11 ottobre scorso: il cosmonauta russo Alexey Ovchinin e l’astronauta americano Nick Hague dovevano raggiungere i colleghi dell’Expedition 57 sulla Iss, ma pochi minuti dopo il liftoff è stato rilevato un problema a uno dei propulsori della Soyuz Ms-10. L’incidente ha immediatamente fatto scattare la procedura per il distacco della capsula e il rientro di emergenza dell’equipaggio. Nonostante la discesa turbolenta, che ha sottoposto la navicella a un’accelerazione di quasi sette volte la forza di gravità terrestre, gli astronauti non hanno riportato danni. L’agenzia spaziale russa Roscosmos ha immediatamente avviato un’indagine per capire la dinamica dell’incidente, e i risultati attribuiscono il guasto a un errore umano. E intanto la Nasa ha calmato gli animi con il successo dell’ultimo lancio del 2018, avvenuto lo scorso 3 dicembre: è stato così il pericolo, di cui si parlava nelle prime ore dopo il fallimento del lancio, di vedere la Iss disabitata per la prima volta in quasi vent’anni. Ma un’altra questione sollevata su più fronti riguarda la sicurezza della Soyuz, e quindi l’incolumità degli astronauti. Dal 2011, anno
«90 voli l’anno, 564 astronauti mandati nello spazio e circa 5.700 razzi lanciati»
del pensionamento del programma americano Shuttle, il veicolo russo è l’unico taxi disponibile da e per la stazione spaziale; ed erano oltre 40 anni che il vettore Soyuz non dava problemi – da quando cioè nel 1975 la Soyuz 18 diretta verso la stazione spaziale sovietica Salyut 4 fu costretta a rientrare per un guasto simile a quello dell’11 ottobre. Ecco che oggi in molti sono tornati a chiedersi se e quanto mandare esseri umani nello spazio sia pericoloso, soprattutto in vista delle future missioni verso la Luna e Marte. Ovviamente nel caso di viaggi nello spazio profondo sorgono altri elementi da tenere in considerazione, come l’esposizione prolungata alle radiazioni. Ma se restiamo sui lanciatori, vediamo che i rischi non
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sembrerebbero poi così elevati. Partiamo dai numeri: ad oggi, sommando i programmi spaziali conclusi, quelli ancora attivi e quelli in via di sviluppo, esistono circa 80 famiglie di lanciatori costruite dai vari paesi nel corso della storia dell’esplorazione spaziale. Tutto ha avuto inizio nel 1957, con il razzo Sputnik 8k dell’Unione Sovietica che ha portato in orbita Sputnik 1, il primo satellite artificiale. Da allora si sono susseguiti 61 anni di esplorazione spaziale, in cui la tecnologia dei lanciatori ha scandito una serie di tappe fondamentali per l’esplorazione dell’universo. Il continuo avanzamento tecnologico ha così reso il lancio di razzi un’operazione di routine: negli ultimi 5 anni abbiamo raggiunto una media di circa 90 voli all’anno tra missioni con e senza equipaggio – il che significa quasi due lanci a settimana. C’è il volo umano, che ad oggi ha portato 564 astronauti nello spazio e che negli ultimi anni ha raggiunto una media di 4 voli all’anno. Ad esempio, nel 2017 sono stati portati con successo 11 astronauti in orbita bassa mentre, nello stesso arco di tempo, sono stati registrati 14 incidenti aerei.
La capsula Soyuz TMA-18M. Crediti: Kirill Kudryavtsev-AFP.
E anche passando ai voli senza equipaggio, i razzi a confronto con altri mezzi di trasporto sono relativamente sicuri: un dato in parte dovuto all’espansione del settore delle telecomunicazioni e al continuo investimento tecnologico delle aziende spaziali private. In tutto ad oggi sono stati lanciati nello spazio circa 5.700 razzi, con una percentuale di successo del 92%: questo significa che salendo a bordo di un vettore avremo 11 possibilità su 12 di arrivare a destinazione; e le chances aumentano proprio se il lanciatore è russo, con le possibilità che diventano 15 su 16. E rispetto a quell’unica eventualità di fallimento? Ecco che a questo punto subentrano i sistemi di sicurezza: i vettori Soyuz sono progettati in modo da poter abortire una missione in qualunque istante del volo grazie al rapidissimo distacco della capsula che trasporta l’equipaggio, posizionata sulla punta del razzo – esattamente la procedura di emergenza che l’11 ottobre ha salvato la vita agli astronauti a bordo. Insomma salire su un razzo è comunque pericoloso perché siamo al limite della tecnologia, ma statistiche alla mano appare molto più rischioso prendere l’automobile che andare nello spazio.
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he si tratti di cambiamenti climatici o di viaggi spaziali, il mondo del futuro ha più che mai a che fare con la ricerca scientifica e ogni governo, almeno in Italia, inserisce la sua possibile riforma nel programma. In Italia il mondo della ricerca registra un numero di addetti in crescita. Oltre il 3,9% dal 2015 per quasi 260mila unità impiegate a tempo pieno. L’aumento risulta maggiore per le istituzioni private non profit (+7,1%) e le imprese (+5,8%) più limitato per università (+2,2%) e istituzioni pubbliche (+0,4%) nel triennio 20152017. Punto di forza della ricerca italiana sono i ricercatori stessi, che si distinguono per produttività, molto superiore alla media degli altri paesi. Nota dolente sono invece gli investimenti in ricerca e sviluppo che registrano un’incidenza percentuale della spesa sul Prodotto interno lordo pari all’1,34%, ben al di sotto della media UE del 2,03% e decisamente distante dagli obiettivi 2020 fissati dall’UE stessa. A questo limite finanziario sembrerebbe aggiungersi una certa frammentarietà del sistema, con oltre 20 istituti, accademie e enti di ricerca pubblici e privati vigilati da dicasteri diversi e un deficit di coordinamento. «Le principali criticità – spiega il Vice Ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, Lorenzo Fioramonte - hanno a che vedere ovviamente con i pochi finanziamenti sia pubblici che privati, ma anche alla scarsa capacità di fare sistema tra i vari contesti della ricerca, non solo a livello interdisciplinare ma anche a livello di enti pubblici e privati. A ci si aggiunge una cronica difficoltà di collaborare con il contesto industriale». «Al contempo – aggiunge il Vicemi-
UN SETTORE IN CRESCITA MA CHE APPARE FRAMMENTATO
UN’AGENZIA UNICA PER LA RICERCA? di Giuseppina Pulcrano @jupulcra
nistro - Il sistema della ricerca in Italia ha moltissime potenzialità. In questo paese riusciamo a fare cose ottime altamente competitive spesso con pochissime risorse». Una delle possibili risposte viene individuata nella creazione di un’agenzia nazionale per la ricerca: «L’Agenzia dovrebbe creare un
coordinamento trasversale tra le strutture ministeriali che gestiscono la ricerca», spiega Fioramonti, che prosegue: «Abbiamo bisogno di una cabina di regia a livello governativo che sia in grado di unificare la forma di coordinamento e di dare un’impostazione di lungo termine agli obiettivi di ricerca e creare maggiore continuità sui sistemi di valutazione e di finanziamento della ricerca». Ma se la riorganizzazione del sistema è scelta politica e avrà bi-
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sogno del suo tempo, il tema dei finanziamenti è più che mai attuale. Un’opportunità sembra essere rappresentata dal nuovo programma quadro dell’Unione Europea sulla ricerca, Horizon Europe che prevede un bilancio di 100 miliardi. «A differenza dei precedenti programmi quadro – ci spiega Francesco Profumo già Presidente del CNR e Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca del Governo Monti - l’obiettivo oggi è quello
Crediti: Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology.
di creare un filo rosso tra il tema della ricerca europea, il tema degli investimenti sui fondi strutturali, una partecipazione diretta dei paesi membri e delle regioni, con una novità molto importante che è quella della partecipazione di soggetti privati come le fondazioni. Il nostro paese deve ri-disegnare il suo sistema della ricerca proprio sulla base di questa grande opportunità». Coordinamento e finanziamenti. Il settore della ricerca italiano ha un
discreto curriculum riconosciuto e apprezzato nel mondo. Non sempre questo, però, è sembrato sufficiente perché avesse l’attenzione che merita: «Dobbiamo creare un ecosistema della ricerca, abbiamo bisogno di qualità diffusa e che l’eccellenza sia una costante del nostro sistema» conclude Lorenzo Fioramonti.
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FONDAMENTALE PER CAPIRE L’EVOLUZIONE DI UNA SITUAZIONE EMERGENZIALE
NASCE IL SISTEMA RADAR SIASGE IN BANDA X E L di Manuela Proietti @unamanus
ul finire degli anni novanta l’Agenzia spaziale italiana e la Conae, l’Agenzia spaziale argentina, al tempo guidate rispettivamente da Sergio De Julio e da Conrado Varotto, si alleano per dar vita ad un progetto estremamente ambizioso: la realizzazione di un sistema satellitare radar italo-argentino per la gestione delle emergenze e delle catastrofi ambientali, il Siasge. Nei piani, la costellazione si sarebbe dovuta comporre di sei satelliti ad apertura sintetica, quattro italiani in banda X e due argentini in banda L: si trattava di una grande sfida tecnologica per entrambi i Paesi, ma con alla base un’idea vincente, potenzialmente in grado di dare grande stimolo all’industria spaziale di entrambe le nazioni. L’Italia, forte dell’esperienza maturata nell’attività di telerilevamento e con il programma X-Sar, avvia la realizzazione di una costellazione per l’osservazione della Terra, Cosmo-SkyMed, un sistema radar duale, per scopi sia civili che militari. La costellazione, dotata di radar ad apertura sintetica, prevedeva il dispiegamento di quattro satelliti gemelli operanti in banda X, che vengono lanciati con successo dalla base di Vanderberg, in California, tra il 2007 e il 2011. I quattro satelliti, ancora oggi pienamente operativi, sono in grado di effettuare fino a 450 riprese al giorno della superficie terrestre, pari a 1.800 immagini radar ogni 24 ore, con qualunque condizione meteo e con tempi di rivisitazione inferiori alle 12 ore. Per l’Argentina, la realizzazione dei due satelliti in banda L è uno dei più importanti progetti tecnologici mai sviluppati nel Paese, una scommessa che la Conae, con capacità e caparbietà, riesce a vincere lo scorso 8 ottobre, nonostante i ritardi sullo sviluppo, quando viene lanciato con successo da un vettore Falcon 9, il primo satellite del programma, Saocom 1A, a cui si affiancherà all’inizio del 2019 il gemello 1B. Il progetto Siasge ha dunque compiuto il primo importante passo verso l’operatività di una nuova costellazione di satelliti che, integrando i dati prodotti in due
«La scienza scende in strada e si avvicina ai cittadini»
diverse bande radar, X e L, potrà fornire una copertura globale del pianeta ancora più diversificata e dettagliata, ma soprattutto in ogni condizione di visibilità e con tempi di rivisitazione estremamente ravvicinati, elemento fondamentale per capire l’evoluzione di una situazione emergenziale. La collaborazione Asi-Conae esce rafforzata anche a valle del Forum internazionale sullo spazio che si è svolto proprio in Argentina lo scorso novembre. Uno dei temi più sentiti dai Paesi latini e caraibici a cui il forum era dedicato - il terzo organizzato dall’Agenzia spaziale italiana e dall’International astronautical federation - è stato la gestione delle emergenze ambientali. In questo contesto Raul Kulichevsky, il direttore esecutivo della Conae, ha parlato della possibile realizzazione di una Siasge 2, che potrebbe integrare i dati di Cosmo seconda generazione con quelli di una nuova coppia di satelliti argentini, i Saocom 2.
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LA SCIENZA SI FA IN QUATTRO (STAGIONI)
METTI LA SCIENZA IN FESTIVAL di Manuela Di Dio @ASI_spazio
Se in epoca di citizen science la conoscenza scientifica entra nella vita quotidiana, l’Agenzia spaziale italiana porta scienza e spazio nei luoghi più frequentati dai cittadini. Piazze, fiere del libro, festival della scienza, della letteratura, dell’alimentazione, della salute, sono solo alcuni dei contesti in cui lo spazio ha raggiunto il pubblico. Nel 2018 l’Agenzia ha partecipato ai Festival della Scienza di Roma, di Genova e di Napoli, a Futuro Remoto, con dibattiti, mostre fotografiche e persino incursioni jazz: lo spettacolo Lights and Waves Rhapsody ha emozionato con il racconto della scoperta delle onde gravitazionali sulle improvvisazioni di Danilo Rea, Paolo Damiani, Martux, Michele Rabbia, Rosario Giuliani. In piazza, anche il cinema di fantascienza: la rassegna Avvistamenti, nel VI Municipio di Roma, è stata animata da dibattiti scientifici sull’immaginario di celluloide. Lo spazio targato Asi è stato protagonista al Festival di Settimo Torinese dell’Innovazione e Scienza sul tema Pensa alla salute con la domanda Perché osservare la terra dallo spazio ci farà del bene?, mentre al Focus Live Festival di Milano i temi caldi sono stati i mezzi di trasporto del futuro, terremoti e vulcani, neutrini. La scienza tra gli scaffali ha esordito anche al Festival delle Letterature off con incontri nelle biblioteche di Roma. C’è ancora spazio nei prossimi appuntamenti. Nell’ultimo spicchio dell’anno a Più Libri Più Liberi, la fiera dell’editoria di Roma, si parlerà della Luna che verrà: a cinquant’anni dall’allunaggio la Luna torna alla ribalta come banco di prova per la colonizzazione del Pianeta Rosso. E in attesa del Festival della Scienza di Roma, dall’8 al 14 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sui temi Luna e invenzioni, l’Asi parteciperà al festival diffuso del Progetto Eureka nelle biblioteche di Roma: buchi neri, acqua salata marziana e missioni lunari saranno a portata di cittadino. Di sicuro ce n’è per tutti i gusti.
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IL REGISTA DI LA LA LAND SI CIMENTA CON IL PRIMO UOMO
LA CONQUISTA DELLA LUNA VISTA DA ARMSTRONG di Paolo D’Angelo @paolodan
Il 20 luglio del 1969 segna il cambiamento radicale della nostra percezione del mondo: l’americano Neil Armstrong è il primo uomo a mettere piede su di un altro corpo celeste. Il mondo intero, improvvisamente e nello spazio di una notte, entra nel futuro. Un avvenimento storico che è anche l’epilogo del film First Man. Il Primo Uomo, il racconto, concreto e per niente celebrativo, della vita di un pilota di aeroplani che diventò il più famoso astronauta della storia. Il film è tratto dall’unica biografia autorizzata dallo stesso astronauta americano dal titolo “First Man, the life of Neil Armstrong” scritto da James Hansen ora tradotto anche in italiano dalla Rizzoli con il titolo “Il primo uomo”. Una pellicola che sembra in odore di Oscar, sia per il tempismo della sua uscita, nell’autunno del 2018 e pronto a farsi strada nel 2019 anno del 50esimo, oltre che per il valore artistico, già ampiamente dimostrato dal suo regista, Damien Chazelle, già sul palco per la statuetta di Hollywood con La La Land. È indubbiamente un bel film, più che godibile, che appare però a volte troppo lento nelle scene e che si sofferma, indugiandovi anche troppo, solo sulle amare esperienze vissute da Neil Armstrong: la prematurissima scomparsa della figlia Karen, la morte di alcuni colleghi astronauti come Elliot See e Ed White, la sua prima terribile esperienza di volo a bordo della Gemini 8, durante la quale una seria avaria costringe lui ed il suo collega Dave Scott, ad un rientro di emergenza. Un modo, forse eccessivo caricato, per rappresentare un uomo freddo, razionale, capace di andare oltre qualsiasi avversità. Cosa senz’altro vera e che lo ha reso il mito che è, ma non immune ad aspetti diversi che, felicemente, costellarono la sua esistenza. Il film è un racconto lineare, scadenzato per anno, di tutto ciò che dal 1962 accade nella sua vita professionale e privata. Perfetto nel ruolo di colui che non deve far trapelare nessun sentimento, Roy Gosling, oscar come miglior attore protagonista per La La Land, insieme al regista con cui aveva condiviso l’avventura, incarna lo stereotipo dell’astronauta che non deve cedere alle emozioni se non in pochi momenti personali, come quando viene ritratto in un momento estremamente emotivo, quando atterrato sul suolo lunare, di fronte a un grande cratere, getta la catenina della figlia scomparsa. Scena che sembra poco attinente alla realtà perché nelle missioni lunari, ma in particolare quella dell’Apollo 11, non erano concessi agli astronauti lunghi minuti di privata riflessione. Anche il suo rientro, il lungo soffermarsi davanti alla vetrata dell’area prevista per la quarantena post volo, di fronte alla moglie, sembra estremizzato e poco coerente con una possibile realtà. Sembra sia chiaro, verità diverse non ne abbiamo. Però, come accennavo prima, Neil Armstrong ha avuto, come tutti nella vita, momenti più e meno drammatici, ma evidentemente si è cercato di dare enfasi all’uomo che nonostante le avversità della vita è giunto per primo sulla Luna. Accanto a lui nella pellicola la superba recitazione di Claire Foy nelle vesti della moglie Janet. Un ultimo commento riguarda le scene girate a bordo delle navicelle spaziali Gemini e Apollo. Evidentemente sono stati utilizzati dei vecchi simulatori della Nasa. Curioso però che prima di iniziare le riprese non siano stati puliti o ridipinti perché si vedono spesso viti arrugginite e manopole annerite. Come appaiono eccessivamente malridotte le condizioni del bagno per gli aspiranti astronauti. Non credo che negli anni 60 alla Nasa quelle fossero le “facilities” disponibili. C’è da ammettere però che le scene risultano estremamente fedeli - fantastica l’apertura del film sull’X15 - probabilmente perché realizzate con la consulenza di familiari ed esperti. Il film è inoltre costellato di camei alcuni dei quali interpretati dagli stessi figli di Armstrong e da alcuni controllori di volo risalenti agli anni d’oro della conquista della Luna.
«Il film è il racconto della sua vita dal 1962 alla conquista della Luna»
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IL NUOVO FUMETTO ASI CON PANINI COMICS
GOURMET COSMICI
SUPEREROI NELLO SPAZIO
BUCHI NERI DALLA A ALLA Z
di Giuseppina Piccirilli @giuseppinappicci
di Valeria Guarnieri @ASI_spazio
Entità caratterizzate da un appellativo dark che esercitano da tempo il loro fascino sull’immaginario collettivo: sono i buchi neri, singolari manifestazioni della natura costantemente al centro dell’attenzione della comunità scientifica e degli appassionati di astronomia. Se le scoperte più recenti in materia sono sotto gli occhi di tutti, come la fusione di due buchi neri da cui sono scaturite le onde gravitazionali misurate nel 2015, probabilmente sono in pochi a sapere che la prima intuizione dell’esistenza di questi divoratori insaziabili risale al 1783. Ed è proprio da questi primi passi e dalle leggi di Newton che prende il via “Buchi neri-Viaggio dove il tempo finisce”, appassionante percorso scientifico e storico condotto con sorridente maestria dall’astrofisica Elisa Nichelli e pubblicato dalle edizioni CentoAutori. Il viaggio si snoda attraverso concetti complessi, come l’orizzonte degli eventi, e oggetti elusivi connessi ai buchi neri, come pulsar e quasar, presentati con un linguaggio brioso e comprensibile che rende il libro adatto ai giovani e al grande pubblico degli appassionati. Degni di nota anche il fatto che l’autrice si soffermi sulle vicende umane degli scienziati, rendendoli figure più ‘quotidiane’ e meno distanti, e l’attenzione riservata ai ricercatori e agli strumenti italiani che hanno dato un contributo d’eccellenza in questo ambito di studi.
«Tavole di assoluta attualità che vedono supereroi a sostegno degli astronauti»
Una raccolta di fumetti storici della Marvel pubblicate dal 1961 a oggi riunisce nel fresco volume di stampa, Supereroi nello spazio, le avventure cosmiche e tecnologie fantascientifiche di alcuni tra i più importanti supereroi della storia del fumetto. Il volume, presentato al Lucca Comics, è frutto della collaborazione tra l’Agenzia Spaziale Italiana e Panini Comics. La nuova pubblicazione segue l’avventura editoriale dello scorso anno con la quale l’impareggiabile tratto di Leo Ortolani ha portato Rat-Man sulla Stazione Spaziale insieme a Paolo Nespoli in C’è spazio per tutti. Supereroi nello spazio contiene molti racconti brevi degli eroi della Marvel che negli anni sono stati coinvolti nello spazio e dintorni. Ad aprire il volume una striscia del 1961, protagonisti i Fantastici Quattro in una storia nella quale si confrontano con i problemi di permanenza nel cosmo legata agli effetti dei raggi cosmici. Una problematica quanto mai reale con la quale gli scienziati fanno ancor oggi i conti per la permanenza degli umani nello spazio. Tavole di assoluta attualità che vedono Spider Man, X-Man e Thor, percorrere il cosmo a sostegno degli astronauti o per salvare il mondo dalle invasioni aliene. In queste tavole i super poteri sono usati sempre per riportare tutto lungo il sentiero della ‘normalità’ all’ombra di avveniristiche strutture che hanno poi trovato reale utilizzazione nelle attività spaziali. Ne è esempio il lancio di un prototipo di Shuttle contenuto in un racconto targato anni ’70.
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dream
50% 50%
technology
Fully half of the pressurized volume on the International Space Station developed by our company to make dreams come true. Happy birthday ISS! Thales Alenia Space has developed key elements of the ISS infrastructure, including Nodes 2 and 3, the Leonardo Permanent Multipurpose Module (PMM), Multipurpose Logistics Modules (MPLM), Cupola, Columbus Laboratory thermo-mechanical system, cargo modules for the ATV resupply vessels and Bishop Airlock structure for NanoRacks. Thales Alenia Space also builds, on behalf of Northrop Grumman, the pressurized cargo modules (PCM) for the Cygnus resupply vessels.
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