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OLTRETUTTO QUESTO VUOTO raptus aleatori e velleitĂ autogiustificazioniste di soggetti senza futuro alcuno

di Riccardo Libertino

Milano, marzo 2007 – aprile 2007


A chi si vizia, come una bimba dai boccoli d’oro


S’è detto, Oltretutto...

Oltretutto c’è sempre qualcosa da aggiungere. È la solita storia, sempre e da sempre. Che mi sieda al tavolo o mi sdrai proprio al centro del letto, non riesco a non pensare insistentemente a quanto ancora poteva esser fatto o detto per star diversamente da adesso. E continuo ad arrovellarmi attorno a tutto ciò, nonostante sia sufficientemente convinto che la mia coscienza, se non intonsa, sia quantomeno pulita, non tanto perchè non sia uso farne uso (pardon), ma perchè, nonostante tutto, raramente non sono quel che dico d’essere. Oltretutto ci siamo noi al centro della storia. Ci sono sempre io, che mi chiedo come avrei potuto/dovuto comportarmi, per far andare le cose in modo diverso, in questa storia, piuttosto che in un’altra, a caso. E ha poco senso dirsi in silenzio che ora si sta bene così, perchè c’è sempre quel dannato oltre, quel dannatissimo oltretutto, che capita sempre che rimane come un’incognita: una porta socchiusa. Una porta socchiusa, che aprirla o serrarla definitivamente cambia drasticamente lo stato delle cose. Oltretutto ci sono quelle circostanze alle quali non so mai reagire con la testa. C’è la sorpresa, che mi coglie alla sprovvista e fa si che mi comporti in quel modo preciso che alla fin fine, con il senno del poi, non è mai il modo giusto di fare. Oltretutto ci son quelle parole dette per rabbia e le mani alzate con rabbia; ci sono gli addii, oltretutto, le rimpatriate, i recuperi e gli incontri – o rincontri – che sono scontri tra me, che son perfetto, e l’Altro, che non lo sarà mai abbastanza. Oltre a tutto questo c’è un Segreto; un baratro buio e profondo nel quale non scenderò mai, mea culpa, fino a che non sarò costretto a farlo. Ed è proprio ora, quando realizzo quest’innata e immodificabile mia e nostra grande paura di scendere più giù, che mi accorgo che oltretutto non mi è concesso di andare. E le cose vanno così, perchè proprio così devono andare, per colpa nostra, non più solo mia. Perchè oltretutto, noi, non siamo mai soli.


ÂŤAnd when all the broken hearted people living in the world agree, there will be an answer, let it be...Âť The Beatles, Let it be


1 Appuntamento-caffè

Milano, otto giugno duemilaetot

Parcheggio l’automobile in vergognoso divieto di sosta-parcheggio, senza troppo preoccuparmi di prender di tutte quelle piccole precauzioni che si prendono solitamente (pardon), quando s’abbandona un bel mezzo di deambulazione assistita momentaneamente incustodito. Esco dall’abitacolo basso e stretto della mia potente spider coupè grigia BMW e accendo una Marlboro light sistemandomi il piatto portfolio Louis Vuitton sotto il braccio. Lo faccio perchè è una routine molto professionale e ho un blazer blu notte veramente strepitoso e un volto tanto abbronzato e sbarbato da poterle far credere di tutto, a Giulia, in questo sacrosanto pomeriggio d’estate tipo che sto da dio e che il mio skill è veramente stupefacente di questi tempi. Avevo tutte le migliori intenzioni di spedirle qualcosa di francese, a Giulia, dal mio ultimo soggiorno turistico a Parigi. Magari della lingerie elegantemente griffata o un gioiello iperexpensive, tanto per gradire e per dirle tacitamente che io sono qui e sto meglio di lei, che sto così bene da poterla pensare con il sorriso e potermi prodigare in regali da sogno, senza poi mangiarmi le cosiddette mani. Poi ho risolto che alla fine una pausa di meditazione d’interrotto rapporto non dovrebbe prevedere questo genere di mielose attenzioni e che, dopotutto, potrei sempre stare meglio e che di stare bene non si finisce mai, nonostante sia sempre vero che chi lascia sta un pò peggio, da come si sente dire in giro e Giulia sta peggio di me e di questo ne sono pressocchè convinto e questo periodo è stato veramente infinito. Nove volte su dieci si litiga, ci si accanisce a mani e parole e ci si abbandona così, con un punto che non è proprio un punto a capo, ma un grosso interrogativo, grosso come tutto il carico di orpelli ingombranti e di ricordi snervanti che ci tampina per giorni e giorni e poi per sempre, se vogliamo vedere. Non si cancellano i numeri, solo per l’impellente desiderio di vederli ancora una volta lampeggiare sul display, reciprocamente, ma si cerca di metter in mostra, nel modo più plateale possibile, quell’orgoglio di chi vuol essere più distante di chi non si è mai nemmeno incontrato. Io non chiamo, lei fa lo stesso, per un pò, da vera donna (vera stronza) e tutto quanto sembra rispettare il più classico dei copioni del caso in grammatica, sintassi e bei pubblici sorrisi.


Decollo e poi ci penso, a Giulia, e lei ci pensa, a me, e ci pensiamo l’un l’altra mentre si lavora, si mangia o si scopa con chiunque a cui capiti di sorvolare casualmente il nostro spazio. E io la chiamo e lei mi risponde. E io rido, per esser forte, fortissimo, e lei sperimenta quel distacco da buona attrice, ma non abbastanza. Ti sei comportato male! mi dice dopo un pò e io rispondo No, dai! e lei Ti sei comportato di merda, da stronzo, da falso! e io No, da falso no... ed è vero in fondo, perchè la mia trasparenza l’ho sempre avuta scritta in faccia, ma quest’ultima precisazione non la dico, la penso e basta. Ridendo ancora, le chiedo Come stai? e spiego che di tutto il resto non me ne frega un cazzo, che voglio solo sapere come sta e cosa conclude di questi tempi che è sola, anche se non posso saperlo con certezza, che è sola e lei mi vomita sul viso stronzate del tipo che cammina sempre sul suo cazzo di sentierino battuto e che a lei va tutto benissimo così e che – traduco – i cazzi suoi tali sono poichè tali debbono restare. Non ci sentiamo da un paio di mesi e la nostra conversazione telefonica è direttamente proporzionale, cioè di un paio di minuti. Qualcuno mi chiama nel frattempo e l’avviso di chiamata è peggio di una sirena puntata dritta nell’otocratere e rido ancora e la saluto senza far caso alle altre risposte che si diverte a raccontarmi. Ciao Giulia, ci sentiamo. Ciao Marco. E tuu, tuu, tuu, tuu. Sotto, avevano solo sbagliato numero. Una settimana scarsa, quattro giorni, massimo cinque e uno short message. Pling. Io sono appena atterrato in quel di Linate dalla mia pausa di meditazione d’interrotto rapporto e lei questo non dovrebbe proprio saperlo, touchèe. Propongo un caffè... mi digita, sbagliando ad utilizzare il T9 ed è l’unica volta unica che permetto a Giulia di poter proporre qualcosa che non sia il tavolo di un ristorante. Lascio passare un numero x di ore, con la scusa solita e squallida del jetlag, I admitt e la chiamo per sentirmi precisare che un caffè è un caffè e non ha nulla a che vedere con cazzi che penetrano fiche e cose così e lei è veramente volgare in questa situazione e mi fa impazzire come sempre, ma non glielo faccio notare eccessivamente. Ride e secondo me è anche contenta e le dico Baby, non ho proprio la testa per scoparti! e aggiungo che non so per chi mi ha preso e una buona sfilza di fregnacce che si blaterano quando ci si vuole sopravvalutare una minima. La sento bisbigliare qualcosa che ha a che fare con le mestruazioni e secondo me dice anche un Testa di cazzo! che a) non so bene a chi sia rivolto e b) faccio finta di non sentire nemmeno. Da là a qua poi il passo è breve: appuntamento-caffè a tre giorni tre. Nessun diritto di replica alcuno sul dove e nessunissima anticipazione riguardo all’ordine del giorno. Mi faccio una pasta sintetica la sera stessa e mi rimetto a contare i miei soldi su Internet.


Inforco i Rayban a specchio che tengo ripiegati nel taschino della giacca di Zegna e attraverso la carreggiata in diagonale e fuori dalle zebre, tipo alfiere, rischiando di venir travolto da uno pseudoSUV giapponese di un osceno color perla ambrato, guidato da un osceno esemplare di homo sapiens color cuoio ramato. L’ago e il filo al centro del piazzale di Cadorna hanno un aspetto così triste e sporco e posticcio che tutto il resto, attorno – case, marciapiedi, alberi e semafori – mi pare decisamente fuori dal suo posto giustificato. Ingoio una compressa di Valium, degluttendola con la saliva lisergica che riesco ad immagazzinare tra la lingua e il palato e mi chiedo per quale motivo Giulia si ostini ad entrare in città con gli squallidi mezzi messi a disposizione dallo Stato, sebbene le sue finanze personali le consentano decisamente di meglio. Ho saputo che ha comprato una Lexus, da vera giornalista viziata subito dopo che ci siamo tecnicamente lasciati, ma ho seri dubbi riguardo le sue capacità gestionali di un simile mezzo suburbano nel traffico metropolitano. Alcuni americani – un certo tipo di americani, è vero – sostengono che comprare una Lexus sia paragonabile al raggiungere una qualche forma d’illuminazione metafisica o a superare il dolore o a scoprire un chè di superiore e sublime, tipo prendersi una sbronza o farsi una monumentale scopata. Nel mentre del mio people watching prestopomeridiano giustificato da una buona parentesi di anticipo sulla tabella di marcia, una donna squallidamente butterata mi chiede Scusi, che ore sono? e io rispondo che non ne ho la più pallida idea, prima di scoprire un Submariner dal quadrante rosso che segna le tre meno venti postmeridiane. Lei mi guarda un poco stranita e quando mi passo una mano tra i capelli lucidi di cera si volta bofonchiando qualcosa cui rispondo con un sussurrato Vaffanculo! diretto al mondo intero e a lei in particolare. Spengo la sigaretta sotto i treceventicinque euro di un mocassino di Gucci e punto lo sguardo su una Defender dei Carabinieri parcheggiata sul sagrato della stazione e un paio di sbirri armati fino ai denti passeggiano là intorno e centinaia di stronzi continuano a mescolarsi, provenienti da ogni direzione possibile, creando una ressa disumana che ha in sè qualcosa di estremamente democratico. Un ragazzo con una faccia da ebete cronico mi urta pericolosamente una spalla superandomi ed è altissimo e io allungo il braccio muscoloso, tentando di afferrargli il collo che è meno taurino del mio, ma è troppo veloce, la sua camminata, e non riesco a fare veramente nulla di significativo e


allora simulo lo sforzo passandomi un’altra volta la mano tra i capelli e mi fermo un pò a guardare le vene verdastre e sporgenti proprio all’altezza del mio polso abbracciato dal Rolex. Un altro ragazzo si accascia silenziosamente per terra, poco più in là, e qualcuno a cui fotte veramente qualcosa si butta giù su di lui per soccorrerlo proprio quando mi siedo ad un tavolino di ferro sulla sinistra, rispetto all’uscita della metropolitana verde-rossa. Tutte le sedie sono di plastica verde e ci sono dei posacenere pieni e ancora di plastica verde al centro di ogni tavolo che però – e l’ho detto – è di ferro e non c’entra veramente un cazzo con tutta questa plastica verde. È tutto così triste e sporco che ho seriamente intenzione di alzarmi ed andarmene, ma qualcosa dentro o fuori di me mi dice No, stronzo, rimani! e io obbedisco perchè non ho affatto nulla da perderci. Solo mi piacerebbe essere da tutt’altra parte, magari con qualcuno disposto a sorbirsi le mie arzigogolate stronzate e magari – non plus ultra del desiderio – farne qualcuna di quelle memorabili proprio con lui e con qualche suo amico che ancora non conosco, tipo segare una falange. Io canto: «I can’t get you out of my mind.» Qualcuno dice: «Un tramezzino vegetariano e mezzo litro naturale.» Ordino un caffè corto, cortissimo e dell’acqua minerale naturale, accendendo un’altra Marlboro light e controllo ancora una volta le lancette dell’orologio, soddisfatto di questo anticipo che va pian piano affievolendosi. Con Giulia non sono mai stato puntuale, non sono mai stato capace di esser puntuale con lei. Giulia sorrideva, un pò complice e un pò scocciata e non si lamentava mai. Mai una volta che la sentissi dire Cazzo! con quel tono di chi non ne può veramente più di assecondare i comodi altrui. Il mio arrivo fulmineo e improvviso era sufficiente a risanare tutto il tempo di quell’attesa noiosa e snervante che la portava a guardare e riguardare l’orologio in attesa d’un qualche mio segnale positivo. Di risposte ne davo poche, a lei, e di scuse ancora meno. Sentivo di non averne bisogno; che tutto era occhei e tutti mi sorridevano, incrociandomi per strada; e i colleghi e i rivali mi portavano rispetto e quando scopavo con lei ero il re del mondo. Io un re, IL re e lei, Giulia, la mia unica e fedele suddita per la vita. Ho tardato sempre con lei, anche il giorno del suo compleanno. Quei ventiquattr’anni anni galeotti.


Vibra il cellulare, un Nokia last technological generation, di quelli con la tastiera a scomparsa scorrevole e troiate simili, e in tasca trovo anche un mazzone di chiavi e chivistelli (automobile? appartamento? ufficio?) e un pacchetto di polvere che mi è costato più di un weekend in quella sacrosanta spa del Mar Morto che ancora mi manca all’elenco distrazioni. Metto via tutto e rispondo, premendo con forza il tastino verde proprio sotto lo schermo illuminato. L’effetto della compressa di prima mi procura un leggero ma persistente formicolio alle estremità delle dita e due vecchie orrende sedute accanto a me parlottano di un programma della domenica e, per quanto improbabile, mi pare proprio di recepire la parola “figa” nel frattempo. Pronto?! Francesco mi consiglia di vendere una buona percentuale di titoli in netta risalita – penso a una soffiata – e mi dice Bello! + Cazzo + stavolta sbanchiamo tutto + appellativo di divinità + porco, ma io rispondo che No, non vendi un cazzo! e che io non sbanco nulla e lui ho come idea che si prenda un pò di merda perchè mi dà del coglione e riattacca senza nemmeno salutare. Io lo mando a fare in culo in differita e gli dico che il broker, quello vero, sono io e che lui è un coglione totale, ma non può già più sentirmi. Non provo nemmeno a richiamarlo e mi dimentico della sigaretta inforcata nel posacenere e ne accendo un’altra con il solito accendino ricaricaricabile d’argento che non ha però alcun probabile motivo di trovarsi nel taschino bianco della mia camicia. Seguo con un dito il tracciato delle mie iniziali applicate in oro e mi gongolo di chissà checcazzo e bla bla bla. Giulia non ha mai voluto che fumassi in generale; in macchina tanto meno. Soprattutto agli albori della frequentazione era particolarmente decisa nell’imporsi in questa proibizione alla quale sottostavo per perdizione sentimentale/infojamento fisico/spirito di sopravvivenza alle rotture di coglioni. Mai una volta mi ha detto che il fumo fa male e nuoce gravemente alla salute e causa cancri e cazzi vari. Solo non voleva che fumassi in macchina. E non-fumo fu, per qualche tempo. Qualche giorno dopo avermi mollato la sentii dirmi Se smetti di fumare ci ripenso. Bla bla bla. Arriva il mio caffè e un cameriere negro, lo stesso di prima, dell’ordinazione, mi dice Prego! e io lo sorseggio amaro, il caffè, curato a vista da due finocchi ipergriffati seduti ad un tavolino di distanza che ogni cristosanto di mattina si svegliano implorando il miracolo della ricongiunzione pei loro neuroni cerebrali e soprattutto delle chiappe. Uno dei due dice all’altro Cazzo! e io ho come la convinzione che si riferisca proprio al mio, di cazzo e allora lo guardo un pò storto, cercando di vestire l’espressione più distaccata possibile e nel frattempo mi ravano tra le gambe cercando


diperatamente di eccitarli od imbarazzarli. Lascio un paio di euromonete sul tavolino, accanto alla tazzina vuota dal fondo zuccheroso e do qualche altra boccata alla Marlboro che non ne vuole sapere un cazzo vero di finire. Bevo l’acqua tutta d’un fiato e alzo i Rayban sulla fronte, così, per vedere quanto sono scure le lenti. Non porto cravatte e merde varie e la camicia un pò sbottonacciata lascia intravedere un petto scolpitissimo ed abbronzato al punto giusto. Una bionda da panico con un culo parlante mi supera, lasciando dietro di sè una scia ipnotica di profumo Versace e, da dietro, assomiglia veramente a Giulia. Mi faccio qualche domanda random e mi rispondo a step non esattamente cronologici: sono qui per un motivo, fondamentalmente, tipo capire a che punto sia la pausa di riflessione con lei. Anzi, due: capire a che punto sia la pausa di riflessione con lei, e capire cosa cazzo sia, una cazzo di pausa di riflessione del cazzo con lei. Maglio tre: capire a che punto sia la pausa di riflessione con lei, capire cosa cazzo sia, una cazzo di pausa di riflessione del cazzo con lei e Lei, indubbiamente.


2 May I have another you in a minute?

Como-Milano, otto giugno duemilaetot

Tatà-tatà. Tatà-tatà. Tatà-tatà. Un trenino di pochi vagoni che slitta tra il verde (verde?) sui binari d’acciaio dovrebbe essere un’immagine che riconduce alla tranquillità di un viaggio sicuro, alla stessa sicurezza di spostarsi all’interno di guide irremovibili, al ricongiungimento primordiale dell’uomo con la sua madre Nautra e poi con i proprio affetti e cazzi vari. Tatà-tatà. Tatà-tatà. Tatà-tatà e via così, sbattucchiata e rintronata, attraversando velocissima la grigia e gialla e marrone brianza e mi dico che mi servirebbe proprio del meritato eternoriposo e questo magno e continuo tatà-tatà, tatà-tatà, tatà-tatà proprio me lo impedisce. Mi sistemo una ciocca di capelli tinti dietro l’orecchio addobbato di perle di fiume, poi la sposto scontenta e l’appunto con una forcina nera al centro della testa e l’effetto che ottengo è proprio quello di un’onda bionda e oceanica proprio nel mezzo del cranio e lo intravedo nel riflesso del finestrino che è sporco come una cloaca a cielo aperto. Mi annuso la manica del trench beige Burberry che profuma di una delicata fragranza francese e mi incastro bene gli auricolari bianchi nei padiglioni auricolari e inizio l’ascolto di una song supertop dei Pet Shop Boys tenendo il volume dell’Ipod volutamente basso e mi chiedo perchè, circondata da altri homini sapientis, m’attanaglia sempre una strana et insondabile pulsionecompulsione all’autoinumazione, altrimenti detta imbarazzo ingiustificato o aperte le virgolette crisi del fuoriluogo chiuse le virgolette; come se mi vergognassi di qualche preciso, ma imprecisato particolare del mio corpo barra carattere. Neil Tennant è elettronicissimo e mi sta dicendo che lui non è mai stato un gran fico in amore e che le sue difese sono abbassate e che vorrebbe che un angelo gli atterrasse proprio adesso di fianco e io penso che è un cazzo di bugiardo, perchè lui è Neil Tennant, cristodio, e scoperà come una nutria, alla faccia del mondo intero, sebbene si sprechi nell’invocare lunga vita alle illusioni; a quelle solite e di tutti quanti. Sono molto interessata ai discorsi catasessuali di due more formose sedute di fronte a me sul treno che da Como porta alla stazione di Milano-Cadorna. E potrebbero essere bergamasche o bresciane, a caso.


Marco mi portava in macchina, a Como e ovunque chiedessi di andare. Peccava in puntualità, ma per me era una tela bianca: tutta da disegnare, a mio piacimento. Più o meno all’altezza di Saronno, una delle due racconta all’altra d’aver sentito il suo pisello dentro fino ai polmoni e la descrizione mi sembra decisamente retorica ed iperbolica e, sebbene lei sia molto molto bella e relativamente elegante, in base al target del discorso posso tranquillamente ipotizzare che entrambe si distinguano per antifrastica inibizione e correlato provincialismo e io che a Como ci lavoro e basta, posso dire di trovarmi a chilometri di distanza. L’amica della prima ridacchia come un’oca e risponde che a lei i piselli piccoli l’han sempre messa in grandissimo imbarazzo e che, fortunatamente, di piselli piccoli non ne ha mai incrociati e che anzi, precisa, a Zanzibar s’è fatta stendere da un guerriero Masai che il pisello ce l’aveva come un didgeridoo; quindi alzo il volume dell’Ipod e frugo nella Buckle-bag di Fendi alla ricerca del Nokia. Rileggo il vecchio messaggio di Marco che mi ricorda Quattro. Cadorna. Stringato e preciso, proprio come lui: un orologio svizzero e una gran macchina da soldi, grazie a quello strano ed inspiegabile fiuto per il successo. Sono come follemente tentata di comporre il suo numero Tim, telefonargli, parlargli per dire Marco, ritardo! riattaccando subito dopo, tanto per esser anch’io un pò più stringata di quanto non lo sia di solito, ma ci ripenso e la sola idea di vedere la sua icona accanto all’Id chiamante mi fa desistere completamente da questo genere d’impresa disperata. Allora chiamo Francesco che ha un tono molto sbrigativo perchè è in fase lavoro-intenso e mi dice Amore, ti chiamo io appena ho un attimo... e io dico Occhei Fra! e riattacco e mi sa tanto che passo per vera cogliona agli occhi delle due cariatidi del bocchino che si fanno l’idea distortissima di me, tipo della donna che si lascia piegare dal proprio maschione. È la ricerca costante dell’ampollosità oratoria il mio più grave e greve difetto. Raccolgo dalla borsa di vernice (e il fatto che la borsa sia di vernice non ci porta alla conclusione che sia una borsa da troia) un sottile volumetto color fucsia di Alan Bennet che ho riacquistato in pausa pranzo in una piccola libreria del lungolago, aspettando di ricevere da Alessandra, la caporedattrice, il permesso di buttar nel cesso un pomeriggio. Alessandra mi ha detto Vai, bella, e spacca su tutto! e io avrei avuto voglia di dirle che quando si spacca qualcosa lo si butta giù, mica lo si tira su, ma il tono dell’invito era così confidenzialamichevole che mi sono


limitata a sorriderle, mostrando i risultati stupefacenti dell’ultimo traguardo raggiunto nel campo della pulizia dentale. Libero e risistemo la stessa ciocca chiara dietro allo stesso orecchio agghindato e termina Send me an angel e inizia una lagnaccia indescrivibile di Celine Dion che non ho però alcuna forza di interrompere o mandare avanti. Scribacchio una dedica ambigua nella seconda di copertina in carta ecologicalriciclata, utilizzando una pennona che è un aborto veramente indefinibile di Mont Blanc e il mio profumo è di Lancome e mi sembra che tutti gli astanti si facciano in quattro per annusarmi l’epidermide depilata. Il volumetto rosa è un romanzuccio leggero leggero, nulla di troppo impegnativo, sia chiaro. Una satira assolutamente apolitica, diretta e incentrata alla e sulla middle-class inglese e anche no. E se il tema descritto nel suo succo fa sinceramente cacare, la prima impressione non è quella corretta. Lo acquistai la prima volta tempo fa, sperando in qualcosa di ben diverso, lo ammetto, ma mi ritrovai a leggere tutto d’un fiato una genialata letteraria che ha la sua forza nella fantasia della vicenda narrata: un furto totalizzante. A sparire non è un oggetto prezioso o preciso, ma l’arredamento intero di un’abitazione-prigione. Due coniugi, i Ramsome, imbambolati nell’abitudinarietà di un banalissimo equilibrio esistenziale – che è quello di tutti, a lungo andare. Un furto che è una vera e propria epifania; giro di boa, start per la liberazione spontanea dalle catene con le quali ci si attanaglia da soli. Bennet è un vero geniaccio. È gay, come la maggior parte dei geniacci dell’arte, e nutro dei dubbi sulle potenzialità di Marco di penetrarlo completamente. La mia dedica è bellissima e commovente. Una delle due ormai solite donnacce di fronte a me, quella evidentemente più brava nell’arte dell’innocuo puttaneggiamento pubblico, sfiora con un dito fint’imbarazzato il mio ginocchio nudo e accavallato e indica il telefono cellulare che suona alla mia destra, abbandonato sul sedile libero al mio fianco. È di fintapelle color interno-traghetto, il sedile, non il telefono. Il display lampeggia ad intermittenza e il piccolo apparecchio argentato si muove a destra e a sinistra, sospinto dalla vibrazione insistente. Dico Grazie, ma temo di urlarlo, perchè ho ancora le cuffie e uno dei fratelli Gallagher nel frattempo mi dice che a lui sembra sempre che io sia solo quello che la gente vuole che io sia. E come non dargli una porca ragione.


All’inizio, tutte quelle volte che non ero con Marco, Marco mi telefonava continuamente; solo per il gusto di sentire la mia voce un pò goffa e impacciata rispondergli Pronto?! Ne sono certa, e io ero pronta sul serio, allora. Ero pronta per stare ad ascoltare i suoi deliri di onnipotenza e le sue cazzate madornali che, loro da sole, me lo mostravano così fragile e semplice com’è poi sul serio. Ascoltavo quelle frasi di circostanza che si ripetono costantemente anche oltre la confidenza ottenuta e raggiunta e progettavamo assieme piccoli frammenti di un’esistenza che veramente ci sembrava immune dalla fine. Sembrava non esserci alcun limite per noi e mancava del tutto quella paura che ti fa temere il peggio prevedibile. Il telefono smetteva di essere un mezzo materiale di comunicazione tra due o più individui e si trasformava magicamente in un prosecutore di rapporti tra virgolette. Il telefono era un piccolo nanetto nella sua armatura di ferro che ascoltava le parole del primo e le sussurrava meccanicamente nell’orecchio dell’altro ed era bellissimo proprio così com’era. Sarei stata al telefono con Marco per l’eterna eternità, allora, massaggiandomi fantasiosamente il plesso toracico e auscultandolo, a mani nude, salire e scendere e tremare e sobbalzare ad intermittenza per allegrezza e gaiezza e contentezza. Poi, quello stesso telefono che mutava nella forma e nell’abbigliamento con ritmi cronologicamente estenuanti, ma rimaneva il medesimo strumento nella sua primitiva funzione, cominciò a farsi stronzo davvero e a riportare le cose per metà, insinuando il dubbio e il sospetto nelle orecchie di entrambi. E quindi ridevo, dicendomi pronta, ma ridevo per dissimulare una situazione tanto stretta da non lasciarsi più calzare. E quel sorriso mi renedeva la falsa della situazione e la stronza e la troia e se dicevo Tutto occhei! in realtà era tutto un gran merdaio. Poi le cose sono venute da sole e il telefono, stringi stringi, non è neanche c’entrato un cazzo. Driinn, driin. È Anna, l’amica vera, la spalla per eccellenza, in tutte le declinazioni e gli utilizzi possibili. Una gran fica, dentro e fuori e mi chiede Giuly, come va? e vuole sapere a che punto sono e se ho preso quella benedetta decisione che mi frulla nella testa da un pò. Le rispondo che No, non ho alcuna intenzione di parlare con Marco di Francesco, almeno non oggi, in questa circostanza! E aggiungo che Marco è fatto così, che lo conosco bene, che non potrebbe mai capire, che si arrabbierebbe e forse mi picchierebbe e poi, certamente, mi darebbe della stronza e della puttanella e tutte quelle stronzate che non ho voglia di sentimi versare addosso di nuovo dall’uomo con cui ho trascorso gli ultimi due anni della mia vita, per quanto siano stati due anni di cazzo,


attaccati al tubo autoalimentante di una routine dalla quale mi sono lasciata schiavizzare da sola, me medesima, tapina e cogliona. Io dico: «Non è un tradimento, Anna. Non siamo più una coppia, io e Marco. Francesco è un suo collega... non vedo alcun collega-mento con lui...» e ridacchio come una cerebromancante totale perchè collega e collegamento mi fanno veramente ridere. Collega-mento-collega. Anna dice: «Non è questione di collegamenti, Giuly. Dovresti solo mettere le manine avanti... Marco lo conosci... l’hai detto tu!» ed è tanto bella quanto troia a farmi adesso questo tipo di discorso. Io dico: «Ma Francesco non lo sopperterebbe. Si complicherebbe la situazione e ci perderemmo tutti qualcosa!» e mi scruto un’unghia e guardo di sottecchi le due Paris corvine del Como-Milano, così, giusto per capire quanti cazzi voglio farsi dei miei. Anna dice: «Si complicherebbe comunque la situazione. E tu ci perderesti più di tutti...» e la sento sfumacchiare incallita dall’altro capo della conversazione. Io dico: «Fino ad ora sono io quella che ci ha guadagnato di più!» e ne sono veramente convinta. Lei e scettica, scetticissima e mi dice che a starmene zitta non faccio veramente alcunchè di socialmente utile, ma sto solo masochisticamente procrastinando il peggioramento delle cose e che non ha senso passare da falsa ora che da tutta quella storia ne sono uscita da vera vincitrice. Mento Anna, sono arrivata! e lei mi lascia, schioccandomi un bacio nell’orecchio che non so per quale motivo mi sembra un rutto volgarissimo. Rido tra me e rimetto le cuffie e una negra strafica è tipo orgogliosisissima di dire che lei si trova un altro lui in un minuto e che lui, il primo lui, non deve azzardarsi a dire di essere insostituibile perchè per lei non è esattamente così e io sono quasi totalmente convinta che siano tutte stronzate o forse è solo che lei è così superfica che non ha mai amato qualcuno veramente. Indi quindi mi sistemo in modalità autogiustificazionista sul sedile, cioè, rannicchiandomi come una larva senza faccia e tutti pensano che sono una povera stronza irrimediabilmente alla frutta e che una come la sottoscritta non può aver veramente alcuna colpa nel gran bordello che è il male del mondo intero.


Cadorna brulica e il mio treno è perfettamente in orario, alla faccia della Lexus che ho comprato (shopping compulsivo di prim’ordine) ma di cui fondamentalmente non me n’è mai fregato un cazzo. Marco lo riconosco da lontanissimo e questa volta, come mai prima d’ora, la sola vista dei suoi capelli pettinatissimi e ordinati mi apre una voragine nel petto giusto sotto al seno, all’altezza del fegato e posso metterci dentro una mano, nella voragine e trapassarmi da parte a parte, tant’è profonda e larga di diametro. Quei capelli hanno il loro unico e distinguibile profumo. Quel profumo lo avevo nelle narici.


3 È come se mi vedesse dentro

Milano, otto giugno duemilaetot

Un reincontro tra exfiancè può custodire in sè qualcosa di speciosamente animalesco che si può metaforicamente descrivere osservando le abitudini comportamentali delle cavie in libertà: animali sostanzialmente privi di difesa alcuna, queste vivono prevalentemente durante la notte o la fase crepuscolare, quando, cioè, possono procacciarsi del cibo senza essere scorte dai loro principali predatori. Hanno un carattere timidissimo e sono generalmente animali miti; l'unica loro difesa risulta essere la fuga, che il gruppo opera in un regime di disordine e panico. P.S. In libertà, tendono a formare coppie fisse. Marco dice: «È un trench quello che hai addosso, Belè?» Giulia dice: «È un trench...» Marco dice: «Non indossavi trench... prima!» Giulia dice: «Mangiavo anche molto male, prima...» Marco dice: «Si chiama mutazione-forzata-post-relazionale?! È la neopsicologia di sa il cazzo chi...» Giulia dice: «Dove vuoi arrivare, Marco?» Marco dice: «Mi chiedevo solo se è un Burberry.» Giulia dice: «Lo è. È un Burberry. Come stai... adesso?» Marco dice: «Sei molto cara ad interessartene...» Giulia dice: «Siamo soli o hai ancora il tuo pubblico invisibile alle spalle che ti ascolta ed è pronto pronto ad applaudirti?» Marco dice: «Sto discretamente bene, Giulietta. Discretamente è il termine corretto. Ma ho diversi problemi lavorativi...diciamo!» Giulia dice: «Niente più colpi di genio quindi?» Marco dice: «Oh siii, colpi di genio sì, ma è mutato l’assetto. Puoi capirmi, Giulia? L’as-setto: colleghi, sottomessi, collaboratori e cazzi vari...» Giulia dice: «Da quando ci siamo persi? È cambiato da allora?» Marco dice: «Da quando mi hai perso, sì!»


Giulia dice: «Disponi comunque delle tue solite forze sufficienti a poter sopportare questo momentaneo momento di crisi, vero?» Marco dice: «In tua compagnia era diverso... Poco meglio comunque!» Giulia dice: «Di questo non ne ho mai dubitato! Ti sapevo consolare, giusto?» Marco dice: «Hum... a te importava!» Giulia dice: «Cosa? M’importava quello che facevi? Il tuo lavoro? Era questo che m’importava, Marco?» Marco dice: «Lui, sì... e t’importava anche di me...» Giulia dice: «Hum, già! Ma ora sto riequilibrando il mio... assetto! Ne avevamo bisogno entrambi...» Un brivido freddo percorre una schiena e una spada lucente d’orgoglio trafigge un costato abbronzato. È il gioco delle parti e vince chi ne capisce qualcosa, uguale: chi capisce dove andare a schierarsi. Marco dice: «Francesco chiede spesso di te. È molto, come dire, interessato...» Giulia dice: «A te?» Marco dice: «È come se mi vedesse dentro...» Giulia dice: «Francesco?» Marco dice: «Si, sì!» Quando un sommozzatore s’immerge senza bombole, si dice che vada in apnea. E in realtà non c’è nulla di edotto etiam enciclopedico in tutto ciò, cioè nell’andare in apnea, nel senso che lo sanno tutti come si fa ad andare in apnea. Se non gestita correttamente, l’apnea può però portare alla sincope (perdita di coscienza), causare danni cerebrali gravi o gravissimi o, addirittura, la morte. Giulia dice: «Tiri ancora?» Marco dice: «Cosa?» Giulia dice: «Pippi?» Marco dice: «Meno. Mi tranquillizzo spesso...» Giulia dice: «Stai equilibrandoti anche tu?» Marco dice: «Sono stato male per te, all’inizio. Molto male...» Giulia dice: «Anch’io, Marco!»


Marco dice: «Sei stata molto... azzardata...» Giulia dice: «Sei incredibilmente imparziale, Marco!» Marco dice: «Mi hai già sostituito?» Giulia dice: «In che termini stai mettendo la questione?» Marco dice: «Ti fai scopare? Ti fai scopare da un altro essere umano respirante e dotato di cazzo che non sono io?» Giulia dice: «Ora?» Marco dice: «Adesso, sì...» Giulia dice: «Non è come con te... non è la stessa cosa. E comunque non è stato per niente facile rimettersi in carreggiata...» Marco dice: «È stato... da troia!» Giulia dice: «Siamo liberi entrambi, Marco! Che sei rimasto solo fino ad ora, non ci crederei comunque...» Marco dice: «Lo conosco?» Giulia dice: «Questo non deve avere alcuna importanza per te!» Marco dice: «Nulla ha più importanza, ma tutto mi interessa ancora! E anche più di prima!» Giulia dice: «Credo ti stia facendo del male, Marco.» Marco dice: «Voglio fare l’amore con te, Giulia.» Giulia dice: «Non credo sia possibile, ora.» Improbabili statistiche che non possono essere provate (e quindi smentite) dimostrano che nel novantanove per cento dei casi considerati, due exfiancè hanno almeno numero due rapporti sessuali dopo il fatidico “The End”. Bla bla bla? P.S. Non rientra nella suddetta statistica alcuna specifica circa la natura delle modalità d’approccio e (soprattutto) di contrapproccio. Senza peraltro considerare che sussiste la possibilità che il contrapproccio non abbia luogo per niente; tecnicamente si potrebbe parlare in questo caso di violenza sessuale o stupro, dal sanscrito tup-ami = colpire et offendere . Marco dice: «Il suo nome inizia per effe? » Giulia (trasalendo) dice: «Tu sei... pazzo!» Una porta si chide o forse si apre barra riapre. È il solito gioco delle parti e in questo caso è più difficile designare il vincitore assoluto.


Giulia dice: «Sarà meglio non vedersi più, Marco. Per un pò... per un bel pò!» Marco dice: «Sarà impossibile!» Giulia dice: «Possiamo farcela... dobbiamo! Per entrambi...» Marco dice: «Sarà impossibile! Te lo prometto...»


4 Cristina è la mia analista

Milano, nove giungo duemilaetot

Cristina è la mia ultima analista e mi guarda ambiguosorridente mentre io me ne sto sdraiato iperrigido s’una chaiselongue Le Corbusier di cavallino muccato che ho come il sentore che sia di mucca viva-vivissima. Cristina è una gran figa con la effe maiuscola. Una gran figa di quelle che frequentano solo figame pari al loro, stronza come un uomo e con le scarpe con il tacco esageratamente alto e mastica una ciccle alla cannella a bocca aperta e il suo odore, della cicca, mi arriva diretto addosso e mi s’insinua nel naso, che proprio non riesco a tenere fermo. Il suo odore sembra dirmi che non se ne vuole proprio andare. Lascio cadere qualcosa per terra, giusto per valutare il suo tasso d’interiazione alle vicende circostanti e nel momento preciso in cui l’accendino d’argento urta contro il parquet chiaro che ricopre il pavimento dello studio, Cristina mi chiede se faccio ancora uso di sostanze sintetiche e o stupefacenti. Rispondo che ho un sogno frequente che ricorda, così, diciamo, più un incubo infantile, che un sogno vero e proprio e le racconto che sogno Giulia che mi corre a piedi dietro alla macchina mentre io cerco disperatamente di scapparle e poi, a un certo bel punto, ho come un lampo di genio o un’illuminazione pseudodivina della madonna e inchiodo e lascio che mi raggiunga un pochetto e poi sposto la leva del cambio su r di retro e la investo con il culo di una Porsche Carrera quattroesse che di solito mi fa cagare e poi sposto su d e la reinvesto e poi r e poi p e via dicendo così per un bel lasso di tempo. La cosa non pare interessarla più di troppo e resto in silenzio imbarazzato mentre apre l’agenda in pelle Gucci con una calma veramente sconfortante. Potremmo vederci fra una decina di giorni, dice improvvisamente, scappucciando una Mont Blanc da diverse centinaia di euro e per me tutte queste parole sono come tante sprangate dirette nei coglioni. Mi metto a sedere al centro della poltrona e rispondo che in totale sincerità preferirei tipo vederla prima, magari per un caffè o un calice di rosso in simpatia, ma a sua volta ribatte che non è possibile, e penso che faccia così per la solita stronzata teorica del non mischiare il lavoro con la propria cazzo di vita personale.


Cristina dice: «Devi reagire e ricostruire, Torricelli!» ed è veramente una stronza a chiamarmi per cognome, perchè lei è la mia analista è sa bene che odio essere chiamato per cognome. Io dico: «Ricostruire cosa?» e il suo sguardo si allontana anni luce dal mio, come le probabilità di fare del sesso, con lei. Cristina dice: «Quel qualcosa che può esser definito vita...» e si accende una sigaretta, una Philip Morris ultra light e io non ho mai visto Cristina fumare e, ad essere sinceri, non sono nemmeno mai stato sfiorato dall’idea che potesse fare una cosa tanto infima e carica di doppisensi sessuali. È stata una sorta di nobilitazione in negativo, questa sconcertante scoperta; la perdita di una grazia, di una compostezza e di un’eleganza tutta femminile nel semplice gesto di incendiare una cappella marrone di tabacco. Il fatto che stia fumando, fra le altre cose, è chiaro sintomo che la seduta è terminata e, sebbene la voglia di fotterla in ogni verso mi si rinsaldi nel cervello come una metastasi, è questa forse la prima volta che assieme si è entrati in uno scambio più intimo d’essenze o forse è solo arrivato il momento di sradicar le tende. Io dico: «Vi-ta-vi-ta-vi-ta-vi...» e Cristina mi guarda più seria del serio. Fuma sbuffando il fumo dall’angolo sinistro della bocca e ha degli occhi verdissimi. Cristina dice: «Giulia deve essere cancellata dal tuo frontground una volta per tutte. È la soluzione conclamata. È questione di tolleranza, Torricelli: puoi tollerare la persistenza di Giulia nel tuo contest quanto vuoi, ma una volta superato il limite ultimo, il boarderline, il tracollo è immediato e giù, crush. E noi il crack non lo vogliamo. Anzi, lo aborriamo!» Succhiamelo, troia! Succhiamelo. Sii, succhiamelo! E mi tocco i coglioni senza farmi notare. Io dico: «Cazzo!» e mi accarezzo il pettorale sinistro e guardo l’orologio e posso serenamente prevedere che la tal cosa la scocci parecchio. Cristina dice: «Ricostruisciti un’esistenza senza Giulia. I passi più complicati li affronteremo insieme...» e riapre l’agenda che intanto aveva chiuso, inforcando la sigaretta nella piccola morsetta di un posacenere in cristallo Fortunoff. Io dico: «Questa sera ho un appuntamento. Sarà un’esperienza molto galante! Verissimo!» e sono sgargiante ed è un pò come se volessi dirle che ce la faccio anche da solo a darmi un senso e che qui, da lei, ci vengo solo perchè con lei ci voglio scopare e voglio sfondarle il culo in un trogolo da stalla pieno d’acqua, tenendole la testa sotto fino a chè non parte per la direttrice della morte. Cristina dice: «Cambia numero, amici, abitudini... Bevi orzo, Torricelli. Caffè d’orzo...» Io dico: «Penso di essere decisamente in ritardo!» e mi alzo e mi si svela un’erezione palese di cui non mi sono veramente accorto.


Cristina dice: «Potremmo vederci tra una decina di giorni.» e scrive il mio cognome, Torricelli, a penna su un giorno che mi sembra seriamente un giorno qualunque e così decido che quello stesso giorno la sventrerò con una pialla e mi accarezzo la tasca del blazer che custodisce la mia turbopolvere restante. In sottofondo è appena percepibile una sinfonia molto classic che è veramente la fine del mondo. Io dico: «Potremmo bere qualcosa... una di queste sere. Ho una BMW molto potente!» e strizzo l’occhio in un occhiolino sicuro. Per la prima volta da anni mi sembra di fare una qualche breccia dentro di lei, proprio in mezzo alle tette o alle labbra. Intravedo la sua lunga lingua rossa, rossissima e mi sale come la voglia di possederla pesantissimo e lasciarla collassare nel cesso del suo studio con decilitri di sperma che le scivolano per l’esofago. Cristina dice: «La parcella ha subito un leggero aumento. La mia segretaria ti sta aspettando... Arrivederci Torricelli!» Io dico Cazzo!come da mio solito mainstream reazionale e, uscendo dallo studio elegante, riesco ad infilarmi in tasca un pesantissimo fermacarte in vetro di Murano da alcune centinaia di euro la libbra.


5 (S)partiamo!

Milano, nove giugno duemilaetot

In svacco totale sul divano, senza rendermene conto completamente, mi masturbo in castità, massaggiandomi la bocca vaginale con il culo duro e arrotondato del telecomando del decoder Sky e Francesco mi chiama sul cellulare e io rispondo al secondo driiinn e lui mi dice Giù, son da te in tre minuti! e io, che sono già pronta e strafica da un pezzo, mi metto al davanzale, aspettando di vedere la sua quattro posti cabrio tedesca svoltare l’angolo infondo alla mia via. Quando arriva – e i suoi trecentosessanta cavalli grigio delfino si sentono tutti – scendo di corsa i due piani di scale e mi specchio rapidamente in un’immensa specchiera retrò che decora l’ingresso dello stabile d’epoca del centro. Ora: sei e quarantacinque postmeridiane. Destinazione: Executive Lounge – zona Garibaldi/C.so Como. Tasso d’interesse: tutto quello di cui si può disporre, in previsione di un aperitivo di lavoro con colleghi di un lavoro che non è il mio. A prima occhiata il party si presenta come un vero troiodromo patinato: molto figame di bassa caratura con fregne sfrangiate dall’usura e miniabiti di riciclo, qualche vip tecnicamente alla canna che si diverte a buttar gli ultimi soldi dalla finestra, lasciandoseli giostare in borsa da altri e molti, moltissimi operatori del settore, borsistico appunto, in giacca e cravatta d’ordinaria ordinanza. C’è anche Coso, che ho avuto la sfortuna di conoscere in una circostanza di delirio alcolicopsichedelico – solo suo – non indifferente, ed è veramente bellissimo, ma naturalmente dotato di un cervello dalle dimensioni di uno stafilococco e gli occhi così chiari da sembrar cieco, sebbene cieco non lo sia veramente. E poi mi sa di uno che tira sberlette sulla patata. Quando mi s’appresta e mi dice Ehi, chi si rivede?! ho come l’impressione che Francesco si senta una minima in competizione perchè Coso è tedesco (come la sua berlina superlusso) o comunque altoeuropeo e mi guarda il culo con animalesco desiderio d’introspezione; ma Francesco credo sia certo di potersi fidare della sottoscritta che mai e poi mai spartirebbe la propria carne e la


propria vagina con qualcuno di cui non ricorda nemmeno il nome. Per quanto il viso e il deltoide del suddetto similsconosciuto possano essere benpresentanti e sufficientemente stimolanti all’incontro ravvicinato. Mi dice, Francesco, non Coso, La situazione non è esattamente favorevole! e penso si riferisca alla nostra momentanea impossibilità di ritagliarci del tempo per noi = goderci una sveltina in pace apparente, perchè i bagni sono dei merdai strapieni di coca e fica e ci sono molti amici/colleghi presenti (nei bagni) e mi chiedo per un attimo per quale misterioso motivo Marco sia l’assenteista d’oro dell’assegnazione della statuetta Brocker dell’anno. Una bellissima flashata con un collo di scimmia che ha tutte, ma proprio tutte le sembianze di un parrucchino avantretrò, mi chiede se sono del settore, se c’ero a quel breefing e perchè mancavo a quell’altro meeting e a me viene subito come di mandarla a cagare, ma poi concludo che, tolto il collo incarezzabile, la tinta domestica e le dimensioni spropositate del suo seno, non sussiste veramente differenza alcuna tra me e lei che, cazzodio, scopro chiamarsi pure Giulia come me. Le sorrido e le dico che sono vegetariana e ai meeting ci si ciba di sterco vero. Francesco mi dice nell’orecchio che dovrei essere più, diciamo, accondiscendente e mi poggia contemporaneamente una mano sullo stesso culo che Coso non smette un momento di fissare da qualche metroquadro di distanza e io proprio non riesco a capire se si riferisce alla maggior accondiscendenza sessuale che dovrei avere con lui o a quella interpersonale che dovrei sperimentare con il prossimo mio. Penso amen e funce varie. Ad ogni modo torno a guardare flashgirl e le chiedo se il suo Cuba fa seriamente cagare, alludendo al fatto che non ne ha ancora bevuto un sorso e il ghiaccio, sciolto, inizia a colare rovinosamente fuori dal bicchiere prima e poi sul suo vestitino di lurex dorato che nemmeno Patty avrebbe saputo indossar così da zoccola. Mi risponde che si, il suo cuba fa paurosamente schifo e, da vera cogliona, ne ordina un altro ad un cameriere ambulante che però non credo sia esattamenteun cameriere. Le consiglio di farci mettere zucchero semolato, ma i suoi occhi sorridenti li sento dire Taci stronza! ed è lei la prima a tornarsene pseudoallibita nel suo pertugio di fattanza et baldraccanza. Intanto, un’amica di Coso (che da Coso si farebbe pasturare seduta stante, ne sono certa) vorrebbe afferrarmi i capelli alla radice della coda perfetta e sbattermi la testa random contro il muro o in un cesso intasato di merda. Sono pressochè certa anche di questo e io e Francesco stiamo bevendo pescalemon ed è un’ottima premessa per sbattermene imperialmente i coglioni del resto.


La base del momento è una hit dei Goldfrapp e un capannello limitato dei broker tuttisesso più disinibito e fico degli altri balla al centro del dancefloor e mi sembra che mimino tutti quanti amplessi e copulate da manuale. Yo-yo. Qualcuno urla un Viva la figa! che voglio sperare non faceva dai tempi del liceo e io dico a Francesco che i suoi amici sono veramente tutti bellissimi. Bellissimi e simpaticissimi e lui allora mi dà un bacio sulla bocca, ma senza la lingua e nessuno ci fa particolarmente caso. Anzi, nessuno sembra cagarci per niente e poi, quasi conseguentemente, la musica si abbassa un poco e le luci stroboscopiche si alzano un altro poco e un cicciommerda schifoso e visibilmente ninfomane di x anni (tanti) con la prostata grande come un melone giallo, attacca un monologo scontatissimo, servendosi di un microfono che scommetto vorrebbe fosse un megacazzone nigeriano. Francesco mi spiega subito che costui altri non è che il portaborse del vicepresidente intergalattico della Volker in persona; Volker, che è invece l’istituto per il quale lavorano tutti i manichini strafichi presenti stasera: abilissimi drincatori di alcol e sublimi leccatori di culo ed espertissimi stock-exchange transactioneer. Il ciccio dice una miriade di volta Ciao carissimo! dall’alto del suo funambolico palchetto e poi conclude la sua improvvisata studiatissima in modo veramente clericale, ricordando a tutti noi fedeli astanti che i successi della Volker e della vita di ciascuno sono da attribuirsi alla grazia divina di sto gran cazzo e ci manda in pace benedicendoci nel nome del gesùcristo. È tutto molto goliardico, ma goliardico sul serio e tutti quanti, me esclusa, gridano Bravo! e cappellate varie e io non ci capisco veramente un cazzo. Francesco è impassibile e mi bacia il collo e io gli sfioro il petto coperto da una camicia di Boggi a nido d’ape azzurra e ho una voglia incontenibile di farci del sesso e prendermi – passatemela – il suo cazzo tra le labbra. Ho un abitino di seta Missoni e stringo il mio drink come se fosse uno scettro regale. Un belloccio brizzolato che ride con amici/colleghi mi lancia diverse occhiate fameliche, ma la sua faccia è così rossa e l’espressione così tesa che ho come paura che si caghi addosso all’improvviso per lo sforzo. Intanto, nella folla aleatoria di giovani soddisfatti e realizzati e contenti che si è accalcata sotto al palco dove ci troviamo noi quattro (io, Fra, Coso, e la sosia/rivale), mi sembra di riconoscere il collo taurino e nervoso di Marco che non vedo da tipo ieri. Intanto un rutto di sesso apparentemente femminile dai capelli sintetici che si fa o millanta di farsi un gran fico di dio mi dice che somiglio paurosamente a Gisele Bundken e mi chiama


Amore e io rispondo solo Grazie! e mi viene da ridere al pensare che sia una lesbicazza insospettabile e penso che lei pensi che io la voglia prendere per il culo, nel senso di sfotterla, e se ne torna dal suo cavaliere con una smorfiazza da vera stronza. Il cavaliere intanto ha tagliato la corda e io sussurro Scusa troia! e Francesco mi conferma che non mi devo preoccupare perchè Sarah (lei) troia lo è sul serio e si farebbe cauterizzare entrambe le tette pur di esser considerata da un pene. Assistiamo quindi ad una scena che ha in sè del tragico e del singolare assieme: appare improvvisamente al centro della sala la vincitrice del Grande Fratello di qualche lustro fa, che se non era figa allora, adesso è una turca con le gambe; ma io penso Tanto di cappello al coraggio! e un pò sorrido a questo mito nostrano dell’italiana media che ce la fa ma non proprio, mentre tante altre mediocri italiane dicono Si, allora anche io posso farcela un poco. E non è nemmeno bionda ed emana un odore di trippa e zuppa di cavoli che fa vomitare a fontana, ma che forse viene dal povero buffet messo a disposizione dall’altrettanto povero servizio banqueting. La Cristina intanto si sbraccia e si spreca in saluti papali che evidentemente le ricordano tanto i fasti passati della celebrità ingiustificata e mai meritata e tutte le donne disadattate etiam complessate presenti stasera gongolano, sapendo per certe di avere anche loro un’altra chance e io penso che alla fin fine tutte loro l’altra chance ce l’hanno veramente, perchè peggio (per loro) sarebbe autoconvincersene sul divano di casa alle quattro antimeridiane davanti alle repliche di Tempesta d’amore con una cofana di icecream del Lidl tra le cosce burrose. Io non sono una loser come voi e sti cazzi. Stronze! E ci sono ancora i Goldfrapp che hanno bell’e che scartavetrato le palle. Beviamo un altro pescalemon, io e Fra, e ho come l’impressione che lui si sia improvvisamente incupito. Dico Che hai? con un tono veramente materno e lui dice Voglio stare un pò con te ma io gli faccio presente che ancor dev’esser consegnato il premio Broker dell’anno e che lui è in lizzissima per accaparrarselo e mi risponde che a lui non gliene frega uno stracazzo del premio Broker dell’anno e poi aggiunge torvo che ha dei problemi e che questi problemi potrebbero essere molto seri e anche se so per certo che questi problemi riguardano lui e me e Marco, penso (ma solo per un secondo) che stia invece cercando di dirmi che è gay e la cosa mi rovina una minima l’aplomb.


Durante i mesi, tanti, trascorsi in coppia con Marco, non capitava mai che mi ritrovassi una sera qualunque incollata ad un porno in tivù. Sebbene sovente accadeva che lui si strafacesse di bamba. Con Marco non c’era mai il bisogno di organizzare alcunchè. C’era Lui, faceva da sè e faceva per tre. Un pò muta io. Francesco guarda indifferente il fondo del suo superalcolico e un bordello serio di gentaccia ha ripreso a sbraiatarci attorno e si tocca vicendevolmente e si saluta e parla bla bla bla. Mi viene anche in mente di un’amica con gli occhiali spessissimi che se la faceva con un frocio lievemente sovrappeso che era in verità l’ex del suo migliore amico gay, ma credo lo facesse più per rivalsa che per reale interesse et curiositatem. Poi la serata prende una piega veramente languida, perchè la musica inizia a far cagare sul serio e il dj stempiatissimo è un patito di Laura e ne mixa tutto il repertorio secolare in modi softcore alquanto bizzarri ed inascoltabili e io sono presa seriamente di merda, anzi peggio, e Francesco è molto preoccupato e stringe il telefonino tra le mani sudate e le donne in carriera presenti flirtano tutte come troioni che non vedono un fallo da quinquenni. Me ne vado in bagno senza preavviso e mi sciacquo le mani un paio di volte in un lavandino di nero laccato e mi passo le stesse mani umide sul viso e mi rovino un pò il trucco. Un tipo molto magro – che è il sosia serissimo di Fabrizio Corona con tanto di borsa oculare e codino impomatato – si tira un iperpippotto sulla mensolina in plexiglass di un altro lavandino e due tipe eleganti, ma sciattissime parlano dei rispettivi partner, sostenendo che devono vincere loro (e questo loro, riferito ai rispettivi compagni, lo calcano veramente moltissimo) perchè sono supertop e tentano di organizzare un aperitivo al Sans, una cena da Nu e un dopocena alcolico al Bond. E a me fa tutto cagare, perchè con Marco non avevo mai di questi problemi. Quando torno in sala trovo, ancora una volta, tutti quanti accalcati attorno al palchetto di un metro cubo di prima e a parlare c’è adesso una merda anzianotta, sesso maschile, età indefinibile, cravatta indefinibile e un completo che sembra un sacco e lui è veramente una merda nel sacco o un sacco di merda, qualsivoglia


Bevo un altro pescalemon che raccatto dal banco-buffet e glu glu glu, e sti cazzi. Fatico a rintracciare Francesco e una soubrette molto fica che sembra la Corna o la Foliero (anzi, è certamente una delle due) toglie un torello in goldplated da uno scrigno vellutato che ha la forma di uno scrigno vellutato e mi chiedo perchè la Corna o la Foliero, inutili per loro natura, siano invece vive, belle e ricche, forse anche più di me. È il momento tanto atteso dell’assegnazione di sta cazzo di statuetta del Broker dell’anno che la prossima volta che la nomino prometto di farmi amputare la lingua con una sega circolare. Il Sacco di Merda vuole dimostrare a tutti i presenti di esser ancora in grado di leggere e inizia a sgranare uno ad uno i nomi dei venticinque giovani candidati alla vittoria e io rivivo in un nanosecondo tutta la mia vita dagli otto ai ventitrè anni quando viene fatto quel nome. Quel Marco Torricelli che non è un semplice candidato. Francesco mi stringe le spalle un secondo dopo e mi chiede di seguirlo più avanti, proprio sotto al palchetto e io mi sento una vera groupie e l’idea che poi potrei essere io a scoparmi il vecchiardo nel camerino mi nausea e mi eccita contemporaneamente. Marco non è un semplice candidato, cazzo.


6 Uno più uno uguale due

Milano, nove giugno duemilaetot

L’amore con Giulia era una sinfonia vagamente beethoveniana: quiete e tempesta equamente miscelate nell’intimità del nido d’amore dell’uno o dell’altra. Fare l’amore con Giulia era tutto e ancora tutto. Vivevo per la sua pelle morbida e per i suoi fianchi che mi ricordavano le colline del piacentino, sinuose e soleggiate, fresche di quei profumi sempre primaverili. I nostri sessi s’incastravano come i pezzi di un puzzle perfetto e ne fanno ancora adesso il più bel ricordo di quei momenti d’intesa complice e divertita. Anche il volgare era sublime, con lei; come sublimi erano i baci che ora faticheremo a tornar a scambiare. Il sesso con lei, con Giulia, era come il sesso con me stesso: senza stupidi imbarazzi, senza leggi e logiche da rispettare. L’amavo. Questa ne è la prova e il tempo di ripresa proprio non lo so. Siamo tutt’e due nudi come vermi, io e la mia vittima scelta a casaccio dalla strada, ma io le sono completamente sopra e le abbraccio i fianchi stretti e lattei con le ginocchia spigolose e inizio a penetrarla, stringendole con forza i lati della pancia tra le mani abbronzate. La vittima è molto magra e mi sembra quasi di poterle stritolare le osse con un sol colpo ben assestato. Sento il mio grosso membro scuro sempre più bagnato ad ogni affondo profondo nella sua cavità vaginale e lo immagino imbevuto e fradicioso dei suoi umori caldi e lattiginosi. In tutto questo trambusto di sperma, saliva e sangue, riesco addirittura ad ipotizzare i miei peli pubici che si scollano a fatica dal suo pube grondante di seme purpureo. Il nastro isolante che serra la bocca della vittima si deforma pressappoco ritmicamente, ogni qualvolta lei cerca, invano, di urlare e le sue mani, legate a coprirne le orecchie con quello scotch


marrone che si usa per chiudere i pacchi, le danno un’aria da donna distrutta ed in preda alla disperazione, cosa che per altro riesce ad eccitarmi notevolmente. Le do della troia, alla vittima e poi della lurida, ma dubito riesca a sentirmi, e giù, continuo a fotterle la fica sdrucita per altri dieci o quindici minuti. L’acol e la sintetica non mi fanno venire mai e poi mai. Quando i miei colpi, troppo ripetuti e violenti, iniziano a farmi soffrire un debole dolore alla base della spina dorsale, mi sradico agilmente dalla vittima e avvicino il mio muso sudato e abbronzato alla sua grossa vagina sfondata e mi umetto le labbra, strusciandole violentemente contro le sue, le altre, quelle più grosse. La scopo prima con un dito, poi con tre, ma quando cerco di infilare dentro di lei tutta la mano, il sangue che si riversa di fuori, imbevendo il materasso, è veramente troppo e il lenzuolo di seta grigia inizia a lacerarsi sotto le scosse ritmiche del suo corpo continuamente convulso. I piedi della vittima sono stretti tra di loro da diversi giri di scotch e legati a loro volta alle due gambe del letto. Un laccio di iuta le lega i gomiti ai due lati della testata in ferro battuto e non le è concesso alcun tipo di movimento che non siano quelle solite scossette elettriche che la percorrono per intero dalla nuca in giù, fino alle terga. Il mio corpo è letteralmente coperto del suo sangue grumoso e poca è la differenza tra il prima e il dopo, quando le mozzo di netto un capezzolo con un morso cannibalico. Il suo dolore lo posso immaginare veramente intollerabile e, nonostante ciò, la mia eccitazione sta svenendo poco a poco in mezzo alle mie gambe e non serve a nulla riattaccare a scoparla pesante e anche se provo per un pò ad usare una sua narice come figa, mi accorgo ben presto che il mio cazzo è veramente troppo grosso e moscio, mentre il suo naso è così piccolo e francese. Mi rassegno a tirarmi una sega monumentale standole inginocchiato sullo sterno e guardandola fissa nei suoi occhi azzurri e sbarrati e vengo copiosamente dopo un pò, nel preciso istante in cui la vittima sviene, stracarica di tutto queste forti emozioni. Le inondo la faccia di liquido seminale caldo e colloso, poi la soffoco con un cuscino e me ne vado in bagno riaccendendo il cellulare.


L’acqua che scola nello scarico in un anolo del piatto della doccia è così vermiglia che per un pò ho il panico di esser ferito anch’io. Mi pento istantaneamente di non averle sfonadto il culo, ma quando mi asciugo con il grosso asciugamano di spugna viola Frette, mi sento un Marco migliore; migliore di quello di sempre.


7 Database passengers

Como, dieci giugno duemilaetot

Mi ritrovo ad aspettare Anna seduta al tavolo di un lounge cubicum et stracolmum del lungolago che ha l’esclusiva caratteristica di conservare al suo interno quel particolarissimo microclima da serra equatoriale. Il posto è tutto sommato molto à la page, per quanto possa essere veramente in un locale del lago e il proprietario o quello che ritengo tale dal modo di fare, grassobaffo-capello grigio/lungo, urla con un tono tanto baritono che lui, la musica (alta, altissima e inspiegabilmente hardcore) la sovrasta completamente. Dice in continuazione Belè! ad un indissolubile figame ambosesso che gli lecca il culo per risparmiarsi questi cinque euro di buffet, incluso aperitivo. E tutto il figame in coro gli risponde Eccomi mio sire! e lui, a mò di aruspice, si mette a giochicchiare con le loro interiora strafashion, azzardando la morte per cui periranno. Il lago è veramente molto cheap, non c’è un cazzo da fare. Un tipo molto giovane e dall’apparel sicurissimo di sè si avvicina deciso al mio tavolino in vetroresina scura e mi fa Ehi bella, vuoi da bere? e io penso che, tipo, sia un cameriere o un rompicoglioni simile, ma poi ci ripenso e vorrei rispondere Fanculo! e stop, senza dovermi impegnare nella ricerca di perifrasi più ampollose, ma lui è così giovane ed elegante, in totalBurberry, che faccio solo no-no con la manina, mostrando un sorriso stolido di brutto perchè quel Vuoi bere? mi sa tanto di proposta da uno che mi vuole venire copiosamente in bocca. Però questo Fonzie biondo e dei ricchi vuole a tutti i costi offrirmi un Negroni e forse anche della coca o qualcosa di sinteticissimo e mi dice Perchè io ho ventidue anni, ma è come se non fossi di qui, perchè sono sempre a Milano, perchè... e io rispondo che è un tipo molto metropolitano, in effetti, e rifiuto le sue paste, pensando che dice stronzate, che ho solo Mastercard e zero contanti e che, soprattutto, potrei pur essere sua madre. Lui mi dice ancora qualcosa tipo Dai che sbarelliamo! o Dai che sloggiamo! ma io non capisco e allora lui tira fuori dalla tasca di una ridejack una chiave molto nera e decisamente di lussissimo e io risolvo in tempo record che l’aperitivo con Anna potrebbe invece terminare con la sottoscritta che crepa soffocata nell’abitacolo di una biposto scattantissima, quattro metri sotto la superficie lacustre del Lario e dico al tipo che sono stanchissima e aspetto un’amica che però è un


cesso e che non è il caso che resti ad aspettarla con me. Accetto il suo numero per vera cortesia e sotto sotto mi chiedo “Come. Sarà. Mai. Scoparsi. Un. Tipo. Tanto. Bello?” Marco, non lo si può definire una persona gelosa. O comunque la sua non è mai stata quella classica gelosia comunemente intesa, dei calci sui denti e degli addii senza speranza di recupero alcuna. Una chiacchiera in tranquillità non mi è mai stata negata e l’amico o l’amica del cuore mio, potevano continuare a mantenere il loro ruolo di sempre, per Marco, che li vedeva a malapena, in tutti i sensi. I discorsi sull’ex fantomatico, quello che appare all’improvviso, anche nei momenti d’intimità, come lo spettro del ricordo momentaneamente dimenticato, sembravano non fargli nè caldo nè freddo e probabilmente così lo era sul serio. La nostra realzione si completava da sola, come un cerchio sigillato alle due estremità, iniziando e finendo nello stesso identico punto: Marco&Giulia. Ho sentito parlare di scenate da panico e litigate da brivido per colpa della stessa stronza ed ancestrale gelosia. Ne so qalcosa per sentito dire, appunto, ma nulla di tutto questo l’ho mai vissuto in prima persona con lui. Marco era unico anche in questo: nel viziarmi e coccolarmi. Con quella rude austerità che è tutto quello che adesso mi manca. Quasi contemporaneamente alla sospirata dipartita del primo, mi spunta alle spalle Christian, venticinque anni, pìerre frocissimo che lavora a Milano e mi saluta dicendomi Amour, ti trovo divina! e io ringrazio arrossendo e alzando finalmente il culo dalla mia seggiolina. Lui è molto hype ma anch’io non scherzo un cazzo in fatto di appeal. Ho un vestitino molto minimal Alessandro Dell’Acqua e quando scosto i capelli dal viso, mostro anche a lui un sorriso decisamente forzato che però è lucido e bianco come quelli di certe pubblicità. Christian è il classico nome da finocchio, come Manuel e Michael; lo penso ma non lo dico e lui mi racconta di questo video che gira in Internet in cui una telecamera fissa inquadra un uomo molto stile Brokeback Mountain che prende fiato e infila tutta la testa nella vagina di una donnaccia che intanto urla come un maiale sgozzato. Ridacchio un pò con lui e mi immagino – non so perchè


– Chuck Norris con il viso completamente impiastricciato di endometrio. Ma poi lui ammette che la donna in questione era veramente un cesso e non se la sarebbe sbattuta mai e poi mai e solo questo, di per sè, la dice stralunga sui rapporti ch’è solito instaurare. Poi, Christian mi chiede se aspetto qualcuno, riferendosi evidentemente a qualche maschia new-entry che credo pensi mi porti nel letto e io controllo l’orologio che è un Tank da poraccia – ammetto – e dico Si, aspetto Anna! che è una troia fottutamente in ritardo, che non penso conosca di persona. Christian beve sbagliati a manetta e mi presenta il suo ragazzo che di anni ne ha diciannove o forse sedici e mi perdo un pò nello scrutargli le borse sotto agl’occhi che hanno le dimensioni di un trolley di Gucci e la cianotica melange di un copertone bruciato. Ci passa accanto un essere dalla sessualità non correttamente definibile, probabilmente protosessuato, che ha la stazza di un pachiderma, ma con un musetto un pò più simpatico e Christian se ne va verso l’uscita, seguito a ruota da Mister Maturità, a fumare sigarette Trussardi che sono già state ritirate dal commercio da un pezzo. L’obeso/a mi guarda come se fossi pazza e la sua espressione è tutta quella di uno/a stronzo/a vero/a. Ha quello sguardo plastificato di bieca compassione che hanno tutti i soggetti homo sapiens dalla vita sociale azzerata che credono ancora che un buon libro sia sempre meglio di una madornale scopata. Nel delirio apocalittico di voci chiassose e bordelli vari, una cassa di risonanza acustica, piazzata proprio sopra la mia testa, mi vomita addosso una melodia differente da tutto il contesto che ascolto per intero, tutto d’un fiato e chi s’è visto s’è veduto. «New pop/glasses citizen daylight into my room, you softly pour and I believe in love I believe in love Bellisimo - Mon amour Bellisimo - Mon amour Mon amour, mon amour Lavish boats scattered database passengers panic and stay form of your and I believe in love I believe in love Bellisimo - Mon amour Bellisimo - Mon amour


Mon amour, mon amour Bellisimo - Mon amour Bellisimo - Mon amour Mon amour, mon amour»

Anna fa la sua silenziosa, ma impossibilmente trascurabile comparsa all’improvviso, senza squilli o messaggi di scuse. È molto bella questa sera e odora di sesso o di uomo o di entrambe le cose ed evito di chiedere più precise delucidazioni circa la natura del suo mastodontico ritardo, così da non ricevere l’abituale plateau di dettagli sentimental-sessuali della sua intricata relazione di coppia e andarmene poi a casa con la solita pletora d’invidie, rimorsi, rimpianti e sensi di colpa vari. Anna dice: «Voglio sperare che oggi non ti sia presentata con quest’aria da dodicenne sacralmente virginale al tuo improbabile appuntamento.» e lo fa, alludendo, forse, ad un paio di mollettine scure che mi bloccano il crine in due punti segretamente strategici o, più probabilmente, ad una collanina di conchiglie che ho dimenticato di sostituire dal mattino. Io dico: «Perchè improbabile?» Anna dice: «Sai cosa ne penso... Dovevi aspettare! Aspettare ancora un pò e prendere delle decisioni più precise.» e mi ricordo che lei non sa ancora che la situazione s’è evoluta spaventosamente nell’arco degli ultimi due giorni. Io dico: «Parli di Francesco?» Anna dice: «Parlo della tua ricettivissima disponibilità sessuale. Voglio credere che non ci hai già scopato... con Marco.» e mi chiedo per chi cazzo pensa di avermi presa, anche se con Marco probabilmente ci avrei scopato eccome e forse sarebbe stata la più bella scopata delle nostre. Io dico: «Anna, ho raccontato tutta la faccenda! Ho vuotato il sacco, con lui. Altro chè!» e un pò ci godo, a guardare la sua espressione mutare radicalmente a queste mie parole e rispondo quindi a tutte le domande del caso, del tipo Davvero? Ma come? Cos’ha detto? Cos’ha fatto? Come l’ha presa? e anche un attimo sti cazzi. Nascondo che in verità non ho detto proprio un cazzo di preciso, ma ho lasciato liberamente interpretare tutto quanto e più di tutto, durante l’ultima conversazione intavolata con lui. Però le rivelo anche che una vita sola non mi potrà comunque bastare per dimenticare tutta quella storia che valeva qualcosa sul serio e lei a questo punto mi guarda con una faccia veramente immonda, di quelle che non capiscono più un cazzo vero e io ci rinuncio del tutto. Gioco, dicendo che tutto è comunque andato per il meglio e ordiniamo finalmente un paio di bicchieri di Refosco che ci viene servito subito, ma ad una temperatura da combustione interna e


contemporanea ustione di terzo grado esterna. Evito di rimandare il calice indietro, solo per non passare per la rompicoglioni di turno, in uno dei pochi posti, qui al lago, dove ho comunque intenzione di tornare, magari con un uomo, magari con Marco, un domani. Poi parliamo un pò di Francesco e io racconto ad Anna che è bellissimo e che indossa camicie azzurre e maglioni di cotone blu a girocollo. Sono costretta a dare maggiori precisazioni circa le nostre ultime e comunque ancora limitate sperimentazioni sessuali, ma la cosa non mi pesa eccessivamente, considerando che ad oggi non siamo ancora riusciti ad andare troppo oltre il classico take-away di chi non ha mai un minuto da dedicare alla libido. Anna dice: «Pensi seriamente che sia quello giusto?» e temo che ci sia dell’ironia di troppo nelle sue ultime parole. Io dico: «E’ possibile...» e lei mi ride in faccia, da vera stronza. E mi ride in faccia di gusto. Io dico ancora: «E’ molto diverso da Marco. È totalmente diverso...» e questo, forse, le suona come una giustificazione, nonostante non abbia io nulla da giustificare o giustificarmi. Anna dice: «Almeno ce l’ha grosso?» Rispondo che ce l’ha proprio come un palo.


8 Il tuo caro carnefice sarò e nuova vita ti darò. E tu mi dirai Grazie

Milano, undici giugno duemilaetot

Ore nove e quarantacinque postmeridiane ed abbondanti. Esco da uno squallido locale strakitsch e molto cinoeuropeo della periferia più prossima al perimetro strettamente metropolitanmilanese e, nel parcheggino adiacente al buco di culo in questione, c’è un alberello della felicità che non è altro che un abete di merda addobbato a granfesta e un sacco di ghiaia per terra che cigola sinistra sotto le suole delle scarpe e sporca il camoscio di un paio di mocassini dal prezzo sinceramente esorbitante. Una Opel, un paio di Audi, una Mazda, Mercedes ML e una Panda quattroxquattro di un celeste senz’arte nè parte. Mi sono abbuffato di lavioli al vapole, gambeloni aglodolci e pollo al chelli che, in confronto, un paio di putrelle d’amianto nello stomaco sarebbero risultate più leggere della citrosodina. Grappa a fiumi e una riga in un cesso alquanto spolco et maleodolante. Al tavolo al mio fianco sedeva un uomo in maniche di camicia affetto da psoriasi totalizzante e guance ruvide come la pelle dello scroto. Mi fissava con aria complice, come a dire Amico, sono anch’io come te! e mi è come venuta tipo voglia di alzarmi e sfigurarlo con la forchetta, prima di finirlo, infilandogli nel culo il calicino di prosecco che si sarebbe scolato di lì a poco. Viva la legge d’iddio che lo farà crepare prima di me, mi son detto, ma non ci credevo poi troppo e ho chiesto il conto a una stronza muso giallo e mi sono levato dal cazzo con la rapidità di una sborrata. Raccolgo dalla tasca della giacchina in pelle le chiavi della macchina e il Nokia e compongo a memoria il numero d’abitazione di Francesco che risponde al terzo squillo e mi dice Ehi bello, che fai? e io rispondo che lavoro e che ho bisogno di alcuni incartamenti ipersegreti che verrò a prendermi a casa sua nel giro di un’ora e lui dice che sta andando a nanna e io dico che non me ne fotte un cazzo e riattacco senza aggiungere una mezza virgola. Se sta scopandosi Giulia, il piacere sarà doppio e tutto mio.


Giro la chiave nella toppa del quadrante e brum, brum, bruuum abbatto ogni record di velocità su stada urbana e ho come il dubbio d’aver investito un animale gigante o un uomo nano nei pressi della Stazione, ma tiro dritto diretto e mi fermo, con calma decisamente apparente, a qualche metro dal portone di legno massello di casa Massari, in una zona dove di sera non si vede neanche il più classico cane. Una punkettona strafatta di alcol e crack, taglia zerovirgolacinque di reggiseno, se ne sta accasciata per terra, schiena al muro, con le gambe in una posizione decisamente innaturale e la testa piegata sullo sterno e io ho il rigetto innato per il degrado ed il sottosviluppo che raggiungono tutti quegli elementi che venderebbero l’utero materno per la dose quotidiana di crack o ero e quindi le tiro un calcio ben assestato diritto nelle costole e lei non ha neanche la forza di urlare e ride e si svoma addosso come una merda e dalla bocca le fuoriesce un liquido colloso e gorgogliante tipo verdognolo misto a sangue e forse sperma. Provo parecchio schifo e per poco non le vomito addosso anch’io, per spirito d’emulazione, forse, e quindi, per pietà ora, l’afferro per i capelli e le piego la testa all’indietro di un bel quaratasette gradi e sento il cruk e mi sporco le mani di tutto lo sterco che la ricopre completamente. Io, al suo posto, avrei optato per togliermi la vita anzitempo, senz’aspettare che fosse un perfetto estraneo a prendere l’iniziativa. Mi pappo una pasta super gnam gnam e mi asciugo un pò del sudore che mi bagna la fronte con la manica della giacca di pelle molto sportiva che è uno dei miei capi di punta. Chiamo Cristina, la mia analista, per raccontarle che sono un uomo nuovo, ma mi ritrovo a parlottare con la segreteria che ha tutta la sua voce, però più meccanica. Tu-tu. Drin-drin. Francesco dice: «Marco!» Io dico: «Bellooo! Apri!» e dico bello proprio come lo dice lui. Francesco dice: «Vuoi che scenda?» e sembra che usi proprio il classico tono di chi potrebbe aver mangiato la foglia, ma che non ha ancora veramente capito che quando una cosa ce l’hai scritta nel Librone, non puoi più farci veramente un cazzo. Io dico: «Folle! Apri!»


Francesco dice: «Agli ordini, capo...» e mi sa un pò di rassegnato, mentre io mi tranquillizzo farmacologicamente e la bamba del pomeriggio col Valium d’adesso mi lascia un retrogusto zuccheroso tutto veramente nuovissimo. Salgo le scale di marmo del palazzone con tutta la calma coarta del mondo, evitando di autoinumarmi in quell’ascensore di radica che mi sembra una bara verticale e cerco di togliermi dalle mani abbronzate le macchie indelebili di materiale ematico della stracciona con i dreadlok. La porta dell’appartamento di Francesco è neutra, senza nomi e cognomi ed è socchiusa e la luce proveniente dall’interno è tanto soft che riesco perfettamente ad immaginarmeli, lui e lei, nel centro del letto basso, incastrati in pose erotiche ai limiti della geometria. Mi pulisco bene le suole delle scarpe su di uno zerbino pelosissimo che mi dà un Benevenuto tanto falso quanto anglosassone. Lui mi accoglie subito subito e ha un paio di pantaloni comodi di cotone e una felpa Abercrombie&Fitch bordeaux e io dico che è un pazzo completo e che in questa casa ci saranno sì e no trentacinque gradi e lui ride come un ebete, ma io me ne vado diretto in cucina, perchè la planimetria dell’attico la conosco bene (gliel’ho fatto acquistare io). Perchè io sono il solo e più vero Demiurgo e Francesco non sembra altro che un modello delle campagne della Gap. Mi lavo le mani nel lavabo di granito mentre lui, vicinissimo, mi guarda appoggiato allo stipite della porta che separa l’angolo cottura dalla sala da pranzo e gli schizzi del getto d’acqua riempiono due calici usati e abbandonati e io mi asciugo accuratamente le mani con uno strofinaccio macchiato di rosè. La tivù parla dalla camera da letto e dice stronzate catatoniche e io gli chiedo se stava scopando, prima, quando l’ho chiamato. Francesco dice: «Ci sono problemi, Marco?» e penso che la sua domanda esuli un poco dalla mia precedente e generalizzi la questione. Io dico: «Mi sento, come dire, preso per il culo!» e continuo a passarmi lo straccetto fintoprovenzale tra le mani umide. Francesco dice: «Parliamone, bello!» e ha una vera faccia di cazzo e io comincio a trasudar violenza da tutti i pori, ma lui sembra battersene simpaticamente il cazzo. Io dico: «Di cosa vuoi parlare, F-f-f-francesco?» e balbetto come un coglione, perchè inizio a non poter più trattenere l’ansia che ho addosso e lui vorrebbe ridere molto di questo, del mio balbettare nervoso, ma levo di fretta dalla tasca della giacca C’N’C un automatico da sette centimetri dal manico in corno e mi piego agilmente sulle gambe per mozzargli di netto tutto il fascio di legamenti di un ginocchio.


La parte A del mio piano mentale procede quindi ad una velocità relativamente elevata: Francesco si accascia sul pavimento, cercando inutilmente di fermare l’abbondante emoraggia e urlando come un porco sgozzato. È colto più dalla sorpresa che dal dolore in sè, che ha ancora un pò da venire e la vista del getto di sangue liquidissimo che zampilla fuori dalla ferita, fermato a fatica dalle sue mani biancastre e affusolate, m’illumina d’immenso. In quattro e quatr’otto lo metto a tacere inchiodandogli in bocca lo straccio umido dalla trama gialla e blu e gli schiaccio il naso con la tomaia dei mocassini, seriamente intenzionato a farglielo mangiare, il cazzo di strofinaccio. A questo punto parte B, C e D del progetto-Francesco si concludono nel giro di una trentina di minuti, con me che lo prendo per le mani e me lo strascino dietro, abbandonandolo al centro del salone dell’attico affacciato su Piazza della Repubblica. Poi gli piego i polsi all’indietro fino a che non sento per la seconda e terza volta quel cruk che mi trasmette un’emozione veramente impareggiabile e taglio i legamenti dell’altro ginocchio, quello sano e a gattoni per terra, gioco un pò a disegnar trame sanguinolente sul pavimento in cotto e poi mi spoglio dei miei abiti e gli strappo di dosso i suoi, sportivissimi e molto americain. Il mio cazzo è durissimo e dopo aver piegato armi e bagagli su un tavolo in vetrocristallo, mi inginocchio su di lui e mi diverto, prima, a far guizzare ai quattro venti i pettorali scolpitissimi e abbronzatissimi, poi, a frustargli il volto magretto e liscetto con la mia immensa ariete di carne. Io dico: «E’ simpatico il destino, vero bello?» e mi rendo conto che, data la pantagruelica circostanza avrei potuto impegnarmi decisamente di più e rendere il tutto molto più aulico, pomposo e degnamente celebrativo di quest’istante. Suona il telefono per tre, quattro o cinque squilli e sti gran cazzi, rimango su di lui, pigiandogli la cappella su di una guancia. Francesco dice: «Grunf!» e io gli rido in faccia, sputacchiando saliva bollicinosa alla bamba e mi tiro una sega per uno o due minuti e l’odore di sesso che proviene dal mio sesso è fortissimo e lui, nonostante le fratture multiple e veramente scompostissime ai polsi, prova comunque a liberarsi del tampone che gl’impedisce l’elucubrazione orale e allora, restandomene tranquillamente inginocchiato su di lui, sporco di sangue da far schiantare, gl’impedisco ogni altro possibile tentativo di movimento, incastrandogli le braccia tra i fianchi suoi e le ginocchia mie e la scena sembrerebbe seriamente un’inquadratura di sesso tra finocchi, ma non è così, sebbene per me gli uomini e le donne siano uguali, nella misura in cui sono stronzi e difficilmente prevedibili. Io dico: «Potevi avere tutto il cazzo che volevi e ti sei dimostrato un vero pezzo di coglione! Cosa credevi Francesco? Dimmelo! Pensavi potermi prendere in culo per l’eternità? Di poterti


fottere Giulia per la vita e dirmi Bello vendi tutto che facciamo il botto! perchè tu ne sai a mazzi più di me, vero? Dimmelo Francesco! Fai un verso! Assenti...» e lo schiaffeggio con il dorso della mano, ma con vero ribrezzo e nausea e distacco. Francesco dice: «Uuuh!» e la prima interpretazione che do a questo verso protodialettale è Fanculo! e allora gli afferro i capelli castani e scompigliati e un pò sudati e, sollevandogli leggermente la testa che pesa un cristosanto, gl’infilzo l’idice della mano destra nel profondo di un bulbo oculare. L’effetto che sortisco è pressappoco quello di un’esplosione cistica degna di nota: un pò come schiacciare un gavettone con una matina temperata, chè per un pò il gavettone si lascia pressare dalla spinta della mina, ma poi proprio non regge più un minchia e scoppia, splot, spargendo acqua e liquido seborreico e stravuncioso urbi et orbi in ogniddove. Francesco si caga addosso, postilla. Semplicemente, gli levo la mano da dietro la nuca e il suo cranio collassa paurosamente al suolo con un tonfo mitico. Ho le cosce unte e purpureamente macchiate del suo sangue che si sta spargendo rapidamente per tutto lo spazio calpestabile, conquistando elementi d’arredo e imbevendo tappeti da svariate migliaia di euro contanti. Francesco smarrisce pian piano ogni capacità reattiva e il suo corpo è continuamente convulso da scossoni strabrivido che lo attraversano dagli alluci alle punte dei capelli e poi indietro, di nuovo alle punte dei piedi. Cerco di pulirmi le mani in modo veramente inutile, passandomele sulla faccia, sul collo e sul culo, ma la puzza di organo interno e sangue e merda che s’è fatto sotto sono così stranamente insopportabili anche per me che sono tipo costretto a sboccargli sugli addominali coperti da una leggera peluria chiara e riprendo a ridere semisterico, sollevandomi a fatica sulle gambe. La scena è così difficilmente descrivibile, che la sua sagoma, tremante sul pavimento, è forse la cosa meno fuori posto, tra tutte le altre, ancora al loro. Raccolgo quindi da un tavolino di legno d’autore un tagliacarte d’argento Cartier e, liberato il tapino dal tampone che lo ammutolisce, gli allargo il sorriso, prima di poterlo sentir chiacchierare ancora le sue troiate, segandogli un pò a fatica i due angoli delle labbra. Prima il sinistro poi il destro fino a mezza guancia.


Cocciuto come un mulo, Francesco si ostina ancora a blaterare qualcosa d’incomprensibile, ma tutto quello che riesce a fare è scolare e sputacchiare da tutte le parti una poltiglia grumosa dalla dubbia composizione che puzza di ferro in modo esagerato e nella posizione in cui è, si sta lasciando soffocare dai suoi stessi liquidi vitali. Io dico: «E’ la solita ipercazzata del gattaccio che si morde la coda, bello!» e non so bene quel che dico e perchè lo faccia proprio ora e lo ascolterei anche mugugnare qualcosina, ma ci rinuncio e mi convinco che Francesco, di fondo, è sempre stato nel bel mezzo dei coglioni. In qualsivoglia situazione. Io dico: «Hai perso. Stronzo!» e scommetto che se avesse potuto prevedere anche solo un microparcel di quanto gli sta succedendo, si sarebbe sempre avvicendato al sottoscritto in modalità ginuflessione-costante. Quindi, stringendogli un fianco con entrambe le mani, lo rivolto su se stesso e simulo un rapporto anale o una cavalcata pazza, sedendomi sopra di lui e afferrandogli le orecchie e tirandogliele ridicolamente verso di me. Poi, ad intermittenza, aiuto il suo visino angelico a schiantarsi ripetutamente contro il pavimento, sù e giù, sù e giù, sù e giù, eccetera eccetera, fino a quando posso immaginare che la sua faccia non sia più una faccia, ma un ammasso obrobrioso di carne fresca freschissima e mi piace pensare di non farlo morire come ha invece sempre vissuto, cioè, supplicando il proprio carnefice di turno di risparmiargli, se non altro, quel briciolo di wellappeal che in ogni occasione l’ha spesso contraddistinto. Io dico: «A presto!» e mi rialzo e lo rivolto ancora una volta su sè stesso e lo spettacolo è di quelli psicotragici da mani nei capelli e urla e strazi. Nella sua camera da letto, che è una vero top ambientale, cerco di pulirmi nel migliore dei modi, rotolandomi sul letto basso e sfatto, mentre la tivù trasmette un programma super su Sky e ne seguo qualche minuto e prendo la saggia decisione di comprarmi una Range Rover Sport Supercharged, sperando di poterla personalizzare con interni in pelle Poltrona Frau. Poi, da uno dei mille ripiani di una libreria a parete semiscarna, raccatto la statuetta in goldplated per il Brocker dell’anno e torno nel salone, nudo e infojato come un coniglio che non vede fica da giorni.


Francesco grugnisce porcillescamente e rantola ancora come una cagna e se non fossi strafatto di coca e tranquillante, direi che è veramente riuscito a girarsi su sè stesso e slittare sulla destra per piÚ di due metri. A questo punto, la final fantasy dura una manciata abbondante di secondi durante i quali lo stoppo e gli fracasso quel che resta del cranio con quel cazzo di premio ottenuto cazzeggiando sulle mie spalle. Poi, gli sborro addosso e lo seppellisco sotto al piano del tavolo in vetrocristallo Rimadesio polveroso di coca.


9 Errori di valutazione

Milano, undici giugno duemilaetot

Lascio che la televisione accesa parlotti tranquillamente degli stracazzi suoi e perdo un pò di tempo a rielaborare al pc alcune nuove fotografie con quell’utility del cazzo che è Picture Manager che non è nulla di eccessivamente professionale (e i cui risultati ne sono direttamente conseguenti). Ottengo quindi ritratti della serie braccia-mozzate-e-crani-senza-capelli, ma tutto sommato posso dirmi comunque soddisfatta di poter conservare nella memoria determinati punti fermi, fermoimmagini di brevi momenti di allegrezza e felicità – perchè quelli brutti li cestino alla radice. Quindi, guardo un pò di automobili che corrono per i campi, dallo schermo ultrapiatto Bang&Olufsen che mi ha regalato qualcuno e parlo un pò al telefono con la Sciura, perchè è stata lei a telefonarmi e mi chiede Tati, dove passi il fine settimana? e io le rispondo che non ho ancora organizzato nulla, perchè appaio solo se invocata e che, con buone probabilità, dovrei poterla raggiungere a Roma, ma lei mi sembra molto disillusa perchè mi conosce e sa bene che per la sua Tati, le buone probabilità sono sempre cattivi presagi di pacchi madornali dell’ultimo momento. Poi, mi racconta un pò dei fatti suoi, tipo che vorrebbe comprare un divano in pelle per il salone, ma non sa scegliere tra le mille melange del campionario e che ha fatto leggere a molte sue amiche alcuni dei miei articoli migliori su quella rivista di moda che proprio non riesce a pronunciare correttamente, che sono tanti, in quanto articoli, ma veramente pochissimi, se vogliamo considerare i soli migliori. Le dico che presto curerò una rassegna fotografica supertop di un tipo americano strabello e molto quotato nell’ambiente e per un pelo non rischio addirittura di convincerla a venire almeno una volta qui da me, in quel di Milano, sfruttando una simile et irripetibile occasione culturale. Non raggiungo alcun obiettivo positivo, perchè mi risponde che ci farà un pensierino e io, che la conosco tanto quanto lei conosce la sottoscritta, so perfettamente che farci un pensierino, per la Sciura significa chiudere la questione nel più alto e irraggiungibile degli scomparti della cucina, soprattutto se si parla della Metropoli, generalmente ritenuta, da famigliari ed affini, il regnum peccatorum di pappa, troie e marocchini. Riattacco, dopo quattro o cinque stronzate fulminanti che lancio a raffica, tanto per tener alto il suo interesse e soprassiedo vergognosamente sul tema – ancora scottantissimo – Marco-lostronzo.


La Sciura dice: «C’è ancora qualcosa tra voi due, Giulietta...» e il periodo non è esattamente una domanda e quel qualcosa, ha tutti i peggiori connotati e la negatività di una tragedia greca senza possibilità di recupero finale alcuno. Alla Sciura Marco piaceva parecchio, prima e me lo diceva spesso perchè era bello, bellissimo e ricco e sufficientemente “raggiunto” da potermi garantire un futuro con cazzi e controcazzi. Poi ha iniziato a detestarlo, anche esageratamente, da quando ho deciso di separarmici pseudomomentaneamente, perchè, da buona Sciura, è follemente convinta che i figli abbiano sempre ragione, soprattutto se questi hanno nel patrimonio genetico cromosomi xx e siano di gran lunga più fichi e realizzati di quelli delle amiche di città. Io dico: «Cerchiamo di recuperare il recuperabile. Abbiamo condiviso molto, non ha senso buttare tutto al vento, no?» e mi tengo volutamente sulla leggera, cercando a) di scappare il più lontano possibile dal pippotto pseudomoralista di dovere per la madre senza pecche e peccati e b) tutta quell’accondiscendenza che prevede una domanda assai retorica che termina in no + punto interrogativo. La Sciura dice: «Se si mette un punto, lo si mette e basta!» ed è una donna così metaforicamente risoluta nell’urlare ai quattro venti una stravecchia filosofia che non è esattamente la sua, che tecnicamente la potrei anche invidiare, ma lei, a cinquant’anni, la vita se l’è chiusa alle spalle da almeno trenta e non è questo quello che posso desiderare per me stessa. Tutto il resto è comunque grasso che cola. Le chiedo di mio fratello, che mi sta sul cazzo come un prete e non si fa vivo da un pezzo con entrambe, perchè lui lavora nel fashion-biz ed è una very important person nel troiame collettivo di pìerre e modelle e stilisti e soprattutto di driver – che io detesto con tutta me stessa – che sono praticamente tassisiti non retribuiti che guidano una macchina a noleggio, ma hanno di rigore tre cellulari nelle tasche. Lei della Faccia di Merda non ne sa niente e dal tono non mi sembra nemmeno veramente interessata al presente del prodigo pargolo che, a ventun’anni, può anche gestirselo da solo. P.S. Entrambe sospettiamo che il Brusco debba dirci quel qualcosa d’importante di sè, ma nessuna delle due sostiene di aver particolari problemi a procrastinare la faccenda ad un futuro più maturo. La lascio con un bacio sonoro nel padiglione auricolare, perchè inizia a dirmi che lei alle dieci e mezza deve andarsene a letto e stronzate simili da geriatra, ma le strappo l’agognata


promessa che presenzierà almeno al fatidico giorno delle mie nozze da favola (castello e carrozza e cavalli e bouquet), chiunque mai sarà il mio futuro consorte per la vita e lei mi dice Va bene Tati! ma so che lo farebbe solamente perchè, una volta appurata la naturale indiosincrasia della propria figliola al rapporto sociosentimentalsessuale solido e duraturo (tutti e tre assime, i rapporti, senza alcuna possibilità di separazione, m’han detto), ogni cosa ha iniziato ad andarle a genio così come capita, quindi spengo la televisione e richiudo alla cazzo lo schermo del portatile che emette strani versetti di protesta e mi sembra che dica Vaffanculo stronza, chiuditi la fica con tutta questa ultraviolenza! Chiamo Francesco sul communicator che mi risponde subito subito, il communicator, dicendomi che l’utente desiderato non è al momento raggiungibile e mi prega molto cortesemente di schiacciare cinque o non rompere i coglioni oltretempo e io mi ascolto tutta la manfrina preconfezionata, perchè voglio un rapporto a casaccio, di qualsivoglia natura esso sia o possa essere, e poi riattacco, per andare alla consolle a ruminarmi una caramella di menta glaciale che scartavo ipercineticamente a casa di Marco e che è rimasta, nel tempo, una di quelle piccole e così innocenti abitudini che non ho ancora segregato dietro al pesante portone del dimenticatoio sentimentale. Provo a chiamare Francesco ancora una volta, perchè sono testarda come una bambina che non si accontenta mai, ma compongo il numero del suo appartamento che non ho ancora impresso nella memoria, trovandolo registrato nella rubrica elettronica del cordless. Tuu. Tuu. Tuu. Tuu. Al quinto tuu rinnego l’unione con la cornetta e la getto volutamente distratta sul divano perchè, da buona vittima per la quale spesso mi piace passare, non me la sento proprio di figurare ancora e di nuovo per la rompicoglioni di turno e non so bene per quale strambo motivo mi ritrovo in camera da letto a costruirmi una valigia iperimprovvisata nella quale non può mancare bikini e pareo. La smania che mi prende di vestirmi da sirena è come una visione magica. Musica. La sabbia e musica. Cristalli scintillanti sulla pelle che colorano un tramonto caldo e mitico. A tale punto, ridotta ad uno stato psicologico peggiore d’un cascinale abbandonato – nonostante un aspetto (prettamente esteriore) decisamente invidiabile – mi prende un patetico momento stronzo di quelli che mi capitano sempre meno di rado, che ti viene da pensare che non siamo più noi al centro dell’universo e gli altri, quelli che credevamo ruotarci attorno, in realtà se ne


fottono simpaticamente di noi. E quando la rivoluzione copernicana dell’autocelebrazione ce la facciamo dal primissimo piano del noi protagonista, il momento dell’autorealizzazione di vivere in un buco di merda, che per quanto caldino e accogliente resta pur sempre un gran buco di merda, beh, è veramente stronzo, come appunto dicevo. Quel che resta da fare in questi casi è andarsene in centro e buttare qualche dollaro dal finestrino in acquisti pazzi e spropositati. Altro che Carrefour e Vicolungo Outlet. Questa sera mi torna però alla mente l’immagine indistinta e indefinita di un risveglio (mio) al fianco di qualcuno/qualcosa che - già detto? - non ha volto e non ha sembianze e che chiamo la Cosa, per (im)precisione. Così mi immagino di riaprire gli occhi, dopo ore di sonno tranquillo e rilassato, trovandomi con il viso poggiato alla schiena della Cosa. L'idea è quella di trovarmi ad abbracciarla facendo correre le braccia attorno al suo stomaco, congiungendo quindi le mani proprio al centro della sua pancia. Ci ritroviamo in posizione fetale, stretti l’uno all’altro senza guardarci, senza poterci guardare. Senza poterci riconoscere. E percepisco il calore e il colore del suo corpo, che immagino abbronzato, nonostante non senta alcun profumo, se non il mio. Il mio solito profumo di fiore e di pesca. E con ciò, tutto si conclude: slego il nodo che mi tiene unito alla mia metà e mi alzo, raggiungendo la finestra bianca della camera da letto ed esco nel sole e dal sole guardo la mia Cosa dormire. Il fatto reale – l’unico fatto reale in questo delirio – di risvegliarsi poi regolarmente sola (almeno alla mattina, almeno ultimamente), non fa che amplificare il senso di inquietudine che mi suscita questo pensiero costante ed assillante e tremendamente rattristante. Raccatto quindi le chiavi della macchina da un’elegante svuotatasche Hermes, portandomi seco la piccola keepall Luois Vuitton. Inforco un paio di sandali altissimissimi con fiocchi, fiocchetti, cazzi e cazzetti applicati da Dolce in modo seriamente artistico alias casuale alias kitsch e volgare e parto per l’assolata Toscana, perchè posso sempre contare sull’asilo politico offertomi dal padre e perchè, in definitiva, non me ne frega più un cazzo di nulla. Mando un short message a Francesco, ma ho come il sentore che andrà a disperdersi per l’etere delle telecomunicazioni, il messaggio, senza mai raggiungere il destinatario prescelto e allora chiamo un pò Marco e il suo telefonino è libero e fa tuu tuu e mi ricordo che mi chiamava Belè e un poco sadico, mi baciava la bocca stritolandomi i fianchi sinuosi tra le ginocchia.


E questo è quanto. Ed è tutto. E da malefico carnefice quale sono, diritto di replica zero.


OLTRETUTTO QUESTO VUOTO  

Riccardo Libertino's first noir. Joker Edizioni Published in Milan, Decembre 2007

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