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BENVENUTE A POZZALLO

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ITITUTO COMPRENSIVO STATALE “CARLO AMORE” – MODICA

PROGETTO “ECCELLENZE IN GARA”

BENVENUTE A POZZALLO

A.S. 2021-2022


ISTITUTO COMPRENSIVO “CARLO AMORE” - MODICA

PROGETTO “ECCELLENZE IN GARA”

BENVENUTE A POZZALLO (Versione libro digitale) Damasco 2012 – Pozzallo 2012 Esplosioni, spari, carri armati che si muovevano verso di loro... Erano questi i rumori che ogni giorno Fatima sentiva dalla finestra della sua vecchia camera. Fatima era una ragazza di 16 anni. Aveva i capelli ramati e gli occhi azzurri, era di media statura e molto, anzi troppo magra. Viveva a Damasco, la capitale della Siria, con i suoi genitori. La famiglia viveva in modo umile. La loro casa era vecchia, il tempo l’aveva quasi distrutta, aveva alcuni buchi sul tetto da cui l’acqua entrava quando, quelle poche volte, pioveva. Era costruita in legno d’abete ed era molto debole. Tuttavia, non tutti avevano una casa e Fatima si accontentava di essere circondata da quattro mura e di avere un tetto sulla testa. C’era chi viveva in tende o addirittura per strada, alcuni per la povertà di cui soffrivano già prima, altri per via della guerra. Questa aveva distrutto le loro case e stravolto le loro vite. Il suo sogno era quello di vivere in un Paese dove la guerra non sappiano neanche cosa sia, poter andare a scuola e studiare, uscire senza la paura di poter essere colpita dal fuoco delle armi, non doversi preoccupare di mettersi al riparo dai bombardamenti … Insomma, vivere in pace. Molto spesso chiedeva alla madre: “Ma perché non posso vivere come tante altre ragazze?” E la madre, per consolarla, le diceva: “Tu sei semplicemente una ragazza con una vita più avventurosa, più movimentata. Semplicemente, sei diversa dalle altre. Non ti annoi mai, c’è sempre un nuovo problema da risolvere.”

Era un giorno come gli altri e Fatima era andata con la sua migliore amica Aisha in giro per la città a fare commissioni per i genitori. Passano un paio d’ore in giro. Quando tornarono a casa, questa non c’era più. Al suo posto c’era un mucchio di macerie. Fatima non ci voleva credere, il luogo in cui viveva era andato distrutto.

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“E ora? Come faccio? Non ho più una casa!” urlò disperata Fatima, in lacrime. “Guarda laggiù! Lì c’era casa mia, ma ora... ha fatto la stessa fine della tua, Fatima!” disse l’amica, e così scoppiò in lacrime. “Mamma! Papà!” urlò Fatima, ancora più preoccupata. Non vi fu risposta e fu in quel momento che Fatima capì che aveva perso anche loro.

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Erano passate alcune settimane dal giorno in cui una bomba aveva spazzato via la sua casa e la sua famiglia e Fatima sentiva il bisogno di lasciarsi tutto alle spalle e reagire. “Aisha, ormai non abbiamo più nulla, se non la nostra vita. Dobbiamo andarcene da questa città, dobbiamo andare via! È troppo pericoloso e non vorrei fare una tragica fine, ce ne andiamo in un Paese più tranquillo, come l’Italia. L’Italia è un Paese sicuro, e soprattutto non c’è guerra.” “Sono d’accordo. Anche io desidero un mondo senza guerra, dove non hai l’ansia di poter perdere la vita da un momento all’altro! Andiamo via subito da qui!” Avevano preso la loro decisione. La notte scorreva lentamente però Fatima non riusciva a prender sonno, diversamente da Aisha, che alla prima occasione era caduta in un sonno profondo esausta. Il giorno dopo decisero, dopo una magra colazione, come fare per lasciare Damasco: avrebbero utilizzato parte dei loro risparmi per andare in Egitto, continuare fino in Libia e da qui imbarcarsi per raggiungere l’Italia. Il piano poteva dirsi fatto su due piedi, ma nulla era certo. La prima preoccupazione era trovare qualcuno disposto a portarle fino in Egitto. Il primo e unico uomo che si offrì di aiutarle si chiamava Abed, non sembrava un tipo affidabile ma dovettero accettare, non avevano alternativa. Il giorno del viaggio Fatima fece un fagotto di tutte le cose a lei care, e Aisha fece altrettanto. Abed le venne a prenderle in piena notte quando nessuno poteva vederli, camminarono per un buon quarto d’ora fino a raggiungere un box contenente un vecchio furgone malridotto dove le fece salire. In quel furgone c’era gente di ogni tipo: donne, bambini, anziani, ragazzi. Tutti con l’obbiettivo di scappare dalla guerra. Il viaggio verso l’Egitto avrebbe avuto tre tappe dove si sarebbero potuti rifornire di acqua e vivande: la prima era Sidone in Libano, la seconda Amman in Giordania, la terza Alessandria in Egitto. La prima parte del viaggio verso Sidone e Amman fu abbastanza tranquilla, ma fu nei pressi di Alessandria che si presentarono i veri problemi. Nonostante l’autista del furgone avesse optato ancora una volta per stradine secondarie, si imbatterono in uno dei tanti posti di blocco.

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Per Fatima e i suoi compagni di viaggio non era il primo, ma il timore di essere fermati, di essere rimandati indietro, faceva crescere l’ansia e la disperazione ogni volta come la prima volta. Sentirono bene i passi dei poliziotti che si avvicinavano sempre di più allo sportello del furgone, per la disperazione tentarono di coprirsi con dei teli da merci, come se potesse servire a qualcosa. Nessuno degli ospiti nel retro del furgone si muoveva, o osava solo semplicemente bisbigliare, respirare. Tutto fu come sospeso per un tempo che sembrò durare un’eternità, ma che in realtà si prolungò per circa cinque minuti al massimo, giusto il tempo necessario all’autista - evidentemente non era il primo viaggio del genere che affrontava e quindi sapeva benissimo come barcamenarsi in certe situazioni - di cedere qualche banconota ai poliziotti e ottenere il permesso di proseguire. Passato lo spavento ripresero il cammino, ancora una volta per stradine secondarie, finché non arrivarono a pochi chilometri dalla frontiera con la Libia. Qui il viaggio proseguì a piedi, bisognava far presto, essere veloci e sperare di non essere notati dalle guardie alla frontiera. Camminarono per ore. La fame, la sete dovuta al caldo asfissiante, la paura di essere scoperti dai miliziani libici una volta aver superato la frontiera, avevano prosciugato i corpi di tutti delle poche energie rimaste. Fu così che ad un certo punto Aisha, stremata dalla fatica, grondante di sudore, si accasciò a terra. “Non ce la faccio più! Non riesco ad andare avanti! Ho fame! Ho sete!” “Non puoi mollare proprio adesso” si affrettò a dire Fatima porgendole una borraccia con dell’acqua. È inutile, sono troppo stanca, lasciami qui!” “Non ci contare, abbiamo intrapreso questo viaggio insieme, e insieme lo porteremo a termine”. Aisha bevve un sorso d’acqua dalla borraccia, si rimise a fatica in piedi e riprese il cammino. Una volta superato il confine, trovarono un trafficante, un certo Akram, disposto a portarle a Bengasi dove giunsero dopo un viaggio di circa due giorni a bordo di un camion. A Bengasi Akram le sistemò presso una casa dove vennero accolte insieme ad altre persone. “Torno fra qualche ora” le rassicurò Akram allontanandosi velocemente, “Siate prudenti, rimanete chiuse in casa e non fatevi scoprire”. Passarono due ore, e poi tre e poi dieci... Passarono due giorni, e poi tre e poi quattro. Avevano

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ormai perso ogni speranza, pensavano di essere state imbrogliate, non sapevano cosa aspettarsi, quando, dopo una settimana, Akram si ripresentò. Erano le prime luci dell’alba, in modo rapido e furtivo dovettero sgomberare la casa e montare su un furgone, l’ennesimo. “Veloci, montate su!” ripeteva Akram, “Veloci!” “Dove ci portate? Cosa avete intenzione di farci?” continuavano a chiedere in coro Fatima, Aisha e gli altri mentre venivano quasi trascinati verso il furgone. Nessuna risposta. Fortunatamente dopo pochi chilometri di viaggio arrivarono al porto di Bengasi dove c’era una barca su cui si sarebbero dovute avventurare pronta ad accoglierle. Era un’imbarcazione troppo piccola in proporzione al numero di persone da trasportare, circa una trentina. In qualche modo riuscirono a farsi spazio in mezzo a una moltitudine di persone, uomini, donne, anziani, ma anche tanti bambini. Erano ammassati e non riuscivano a muoversi, si sentivano quasi soffocare. Intanto la barca partì. Sebbene in condizioni difficili, per certi versi disumane, il viaggio proseguì calmo e tranquillo, nessun atto di pirateria, e nessun problema di tipo meccanico all’imbarcazione. Così per due giorni e due notti. Il mattino del terzo giorno furono travolti da un violento temporale. La barca cominciò ad imbarcare acqua che a fatica i “passeggeri” riuscivano a buttar fuori, il forte vento e la violenza delle onde inesorabilmente provocarono danni irreparabili all’imbarcazione. Stavano per affondare, il panico cominciò a prendere il sopravvento sulla calma e la speranza di potercela fare, negli occhi delle donne si leggeva la disperazione di madri che temono per la vita dei loro figli, che a loro volta piangono e si aggrappano alle loro madri. A un certo punto Fatima e Aisha decisero di tuffarsi in acqua. Altri seguirono il loro esempio, altri ancora invece rimasero a bordo fino alla fine, fino a quando non vennero inghiottiti insieme all’imbarcazione dal mare. Le due ragazze cominciarono una durissima lotta contro la furia della corrente nel tentativo di rimanere a galla, le onde le sovrastavano ma cercarono di resistere, di non soccombere. Nel frattempo tutto intorno a loro era un cimitero. “Non c’è la faccio più Fatima, non ho più forze!” disse a un certo punto Aisha, sfinita. “E’ tutto inutile, mi fanno malissimo le brac.....”. Aisha non fece in tempo a terminare la frase che si abbandonò priva di sensi in balia delle onde.

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“Non puoi mollare proprio adesso, Aisha. Resisti, ti prego!” furono le parole di Fatima rivolte all’amica. Fatima con le poche energie che le rimanevano, le si avvicinò, la prese per un braccio e nuotò fino a raggiungere una superficie di legno galleggiante a una decina di metri di distanza, una provvisoria ancora di salvezza per sé e la sua amica. A un tratto

vide

qualcosa

in

lontananza. Era una piccola barca da pesca, ma Fatima non

riuscì

a

distinguerla

chiaramente perché anche lei crollò distrutta dal freddo e dalla fatica. Fortunatamente l’equipaggio della barca si accorse di loro e le trasse in salvo. Per tutta la durata del viaggio le due ragazze dormirono stremate dalla fatica. Quando Fatima e Aisha si svegliarono tutto intorno a loro era cambiato. “Buongiorno ragazze, vi siete finalmente svegliate” disse una voce gentile. “Dove siamo?” chiese Fatima, con la testa ciondolante mentre starnutiva. “Ragazze, benvenute a Pozzallo, in Italia” rispose la voce di prima. Milano, marzo 2022 “Che bella storia, maestra Fatima!” esclamò Paolo. “Questa non è una semplice storia ragazzi, è una storia vera, la mia storia” rispose Fatima. E poi, ancora rivolta ai suoi alunni: “Purtroppo, come milioni di persone in questi giorni sono costrette a lasciare l’Ucraina, anche io circa dieci anni fa sono dovuta fuggire dal mio Paese in guerra. Ho avuto la fortuna di arrivare in Italia e qui ho trovato delle persone che mi hanno accolto e mi hanno dato una mano. L’Italia mi ha dato la possibilità di sperare in un futuro migliore, di continuare a studiare, e adesso che ho un lavoro sono felice e tranquilla. Questo è un Paese dove i diritti umani vengono tutelati, dove ciascuno è libero di fare e di dire, dove si

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gode nel vivere in pace. Ragazzi, ricordatevi di lottare sempre per i vostri diritti, per la vostra libertà, per la pace”.

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