Gian Berra
Anema veneta Anima veneta
Poesie di Gian Berra 2000, 2013 in dialetto veneto con la traduzione italiana.
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Gian Berra
Anema veneta Anima veneta
Segusino e dintorni, antica mappa.
36 poesie di Gian Berra 2000, 2013 in dialetto veneto con traduzione italiana
In copertina opera di September Morn [c.1912] - Metropolitan New York. E foto di Gian Berra hippie nel 1972.
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Trevignano, dicembre 2013 Ecco che decido di raccogliere le poesie scritte dalla fine degli anni '90 al 2013. Il primo gruppo di poesie giungono fino al 2005 e le ho scritte originariamente in italiano, poi le ho tradotte in dialetto veneto con parecchia fatica. Ho notato quest'anno, che è più facile tradurre da una versione nata in dialetto veneto che fare il contrario. Il dialetto veneto è una lingua asciutta e concisa che sa con poche parole... contenere concetti profondi con meno parole. Il secondo gruppo di poesie sono tutte nate in dialetto veneto quest'anno. La loro traduzione in italiano è stato un gioco.
Indice: Parte prima
( poesie scritte dal 1998 al 2015)
Parte seconda. Poesie 2013 (dedicate al paese di Segusino) Note sull'autore.
Altre opere dell'autore su internet. Un sito di Gian Berra https://sites.google.com/site/gianberrasite/ Tutte le opere free di Gian Berra http://www.scribd.com/gianberra La pagina di Lulu.com http://www.lulu.com/spotlight/baroque
Licenze Creative Commons by Gian Berra. 2013
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Parte prima. Vecchie poesie scritte dalla fine degli anni '90 fino al 2005.
1 Fuochi nel caos
Foghi inter la confusion.
Il buio insiste a stringere i miei risvegli di fuga alla vita. Pesano le membra e la luce è maledetta. Ma l'uso a fare mi fa lasciare il caldo dei sogni e accogliere il sole. I Titani del caos mi richiamano ogni mattino a loro, e acuti i loro fuochi mi richiamano al nulla. Ma ogni volta debbo lasciarli e lacerato di abbandonarli, e proseguire solo il mio cammino.
Al scur al insiste a strenzerme quande che mi me desveie par scamparghe ala vita. Me pesa i bras e la luse la xe maledetta. Ma al uso da far le robe al me fa assar al calt de i sogni, e 'ndar a ciapar al sol. I mostri de la confusion i me ciama ogni matina, e ciari i soi foghi i me ciama al 'gnent. Ma ogni olta me toca assarli e dopo desperĂ de bandonarli, e 'ndar vanti mi da sol par la mea strada.
Gian Berra
Gian Berra.
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2 Giove rabbioso
Giove rabioso
Il filo di luce illumina il buio e un tuo gesto freddo fa muovere i rami dei gelsi. So che sei tu o Giove. E accolgo la tua rabbia con un brivido e ti guardo. L'acqua che versi su di me è piacere. La lascio scorrere gelida e viva. Sfido gli inganni che mi nascondono a te. Apro le porte della tua rabbia e mi nutro col suo sapore. Il rombo secco della tua voce mi scuote e ancora una volta il mondo ti può udire. Raccolgo nelle palme aperte i tuoi doni e ti ringrazio. E indovino anche un tuo sorriso.
Un fil de luse al illumina al scuro, e dess un tiro dei toi fa mover le rame dei morer. Mi so che te si ti, Giove. E mi ciape la toa rabia coi sgrisoi, dopo te varde. La acua che ti tu me tira doss, la me pias. Mi asse che ela la me corre dos ingelada e viva. Mi ghe do la sfida ale busie che le vol sconderme a ti. Mi verze le porte ala toa rabia, e la magno col to savor. Al rumor seco de la to vose al rebalta, cussì naltra olta tuto al mondo al pol sentirte. Ciape con le man verte i to regali, e te dighe grazzie. E anca indovine al to ridar. Gian Berra
Gian Berra
3 La luna e il fiore
La luna e al fior
Ombre di velluto carezzano i prati, luci di perle richiamano il disco d’argento. Un fiore solo, assopito Sognava i ricordi. Raggi di latte toccano i petali chiusi, danno al dolce sonno sicuro rifugio. Ricordi quel grande lavoro? Sussurra la luna, mille anni per creare la tua anima, altri mille per il tuo corpo, mille ancora per farti vivere. Assapori la vita
Ombre de veludo, le carezza i prà, luse de perle la ciama al tondo d'argent. Un fior, lu sol, indormenzà, al sognava i ricordi. Ragi de lat i toca le foie serade, e i ghe dona al dolze sonno un seguro refugio. Ricorditu ti quel gran laoro? Sospira la luna, mili ani par crear la to anima, altri mili par al to corpo, mili 'ncora par farte vivar. Ti tu gusta la vita
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Come gioia di esistere. Pupille nascoste raccolgono luce, emergono dal grande buio sensazioni, la paura di nascere, il timore di crescere, e poi, ancora, nel profondo, il sentirsi vivo, e l’angoscia di non sapere. La luna cammina nel cielo, non da risposte. Ma abbraccia ogni cosa, non svela il mistero ma carezza la vita.
come la gioia de esistar. Oci sconti i ciapa la luse. Le salta fora dal scur le sensazion, co la paura de nasser, al timor de cressar, e dopo do in fondo, al sentirse vivo, e la angoscia de no saver 'gnente. La luna la camina sul ciel, e no la risponde. Ma la brassa tuto. No la te conta al segreto. Ma la caressa la vita.
Gian Berra
Gian Berra.
4 Il coniglio di zio Vittorio.
Al cunicio de me barba Vittorio
La rete dell’orto la stessa di allora, porta ancora la pelle del coniglio che zio Vittorio puliva per sfamare la sua famiglia di poveri orgogliosi. Lì in paese il rispetto era soprattutto non chiedere la carità. E zio Vittorio puliva il coniglio orgoglioso che era solo suo. Ma quando veniva la rabbia di quando era stato zitto di fronte alle ingiustizie, esplodeva allora la sua disperazione contro chi legava la sua vita. Ora lui è stato dimenticato, e la rete ruggine ed inutile continua a dividere qualcosa che non si vede. Ma che giace, ancora, in fondo al cuore.
La rete in tel ort a la xe quela de na olta e la porta 'ncora la pel del cunicio che me barba Vittorio al netava par la soa fameia de puareti co tanto orgoglio. Do bass in paese, al rispetto xera, no 'ndar par carità. E me barba Vittorio al xera orgoglioso, che al cunicio al fusse solamente suo. Ma quande ghe vegniva su la rabia, de quande lu ghe tacava tazer de fronte ale ingiustizie... Lu al sciopava fora co la soa desperazion contra quei che i ligava la so vita. 'Dess lu al xe sta desmentegà, e la rete rudena la continua a dividar qualcossa che no se pol vedar. Ma sta roba la xe sconta 'ncora sul fondo del so cor.
Gian Berra. Gian Berra.
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La fonte di ghiaia.
La fontana de giara.
La fonte di ghiaia è ben nascosta tra le frasche del bosco. Appena dietro le acacie all’ombra e tra i sassi del ghiaione. Poca acqua scorre, e subito si perde; ma i passeri e le gazze fanno festa durante le ore estive. E furtive corrono via quando un rumore o un gesto scuotono le foglie. Occhi furbi osservano le piccole prede cadere nei lacci o nel vischio. La pancia del miserabile si riempie con poco. La fonte di ghiaia scorre e si lascia usare. Non si nasconde, attende invano che qualcuno che la chiami per salutarla.
La fontana de giara la xe ben sconta in mezo ale frasche del bosc, suito drio le cassie, in te la ombria e i sas del giaron. Poca acqua la cor via, e suito la se perde. Ma i paserot e le gaie i fa festa in te le ore de L'istà. E lori i scampa via quande un rumor o anca un sest al move le foie. Oci furbi i osserva sti oselet caier in tei laz e in tel viscio. La panza del puro gramo, la se impieniz co poc. La fontana de giara la cor via. E la lassa che i la usa. Ela no la se sconde no, Ela la speta invan che qualchiduni i la ciama par saludarla.
Gian Berra.
Gian Berra.
6 Afa
Calt.
La linea piatta dei ciottoli disegna gradoni lontani d’oasi di verde. E anche i merli sono lontani dall’acqua nascosti sotto l’ombra dei salici. Riflessi tremolanti d’aria rovente muovono l’orizzonte. Coscienze nascoste evitano l’azione Il pensiero si strugge impotente d’agire. Così l’attimo si impone e deride il potere di fare mentre l’afa vince superba.
La linea schinsada dei sas la fa un disegno co i scalin la lontan, sconto da un poche de foie. Anca i merli i xe da londi de l'acqua, sconti sot la ombria dei sales. L'aria calda la trema co riflessi che move al orizonte. Zente sconta, no la se move un schiant. Al pensiero al se lamenta de no poder far 'gnent. Cussì sto attimo al comanda
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Gian Berra
e lu al ride de quei che volaria far qualcossa. Intant al calt al ride co superbia. Gian Berra
7 Palo d’acacia.
Pal de cassia.
Storto da inverni umidi e da calori spietati ha sorretto i cavi dell’uva. Fiero di essere utile e forte, ora il vecchio palo d’acacia si piega e mostra gli anni. Ancora non cede al marcio del suo piede. Ma basta poco per scuoterlo, e solo i passeri vi si posano.
Stordest par i umidi inverni e dal massa calt, Lu al ga tegnist su i fil de fer de la uva. Co la fierezza de essar fort e utile, dess al vecio pal de cassia al se doma. Al mostra i ani. Ma 'ncora lu nol mola al marz del so pié. Ma ghe vol poc par farlo tremar, e solamente i passerot i ghe se poia sora.
Gian Berra
Gian Berra
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Cuore di biscia.
Cor de bissa.
Atterrita, la biscia scura si nasconde tra i rovi dei lamponi. Il suo cuore batte di paura e immobile aspetta di capire. L’uomo che falciava l’erba l’aveva vista fuggire la sua lama. Ma l’odio usciva dai suoi occhi colpendola con rabbia cieca e poi inseguirla nel folto. Ferita e quasi morta lasciata lì come rifiuto ora si trascina e non capisce ne sa, se imparare ad odiare.
Spasemada la bissa nera la se sconde in medo ale roe de le more. La paura ghe fa battar al cor, e la stà ferma spetando de capir. L'omo che al falzava l'erba a l'avea vista scampar ala so lama. Lu dess al sciupava odio par i so oci e al ghe dava colpi de rabia orba corendoghe drio in medo ala erba. Ela, ferida e squasi morta, assada là come na scoassa, la se strassina, e no la sa se imparar a odiar. Gian Berra
Gian Berra.
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Sulle onde Afflato sottile respira, lieve A sé bastevole e Senza intento accetta Anche di non essere. Vola sulle onde e le guarda appena. Il vento lo sostiene ma non lo rende sicuro e lo lascia libero di vivere la paura oscura di cadere.
Sora le onde. Un sospiro fin al respira, legero. Lu ghe basta a sé stesso e sanza volontà al acetta anche de no esseghe. Dess al ola su le onde, ma lu squasi no le vede. Al vent lo cien su, ma no ghe da sicuressa. Dess al vent lo assa libero de vivar la so paura negra de caier do. Gian Berra.
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Scorza d’albero
Scorza de albero.
Le valli rugose che ti fanno Vecchia E i toni spenti che si ripetono monotoni Ma che non si somigliano mai Mi rendono inquieto e Ho paura di non so che. Sottile sensazione di disagio perché Non so contare i tuoi segni, né posso elencarli. Cosa resta oltre i numeri se non vaghi segni? Allora il Vuoto soffoca le certezze E comincio a lasciarmi volare Disperato. Ma l’abisso del nulla Stavolta è dolce E mi ci tuffo Al buio.
Le val co e rughe le te fa vecia, e i ton stusadi che i torna indrio sempre compagni, ma che i no se someia mai, i me tira scatoso, e no so de cossa aver paura. Fina sensazion de disagio, parché no so come contar i to segni, e 'gnanca farghe un elenco. Cossa resta mai dopo i numeri, fursi un pochi de segni? Lora, al Vodo, al scancela le certezze, lora mi scominzie a lassame olar co desperazion. Ma la fossa del 'gnent staolta la xe dolce, e mi me trae do in tel scur.
Gian Berra
Gian Berra.
11 All’ombra delle frasche a ombrello.
Sot la obria de le frasche a ombrela...
Invito di abbandono, ma nasconde un segno nascosto. Lì sotto le frasche ad ombrello le cose non sognano incanti, solo esistono protette da foglie, che poi cadranno. E ciò che era intento, svanisce. Il cuore deluso, guada oltre e cerca conforto, Ma nulla conforta Se non , più lontano Vaghe nuvole.
Un invido de abandon, ma al sconde un segno sconto. Là sot le frasche a ombrela, le robe no sogna incanti, solamente le sta là, sconte dale foie, che dopo le caierà do. Dopo, quel che al xera voia, al scampa via. Al cor, co delusion, al varda oltra e al cerca conforto, ma no ghe xe 'gnent che dona coraio si no, oltra un poche de neole.
Gian Berra Gian Berra
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Rosso oscuro.
Ross scur.
Difficile pace, conquistato silenzio e abbandono. Brivido che freme e scuote la forza. Vita che si impone e trova spazio. Ma il colpo di tuono, ancora agita l’onda oscura, minaccia o affronto? Pronta difesa affila la lama lucente Che altre volte ha ferito, e sé ferisce. Affonda il pensiero nel corpo e taglia, offende. E rosso oscuro diventa ogni idea. Tenebre di abbandono si impongono, e più nulla in vita. Se non il Vuoto di pace, e il vincitore Sogghigna, appagato. E solo.
Difficil pace, silenzio conquistà e abandon. Sgrisoi che trema e scatura la forza. Al Vivar che se fa paron e al cata spasio. Ma al colpo del ton, 'ncora al agita la onda scura, xe 'na minaccia solamente, o al te fronta? 'Na pronta difesa la usa la so lama lustra, che la ga altre olte ferio, e la ferisse sé stessa. Al pensiero al taia in tel corp, e al ferisse. Ross scur se olta ogni idea. Tenebre de abandon le vinze, e dopo pi 'gnet vive. Solamente al Vodo de pace, e al vincidor al ride, content. Lu da sol.
Gian Berra Gian Berra
13 Scarico libero.
Scarico libaro.
Oltre la rete Oltra la ramada Le forme sono accatastate i ga immucià le robe Per recuperare spazio. par ciapar spasio. E oscure nell’alba si fanno notare E dess, scure in tel levar del sol Per angoli affilati. le se fa notar, coi canton affiladi. E fili tirati che fanno raccolta di gocce di rugiada. E anca fil tiradi i ciapa sgiosse de sgiassa. Vago grigio che tenta di apparire Un poc de sgriso che al tenta de vegnar fora, Sicuro di esistere, seguro de esserghe. e l’acqua caduta stanotte a formato pozze La acqua caiesta do stanott la ga impiegnis le nella terra che conduce là. pose Il freddo umido rende inquiete le ossa di chi in te la tera che la te porta là. Ha regalato la vita Umido, al fret al remena i oss de chi Ad altri, e non conforta i pensieri. al ga regalà la soa vita. Trema la mano, e tenta ancora di fare E ai altri no la ghe conforta i pensieri. Per non perdere l’abitudine, La trema 'ncora la man, e la tenta 'ncora de far, intanto il raggio di luce si fa largo, par no perdar al uso. Indifferente. E intant un raio de luxe al se verde la strada, 11
Gian Berra
co indifferenza. Gian Berra
14 L’orlo
Al orlo.
C’è, ma lo percepisco appena, è il punto dove è buio, là nulla è certo e tasto con le mani, cercando atomi sicuri. Ma non ci sono. Mi butto lo stesso e gusto L’emozione del pericolo di finire l’ora. Sento che il Nulla è, che ora ho fatto un pezzo di sostanza, che mi serve. Sono.
Lu al xe là, ma mi al vede pena un poc, xe al pont 'ndove al xe scur, là gnente xe certo, e mi taste coe man, cercando atomi seguri. Ma no ghe cate no. Istess mi me trae entro, e guste la emossion del pericolo de finir sta ora, mi sente che al Gnent el xe qua. 'dess che go fato un tocheto de sostanza, che la me serve. A mi. E mi son qua.
Gian Berra
Gian Berra
15 Scivolata
Sbrissada.
Come bava Casuale è la caduta plastica Al calare del giorno. Come fermare ciò che corre verso Il punto senza nome? I colori danno festa agli attimi e Io gusto questo vuoto come aria fresca e sottile che Si compiace di esistere. Lascio andare le regole apprese e Mi metto sul desiderio, e ancora, un’altra volta faccio il salto.
Come la bava Xe un caso la caiesta morbida in tel calar del sol. Come far a fermar quel che al corre verso un pont sanza al nome? I color i dona na festa ai attimi e mi me guste sto vodo come si al fusse aria fresca e fina contenta de esserghe. Mole mi 'dess, le regole imparade, E me sente dò sul desiderio, e 'ncora, 'naltra olta, mi salte oltra.
Gian Berra
Gian Berra
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16 Il vento se ne va…
Al vent al scampa via...
E’ già passato E lo sento fuggire Laggiù dove le foglie ancora Scuotono tremando I loro bordi. Dispettoso non si lascia Afferrare dalla mia pelle, e mi lascia solo a sperare di tenerlo domani un po’ con me.
Al xe pena passà via e sente che al scampa do là 'ndove 'ncora le foie le scatura, co tremor i so fil. Co despeto, no al se assa ciapar dala me pel. Lu al me assa co mi sol, sperando doman de poder tegnerlo un pocheto, co mi.
Gian Berra
Gian Berra
17 Ombra che abbaia.
Ombria che sbaia.
Latrati ostili Inseguono l’ombra di un gatto, e decisi mi levano il sonno, e lo sguardo si volge al prato buio, e un segno nero corre lontano forte e cosciente. Il cane conquista la notte Come territorio Di conquista. Lo porto nei miei sogni come, fuga dal domani.
Sbaiade nemighe ghe va drio la ombra de un gat, furiose le me cava al sonno, e i oci i varda al scur in tel camp, un segno negro al corre lontan, forte e co coscienza. Al can se fa paron de la not come se la fusse na soa conquista. 'Dess mi al porte co i me sogni, squasi come al fusse scampar dal doman.
Gian Berra
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Freddo mattino
Fret de matina.
Punge l’aria di un freddo mattino e i rami secchi di vita apparente indicano l’aria lassù. Come dita di mani che chiedono luce al cielo ancora buio. Un buio lungo come una notte ha rubato calore ai sogni di fare, ma ogni volta la sfida è vinta col giorno che ritorna. E io come nuvola che percorre il cielo al calore del sole, vivo il buio come spazio che annuncia un’altra luce, e poi un altro buio. Finché un nuovo Dio che nasce, farà da sé la propria luce.
La sponcia la aria de na freda matina e le rame i par secade, saza vida e le ponta la aria, la sora. Le par dei de na man che le ciama la luse al ciel 'ncora scur. Un scur longo come na not al ga robà al calt ai sogni de far qualcossa. Ma, ogni olta al vinze la sfida quande al dì al torna. Mi, come na neola che la cor in tel cielo col calor del sol, vive al scur come spazio che al me dis de 'naltra luse, e dopo anca un altro scur. Fin a che, un altro Dio, che al nasse, acuioi al farà da lu sol, la soa luse. Gian Berra
Gian Berra
19 Fine marzo-poesia
Poesia de la fin de marz.
La terra secca di marzo ignora le mie tensioni e guarda il sole che come alleato sa come usare il tempo che viene avanti, indifferente ai sospiri disordinati della coscienza che ancora cerca sé stessa. Foglie vive di verdure precoci tendono all’aria fresca la loro sfida. Anche all’aria dispettosa, le immagini sonnolente delle maschere che mi porto appresso, tentano di dare un senso a questi attimi. Ma è inutile cercare un punto su cui poggiare
Ala tera seca de marz no ghe importa 'gnent dele mee tenzion, e ela la varda al sol, so amigo che al sa come usar al temp che vien vanti, co indifferenza ai sospiri scaturadi de la cossienza, che ela la cerca 'ncora sé stessa. Foie vive de verdura nova, le indica ala aria fresca la so sfida. Anca ala aria dispetosa. I me sogni 'ndormenzadi dele maschere che mi me porte doss, i tende de darghe un senso a sti atimi. Ma no val 'gnent cercar
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i miei piedi. Ogni volta orizzonti confusi si mostrano come probabili, e certi. FinchÊ di nuovo, la brezza del mattino cancella i confini e rinnova l’invito a realizzare i sogni.
'ndove poiar i me piè. Tute le olte, posti se mostra come confusi orizzonti come se i fusse veri. Dopo, la arieta della matina, la scnacela i confin e la te dona al coraio a far veri i sogni.
Gian Berra
Gian Berra.
20 Le zucche.
Le zuche.
I semi rifiutati Levano le palme Timidi e fieri. Pastelli che provano A vivere senza chiedere permesso. Mi offro al loro invito, cercando un rispetto, senza confini, e li accolgo, commosso.
Semenze scartade, le leva le man timide e co coraio. Color fati de 'gnent i proa a viver seza domandar al permesso. Mi proe a scoltarli co rispetto, e sanza confin, i ciape qua co commozion.
Gian Berra
Gian Berra
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Sole di settembre
Sol de setembre.
Vola scontroso il merlo, e rade spighe d'erba secca segnano dove va il vento. Là è il sasso dove trovavo pace e mi sedevo davanti all'acqua che andava via lontano? Un brivido mi ricorda che ho smarrito i sogni di voli lontani. E ora sono solo io, senza più bastoni
Al ola co dispetto al merlo, e un poche de spighe de erba seca le segna 'ndove che va al vent. Xelo là al sas 'ndove mi stavo in pace, e me sentave davanti ala acqua che la scampava via lontan? Un sgrisoo, me ramenta che go desmentegà i sogni de olar lontan. Dess son qua, mi sol sanza baston 'ndove poiarme. Poc al resta, solamente um poche de speranze sanza color, che al fret che scomizia, disturba e al porta via.
a cui appoggiarmi. Resta poco, se non alcune rade speranze scolorite che il primo freddo disturba e porta via.
Gian Berra
Gian Berra
Sun of September And fly unsociable the blackbird, and roadstead ears of dry grass they mark where the wind goes. Where it is the stone where I found peace and did I sit down in front of the water that left far? A shiver remembers me that I have lost the dream of distant flights. It is time I am only self, without more batons to which support me if not any roadstead faded hopes that the first cold disturb them and takes away from. Gian berra
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Parte seconda Poesie in dialetto veneto di Segusino, scritte nel 2013. indice
Era l'estate appena passata. Finalmente solo tra la natura selvatica delle dolomiti di Feltre. Tra borghi assonnati senza tempo. Trovo il il mio attimo per tirare il fiato. E adesso cosa faccio? Mi domando. Poi decido di no fare niente se non ascoltare ciò che esce da me stesso. Lascio scorrere ciò che era nascosto...
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Stazione di Fener 1950 22 La machina de fero A Fener dopo misodì al sol al va via. Ma al treno riva istesso. Paulin anca al torna a casa, el varda la machina nera chea sciupa vapor e fumo che al sa de petrolio. La xe granda e la fa impression, par squasi che la ride de lu. Ma dopo al sente i oci che i lo varda, par squasi che al ga fato qualcosa de mal. Al xe al capo stazion che ghe fa segno de ndar via. Basta al segno de na man e na divisa chel al par de un carabinier che serca un ladro. Paulin conosse la rabia, ma lu cala la testa co ubidiensa. Lu al sa che nissuni de sta zente foresta che vien da fora, i parla come a Segusin, gnanca come a Fener. Lori i comanda co na divisa che fa paura. Lori i xe tanti e i comanda. Noialtri gavemo da taser e far i boni. Tanti de lori anca i ne porta via le tosate zovane. Tante le va a servir a Milan o a Torin. E dopo no le torna pi. Tante le scampa no se sa andove. Anca i zoveni i va via, tanti in Canadà, lontan oltra el mar. Dopo i scrive do letere, e basta. Paulin xe fortunà, lu al ga catà laoro a Mestre el pol tornar a casa la domenega. Al camina oltra al pont sul Piave e nol se ferma ala osteria. Oltra al mira Segusin e ghe se slarga al cor. No, lu non partirà, nol vol perdar de vedar i so veci e al campanil. Intanto la rabia ghe fa tornar in mente la machina fe fero, e la so superbia. Ma suito al pensa che anca ela, 18
la ga un paron. E così al se libera l'anema. Gian Berra 2013. La macchina di ferro A Fener, dopo pranzo il sole va via. Ma il treno arriva lo stesso. Anche Paulin torna a casa. E guarda la macchina nera che sputa vapore e fumo e che sa di petrolio. Lei é grande e fa impressione, sembra che quasi rida di lui. Ma dopo lui sente gli occhi che lo guardano, sembra quasi che abbia fatto qualcosa di male. E' il capo stazione che gli fa segno di andar via. Basta il segno di una mano e una divisa, che pare che un carabiniere che cerca un ladro. Paulin conosce la rabbia, ma cala la testa con ubbidienza. Lui sa che nessuno di questa gente forestiera che viene da fuori, parla come a Segusino, e neanche come a Fener. Loro comandano con una divisa che fa paura. Loro sono tanti e comandano. Noi dobbiamo tacere e fare i buoni. Tanti di loro anche ci portano via le ragazze giovani. Tante di loro vanno a servire a Milano o a Torino. E dopo non tornano più. Tante scappano non so dove. Anche i giovani vanno via, tanti in Canadà, lontano oltre il mare. Dopo scrivono due lettere, e basta. Paulin è fortunato, lui ha trovato lavoro a Mestre, e può tornare a casa la domenica. Lui cammina oltre il pontr sul Piave e non si ferma alla osteria. Più oltre guarda Segusino, e gli si allarga il cuore. No, lui non partirà, non vuole rinunciare a vedere i suoi vecchi e il campanile. Intanto la rabbia gli fa tornare in mente la macchina di ferro, e la sua superbia. Ma subito pensa, che anche lei ha un padrone. E così si libera l'anima. Gian Berra 2013
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Ma si, ancò son cossì content dopo la ciacolada co Eduardo. Mi no olea metar sta poesia suito; mi me andea de spetar ncora un poc. Ma parchè spetar a cantar na roba che noialtri gavemo pi o meno vissuo? La età del scoverzer l'amor la xe na staion che masci e femene del nostro popolo de anime venete, che fursi lori na olta i fasea fadiga a viver dopo mille anni de sgarbo verso la Vita? A l'è come se la anima de na bela tosata zovena, la me ga regalà al so attimo pi bel, quande ela sola entro na camera, la podea esser piena de orgoglio par sè stessa. Fora la era tuta n'altra roba. Gian Berra.
23 Tetine bele. Marieta la se ga serà la porta col batecol, sto dopo miodì so mare la ga assada lavase ela sola in la so camereta e ela la ga portà su un mastelet de acqua calda, anca un sugaman e un toco de saon. La versa un poca de acqua sul cadin, sora la carega. La se tira indrio i cavei par sentirli bei. Dopo la li liga col nastrin, così noi i se bagna. Quande che la taca a sbotonarse la camiseta che gnen i sgrisoi a cavarsela. De sot la porta na maieta fina, e dopo la se cava anca quela. La se sente meza nuda ma la taca a bagnarse i bras, al col, la facia. Dopo la se insaona anca al petto e la panza. Co le man e na strazza bagnada le se passa anca un poc la schena, e dopo la se suga pian pian. Dopo la varda al batecol con poca de paura, e la taca a cavarse de sot la gonella e le mudandine. No la se varda par rispetto e la se ciuca sora ala mastella, squasi sentada cercando de no trar fora acqua. 20
La se passa svelta la strassa su le gambe e i piè e anca là in medo. Sta acqua la ghe dà un senso de bel, de san. Dess la se leva su e la se suga tuta squasi in pressa. Dopo par che no la volaria ndar via suito. La se tira in piè, la se slonga la schena e no la se incorde pi de esser nuda. Ghe par de olar, la assa andar le man fin sule gambe, la sente la so pèl coi sgisoi e la se gira, co coraio, a vardase sul gran specio consumà dai ani. Dess, co coraio la se mira e la se gusta co orgoglio. Al xe al so corpo bianch e splendente che al ghe roba i oci, par che lu ghe dise: Son mi al to tesoro. Ela la varda apena al ciufet de pei, co an poca de vergogna. Dopo le man le vien su da sole, le toca senza vergogna le tetine apena nasceste. La se toca curiosa i capezoi che i vol saltar fora, e la sente al gusto de viver. La se gira e la varda la finestra verta, alta sul trodo dei mulin. Nessuni pol vedarla, e la se offre ai alberi la de sot, squasi a dirghe grazzie. Dopo la varda al sol, e la tira un sospiro. Marieta la se riveste, ma i pensieri noi ghe ne pì. Ghe par de aver tocà al paradiso, ma no lo ghe lo dirà a nissuni, parchè i la ciaparia par mata. La aria la entra par la finestra e la ghe regala al profumo dei fior de la cassia. Tutti sti regali, i xe solamente par ela. Gian Berra 2013. Tettine belle. Marieta ha chiuso la porta col catenaccio. Questo pomeriggio sua mamma la ha lasciata lavarsi da sola nella sua cameretta e lei ha portato su un martellotto di acqua calda, e anche un asciugamano e un pezzo di sapone. Lei versa un poca di acqua calda sul catino, sopra la sedia, poi si tira indietro i capelli, per sentirli belli. Dopo li lega con il nastrino, così non si bagnano. Quando inizia a sbottonarsi la camicetta, le vengono i brividi mentre se la leva. Sotto porta una maglietta fina, poi si leva anche quella. Si sente mezza nuda, ma comincia a bagnarsi le braccia, il collo, la faccia. Poi si insapona anche il petto e la pancia. Con le mani e una pezza bagnata, si passa anche un po' la schiena, 21
e poi si asciuga piano piano. Dopo guarda con un poca di paura il catenaccio, e comincia a levarsi di sotto la gonnella e le mutandine. Non si guarda per rispetto e si china sopra il mastello, quasi seduta cercando di non spargere fuori acqua. Lei si passa svelta lo straccio sulle gambe, i piedi e anche là in mezzo. Questa acqua le dona un senso di bello, di sano. Adesso lei si leva e si asciuga tutta quasi di corsa. Dopo pare che non voglia andare via subito. Si tira in piedi e allunga la schiena e non si accorge più di essere nuda. Le pare di volare, lascia andare le mani sulle gambe, sente la sua pelle con i brividi, e si gira con coraggio, a guardarsi sul grande specchio consumato dagli anni. Adesso, con coraggio si rimira e si gusta con orgoglio. Il suo corpo bianco e splendente, che le ruba gli occhi, sembra che le dica: Sono io il tuo tesoro. Lei guarda appena il ciuffetto di peli, con un po' di vergogna. Dopo le mani vengono su da sole, toccano senza vergogna i seni appena nati, e si tocca curiosa i capezzoli che vogliono venir fuori, e sente il gusto di vivere. Si gira, e guarda la finestra aperta, alta sul sentiero dei mulini. Nessuno può vederla, e lei si offre agli alberi là di sotto, quasi a ringraziarli. Dopo guarda il sole, e sospira. Marieta si riveste, ma i pensieri sono spariti. Le pare di aver toccato il paradiso, ma non lo dirà a nessuno, perché la prederebbero per matta. L'aria entra dalla finestra e le regala il profumo dei fiori di acacia. Tutti questi regali, sono solamente per lei. Gian Berra 2013
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Quero nel 1918 24 *Aneme venete. Sciupar fora la rabia!* Sciupa fora la rabia, la xe na merda che la ghe fa mal al figà. Anca alla panza, all'osel, ale bale e anca alla figa. Veneti, popolo sentà e co poca forza, vardè la merda che gavè entro le budele. Sciupa sta merda e vardala senza aver paura de sto diaol. Quande la rabia la xe drento la panza, la se sconde ai to oci, e la te roba la vita senza che ti te incorde. No basta osar o criar, gnanca sognar. Quande che ti te vede la to rabia, quande te scoverze che... che altri i te ga meso dentro sto velen. No la pol pi sconderse! Prima i te ga meso drento la paura anca de parlar scieto. Dopo i te ga convinto de taser, e far al bon, parchè così no te andarà all'inferno. Così ti te sta bon, e ti si contento de essar bon. Parchè i boni, i te gà dito, i ga sempre reson. Ma la to anema no la se assa menar par le bale, ela la te tormenta, la te fa sveiar inrabià, la te roba i pensieri, e la te remena. No importa al trodo che te cata, ma trà fora al velen. Te piase la bandiera? O te speta le feste par star insieme, o te lesi la storia de na olta? Tuto va ben! No importa, sciupa fora la velen, sanza aver al timor de far bruta figura. I pedoci no i sta sol che a Roma, i xe anca quei che parla co bele parole e che te da reson. No sta scoltar quei che scoreda sapiensa, o quei che te promette al paradiso. Scolta anca al to bus del cul. Specialmente se al xe al tuo. E libero, smerda ignoranza, paura, rabia. 23
La to anema se libera, la se neta ela sola, la se purga. E ti, credeghe, ti gavarà sempre reson. Gian Berra 2013
Anime venete, sputate fuori la rabbia! Sputa fuori la rabbia, è una merda che ti fa male al fegato. Anche alla pancia, all'uccello, alle palle e anche alla figa. Veneti, popolo seduto e con poca forza, guardate la merda che avete dentro le budella. Sputa questa merda e guardala senza aver paura di questo diavolo. Quando la rabbia è dentro la tua pancia, lei si nasconde ai tuoi occhi, e ti ruba la vita senza che tu te ne accorgi. Non basta lamentarsi o gridare, neanche sognare. Quando tu vedi la tua rabbia, quando scopri che... che altri ti hanno messo dentro quel veleno, lei non può più nascondersi! Prima ti hanno messo dentro la paura di parlare schietto. Dopo ti hanno convinto di tacere, e fare il buono, perché così non andrai all'inferno. Così tu stai buono, e sei contento di esser buono. Perché i buoni, ti hanno detto, hanno sempre ragione. Ma la tua anima non si lascia menare per le palle, lei ti tormenta, ti fa svegliare arrabbiato, ti ruba i pensieri, ti scuote. Non importa la strada che percorri, ma butta fuori il veleno. Ti piace la bandiera? O aspetti le feste per stare in compagnia, o leggi la storia di una volta? Tutto va bene! Non importa, sputa fuori il veleno, senza avere il timore di fare brutta figura. I pidocchi non vivono solo a Roma, sono anche quelli che con belle parole di danno ragione. Non ascoltare quelli che scoreggiano sapienza, o quelli che ti promettono il paradiso. Ascolta anche il tuo buco del culo. Specialmente se è il tuo. E dopo, libero smerda ignoranza, paura, rabbia. La tua anima si libera, si pulisce da sola, lei si purga. E tu credele, avrai sempre ragione. Gian Berra 2013
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Segusino, primi del 1900
25 Al merlo del Pinet. Le erte dei Singè, le crode e i sas, e pi sot la casetta del Pinet. Al fum del fogo dela sera, par che al sfoga su par l'aria, co la la voia de rider e dir che lu a l'è ncora vivo. Lontan, oltra al Grappa, al sol par che al dise "se vedemo". De sotto al paeset se fa scuro, ma Pinet nol varda fora. Lu al remena i fasoi co la pasta grossa. Al fogo al tira negra quela tecia da massa ani, e al fa fadiga a boiar al menestron. Ma sto omo no conta pi i dì da secoi. Pinet! Urla al merlo Neron; lu al ciama al Pinet tante olte al dì. E Pinet lo varda, par che al ride. Ogni olta al ghe risponde: Tasì! Al merlo lo varda ncora naltra olta e par che al ride anca lu. Neron al xe un merlo fortunà, lu al ga un paron, che al xe anca un amigo. Neron se ricorda che na olta, la femena del Pinet, la ciamava al so om, tante olte al dì. Dopo che ela la è morta, nissuni pi lo ciamava. Neron l'è un merlo furbo. Dess a l'è lu 25
che lo ciama. Par no assarlo morir. Gian Berra 2013
Il merlo del Pinet Le salite dei Singè, le rocce , i sassi, e più sotto la casetta del Pinet. Il fumo del fuoco della sera, sembra sfogare su per l'aria, con la voglia di ridere, e dire che lui è ancora vivo. Lontano, oltre il Grappa, il sole sembra dica “ci vediamo”. Di sotto il paesello si fa scuro, ma Pinet non guarda fuori. Lui rigira i fagioli con la pasta grossa. Il fuoco macchia di nero quella pentola da troppi anni, e fa fatica a far bollire il minestrone. Ma questo uomo non conta più i giorni da secoli. Pinet! Urla il merlo Nerone; lui chiama il Pinet tante volte al giorno. E Pinet lo guarda, pare che sorride. Ogni volta gli risponde: Taci! Il merlo lo guarda ancora un'altra volta e pare che rida anche lui. Nerone è un merlo fortunato, lui ha un padrone, che è anche un amico. Nerone si ricorda che una volta, la moglie del Pinet, Chiamava il suo uomo, tante volte al giorno. Dopo che lei è morta, nessuno più lo chiamava. Nerone è un merlo furbo. Adesso è lui che lo chiama. Per non lasciarlo morire. Gian Berra 2013
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Stramare anni '50
26 Stram La mussa de legn la sbrissa do dal Frontal, che par che la tira al mus. Ma a l'è Nani che al fa fadiga. Lu no l'è bon de star fermo e al suda poc, dato che ormai, al ga si poca carne da consumar. Lu al varda le siese do par al trodo, squasi ghe par de vedar tanti dei de legn nudi che i segna l'aria de sto inverno che al par pi fred de l'anno passà . Dopo al riva sulla costa. Lu al vede Riva grassa do bass coi camin che fuma. Dess ghe vien la voia de tornar do a casa soa. Ma al se ferma an pochet a ligar meio al stram che al ol scampar via. Dopo al riva bass e al taca tirar sto peso su par le case. Nol cata nissuni par strada. Al pensa a le do vache che le lo speta. Dopo al pensa anca ai so fioi che i laora lontan. Anca al pensa alla so femena. Lori, tuti i ga dito lu di vender ste bestie. De assar perder, de far al vecio, come tuti quei che i passà i ani dela fadiga. 27
Quande Nani al riva tacà la stala, a l'è scur. Al se ferma un poc, e dopo al scarga le foie sul portego. Dopo, quande che al mete la so testa entro la stala, le do bestie le lo varda come si lo spetasse da sempre. A lu al ghe se scalda al cor e al se senta sul schegn co la secia in man. Nol porta suito al lat in te la caneva, prima al pensa ncora cosa far. Ma nol cata altro e al sospira. Quande che vien scur, quande che vien la ora de fermarse, a Nani ghe vien la paura. Mai lu, su la so vita, al se ga mai fermà. Gnanca na scianta, gnaca par zugar, Nani nol sa cossa sia star fermo. Dopo al met na man entro al mucio de stram. Al sente ste foie seche che ghe carezza la pel. Par che le scampa via, par che le ola. Par squasi che le ol zugar co lu. Cossì ghe vien un pensiero: Che sia anca mi stram? E ghe par de esser na foia seca, una de quele in tel sac. Na foia che la ga fato la so parte, co impegno e giudizio. Dess anca Nani al sa de esser stram, che par la ultima olta, lu darà na man, a quei che al ghe serve. Gian Berra 2013. Strame. La slitta di legno scivola giù dal Frontal, sembra che la tiri l'asino, ma è Nani che fa fatica. Lui non è capace di star fermo a suda poco, dato che ormai ha poca carne da consumare. Nani guarda le siepi lungo il sentiero, quasi gli sembra di vedere tante dita di legno nudo che indicano l'aria di questo inverno che sembra più freddo dell'anno scorso. Dopo lui arriva sul costone e vede Riva grassa la giù in fondo con i cammini che fumano. 28
Adesso gli viene voglia di tornare a casa sua. Ma si ferma un po' per legare meglio lo strame che vuole scappare via. Dopo arriva giù basso, e comincia a tirare questo peso su verso le case. Non trova nessuno per strada. Nani alle due vacche che lo aspettano. Poi pensa anche ai suoi figli che lavorano lontano. Pensa anche alla sua donna. Tutti loro gli ahnno detto di vendere le bestie. Di lasciar perdere, di fare il vecchio, come tutti quelli che hanno passato gli anni della fatica. Quando lui arriva vicino alla stalla, è già scuro. Si ferma un poco, e dopo scarica le foglie sotto al portico. Dopo quando mette la testa dentro la stalla, le due bestie lo guardano come se lo aspettassero da sempre. A lui gli si scalda il cuore e si siede sullo sgabello con il secchio in mano. Non porta subito il latte in cantina, prima pensa ancora cosa fare. Ma non trova altro e sospira. Quando che viene scuro, quando viene l'ora di fermarsi, a nani viene la paura. Ma lui ella sua vita, non si è mai fermato. Neanche un po', neanche per giocare, Nani non sa cosa sia stare fermo. Dopo, mette una mano dentro il mucchio di strame. Sente le foglie secche che gli carezzano la pelle. Sembrano scappare via, sembrano volare. Sembrano quasi voler giocare con lui. Così gli viene un pensiero: Che anche io sia come strame? E gli pare di essere una foglia secca, una di quelle dentro il sacco. Una foglia che ha fatto la sua parte, con impegno e giudizio. Adesso Nani sa di essere strame, che per la ultima volta, darà una mano a chi serve. Gian Berra 2013
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Giochi di bimbi, olio su tavola, gian berra 1999
27 Gnent da far Luiseta la cata un giornal, davanti ai cancei del cimitero. A l'è net e suto, squasi novo. La lo ciapa in man come s'il fusse in tesoro. La se senta sui scalin e la se desmentega par che, la è vegnista qua. La varda i foi, la cerca qualcosa. No sa gnanca ela. No la sa squasi ledar, ma la sa che i giornai se varda, se lede. La vede zente importante, ma dopo, quande che la gira la pagina, sta zente no a ghe xe pi. Cossì la impara che ghe toca tornar indrio. Ma no la ga voia, de tornar par far sta roba. Cussì no se finis mai. Luiseta la trà via quei foi che i fa confusion. Dess la varda dò, andove le case e la cesa, par ghe dighe: Cosa atu fat ancoi? Ela la se incorde che la è squsi la ora de 30
tornar a casa. Ma cossa ela vegnista a far quà? E no la se ricorda. Ma la taca a caminar zo, par rivar par ora. Gian Berra 2013.
Niente da fare. Luiseta trova un giornale, davanti ai cancelli del cimitero. E' pulito e asciutto, quasi nuovo. Lei lo prende in mano come se fosse un tesoro. Si siede sugli scalini e si dimentica il perché è venuta qui. Guarda i fogli, cerca qualcosa, non sa neanche lei cosa; non sa quasi leggere, ma sa che i giornali si guardano, si leggono. Lei vi vede gente importante, ma dopo, quando gira la pagina, questa gente non c'è più. Così impara che le tocca tornar indietro. Ma lei non ha voglia di tornare a fare questa roba. Così non si finisce mai. Luiseta getta via quei fogli che fanno solo confusione. Adesso lei guarda giù dove le casa e la chiesa, sembrano dirle: Cosa hai fatto oggi? Lei si accorge che è quasi ora di tornare a casa. Ma cosa è venuta a fare fin qua? Lei non se lo ricorda. Ma inizia a camminare in giù, per arrivare per ora. Gian Berra 2013
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28 Tocio. Al riva squasi fin dò sul Cal del pont. Co calma al gira le piere, al ipiegnis i foset. La tera lo suga, ma no basta, De sera al so paron al riva dò. Co na mussa de legn cargada, piena. Lu al scarga ancora, ogni dì. E ncora tocio se alsa, se leva, al cola dal stram, lu al scampa via, nissuni pol fermar al so destino. Tento al tocio, nol perdona. Sto quà a l'è tocio de Riva grassa. De vache sane. De erba taiada a man co fadiga. Lu l'è tocio san, vero, autentico. Grass e co valor de vero ledam, de Segusin. Gian Berra 2013 Sugo. Arriva fin quasi giù sul Cal del Pont. Con calma schiva le pietre, riempie le fossette. La terra lo asciuga, ma non basta, Alla sera il suo padrone viene giù. Con una slitta caricata, piena. 32
Lui scarica ancora, ogni giorno. E ancora sugo si alza, si leva, cola dallo strame, lui scappa via, nessuno può fermare il suo destino. Attento al sugo, non perdona. Questo è sugo di Riva grassa. Sugo di vacche sane. Di erba tagliata a mano con fatica. Lui è sugo sano, vero, autentico. Sterco col valore, di vero letame di Segusino. Gian Berra 2013
Stramare, la chiesetta 29 Quand al vien al fred. Quand al vien al fret svelto ciapa la sciarpa. Metela sul col, botona la camisa e vardete dal vent de tramontana che i diaol i vien do dal Doc. Da drio la montagna brusa l'inferno e el manda mala aria. Aria de malatia che vien par farne tuti stal mal. Varda che drio la montagna al Papa e i soi cardinai e vescovi i ga fato scampar le strighe e i stregoni. Lori era amighi del diaol, lori i era al mal. Noiatri semo liberi da sto tormento, dato che adess, vivemo felici parchè andaremo in paradiso, ga gantio el prete. Ma lu el magna gratis, noiatri invenze 33
ne toca tremar de fret. Noialtri gavemo fato mal a nascer, gavemo fato torto a Dio, par sta reson ne toca sofrir sta pena. E patir al fred, tremar e lavarse co l'acqua ingiasada. Qua a Stramare al sol va via prest, ma sul larin brusa na stela de cassia. Na stela basta par sperar de viver fin doman. Gian Berra 2013
Quando viene il freddo. Quando viene il freddo, svelto prendi la sciarpa, mettila al collo, abbottonati la camicia e guardati dal vento di tramontana che i diavoli vengono giĂš dal Doc. Dietro la montagna brucia l'inferno e manda aria cattiva. Aria di malattia che viene per farci stare tutti male. Guarda che dietro la montagna il Papa e i suoi cardinali e vescovi hanno fatto scappare le streghe e gli stregoni. Loro erano amici del diavolo, loro erano il male. Noi siamo liberi ora da tale tormento, dato che adesso, viviamo felici perchĂŠ andremo in paradiso, ha garantito il prete. Ma lui mangia gratis, a noi invece ci tocca tremare di freddo. Noi abbiamo fatto male a nascere, abbiamo fatto un torto a Dio, per questa ragione ci tocca soffrire questa pena. Patire il freddo, tremare e lavarci con l'acqua ghiacciata. Qui a Stramare, il sole va via presto, ma sul focolare brucia un ceppo di acacia. Un ceppo basta per sperare di vivere fino a domani. Gian Berra 2013
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Nonna Maria Stramare in Berra, 1955
30 Maria no sega pi l'erba. Maria l'è vecia e no sega pi l'erba. Maria l'è grossa e bassa e la camina poco segura. Maria la sbanda ma no la vol al baston, ela la se vergogna de esser vecia e la varda avanti coi oci bassi. La se sconde la testa col fasolet nero a balete bianche. Maria la serca de no sporcarse la traversa, e par no sporcarse la camisa nera la se la tira su par le maneghe. E la tira i piè sule savate come a strasinar quele gambe strache. Stamatina la varda i pra a Milies e la se pensa de quande, tanti ani oltra, col so om e i fioi tacadi ale gambe, anca ela col rastel la reoltea al fen. Maria la nasa l'eba segada e ghe vien voia de piander. Al so primo om ghe la portà via la guerra, al secondo el vin. E i so fioi, quei vivi, i e tuti via par al mondo. Ma i oci de Maria non vol lagremar parchè se fa fadiga anca a piander. Dopo Maria la se incorde de esser ancora in piè e le gambe par che ghe dise che ela l'è ncora viva. Maria de novo la se scalda al cor. Stasera la pregharà ancora la Madona par sta grazia. Dopo la ciaparà sono sanza sognar. Gian Berra 2013
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Maria non sega più l'erba. Maria è vecchia e non sega più l'erba. Maria è grossa e bassa e cammina poco sicura. Maria sbanda ma non vuole il bastone, lei si vergogna di esser vecchia e guarda avanti con gli occhi bassi. Si nasconde la testa col il fazzoletto nero a pallini bianchi. Maria cerca di non sporcarsi il grembiule, e per non sporcarsi la camicia nera, tira su le maniche. E lei tira i piedi sulle ciabatte come a trascinare quelle gambe stanche. Stamattina lei guarda i prati a Milies, e si ricorda di quando, tanti anni fa, con il suo uomo e i figli attaccati alle gambe, anche lei con il rastrello, girava il fieno. Maria annusa l'erba tagliata, e le vien voglia di piangere. Il suo primo uomo glielo ha portato via la guerra, il secondo il vino. E i suoi figli, quelli vivi, sono tutti via per il mondo. Ma gli occhi di Maria non vogliono lacrimare perché si fa fatica anche a piangere. Dopo maria si accorge di essere ancora in piedi e le gambe pare le dicono che è ancora viva. Maria di nuovo si scalda il cuore. Stasera pregherà ancora la Madonna per questa grazia. Dopo prederà sonno senza sognare. Gian Berra 2013
Valle dei mulini a Segusino
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31 Ariù, anima de acqua. Acque gelade e mai ferme. Mai strache e pi vece dei omeni. Le vien dò da Stramare, do svelte par le crode sconte. Le tira i oci a vardarle, come a domandarte al parchè de sta pressa dei omeni. Ma ste acque non no le se disturba a risponderte. No le te varda gnanca. Queste xe acque che ga da far, no le pensa massa. No come ti che tu sta a vardarle. Par che le diga: Dai ven zo a bere, dai svelto no pensar massa. E mi salte le crode e mete i piè entro la posa. L'acqua le bona e fresca come un regalo, e dopo me par de star meio. Tuti i pensieri de prima i xe scampadi, senza aver da pregar nissuni. La testa l'è libera e contenta de viver. Par che l'acqua la ride. Ma suito la scampa via. Gian Berra 2013 Ariù, anima di acqua. Acque gelate, mai ferme. Mai stanche e più vecchie degli uomini. Vengono giù da Stramare, giù svelte per le rocce nascoste, Ti attirano gli occhi a guardarle, come a domandarti, il perché della fretta degli uomini. Ma queste acque non si disturbano a risponderti. Non ti guardano nemmeno. Queste sono acque che anno da fare, non pensano troppo, non come te che stai qui a fissarle. Sembra che dicano: Dai vieni giù a bere, dai svelto, non pensare troppo. E io salto le rocce e metto i piedi sulla pozza. L?acqua è buona e fresca, come un regalo, e dopo mi pare di stare meglio. Tutti i pensieri di prima sono fuggiti, senza dover pregare nessuno. La testa è libera e felice di vivere. Sembra che l'acqua ride. Ma subito scappa via. Gian Berra 2013 37
cartolina mai spedita
32 Nosele seche. Ruma sul sest le nosele seche, che st'inverno saron contenti de magnarle. Netale ben e scarta quele mate. Dopo frachele entro el sac e metale via, dopo scondele ben e tento a no vardarle massa. Co i riva da Treviso quei del dazio de Roma varda par tera, e no alzar i oci. Quei ladri i ta porta via al vedel ogni ano. Attento a no vardar la caneva, che i te porta via al formai e le sopresse. Mostraghe i to fioi cei, mostraghe anca to nono, e dighe coe lagrme sui oci, che te toca vardarlo come sel fusse un bocia. Dopo varda fora e fa finta de piander. Atento che quei ladri i ga sempre rason! Ti dighe sempre de si. Quande i va fora ti sera la porta, e no lementarte de aver na sopressa, e anca doi toc de butiro de manco. Sugate al nas e le lagreme, Inciuca do la rabia e sospira. Mandaghe un pensiero alla Madona, e tasi. Gian Berra 2013
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Nocciole secche. Cerca nel cesto le nocciole secche, che questo inverno saremo felici di mangiarle. Puliscile bene e scarta quelle guaste. Dopo schiacciale dentro il sacco e mettile via, dopo nascondile bene e attento a non guardarle troppo. Quando arrivano da Treviso quelli del dazio di Roma, guarda per terra e non alzare gli occhi. Quei ladri ti portano via il vitello ogni anno. Attento a non guardare la cantina, che ti portano via il formaggio e le sopresse. Mostragli i tuoi bambini piccoli, mostragli anche tuo nonno, e di rolo con le lacrime agli occhi, che ti tocca accudirlo come a un bambino. Dopo guarda fuori e fai finta di piangere. Attento che i ladri hanno sempre ragione! Di loro sempre di si. Quando vanno fuori, tu chiudi la porta, non lamentarti di aver una sopressa, e anche due pezzi di burro in meno. Asciugati il naso e le lacrime, inghiotti la rabbia e sospira. Manda un pensiero alla Madonna, e stai zitto. Gian Berra 2013
il mercato a Valdobbiadene
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33 Me nono scatàra. Lu le vecio, el tabaca dopo magnà. Ma al se contenta, e nol ciacola par gnent. Me nono al stà ore sentà sul schegn fora da la porta, e lu al scampa entro quande riva al sol o quande vien do la piova. Me nono ghe vol ben ala ombria. Dopo lu al scatara moro su na strassa rossa, dopo al se suga le lagreme e i so oci i varda alt, su par le rive. Lu se gode a vardar le gambe dele femene che passa svelte. A lu ghe basta vardar, el se gode a far sogni, de quande al fogo della so pansa ncora brusava. Ghe basta tirar al fià e no pensar a altro. Ghe fa paura i so ani de laoro senza fin, e dopo anca al dolor de la so femena morta de fadiga, e anca par i so fioi morti par el Re e par Roma, Anca par i pecai da scontar doman quande ghe tocara morir. Fortuna che na neoda lo cura, e la ghe compra al tabac da tirar. Me nono non scatara par difesa, lu solamente al sciupa ste pene par tera. E dopo al tira al fià naltra olta. Gian Berra 2013. Mio nonno scatarra. Lui è vecchio, fiuta tabacco dopo mangiato. Ma si accontenta, e non chiacchiera per niente. Mio nonno sta ore seduto sullo sgabello, fuori dalla porta, e lui scappa dentro quando arriva il sole o quando piove. Mio nonno ama l'ombra. Poi lui scatarra scuro su una pezza rossa, dopo si asciuga le lacrime ed i suoi occhi guardano su verso al collina. Lui si gode a guardare le gambe delle femmine che passano svelte. A lui basta guardare, e si gode a far sogni, di quando il fuoco nella sua pancia ancora bruciava. Gli basta tirare il fiato e non pensare ad altro. Gli fanno paura i suoi anni di lavoro senza fine, e dopo anche il dolore per la sua donna morta di fatica, E anche per i suoi figli morti per il Re e per Roma, Anche per i peccati da scontare domani quando gli toccherà morire. Per fortuna una nipote lo assiste. Gli compra il tabacco da tiro. 40
Mio nonno non scatarra per difesa, lui solamente sputa queste pene per terra. E dopo tira il fiato un'altra volta. Gian Berra 2013
Fumo d'autunno a Col Lonc di Segusino
34 Maria la torna dala messa. La camina fora dala cesa, co le man sul cor. E la varda su l'aria come a vedar se al mondo a l'è quel de prima. Entro la cesa, al prete prima al parlea come se lu al fusse Dio. Ma ela la sconde al fastidio, al pensiero che Dio l'è sempre irabià. Maria la ga paura de sto creator che al se lamenta sempre dei so fioi. Maria lo prega e la spera de no farlo rabiar. Ghe vien in mente suito an pensiero che ghe fa strenzer al stomego: Che qualche olta Dio al ride anche lu? Alora ghe vien in mente Dio che verze la boca e al mostra i dent. Adess Maria la ga paura e la sente fret. Quei dent par che i vol magnarla, Suito la dis coi laori seradi na ave Maria e la se sent come svergognada. L'è come se la fusse nuda in mezo ala piazza. Maria la trema tuta e la scampa squasi. La so casa de Stramare l'è la tacà. La verze la porta e dopo la sera fora al mondo. Parchè sto dolor? se domanda Maria. Ma no ghe risponde nessuni. Maria alora la se versa un mezo goto de vin pizol, che suito ghe scalda al cor. 41
Svelti i pensieri de pena i scampa e ela se incorde che l'è quasi miodì. La ruma le bronze e la parecia l'acqua par la polenta dela domenega. Dopo la tira fora an poc de formai e par che de novo al sol al vien entro dai scuri mezi verti. Maria la varda fora e la fissa un toco de ciel. I so oci i voria trar fora lagreme che domanda de sfogarse. Ma Maria la se vergogna anche de lagremar. Parchè saria far torto a Dio. Gian Berra 2013
Maria torna dalla messa. Lei cammina fuori dalla chiesa con le mai sul cuore. E guarda l'aria come a vedere se il mondo è ancora quello di prima. Dentro la chiesa, il prete prima parlava come se lui fosse Dio. Ma lei nasconde il fastidio, al pensiero che Dio è sempre arrabbiato. Maria ha paura di questo creatore che si lamenta sempre dei suoi figli. Maria lo prega e spera di non farlo arrabbiare. Le viene subito in mente un pensiero che le fa stringere lo stomaco: Che forse, qualche volta, Dio ride anche lui? Allora le viene in mente Dio che apre la bocca e mostra i denti. Adesso maria ha paura e sente freddo. Quei denti, paiono che vogliano mangiarla. Subito lei dice una ave Maria e si sente come svergognata. E' come se lei fosse nuda in mezzo alla piazza. Maria trema tutta e quasi scappa via. La sua casa di Stramare è la vicino. Lei apre la porta, e dopo chiude fuori il mondo. Perché questo dolore? Si domanda Maria. Ma non le risponde nessuno. Maria allora si versa un po' di vino annacquato, che subito le scalda il cuore. Scappano svelti i pensieri e lei si accorge che è quasi mezzogiorno. Lei fruga tra le braci e prepara l'acqua della polenta della domenica. Poi lei tira fuori un po' di formaggio, e sembra che di nuovo il sole venga dentro dai balconi mezzi aperti. Maria guarda fuori e fissa un pezzo di cielo. I suoi occhi vorrebbero buttare fuori le lacrime che vorrebbero sfogarsi. Ma Maria si vergogna anche di lacrimare. Perché sarebbe come far torto a Dio. Gian Berra 2013
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Osteria, olio su tavola, Gian Berra
Spere de no stufarghe tuti, ma qua in montagna da drio de ogni albero, ma parla le anime dei me veci. E no son bon de no scoltarle. 35 La vendetta de Bortol. L'è vegnist do da Riva grassa coi zocoi novi. I xe quei bei co la gomma sott la sola. Le braghe xe quele pontade da drio, ma se sconde ben al sette, coa giacheta longa e nera ancora squasi nova. Do in piaza a Segusin i fa la fiera. Bortol no ga bestie da vender, e gnanca schei par comprar, ma lu, come i so amighi i ga voia de vedar an poco de mondo, e dopo andar entro la osteria de Sbrek a parlar de bestie, de schei, e co prudenza, anche de femene. Nisuni parlarà de politica parchè gnanca i sa cosa la sia. Quande chel riva in piassa xe come na festa dove che i oci no sa dove vardar. Tuti i omi i xe intorno a sento bestie tute ligade. Su naltro canton xe vegniste do anca le femene, tutte insieme come su un puner. Bortol al gira e al cata da ciacolar e al sogna le bestie pi bele. Dopo al fa finta de ndar oltra, ma al passa tacà le femene par vardar meio. Nol se incode de do figure che vien vanti. Al notaio de Venessia, alto, ben vestio, profumà coa barbetta taiada ben, insieme al sindaco, i se 43
vede davanti sto bacan de merda. E davanti le femene i lo bloca. – Tento bifolco, varda andove tu camina! Le femene le ride contente de sto gran coraio. Bortol al resta là come na merda pena fata. La vergogna lo blocca, la paura lo fa tremar. Al cata un canton par tornar a pensar. Dopo al se sconde entro la osteria e al beve do goti de vin. No pol parlar, al ga la boca serada come na tega coi boton novi. Ma la vendetta lo ciapa come na colla e lu al scampa fora e dopo no i lo vede pi nissuni. I do omeni nobili, al notaio e al sindaco, i tira tardi e i pensa de andar a far festa stasera a Valdobbiadene. I riva al so caretin e i sliga al caval par ndar via. I se senta insieme sul sedil e si mete comodi. Ma i se incorde tardi che i ga pestà col cul do buasse ncora calde. Gian Berra 2013 La vendetta di Bortolo. E' venuto giù da Riva Grassa con i zoccoli nuovi. Sono quelli belli, con la gomma sotto la suola. Le brache sono quelle rattoppate dietro, ma la toppa si nasconde bene con la giacchetta lunga, nera e ancora, quasi nuova. Giù in piazza a Segusino fanno al fiera. Bortolo non ha bestie da vendere, e nemmeno soldi per comperare, ma lui ed i sui amici hanno voglia di vedere un poco di mondo. E poi andare dentro la osteria di Sbrek a parlare di bestie e di soldi, e anche, con prudenza, anche di donne. Nessuno parlerà di politica, perché non sanno cosa sia. Quando lui arriva in piazza è come essere a una festa dove gli occhi non sanno dove guardare. Tutti gli uomini sono attorno a cento bestie, tutte legate. In un altro lato, sono venute giù le donne, tutte assieme come dentro un pollaio. Bortolo cammina e trova da chiacchierare, e guarda le bestie più belle. Dopo fa finta di andare altrove, ma passa accanto alle donne per vedere meglio. Lui non si accorge di due figure che vengono avanti. Il notaio di Venezia, alto, ben vestito, profumato e con la barbetta tagliata con cura, in compagnia al sindaco... si trovano davanti questo contadino di merda. Loro lo bloccano davanti alle donne. – Attento bifolco, guarda dove cammini! Le donne ridono di questo grande coraggio. Bortolo resta là come una merda appena fatta. La vergogna lo blocca, la paura lo fa tremare. Lui trova un angolo per poter tornare a pensare. Poi si nasconde dentro l'osteria e beve due bicchieri di vino. Non può parlare, lui ha la bocca chiusa come una patta coi bottoni nuovi. Ma la vendetta lo prende come una colla, poi lui scappa fuori e non lo vede più nessuno. I due uomini nobili, il notaio e il sindaco, fanno tardi e pensano di fare festa questa sera a Valdobbiadene. Arrivano al loro carretto e slegano i cavalli per andare via. Si siedono comodi sul sedile e si mettono comodi. Ma si accorgono troppo tardi di aver pestato col culo, due merde di vacca, ancora calde. Gian Berra 2013
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Un Papa se ne va... per stanchezza. Lo giuro, stamattina un angelo mi ha mandato in esclusiva questa parole che vagavano nel vento libere, così prima che svanissero per sempre le ho raccolte e trascritte in testo. E' stato il vento a darmele. Lo giuro.
36 La carega santa del Papa. Mi son la carega straca del Papa, Son vecia e seca ma so contenta. Doman i me porta ne a caneva, dato che el Papa va via. No che no l'è mort, no che l'è malà, gnanca che el ga finì i schei. Al papa al se ga stufà de criar par gnent. Lu al ga dito a tuti che l'è strac e basta. Quanto nervoso, quante scorese me ga toca soportar, quanta rabia e sconforto. Ma mi son ncora intiera, anca se vecia! Ma go visto massa robe sconte e no ghe la fasso pì e me sento marsa e senza amor. Nisuni me ga dito grassie de portar an peso del genere. Lu, al papa, nol pesava massa ma al gaveva pensieri che pesava come na casa, forse anca de pì. I diseva che Lu al parlava co Dio. Ma co mi nol ga mai parlà. 45
Mai che na olta al me ha dito grassie. Ma le careghe no a da pensar, gnanca da parlar, ganca de lamentarse, le careghe a da taser, e basta. Gian Berra 2013
La sedia del Papa. Io sono la sedia stanca del Papa, son vecchia e secca, ma son contenta. Domani mi portano in cantina. Dato che il Papa va via. No, non è morto, non è ammalato, neanche ha finito i soldi, Il Papa si è stufato di gridare per niente. Lui ha detto a tutti che è stanco e basta. Quanta tensione, quante scoregge mi ha toccato sopportare; quanta rabbia e sconforto. Ma io sono ancora intera, anche se sono vecchia! Ma ho visto troppe robe nascoste e non ce la faccio più e mi sento marcia e senza amore. Nessuno mi ha detto grazie per aver portato un peso del genere. Lui, il Papa non pesava troppo, ma aveva pensieri che pesavano come una casa, forse anche di più. Dicevano che lui parlava con Dio. Ma con me non ha mai parlato. Mai una volta che mi abbia detto grazie, ma le sedie non debbono pensare, neanche parlare e nemmeno lamentarsi. Le sedie debbono tacere, e basta. Gian Berra 2013
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Note sull'autore
indice
Gian Berra hippie nel 1972 La foto ritrae Gian Berra nel 1972-73. Gian era un giovane che dopo una breve esperienza universitaria aveva abbracciato con ardore gli ultimi fuochi dell’epoca hippies Ma la provincia veneta era distante dalle passioni di libertà della fine degli anni sessanta: il Veneto non è la California e nemmeno Parigi. Ma Gian Berra non si rende ancora conto che vive in una realtà addormentata da secoli e svuotata da ogni entusiasmo. Chi è il ladro che ha rubato la vitalità al popolo in cui si trova a vivere? Perché la gente sembra cieca alla natura che ogni giorno le alimenta la vita? Sono domande ingenue e terribili. Loro non possono avere una risposta per un artista che sta per scoprire di esserlo: Gian non ne potrà fare a meno di porsi queste domande. Gian Berra già dipinge e si dedica alla scultura, ma non lo considera ancora un lavoro. Per questo tenta alcune fughe all’estero. Prima parte con il cugino Renzo per la Svizzera e si ferma per un po’ a Shaffausen e a Tayngen. Poi con l’amico Giannetti se ne va in Germania e visita Braunsweig e Hannover. Comincia a vedere altri orizzonti e gente diversa. Quando ritorna un poco deluso a casa si accorge che anche in Italia i tempi sono cambiati. Il '68 è finito e la realtà è rimasta quella di prima. Sembra che una occasione sia stata sprecata specialmente dai giovani. A Gian Berra rimane solo la sua moto, il suo giubbotto alla Che Guevara e tanti sogni così lontani da quella provincia senza speranze. 47
Gian apre il suo primo studio d'arte a Valdobbiadene nel 1973. Questo sarà solo il primo tentativo di mettersi in mostra con i suoi dipinti e fare le prime esposizioni di quadri in provincia di Treviso nella regione di Venezia. La realtà dell’arte che lui trova è deprimente. La provincia ha poco altro a cui pensare oltre al calcio e alle discussioni politiche. Nel 1977 avviene la svolta: lascia Valdobbiadene per Covolo di Piave. Non è un gran salto, ma almeno è fuori da un paese che ha deciso di ammirare solo sé stesso. Nell’inverno del 1977 fa la sua prima mostra a Treviso presso la galleria “ Lo scrigno di Val”, in Piazza del grano. E’ un grande successo che dona a Gian Berra le prime soddisfazioni concrete. Gian organizza nel 1978 una mostra presso la galleria Brotto a Cornuda . E un successo. Inizia da questo anno la stagione più avventurosa di Gian Berra. Conosce nel 1978 Vincenzo Martinazzo, un collezionista con il cuore gonfio di una autentica passione per l’Arte. Lo chiamano tutti “Ciccio” e lui accoglie Gian Berra nella sua galleria di Montebelluna. Negli anni seguenti Gian Berra organizza parecchie mostre tra cui rammento quelle nella sala di “Ca’ de Ricchi” a Treviso nel 1979 e nel 1980. E’ in quell’anno che Gian mette su famiglia e decide di fare un altro grande salto. Nel 1981 lui apre uno studio a Trento, in piazza S. Maria Maggiore. Non sarà solo uno studio, ma anche un posto dove incontrarsi con artisti amici. Gian Berra inviterà l’amico pittore Donadel Bruno di Pieve di Soligo (TV) nell’autunno del 1981. Ma la famiglia di Gian cresce e lui ritorna a casa nel 1982. Passa qualche anno di pausa e nel 1990 lui fonda l’associazione culturale “la Criola”. Questo è un altro tentativo “da artista” per scuotere l’ambiente assonnato e deprimente di un paesaggio veneto senza speranze. Gian Berra raccoglie con infinita pazienza attorno a sé ogni artista dei dintorni. Gian organizza mostre, incontri, manifestazioni e cene di poeti con gli incontri di "Poesia New Age". Poi nel 1993 inaugura il “corso pratico di pittura”. Questa è forse l’iniziativa che avrà più successo: durerà sino 2005 quasi ininterrottamente, con due corsi all’anno. Vi partecipano più di 800 allievi, molti dei quali diventeranno bravi pittori.Negli anni 80 Gian Berra organizza esposizioni delle sue opere nelle maggiori città italiane e in Germania a Dusseldorf, Monaco, Wurzburg. Nel 1998 si diploma in Psicosintesi terapeutica ed inizia l'indagine intima sul potere dei simboli e delle immagini. Indaga la potenza nascosta delle immagini e il loro effetto occulto sull'inconscio collettivo. Le immagini hanno un loro potere che può essere gestito da una coscienza consapevole. Organizza alcune conferenze ( Padova, Conegliano, Vicenza, Caerano S. Marco, Cadoneghe e altre ) sul tema della "Paura" spiegata come fantasma-immagine. Nel 2001 espone per la prima volta in una mostra di sue opere, cinque totem che lui ha costruito con le sue mani. “ Totem senza tabù” è il titolo di quella esposizione a villa benzi di Caerano, Gian inizia a scrivere i “ Saggi selvaggi” che ora è possibile trovare in internet. Lui la chiama “Psicologia Sciamanica”. Nel 2002 li raccoglie nel libro " Psicologia Sciamanica", una raccolta di scritti dedicati a tale tema. Nel 2006 esce in stampa il suo primo romanzo “ Wasere, cuore di drago” dedicato all'anima ferita di Segusino, il suo paese di nascita e il libro di poesie e racconti “Caos barocco”. Sono reperibili su Lulu.com. Lo presenta nel 2008 alla sua personale a Segusino. Nel 2008 inizia la ricerca sullo "Sciamanesimo della sala d'aspetto" come funzione necessaria in un periodo storico come il nostro in cui gli "assoluti" tradizionali tramontano annegati nella globalizzazione. Finalmente è tornato un Caos salutare? Gian Berra frequenta le periferie nascoste delle città o dei piccoli paesi del Veneto e scopre prospettive vitali che dormono da secoli. Che sia giunta l'ora di richiamarle? 48
http://www.scribd.com/gianberra http://www.lulu.com/spotlight/baroque https://sites.google.com/site/segusinosite/ https://sites.google.com/site/pederobbasite/ https://sites.google.com/site/veniceworldart/ https://sites.google.com/site/gianberrasite/ Citazione preferita L'orchidea nascosta Tutti possono sentir parlare dell'orchidea nascosta, ma la sua fragranza è contenuta solo in noi stessi. Il saggio stesso non potrebbe togliercela, e non e' neanche il fiore più' profumato. La rugiada cade nella lunga mattinata, la primavera della giovinezza arriva più tardi. L'uomo comune non sa perché' l'erba al lato del sentiero, emana quel profumo fragrante. Cui Tu (Dinastia Tang)
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Finito nel mese di gennaio 2014 Gian Berra Dedicato in particolare a tutti gli amici di Facebook.
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