Skip to main content

N3 Anno 4 Generazione Over60

Page 1

Marzo 2022

I BEATLES, il gruppo musicale britannico che ha cambiato la storia della musica a livello mondiale, in soli 8 anni di concerti live (1962-1970). Dopo di loro nulla è stato come prima: il loro successo è senza tempo, con composizioni immortali e oltre un miliardo di dischi venduti.

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 4, n.3

-2-


Le rubriche

EDITORIALE “Amoglianimali” Bellezza Da leggere (o rileggere) Da vedere/ascoltare Di tutto e niente Il desco dei Gourmet Il personaggio Il tempo della Grande Mela Incipit Incursioni In forma In movimento Lavori in corso Primo piano Salute Scienza Sessualità Stile Over Volontariato & Associazioni

-3-


Generazione Over 60 DIRETTORE RESPONSABILE Minnie Luongo

I NOSTRI COLLABORATORI Marco Rossi Alessandro Littara Antonino Di Pietro Mauro Cervia Andrea Tomasini Paola Emilia Cicerone Flavia Caroppo Marco Vittorio Ranzoni Giovanni Paolo Magistri Maria Teresa Ruta

DISEGNI DI Attilio Ortolani Sito web: https://generazioneover60.com/ Email: generazioneover60@gmail.com Issuu: https://issuu.com/generazioneover60 Facebook: https://www.facebook.com/generazioneover60 Youtube: https://www.youtube.com/channel/generazioneover60

-4-


Generazione Over 60 MINNIE LUONGO DIRETTORE RESPONSABILE

Foto Chiara Svilpo

Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).

Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”. Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60. Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.

-5-


Chi siamo DOTTOR MARCO ROSSI

SESSUOLOGO E PSICHIATRA è presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale e responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive e come esperto di sessuologia a numerosi programmi radiofonici. Per la carta stampata collabora a varie riviste.

DOTTOR ALESSANDRO LITTARA

ANDROLOGO E CHIRURGO è un’autorità nella chirurgia estetica genitale maschile grazie al suo lavoro pionieristico nella falloplastica, una tecnica che ha praticato fin dagli anni ‘90 e che ha continuamente modificato, migliorato e perfezionato durante la sua esperienza personale di migliaia di casi provenienti da tutto il mondo

PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO

DERMATOLOGO PLASTICO presidente Fondatore dell’I.S.P.L.A.D. (International Society of PlasticRegenerative and Oncologic Dermatology), Fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology e direttore scientifico del mensile “Ok Salute e Benessere” e del sito www.ok-salute.it, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).

DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO

è sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme di suo padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare di curare gli animali”. E’ fondatore e presidente della Onlus Amoglianimali, per aiutare quelli più sfortunati ospiti di canili e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.

ANDREA TOMASINI

GIORNALISTA SCIENTIFICO giornalista scientifico, dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenze-carteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.

-6-


Chi siamo PAOLA EMILIA CICERONE

GIORNALISTA SCIENTIFICA classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche su una vecchia televisione a tubo catodico, pratica Tai Chi Chuan e meditazione. Per Generazione Over 60, ha scelto di collezionare ricordi e riflessioni in Stile Over.

GIOVANNI PAOLO MAGISTRI

BIOLOGO Classe 1951, biologo specializzato in patologia generale, si occupa di progettazione di sistemi per la gestione della sicurezza e dell’igiene delle produzioni alimentari. Socio Onorario dell’Associazione PianoLink vive sognando di diventare, un giorno, un bravo pianista.

FLAVIA CAROPPO

GIORNALISTA E AMBASCIATRICE DELLA CUCINA ITALIANA A NEW YORK Barese per nascita, milanese per professione e NewYorkese per adozione. Ha lavorato in TV (Studio Aperto, Italia 1), sulla carta stampata (Newton e Wired) e in radio (Numbers e Radio24). Ambasciatrice della cultura gastronomica italiana a New York, ha creato Dinner@Zia Flavia: cene gourmet, ricordi familiari, cultura e lezioni di vera cucina italiana. Tra i suoi ospiti ha avuto i cantanti Sting, Bruce Springsteen e Blondie

MARCO VITTORIO RANZONI

GIORNALISTA Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.

MONICA SANSONE

VIDEOMAKER operatrice di ripresa e montatrice video, specializzata nel settore medico scientifico e molto attiva in ambito sociale.

-7-


Sommario -10Generazione F La musica? E’ vita Editoriale di Minnie Luongo -14Foto d’autore Impariamo ad ascoltare bene la musica per ascoltarci poi fra di noi di Francesco Bellesia -16Salute La musicoterapia Di Rosa Mininno -20News La musica non ha età Di Paola Emilia Cicerone -22Comandacolore Vedere la musica a colori DI Antonella Catarsini e Roberta D’Amico -27Intervista a Fabio Concato di Minnie Luongo -34Il tempo della Grande Mela Quando la musica ci ronza in testa Di Flavia Caroppo

-8-


Sommario -39Riflessioni Un lusso dei tempi di pace: la ninna nanna di Fulvio Scaparro -43Per approfondire E a proposito di musica ecco il flamenco Di Jennifer Campanini e Chiara Svilpo -49Sessualità Farlo con la musica è meglio Dottor Marco Rossi -53Ricordi Era mia madre di Minnie Luongo -57.Da leggere (o rileggere) Per chi ama davvero i cani tre libri imperdibili di Amelia Belloni Sonzogni di Paola Emilia Cicerone -60.In movimento Una scelta controcorrente: a passeggio per Milano Gli Erranti -63.Benessere Oggi i nonni sono indispensabili nella gestione dei nipoti. Per loro un valido supporto arriva da Supradyn Difese 50+, integratore alimentare formulato per supportare il sistema immunitario dalla redazione

-9-


Generazione F LA MUSICA? E’ VITA EDITORIALE Mi chiamo Minnie perché è il nome della protagonista de “La fanciulla del West” (per fortuna Puccini non le affibbiò nessun cognome, tantomeno Luongo) e mia madre, cantante lirica tedesca con nome e cognome francesi (veri, non d’arte) mi chiamò così.

La fanciulla del West

-10-


Generazione F Con questa premessa è quasi d’obbligo che ami la musica, anche se ricordo con angoscia molte ore passate da bambina al Teatro alla Scala- pur seduta all’interno del Palco Reale- mentre gli occhi mi si chiudevano dal sonno e alla fine stramazzavo in avanti, finché qualche adulto non si premurava di risollevarmi… A riconciliarmi con il rapporto con la musica classica fu proprio La fanciulla del West, opera sperimentale e per questo forse non adeguatamente apprezzata, che mi piace molto, non fosse altro che “finisce bene” e soprattutto, come convengono i critici, “ci racconta che l’amore, per quanto illogico e indefinibile, è una delle nostre poche ricchezze” .

Palco Reale del Teatro alla Scala di Milano In tanti hanno provato a definire la musica. Dovendo scegliere fra le affermazioni che più mi convincono ecco quelle di persone molto differenti tra loro: “La più poetica e la più precisa delle arti, vaga come un sogno ed esatta come l’algebra”; (Guy de Maupassant); “Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo” (Ezio Bosso); “La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza” (Nick Hornby).

-11-


Generazione F Il focus di questo numero è l’intervista ad un amico d’infanzia ritrovato: Fabio Concato. Il curriculum dell’artista si trova facilmente in Rete, ma conoscerlo- e riconoscerlo a distanza di anni- è tutt’altra cosa. E avere la fortuna di ascoltare l’uomo che racconta la quotidianità in maniera apparentemente semplice e ci trasmette emozioni in modo unico e particolare con la sua voce e le sue parole e la sua musica è realmente un privilegio. Prima di andare a leggere la mia chiacchierata con lui (a proposito, che fatica emotiva intervistare un amico!) sappiate che per Fabio Concato “è musica tutto, anche ciò che non ci piace, ed è impensabile un pianeta che ne è privo: equivarrebbe a un pianeta senza vita”.

Io bambina mentre strimpello al pianoforte

Tornando alla sottoscritta, amo tutti i tipi di musica, basta che si tratti di buona musica. Del mio amore sviscerato per i Beatles- vero patrimonio dell’umanità- ho parlato tante volte e sempre, anche se mi trattengo, non riesco a non vantarmi di essere stata al loro concerto al Vigorelli di Milano il 24 giugno 1965, in un pomeriggio afoso come pochi: quattordicenne, ma già con la consapevolezza di star assistendo ad un evento storico.

-12-


Generazione F E poi adoro i musical… Tre anni fa ho finalmente realizzato un sogno: assistere al Broadway Theatre, nella mia città del cuore, ad una superba versione di Chicago.

Per finire, la musica, quando non è vita, è comunque speranza di vita. Come ci ha ricordato il video (ormai diventato virale) girato in un bunker di Kiev che mostra Amelia, la bambina ucraina che canta “Leti it go”, canzone del cartone animato di Frozen.

Buona lettura e buona musica a tutti!

-13-


Foto d’autore Impariamo ad ascoltare bene la musica per ascoltarci poi fra di noi

Foto di Francesco Bellesia Se crediamo che le cuffie siano nate solo negli anni Ottanta (magari con le iconiche cuffie gialle a fare da aprpista) dobbiamo ripassare un po’ la storia. In realtà, gli auricolari moderni sono stati progettati da Nathaniel Baldwin, che presentò le sue idee alla Marina per i test nel 1910. Tuttavia, ci sono stati molti progetti di pezzi in-ear che hanno preceduto Baldwin e hanno contribuito alle sue idee. Gli stetoscopi erano uno dei primi dispositivi intrauricolari: nel 1850 furono inventati per ascoltare il cuore e i polmoni di un paziente, e Thomas Edison li usò con la sua macchina fonografica. Nel 1890 i teatri britannici iniziarono a fornire al pubblico cuffie rudimentali. Nel 1891, Ernest Mercadier inventò il bi-telefono, un paio di auricolari che bloccavano il rumore. Con la guida della Marina, il progetto finale di Baldwin consisteva in due ricevitori audio, ciascuno contenente un miglio di cavi in ​​rame, attaccato alla fascia dell’operatore. Questo design è stato alla base dei telefoni senza elettricità utilizzati durante la seconda guerra mondiale. John Koss ha quindi sviluppato le prime cuffie stereo commercializzate nel 1958, finchè- nel 1979- Sony ha inventato il Walkman.

-14-


Foto d’autore FRANCESCO BELLESIA Sono nato ad Asti il 19 febbraio del 1950 ma da sempre vivo e lavoro a Milano. Dopo gli studi presso il liceo Artistico Beato Angelico ho iniziato a lavorare presso lo studio di mio padre Bruno, pubblicitario e pittore. Dopo qualche anno ho cominciato ad interessarmi di fotografia, che da quel momento è diventata la professione e la passione della mia vita. Ho lavorato per la pubblicità e l’editoria ma contemporaneamente la mia attenzione si è concentrata sulla fotografia di ricerca, libera da vincoli e condizionamenti, quel genere di espressione artistica che oggi ha trovato la sua collocazione naturale nella fotografia denominata FineArt. Un percorso parallelo che mi ha consentito di crescere e di sviluppare il mio lavoro, una sorta di vasi comunicanti che si sono alimentati tra di loro. Molte sono state le mostre allestite in questi anni e molte le manifestazioni alle quali ho partecipato con premi e riconoscimenti. Continuo il mio percorso sempre con entusiasmo e determinazione… lascio comunque parlare le immagini presenti sul mio sito.

-15-


Salute LA MUSICOTERAPIA Disciplina basata sull’uso della musica come strumento educativo, riabilitativo o terapeutico, la musicoterapia agisce sugli stati d’animo e sulle emozioni, con effetti rilassanti o stimolanti Di Rosa Mininno – psicoterapeuta, ambasciatrice della lettura per il centro del libro MiC (Ministero della Cultura), e presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia La musica è un linguaggio universale, utilizza gli stessi codici interpretativi dovunque, le note, il ritmo, l’armonia, la melodia, anche attraverso l’uso di strumenti diversi, e sull’onda di questi elementi può raggiungere contestualmente milioni di persone e suscitare emozioni diverse. Nei bambini, nei giovani, negli adulti, negli anziani.

-16-


Salute Proprio questa sua caratteristica di universalità trasversale all’appartenenza di genere e all’età ha destato l’interesse di diversi studiosi che, attraverso le loro ricerche, hanno evidenziato come la musica sia in grado di stimolare processi di rilassamento psicofisiologico o di eccitazione. La musicoterapia è infatti un approccio al disagio psicologico, ai disturbi neurologici e comportamentali che utilizza non solo melodie, ma anche suoni ambientali e rumori, compreso il proprio corpo. Quando ascoltiamo musica ad alto volume particolarmente eccitante sentiamo la nostra cassa toracica attraversata dalle onde sonore. Non è certo questa la musica adatta per rilassarsi. Per un processo di decompressione emotiva abbiamo bisogno di abbandonarci, di rilassare il nostro corpo e la nostra mente, meglio ad occhi chiusi. Per fare questo la musica deve essere calma, piacevole, non deve risvegliare la nostra attenzione, ma al contrario attenuarla fino al rilassamento completo del nostro organismo e della nostra mente, spesso oppressa da un sovraccarico cognitivo ed emotivo. La musicoterapia si applica singolarmente, ma anche in gruppo in un ambiente adeguato: in penombra, le persone sono preferibilmente distese perché questa postura consente il rilassamento del corpo come in uno stato di sospensione e per la mente è più facile lasciarsi andare. Non solo musica, ma anche suoni ambientali vengono utilizzati: la risacca del mare, il fruscio del vento tra le chiome degli alberi, l’acqua di un ruscello che scorre, ad esempio.

il rumore della risacca del mare è spesso usato in musicoterapia

-17-


Salute

Un altro suono spesso utilizzato è il fruscio del vento fra gli alberi La musicoterapia si colloca nell’ambito delle “ medicine complementari” con un approccio olistico: tutti gli aspetti dell’essere umano sono contemplati: psicologico, fisico, sociale, emotivo, anche spirituale. La Federazione Mondiale di Musicoterapia la definisce come l’uso della musica e degli elementi musicali – suono, ritmo, melodia e armonia- da parte di un musicoterapeuta esperto con l’obiettivo di stimolare reazioni di piacere e di rilassamento nella persona o nel gruppo. Gli ambiti di applicazione sono quello psicoterapeutico e quello riabilitativo. Le strutture cerebrali del lobo temporale e del lobo frontale sono stimolate da input sensoriali in merito all’attenzione, all’osservazione e all’apprendimento. La musica scelta dal musicoterapeuta è adattata al paziente ed è questa l’abilità tecnico-professionale che è necessaria. Deve produrre piacere ed essere in grado di rimodulare i circuiti neurocerebrali a favore di una plasticità che il nostro cervello possiede naturalmente e che, a causa di patologie, traumi, sofferenze

-18-


Salute psicologiche ed emotive, risulta bloccata. Negli ultimi anni la neuroimaging applicata ai pazienti trattati con musicoterapia ha dimostrato la notevole efficacia di questo approccio. Nei momenti bui, allora, abbandoniamoci alla musica : quest’arte possiamo tranquillamente “subirla” . A condizione che sia rilassante e ci procuri piacere .

Per approfondimenti: ♦ Musica tra neuroscienze, arte e terapia Rolando Benenzon Musica Practica Ed 2020 ♦ Manuale di musicoterapia. Teoria. Metodi e strumenti per la formazione Gerardo Manarolo Carocci ed . 2020 ♦ Musicoterapia Pier Luigi Postacchini, Andrea Ricciotti, Massimo Borghesi Carocci Ed. 2014

-19-


News LA MUSICA NON HA ETÀ La pianista Ruth Slenczynska a 97 anni sta promuovendo un album dedicato alla sua carriera, “perché la musica non deve smettere di dare gioia alla gente” Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

La pianista nel 1957 e oggi, a 97 anni, in copertina del suo ultimo album, appena uscito I musicisti che hanno lavorato fino a tarda età non sono pochi: basti pensare che Giuseppe Verdi ha composto il Falstaff a settantasette anni, per non parlare di direttori celebri come Lorin Maazel o Riccardo Muti che hanno diretto o dirigono ben oltre gli ottanta. Esempi che però impallidiscono di fronte a quello della pianista americana Ruth Slenczynska, già bambina prodigio e oggi pianista novantasettenne ma ancora in attività (qui possiamo vederla suonare Chopin nel 2012 https://www.youtube.com/watch?v=gB546B1_ ZFo), tanto da avere firmato di recente un contratto con Decca per un nuovo disco. Un evento che corona una carriera durata novant’anni visto che la Slenczynska, nata nel 1925 in California in una famiglia di emigranti polacchi, ha debuttato all’età di quattro anni per poi esibirsi a Berlino, e all’età

-20-


News di undici anni a Parigi con un’intera orchestra. Durante il suo soggiorno parigino, la giovane pianista ebbe l’opportunità di incontrare Sergei Rachmaninov , di cui è considerata l’ultima allieva vivente (qui Slenczynska ricorda l’episodio in un video degli anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=75XnR9iGoIo) ma tra i suoi insegnanti ci sono anche artisti di valore come Arthur Schnabel e Nadia Boulanger. La pressione legata alle pesanti tournée e al fatto di essere presentata come “ la prima bambina pianista prodigio dopo Mozart” portò Slenczynska a ritirarsi alle scene all’età di quindici anni, ma negli anni Cinquanta riprese a suonare con successo e nel 1964 accettò l’incarico di artista residente presso l’università dell’Illinois, che mantenne fino al 1987. Nella sua vita ha avuto l’occasione di incontrare diversi presidenti, come Truman e Reagan, oltre ad avere suonato alle celebrazioni per l’insediamento del presidente Kennedy, aver scritto manuali sull’insegnamento del pianoforte, ma soprattutto esibirsi, dedicandosi al prediletto Chopin, a Rachmaninov e a molti altri compositori, e registrare dischi con Decca. Che ora sta lanciando un nuovo album dedicato alla sua carriera, appropriatamente intitolato My life in music. Un’impresa insolita per una donna di novantasette anni, “ma la musica serve a dare gioia alla gente”, ha commentato la pianista, “e se la mia musica riesce ancora a farlo, allora fa il suo dovere”. E a un giornalista che le ha chiesto come affronta questi impegni piuttosto onerosi per una donna della sua età, Slenczynska ha risposto semplicemente “Well, I practice”, faccio esercizio .

Ruth Slenczynska, considerata l’ultima allieva vivente di Rachmaninov, pianista ancora in piena attività

-21-


Comandacolore VEDERE LA MUSICA A COLORI Si può ed è l’interazione tra vista ed udito, più frequente di quanto si pensi Di Antonella Catarsini (interior designer) e Roberta D’Amico (architetto) “Comandacolore”, studio di progettazione architettonica e cromatica http:// www.comandacolore.it

Sapete che la musica è colorata? Sì, ogni nota ha il suo colore! È questa la sensazione prodotta da un fenomeno legato alla percezione sensoriale, ovvero una delle forme di sinestesia più diffuse: l’interazione tra vista e udito, nota come “audition colorée”, in cui gli stimoli uditivi vengono associati a immagini colorate.

-22-


Comandacolore Un esempio artistico tra i più noti è sicuramente contenuto nel film di animazione “Fantasia” di Walt Disney; in alcune scene la presentazione di alcuni estratti di famose composizioni di musica classica è accompagnata dalla visione di particolari immagini e colori. A cominciare da Isaac Newton fino a compositori e pittori come Schonberg e Kandinskij, tanti personaggi visionari hanno speso parte della loro vita artistica alla ricerca della corrispondenza tra armonie e disarmonie intese come lotte di colori e suoni.

“Impressione III” (Concerto), Vasilij Kandinskij Quando si parla del rapporto tra musica e pittura si cita sempre l’amicizia tra il pittore Kandinskij e il musicista Schonberg. Oltre che l’affinità elettiva, li legava una ricerca parallela. Il pittore Kandinskij desiderava che le sue opere fossero ascoltate, mentre per il compositore era la musica a farsi guardare. Per entrambi, il massimo dell’espressività era raggiungere l’interazione fra le arti.

-23-


Comandacolore Vasilij Kandinskij, esattamente come un direttore d’orchestra, componeva la sua tavolozza con armonie e contrasti fra colori e suoni. Stabilì una connessione tra timbro di alcuni strumenti musicali, colori e sensazioni. Per Kandinsky la musica era una sorta di ossessione: i colori venivano da lui avvertiti come un “coro” da fissare sulla tela.

“Giallo, Rosso, Blu”, Vasilij Kandinskij “In generale il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana....”. Era affascinato dalla totale astrazione che si può raggiungere tramite la costruzione musicale. Il celebre neurologo americano Oliver Sacks, in “Musicofilia”, per spiegare che la musica poteva essere rappresentata pittoricamente e, viceversa, la pittura diventare composizione musicale, riporta il caso del compositore Michael Torke, profondamente influenzato dalle sue esperienze sinestetiche. Torke, da bambino, dopo aver ascoltato un brano musicale, riferì all’insegnante «Mi piace proprio questo brano azzurro…» e alla richiesta di una spiegazione, ribadì il concetto: «Sì, il brano in re maggiore… il re maggiore è azzurro». Note musicali, colori, forme, tempi e vibrazioni appartenevano anche al mondo sinestetico di Luigi

-24-


Comandacolore Veronesi, pittore e fotografo che codificò, misurandole, le estensioni delle note sulla base del colore. Veronesi sosteneva che nello spettro il rapporto di frequenze fra l’estremo viola e l’estremo rosso fosse di 1/2, esattamente come nelle frequenze delle ottave musicali fra do e do. Ecco che leggendo lo spartito i suoni più bassi nelle scale musicali sono quelli più intensi che vanno rarefacendosi quando diventano più alti. La pausa, il silenzio in musica, è per Veronesi un’assenza di colore che l’artista milanese individua nel grigio.

“Visioni musicali”, Luigi Veronesi Il fenomeno sinestetico suono/colore ha un ruolo importante anche nella progettazione degli interni, soprattutto per il benessere e la vivibilità dei luoghi. Il colore influisce sull’udito: suoni e rumori possono essere enfatizzati o attutiti con l’aiuto di una specifica tonalità. Colori luminosi, vivaci e caldi sono più predisposti ad essere associati al rumore e alla confusione; esattamente l’opposto accade invece per i colori freddi e tenui.

-25-


Comandacolore

“Ritmi visivi”, Luigi Veronesi

-26-


DAVANTI AL COMPUTER FISSANDO GLI APPUNTI

Entro poche ore devo chiudere la rivista e non ho ancora trascritto l’intervista fatta a Fabio Concato diversi giorni fa. E dire che l’idea di dedicare questo numero alla musica era nata dall’aver ritrovato l’amico d’infanzia dopo anni e anni, averci chiacchierato per telefono abbondantemente, essere andata allo strepitoso concerto al Teatro Lirico Giorgio Gaber, aver scattato con lui la che avrei messo come copertina di Generazione over 60, aver concordato giorno e ora per l’intervista. Adesso le oltre 60 pagine del magazine mensile sono pronte – ci sono solo le correzioni da mandare al grafico- ma manca proprio il pezzo forte: l’intervista. Non è la sindrome da pagina bianca (di cui, almeno questa, non ho mai sofferto): è il desiderio di riportare al meglio le risposte di Fabio più una sorta di inadeguatezza che mi assale all’improvviso. Mi do una scrollata. Ma dai, per anni- nonostante avessimo solo un paio d’anni di differenza- (evidentemente, avevo già il Dna della prof) lo seguivo tutti i pomeriggi nei compiti, lo interrogavo, rimproveravo… E poi, vogliamo dimenticare che da bimbi, su una barchina, aspettavamo suo papà Gigi e mio zio Felice mentre si infilavano la muta per immergersi e quindi andare alla ricerca di cernie… e poi rammento quanto fossi affezionata alla sua famiglia (papà, mamma, fratello) e quanto tempo passassimo assieme, anche d’estate, a Viserba (Rimini). Spesso in compagnia di amici comuni. E ancora ricordo le risate, le chiacchiere surreali e nello stesso tempo profonde che ci impegnavano dopopranzo o dopocena. Potrei continuare così per non so quanto, mentre seguito a meravigliarmi di non essermi mai emozionata nell’intervistare Rita Levi Montalcini, Dacia Maraini né Claudio Abbado… E allora che cos’è? Lo so: è il valore che do all’amicizia, e l’amico ritrovato dopo tanto tempo che non si è montato la testa per il successo (non che io l’abbia mai temuto), ma che anzi riconosco nei nostri modi di parlare e di ridere, quello sì mi emoziona, vivaddio. E allora bando alle ciance e mettiamoci all’opera. Trascrivo qui di seguito la nostra intervista, non senza sottolineare che gli avevo anticipato: “Fabio, prometto che sarò professionale e stringata”. Bene, la telefonata è durata 52 minuti e 10 secondi (i cellulari servono anche a questo), ma credo fosse inevitabile per entrambi frammezzare l’appuntamento di lavoro con le nostre chiacchiere, considerazioni, reminiscenze. Mio caro Fabio Piccaluga (tale rimani per me), è stata una fatica emotiva improba e imprevista, ma ne valeva assolutamente la pena. Grazie per avermi, un’ennesima volta, fatto emozionare e sentirmi viva. Ti voglio bene.

-27-


Io con Fabio Concato

-28-


LE INTERVISTE DI MINNIE

A TU PER TU CON FABIO CONCATO Fabio, cominciamo con “la domanda delle domande”. Se dovessi spiegare a un marziano che cos’è la musica, come la definiresti? Più che definirla, penso che prenderei la chitarra in mano e gli canterei una canzone. E’ inammissibile pensare a un pianeta senza musica: equivale ad un pianeta senza vita. Del resto, anche la terra produce suoni, così gli animali e, allo stesso modo, sentiamo versi e suoni ad altezze incredibili (vedi l’Everest, con i suoi 8.800 metri), oppure negli abissi dei mari. Tutto questo è musica, anche quella che ci piace poco. Se poi il marziano in questione non ha “sentito” nulla- non gli è arrivato nulla- concluderei che è davvero un marziano. Al contrario…dedurrei che ha antenati umani.

-29-


Tu componi in toto i tuoi brani, scrivendo sia la musica sia le parole. Parti dalla prima o dalle seconde? Al contrario di tutti gli altri autori, io procedo in parallelo. Vale a dire: in genere parto da un soggetto che ho in testa. Da qui sgorga la parte musicale, cui si aggiunge una sequenza di soggetti e parole. E quindi altra musica (e parole). Ma sempre tutto in parallelo. Uno stereotipo abbastanza diffuso vuole che l’ispirazione salti addosso ai veri musicisti solo con il sopraggiungere delle tenebre. Per me non è certo così: mi è capitato di comporre alle due e mezzo del pomeriggio, come durante la notte. Che cosa mi faccia scattare seduto al pianoforte o con la chitarra in mano resta una sorta di mistero. Io lo sento come un bisogno e quando questo si fa più forte mi procuro dei momenti miei e “vado via” (in Svizzera, in Liguria o altrove), dove mi è possibile dare sfogo a quest’esigenza. Sei vissuto in una casa dove si respirava musica: non solo avevi nonni cantanti lirici, ma soprattutto papà Gigi, grande jazzista (un giorno Franco Cerri, incontrato casualmente in treno, ebbe a ripetermi come considerasse Gigi Piccaluga un vero maestro, ndr) e mamma Giorgina, diplomata al Conservatorio, oltre che poetessa e scrittrice. A tuo parere esiste il gene dell’arte e della musica? Credo proprio di sì. Del resto, come hai potuto constatare allo spettacolo al Lirico, tanti ragazzi e ragazze al massimo trentenni cantavano a squarciagola i miei brani, anche quelli meno conosciuti, sapendo tutte le parole a memoria. Il che si spiega solo perché i genitori o comunque familiari della nostra generazione hanno fatto loro conoscere questo tipo di musica. Che però puoi recepire e apprezzare solo se hai, e coltivi, il famoso gene della musica. Fabio Concato nel 2020 vince “l’Ambrogino d’Oro”, prestigioso riconoscimento meneghino. Avevi già “rischiato” di aggiudicartelo in precedenza, ma ti arriva grazie al brano “L’Umarell”(il pensionato che, per lo più con le mani dietro la schiena, si sofferma presso i cantieri di lavori in corso). E’ una canzone tutta in dialetto milanese: nei teatri del Sud dove stai portando in tour “Musico ambulante” come arriva? Non la canto sempre, anche perché devo tener conto del mio stato d’animo che cambia, e pure del pubblico che ho davanti. Tuttavia chi non conosce la canzone (e tantomeno il nostro dialetto) ne è incuriosito. E comunque bisogna tener presente che Milano è una delle città in cui meno di tutte si parla il dialetto, e perciò basta spostarsi di qualche chilometro, senza arrivare al Sud, perché le parole non siano capite. E forse, al di là dei vocaboli, si intuisce comunque la vena ironica che pervade la mia musica. E ciò spesso anche nelle canzoni più malinconiche. Grazie, Fabio. Io a questo punto, dopo averti ritrovato,assieme al tuo pubbliconon smetto di aspettarti.

-30-


-31-


dal profilo Facebook ufficiale di Fabio Concato

-32-


-33-


il tempo della Grande Mela QUANDO LA MUSICA CI RONZA IN TESTA A tutti è capitato di accorgersi di avere una canzone in mente che si ripete all’infinito. Gli scienziati gli hanno dato perfino un nome: tarlo dell’orecchio. Ecco di che cosa si tratta, come liberarsene e… come trasformarlo in un argomento di conversazione Dalla nostra corrispondente a New York - Flavia Caroppo - giornalista

“Il tarlo dell’orecchio” Sarà capitato anche a voi, di avere una musica in testa, sentire una specie di orchestra suonare suonare suonare suonare… Complimenti a chi di voi non sta continuando a leggere canticchiando nella testa: zum zum zum zum zum zum… Fate parte di quel mero 10% della popolazione mondiale che non soffre di ear worm, ovvero tarlo dell’orecchio, come gli inglesi hanno battezzato quelle canzoncine (ritornelli o melodie) che si insinuano nella nostra mente e, a prescindere dalla nostra volontà, non riusciamo a scacciare (ovviamente se fate parte

-34-


il tempo della Grande Mela di una di quelle generazioni indicate da una lettera X, Y o Z, siete millenials, o non avete mai sentito questa canzone il vostro “tarlo” sarà diverso!). E non pensiate che il fenomeno sia banale: negli ultimi 15 anni circa i ricercatori hanno iniziato a indagare su questo fenomeno da vari punti di vista e con diversi studi sperimentali, tanto da arrivare a dargli un nome scientifico (a me, però, piace più tarlo).

Raffaella Carrà interpreta Zum zum zum durante Fantastico 12 (1991) Che cos’è l’“immaginario musicale involontario” o INMI Se volete la definizione che vi farà passare per cervelloni con i parenti e gli amici riuniti attorno alla tavola di Pasqua o al picnic di Pasquetta eccola qua: l’immaginario musicale involontario, a differenza dell’immaginario musicale volontario o delle allucinazioni musicali, è un fenomeno richiamato tramite meccanismi di recupero associativi e non pianificati ed è di natura involontariamente ripetitiva (imparate questa frase a memoria e l’ohhhh dei parenti è assicurato). E se per caso c’è qualcuno che fa spallucce o sminuisce il vostro accurato piano per stimolare una conversazione intelligente (invece dei soliti pettegolezzi o discussioni familiari), aggiungete pure che uno studio pubblicato sul prestigioso giornale “Consciousness and Cognition” ha documentato scientificamente che i soggetti che affermano di avere spesso un motivetto in testa, trovandolo un po’ invadente, hanno una struttura del cervello diversa, con una quantità maggiore di materia grigia nelle aeree associate con i processi emozionali .

-35-


il tempo della Grande Mela Il salvaschermo musicale del cervello Dovete attirare l’attenzione dei più giovani (quelli delle generazioni con la lettera, insomma)? Provate a spiegargli la cosa con le parole di Lauren Stewart, scienziata della Goldsmiths, University of London, dove ha fondato e dirige il programma Music, Mind, and Brain. Per la Stewart, il tarlo dell’orecchio (quello zum zum zum zum che, probabilmente, vi sta ancora risuonando in testa mentre leggete) è una sorta di “screensaver musicale che tiene la mente ‘preservata’, come fosse in stand-by, mentre siamo rilassati, dunque a un regime minimo di attività cerebrale e cognitiva”. Ma quali caratteristiche una melodia deve avere per trasformarsi in tarlo? Anche a questo gli studiosi hanno dato una risposta, studiando un campione di ben 3800 persone. Prima legge della canzone che ti passa per la testa: il tempo. Gli earworm hanno un tempo più veloce rispetto ai brani non-earworm. L’idea che il nostro cervello ami ripetere all’infinito melodie allegre e ritmate (esatto, come zum zum zum zum zum, zum zum zum zum zum) è dovuta alla relazione che parrebbe esistere tra movimento e earworms: i tarli dell’orecchio infatti, nella maggior parte dei casi, iniziano quando siamo impegnati in movimenti periodici come camminare, correre, fare la doccia o lavarsi i denti (o quando, comodamente seduti, leggiamo questo articolo). Seconda legge: melodie generiche. I brani indicati come earworm tendono ad avere contorni (forme) melodici complessivi più generici rispetto alle canzoni non-earworm. Un esempio? Moves Like Jagger dei Maroon 5, una delle canzoni più martellanti in assoluto (accipicchia, ora non me la toglierò dalla testa per tutto il giorno).

Move like jagger, grande successo dei Maroon 5

-36-


il tempo della Grande Mela Ma oltre ad essere ritmate e avere una melodia generica, le INMI (immaginazioni musicali involontarie) hanno un altro elemento in comune. Terza legge: schemi di intervallo insoliti. I brani classificati come earworm tendono anche ad avere uno schema degli intervalli nuovo e spiazzante, fuori dalla media, come un numero maggiore di salti o un salto occasionale più grande di quanto ci si aspetterebbe nella “canzone pop media”. Qualche esempio? La parte strumentale di My Sharona degli Knack e In The Mood di Glen Miller. Ecco, per trovare il video ci sono cascata anch’io, ora il “ta da da, ta da da da da, ta da da, ta da da da da, ta da da, ta da da da da, ta da da, ta da da, ta da da da da” della Glen Miller orchestra ha sostituito lo zum zum zum di Canzonissima nel mio cervello. E nel vostro? Cliccate sui link qui sotto e poi mi direte!

La Glenn Miller Orchestra suona In the Mood (1941) La top 5 delle canzoni che ronzano in testa Negli anni scorsi, i ricercatori dell’Università di Amsterdam e quelli del Museo della Scienza di Manchester, hanno voluto scoprire qual è il brano “ossessivo” più comune. Per farlo, hanno chiesto ad oltre 12mila persone di riconoscere al volo una serie di brani scelti tra circa 1000 hit uscite dal 1940 ad oggi. La melodia più orecchiabile e riconoscibile degli ultimi 70 anni è, per gli intervistati, Wannabe, il singolo di debutto delle Spice Girls. Il brano del 1996, che ha venduto 7 milioni di copie, è stato riconosciuto dopo soli 2,3 secondi rispetto ai 5 o 7 secondi di altre canzoni. Nelle altre quattro posizioni della classifica ci sono anche Mambo N° 5 di Lou Bega, Eye Of The Tiger (l’indimenticabile colonna sonora di Rocky 3 cantata dai

-37-


il tempo della Grande Mela Survivor), Just Dance di Lady Gaga (che non poteva mancare), e Sos degli Abba.

Ma come togliersi il tarlo dall’orecchio (e dalla testa?) Secondo un gruppo di ricercatori inglesi per togliersi dalla testa la canzone tormentone bisogna impegnare il cervello in una qualsiasi attività cognitiva (i sudoku, le parole crociate, i giochi di parole e i rebus sono i migliori antidoti allo zum zum zum zum). Oppure bisogna occupare la memoria a breve termine, risultato raggiungibile ripetendo una parola a caso per più volte o, incredibile ma vero, masticando un chewing gum (più facile che risolvere un Sudoku, almeno per me!). Non basta? Ok, ecco allora altri 10 consigli per liberarsi dal tarlo: Ascolta la canzone fino alla fine. Cerca il testo della canzone e cantala Suona la canzone con uno strumento. Prova a tenere un ritmo diverso con le dita. Ascolta del “rumore bianco”. Anche se la canzone che ti è rimasta in testa non è generata fisicamente nel timpano, sono gli stessi neuroni ad essere coinvolti. Il rumore bianco può calmare quei neuroni. Ascolta la colonna sonora di un film. Solitamente sono brani lunghi che hanno uno sviluppo poco ripetitivo. Ascolta un’altra canzone. Prova un brano con un ritmo diverso o che appartiene a un altro genere musicale. Parla a voce molto alta. Prova a suonare la canzone al contrario nella tua testa! Canta molte canzoni diverse in una sorta di medley. Io ne aggiungerei anche un altro… non leggere articoli che parlano del tarlo dell’orecchio!

-38-


Riflessioni UN LUSSO DEI TEMPI DI PACE: LA NINNA NANNA di Fulvio Scaparro – psicologo e psicoterapeuta * Da “Il senno di prima”, per gentile concessione dell’autore Dedicato alle bambine e ai bambini dell’Ucraina, dell’Africa e di ogni luogo devastato dagli orrori delle guerre. A loro viene tolto tutto ciò che di buono e bello dovrebbero ricevere per natura e per diritto, compreso un sonno sereno accanto ai loro genitori. “Pochi mesi fa sono diventato il felice nonno di Olivia. Ammetto che non è una notizia da prima pagina ma

-39-


Riflessioni per me è stato un evento epocale che mi ha toccato in profondità costringendomi tra l’altro a rivedere alcune vecchie abitudini per adattarle alla nuova arrivata. O almeno era quello che mi aspettavo.(…) Conoscendomi come amante di fiabe e favole, ritenevo che avrei potuto stare vicino a Olivia nel momento dell’addormentamento. Mi ero già preparato un programmino di presenza accanto alla piccola subito dopo una delle numerose poppate, quando Olivia ormai sazia è incline a chiudere gli occhi e la mamma può occuparsi di altro nella certezza che la bambina è in buone mani, le mie. Avevo già preparato il setting: la stanza in penombra e ben aerata, una sedia per me a fianco della culla, una playlist di ninne nanne riprodotte a bassissimo volume.(…).Una volta sistemato il tutto avrei dato sfogo alla mia fantasia raccontando, mantenendo la voce bassa e lievemente cantilenante, storie adatte alla tenera età della creatura. Niente fiabe e favole classiche, niente registrazioni e tantomeno videoregistrazioni, niente letture, ma solo trasmissione orale di quanto il cuore e la mente mi avrebbero suggerito. Devo dirvi che ho notato una certa diffidenza attorno al mio programmino da parte dei miei cari. Al momento non ho ancora ricevuto l’autorizzazione a sperimentarlo. Credo che qualche sospetto sia sorto in loro leggendo quanto ho scritto anni fa in un mio libro (L’antispocchia, Milano, Bompiani, 2015). Eccone un estratto per documentarvi sulla nascita di un pregiudizio. Quando, molti anni fa, sono diventato padre, il mio bambino ha dovuto ascoltarmi per mesi di seguito mentre mugolavo, accompagnandomi con la chitarra, Summertime, convinto com’ero che il testo trasmettesse al pupo valori importanti quanto If di Kipling. Per dimostrare il suo avvenuto accesso al simbolico, dopo la

-40-


Riflessioni trentesima esecuzione del capolavoro di Gershwin, era sufficiente che io entrassi in camera con la chitarra, perché mio figlio piombasse in un sonno profondo, o fingesse di farlo. Nei casi di ostinata renitenza al sonno, funzionava bene anche la lettura dei testi delle mie conferenze, una pratica che però ho interrotto presto perché mi sembrava più punitiva che tranquillizzante. In molti incontri con amici sono venuto a conoscenza di altri episodi di accanimento narrativo paterno. Un’abitudine più maschile che femminile perché le mamme, come dice la parola stessa, sono più materne, restie a tentare esperimenti non collaudati e favorevoli alle tradizionali ninne nanne. Uno di questi padri sosteneva che fosse suo figlio a costringerlo a cantare ogni sera Banana Boat alla maniera di Belafonte. Un altro riferì che la sua bambina si addormentava al canto sommesso di Bandiera rossa giurando che serrava anche il pugnetto sinistro. Il papà non nascondeva il suo sdegno per aver dovuto cambiare repertorio dopo l’intervento delle educatrici della scuola materna che avevano segnalato la precoce politicizzazione della piccina, soprattutto in occasione del riposino pomeridiano. A due gemelline furono somministrate dosi massicce di brani d’opera, compreso un controproducente Nessun dorma a bocca chiusa che pare avesse il potere di far cadere le creature in catalessi seduta stante e all’unisono . Altri poveri innocenti, stando alle testimonianze raccolte, hanno preferito addormentarsi piuttosto che ascoltare ispirate Ave Maria nella duplice versione di Gounod e di Schubert, riesumazioni di canzoni sempreverdi la più recente delle quali pare fosse una straziante interpretazione di Torna piccina mia, torna dal tuo papà…, canti anarchici, canti di lavoro delle mondine, blues considerati deprimenti anche da uno schiavo nero dell’Alabama, gospel, marce militari, canti gregoriani e perfino un’intera cerimonia di iniziazione navajo con padre solista nei panni dello sciamano e madre alle percussioni con sonagli e tamburi acquistati per pochi dollari insieme a specchietti e collanine durante il viaggio di nozze in Arizona. Malgrado tutto questo, quei bambini sono rimasti legati ai genitori e ai nonni, grati per il tempo serale loro dedicato. Questo dimostra che ciò che più conta è avere accanto al letto, prima di dormire, non la tv o una fiaba registrata ma qualcuno in carne e ossa che ci vuole bene e fa quello che può per farcelo sapere. Come vorrei fare io con il programmino sopra descritto per accompagnare Olivia al sonno. Se, quando pronuncerà le prime parole, confonderà ‘nonno’ con ‘sonno’ non mi offenderò anzi lo considererò un successo”. *Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta, ha insegnato all’Università di Milano, è stato giudice onorario del Tribunale per i Minorenni ed è membro fondatore dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica. Impegnato da sempre nella difesa dei diritti dei bambini, ha fondato a Milano, nel 1987, l’Associazione GeA-Genitori Ancora a sostegno dei figli e dei genitori di famiglie in crisi, per diffondere una corretta informazione sui temi della separazione e del divorzio e formare personale specializzato nella mediazione familiare.

-41-


Riflessioni

Fulvio Scaparro

-42-


Per approfondire E A PROPOSITO DI MUSICA ECCO IL FLAMENCO Dal 2010 riconosciuta “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”, l’arte flamenca significa assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere!(Tomás Borrás) Di Jennifer Campanini e Chiara Svilpo

È prima di tutto molto importante contestualizzare storicamente il Flamenco perché, seppur geograficamente non troppo lontana, quest’arte è ancora spesso vincolata allo stereotipo folcloristico della bambola, con il vestito rosso e le nacchere, acquistata durante il viaggio in Spagna a fine anni 80, o ai film italiani e all’italiana in cui la ballerina di Flamenco è rappresentata dal cliché della donna esotica e sexy. Ma il Flamenco è molto di più. È vero sì, ne esiste un aspetto folcloristico, ed è quello prettamente legato ai riti religiosi e alle feste tradizionali, in cui si indossano gli abiti dai colori gitani con i lunares (pois), e si ballano le danze popolari dai ritmi e dalle movenze flamenche. Queste feste sono particolarmente sentite dalla popolazione andalu-

-43-


Per approfondire sa (l’Andalusia è la terra di origine del Flamenco) che, durante la settimana in cui si celebrano, interrompe qualsiasi attività per ballare, cantare e suonare fino al sorgere del sole e oltre. Ma l’arte flamenca non è rimasta unicamente tradizione popolare; negli anni si è sviluppata, trasformata e diffusa così tanto da arrivare persino, nel 2010, a essere riconosciuta dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Quali sono le tappe principali che hanno permesso al Flamenco di diventare una forma artistica che, pur essendosi radicata in un’area geografica precisa, è stata ed è capace di parlare al mondo intero? Facciamo un salto temporale indietro e proiettiamoci là, dove tutto ebbe inizio.

Un bailaor (ballerino di flamenco)

-44-


Per approfondire Il sud della Spagna è il territorio che accolse nel XV secolo la migrazione nomade proveniente dall’Asia: indiani, pakistani, arabi ed ebraici, partiti secoli prima, arrivarono in Europa e alcuni gruppi di loro si diressero verso la regione spagnola dell’Andalusia. A quel punto due culture artistiche s’incontrarono: quella andalusa, ricca di influenze arabe, e quella Rom intrisa delle musiche e delle danze di cui le popolazioni nomadi (che in Andalusia presero il nome di Gitani) avevano fatto esperienza nei loro lunghi viaggi. È così che nacque il Flamenco: molteplici mondi, realtà e conoscenze si intrecciarono e contaminarono, creando un’arte unica al mondo e che in qualche modo si potrebbe dire, grazie alle influenze subite, rappresenti gran parte di esso. Non esistono fonti scritte sulla nascita del Flamenco, da sempre tramandato oralmente; nemmeno il nome stesso Flamenco ha un’origine certa, anche se è probabile la derivazione dall’unione delle parole arabe felag mengu, che significano contadino in fuga .

-45-


Per approfondire Il Flamenco ha tessuto le maglie della sua storia attraverso la sofferenza, il dolore, la malinconia, ma anche la gioia e l’allegria, di un popolo estremamente orgoglioso, fiero di poter disporre, nonostante la povertà e le difficoltà, di una cultura artistica smisurata, i cui confini culturali e geografici vengono ampiamente superati dall’unità emozionale che ne deriva. Il popolo dei Gitani venne purtroppo trattato, come non di rado accade quando due culture diverse si confrontano, con quella diffidenza che normalmente scatena la paura di ciò che non si conosce. Ci furono continue persecuzioni da parte dei re cattolici spagnoli che tentarono in ogni modo di oscurarne l’identità. Gli abiti tradizionali, la lingua Rom e le espressioni artistiche, furono proibiti; fu persino impedito loro di spostarsi, costringendoli alla sedentarietà. Il Flamenco nacque dal grido di un popolo che per continuare a sentirsi tale si aggrappò a se stesso e alla propria arte (allora clandestina) come unica possibilità identitaria. L’intensità emozionale dei vissuti del popolo gitano, composta sì di tanti momenti tragici, ma anche di desiderio di riscatto e di bisogno di astrazione dalle difficoltà che lo opprimevano, si raccolse nelle espressioni artistiche: musica, canti e danze divennero lo strumento comunicativo attraverso cui si tramandavano usanze, storia e stati d’animo. Fu solo alla fine del 1800, quando finalmente ci si poté esibire fuori da un contesto di clandestinità, che il Flamenco cominciò ad avere le caratteristiche che conosciamo attualmente. Il periodo dal 1870 al 1910 vide l’apertura dei Cafés Cantantes, locali che regalarono al Flamenco la cosiddetta Epoca d’Oro: l’introduzione a un pubblico e la concorrenza artistica lo portarono qui a perfezionarsi e arricchirsi. Il Flamenco si diversificò in più famiglie di palos (stili). Ogni palo tratteggiava i complessi aspetti di cui l’animo umano si compone : rabbia, orgoglio, dolore, solitudine, meraviglia, amore, un viaggio intimo, profondo e, dopo tutto, universale . Il palo che, fin dai primi spettacoli nei Cafés Cantantes, ebbe più successo è il tango: festoso e disinvolto a tal punto che danzarlo venne considerato indecente. Ammaliò il pubblico straniero con la sua essenza gitana, una fortuna giunta ai giorni nostri: non c’è festa, esibizione in teatro o nei tablaos in cui non si canti, suoni e balli por tangos. I palos più antichi, quelli a palo seco (a cappella) sono legati principalmente al lavoro e alla fatica . Un esempio ne è il Martinete che può essere accompagnato dal suono del martello sull’incudine, ricordando il lavoro nelle fucine. Rigorosa e profonda è Solea: un canto prestigioso e antico, interpretato assieme al bailaor (ballerino) o la bailaora (ballerina) in modo intimo, lento e greve, dosando con eleganza una vibrante energia che nel finale si rivela esplosiva . Questi sono solamente alcuni esempi dei numerosi palos esistenti. La loro classificazione, oltre ad avere un legame diretto con l’aspetto emotivo, ha a che fare con i diversi compas (ritmi musicali) e il contesto geografico e culturale da cui provengono.

-46-


Per approfondire Specchietto completo palos:

Amare il Flamenco vuol dire sentire ogni cosa in maniera più acuta, più profonda, portare le emozioni all’eccesso, andare oltre lo stereotipo, oltre la percezione apatica, normale e a volte ottusa della vita. Nel superare i confini andalusi, il Flamenco ha raccolto e raccoglie le speranze, gli amori, le illusioni, le ironie delle vite di persone che appartengono, esattamente come quest’arte, al mondo, ma che sono, si potrebbe azzardare, di un altro mondo, quello passionale, sensibile di chi, come ha affermato lo scrittore e giornalista spagnolo Tomás Borrás(1891- 1976), ha un’altra carne: “Essere flamenco è avere un’altra carne, un’altra anima, altre passioni, un’altra pelle, altri istinti, desideri: è avere un’altra visione del mondo, con il senso grande; il destino nella coscienza, la musica nei nervi, fierezza indipendente, allegria con lacrime; è il dolore, la vita e l’amore che incupiscono. Essere flamenchi è odiare la routine e il metodo che castra; immergersi nel canto, nel vino e nei baci; trasformare la vita in un’arte sottile, capricciosa e libera; senza accettare le catene della mediocrità; giocarsi tutto in una scommessa; assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere!”

-47-


Per approfondire

Chiara Svilpo

Jennifer Campanini

-48-


Sessualità FARLO CON LA MUSICA È MEGLIO Per chi ama ascoltare musica durante il rapporto sessuale, è stata stilata una colonna sonora dell’eros, valida a qualsiasi età * DOTTOR MARCO ROSSI – sessuologo e psichiatra www.marcorossi.it

Uno studio del Montreal Neurological Institute ha dimostrato che le note musicali fanno presa sui neuroni secondo le stesse modalità legate al piacere. L’ascolto della musica, magari di una delle canzoni preferite, stimola la dopamina e la produzione di endorfine analgesiche ed eccitanti. Ascoltare la musica e fare sesso donerà quindi una sorta di doppio orgasmo al nostro cervello e consentirà di dividere con il partner le emozioni positive date da questo binomio e di sperimentare .

-49-


Sessualità Esiste una correlazione anche fra tipologia di musica e tipologia di rapporto! Se la musica sarà soffusa i partner saranno naturalmente spinti verso un incontro sensuale; se la musica sarà romantica vi sarà una dolcezza maggiore nelle vostre carezze, mentre con un buon hard rock avrete molta più energia del normale . Del resto, più di un anno fa avevamo ripreso un’intervista al nostro Marco Rossi in questo articolo che qui di seguito riproponiamo, in quanto più che mai opportuno e ricco di informazioni in un numero che parla di musica. * “Fare l’amore con musica in sottofondo è meglio. Lo sostengono per esempio gli scienziati dell’università americana di Yale (che hanno realizzato un Cd dall’eloquente titolo “Music for lovemaking”, cioè musica per fare l’amore, con brani studiati apposta per amplificare il piacere sessuale). Lo stesso pensano alcuni musicoterapeuti, secondo cui per esempio il “Poema dell’estasi” del compositore e pianista russo Scriabin favorisce l’orgasmo femminile.

-50-


Sessualità Anche se preferite il silenzio, sotto le lenzuola, date un’occhiata alla lista che viene proposta: potreste cambiare idea. In realtà, non è una classifica in senso tradizionale, ma una selezione di brani inequivocabilmente collegati al sesso, oppure capaci di ispirare e accompagnare la mente e il corpo nel modo migliore durante l’incontro. Quando si tratta di gusti musicali, ciascuno ha i propri, certo; se poi parliamo di atmosfere hot per un’occasione speciale, anche di più. Ma siamo certi che almeno qualcuno dei brani suggeriti vi tornerà sicuramente … utile”. ¥Forbidden Colors (Ryuichi Sakamoto) – Strumentale, struggente, magnetico ¥Feel good vibe (Feel Good Production) -Ipnotica, magnetica, avviluppante, irresistibile . Usarla come sottofondo non può che fare molto bene al sesso … ¥In the air tonight (Phil Collins) – Solo qui puoi trovare tutta, ma proprio tutta l´atmosfera che descrive il tuo stato d´animo in quei momenti : “Sento che c’è qualcosa nell’aria stanotte…” . ¥Upside down (Diana Ross) – Il modo in cui ti fa sentire il tuo partner ogni volta che fate l’amore e nello stesso tempo come vorresti che si sentisse lui (o lei) : sottosopra . Solo che cantato con la voce di Diana Ross assume tutto un altro effetto … ¥I Want Your Sex (George Michael) – Il ritmo caldo e indiavolato, i testi che più diretti non si potrebbe (senza mai essere volgari), una voce praticamente perfetta … La musica evergreen per il sesso che viene dagli Anni 80. ¥Natural Woman (Aretha Franklin) – La regina delle voci soul, in un classico senza tempo della musica nera. Il mix ideale per un sesso molto, molto hot … ¥Glory Box (Portishead) – I ritmi pulsanti del genere “trip-hop” e il crescendo sinfonico, la voce femminile impastata di blues… Colonna sonora perfetta per una serata sotto le lenzuola. ¥Moments in Love (The Art of Noise) – Pura avanguardia musicale negli Anni 80, con un ossessivo ripetersi di suoni sintetizzati che hanno reso questo brano strumentale uno standard capace di accompagnare alla perfezione notti di fuoco doc. ¥Walk on the wild side (Lou Reed) – La voce cupa e profonda, le atmosfere metropolitane, la realtà cruda dei marciapiedi di New York descritta nel modo più diretto che ci sia … Un brano capace di accendere le fantasie sessuali di (quasi)chiunque. ¥Da Ya Think I’m Sexy? (Rod Stewart) – La canzone manifesto della classica storia da una notte sola : la voce da sola rimanda al sesso molto più di qualunque atmosfera artificialmente costruita ad hoc . E il solo di sax è da brividi… ¥Justify My Love (Madonna) – Il modo migliore per avere un’idea sufficientemente verosimile di che cosa

-51-


Sessualità voglia dire una notte di sesso con Madonna . ¥Sex Machine (James Brown) – Impossibile non muovere ogni singola parte del corpo, ascoltando questo capolavoro del funk di tutti i tempi. Neanche in camera da letto… ¥Bolero (Ravel) – Immaginate una spirale che vi avvolge, si avviluppa attorno a voi prima discreta, poi sempre più ipnotizzante . Come se non avesse voglia di sfociare in qualcosa, chiudersi, finire . Non è esattamente come vorreste che fosse il sesso, sempre?” * Fonte: staibene.it

-52-


Ricordi ERA MIA MADRE Semplici coincidenze? Proprio preparando il numero dedicato alla musica, navigando in Rete, ho trovato questo post Donazione al Comune di Belluno del ritratto di Rosemarie De Rive Il quadro è appartenuto a Primina Fullin, originaria di Tambre e scomparsa a fine estate del 2019. Le era stato lasciato in eredità dalla sua amica Rosemarie De Rive (1932-1981), il cui nome compare nella dedica, morta prematuramente di malattia a meno di cinquant’anni.

Rosemarie De Rive

-53-


Ricordi Rosemarie De Rive era un’apprezzata cantante lirica tedesca (mezzosoprano, cantò nel Rigoletto alla Scala nel 1964 e poi a Parma nel 1965, quindi a Trieste e Genova e ancora alla Scala nel 1974) e la sua casa milanese, situata a due passi dal Conservatorio, era spesso frequentata da personalità della cultura e dello spettacolo. Fra di esse era anche Dino Buzzati, il quale, in occasione del suo 37° compleanno, le regalò questo quadro. La dedica riporta la data del 21 ottobre 1969, per cui il quadro è probabilmente stato dipinto poco prima di tale scadenza. Il quadro è rimasto nella casa di Rosemarie fino alla sua morte, dopo di che ha trovato collocazione nella casa di Milano di Primina Fullin. Non risulta sia mai stato esposto, né pubblicato. Molto probabilmente nemmeno la moglie Almerina ne era a conoscenza. Rosemarie fece dono del quadro a Primina Fullin in virtù del fatto che, come Buzzati, era originaria della provincia di Belluno.

-54-


Ricordi

Con Antonio Ghiringhelli (di spalle), sovrintendente del Teatro alla Scala

-55-


Ricordi

Io da bambina con mia madre, appena ventenne Quella sopra è una delle uniche tre foto esistenti che ci ritraggono assieme. Nessuna delle due amava farlo (lei soprattutto perché temeva che, scoprendo che avesse una figlia- le colleghe dell’ambiente musicale di allora, ben diverso da quello attuale- pensassero che “si diminuisse” l’età; da parte mia perché non riuscivo a ricambiare un affetto che non mi arrivava dall’altra parte).

Ad ogni modo sono felice che sempre più spesso i social si dimostrino utili e, come in questo caso, per esempio, ricordino giustamente la carriera di cantante lirica di Rosemarie De Rive. E comunque… era mia madre.(M.L.)

-56-


Da leggere (o rileggere) PER CHI AMA DAVVERO I CANI TRE LIBRI IMPERDIBILI DI AMELIA BELLONI SONZOGNI Un invito a entrare in un mondo particolare, un po’ magico e un po’ sognante, che l’autrice ci schiude davanti di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica “Comunque il libro mi piace: titolo significativo, prefazione di firma autorevole, scopo benefico raggiunto: dare pappe e cure ai miei simili in un canile”: non è consueto aprire una recensione con una frase dell’autore di cui ci si appresta a scrivere, ma quello di cui si parla non è un libro consueto - anzi una serie di libri, che ruotano intorno allo stesso argomento e agli stessi personaggi - e questa non è propriamente una recensione, piuttosto un invito a entrare in questo mondo, un po’ magico e un po’ sognante, che l’autrice ci apre davanti .

-57-


Da leggere (o rileggere) Dire che Amelia Belloni Sonzogni racconta storie di animali sarebbe riduttivo. Certo in queste storie c’è un grande amore per i cani, e il racconto di un’esperienza che s’intuisce reale e intensa. Ma c’è anche qualcosa di più, la volontà di dare voce ai protagonisti lasciando che siano loro stessi a raccontare la loro esperienza: un espediente che potrebbe apparire stucchevole se non fosse per la profonda conoscenza che l’autrice, docente di lettere e autrice di numerosi saggi, ha di questi animali. E che, sono certa, farà battere il cuore ai lettori che hanno vissuto esperienze analoghe, ma fornisce anche informazioni utili per conoscere la psicologia canina e comprendere meglio l’esperienza che attende chi scelga di far entrare queste creature nella propria vita.

-58-


Da leggere (o rileggere) Così, la voce narrante di “Io ho sempre parlato, vita di un cane unico con umani normali” è proprio un cane, Pedro. Un cane che non c’è più eppure esiste ancora, nel rapporto che lo lega alla sua umana Elena e nel dialogo col piccolo Giatt, il cucciolo che entra in casa quando il dolore per la scomparsa di Pedro è ancora forte. Proprio attraverso il dialogo con l’amico invisibile, che non ha vissuto l’esperienza drammatica del randagismo, il nuovo arrivato trova il modo per vincere la ritrosia generata dai maltrattamenti subiti e per trovare un suo ruolo nella famiglia umana che lo accoglie: una coppia alle soglie dell’età matura, e soprattutto Elena, di cui intuiamo fragilità e sensibilità, e che il compagno di una vita, più burbero ma in fondo affettuoso, cerca di proteggere dai dolori che inevitabilmente accompagnano la vita con un quattro zampe. Il risultato è una storia dolce- amara in cui si sorride spesso e altrettanto spesso ci si intenerisce di fronte ai dialoghi tra i protagonisti canini. Tra ricordi, rimpianti e progetti arricchiti dalle descrizioni della natura e soprattutto dell’amata Liguria, viste anche in questo caso attraverso gli occhi e il naso di un cane. Attorno ai protagonisti scorre una galleria di personaggi umani e non, che tornano poi nel libro “figlio” di questo, “ Chiuse le pagine del libro” in cui ritroviamo Pedro e Giatt impegnati a seguire i successi del romanzo che racconta la loro storia, ma anche una serie di bozzetti in cui Pedro ripercorre le vicende più o meno liete dei cani che hanno fatto parte della sua vita. E personaggi già noti ritroviamo anche nei racconti di “Anime animali”, una galleria di ritratti che allarga lo sguardo raccontando non solo di cani ma anche di muli, pappagalli o altri animali che hanno fatto parte, per anni o per un momento, della vita dell’autrice o di suo padre. Il ricavato delle vendite di questi libri, come già detto, è destinato a canili o progetti per il contrasto del randagismo, specialmente nel sud: un motivo di più per procurarseli; le informazioni si trovano sul sito www-ameliabellonisonzogni.it

-59-


In movimento UNA SCELTA CONTROCORRENTE: A PASSEGGIO PER MILANO Scegliamo un percorso di tutto relax, a piedi nei pressi di casa. Ci troviamo invece costretti ad uno slalom pericoloso fra biciclette, monopattini e senza l’ombra di un vigile Gli Erranti Questo mese Gli Erranti hanno fatto una scelta controcorrente rispetto alle precedenti scorribande: abbiamo scelto di restare a Milano per conoscere i luoghi nascosti della città, in questo mese in cui forse ci stiamo liberando dall’incubo del Covid, ma dobbiamo fare fronte alla più stupida azione fatta da quell’animale chiamato essere umano, la guerra. In ogni caso, siamo partiti a piedi prendendo il marciapiede che va verso la Cà Granda, sede dell’Università degli Studi di Milano, la Statale. Un percorso che si è rivelato più avventuroso del previsto: dopo appena qualche metro abbiamo dovuto spostarci per dare spazio a una signora in bicicletta che percorreva il marciapiede, scampanellando e chiedendo strada. Ma il marciapiede, ci siamo chiesti, non dovrebbe essere riservato ai pedoni? (Stando al vocabolario, parliamo della “parte della sede stradale riservata al transito dei pedoni, per lo più ai lati della strada e a livello più o meno sopraelevata”).

-60-


In movimento Ancora, prima di arrivare alla meta abbiamo dovuto cedere il passo a un monopattino e a una motocicletta, oltre a evitare delle biciclette cadute e abbandonate sul marciapiede. Incuriositi, siamo andati a vedere che cosa dice il codice della strada. Scoprendo che “È vietato andare in bicicletta sul marciapiede . Lo stabilisce il codice della strada che disciplina sia la circolazione delle automobili che degli altri mezzi. Infatti i marciapiedi sono porzioni di strada riservate ai pedoni, per questo le bici non vi possono circolare, altrimenti sarebbero d’intralcio e rischierebbero di investire qualche passante”.

Abbiamo cercato un vigile urbano, ma sembra siano introvabili, e ci siamo chiesti perché nessuno sanzioni gli utilizzatori delle due ruote sui marciapiedi, che rendono pericolosa la circolazione pedonale, compreso il transito delle mamme con i passeggini. Ma nel frattempo, dopo questo percorso ad ostacoli siamo arrivati alla nostra prima destinazione, in via Francesco Sforza 32: la chiesa della Beata Vergine dell’Annunciata presso l’Università Statale, un tempo Ospedale Maggiore. L’edificio fu realizzato nel 1637 su progetto degli architetti Giovanni Battista Pessina, Francesco Maria Ricchini e Fabio Mangone, grazie alla donazione di Giovan Pietro Carcano che rese possibile ampliare la Ca’ Granda. Per l’altare fu commissionato al pittore Francesco Barbieri da Cento detto “Il Guercino” un dipinto raffigurante l’Annunciazione, terminato nel 1639 e ancora oggi in loco.

-61-


In movimento

Sotto la chiesa si trova la cripta, dove per circa due secoli furono tumulate le ossa dei defunti dell’ospedale: Un luogo interessante e ricco di storia che oggi è possibile visitare grazie all’impegno dei volontari del Touring. Chiusa alla fine del 1600, la cripta fu poi riaperta durante le Cinque Giornate per portarvi i morti di quei giorni, perché l’assedio rendeva impossibile accedere ai cimiteri esterni: per questo motivo divenne poi il sacrario dei caduti, come testimoniano le iscrizioni alle pareti e gli elenchi dei morti di quei giorni. Nel 1895, poi, i resti dei caduti furono trasferiti nel nuovo Monumento in Piazza Cinque Giornate, progettato da Giuseppe Grandi. Usciti nuovamente in Francesco Sforza abbiamo percorso via Uberto Visconti di Modrone e via san Damiano, girando in via Mozart poco prima di corso Venezia. Lì al numero 14 si trova villa Necchi Campiglio (da non confondere con villa Necchi alla Portalupa in provincia di Pavia, altro gioiello della famigli Necchi), un luogo ideale per una piacevole sosta dopo tanto camminare, con un piccolo bar con vista piscina. Villa Necchi Campiglio è una costruzione degli anni ’30, progettata dall’architetto Piero Portaluppi su incarico delle sorelle Nedda e Gigina Necchi, esponenti assieme al marito di Gigina Angelo Campiglio di una borghesia lombarda colta e in grado di apprezzare l’innovazione. Oggi la villa appartiene al FAI (https://fondoambiente.it/luoghi/villa-necchi-campiglio ) ed è aperta al pubblico, oltre ad essere spesso sede di mostre ed eventi : vi suggeriamo di non limitarvi al giardino ma di visitare la casa dove troverete una notevole collezione di arte e arredi déco . Prima di tornare a casa ci siamo fermati in via Serbelloni 10 dove sorge palazzo Sola-Busca, un bell’edificio liberty chiamato dai milanesi ca’ dell’ureggia (casa dell’orecchio). Qui infatti è stato realizzato il primo citofono di Milano, una scultura in bronzo a forma di orecchio - oggi non più funzionante - opera di Adolfo Wildt.

-62-


Benessere OGGI I NONNI SONO INDISPENSABILI NELLA GESTIONE DEI NIPOTI. PER LORO UN VALIDO SUPPORTO ARRIVA DA SUPRADYN DIFESE 50+, INTEGRATORE ALIMENTARE FORMULATO PER SUPPORTARE IL SISTEMA IMMUNITARIO Informazione promozionale A cura della Redazione

-63-


Benessere Tra una call di lavoro e una torta messa in forno, ci sta- anzi, ci deve stare- anche ricordarsi di andare ad accompagnare i nipoti a tennis o nuoto, condurli al parco a giocare, aiutarli nei compiti, accudirli mentre i genitori sono impegnati. Già, oggi i nonni non sono più quelli di una volta e, a loro volta, sono più attivi che mai, spesso più dei propri figli: appuntamenti lavorativi, viaggi, palestra, volontariato, vita sociale si sommano e si incastrano con il tempo, tanto, che ogni giorno è da dedicare ai nipoti. Un esempio per tutti : basta passare davanti a una scuola all’ora di uscita, per vedere nonne e nonni che recuperano i nipoti dopo le lezioni, come fa quotidianamente, secondo un’indagine recente, più di un quarto dei nonni italiani . Dati aggiornati riferiscono che i nonni del nostro Paese sono ben dodici milioni, e che la loro età media è di 54,8 anni. Probabile, dunque, che per loro il tempo da dedicare ai nipotini non sia il diversivo di una giornata trascorsa nella serenità di un meritato pensionamento, ma debba essere ritagliato giostrandosi tra i propri impegni di lavoro, e in qualche caso faccia concorrenza alle attività preferite per il proprio tempo libero. E se diventare nonni è comunque una gioia, è possibile che a rendere un po’ più pesante accettare che gli anni passano abbia inciso anche il lungo periodo legato alla pandemia, durante il quale da una parte il loro aiuto era più che prezioso, dall’altra (per una serie di precauzioni imposte dalle autorità sanitarie) “avevano l’obbligo” di tenersi lontani dai bambini e dagli adolescenti della famiglia. Comunque sia, i nonni di pochi decenni fa sembravano, e si sentivano, anziani già a 50 anni, spesso più di quanto in realtà non fossero. E per questo non facevano sport, trascuravano il loro aspetto fisico, si portavano dietro i loro acciacchi pensando di non poter porvi rimedio. Ma oggi, con la vita dinamica- talvolta quasi frenetica- tutto è cambiato e gli over 50 hanno iniziato a guardare a sé con una nuova consapevolezza, attribuendo la giusta importanza al riconoscere l’avanzare dell’età come un continuo punto di partenza, come il principio di una ritrovata libertà che si rinnova e cresce col passare degli anni. Forti della bellezza di questa rinascita, sono anche più consapevoli che a partire dai 50 anni circa, il corpo comincia a subire delle variazioni che gradualmente contribuiscono a compromettere il funzionamento ottimale del sistema immunitario. Non a caso, secondo una recente ricerca Cawi via Ipsos digital del maggio 2019, il 48% degli italiani over 50 ha deciso di dedicarsi maggiormente al benessere del sistema immunitario tramite l’assunzione di integratori alimentari. Un valido supporto arriva dal recente prodotto Supradyn Difese 50+, un integratore alimentare formulato per supportare il sistema immunitario dai 50 anni in su, con l’alto dosaggio di Vitamina B12, Zinco, Niacina e Probiotico. Uno scudo protettivo che darà la possibilità di scoprire che qualunque età è meravigliosa, quando ci si difende bene!

-64-


Immagini e fotografie

Copyright Dove non espressamente indicato le foto o le immagini presenti attualmente nella rivista sono situate su internet e costituite da materiale largamente diffuso e ritenuto di pubblico dominio. Su tali foto ed immagini la rivista non detiene, quindi, alcun diritto d’autore e non è intenzione dell’autore della rivista di appropriarsi indebitamente di immagini di proprietà altrui, pertanto, se detenete il copyright di qualsiasi foto, immagine o oggetto presente, oggi ed in futuro, su questa rivista, o per qualsiasi problema riguardante il diritto d’autore, inviate subito una mail all’indirizzo generazioneover60@gmail.com indicando i vostri dati e le immagini in oggetto.

Tramite l’inserimento permanente del nome dell’autore delle fotografie, la rimozione delle stesse o altra soluzione, siamo certi di risolvere il problema ed iniziare una fruttuosa collaborazione.

-65-


ILLUSTRAZIONE DI ATTILIO ORTOLANI


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook